Aprile 19th, 2018 Riccardo Fucile
C’E’ QUALCOSA DI MOLTO ITALIANO IN QUELLA CLASSE MISTA
A Milano Centrale il treno spalanca le porte e nella carrozza irrompe la tanto temuta scolaresca. Decine di ragazzi che travolgono ogni cosa. Riempiono ogni silenzio. Scaricano vita e ormoni e secchiate. Spandono profumi e aromi più o meno gradevoli.
È la scolaresca tanto temuta dal viaggiatore pieno di spirito poetico perchè il suo spazio vitale si riduce. Temuta anche perchè di fronte alla scolaresca deve dire, con Mario Luzi, “quanta vita!”. Insomma, i ragazzi ti fanno sentire vecchio.
In mezzo alla marea diretta con te a Venezia un anziano professore che riesce a mantenere la calma contro ogni aspettativa. Che controlla flemmatico la situazione. Poi una giovane prof che viene dal sud con pantaloni attillati e occhi freschi come gli alunni. Due contro sessanta. Ce la faranno a domare la classe?
Ma non è soltanto la vita a colpirti. Dei ragazzi di questa scuola milanese, gli “italiani” saranno la metà . Quattro continenti in una classe.
Quanti colori della pelle: bianco — caro al governatore lombardo Fontana — mulatto, nero. E si fa presto poi a dire asiatici guardando le mille curve degli occhi, le virgole dei sorrisi a volte malinconiche altre piene di ironia. E i capelli! Neri opachi, lucidi, a ricci, crespi.
Li guardi — ragazzi e ragazze — e non puoi fare a meno di immaginarti il loro destino, i lineamenti mischiati tra una, due generazioni. Magari con un tuo figlio: “Indovina chi viene a cena”, a casa tua. Per un attimo te lo chiedi anche tu: l’Italia rischia davvero di sparire, come i colori e i lineamenti sui volti dei ragazzi di domani?
Eppure c’è qualcosa di molto italiano in questa classe così mista. C’è la briscola che il professore propone di giocare; “prof, è roba vecchia”, ma poi tutti mettono via gli smartphone e partecipano. Ci sono le canzoni di Tiziano Ferro che sfuggono dagli auricolari. C’è il paesaggio della Pianura oltre il finestrino che diventerà per tutti misura dello spazio, della ricerca di un orizzonte.
C’è soprattutto la lingua, il nostro italiano. La ragazza cantonese e quella albanese con uguale accento lombardo.
Ma le parole sono molto di più: aiutano a mettere insieme i pensieri, ne condizionano la forma. A volte addirittura il contenuto. “Ti voglio bene”, che forse qualche ragazzo si sta dicendo nella carrozza si può dire solo in italiano. Se lo ripeti lentamente ne ritrovi il significato: voglio il tuo bene. Non esiste in altre lingue.
Anche le battute, gli scherzi, l’ironia dipendono dalla lingua. Perfino gli stati d’animo, in fondo.
Ed è italiano lo spirito del professore — giacca, pullover e cravatta di una volta — mentre raccoglie le confidenze del ragazzo ecuadoriano accanto a lui. Sorride, il prof, anche un po’ di se stesso. Non prendersi troppo sul serio per essere rispettati. Forse anche questo tratto è un po’ italiano. Come le battute del capotreno che passa e dopo aver controllato i primi biglietti finge di svenire in braccio a una ragazzina.
Strana sensazione: si vedono pochi “italiani”, ma ritrovi lo stesso l’Italia. E vedi il Paese di domani.
Caro Fontana, vorresti dirgli, per salvare se stessi non serve preservare la Razza Bianca. Bisogna sapere chi siamo. Su questa carrozza di treno si vede l’Italia di domani. Ed è bella.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 16th, 2018 Riccardo Fucile
“PERSONAGGI LONTANI DAI MIEI VALORI, E’ STATA LA COSA PIU’ VERGOGNOSA CHE UN ESSERE UMANO POTESSE FARE”
Anniversario con polemiche questa mattina a Primavalle, dove sono stati ricordati i 45 anni
dall’uccisione dei fratelli Mattei, Virgilio e Stefano, figli di un segretario di sezione del Msi morti il 16 aprile 1973 nel rogo della loro abitazione.
