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“CARO PAOLO, QUANTO SONO LUNGHI 57 GIORNI?”: LA LETTERA DI GRASSO A PAOLO BORSELLINO

Luglio 19th, 2017 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DEL SENATO RACCONTA “L’UOMO PIU’ SEMPLICE E COMPLICATO CHE ABBIA MAI CONOSCIUTO”….”IL POOL ANTIMAFIA DEVE MORIRE DAVANTI A TUTTI, NON DEVE MORIRE IN SILENZIO”

“Caro Paolo, quando penso a te, mi chiedo spesso: quanto sono lunghi cinquantasette giorni? Quanta vita riesce a starci dentro?”.
Inizia così la lettera di Pietro Grasso a Paolo Borsellino, in chiusura del suo libro “Storie di sangue, amici e fantasmi”, edito da Feltrinelli e uscito a 25 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio.
Un’altra lettera, rivolta a Giovani Falcone, è invece in apertura del libro, dopo la prefazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, fratello di Piersanti, anche lui ucciso per mano della mafia.
In questa lettera al giudice Borsellino, Grasso ricorda i momenti successivi alla sua morte, tanto improvvisa quanto attesa. E racconta l’uomo, prima del giudice, già  consapevole del destino a cui andava incontro subito dopo il tritolo di Capaci.
Pubblichiamo qui la lettera.

