Destra di Popolo.net

NAPOLI, NUNZIA E MARCO SI SPOSANO E INVITANO ALLE NOZZE GLI IMMIGRATI AMBULANTI

Giugno 11th, 2017 Riccardo Fucile

VOGLIONO TESTIMONIARE IL RIFIUTO ALLE LOGICHE DELL’ODIO E DEL RAZZISMO… “UN MESSAGGIO DI GRANDE VALORE: L’ACCOGLIENZA NASCE DAL CUORE, DAL SENTIRSI INSIEME AGLI ALTRI IN QUALSIASI MOMENTO DELLA VITA”

Hanno invitato al loro matrimonio gli immigrati di Napoli, per testimoniare il rifiuto delle logiche dell’odio, della separazione e del razzismo.
Protagonisti dell’iniziativa, la prima del genere a Napoli, due giovani sposi.
Lei, 23 anni, si chiama Nunzia Ricigliano ed è estetista. Lui, che di anni ne ha 27, si chiama Marco d’Avanzo e lavora come spedizioniere, dopo aver perso il posto ad Edenlandia, dove ha conosciuto la futura sposa.
La cerimonia è fissata per domani alle 12 nella Chiesa del Santissimo Crocifisso e Santa Rita, in via Scipione Rovito 25, nella zona dell’Arenaccia.
Con i parenti e gli amici della coppia ci saranno senegalesi, ivoriani, nordafricani, bengalesi.
Musulmani e cattolici accomunati dalla voglia di porgere gli auguri ai due ragazzi e di dare un segnale concreto di dialogo ed umanità .
«L’idea – racconta la futura sposa – è venuta a mio padre, che lavora come ambulante nella zona di Piazza Garibaldi. Conosce tanti ragazzi, prevalentemente africani, che vendono lì la propria mercanzia. Sa bene quanto dura sia la loro vita e quanti sacrifici sopportino. Mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto che partecipassero alle nozze anche loro ed ho detto sì».
L’iniziativa poi si è allargata ed è cresciuta, perchè il papà  di Nunzia, che si chiama Antonio, è anche un’attivista dell’associazione «3Febbraio», che da tempo in città  sostiene i migranti nelle loro rivendicazioni e si sforza di garantire loro un sostegno, anche per affrontare le molteplici difficoltà  che la burocrazia frappone agli stranieri che vivono in città , specie a quelli che non hanno i documenti in regola.
«Gianluca Petruzzo, Pierluigi Umbriano ed altri attivisti dell’associazione – prosegue Nunzia nel suo racconto – hanno contattato altri migranti ed hanno chiesto loro di partecipare al matrimonio. Non so quanti di essi, effettivamente, saranno in chiesa con noi domani mattina. Spero che possano essere davvero tanti, perchè sarebbe il più bel regalo di matrimonio che mio marito ed io riceveremo».
Auguri agli sposi in più lingue e religione, dunque.
Con la benedizione del sacerdote e con quella – laica – degli attivisti dell’associazione «3Febbraio», che commentano: «Persone come Nunzia e Marco, le quali si ricordano dei nostri fratelli e sorelle immigrati anche nel momento della loro gioia più personale, ci incoraggiano e lanciano un messaggio di grande valore. Non cambieranno così le sorti del mondo, ma in questo modo danno un esempio che la prima accoglienza nasce dal cuore, nasce dall’umanità  e dal sentirsi sempre insieme agli altri in qualunque momento della vita».

(da “Il Corriere della Sera”)

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“NEI POPULISMI C’È SOLO RANCORE”: INTERVISTA A ENRICO RUGGERI, A DESTRA CONTROCORRENTE

Giugno 11th, 2017 Riccardo Fucile

“E’ SOLO MISERIA INTERIORE TRAVESTITA DA ISTANZA SOCIALE”