Per la strage furono condannati (in teoria) a 18 anni di reclusione tre militanti di Potere Operaio, Achille Lollo, Manlio Grillo e Marino Clavo.
Momenti di imbarazzo all’inizio della commemorazione, quando in via Bibbiena sono arrivati l’ex Nar Luigi Ciavardini (condannato in via definitiva come esecutore della strage, che fece 85 morti e 200 feriti alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980), e Guido Zappavigna, già capo tifoso della Roma e vicino agli ambienti dell’estrema destra, giunti sul posto insieme all’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno.
Alla vista del gruppetto guidato dall’ex primo cittadino, Giampaolo Mattei, fratello di Virgilio e Stefano, morti in quello che viene ricordato come il ‘Rogo di Primavalle’, si è dissociato dalla cerimonia tenutasi sotto il palazzo dove si trova l’appartamento al terzo piano in cui si consumò il dramma.
Mattei ha quindi invitato gli studenti, coinvolti dalla sua associazione, ad allontanarsi dal luogo della cerimonia di deposizione della corona a firma Roma Capitale e Regione Lazio.
Alla deposizione hanno partecipato: il presidente dell’assemblea capitolina, Marcello De Vito, l’assessore all’urbanistica della Regione Lazio, Massimiliano Valeriani, il senatore Maurizio Gasparri e la consigliera regionale Chiara Colosimo.
“Dopo cinque anni di percorso fatto con Alemanno per evitare stumentalizzazioni, oggi succede questo”, ha dichiarato Giampaolo Mattei, che si è detto “offeso per quanto accaduto e per aver visto che Roma Capitale e la Regione Lazio hanno deposto la corona non con l’associazione fratelli Mattei ma con questi ‘personaggi'”
La celebrazione con gli allievi della scuola Alberti e del liceo Vittoria Colonna, quest’ultima aderente al progetto ‘l’urbe ricordà dedicato alle vittime degli anni di piombo, è proseguita in un secondo momento, al termine della doposizione della corona con i rappresentanti istituzionali.
“Un ex sindaco che si presenta con me qui, prima per cinque anni consecutivi, tranne lo scorso anno, e oggi con dei personaggi veramente lontani dal mio modo di fare, è stata la cosa più vergognosa è più bassa che un essere umano potesse fare. Tradire la fiducia, far finta di non capire, buttare la palla dall’altra parte dicendomi: ‘non fare polemica, non alzare i toni’. Questi sono i signori che sono stati portati al potere e hanno distrutto l’italia con queste motivazioni”, ha poi spiegato Mattei.
(da agenzie)
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Aprile 16th, 2018 Riccardo Fucile
IL TITOLARE DELLA CPI DI TRIESTE: “CONTANO LE PERSONE, NON I NUMERI”… ALLE DONNE CON FIGLI L’AZIENDA OFFRE SPAZI DI COWORKING E ORARI FLESSIBILI
“Quando ho detto al mio capo di essere incinta, mi ha offerto il tempo indeterminato”. A raccontare a
Repubblica la strana storia di una gravidanza premiata dall’azienda – caso raro nell’Italia di oggi – è Delia Barzotti, palermitana d’origine, rimasta incinta dopo un anno dall’assunzione a tempo determinato alla Cpi-Eng, un’azienda triestina di ingegneria e progettazione meccanica che ha deciso di sposare, proprio per venire incontro a Delia, una filosofia pro-mamme.
La ditta propone uno spazio di coworking, con area bimbi e educatrice a disposizione, e orari di lavoro flessibili.
“Dopo la maternità obbligatoria e la nascita di Ludovica sono subito tornata a lavoro. L’ho chiesto io. Mi bastano un computer e un telefono”, continua Delia che sottolinea come per ottenere benefici sia necessario mettere dedizione nel lavoro.