Caro Paolo,
quando penso a te, mi chiedo spesso: quanto sono lunghi cinquantasette giorni? Quanta vita riesce a starci dentro? Quante cose sei riuscito a capire, a fare, a preparare e a disporre in quelle poche settimane che separano il 23 maggio dal 19 luglio 1992?
Abbiamo approfondito il nostro rapporto a partire dal Maxiprocesso, ma il nostro primo contatto risale a molto tempo prima: nel 1958 frequentavamo entrambi il liceo Meli, tu all’ultimo anno e io al ginnasio, e molte volte, dopo averlo scoperto, ti ho preso in giro sulla tua precoce carriera da direttore ed editorialista del giornale della scuola, “Agorà “, da dove lanciavi critiche al sistema scolastico.
Gli anni del Maxi sono stati, per usare le tue parole, una “meravigliosa avventura”, il periodo in cui siamo riusciti a ottenere i primi grandi successi nel contrasto a Cosa nostra, quando sembrava che, davvero, le cose stessero per cambiare.
Allora i cittadini facevano il tifo per il pool antimafia, erano pronti a rialzare la testa e riconquistare quei pezzi di libertà  che il giogo mafioso toglieva allora, e in parte toglie ancora.
Sono stati gli anni migliori, quelli in cui ho conosciuto il Paolo che più mi piace ricordare, dedito al lavoro e allo stesso tempo pieno di allegria, consapevole dei rischi ma pronto a godere dei piccoli piaceri di una vita normale, solitamente preclusi a chi vive scortato.
Ricordo quando ti incontrai mentre guidavi da solo la tua auto blindata: eri fuggito dalla scorta per comprare le sigarette. Provai a rimproverarti, ma con il solito sorriso che usavi per sdrammatizzare mi rispondesti: “Devo pur lasciare uno spiraglio nel sistema di protezione. Se mi devono ammazzare, voglio che abbiano la possibilità  di colpire solo me”.
Mi chiedesti di accompagnarti ai grandi magazzini lì vicino, e osservai il piacere che provavi in quei minuti di libertà  indugiando tra i banconi, comprando cose futili e rifiutando la cortesia di chi, avendoti riconosciuto, voleva cederti il posto in coda alle casse.
Sei stata la persona più semplice e più complicata che abbia mai conosciuto.
Semplice per mille piccoli gesti di vita quotidiana, non sempre aderenti all’etichetta, che rivelavano il tuo spirito scherzoso e goliardico: le adorate polo al posto delle camicie, il fumo dell’eterna sigaretta e i mozziconi sparsi ovunque in ufficio, gli scherzi continui, il tirare la mollica del pane contro i più seriosi durante le cene.
Eri sempre disponibile per i colleghi, soprattutto per i più giovani, ai quali non mancava mai il tuo consiglio.
Anche dopo anni, mi colpiva il tuo modo di parlare pacato ma deciso, accompagnato da una mimica altamente espressiva che coinvolgeva gli occhi, di colore indefinibile, dal castano al verde, i baffi, la bocca, il modo tutto tuo di arricciare il naso e il sorriso che sempre illuminava il tuo volto prima di una battuta sarcastica.
Immagini di te che non sono registrate in interviste o eventi pubblici ma che restano indelebili per chi le ha potute vivere: mi piacerebbe far sapere ai molti che conoscono solo le tue espressioni serie, determinate e livide di quei cinquantasette giorni di rabbia e dolore, che non eri solo il magistrato inflessibile e il giudice coraggioso, ma anche un uomo caldo, generoso, estroverso, circondato dall’amore di tua moglie Agnese e dei tuoi figli Manfredi, Lucia e Fiammetta.
Eri anche complicato, perchè in te si combatteva un’eterna lotta tra i duri doveri del magistrato, ai quali non ti saresti mai sottratto, e la profonda empatia con le dolorose vicende umane che questa professione porta a conoscere e affrontare.
Il tuo rapporto con il lavoro era frenetico ma non ossessivo, ai miei occhi apparivi come un cingolato che avanza con andatura costante nel macinare processi, indagini, rapporti di polizia, documenti.
Nulla ti avrebbe potuto fermare: la passione ti faceva sopportare ogni fatica.
Dopo quel periodo di sostegno generale ci fu una sorta di riflusso, anni di delusioni, delegittimazioni, critiche ingiuste e polemiche feroci.
Avemmo il sospetto che si volesse chiudere in fretta una stagione che avrebbe potuto dare ancora grandi frutti. Per questo, più volte, hai denunciato pubblicamente quanto stava avvenendo: l’isolamento di Giovanni; lo smantellamento del metodo che aveva portato a risultati prima impensabili perchè, come dicevi, “il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio”; l’uso distorto fatto allora delle parole di Sciascia sul “Corriere della Sera” e che continua ancora oggi; gli attacchi che venivano sia da alcuni colleghi sia da alcuni politici e giornalisti.
Hai sopportato prove che avrebbero fiaccato chiunque, persino le polemiche per quel maledetto incidente in cui restò coinvolta l’auto della scorta che viaggiava dietro la tua, che ferì studentesse e studenti davanti al nostro vecchio liceo e costò la vita a Biagio Siciliano, appena quattordicenne, e a Giuditta Milella, figlia di un questore in pensione.
Ti ricordo aggirarti sconvolto per gli ospedali, affrontando coraggiosamente i familiari e parlando con i ragazzi feriti come fossero figli tuoi.
Ci confessasti pieno di amarezza: “Provo un senso di colpa enorme. Quello che è successo è conseguenza delle condizioni in cui si vive in questa maledetta città , quelle condizioni create dall’organizzazione mafiosa. Bisognerebbe spiegare ai ragazzi, e ai loro genitori, che tutto questo è cominciato dall’assassinio di magistrati come Chinnici, Costa e altri. Se non è possibile assicurare condizioni di sicurezza adeguate senza rischiare tragedie, io per primo sono pronto a rinunciare alla scorta”.
Rischiavi la vita per i cittadini di Palermo, eppure ricevesti attacchi anche in quel frangente. Non sapevano quale intenso e profondo rapporto ti legava “ai tuoi ragazzi”, quelli che ti seguivano giorno e notte per proteggerti; non sapevano che temevi più per la loro vita che per la tua e quanti stratagemmi usavi per liberarli ogni tanto dai rischi. Uno degli agenti della tua scorta è poi stato per quindici anni nella mia: parlava moltissimo di te e dalle sue parole trasparivano insieme l’affetto e l’orgoglio di esserti stato accanto.
Non credo sia un caso che i nostri figli, cresciuti circondati da uomini così coraggiosi e che in qualche modo erano ormai parte della nostra famiglia allargata, abbiano scelto di indossare la divisa della polizia di Stato.
Eppure, caro Paolo, andavi avanti. Sempre. Poi ci fu il 23 maggio e tutto cambiò in un attimo. Fu il tuo viso affranto a darmi la consapevolezza che non c’era più niente da fare per Giovanni e che, per usare le tue parole, con la sua “era finita una parte della mia e della nostra vita”.
Iniziarono i giorni peggiori: si stava avverando la profezia che Ninni Cassarà  ti aveva fatto sul luogo dell’omicidio di Beppe Montana: “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”.
Accettasti con piena consapevolezza, ancora di più che negli anni precedenti, ogni rischio, ogni conseguenza del lavoro che avevamo scelto e della testarda convinzione di farlo fino in fondo.
Sentivi che il tempo stringeva. In meno di due mesi hai fatto ogni sforzo possibile per arrivare alla verità  su Capaci e per difendere l’eredità  di Giovanni, rifiutando con una dura lettera al ministro Scotti la proposta, imprudentemente fatta in pubblico, di riaprire per te il concorso per la Procura antimafia, quel concorso che aveva visto Falcone perdente.
Hai cercato in ogni occasione possibile di risvegliare la coscienza del Paese. Ci sei riuscito, caro Paolo: la registrazione dei tuoi interventi di quelle settimane — il ricordo di Giovanni fatto agli scout nella chiesa di San Domenico a un mese dalla sua morte e meno di un mese prima della tua, in cui sottolineavi tre volte la “perfetta coscienza” con cui lui, Francesca e tutti gli uomini della scorta affrontavano il rischio di morire, l’intervento presso la biblioteca comunale del 25 giugno, le numerose interviste rilasciate, mai così tante come in quei giorni — sono tra i documenti più limpidi per capire chi eri tu, chi era Giovanni, quale straordinario impegno — “per rendere migliore Palermo e la patria cui essa appartiene” — la mafia ha cercato di spezzare con la vostra morte, senza riuscirci.
Ripeto spesso anche io quelle parole, le diffondo come una sorta di testamento che hai voluto lanciare ai giovani riuniti in chiesa per il trigesimo, parlando del tuo amico ma in fondo, ne sono sicuro, anche di te:
“Sono morti per tutti noi e abbiamo un grande debito verso di loro: dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera:
— facendo il nostro dovere;
— rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici;
— rifiutando del sistema mafioso anche i benefìci che potremmo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro);
— collaborando con la giustizia;
— testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia;
— troncando immediatamente ogni legame di interesse, anche quelli che ci sembrano più innocui, con qualsiasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli
— accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità  di spirito;
— dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo.”
Cinquantasette giorni: pochi per fare tutto quello che avresti voluto, ma forse sufficienti per prepararti a morire in “perfetta coscienza”.
Avevi sempre saputo che la mafia ti avrebbe ucciso, eri riuscito persino ad abbracciare Vincenzo Calcara, il killer che era stato incaricato di farlo a Marsala, dove vivevi ancora più blindato, e a scherzarci proprio con lui durante un interrogatorio: “Hai sbagliato, a Marsala era difficile, dovevi provarci a Palermo”.
Non accettavi il consiglio di chi, forse non conoscendoti abbastanza, ti invitava a mollare la città , tu che alla camera ardente dei caduti a Capaci, avevi avvisato tutti: “Chi vuole andare via da questa Procura se ne vada, ma chi vuole restare sappia quale destino ci attende: il nostro futuro è quello lì”, puntando il dito verso le cinque bare. Ma in quei caldi giorni di luglio la consapevolezza che il tempo ti stesse sfuggendo dalle mani ti portò a prepararti anche spiritualmente, da fervente cattolico quale eri. Alla camera ardente del palazzo di giustizia allestita per le vittime del 23 maggio stringesti i rapporti con un giovane prete, il cugino di Vito Schifani, quello che sosteneva la moglie Rosaria mentre tuonava in chiesa contro i mafiosi, e fu proprio a lui che, pochi giorni prima di morire, chiedesti di confessarti, perchè non eri sicuro di arrivare alla domenica successiva.
La tua vita finì proprio quella domenica, il 19 luglio.
Ti sei alzato presto, alle 5, per “fregare” due ore alla giornata, parlare al telefono con Fiammetta che era in vacanza in Thailandia e rispondere a una professoressa del liceo Cornaro di Padova: le tue ultime parole sulla mafia, qualche ora del tuo poco tempo libero dedicata a ragazzi mai visti, nel primo giorno in cui ti eri imposto di non lavorare.
Poi una mattinata di mare, a Villagrazia di Carini, per un ultimo bagno e un pranzo con gli amici e la famiglia. Un piccolo spazio di tempo dedicato a loro, che con dolore avevi trascurato negli ultimi giorni: un po’ per l’impegno infaticabile nel lavoro, un po’ per abituarli a quel tragico distacco che sapevi avrebbero vissuto a breve.
Il lunedì successivo saresti dovuto andare dal procuratore di Caltanissetta per rivelare ciò che sapevi sulla fine di Falcone, su ventilate ipotesi di dissociazione dei boss all’ergastolo, sulle ultime indagini di Giovanni nel settore degli appalti pubblici che volevi riprendere personalmente, riesumate nel corso di un incontro riservato, fuori dalla Procura di Palermo, con i vertici operativi del Ros dei carabinieri