C’è rabbia e rabbia: “L’odio che provavo quando avevo vent’anni era una rivolta contro chi non si accorgeva di me e il furore del punk è servito a esprimerlo e a costringerli a prendermi in considerazione. Il rancore dei movimenti populisti, invece, è il sentimento di chi difende i deboli a scapito dei debolissimi, la disperazione di chi guadagna sette euro all’ora sfogato contro chi ne guadagna cinque, una miseria interiore travestita da istanza sociale. Nell’uno c’era l’anima, nell’altro ci sono solo viscere”.
Enrico Ruggeri è cresciuto nel crepuscolo, figlio di due nobili decaduti che hanno reagito al precipitare nella scala sociale all’opposto, la madre reinventandosi concertista e maestra, il padre contemplando il tramonto: “Mio papà  si è dedicato con metodo e costanza a dilapidare un patrimonio accumulato da chissà  quante generazioni. Non ha mai lavorato. Ogni volta che gli servivano dei soldi, svendeva qualcosa. Ha continuato così fino a quando non ci è rimasto più quasi nulla. Col senno di poi, non posso che ringraziarlo: mi ha trasmesso l’aristocratico disprezzo per il denaro tipico dei ricchi, più la collera e la determinazione tipiche dei poveri”.
E la musica?
Passava i pomeriggi ad ascoltare arie classiche a occhi socchiusi. Io ero troppo piccolo per apprezzare, però avvertivo il piacere che provava e qualcosa inconsciamente operò dentro di me.
Lei cosa preferiva?
Ogni mercoledì correvo in edicola a comprare “Ciao 2001”, una rivista che raccontava mondi lontanissimi dentro i quali aspiravo di vivere. Ognuno aveva il suo giornalista di riferimento. Il mio era Manuel Insolera. Mi fece scoprire Iggy Pop e i New York Dools, David Bowie e i Roxy Music, i Mott The Hoople e tutto il rock decadente.
Perchè fu così importante?
Perchè era una musica che si contrapponeva agli ascolti obbligatori della Milano degli anni sessanta: il progressive, il cantautorato intellettualistico, tutte le formazioni comunisteggianti e poi gli Inti Illimani, il gruppo che dovevi amare per forza.
Era opprimente?
Vigeva la dittatura culturale della sinistra extraparlamentare: in piazza urlavano slogan che inneggiavano a Stalin e Mao Tse-tung, indossando la divisa d’ordinanza della ribellione come tanti piccoli soldatini: le barbe lunghe, l’eskimo, le camice a quadri. Si professavano vicini al proletariato. Erano per la maggior parte figli dell’alta borghesia.
C’era anche una dimensione tragica nella politica, però.
Quando assassinarono Kennedy, avevo sei anni. Fui scosso dalle immagini di quel proiettile che gli fece esplodere la testa. Ma erano cose lontane, come la maggior parte dei drammi del mondo. Poi, il 12 dicembre del 1969, scoppiò una bomba a Piazza Fontana, a un chilometro da casa mia. Morirono persone che incontravo nel tram, bambini che giocavano sotto il mio cortile. Improvvisamente, la storia irruppe nella vita della mia generazione e la cambiò per sempre.
Lei però non diventò un gruppettaro.
Nella Milano degli anni settanta, l’estrema sinistra era in cima all’establishment. Niente sfuggiva al controllo della sua dottrina, dal modo di parlare, a quello di essere. Se non osservavi i suoi comandamenti, venivi tagliato fuori. Una volta, cercarono di picchiarmi perchè avevo i capelli corti e gli occhiali Ray Ban, un accessorio che ai loro occhi faceva di me un fascista. Mi salvai solo perchè l’amico che era con me prese gli occhiali e mostrò loro che erano da vista.
Si ribellò?
Da Londra, arrivò il punk. M’innamorai di questi tipi che urlavano il loro essere come gli veniva, con immediatezza. Fu sconvolgente. Per anni, avevamo pensato che per suonare dovevamo aver studiato al conservatorio, essere dei super virtuosi, possedere chitarre che non potevamo permetterci di comprare. Da un giorno all’altro, vedemmo salire sul palco persone che suonavano peggio di noi, ma che avevano cose da dire.
Quel mondo la prese male?
Quando mettemmo su il primo concerto punk a Milano con i Decibel, i centri sociali organizzarono una manifestazione contro. Finì con le cariche della polizia in strada. L’iconografia dei punkettoni non aderiva al copione del musicista impegnato, che serviva la causa, benchè fosse chiaro che la furia del punk fosse l’urlo di persone oppresse. Ci volle del tempo perchè il punk venisse accolto e assorbito anche in quell’ambiente.
