Giugno 26th, 2016 Riccardo Fucile
LA FONDAZIONE JUGEND RETTET E’ FONDATA DA DUE GIOVANI DI 20 E 23 ANNI… HANNO RACCOLTO 300.000 EURO, PRESTO LA BARCA PRONTA A PARTIRE, CON UN EQUIPAGGIO DI PROFESSIONISTI E VOLONTARI
Quando hai vent’anni ci sono diversi modi di pensare al mare.
Puoi avere in testa solo una vacanza, una bella foto da condividere con gli amici. Oppure avere uno sguardo inquieto che riesce a spingersi un po’ più in là , oltre l’indifferenza e oltre una politica umanitaria che di umano ha ancora poco.
Seguendo quest’ultima strada, un gruppo di nove ragazzi tedeschi, tutti giovanissimi, ha deciso di raccogliere i fondi per comprare una nave, rimetterla a nuovo e trasformarla in un’imbarcazione da salvataggio, per i migranti che attraversano il Mediterraneo in fuga da miseria e guerra.
Un’idea ambiziosa e coraggiosa, un progetto serio, elaborato nei minimi dettagli, che nel giro di un anno è diventato qualcosa di più.
Grazie a una campagna di crowdfunding divisa in due fasi sono stati ottenuti oltre 300mila euro, e presto la barca sarà pronta per partire e pattugliare il mare per sei mesi, guidata da un equipaggio di professionisti e volontari.
L’associazione che ha promosso l’iniziativa si chiama Jugend Rettet, ed è stata fondata da due giovani di Berlino, Jakob Schoen, e Lena Waldhoff, rispettivamente 20 e 23 anni.
Alla base c’è la volontà di fare qualcosa di concreto per affrontare l’emergenza migranti, e allo stesso tempo di creare una rete europea, una sorta di piattaforma di discussione tra i giovani, per promuovere la partecipazione e sviluppare il tema del soccorso in mare e quello delle politiche di asilo.
“Siamo un gruppo di giovani con la possibilità di cambiare qualcosa — spiega Jakob Schoen sul sito del progetto — Una nave non è una soluzione a lungo termine. Tuttavia servirà a salvare vite umane. E farà sorgere una domanda: perchè al posto dei governi europei, sono i giovani, con una loro iniziativa privata, a doversi fare carico di questa missione?”.
Sul sito viene mostrata la timeline aggiornata e dettagliata.
Il primo passo viene compiuto a giugno del 2015, pensando alle ultime stragi di migranti sulle rotte del Mediterraneo.
I numeri dell’anno precedente sono spaventosi: nel 2014 almeno 3500 persone non sono sopravvissute al viaggio per raggiungere le coste dell’Europa e sono state inghiottite dal mare.
Anche se potrebbero essere molte di più, perchè una stima esatta delle vittime di naufragi è impossibile farla.
Da qui, dal senso di impotenza di fronte a un dramma senza precedenti, e dalla sensazione che l’Europa stia voltando lo sguardo dall’alta parte, arriva la spinta, nasce l’idea di mettersi in gioco in prima persona, e recuperare una nave per aiutare i richiedenti asilo che si trovano in mezzo al mare.
Così la squadra di ragazzi comincia a studiare per verificare la fattibilità , e prende contatti con organizzazioni come Greenpeace, che già hanno portato avanti esperienze di questo tipo, per avere consigli pratici su come fare.
Il progetto è ben fatto e ben concepito, e in pochi mesi arrivano adesioni, proposte di collaborazione, piccole e grandi donazioni.
“Il nostro obiettivo è semplice: meno morti nel Mediterraneo. Da una parte c’è la nave, impiegata per le missioni di soccorso. Dall’altra, Jugend Rettet vuole costruire una rete europea dedicata ad adolescenti e giovani, che vogliano scambiarsi opinioni e pensieri sul ruolo dell’Europa in questa emergenza umanitaria. In questo modo le persone hanno la possibilità di essere coinvolti nella discussione sulle politiche di asilo”.
Per questo l’associazione ha promosso, oltre alla raccolta fondi per sostenere le spese, anche la creazione di gruppo di “ambasciatori” del progetto, distribuiti per il momento in tutto il nord Europa.