In via D’Amelio, sotto casa di tua madre, c’erano troppe auto parcheggiate: nonostante le numerose segnalazioni per evidenti ragioni di sicurezza, non era ancora stato imposto l’obbligo di rimozione. Una gravissima omissione.
Da giorni avevano già  occupato il posto più vicino al citofono, per poi sostituire l’auto posteggiata con la Fiat 126 imbottita di esplosivo in attesa del tuo arrivo.
Un attimo, un boato, l’inferno. Perdeste la vita tu, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi.
Il tuo affezionato autista, Antonio Vullo, che stava facendo manovra con la tua auto blindata, provò disperatamente a soccorrervi, venendo investito da un’ondata di fumo, fiamme e calore. I dettagli di quel che avvenne sono così carichi di orrore che preferisco non ripeterli.
Ero a Roma in quel momento — continuavo a lavorare, dopo la morte di Giovanni, al ministero di Grazia e giustizia— e mi precipitai a Palermo con un volo di Stato insieme al ministro Martelli.
Il dolore e la rabbia si rinnovarono, insieme all’angoscia e allo smarrimento.
Tante domande iniziarono ad affollarsi nella mia mente: perchè un’ulteriore strage a distanza così ravvicinata dopo Capaci?
Era la paura che Borsellino diventasse procuratore nazionale antimafia, non essendo stata ancora resa nota la sua lettera di rifiuto?
O il timore che avrebbe portato avanti le indagini su mafia e appalti?
Serviva ad alzare il prezzo della tregua nella guerra contro lo Stato?
O ancora, un coacervo di interessi, quel connubio tra imprenditoria, massoneria e servizi deviati che vedevano in pericolo i loro lucrosi affari e gli illeciti profitti?
Era il paventato pericolo dello sconvolgimento politico dopo Tangentopoli? Probabilmente ciascuna e tutte queste motivazioni insieme: di certo non basta l’ipotesi della vendetta contro un nemico giurato, sapevano che la reazione dello Stato sarebbe dovuta essere implacabile: quella seconda strage comportava più rischi che vantaggi per Cosa nostra.
Da Palermo tornai a Roma, per aspettare il rientro di Fiammetta da Bangkok e accompagnarla al tuo funerale.
Nel frattempo, alle esequie degli agenti, assistemmo a un nuovo momento di vicinanza tra i cittadini di Palermo e l’Italia intera, un momento di rabbia cieca contro la mafia, di indignazione verso le istituzioni che non avevano fatto abbastanza, ancora una volta, per difendere i propri cittadini migliori, un momento di dolore per le vittime e di profonda solidarietà  con i loro familiari.
C’è un’altra vittima di quell’attentato, anche se non per effetto della spaventosa esplosione di via D’Amelio.
Una ragazza di soli diciassette anni, Rita, la tua “picciridda”. A quell’età  si dovrebbero inseguire i sogni, progettare il futuro, vivere la bellezza di un’età  spensierata.
Invece Rita Atria patì il dolore per la morte del padre e del fratello, affiliati a Cosa nostra; con coraggio denunciò quanto sapeva, subendo il ripudio della sua famiglia; soffrì per la solitudine a cui la relegarono. Eri tu il suo sostegno.
La ascoltavi, la incoraggiavi, le davi la forza per affrontare gli ostacoli. Avevi un rapporto protettivo con le donne che decidevano di collaborare con la giustizia e che per questo venivano isolate dalle loro stesse famiglie.
Grazie alle parole di Pietra Lo Verso, Giacoma Filippello, Piera Aiello, Rosalba Triolo imparasti a decifrare, come nessun altro prima, il rapporto che lega le donne ai mariti o ai parenti mafiosi, ad analizzare il loro ruolo in seno a Cosa nostra.
Una settimana dopo la tua morte, Rita non ce la fece più e si suicidò. Al conto delle vittime di via D’Amelio andrebbe aggiunto anche il nome di questa giovanissima donna, che ha saputo dare dignità  al poco tempo che il destino le ha concesso.
Niente è stato più lo stesso: dopo il 19 luglio sono stati in tanti a portare avanti il tuo ricordo, a partire dai tuoi fratelli Rita e Salvatore.
La tensione morale intorno a te e a Giovanni non è mai diminuita: siete tra le poche figure non controverse, icone trasversali di un Paese che ha disperatamente bisogno di credere in qualcuno e che nelle vostre vite ha trovato un punto di riferimento, una sorgente dalla quale attingere forza e voglia di impegnarsi nel proprio quotidiano.
Per scriverti questa lettera, caro Paolo, ho ripreso gli appunti che avevo usato nel 2002 per commemorare i dieci anni dal tuo assassinio.
C’era già  una sentenza, ma dalle parole che usai emergono i tanti dubbi che avevo, e non solo io, sulla ricostruzione di Vincenzo Scarantino.
Dissi che era emersa solo una parte di verità , ma non tutta: “Dopo dieci anni di indagini ancora non si è trovato il bandolo della matassa sotto il profilo giudiziario. Ma di sicuro c’è l’aspirazione di tutti i giudici inquirenti, a qualsiasi ufficio appartengano, di consegnare al popolo italiano il quadro di una situazione, che al di là  della rigida e ardua ricostruzione di un valido contesto probatorio, va chiarita in tutti i suoi aspetti, rispondendo a domande fondamentali, che ancora oggi rimangono senza risposta”.
Ne ero così convinto che non ho mai smesso di indagare sulle stragi, qualsiasi ruolo abbia ricoperto.
Da procuratore nazionale ho avuto nel 2008 la conferma di quel che avevo intuito. Dopo aver insistito per anni, finalmente Gaspare Spatuzza iniziò a parlare, e grazie alle sue inedite confessioni il quadrò cambiò del tutto.
Persone innocenti vennero scarcerate, sentenze passate in giudicato vennero messe in discussione. Iniziò una nuova stagione processuale, con nuovi colpevoli noti e altri ancora ignoti; a tanti improvvisamente tornò la memoria di fatti di cui non avevano mai parlato.
Proprio per trovare quei colpevoli ancora nascosti ho usato ogni strumento in mio possesso al fine di arrivare alla verità .
Ho lasciato la Procura orgoglioso di aver continuato a ricercare informazioni per dare nuovi spunti alle indagini sulle stragi e sugli omicidi “eccellenti”.
Quelle informazioni, raccolte grazie ai colloqui investigativi, sono diventate atti d’impulso alle Procure, tracce e suggerimenti da approfondire per trovare, se ve ne sono, conferme e riscontri.
La mia speranza, caro Paolo, è che, com’è successo con Spatuzza, possano esserci nuovi collaboratori, interni o esterni alla mafia, che aiutino i magistrati impegnati su questo fronte a far piena luce sui tanti punti oscuri che ancora rimangono nella nostra storia.
Alle forze dell’ordine e ai magistrati che si impegnano ogni giorno, con dedizione, sacrifici e talvolta anche a rischio della vita, non devono mancare solidarietà , risorse, tecnologie e strumenti adatti per soddisfare questa ansia di verità .
Quella mafia infame e violenta che ha deciso il tuo assassinio non c’è più: alcuni sono morti in carcere, altri sono ancora oggi detenuti.
Dal 1993 non abbiamo assistito a omicidi così eclatanti: la strategia della sommersione prosegue.
Sotto il profilo che definiamo militare la repressione investigativa ha funzionato. Questo non significa che la mafia sia stata sconfitta. Ha imparato a mimetizzarsi ancora meglio, lascia silenziose le armi ma continua a lucrare sui fondi pubblici e sul malessere della popolazione.
Molte indagini, non solo in Sicilia ma in tutto il Paese, hanno svelato complesse reti di relazioni fra mafiosi, politici, imprenditori, professionisti e amministratori pubblici, inizialmente caratterizzate da intimidazione e violenza, alle quali poi si aggiungono collusione e corruzione, fino a diventare coincidenze di interessi.
Sappi che nell’unico giorno in cui sono stato senatore prima di essere eletto presidente del Senato, ho presentato un disegno di legge per affinare gli strumenti utili a colpire il fenomeno dell’economia criminale sotto i diversi aspetti della corruzione, del riciclaggio, dell’evasione fiscale, del falso in bilancio e del voto di scambio.
Dopo qualche anno, seppur con modifiche ne hanno annacquato la portata, le mie proposte, quelle che tante volte da magistrati avevamo discusso e proposto ma non avevano visto la luce, sono diventate legge.
Avevo anche chiesto che fosse istituita una commissione d’inchiesta su tutte le stragi irrisolte, mafiose e terroristiche, per cercare, con altri strumenti, i pezzi mancanti di verità , ma la proposta non è passata.
Siamo sempre stati consapevoli, d’altronde, che la lotta alla mafia non può essere solo una battaglia giudiziaria o di ideali: è necessario intervenire sulla prevenzione, e quindi sulle condizioni di sviluppo, sulla capacità  dei territori di attrarre investimenti e risorse, per sottrarre quella larga parte di ragazzi che non studiano e non lavorano alle lusinghe del crimine
Nulla potrà  fermarci dal continuare. Ci sono tantissime persone che, guardando al vostro esempio, difendono lo Stato, la Costituzione e i suoi valori.
Politici che vivono seriamente il loro impegno, come il presidente della Repubblica: un uomo che è parte di questa dolorosa storia e che rappresenta un sostegno affidabile e coerente per tutti i familiari delle vittime e per i cittadini che non si arrendono. Sindaci che guidano il cambiamento nel loro territorio, e per questo vengono minacciati. Magistrati che vanno avanti con coraggio. Giornalisti che fanno emergere, talvolta prima degli investigatori, gli intrecci criminali, spesso costretti anche loro a una vita blindata.
Professori che a scuola, ogni mattina, trasmettono alle giovani generazioni i valori per cui avete vissuto e per cui siete morti, raccontano la vostra storia, educano a una cittadinanza consapevole.
Cittadini che scelgono per i loro acquisti i negozi che non pagano il pizzo, che fanno i volontari nelle tante associazioni antimafia, che lavorano gratuitamente sulle terre confiscate, che denunciano, che protestano, che non stanno più zitti. È un numero che cresce costantemente, che mi dà  speranza, perchè sono frutto del vostro sacrificio.
Ora ti immagino insieme ad Agnese. L’ultima volta che l’ho sentita, poco prima che morisse, ero insieme a tua figlia. Ho incontrato Lucia a Palermo qualche giorno dopo la mia elezione a presidente del Senato, mi ha detto che la sua salute era peggiorata e me l’ha passata al telefono.
La voce era affaticata, ma non l’animo coraggioso in quel corpo minuto. Mi sono tornati in mente ricordi lontani di quando, da ragazzi, prima che vi conosceste, venivo invitato il sabato sera alle feste a casa sua, lei le chiamava “serate danzanti”.
Per vent’anni, dopo la tua morte, ha condotto una battaglia discreta per arrivare alla verità . Quella battaglia continua ancora oggi.
La mattina del 24 luglio, il giorno dei tuoi funerali, atterrammo con Fiammetta all’aeroporto di Punta Raisi, che oggi è l’aeroporto “Falcone e Borsellino”.
Era l’alba, e la bellezza del sole che sorgeva dal mare e di Monte Pellegrino strideva terribilmente con gli orrori compiuti dagli uomini.
Mi vennero in mente le tue parole sulla nostra “terra bellissima e disgraziata”: non le ho mai sentite così vere come in quel momento.
Quel contrasto ancora mi ferisce ma la Sicilia non è più la terra degli infedeli: saresti orgoglioso dei successi ottenuti in questi venticinque anni, anche se non è ancora l’isola libera che sognavamo.
Continueremo a credere in quel sogno. Continueremo a fare tutto il possibile perchè si avveri. Potremo dirci soddisfatti solo quando, e succederà , la mafia avrà  una fine.
Tuo, Piero