Nel frattempo, voi andaste a Sanremo.
Il festival era considerato l’epicentro del sistema. Parteciparvi, un tradimento. Sotto casa, mi scrissero con la vernice: “Venduto”. Erano anni tremendi. Gli autonomi arrivarono a contestare Francesco De Gregori, accusandolo di essere un borghese. Per non parlare di Lou Reed.
Lou Reed?
Era il 13 aprile del 1974, salì sul palco dopo Angelo Branduardi, che scappò piangendo per gli insulti che si prese. Suonò ‘Sweet Jane’ e ‘Coney Islan Baby’, poi cominciò ad arrivargli addosso di tutto: sputi, urla, pietre, buste d’acqua. Era vestito di nero. Gli urlavano: ‘Nazista”. A lui che era ebreo.
È un episodio meno noto, questo.
Ce ne furono tantissimi, così: per anni, una piccola minoranza di stronzi impedì lo svolgersi regolare di concerti. Durò fino a quando nel 1979 non arrivò Iggy Pop, che ebbe la sfacciataggine di prendere i volantini che gli lanciarono, abbassarsi i pantaloni e pulirsi il culo. Dal pubblico, partì un’esultanza liberatoria, dello stesso genere di quella che accolse il giudizio di Fantozzi su ‘La corazzata Potà«mkin’.
Era la fine degli anni settanta, non solo sul calendario.
Gli anni ottanta irruppero lavando via tutti i residui dell’ideologismo. Cominciarono a girare un sacco di soldi. Furono anni d’oro anche per l’industria musicale. Andavo in banca e sul conto mi ritrovavo ogni settimana sempre più soldi. Non sapevo nemmeno come spenderli. Avevo vinto Sanremo. Tutto andava bene. Aveva bisogno di una grande cazzata. Cominciai a farmi di cocaina.
Una droga nello spirito di quei tempi.
Ho sempre odiato l’hashish, l’eroina, le droghe che ti rilassano. Erano le sostanze degli insoddisfatti, di chi desiderava l’esperienza che l’avvolgesse e lo facesse tornare alla placenta della madre. Io no. Io volevo dormire tre ore a notte. Avere la forza di andare a cena, poi a un concerto e dopo fare una paio di centinaia di chilometri in macchina per andare a una festa e ricominciare da capo il giorno successivo. Volevo vivere più possibile. Avevo fame di vita. Non volevo addormentarmi.
Quando smise?
Non so quante volte salii sul palco senza nemmeno sapere in quale nazione mi trovassi. Non sentivo nulla. Volevo essere sempre sveglio, godermi tutto, eppure non riuscivo a provare il piacere di esserci. Mi faceva schifo trovarmi a notte fonda in compagnia di gente che di giorno disprezzavo, solo perchè dovevamo farci insieme. In Brasile assaggiai una coca purissima e capii la merda che avevo tirato. Avevo compiuto quarant’anni. Quando tornai, mi dissi: “Che cazzo stai facendo?”. E smisi.
Oggi cosa la irrita?
L’egemonia delle tweet star, la sottile dittatura del nuovo buonismo, la corrente che trascina tutti nell’obbligo di esprimere la propria opinione, anche su argomenti di cui non sa niente.
Qual è la musica che sente più vicina adesso?
Potrei parlati per ore dei Led Zeppelin, di Crosby, Stills, Nash & Young, di Billy Cobham. Ho ascoltato talmente tanti capolavori che non m’interessa più nulla di quello che si fa oggi.
Nemmeno il rap?
Poteva diventare il nuovo punk: aveva una dimensione sociale, la forza di rivendicazioni vere, la lava dell’emarginazione. In Italia, si è trasformato nella musica per undicenni, la colonna sonora dei bimbiminkia.
I suoi Decibel si sciolsero di fronte alla foga degli adolescenti.
Ascoltavamo i Velvet Underground e il nostro riferimento artistico era Andy Warhol: non potevamo sopportare che delle ragazzine ci aspettassero fuori dagli alberghi per tirarci addosso dei peluche rosa. Quando accadde, capimmo che qualcosa non andava.
C’è chi non desidera altro.
Noi c’infilavamo nei garage a suonare perchè avevamo bisogno di testimoniare la nostra esistenza, sentivamo un desiderio folle di sfuggire all’anonimato e mostrare ciò che fremeva dentro di noi. Oggi i ragazzi di smaniano per partecipare a un talent, desiderano avere il successo e la fama, più che sentire il bisogno di esprimersi.
È sbagliato?
Non ha niente a che fare con la musica. I talent show sono solo uno sfoggio di vocalità  muscolare. Il lessico è quello della pura competizione. “Tu ce la farai”. “Avrai successo”. “Dimostra quello che vali”. Se Jannacci, De Andrè, Battiato, Liguabue, Vasco Rossi, Guccini o Paolo Conte avessero partecipato a un’edizione qualsiasi, avrebbero perso.