In attesa di mandare la piccola di quattro mesi al nido, Delia lavora due giorni a settimana all’interno dello spazio di lavoro condiviso, dove, spiega, “può guardare la bambina a vista sentendosi comunque a ‘lavoro'”.
“Per pagare lo spazio ho comunque lo stipendio pieno e, dopo il tempo indeterminato, mi hanno dato un aumento”, sottolinea Delia, che con Ludovica è al secondo figlio. “Anche con il primo sono stata fortunata, ma mi è capitato di firmare anche dimissioni in bianco per il mio essere mamma”.
A credere nell’azienda ‘flessibile’ è il proprietario della Cpi, Christian Bracich. “L’azienda è fatta di persone, non di numeri. È questa la nostra filosofia”, ci spiega Bracich. Delia è la prima madre a essere assunta seguendo questa filosofia. “Se una persona è valida, va valorizzata”, continua, spiegando che tutte le donne presenti in azienda siedono in posizioni di management.
“Siamo aperti a nuove esperienze. Ad esempio ho appena assunto in part time Alessia. Ha un bambino di sei mesi e dove lavorava prima non accettavano l’orario ridotto”, dice Bracich, che imputa al suo essere padre la sua sensibilità per l’argomento ‘maternità ‘.
“Il lavoro è come una famiglia, bisogna trovare il modo per non far andare via le persone”, spiega ancora l’imprenditore.
“Quando ho assunto Delia a tempo determinato mi ha detto che aveva in programma un altro figlio – racconta infine Bracich – le ho risposto che ne avremmo parlato una volta rimasta incinta. E così è stato”.
(da “La Repubblica“)
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Aprile 15th, 2018 Riccardo Fucile
INSEGNA LORO INGLESE E GRECO: “BISOGNA FARE IN MODO CHE I BAMBINI TORNINO A SENTIRSI BAMBINI”
In fondo alla classe, dietro gli ultimi banchi del campo profughi, c’è un cartello: «All children have a right to an education» («Tutti i bambini hanno diritto a un’educazione»).
E in fondo questa è la vera missione di Nicolò Govoni, 25 anni, originario di Cremona.
Un compleanno movimentato, il suo, il peggiore degli ultimi anni. Un naufragio nell’Egeo che invece delle candeline si è portato via i fratelli di alcuni suoi bambini, quelli con cui oggi passa le giornate, con i ricordi di Cremona — il liceo Manin, l’esame di maturità e quel biglietto di sola andata per il mondo — che continuano a fare da sfondo.
La scelta di partire dopo il liceo. Prima l’India, con la laurea in giornalismo e il sogno, raggiunto, di fondare un orfanotrofio.
«In Italia ho fallito — racconta -, ancora e ancora. Sentivo i miei insegnanti dirmi che non sarei andato da nessuna parte».
Da pochi mesi l’approdo nel campo profughi di Samos. Lì, Nicolò, i sogni in tasca e il portafoglio vuoto, ha trovato la sua strada: una vita a sostegno dei diritti umani, là dove il mondo finisce e il bisogno di ritornare alla normalità si fa ogni giorno più intenso.
L’arrivo a Samos
«Sono arrivato nell’isola di Samos a settembre con l’intenzione di restarci due mesi, per poi cominciare un master negli States. Qui ho trovato una situazione disastrosa — racconta Nicolò al Corriere della Sera —. Un campo in grado di accogliere 700 profughi ne aveva, al suo interno, 2500. Uomini, ragazzi, ma soprattutto donne e bambini che cominciano il viaggio della fortuna a bordo di un barcone, in bilico tra la vita e la morte».
La situazione, a Samos, è tra le più drammatiche.
«La realtà della Grecia è quella di minorenni che si prostituiscono con vecchi per raccattare dieci euro con cui mangiare. Ci sono intere famiglie che dormono in mezzo alla foresta, con una doccia ogni duecento persone, i servizi igienici fatiscenti, un dottore per duemila anime. Nessuno dice che qui, in un lembo della «civilissima» Europa, c’è ancora gente che vive nuda, in mezzo ai topi e alla scabbia».