La nave scelta è un’imbarcazione olandese, in grado di ospitare un centinaio di persone. Ha delle caratteristiche precise, è dotata di scialuppe, giubbotti di salvataggio e serbatoi di acqua dolce, per soccorrere chi si trova in stato di disidratazione.
A bordo ci sarà una squadra di professionisti, medici, skipper, e operatori, aiutati da volontari.
Dieci persone suddivisi in turni bisettimanali. “Un equipaggio professionale garantisce che le operazioni siano condotte in modo sicuro e serio. Ma l’organizzazione vuole anche dare ad alcuni giovani la possibilità di partecipare direttamente nelle missioni di soccorso come marinai”.
La partenza è prevista per la fine di giugno.
Giulia Zaccariello
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 5th, 2016 Riccardo Fucile
LE FERROVIE SVIZZERE HANNO AFFIDATO SICUREZZA E MANUTENZIONE DEL GOTTARDO A FEDERICA SANDRONE, INGEGNERE DI 38 ANNI DI IVREA
Come tutti gli angeli custodi sai che c’è, ma non si vede.
E la sua presenza ti rassicura, soprattutto se viaggi in un treno che corre a 200 chilometri dentro una galleria lunga 57,1 chilometri sotto 2000 metri di roccia. Adesso che il tunnel ferroviario più lungo del mondo è stato realizzato nel cuore della Svizzera la squadra in campo cambia: serve qualcuno per analizzare, verificare e, se necessario, intervenire per garantire la gestione e la manutenzione delle due canne.
Un angelo custode anzi, come si definisce lei «il dottore delle gallerie».
Una donna di 38 anni che parla italiano e ha una laurea da ingegnere minerario in tasca conseguita al Politecnico di Torino.
Si chiama Federica Sandrone è nata ad Ivrea ma è cresciuta a Rivarolo, nelle valli del Canavese fino al 2004 quando, subito dopo la laurea, vince un dottorato a Losanna. «Un cervello in fuga? Bah, se vuole possiamo dire così, anche se io all’inizio avevo messo in conto di ritornare in Italia».
E invece, dopo il dottorato, arriva il primo incarico operativo nelle ferrovie svizzere e nel 2008 diventa ingegnere responsabile della gestione e della manutenzione dei tunnel.
Fino all’altro giorno erano 300 gallerie, poi si è aggiunto il Gottardo, dove a regime passeranno 250 treni merci al giorno e 65 convogli passeggeri.
Preoccupata? «No, emozionata. Devo continuare a studiare come gestire la nuova infrastruttura perchè sarà un grande cambiamento rispetto al passato».
Sandrone non lavora sotto i riflettori ma opera dalle retrovie e ha uno sguardo d’insieme che permette di «decidere».
Ammette: «Si, sono una che ha il compito di risolvere i problemi quando si pongono».
Il presidente della confederazione Svizzera, Johann Schneider Ammann, davanti ai grandi d’Europa ha definito il tunnel come l’opera del secolo.
Il «dottore del Gottardo» non ha partecipato alle celebrazioni con Renzi, Merkel e Hollande e nemmeno alla festa popolare che si concluderà nel pomeriggio con almeno cinquantamila persone che hanno pagato da 8 a 30 franchi per salire sui treni nel viaggio inaugurale dedicato ai cittadini.
Dentro il tunnel c’è già stata in fase di costruzione e di collaudo, e ci tornerà ma è fiera di dover gestire «un’opera che unisce l’Europa costruita da uno Stato che non fa parte dell’Europa e realizzata da lavoratori di 15 paesi».
Anche in quel caso alla guida di tutto c’era una donna: Christine Hebenhog.
Un caso? Ride: «Fino a pochi anni fa in questo mondo l’unica donna ben accetta era Santa Barbara poi le cose sono cambiate. Forse è il caso oppure le donne sono diventate brave».
Tutto qui? «All’inizio devi far capire che vali e che hai le capacità è quello che ho fatto perchè mi ha visto, sono piccola, sembro una ragazzina e peso solo 42 chili». Comunque è «rispettatissima» anche perchè nel corso degli anni ha sviluppato competenze che altri non hanno e adesso «mi chiamano a fare consulenze anche in Francia e Gran Bretagna».