(“Sono stato più cattivo” è il titolo del libro autobiografico di Enrico Ruggeri, uscito per Mondadori di recente)

(da “Huffingtonpost”)

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I TRE ANGELI CHE HANNO SALVATO KELVIN (ALL’INSAPUTA DI “LIBERO” E DE “IL GIORNALE”)

Giugno 7th, 2017 Riccardo Fucile

ISAK NOKHO, FEDERICO RAMPAZZO E MOHAMMED EMSI DIOP SI INCONTRERANNO A TORINO: “E’ NATA UNA FRATELLANZA TRA NOI”

Alla fine diventeranno amici.
Isak Nokho, Federico Rappazzo e Mohamed “Emsi” Diop si incontreranno presto, dopo aver salvato da probabile morte per schiacciamento il piccolo Kelvin, il bimbo cinese che si trova tuttora ricoverato all’ospedale Regina Margherita di Torino, in seguito ai fatti di piazza San Carlo di sabato scorso.
Lunedì 5 giugno Isak – che è di Fucecchio – ha incontrato la madre del piccolo, regalandole una maglia della Juve recuperata nella calca.   Isak lì ha conosciuto Federico, che nelle foto si vede proteggere col proprio corpo il bimbo ferito.
E poi Mohamed, senegalese come Isak, che Kelvin l’ha tirato fuori dal mucchio.
Isak ieri ha parlato con gli altri due “eroi” di questa vicenda e ci ha raccontato che presto si incontreranno: «Voglio tornare a Torino già  in settimana, stavolta senza giornalisti, perchè voglio parlare con loro. E poi magari invitarli a Fucecchio, nel mio paese, perchè si è cittadini del luogo in cui si vive. E’ una nata una fratellanza fra di noi, abbiamo fatto la cosa che ci sembrava giusta in quel momento. Chi si è speso per evitare conseguenze peggiori si merita tutto il bene di questo mondo. Intanto io ora posso tornare alla vita normale, anche se ieri la gente mi guardava in maniera diversa ed io non ci sono abituato».
Isak ci ha raccontato che dopo aver parlato con la madre di Kelvin è riuscito finalmente a dormire dopo due nottate insonni: «Sì, quando sono tornato sono crollato, perchè ero felice, mi ero tolto un peso che mi attanagliava da sabato. Invece ieri mattina sono uscito di casa col sorriso, quando ho incontrato i bimbi del Ciaf dove faccio il servizio civile loro sorridevano. E’ stata un’esperienza bellissima».
L’incontro di Isak, Mohamed e Federico è il simbolo della società  di oggi: due ragazzi senegalesi (uno che vive a Torino, uno a Fucecchio) e un ragazzo di Torino di origini siciliane, che si trovano per caso in una situazione impensabile e che – ignorando l’esistenza l’uno dell’altro – diventano protagonisti di un atto di altruismo che ha lasciato il segno, in loro stessi e negli altri.

(da “il Tirreno”)

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ABITA A FUCECCHIO UNO DEI TRE ANGELI CHE HA SALVATO KELVIN (ALL’INSAPUTA DI “LIBERO” E DE “IL GIORNALE)

Giugno 7th, 2017 Riccardo Fucile

IL RACCONTO DEI CRONISTI DE “IL TIRRENO” CHE HANNO ACCOMPAGNATO ISAK DALLA MADRE DEL PICCOLO: “SEI STATO STRAORDINARIO”