I primi giorni in Grecia sono bastati a Nicolò per decidere di invertire i piani. «Ho preso il telefono, ho chiamato a casa e ho detto: “Mamma, io a New York non ci vado”».
Il lavoro con i piccoli profughi
I «fratelli» di Nicolò sono 22, vengono da Siria, Afghanistan, Iraq e Palestina. Nelle orecchie portano il rumore delle bombe. Sono i bambini a cui fa lezione ogni giorno, con un programma educativo che prevede ore di inglese, greco, geografia, ma anche sport e educazione sessuale.
La settimana scorsa il giovane volontario ha portato i suoi «fratelli» dal dentista, perchè «l’obiettivo — spiega — è quello che i bambini tornino a sentirsi bambini». Govoni ha cambiato vita, vive di elementi essenziali, «al di fuori del campo non c’è alcuna vita».
«Qui peggio della Siria»
Certi ricordi non possono essere cancellati. «Se chiudo gli occhi rivedo il giorno di quella sommossa, il mio benvenuto in questa terra. Un gruppo di persone, nella notte, ha spaccato gli alloggi dei miei bambini. Un ragazzino il giorno dopo tremava. Mi ha guardato e ha detto: “Qui è peggio della Siria”. Una pausa di silenzio e quella confessione che torna a fare rumore: “A mia madre, al telefono, dico che va tutto bene. Ha speso tutti i suoi soldi per pagarmi il viaggio. Se le dicessi che qui rischio ancora di morire le verrebbe un colpo”».
La mamma lo segue da Cremona
La famiglia di Nicolò lo segue da Cremona, dove non torna da quattro anni. Sua madre Cristina continua a sperare che un giorno torni a casa. Ce lo racconta facendosi forza. «Le cose meravigliose che fa ogni giorno il nostro Nicolò ci rendono sopportabile la sua assenza».
Il desiderio di Govoni di fare del bene supera la distanza. «Nella mia classe c’è un bimbo vittima di abusi. Ho inviato un report al governo greco perchè intervenisse, ma hanno ignorato gli abusi fisici ricevuti dal bambino e di conseguenza anche la mia richiesta».
Nicolò ha scritto un libro perchè queste situazioni non vengano ignorate, perchè non si disperdano, negli occhi di chi ha visto la guerra, di chi non si è arreso, mettendosi alla ricerca della vera felicità .
«Un giorno, andando a letto dopo una giornata circondato dai bambini, ho realizzato di non essere solo in questa grande missione. Se è vero che l’infanzia è un diritto di tutti, non arrendiamoci: c’è ancora molto lavoro da fare».
(da “Il Corriere della Sera”)
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Aprile 9th, 2018 Riccardo Fucile
STRANIERI, SENZATETTO ED EMARGINATI: INSIEME PER FARE LA CITTA’ PIU’ BELLA
Un vescovo , trenta persone di buona volontà – stranieri da tempo in Italia in regola col permesso di
soggiorno ma senza un vero lavoro, italiani che vengono dalla strada o da percorsi di vita difficili – ramazza e paletta per tutti fornite da Amiu e unobiettivo: impiegare utilmente il tempo, sentirsi utili e fare la città più bella.
E guadagnarsi onestamente e in regola, più di quello che fino a ieri poteva essere una elemosina.
Il regista dell’operazione è il vescovo Nicolò Anselmi, la squadra è messa in campo da un’associazione nata all’interno della parrocchia e battezzata “Terre Nuove”.
Dopo un primo impegno ad Apparizione per il recupero di terreni abbandonati – dove sono tornati alla luce antichi ulivi che riprenderanno a fare frutti – i volontari hanno spostato l’attenzione sulla città . E hanno deciso di dare una mano a renderla più bella.
«È nato tutto da uno spunto del vescovo portato avanti da un gruppo di amici – racconta Francesco Zucchi, 52 anni, imprenditore e volontario – per dare una mano alle persone meno fortunate, con un progetto legato ad attività lavorative di basso profilo che possono essere pagate con contratti per gli impieghi di pubblica utilità : quello che era una elemosina, diventa denaro guadagnato onestamente, per ritrovare la voglia di vivere e darsi a fare».