Tutto questo, però, a sentire lei è nato per caso: «Avevo scelto ingegneria mineraria perchè ero affascinata dalla geologia, dalla possibilità di approfondire gli aspetti naturali degli scavi. Poi ho fatto la tesi sul rifacimento di una galleria esistente. E nel mio dottorato ho approfondito le patologie delle gallerie esistenti. Allora mi sono detta, questa è la mia strada».
Nel 2004, quando è arrivata in Svizzera, la prima difficoltà da superare è stato il rapporto con la lingua tedesca: «Adesso il problema è fare i conti con un corretto utilizzo dell’italiano».
Il secondo? «Abituarsi agli orari dei pasti, nemmeno mia nonna ormai mangia più così presto».
Maurizio Tropeano
(da “La Stampa”)
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Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile
GRAZIE CAMPIONE PER NON AVER MAI ACCETTATO LA CONVENIENZA, LE REGOLE COMUNI E IL TORNACONTO PERSONALE
Muhammad Alì se ne è andato, leggero come sempre, a 74 anni, colpito da una malattia respiratoria complicata dal morbo di Parkinson.
Altri, meglio di me, racconteranno la sua grandezza di pugile, che cominciò nel 1960, alle Olimpiadi di Roma, con la medaglia d’oro nei pesi mediomassimi.
Io voglio, semplicemente, narrare dell’uomo che rappresentò, per la mia generazione, un esempio di coraggio e di lotta.
Rinunciò al suo nome di nascita Cassius Clay (“Perchè è da schiavo”), si convertì all’Islam e pagò con il carcere, all’inizio della sua luminosa gloria, per aver rifiutato, nel 1967, di partire per la “Sporca Guerra” del Vietnam.
Fu uno dei paladini del movimento per la liberazione degli afroamericani: non più catene, ma solo diritti. Come i bianchi, come tutti gli altri.
Non abbassò mai la testa: sul ring, come nella vita.
Anche il morbo di Parkinson non fermò la sua generosità , il suo battersi per gli altri, per gli emarginati, i deboli, gli indifesi.
Lo ricordiamo ad Atlanta, quando ultimo tedoforo, diede il via ai Giochi del 1996: il tremore delle mani non tolse nulla alla sua grandezza, alla sua nobiltà .
Lui era ancora lì a offrirsi, senza maschere, senza timori, alla gente.
Nudo, vero, autentico.
Fu, per i ragazzi come me, noi che sognavamo la rivoluzione e un futuro migliore, un esempio da seguire. Un mito.
L’America di Obama deve molto a questo atleta, che danzava sul quadrato e sui sogni di libertà di milioni e milioni di persone.
Cambiò il pugilato, con quel suo stile che rifiutava la violenza per la violenza, ballava, parlava, rideva. Era la meraviglia e l’arte.
Era il campione delle sfide impossibili. Davvero “una farfalla”.
Lo raccontò alla perfezione David Remnick, direttore del settimanale “New Yorker”, definendolo “Il re del mondo”.
Grazie campione, grazie per non aver mai accettato la convenienza, le regole comuni, un facile tornaconto personale.
Ti ricorderemo, splendido e orgoglioso, su quell’immenso ring che si chiama giustizia, tolleranza e verità .
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile
MUHAMMAD ALI E’ STATO IL PIU’ GRANDE SPORTIVO DEL SECOLO SCORSO: “I CAMPIONI NON SI FANNO NELLE PALESTRE, MA CON QUELLO CHE HANNO NEL PROFONDO: UN DESIDERIO, UN SOGNO, UNA VISIONE
Sarebbe troppo facile affermare che Muhammad Alì ha perso il match più difficile della carriera, quello con il
morbo di Parkinson, di cui soffriva da oltre 30 anni e che all’ospedale di Phoenix, dove era stato ricoverato due giorni fa per problemi respiratori, ha posto fine alla sua straordinaria esistenza all’età di 74 anni.
Certo, ormai da tanto tempo le sue parole non erano i proiettili lanciati nelle sue grandi battaglie, sul ring e per i diritti civili, ma l’intensità dello sguardo era rimasta sempre la stessa nonostante quel velo calato impietoso.