«Grazie, hai salvato il mio Kelvin». «No. Non lo dire. Ho fatto quello che avrebbe fatto chiunque. Non sono un eroe».
Il mondo in un corridoio d’ospedale. Ling Quinquang e Isak Nokho. L’abbraccio inespresso. Lui vorrebbe stringerla, il Ramadan glielo impedisce.
Allunga una mano: è venuto apposta da Fucecchio per questo. Lei è timida. Chissà  come si esprime la gratitudine a un uomo che ha salvato la vita a tuo figlio di 7 anni. Isak si è trasformato in uno scudo, sabato sera, mentre una folla impazzita fuggiva a piedi nudi da piazza San Carlo , fra i vetri e il sangue, lontano da una finale di calcio trasformata in un carnaio.
All’ospedale Regina Margherita, lunedì pomeriggio, Ling osserva quell’uomo riservato, venuto dalla Toscana, che per il suo Kelvin è stato scudo umano. Di più: un grembo.
Isak ha risposto al suo appello di riconoscenza. E pensa che senza quel guscio, oggi il suo bambino non si sarebbe svegliato dal coma. Non avrebbe difficoltà  a parlare per colpa dei tubi e del polmone schiacciato.
Non parlerebbe proprio, dopo essere stato calpestato da centinaia di piedi in fuga. Quello, però, è un passato remoto, anche se appartiene appena a 45 ore fa.
Ora, mamma e amico sono uno davanti all’altro. Ling indossa gonna e camicetta beige, giubbottino bianco. Un caschetto castano scuro incornicia un volto segnato dalla sofferenza. Tiene stretto il cellulare, mostrando a tutti le foto del suo tesoro.
Isak è in jeans, maglietta nera, come un qualsiasi ragazzo di 23 anni. Ling è nata in Cina, ma vive a Torino. Isak è nato in Senegal, ma abita a Fucecchio, cuore della Toscana.
Il primo contatto è intorno a una maglia della Juve, versione baby, sporca di sangue. Isak l’aveva raccolta nella confusione, convinto che fosse di Kelvin: nella fuga di massa, tutti perdevano tutto.
Isak non dimentica. Sabato sera, chi cade viene travolto. Il delirio collettivo travolge tutto. Ma non la voglia di aiutare gli altri.
In mezzo a un fiume di sangue, alle grida, si fa largo l’umanità  di tanti anche di Isak. Che con un altro ragazzo di colore – Mohamed, salva il bambino.
Lui coprendolo con il suo corpo, l’altro strappandolo, ormai incosciente, alla furia della folla.
«Ho visto molte persone una sopra all’altra – racconta Isak emozionato a Ling – c’era anche un bambino, che poi ho capito essere Kelvin. Lì in mezzo c’era anche un mio amico, che stava per svenire. Non respirava».
E così Isak ha la freddezza di piazzarsi a due passi da loro, coi suoi 195 centimetri di altezza. Lui e altri due angeli si mettono uno accanto all’altro, abbracciandosi, in modo da creare un “muro” umano per evitare che altri tifosi in fuga schiacciassero quelli che erano già  distesi per terra. Kelvin compreso, che è sepolto davanti agli occhi disperati della sorella. Ma lo scudo funziona.
Isak Nokho schiaffeggia il suo amico Benito Lombardo, anche lui di Fucecchio, che si riprende, anche se è ferito. Il 23enne resta lì «fino a quando ho visto che altre persone si stavano occupando di Kelvin».
Infatti c’è Mohamed che lo trascina via. Il piccolo è in coma, nella calca ha rimediato vari traumi e lo schiacciamento di un polmone. Isak, quando legge su Internet che il bambino è grave, vuole andare a Torino, per fare coraggio ai genitori e alla sorella.
Il giorno prima ha raccontato il suo dramma proprio Il Tirreno. Omettendo, per pudore, i particolari su Kelvin. «Non riesco a dormire, aiutatemi. Devo fare qualcosa per quella famiglia. Vorrei andare a trovarli».
Così Il Tirreno organizza il viaggio. Quando arriva all’appuntamento, in piazza XX Settembre, a Fucecchio, è imbarazzato ed emozionato.
Ha chiesto un permesso al Ciaf di Fucecchio, un centro per l’infanzia dove svolge il servizio civile: «Non cerco pubblicità . Avrei preferito rimanere anonimo. Ma non posso sentirmi in pace finchè non so che quel bambino si è ripreso».
E allora vale la pena di rifare quei 400 chilometri che sabato l’hanno proiettato in un incubo: «Non sapevo neanche se andare a vedere la partita al maxi-schermo. Benito ha insistito, io sono protettivo e non volevo lasciarlo da solo. Così sono andato».
Lunedì però la destinazione è l’ospedale Regina Margherita. Durante il viaggio Isak cerca di riposare, ma non ci riesce. Il cuore batte forte. Ha bisogno di una voce piena d’amore, che lo incoraggi. Telefona alla mamma in Senegal, le racconta tutto.
All’arrivo a Torino, alle 19 passate da una manciata di minuti, ad attenderlo, c’è un’altra mamma che pochi minuti prima ha visto suo figlio sveglio. «Hai fatto una cosa straordinaria – gli dice Ling – tu come altri che mi hanno raccontato ciò che è accaduto e che sono venuti a trovarmi. Tu l’hai protetto, l’altro l’ha tirato fuori. Se Kelvin è vivo è merito di tutti voi». Ma niente abbracci. Il Ramadan li vieta: «Avrei voluto, eccome, ma non posso».
Isak è molto religioso e proprio nella spiritualità  ha trovato la forza di opporsi alla folla di piazza: «Avrei dato la mia vita. Gridavo con tutta la forza che ho in corpo che non c’era alcun attentato. In quei momenti agisci col cuore, perchè il cervello non funziona. Io sono adulto e quelle scene non riesco a cancellarle. In questi giorni ho sperato di risvegliarmi da un brutto sogno. Figuratevi i bimbi che cresceranno con quelle immagini nella testa».
Ling lo ascolta, continua a ringraziarlo. Guarda la maglia sporca di sangue che gli ha consegnato Isak. «L’ho trovata accanto a Kelvin», le dice. Lei avverte: «Non è di mio figlio». Poco importa, resta il simbolo di questa storia: «Gliela darò, raccontandogli di te. Lasciami il tuo numero, ti chiamerà  appena starà  meglio. Ora è intubato, non riesce a parlare. Ma lo farà  presto. Anche con te, Isak».
Un’altra stretta di mano, un altro grazie. Si risale in auto, verso Fucecchio: «Ora sì, ragazzi. Sono felice».