Il progetto è partito oggi da Caricamento con i primi due gruppi (ciascuno formato da tre lavoratori e un tutor) in campo per 4 ore complessive, due al mattino e due al pomeriggio.
(da “il Secolo XIX”)
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Aprile 4th, 2018 Riccardo Fucile
FEDERICO, ROMENO DA ANNI A ROMA, PRIMA DI RIUSCIRE A TROVARE IL PROPRIETARIO HA CONTROLLATO CITOFONI, SETACCIATO SOCIAL E TELEFONI
Riconsegna al legittimo il portafoglio trovato per terra, in una strada tra il quartiere Trieste e
l’Africano, mentre stava lavorando per un trasloco.
E davanti all’offerta di una ricompensa dice no e spiega: “Amo lavorare, se hai bisogno di qualche riparazione o di una mano con un trasloco, ecco il mio numero”.
È una storia a lieto fine, che abbatte clichè e pregiudizi, quella accaduta nella Capitale il giorno di Pasqua e che ha per protagonista Federico, un operaio rumeno che fa lavoretti, e Luca Moriconi, giornalista di RaiNews24, che l’ha raccontata su Facebook.
Nel giorno di Pasqua Moriconi, dopo una passeggiata vicino casa, si è accorto di non avere più il portafoglio con dentro contanti, carte di credito e documenti.
L’ha cercato ovunque – tasche dei pantaloni, del giubbotto, nella borsa da lavoro – poi si è arreso. E ha passato la domenica a fare denunce e a bloccare le carte.
Ma una volta tornato a casa, ormai a sera, riceve una telefonata: “Ciao, mi chiamo Federico. Ho il tuo portafoglio: c’è tutto dentro, anche i soldi (90 euro, ndr). Dammi il tuo numero di telefono, ti mando il mio indirizzo, così vieni a prenderlo”. L’appuntamento per la consegna è fuori dal Raccordo, sulla via Casilina, oltre la fermata della metro C Giardinetti.
“Per arrivare a me Federico ha faticato parecchio”, racconta il giornalista. “Appena trovato il portafogli, mentre era al lavoro per un trasloco, ha controllato tutti i citofoni della strada cercando il mio cognome senza trovarlo. Poi ha setacciato i social network, mi ha identificato su Instagram e mi ha mandato un messaggio, che però ho visto soltanto dopo. Alla fine ha cercato il numero di casa sull’elenco e mi ha chiamato”.
Il lunedì di Pasquetta, dunque, i due si incontrano: dopo un “ciao” e una stretta di mano, Federico ha voluto controllare per l’ennesima volta che il portafogli fosse proprio di Moriconi e non di un omonimo.
“Mi ha chiesto la data di nascita – spiega il giornalista – per controllare che corrispondesse a quella sui documenti. E solo a quel punto mi ha restituito il portafogli. Io gli ho dato la colomba pasquale che avevo portato e che mi sembrava il minimo per ringraziarlo. Poi, mentre i miei figli mi aspettavano in macchina, gli ho chiesto come avrei potuto ripagarlo, offrendogli una ricompensa in denaro”.
Ma Federico non ha accettato. “Mi ha risposto: ‘No no, compraci qualcosa per i tuoi bambini. Io amo lavorare, se a te o a qualcuno che conosci occorre qualche lavoretto in muratura o una mano per un trasloco… fai pure il mio nome’.
Una risposta che mi ha fatto tanto sorridere”, ha concluso il giornalista, tornato a casa col suo vecchio portafogli e una bella storia a lieto fine.
(da “La Repubblica“)
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Marzo 31st, 2018 Riccardo Fucile
JOHN, 31 ANNI, A SETTEMBRE AFFRONTO’ UN MALVIVENTE ARMATO DI MANNAIA CHE AVEVA APPENA RAPINATO UN SUPERMERCATO A ROMA
John Ogah, il cittadino nigeriano di 31 anni che a settembre affrontò un malvivente armato di
mannaia che aveva appena rapinato un supermercato alla periferia di Roma, riceverà il battesimo da papa Francesco durante la veglia pasquale a San Pietro.