Alì ha battuto anche la malattia, usando le sue idee di libertà e giustizia per danzare come una farfalla e pungere come un’ape.
Quel morbo maledetto irriso già ad Atlanta nel 1996, quando accese la torcia olimpica.
Non combatteva da 15 anni, ma forse quella sera fu il round più bello della vita: Parkinson messo alle corde da quel coraggio di mostrarsi malato, dalla fragilità avvolta in un commovente tremolio per un uomo che aveva avuto il mondo in pugno. Da quella notte in Georgia sono passati tanti anni, tra una finta, un jab e una provocazione.
Quel Parkinson che non gli impedì l’ultimo saluto al più acerrimo rivale, Joe Frazier, l’uomo che Alì in una leggendaria trilogia di sfide ha sofferto più di tutti.
Si stavano tanto antipatici. Frazier lo spedì al tappeto al Madison Square Garden di New York nel 1971: un gancio sinistro perfetto, bello e intenso come un raggio di luce nella notte.
Alì si prese la rivincita due anni dopo. Poi ci fu Manila 1975, il match più brutale di sempre. Alì si divertiva a prendere a pugni un pupazzetto che raffigurava un gorilla per sbeffeggiare smokin’ Joe, sul ring i due quasi si uccisero, lasciarono lì una parte del fisico e dell’anima.
Alì vinse, ma riconobbe che se l’avversario non avesse abbandonato alla fine del quattordicesimo round, forse lui stesso non si sarebbe ripresentato sul ring.
E poi ancora, in flash che si sovrappongono non tenendo conto del tempo, Alì alle Olimpiadi di Londra: gli occhi nascosti dietro grandi occhiali neri, non più di un cenno di saluto.
Eppure è stato l’unico in tutti i Giochi a tenere testa come popolarità ad Elisabetta II che dava spettacolo con l’ultimo 007. Alì ha dato ragione al Jack London, che non ha potuto conoscerlo eppure è come se lo avesse conosciuto quando affermò: “Preferirei di gran lunga essere campione del mondo dei pesi massimi — cosa impossibile — che re d’Inghilterra o presidente degli Stati Uniti o kaiser di Germania”.
Tante cose che fanno capire come sia riduttivo parlare del Muhammad Alì pugile. Joe Louis o, scendendo dai massimi ai medi, Ray Sugar Robinson forse sono stati complessivamente superiori sul ring, resta comunque questione di opinioni…
Ma Ali è stato il più grande sportivo di tutti i tempi. Mai una banalità , ma un continuo bersagliare il perbenismo di una certa America, conservatrice ed incapace di accettare che il campione del mondo dei pesi massimi rifiutasse di ‘onorare’ la patria nella follia del Vietnam. ‘
‘Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro…”. Non una frase ad effetto, ma una coraggiosa scelta di coscienza che gli costò il ritiro della licenza e la perdita del titolo negli seconda parte degli anni sessanta. Già negro.
Come diceva lui, con il nome da negro, Cassius Clay, si rivelò al mondo vincendo l’oro a Roma alle Olimpiadi del 1960.
La leggenda narra della medaglia gettata in un fiume dopo che un camierere bianco si era rifiutato di servirlo. Poi si convertì all’Islam e per tutti fu Muhammad Alì.
Quando nel 1964 conquistò il titolo mondiale contro Sonny Liston finì subito nell’occhio del ciclone. Quel giovane spaccone così linguacciuto che abbatte un picchiatore brutale, anche nella rivincita ed in un solo round. Era la notte del colpo che nessuno vide e che a distanza di oltre 50 anni fa ancora discutere.
‘I campioni non si fanno nelle palestre. I campioni si fanno con qualcosa che hanno nel loro profondo: un desiderio, un sogno, una visione”.
Una visione portata fuori dalle sedici corde per riaffermare il principio indissolubile della pace. Alì è stato uno dei pochi personaggi di fronte ai quali è impossibile restare indifferenti.
Per chi ama il pugilato è stata la sveglia nel cuore della notte -questioni di fuso orario – per assistere ai suoi capolavori. Ma anche coloro ai quali del pugilato non frega nulla, hanno parlato di lui.