(da “il Tirreno“)

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MOHAMMAD E FEDERICO, I SALVATORI DEL PICCOLO KELVIN: “MA NON SIAMO EROI”

Giugno 6th, 2017 Riccardo Fucile

LA STORIA DI UN SOCCORSO CHE HA CONQUISTATO IL WEB… PRESTO TUTTI E DUE IN OSPEDALE DAL BIMBO

Uno si chiama Mohammad Guyele, ha 20 anni e fa il bodyguard in alcuni negozi del centro. L’altro è Federico Rappazzo, ha 25 anni ed è un soldato che studia da infermiere.
Sono i due giovani che sabato sera nei momenti di panico in piazza San Carlo a Torino hanno salvato il piccolo Kelvin, il bambino di 7 anni, di origini cinesi, che è ancora ricoverato in terapia intensiva al Regina Margherita ma migliora di ora in ora. Il primo, Mohammad lo ha estratto dal groviglio di gambe e corpi della piazza e lo ha adagiato in un lato protetto.
L’altro si è avvicinato per capire come stesse, e quando ha visto che respirava, e che piangeva, lo ha avvolto in una sorta di abbraccio come per proteggerlo dalla piazza impazzita, aspettando un’ambulanza.
Quel momento è diventato uno scatto che ora impazza sui social e che ha trasformato Federico in una sorta di eroe anche se lui si schermisce: “Non ho fatto nulla di eccezionale. L’unica cosa che contava in quel momento era caricarlo su un’ambulanza e portarlo in ospedale”.
Anche Mohammad, che il papà  di Kelvin sin da subito voleva rintracciare per ringraziarlo di cuore, non vuole essere additato come un eroe.   “Se lo avessi lasciato lì sarebbe morto. Avevo tanta paura, ma dovevo fare qualcosa”.
Ieri mattina Mohammad ha voluto sincerarsi di persona delle condizioni di Kelvin.
Si è presentato in ospedale dove ha incontato i genitori e la sorella. “Sono contento di sapere che stia meglio. Quando l’ho visto lì da solo a terra, con tutte quelle persone sopra, ho pensato che non ce l’avrebbe fatta. Sapevo che era pericoloso, ma ho deciso di fare comunque qualcosa. Mi sono fatto coraggio e ho spostato gli altri. Sono riuscito a metterlo in salvo e a proteggerlo dalla folla”.
Il primo pensiero di Mohamed è stato cercare un medico. “Chiedevo a tutti dove poter trovare un’ambulanza, ma era il caos. Chi mi diceva di andare da una parte, chi dall’altra. Per fortuna mi ha aiutato un ragazzo italiano, Federico. Abbiamo steso Kelvin a terra e gli abbiamo dato da bere. Dopo poco sono arrivati anche i medici. La mia più grande preoccupazione è che non riuscisse più a respirare, con tutte quelle persone che gli erano salite sopra. Sapere che sta meglio è la più bella delle notizie. Io stesso a un certo punto ho temuto di non farcela. Invece Dio ci ha salvati tutti”.
Presto forse Mohammad e Federico andranno insieme nella cameretta dell’ospedale dove Kelvin si sta riprendendo dopo la grande paura. Magari insieme con i compagni di scuola del piccolo che ieri hanno appesso fuori dalle finestre della scuola primaria Montessori di Moncalieri uno striscione per lui: “Forza Kelvin siamo con te”.