Il 26 settembre fuori da un Carrefour Express, dove da sei mesi chiedeva l’elemosina, Ogah aveva disarmato e messo ko un rapinatore.
Un italiano di 37 anni, che con una mannaia in mano si era appena fatto consegnare 400 euro dalla cassiera. Le telecamere del supermercato avevano immortalato la scena, e il video acquisito e diffuso dai carabinieri (che hanno poi arrestato il rapinatore, già condannato in direttissima a 4 anni di carcere) aveva fatto di John un paladino della legalità per i residenti del quartiere.
“E’ straordinario. Sono molto emozionato – commenta John Ogah all’ANSA – ringrazio il pontefice che ha accolto il mio desiderio. Ho sempre avuto una grande fede e questo mi ha aiutato nella vita”.
John Ogah, che dopo il suo gesto eroico ha ricevuto il permesso di soggiorno, su proposta dei carabinieri del Comando provinciale di Roma, da qualche mese ha un impiego stabile e un tetto sotto cui dormire.
Il giovane nigeriano lavora alla Croce rossa come magazziniere. Cattolico dalla nascita, qualche tempo fa avrebbe espresso il desiderio di ricevere il battesimo da Papa Francesco e stasera quel desiderio si avvererà .
Il padrino di battesimo, su sua esplicita richiesta, sarà il capitano Nunzio Carbone, comandante della Compagnia di Roma Casilina che per primo prese a cuore la sua vicenda.
“È una forte emozione”, commenta Carbone. “Dopo avere affrontato il rapinatore – ricorda – Ogah si era dileguato perchè non perfettamente in regola con i documenti. Noi lo abbiamo rintracciato e il suo gesto eroico è stato premiato. Da qualche mese ha un lavoro stabile e una casa”.
(da agenzie)
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Marzo 29th, 2018 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DI CHI L’HA FREQUENTATO PER ANNI: “UN UOMO AGGRAPPATO ALLA VITA CON LE UNGHIE E CON I DENTI”
Non era solito negarsi alle interviste. Non l’aveva mai fatto, non era nel suo stile, fino alla
settimana scorsa quando rispose con un messaggio alla richiesta di un’analisi sul momento del suo amato Toro. Era molto strano, il Mondo era una persona generosa, il padre che tutti vorrebbero, l’amico che tutti sognavano, il vicino di casa che tutti desideravano. Dovevo richiamare, a costo di fare l’invadente.
Ma era solo per affetto, grande, enorme nei confronti dell’allenatore più importante della mia vita, conosciuto sui campi di Sestriere quando, nel pieno della sua prima esperienza in granata, portava il Toro ad allenarsi d’estate.
Io lo guardavo con gli occhi sognanti di un ragazzino e ipnotizzati dai quei modi gentili e mai banali di una persona diversa anche per questo, in un mondo del calcio che dimentica tutto in fretta e sorride per finta.
Lui, che era già diventato fenomeno sulla panchina dell’Atalanta, portandola in semifinale nella Coppa delle Coppe, ma che era ancora lontano dal giorno della sedia alzata col Toro allo stadio Olimpico di Amsterdam contro l’Ajax, maledetta finale, era diverso da tutti gli altri.
Mi prese sotto braccio, mentre la squadra entrava al campo d’allenamento, dandomi una pacca sulle spalle e una spettinata ai capelli.
E allora, aggrappandomi ai ricordi, l’ho richiamato e l’ho sentito rispondere con un filo di voce che mi ha spezzato il cuore, mentre raccoglieva tutto il fiato che aveva nel suo corpo debilitato da 7 anni di lotta durissima contro il cancro.
«Scusami, non riesco a parlare, mi hanno operato per la quinta volta alla pancia, mi hanno tolto praticamente tutto, sto facendo riabilitazione, ciao», le sue ultime parole con l’energia residua che aveva in corpo.
Parole calde, di un uomo aggrappato con le unghie e con i denti alla vita, che ci ha creduto fino all’ultimo, come quando faceva l’allenatore.