Chi lo venerava, chi non vedeva l’ora che qualcuno gli desse una lezione per quel suo modo linguacciuto di indispettire gli avversari.
Perseverante ed ossessivo quando si trattava di raggiungere i propri obbiettivi. ”I want Holmes, I want Holmes”, ripeteva ossessivamente in preparazione al match più impossibile.
Sapeva di non potercela fare, ormai trentottenne e debilitato nel fisico, ma voleva il più giovane e forte rivale, quel Larry Holmes che in una straordinaria manifestazione di rispetto e affetto gli risparmiò una punizione pesantissima prima dell’inevitabile conclusione al decimo round.
Uomo da show a trecentosessanta gradi. Lo fu anche nel 1974 nello Zaire, allora si chiamava così la Repubblica Democratica del Congo.
George Foreman, gigante texano di potenza disumana soggiogato dalla personalità del rivale: campione ridimensionato a sfidante, nero trasformato in amico dei bianchi, indesiderato inquilino dell’Africa Nera.
Foreman arrivò a Kinshasa come un pugile che voleva conservare il proprio titolo, Ali come il liberatore di un intero continente.
Foreman scese dall’aereo con Dago, il suo pastore tedesco, e gli africani ripensarono a quei cani utilizzati durante la tirannia di re Leopoldo per terrorizzarli.
Alì fu invece riconosciuto come il fratello nero, e tutti lo accolsero da re, la sua macchina solcava le strade polverose, e tra le nuvole i volti dei piccoli neri lanciavano il loro grido di implorazione. ”Ali boma ye”, ”Ali uccidilo”.
”George faceva male, ogni suo colpo qualche danno lo provocava sempre, ti spaccava un muscolo, ti incrinava qualche osso”.
Ma lui seppe sopportare stoicamente, per otto round, poi zittì i detrattori, tornando a pungere come un ape e danzare come una farfalla, e per Foreman non ci fu scampo.
I più giovani, ma anche chi lo ricorda bene, vadano a vedersi – facilissimo da trovare su internet – il match di Kinshasa.
Otto round, non un semplice incontro di pugilato, ma una vera e propria autobiografia di un mito.
C’erano proprio George Foreman e Larry Holmes, nell’ultima occasione ufficiale alla quale Alì era intervenuto, o scorso ottobre nella sua città natale, Louisville nel Kentucky, in occasione del tributo di ‘Sports Illustrated’ nei suoi confronti.
La sua morte è avvenuta quando in Italia era quasi l’alba. Tanti anni fa era il momento di andare al lavoro, o a scuola, o rimettersi a letto dopo aver assistito ai suoi match. Alì è morto, immortale Alì.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 31st, 2016 Riccardo Fucile
NON SAPPIAMO PIU’ VEDERE GLI ALTRI, SIAMO RIMASTI SOLI DAVANTI A UNO SPECCHIO COME QUELLO DI BIANCANEVE
Di nuovo omicidi passionali, femminicidi.
Vittime delle giovani donne considerate unicamente come donne oggetto. Considerate come cose di proprietà , per soddisfare se stessi. Per il proprio ego…
Come giocattoli.
Come fanno i bambini quando dicono “è mio”.
In un mondo fatto di apparenze, di tv, di miraggi, di proiezioni, di auto potenti, di simboli, di immagini, di bulli e bulletti , di prepotenze di ogni genere. Di violenza.
E dove l’altro, ma più spesso l’altra “serve” perchè è appunto una cosa e non una persona.
Dove l’altra è solo un mezzo per mostrare di essere qualcuno.
Ricco, con una bella casa e una bella auto.
Con una bella donna, poi moglie fedele. Di quelle da mettere al proprio fianco, di sotto, sottochiave, in “famiglia”.
E poi bruciare, accoltellare, soffocare… se non sta più al suo posto… quasi un nuovo-vecchio delitto d’onore.
Uccisa per non mostrare a se stessi quello che non si è. Forse non si è mai stati, non si è più: umani, semplicemente umani.
Insieme e non per qualcosa, in cambio di qualcosa o contro qualcuno.
Uguali e alla pari. Unica specie.