(da “Huffingtonpost”)

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“IL DRAMMA C’E’, VE LO FACCIAMO VEDERE ANCHE DURANTE I MONDIALI DI NUOTO, INUTILE CHE VI GIRATE DALL’ALTRA PARTE”

Luglio 17th, 2017 Riccardo Fucile

PARLA IL COMPOSITORE DE “L’URLO DI LAMPEDUSA”, COLONNA SONORA DELL’ORO DELL’ITALIA NEL NUOTO SINCRONIZZATO AI MONDIALI DI BUDAPEST

Inatteso e insperato, il primo oro italiano ai Mondiali di nuoto arriva dal duo misto di nuoto sincronizzato — specialità  nella quale l’Italia non aveva mai vinto un titolo — grazie a Giorgio Minisini e Manila Flamini.
La coppia azzurra è riuscita a battere la Russia e gli Stati Uniti con un esercizio che — al di là  dell’esecuzione tecnica — è risultato assai attuale e intenso per il tema proposto: A scream from Lampedusa.
Curato da Michele Braga con la coreografia di Anastasija Ermakova, “L’urlo da Lampedusa” interpretato da Minsini e Flamini ha portato in acqua il dramma e la speranza di tante famiglie che ogni giorno fuggono da guerra, fame e persecuzioni politiche e religiose.
I due azzurri hanno incantato in una prova che è valsa un 90.2979, maggiore di tre centesimi rispetto ai russi e decisamente migliore dell’87.6682 raccolto dagli Stati Uniti.
Il compositore del brano eseguito da Minisini e Flamini ha spiegato all’Adnkronos come è nata la musica dedicata agli sbarchi sull’isola di Lampedusa: “Era appena affondato l’ennesimo barcone pieno di uomini, donne e bambini, e molti erano morti — racconta Braga ricostruendo i giorni in cui ha partorito l’idea — Sapevamo che dare un contenuto sociale e politico poteva essere anche sbagliato a livello strategico in una competizione sportiva, ma ci abbiamo provato lo stesso, anche per battere un colpo nella comunità  internazionale, per dire: “Il dramma c’è, ve lo facciamo vedere anche durante i mondiali di nuoto, è inutile che vi girate dall’altra parte”. Questo era un po’ il senso”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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JUSTIN TRUDEAU HA INCONTRATO IL NEONATO RIFUGIATO IN CANADA A CUI E’ STATO DATO IL SUO NOME

Luglio 17th, 2017 Riccardo Fucile

IL PICCOLO E’ NATO DUE MESI FA A CALGARY

Justin Trudeau ha incontrato Justin Trudeau, anzi, lo ha preso in braccio.
Nel corso di una manifestazione tradizionale a Calgary, in Canada, il primo ministro del Nord America ha infatti avuto modo di incontrare il suo omonimo di appena due mesi, nato da una coppia di rifugiati siriani accolti in Canada nel 2016 e che per sdebitarsi hanno chiamato il terzogenito proprio come il premier.
Mamma Afraa e papà  Muhammed, infatti, hanno dato in braccio a Trudeau il loro figlioletto – il cui nome completo è Justin Trudeau Adam Bilan -, che ha continuato a dormire beatamente nonostante le braccia famose che lo stringevano.
La famiglia fuggì da Damasco a causa della guerra e arrivò nel febbraio 2016 in Canada, quindi prima che Afraa partorisse Justin Trudeau Jr.
Il piccolo, infatti, è nato a Calgary, città  che ospita all’incirca mille rifugiati siriani, tra cui la famiglia Bilan.
Salutato il piccolo omonimo, poi, il leader canadese ha continuato a festeggiare insieme ai suoi compatrioti, servendo da mangiare, salutando i bambini presenti e accogliendo una comunità  di rappresentanza degli indiani d’America.
La giornata – sicuramente emozionante – di Trudeau si è poi conclusa con un rodeo visto tra gli spalti della locale struttura.
Tra sorrisi e disponibilità , Justin ha fatto innamorare di sè i canadesi (e il mondo) ancora una volta.