Oggi sgorgano soLo lacrime per la scomparsa di Emiliano Mondonico, libero di guardare il Toro da lassù e giocare a carte, tra un panino al salame e un bicchiere di vino, con gli altri eroi della storia granata.
(da “La Stampa”)
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Marzo 27th, 2018 Riccardo Fucile
I RICORDI E LE EMOZIONI DELL’ANTROPOLOGO MARCO AIME
Frontiera, approdo, fine e porta dell’Europa, linea di demarcazione tra vita e morte, Shangri-la della disperazione, ultima Thule della speranza.
E soprattutto terra nella quale vengono al pettine, e si sciolgono, i nodi più intricati della contemporaneità : la paura dell’altro, per cominciare. I tanti razzismi, i pregiudizi religiosi, la minaccia di masse di clandestini, che si addensano lungo i confini mettendo in pericolo la sicurezza delle nazioni
«Ma come mai al Nord moltissima gente protesta contro i continui sbarchi di migranti, e rifiuta di accogliere gente fuggita dalla guerra, e da chi sta sulla prima linea della più tragica emergenza internazionale, tutti i giorni e da quasi trent’anni, non si è mai udita una lamentela?»
È partito da questa domanda l’antropologo torinese Marco Aime. Per capire perchè ha trascorso quasi tre anni a Lampedusa. Ha parlato con la gente dell’isola, ha registrato le loro storie. Ha scavato ben oltre quella solidarietà tipica della gente di mare. E ha riunito il risultato nel saggio “L’isola del non arrivo. Voci da Lampedusa” (Bollati Boringhieri), un collage di memorie, ricordi, impressioni. Come un diario di bordo dal centro del Mediterraneo
«Escludendo che questa gente sia migliore di altra geneticamente, e non volendo proporre una lettura univoca e retorica dei “lampedusani tutti buoni”, l’unica strada per capire come mai quest’isola abbia dimostrato, in tutti questi anni, più propensione ad accogliere che a respingere, era ascoltare. La mia ricerca ha scelto perciò il linguaggio narrativo. Attraverso le diverse voci degli abitanti ho cercato di restituire la pluralità dell’isola».
Una terra lunga appena sei chilometri, abitata da 5.500 abitanti, soprattutto pescatori, di colpo balzata all’attenzione mondiale. A partire dalla tragedia della Tabaccara.
«Sì. Lo spartiacque è stato proprio il 3 ottobre 2013: la tragedia del barcone che, a poche centinaia di metri dalla spiaggia, si rovesciò lasciando in mare 368 morti accertati. Quel giorno è diventato un punto fisso nella memoria della gente dell’isola. Basta evocarlo, non serve aggiungere l’anno. Dire 3 ottobre è diventato come dire Natale, Pasqua, Capodanno: fa parte del calendario dell’isola e dell’esperienza di ognuno. Contemporaneamente, un fazzoletto di terra dimenticata, assente – come mi ha fatto notare il parroco – persino dalla cartina geografica del meteo in tv, diventò di colpo noto in tutto il mondo come la frontiera estrema dell’Europa. E da quel momento Lampedusa si ritrovò investita di una responsabilità fin troppo grande».
l via vai di politici. I funerali di Stato, con le polemiche di una cerimonia ad Agrigento, senza sopravvissuti. Le televisioni di tutto il mondo puntate sullo spettacolo dell’isola. Lei sostiene che proprio questi arrivi hanno finito per tratteggiare l’identità dell’isola
«Di sicuro l’identità di Lampedusa è legata fortemente alle migrazioni, che l’hanno fatta conoscere dappertutto. Persino il turismo ha avuto un boom, dopo questi fatti. Che piaccia o meno, l’immagine di Lampedusa non può essere disgiunta da quella di chi arriva dal mare. I migranti sono diventati uno specchio nel quale guardarsi e, anche se non per tutti, riconoscersi. Del resto, quando una piccola comunità , per un tempo tanto lungo, è sottoposta ad eventi simili, è inevitabile che si definisca su quella base. Credo anche che quando un giorno tutto ciò sarà finito, quando i riflettori saranno spenti, e gli operatori umanitari, gli osservatori, gli studiosi richiamati dal fenomeno dell’immigrazione andranno via, l’isola dovrà ricominciare a definirsi».