Ancora lunga la strada che ci aspetta. E piena di ostacoli: a cominciare dalla scuola che qualcuno vorrebbe che insegnasse soltanto a fare soldi, e a diventare posizioni, ruoli, posti.
Con la complicità di tanti (dai media ai politici e ai tuttologi da tv) che trasmettono balle e modelli industriali, da una economia/finanza che ci vuole competitivi, ingabbiati, consumatori, obbedienti, indifferenti a tutto e tutti, narcisi.
Mentre Sara Di Pietrantonio chiedeva aiuto invano prima di essere uccisa.
E la gente si girava dall’altra parte… Per paura, perchè aveva altro da fare.
Perchè non sappiamo più vedere gli altri.
Noi, rimasti soli davanti a uno specchio come quello di Biancaneve.
(da “Huffingtonpost)
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Maggio 30th, 2016 Riccardo Fucile
A GENOVA IL DOTTOR NICOLAS ESERCITA LA PROFESSIONE NEL CENTRO STORICO… MAGARI VENISSE UNA ILLUMINAZIONE A QUALCHE SEDICENTE “DESTRO SOCIALE”
Il dentista degli ultimi viene dall’isola di Icaro e lavora al quinto piano di un palazzo stretto tra il Porto
Antico e la chiesa di San Torpete. Non è difficile da trovare.
Almeno quattro pazienti al giorno lo chiamano perchè hanno letto l’annuncio, un grande cartello in via San Giorgio: “Dentista sociale — Onorari secondo lo stato del bisogno a operai, pensionati, contadini, studenti, artigiani e artisti”.
Quando lo ha affisso, un anno fa, il dottor Nicolas Dessypris non ha chiesto il permesso a nessuno. E quando il Comune gli ha chiesto duemila euro, è scoppiato a ridere.
“Con tutte le persone che hanno bisogno, che cercano di mangiare con tre denti perchè non hanno i soldi per curarsi, duemila euro per un cartello?”.
Non vuole essere chiamato benefattore, questo signore che, come Icaro, vola alto ma non ha paura di cadere.
E cura i denti come una missione, anzi, come una filosofia: semplice e lampante come il suo annuncio abusivo: “Io penso che tutte le persone hanno il diritto di mangiare, hanno il diritto di avere dei denti. E se non possono permetterselo, qualcuno li deve aiutare. Ognuno, nel suo piccolo, deve fare la sua rivoluzione personale”.
La sua rivoluzione è in questo piccolo studio vicino al porto, aperto 26 anni fa. E, da sette, la definizione di dentista sociale: una figura che nasce in Italia nel 2009 in seguito a un accordo tra Ministero del Lavoro, delle politiche sociali e l’Associazione nazionale dentisti italiani.
E prevede un tariffario agevolato per chi ha problemi economici. Basta portare il proprio Cud, il 730 o il modello unico, precisa un altro cartello affisso nello studio.
Gli sconti saranno proporzionati al reddito: del 50 per cento per chi guadagna fino a 5000 euro all’anno, del 40 per chi è nella fascia da 5 a 10 mila, e via così.
Ma il dottor Dessypris, che ha quasi settant’anni eppure non lo diresti mai, dal lampo guizzante che gli accende lo sguardo, non è un uomo da calcolatrice alla mano.
Lo studio è invaso da un sottofondo di musica greca e dalle immagini della sua isola, Icaria, che ha lasciato più di quarant’anni fa per iscriversi a Medicina a Genova e che è dappertutto, nei depliant sul tavolo della sala d’aspetto e alle pareti.
“La prima visita e il preventivo li faccio gratis. Quando qualcuno ha un’urgenza, forte dolore, gli tolgo il male. E poi si vedrà . C’è un signore che viene da me da cinque anni, ha una malattia muscolare, all’inizio arrivava in studio con il bastone, poi con le stampelle, poi in ambulanza. Altre volte arriva qui un ragazzino autistico. Come faccio a chiedere dei soldi? Già hanno la loro disgrazia”.
Allo studio di Dessypris bussano per lo più italiani, “pensionati che prendono 300 euro al mese, famiglie numerose, genitori separati con figli a carico, operai in cassa integrazione, disoccupati, artigiani che hanno perso il lavoro. E poi qualche straniero, alcuni sono ambulanti che vendono al Porto Antico, altri me li manda un’associazione in via Prè che segue soprattutto i bambini. C’è tanto bisogno”.