(da “Huffingtonpost”)

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LA MADRE DEL BAMBINO SCHIACCIATO IN PIAZZA A TORINO: “LA FOLLA LO AVEVA TRAVOLTO, SALVATO DA UN UOMO DI COLORE”

Giugno 4th, 2017 Riccardo Fucile

IL BAMBINO DI SETTE ANNI RESTA IN COMA FARMACOLOGICO, MA C’E’ QUALCHE SEGNALE DI MIGLIORAMENTO

“La folla aveva travolto mio figlio, un uomo di colore che se ne è accorto e lo ha salvato”.
Lo ha raccontato la madre del bambino di 7 anni, di origini cinesi, ricoverato in coma farmacologico all’ospedale infantile Regina Margherita di Torino.
Il bambino si trovava insieme alla sorella in piazza San Carlo, quando è scoppiato il panico per un falso allarme.
Solo l’intervento di uno degli spettatori lo ha salvato. La famiglia non conosce il nome e l’identità  dell’uomo, che per il momento rimane misteriosa.
“Ha urlato ‘c’è un bambino, c’è un bambino’.- ha detto la sorella — Poi ha cominciato a spostare la gente, tutta quella che poteva, e altri gli hanno dato una mano. Lo ha salvato”. “Vorremmo ringraziare le persone che lo hanno aiutato”.
Il bambino è in prognosi riservata all’ospedale infantile Regina Margherita nel reparto di rianimazione: ha un trauma cranico e toracico.
Le sue condizioni, apparse subito gravissime, sembrano essere migliorate nelle ultime ore.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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VOLONTARI MUSULMANI RIPARANO UNA CHIESA CATTOLICA DISTRUTTA DALL’ISIS

Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile

“MOSUL E’ NOSTRA ED E’ ANCHE VOSTRA”

Dei volontari musulmani hanno riparato un monastero cristiano vicino la città  irachena di Mosul. Il gesto è opera dei giovani residenti del quartiere di al-Arabic che nell’ultimo anno è stato occupato dai militanti del sedicente Stato Islamico.
Il monastero di St George, di proprietà  della Chiesa cattolica caldea, è stato vandalizzato dai militanti dell’Isis: campanile distrutto, finestre frantumate e la croce rimossa.
Secondo un post pubblicato su Facebook dalla pagina “This is Christian Iraq” la mobilitazione dei giovani residenti di religione musulmani non sarebbe altro la prova che : “Mosul è nostra ed anche vostra” e che “le nostre differenze sono la nostra forza”
Come riporta The Irish Times proprio quest’anno, per la prima volta dal 2014, i cristiani di Mosul hanno celebrato la Santa Pasqua.

(da “Huffingtonpost”)

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MORTA COMBATTENDO AYSE, L’EROINA CURDA DELLA LIBERTA’ RACCONTATA DA ZEROCALCARE IN “KOBANE CALLING”

Giugno 1st, 2017 Riccardo Fucile

DOPO AVER DIFESO PER MESI KOBANE, ORA ERA IN PRIMA LINEA A RAQQA NELL’ASSALTO FINALE ALL’ISIS… ERA STATA TRA CHI CHIEDEVA DEMOCRAZIA A GEZI PARK CONTRO IL REGIME ASSASSINO DI EDOGAN… ALTRO CHE I RIVOLUZIONARI DEL CAZZO CHE PONTIFICANO IN ITALIA