In realtà , tutta la storia di Lampedusa, a leggere il suo libro, è scandita dagli arrivi
«Da sempre. Fino al 1843 l’isola era stata proprietà privata dei principi Tomasi, gli antenati dell’autore del Gattopardo. Trattarono la vendita con gli inglesi, che ne avevano intuito la posizione strategica per i commerci, ma il re di Napoli si oppose e decise di acquistarla per farne una colonia agricola nel Regno delle due Sicilie. Emanò un editto e invitò allora gli abitanti della Sicilia e di Pantelleria a popolarla. Arrivarono un centinaio di persone, e così nacque la prima comunità di Lampedusa. Qui tutti vengono da fuori. Persino oggi: nessuno nasce sull’isola. Anche perchè non c’è neppure il reparto di maternità . Per partorire le donne devono trasferirsi in Sicilia».
Persino i santi qui sono stranieri, si sottolinea: san Calogero, ad esempio, era tunisino. E san Gerlando veniva da Besanà§on
«In un’epoca in cui l’idea, assurda, di purezza sembra tornare di moda in tutta Europa, mi sembra che un’identità forgiata sulla mescolanza sia una lezione di civiltà altissima. Tutti, del resto, veniamo da un viaggio. Spostarsi, migrare è la cifra della nostra storia. La ricerca di risorse per sopravvivere, il bisogno di nuovi spazi, la necessità di fuggire da qualcosa o da qualcuno, la curiosità hanno sempre indotto l’uomo a muoversi da un posto all’altro».
Il suo saggio suggerisce di ripensare ai migranti a partire dalla terminologia. Qui la gente arriva, approda, naufraga, sottolinea: non sbarca
«Emergenza, invasione. Tutti termini che inducono ansia. Poi se vai a vedere le cifre, quelle vere, si scopre che è solo una minoranza a raggiungere l’Italia dal Mediterraneo. La gente da qui passa. Arriva perchè è il primo approdo. Ma vorrebbe andar via, subito, altrove. Invece, se Lampedusa a sud è confine da superare per entrare, a nord lo è per uscire. Gli abitanti di qui lo sanno. Quei pochi giorni in cui gli immigrati dovrebbero trattenersi a volte diventano settimane, mesi. E i lampedusani si sono sempre prodigati per dar loro una mano».
Ha intervistato molti pescatori, i ragazzi della Guardia costiera, i volontari del collettivo Askavusa, l’instancabile dottor Bartolo col suo ambulatorio sul mare. E gente comune, pronta ad aprire le porte di casa; a cercare di capire da Internet da cosa fuggano queste persone. Di recente, sono stati i lampedusani stessi a denunciare le vergognose condizioni nelle quali sono costretti a vivere un centinaio di tunisini, a hotspot chiuso. Mai una protesta
«Non sto dicendo che Lampedusa sia il paradiso. Ma se opposizione c’è non è mai contro i migranti ma contro le istituzioni, quando sono incapaci di gestire i numeri e dare un’assistenza adeguata. Ci sono stati momenti di tensione: contro i media, ad esempio, per aver dato un’immagine dell’isola distorta, pericolosa per il turismo. O nel 2011, in occasione della cosiddetta “invasione dei tunisini”, ma sempre per motivi molto specifici: anche in quel caso la maggior parte dei pasti ai migranti fu fornita dalla gente. La verità è che se ti ritrovi lì, sul molo Favaloro; se vedi con i tuoi occhi chi è sfuggito alla morte, non esistono teorie, statistiche, clandestini. La priorità ti è chiara: salvare vite. Sa cosa mi hanno detto tutti i pescatori? “Prima di tutto io li salvo, poi a terra si vedrà ”. A Lampedusa non ci sono eroi. Ci sono solo molte persone per bene».
(da “L’Espresso”)
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