(da agenzie)

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IMPARIAMO DAI 10 MILIONI DI VOLONTARI ITALIANI

Luglio 12th, 2017 Riccardo Fucile

SONO TANTE LE BUONE CAUSE ALLE QUALI SI DEDICANO, A DIFFERENZA DI CHI SA SOLO PENSARE A SE STESSO

Secondo una ricerca Istat (2013) circa 1 italiano su 8 svolge attività  a titolo gratuito volte al beneficio degli altri, della comunità  o dell’ambiente.
In Italia il numero di volontari è stimato in quasi 7 milioni di persone, che si impegnano in un gruppo o in un’organizzazione e altri 3 milioni invece lo fanno in maniera non organizzata.
Possiamo quindi affermare che la disponibilità  dei nostri concittadini a impegnarsi per una buona causa è un ottimo indice di solidarietà  del nostro Paese. Un dato piuttosto confortante.
E se dovessimo stilare una classifica delle “Buone Cause” che spingono gli italiani a offrire il proprio aiuto, vedremmo che la violazione dei diritti, soprattutto i maltrattamenti verso i bambini (60,8%) e le donne (56%), si trova al primo posto. Seguono l’assistenza agli anziani (58%), alle persone con disabilità  (56%) e ai malati gravi o terminali (52%).
Il supporto giunge poi alle categorie più disagiate con un’elevata attenzione alla povertà  e all’emarginazione (54%), la tutela e il sostegno ai lavoratori e ai disoccupati (50%).
Coinvolgenti sono inoltre le cause per la difesa e la conservazione dell’ambiente sia in Italia (49%) sia nel mondo (44%) (Astra Ricerche, 2015).
Spesso si pensa che fare volontariato sia un lusso per pochi, associando l’impegno gratuito all’elevato status socio-economico.
La ricerca Istat afferma invece che è lo status socio-culturale a incidere maggiormente: il 22,1% di coloro che hanno conseguito una laurea ha avuto esperienze di volontariato contro il 6,1% di quanti hanno la sola licenza elementare.
È dunque una questione di ricchezza culturale e la vera solidarietà  di coloro che fanno volontariato sta proprio nel dono che fanno agli altri di sè stessi, del proprio tempo e della propria conoscenza.
Alcuni inoltre credono che diventare volontario sia quasi esclusivamente una missione. Invece vorrei permettermi di dire che questa attività  non deve essere pensata come una di quelle cose che si fanno solo per bontà  d’animo o per trovare qualcosa che faccia passare il tempo sentendosi utili.
Essere volontario significa sentire propria una causa e offrire il proprio tempo, il proprio bagaglio culturale e il proprio know-how con lo scopo di rispondere concretamente ai problemi a essa legati. Ovviamente auspicando, in un mondo perfetto, di risolvere il problema.
Questo è lo spirito che mi ha mosso da sempre, per esempio quando ancora ventenne, con alcuni amici avevo organizzato un’attività  di doposcuola per i ragazzi con difficoltà  di apprendimento, nell’oratorio del mio quartiere, a Milano.
E anche Roberta, 33 anni, una nostra volontaria di Palermo ha iniziato con questo proposito:
“Non tollero la disuguaglianza sociale e mi fa rabbia l’idea che l’accesso alla cultura non sia uguale per tutti. Così ho cominciato a collaborare con WeWorld Onlus perchè penso che per cambiare le cose sia necessario agire. Per l’Associazione svolgo attività  nel Centro Frequenza200 della mia città , offrendo un supporto nell’organizzazione degli eventi e nella promozione dei progetti. – E a chi desidera diventare volontario dice – Credetemi, riceverete sempre più di quanto date. Il volontariato apre la mente, aiuta a conoscere e ad aprirsi all’altro. Rende migliore il posto in cui vivete, migliorando anche voi.”
A lei si unisce il pensiero di Roberto, pensionato di 68 anni di Milano che ci supporta da diversi anni e riassume così la sua esperienza:
“Per me fare il volontario è un momento di gratificazione. Non importa se quello che fai sono piccole cose come, per esempio, aiutare i visitatori ad Expo o insegnare l’uso di un Pc a un profugo. Sono proprio le piccole cose che aiutano qualcuno e ti fanno provare e sentire la vicinanza a chi aveva un problema.”
E dai piccoli gesti scaturisce quel meccanismo di solidarietà  che porta gratificazione e riconoscenza a chi dona e a chi riceve. Come in un progetto di vita ideale: se tutti trasportassimo nelle nostre attività  la profonda dedizione e l’impegno sentito di chi svolge volontariato, e innescassimo un meccanismo in cui chi riceve un aiuto debba ricambiare il favore verso un’altra persona che ha bisogno, le prospettive per un futuro migliore aumenterebbero tempestivamente.

(da “Huffingtonpost”)

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CALAIS, LA STORIA DI EVA: “IO, MIGRANTE SENZA NIENTE, SONO SOLIDALE CON L’ITALIA”

Luglio 11th, 2017 Riccardo Fucile

LA RAGAZZA ETIOPE DI 17 ANNI FUGGITA DALLA GUERRA: “NON E’ GIUSTO CHE L’ITALIA VENGA LASCIATA SOLA A GESTIRE L’EMERGENZA”