Zerocalcare dedica un post su Facebook al ricordo di Ayse Deniz Karacagil, combattente morta a Raqqa, che la sua matita aveva disegnato e raccontato in Kobane Calling.
“E’ sempre antipatico – scrive l’autore – puntare i riflettori su una persona specifica, in una guerra dove la gente muore ogni giorno e non se la incula nessuno. Però siccome siamo fatti che se incontriamo qualcuno poi per forza di cose ce lo ricordiamo e quel lutto sembra toccarci più da vicino, a morire sul fronte di Raqqa contro i miliziani di Daesh è stata Ayse Deniz Karacagil, la ragazza soprannominata Cappuccio Rosso. Turca, condannata a 100 anni di carcere dallo stato turco per le proteste legate a Gezi Park, aveva scelto di andare in montagna unirsi al movimento di liberazione curdo invece di trascorrere il resto della sua vita in galera o in fuga. Da lì poi è andata a combattere contro Daesh in Siria e questa settimana è caduta in combattimento. Lo posto qua perchè chi s’è letto Kobane Calling magari si ricorda la sua storia.
La notizia della morte di Ayse ha avuto ampio risalto sui media turchi, pagine in cui la ragazza, a seconda degli schieramenti di una stampa oppressa dallo stato d’emergenza, viene ricordata come “attivista” o “terrorista”.
Tutto era cominciato a Gezi Park, quando i giovani schierati a difesa del verde pubblico non avevano vinto, ma quanto meno avevano costretto il presidente Erdogan a tirare giù la maschera del padre islamista moderato della nazione per rivelarne il vero volto.
Quello del potere assoluto, indisponibile al dialogo, sordo alle istanze di una società  secolarizzata e democratica che si credeva protesa verso l’Europa.
Gli scarponi dei militari mandati da Erdogan a Gezi Park avevano calpestato tende e striscioni e zittito la protesta con la forza.
E, come tanti coetanei, Ayse aveva capito a sue spese – la condanna a un secolo di galera – che a un certo punto della vita si è chiamati a fare delle scelte, che siano i semplici ma sofferti compromessi tra le proprie individuali ambizioni e la dura realtà  o la risposta da dare quando a chiamare sono battaglie per raggiungere un qualcosa che supera il destino di un solo uomo.
La libertà , per fare un esempio.
A volte le parole non bastano. Per difendere Kobane dalla stretta mortale di uno Stato Islamico che allora sembrava uno spettro imbattibile, i curdo-siriani dovettero imbracciare i loro fucili.
Uomini e donne, che la Turchia di Erdogan oggi bombarda additandoli ancora con quell’aggettivo, “terroristi”, e che invece nei giorni della resistenza di Kobane dimostrarono al mondo cosa vuol dire il coraggio.
Tra quelle donne c’era anche la turca Ayse Deniz Karacagil, caduta alle porte di Raqqa quando i ruoli sono ormai invertiti.
Ora gli assediati sono gli assassini del Daesh, che nell’ultima roccaforte guardano i minuti scorrere sull’orologio, mentre il Pentagono continua a rifornire di armi i suoi veri alleati sul campo, i curdo-siriani.
Dopo Obama, lo ha capito anche Trump quando è arrivato per lui il tempo delle scelte. E ha scelto di scrollarsi di dosso Erdogan e le sue indispettite rimostranze.

(da “La Repubblica”)

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“QUESTA VITTORIA E’ ANCHE LA TUA”: LA COMMOVENTE LETTERA DI DAVIDE NICOLA AL FIGLIO MORTO

Maggio 31st, 2017 Riccardo Fucile

IL TECNICO DEL CROTONE E LA SUA DEDICA SPECIALE: “AVREI VOLUTO GIORE CON TE, GUARDARE I TUOI OCCHI E IL TUO SORRISO, PRENDERTI PER MANO E CORRERE INSIEME”

Quella del Crotone è stata una corsa disperata verso la salvezza. Una salvezza a cui forse non credeva più nessuno se non i ragazzi di Davide Nicola riusciti a compiere l’impresa grazie ad un cammino strepitoso nelle ultime giornate di campionato.
Oggi, a mente fredda, il tecnico, ha scritto una commovente lettera su Facebook al figlio Alessandro, scomparso tre anni fa a 14 anni per un incidente, dedicandogli il miracolo della salvezza dei calabresi.
Ecco il testo.
“Ciao amore mio, Non so dove sei. Non so cosa starai facendo. Forse sei su quella nuvola che era su di me quella sera, quando correvo per far volare la tua lanterna. O forse sei qui accanto a me. Sì, sono sicuro che sei qui con me. Abbiamo lottato insieme in questo anno complicatissimo, ma… Oggi so che tu ci sei sempre stato lì con me. Sei riuscito con la tua energia a darmi la forza di lottare e di continuare a inseguire l’impossibile possibile, il possibile probabile, e il probabile certo. Ale, questa non è la mia vittoria, ma la nostra, proprio come quella della promozione in Serie A del Livorno. Avrei voluto gioire con te, guardare i tuoi occhi e il tuo sorriso, prenderti per mano e insieme correre e festeggiare. Tutto questo è solo per te e ogni mia conquista è la tua, ogni mia vittoria sarà  la tua, ogni mio sogno sarà  anche il tuo. Voglio che il mio cuore continui a battere per te e tu possa vivere ancora attraverso me…”.

(da agenzie)

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