A Calais, la “Giungla” non esiste più, ma di migranti ce ne sono eccome.
Le associazioni umanitarie parlano di circa 700 disperati che dormono dove possono, braccati dalla polizia che ha precisi ordini di non permettere più la formazione di accampamenti di fortuna.
Di giungle a Calais non ce ne possono più essere, tant’è che le autorità  stanno lavorando alla realizzazione di un’area naturale dove, fino allo scorso ottobre, vivevano circa settemila migranti che ogni notte tentavano di oltrepassare la Manica. Oggi le cifre sono inferiori, ma il flusso di disperati è dato in aumento — senza considerare che a La Chapelle, periferia nel nord di Parigi, sono stati sgomberati oltre 2.700 migranti, molti dei quali arrivati da Calais.
Tra i migranti che sono rimasti, o tornati, a Calais ce ne sono di giovanissimi. Alcuni ragazzini eritrei di 13 anni mi raccontano del loro lungo viaggio attraverso il deserto africano verso la Libia, dove hanno fatto tre o quattro mesi di carcere.
Nelle prigioni libiche succede di tutto, mi raccontano di privazioni di ogni tipo, violenze fisiche quotidiane e abusi sessuali nei confronti di ragazzine e ragazzine da parte delle guardie.
Da quell’incubo non si esce facilmente, quasi sempre pagando una cifra di denaro racimolata in qualche modo. Poi il viaggio sui barconi verso l’Italia e il lungo calvario fino al Nord della Francia, verso quel sogno, forse un po’ mitizzato, chiamato Regno Unito.
Tra tutte queste storie, mi colpisce quella di Eva (nome fittizio), una ragazza etiope di “quasi 17 anni”, come dice lei.
Eva è una delle pochissime ragazze che, in tanti viaggi a Calais, decide di parlare con me. Le donne, nelle tende della Giungla, fuggivano i giornalisti e le telecamere. Spesso erano custodite gelosamente dai loro compagni, fratelli o padri e a volte da questi sfruttate, visto che ai tempi della Giungla, si poteva ricevere del sesso orale nelle ore notturne per 5 euro.
Eva mi racconta la sua storia senza inibizioni, con un sorriso sulle labbra ricordo di tempi lontani, di quando nel suo Paese, l’Etiopia, viveva una vita povera ma normale. Il suo inglese è ottimo grazie ai film che guardava a casa, prima che l’ennesima escalation di violenze interne al Paese e frutto di tensioni mai risolte al suo interno e con la vicina Eritrea, non l’hanno costretta ad una fuga rocambolesca.
Del padre militare non ha nessuna notizia, non sa nemmeno se sia ancora vivo.
Contrariamente a tanti altri suoi coetanei, il suo passaggio dalla Libia è stato piuttosto indolore. Anche lei attraversa il Mediterraneo con un barcone e approda in Sicilia. Da lì arriva a Roma in treno e nella capitale resta due mesi, dormendo per la strada. “In Italia non è facile per noi, i migranti sono davvero tanti“, confessa. Da lì la decisione di partire per il Nord Europa, la terra promessa per migliaia di africani, e non solo.
“Non è giusto che l’Italia sia lasciata da sola a gestire quest’emergenza — mi dice — gli altri Paesi europei dovrebbero dimostrare più solidarietà , in fondo anche gli europei, in passato, sono stati profughi”. Le sue parole mi spiazzano. Lei, migrante senza niente, solidarizza con il popolo italiano. Non so cosa risponderle.
A Calais si trova da qualche mese, dorme nella vicina foresta, ma in uno stato di dormiveglia costante perchè se la polizia la trova sono dolori, nel vero senso della parola. Niente letto, niente tenda, niente bagno. Niente. Penso alle sue coetanee europee e le chiedo come fa una ragazza di 17 anni senza doccia, senza toilette.
Mi guarda negli occhi e sorride. Oggi, gli unici aiuti li riceve dai giovani volontari di associazioni come l’Auberge des migrants che ogni giorno dispensano pasti caldi, acqua e qualche coperta, che ogni notte la polizia — per ordini superiori — sequestra.
Adesso il suo sogno, come quello di tutti a Calais, è raggiungere l’Inghilterra: “Avere finalmente una vita tranquilla, poter studiare, trovare un lavoro”, mi dice.
Le faccio i miei migliori auguri. Mi sorride per l’ennesima volta, e prima di lasciarmi mi dice: “Sai, vorrei fare la giornalista anch’io un giorno, raccontare i fatti, denunciare le ingiustizie”.
Sì, in effetti nel mondo di ingiustizie ce ne sono tante.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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PANINOTECA DI NAPOLI REGALA CIBO A VOLONTA’ AI BAMBINI MALATI DI CANCRO RICOVERATI AD ONCOLOGIA

Giugno 30th, 2017 Riccardo Fucile

IL MESSAGGIO DELLO STAFF: “PASSATE UNA SERATA DI GIOIA”… UNA LEZIONE DI UMANITA’ IN UNA SOCIETA’ MALATA DI EGOISMO

Se c’è una cosa che i bambini amano fare è giocare e chiacchierare con i coetanei, vivendo la loro infanzia con spensieratezza.
Consci della volontà  dei più piccoli di stare insieme, i volontari di DiamoUnaMano hanno organizzato una cena speciale al reparto pediatrico di oncologia del policlinico di Napoli, riunendo tutti i bambini degenti e lasciando loro scegliere il cibo agli stessi piccoli.
Ma quando una volontaria è andata in un negozio poco distante a ritirare l’ordinazione, è rimasta sorpresa del bel gesto di generosità  dei titolari, che hanno deciso di non far pagare nulla all’associazione e hanno lanciato un messaggio di affetto ai bambini malati.
Come dimostra un post pubblicato sulla pagina Facebook della ONG, infatti, Egidio e Teresa – i titolari della panineria napoletana Puok – hanno voluto donare davvero una serata spensierata ai tanti piccoli degenti del policlinico: “Arriva Vivi [la volontaria incaricata di ritirare l’ordinazione, ndr.], con buste piene zeppe di panini, patatine, salse di tutti i tipi, e ci da un bigliettino (quello in foto), ci siamo emozionati tutti; ma non perchè non ci abbia fatto pagare nemmeno 1€, o perchè ci abbia mandato il doppio di quello che avevamo richiesto, ma per il modo e soprattutto l’amore in cui quel gesto è stato fatto” si legge nel post.
“Che sia un momento di gioia” è stato infatti il messaggio scritto a penna dai titolari del Puok sullo scontrino (il cui totale era di zero euro) consegnato a DiamoUnaMano, accompagnato da un cuoricino.
Del resto, lo staff della paninoteca già  in passato aveva dimostrato una grande generosità  nei confronti dei pazienti di pediatria.
“Forse di persone così buone sulla terra ne esistono poche” commentano i volontari della ONG su Facebook. “Ci hanno più volte dimostrato la loro umiltà , il loro amore verso il prossimo, la loro bontà  d’animo, sono già  stati presenti in passato sul reparto per i nostri ragazzi, ma ieri si sono superati”.
Gli utenti del social di Zuckerberg hanno reso virale il post (accordandogli quasi 4mila “mi piace”) e hanno ringraziato i titolari del Puok.
“Storie come questa, in un periodo arido di cuore, accendono una speranza in tutti noi!” scrive infatti un’utente, mentre un altro fa sapere: “Grande gesto, la migliore medicina per l’anima sono l’altruismo e la generosità “.
Come dargli torto’

(da agenzie)

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MAX BIAGGI: “HO RISCHIATO DI MORIRE E HO CAPITO CHE L’AMORE VALE PIU’ DI TUTTO”

Giugno 30th, 2017 Riccardo Fucile

“BIANCA, IL MIO ANGELO CUSTODE”… SOLO IL 20% DEI PAZIENTI SOPRAVVIVE CON QUESTO TIPO DI TRAUMA TORACICO

Ha 12 costole rotte, è appena uscito dall’ospedale ma dovrà  ora iniziare un lungo percorso di riabilitazione prima di tornare al 100%.
Eppure, Max Biaggi non si lamenta del dolore fisico e dei contraccolpi psicologi del brutto incidente di Latina e al Corriere della Sera racconta quanto i suoi cari lo abbiano supportato.
“Mio padre si è spaventato tanto. Pensi che mi ha pure tenuto la mano: erano 45 anni che non lo faceva! È stato bellissimo. [Con Bianca Atzei] non ci stacchiamo mai già  nella vita di tutti giorni. Avevo e ho un gran bisogno di lei. È il mio angelo custode, la persona che amo più di tutte al mondo. [Con i miei figli] cercavo di fare quello sano, ma più di tanto non ce l’ho fatta…»”.
E proprio un’esperienza tanto traumatica gli ha fatto capire quali siano le cose più importanti della vita.
“L’amore generato da un figlio, da una famiglia, da una compagna non lo percepisci davvero fino a quando non ti trovi sul baratro. Ho capito che non dobbiamo trattenere i sentimenti ma dare e dire quello che si ha dentro sempre, non solo nelle difficoltà . L’amore che dai torna: quello arrivatomi da ogni parte del mondo e da tanta gente sconosciuta mi ha commosso. Altro che vincere un Mondiale…”
Del resto, nonostante ora il pluricampione sia sereno, l’incidente del 9 giugno è stato piuttosto grave.
“Il primario della rianimazione, Claudio Ajmone Cat, mi ha spiegato la gravità  del trauma e mi ha detto che con questo tipo di trauma toracico maggiore sopravvive solo il 20 per cento dei pazienti. Lì, lo confesso, me la sono fatta addosso dalla paura”

(da “il Secolo XIX”)

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DALLA NAZIONALE ALL’AFRICA: GIOCATRICE DEL BRESCIA LASCIA IL CALCIO E DIVENTA MISSIONARIA

Giugno 23rd, 2017 Riccardo Fucile

ELISA MELE, 21 ANNI: “ANDRO’ IN MOZAMBICO, POI STUDIERO’. VOGLIO METTERE IL MIO TALENTO A DISPOSIZIONE DEGLI ALTRI”… “INTRAPRENDERE UN NUOVO CAMMINO SPAVENTA, MA E’ PIU’ PERICOLOSO RIMANERE FERMI”

Dalla maglia azzurra al Mozambico. Elisa Mele, 21enne centrocampista del Brescia Calcio Femminile, lascia il calcio per diventare missionaria.
Addio al pallone: passerà  l’estate in Mozambico, poi andrà  avanti con gli studi. Settimana scorsa, era titolare nella finale di Coppa Italia persa dalle Leonesse contro la Fiorentina. E’ stata la sua ultima partita.
Addio al calcio, al giro della Nazionale, a una passione che ha coltivati dai tempi dell’oratorio. A agosto volerà  in Mozambico, Africa.
«Andrò in missione con altri ragazzi miei coetanei. Sarei egoista e poco credibile anche con me stessa a dire che partirò solo per aiutare e per fare del bene perchè, sono convinta, che prima di tutto andrò per essere aiutata e per ricevere tanto bene. Donando si riceve e sono sicura che riceverò tantissimo. Da settembre invece intraprenderò un percorso di studi e le tempistiche non saranno più compatibili con partite ed allenamenti. Lascio il calcio – chiosa – perchè mi sono resa conto di voler mettere la mia vita e, quindi, anche questo talento a disposizione degli altri».
Cresciuta nel Brescia Femminile, ha collezionato 44 presenze e otto reti con il club in undici stagioni tra settore giovanile e prima squadra.
Ha vinto scudetto e Coppa Italia, giocato in Champions, esordito in nazionale nel corso del Torneo di Manaus lo scorso dicembre, collezionando tre presenze.

Questa la lettera scritta da Elisa:
Appesa in camera ho la foto della mia prima squadra di calcio: anno 2002. Avevo 6 anni. Giocavo nel mio oratorio, Santa Maria della Vittoria, di cui sono particolarmente orgogliosa. Man mano scorro tra le varie foto appese ne vedo altre. Anno 2007, Brescia Calcio Femminile, primo anno da piccola leonessa. In realtà  l’anno prima avevo partecipato ad un Porte Aperte e avrei dovuto iniziare all’età  di dieci anni ma, per motivi di lavoro dei miei genitori e per la distanza del campo, non avevo potuto cominciare. Il Brescia è stata la mia famiglia da quando avevo dieci anni. Dalle Pulcine alla Serie A, dalla maglia dell’oratorio alla maglia azzurra della nazionale. Quante partite con quella maglia indosso, quante vittorie, quanti pianti, quanta passione ed entusiasmo.
Se sono la ragazza che sono adesso è anche grazie al calcio perchè, infondo, è lo specchio perfetto della vita di ogni giorno. Gioie, tristezze, salite, vittorie, sconfitte, sacrifici, allenamenti, ma tutto sempre con entusiasmo e soprattutto con tanta umiltà . Ho sempre sognato di arrivare dove sono arrivata ora e probabilmente anche più in alto. Poi, però, capita che i tanti progetti che avevi in testa iniziano ad essere sormontati da qualcosa di diverso.
Si potrebbe dire “la vita prende il sopravvento” ma preferisco utilizzare altri termini. Più che questo preferisco dire che ad un tratto si prende in mano la vita, ci si guarda allo specchio e ci si dice: “Che cosa voglio fare, o meglio, chi voglio essere?” e la mia sempre sicura risposta “voglio fare ed essere una calciatrice” ha iniziato a lasciare il posto a “voglio essere voce di chi non ha voce, aiuto per gli altri…voglio essere chi mi dice il cuore”. Si sa, al cuor non si comanda e quando un cuore inizia a suggerirti ed invitarti a qualcosa di bello allora si è pronti anche a fare ‘pazzie’. Sono consapevole di avere lasciato tanto, ma allo stesso tempo sono convinta che tanto troverò. Fare delle scelte comporta sempre dire no a qualcosa e sì ad altro… e io sono felice di aver fatto questa scelta nonostante tutte le paure e i mille dubbi che la accompagnano. Mi è costato tanto dire no al calcio, ci ho pensato e ripensato, ma sento che quello che intraprenderò è quello che voglio davvero fare. Ad agosto partirò un mese per il Mozambico, in Africa, e andrò in missione con altri ragazzi miei coetanei. Sarei egoista e poco credibile anche con me stessa a dire che partirò solo per aiutare e per fare del bene perchè, sono convita, che prima di tutto andrò per essere aiutata e per ricevere tanto bene. Donando si riceve e sono sicura che riceverò tantissimo. Da settembre invece intraprenderò un percorso di studi e le tempistiche non saranno più compatibili con partite ed allenamenti. Lascio il calcio perchè mi sono resa conto di voler mettere la mia vita e, quindi, anche questo talento a disposizione degli altri. Il calcio sarà  sicuramente uno strumento che utilizzerò in tante occasioni come aggregazione, educazione, gioco. Lascio il calcio giocato, non il calcio in tutto e per tutto.
Voglio ringraziare tutti, da mio papà  che è stato il mio primo allenatore a chi ci portava l’acqua al campo d’allenamento con il Brescia, da chi mi ha accompagnato alla mia prima partita di calcio a sei anni a chi mi ha sostenuta quando la decisione di smettere si faceva sempre più vicina. Grazie a tutta la società  per questi undici anni, grazie a tutto lo staff e grazie alle mie compagne di squadra. Porterò sempre tutti nel cuore, ovunque sarò. Ho letto una frase che mi piace particolarmente e che faccio mia: “Intraprendere un nuovo cammino spaventa, ma dopo ogni passo che percorriamo ci rendiamo conto di come era pericoloso rimanere fermi”.

Il Brescia: «Sei diventata una donna, grazie di tutto»
Questa la nota ufficiale diffusa dalla società , che saluta Elisa augurandogli le migliori fortune: «Il Brescia CF comunica che la calciatrice Elisa Mele ha deciso di ritirarsi dal calcio giocato all’età  di ventuno anni. La giovane centrocampista classe ’96 lascia così la maglia biancoblu dopo undici stagioni tra Settore Giovanile e prima squadra dove è diventata protagonista nella stagione 2015/16 risultando decisiva con le sue giocate e le sue reti per la conquista del secondo scudetto nella storia del Brescia e della terza Coppa Italia biancoblu, con esordio da titolare in Champions League nella gara di andata dei quarti di finale contro il Wolfsburg. In totale sono quarantaquattro le presenze collezionate con il Brescia ed otto le reti segnate, l’esordio è datato 8 dicembre 2012 in occasione di Brescia-Mozzecane terminata 4-1 quando subentrò nei minuti finali al posto di Sabatino; l’albo d’oro conta uno scudetto, una Coppa Italia e due Supercoppe Italiane, venendo anche convocata in Nazionale maggiore dal ct Cabrini in occasione della gara di qualificazione europea contro la Georgia per poi fare il proprio esordio in azzurro nel corso del Torneo di Manaus lo scorso dicembre collezionando tre presenze. In calce pubblichiamo una lettera aperta di Elisa, a cui tutto il Brescia CF dice grazie per questi splendidi undici anni passati insieme in cui da bambina è diventata donna, grazie per l’impegno ed il talento messo a disposizione della squadra con cui ha contribuito da protagonista alle ultime vittorie della società , grazie per la professionalità  ed il suo sorriso che ha accompagnato ogni nostro giorno di lavoro. In bocca al lupo».

(da “il Corriere della Sera”)

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INTERVISTA A DAVIDE NICOLA: “PEDALO PER ALESSANDRO, IL FIGLIO PERDUTO CHE GUIDA LA MIA VITA”

Giugno 15th, 2017 Riccardo Fucile

DOPO LA SALVEZZA CON IL CROTONE, L’ALLENATORE HA DECISO DI RIPERCORRERE IN BICI I SUOI LUOGHI DEL CUORE

Davide pedala lungo le strade della sua vita, nella settimana più calda dell’anno. Risale l’Italia che ha conosciuto da calciatore e da allenatore, dallo Ionio al Tirreno passando per l’Adriatico, una tappa al giorno: Crotone, Bari, Andria, Pescara, Ancona, Livorno, Genova, infine chiuderà  domenica a Torino, davanti allo stadio Filadelfia.
Alla fine saranno stati circa 1500 chilometri sui pedali. Ha perso tre chili, è tirato, sereno.
In questi giorni pensa ad Alex Zanardi, gli piacerebbe conoscerlo. «Non lo so bene neppure io perchè sono qui a fare questa cosa. Ma mi sono detto: parto per la prima tappa e vediamo. Non voglio mai perdere, lo detesto».
E tutto perchè un giornalista le chiese se avrebbe fatto una cosa particolare in caso di salvezza del Crotone, che sembrava impossibile
«Se ci pensa è paradossale: perchè, se devo dimostrare che credo fortemente in una cosa, in questo caso che il Crotone sarebbe rimasto in A, devo prometterne una che non ha senso? Cosa cambia se ti dico che sono disposto a camminare per 5000 km? Ci credi di più? Ma si vede che le persone hanno anche bisogno di qualche assurdità . E io ho accettato la sfida, avevo lanciato un messaggio e la gente si aspettava che dessi seguito. Quando le parole escono dalla bocca devono tradursi in azione, sennò non hanno senso. Del resto ciò che vedi di te stesso non è mai ciò che vedono gli altri».
Quello è un eterno problema.
«Ora io sono quello che ha portato a termine la missione impossibile, ma non è un po’ una tristezza? Se non ci fossimo salvati tutta questa magia non ci sarebbe stata. Ma viviamo spesso in funzione di ciò che ci muove rispetto agli altri, siamo anzi in contrapposizione. E ci si aspetta da noi personaggi pubblici un comportamento da superuomo, ma non quello di Nietzsche: ora il superuomo è quello che ha successo. Io sono un uomo pubblico ma anche un papà  e un marito, se mi costruissi un’altra realtà  sarebbe effimera, mi creerebbe un vuoto dentro che pagherei a lungo andare»
Ma scusi lei non lo cerca, il successo?
«Vorrei vincere dieci Champions di fila, certo. Ma io ascolto il mondo e trovo sempre le risposte che cerco. Ho bisogno di vivere emozioni molto forti. Perchè mi dà  equilibrio. Le emozioni non ti fanno fuori mai, lo diceva già  Vasco Rossi. Le emozioni non ti tradiscono. Le emozioni mi liberano, più sono forti meglio è, mettono in atto dentro me un processo chimico che mi fa desiderare, volere, dare il meglio di me, notare ogni particolare, come se tutto venisse ingigantito. Quando è accaduta la cosa di Alessandro, anche se non voglio parlarne mai…».
Alessandro era uno dei suoi cinque figli, è morto a 14 anni nel 2014 per un incidente in bici.
«Lo so che tutti vorrebbero chiedermi, lo vedo dagli occhi delle persone, ma sono in difficoltà . Capisco. Quel giorno, a parte il dolore che ti strappa le viscere, mi si è bloccato il tempo. E in quel preciso istante, mentre guardavo la scena, di cui ricordo ogni infinitesimo particolare compresi la forma e il colore delle pietre del selciato, ho capito di colpo chi ero, quello che volevo, quello che temevo. Mi sono sentito un gigante con tanti lillipuziani intorno e un lillipuziano circondato da giganti. Ora, io ho metabolizzato il fatto che Alessandro non sia più con noi e che c’è un tempo di vita per tutti. Ma so che lui mi ha insegnato più cose di chiunque altro nella mia vita. Essere contento senza un apparente motivo, a prescindere; essere sempre occupato con qualcosa, fosse pure un’attività  qualsiasi come un disegno; desiderare con forza innaturale ciò che veramente si desidera, proprio come fanno i bambini. Queste cose ora sono passate a me, fanno parte di me».
E ora lei cos’è, che persona è?
«Sono un pozzo senza fondo. Mai soddisfatto. Sono perseverante ma non paziente, spesso non ascolto cose che già  so non mi interesseranno, ho sviluppato una certa ipersensibilità  nei confronti delle persone, capisco subito se tu potrai avere un rapporto con me. Mia moglie dice che sono un tornado che entra in un buco nero… fa ridere, no? Lì tutto si azzera, la teoria del tutto ha dimostrato che il buco nero rilascia particelle, fino a esaurirsi. Mi interessa la fisica quantistica, sì, i suoi paradossi, come l’esperimento delle due fessure. Anche noi siamo energia, i nostri pensieri sono potenti, anche se non lo crediamo, ma i pensieri hanno un’evoluzione nel nostro inconscio, che poi è il 95% della nostra mente».
Di cosa ha paura?
«Le tre grandi paure dell’uomo sono quella della morte, delle critiche, della solitudine. Dobbiamo combatterle. Siamo fatti per un quarto della nostra genetica, un quarto di chi ci circonda, un quarto il tempo in cui viviamo, un quarto le influenze esterne dei media e dei messaggi subliminali che ci rifilano. Si trova la via quando definiamo la nostra unicità . E la cosa peggiore è che non c’è un’età  per trovarla. L’esperienza non ti aiuta, è solo una lampada che ti illumina la schiena ma non il cammino».
Quando scenderà  dalla bici, domenica, dove andrà ?
«Mi isolerò e non esisterà  più niente per un po’. Poi ridiventerò il cannibale che cerca un altro obiettivo. È un periodo che tutti mi fanno i complimenti: alla lunga, mi hanno annoiato».

(da “La Repubblica”)

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