Il dottore degli ultimi la conosce bene, questa parola.
A 22 anni ha lasciato la famiglia e i sette fratelli per venire a studiare medicina. A Genova.
“L’ho scelta per il mare — sorride — in Grecia, gli anni Settanta erano tempi durissimi. Per mantenermi agli studi ho lavorato in una ditta di forniture navali, ho fatto il corriere, il commesso nel negozio di un amico greco”.
A Icaria ci va ancora, tutti gli anni. “Per vedere i parenti, i nipoti. Quando andrò in pensione, tornerò a casa mia”.
La sua casa l’ha indicata sulla cartina, con un pallino rosso. Accanto alla mappa ha appeso anche un foglio tutto scritto in greco.
“Sono saggi delfici — spiega — ecco, qui dice: conosci te stesso, e non invidiare niente. L’unico modo per essere felici”.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 29th, 2016 Riccardo Fucile
SULLA NAVE ITALIANA IMPEGNATA NELLA MISSIONE DI SOCCORSO DEI PROFUGHI… TANTE RAGAZZE TRA GLI UFFICIALI E IN INFERMERIA E TANTA UMANITA’
Una fortezza Bastiani galleggiante, e i Tartari arrivano davvero. Arrivano disarmati e disperati. Oltre dodicimila, questa settimana.
Almeno settanta se li è presi il mare, ma potrebbero essere molti di più.
La portaerei «Cavour», avvicinandosi in elicottero da Lampedusa, sembra un giocattolo tra le onde.
Dall’alto appare lo scafo, poi la plancia di comando e il radar di scoperta aerea, infine il ponte con lo ski-jump, il trampolino di lancio al termine della pista di decollo. Ventisettemila tonnellate grigie nel mare blu, a trenta miglia dalle acque libiche. L’Europa finisce qui.
Non è una fine cronologica: non ancora. È una fine geografica.
Una frontiera che risulta evidente a chi arriva da sud, e cerca sollievo alla miseria. Meno chiara a chi osserva da nord.
L’opinione pubblica europea fatica a capire che qui, in questo quadrato di Mediterraneo, si gioca il destino di due continenti.
Dietro i porti degli scafisti iniziano trenta milioni di chilometri quadrati d’Africa, popolata da un’umanità in movimento.
A terra si litiga senza capire. In mare si capisce senza litigare.
La nave «Cavour» guida Eunavfor Med, la missione europea contro i trafficanti di essere umani. Non è l’unico sforzo comune.
Nel Canale di Sicilia, più a nord, opera Triton, l’operazione dell’agenzia Frontex. Più a sud Mare Sicuro, che protegge i pescherecci italiani e le piattaforme che stasera mandano fiamme all’orizzonte. Ci sono imbarcazioni di organizzazioni non-governative e della Guardia Costiera.
Tutti a cercare di fermare qualcosa che non si ferma.
L’ammiraglio Andrea Gueglio, ligure, comandante della missione, tira fuori qualche cifra che spiega la forza dei suoi lugubri avversari.
Venire dalla Libia costa. Un passaggio su un gommone, da 500 a 1.000 euro. Su una barca in legno, da 1.100 a 1.300 euro. Su un peschereccio, da 2.500 e 3.500 euro.
Un viaggio può fruttare agli scafisti più di un milione. Non smetteranno, se non sono costretti. Oggi il traffico di essere umani è la seconda industria libica, dopo il petrolio.
Eunavfor Med è stata ribattezza «Operazione Sophia» dal nome di una bimba nata sulla fregata tedesca «Schleswig-Holstein», figlia di una donna africana soccorsa in mare.
All’operazione aderiscono 24 nazioni: Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Rep. Ceca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Romania, Slovenia, Spagna, Svezia. C’è chi fa di più e chi fa di meno.
L’Italia guida la missione, fa molto e lo fa bene. I nostri militari non saranno guerrieri feroci: ma quando c’è da combinare disciplina e prontezza, sono tra i migliori.
È curioso come i caratteri nazionali diventino complementari, su una nave europea.
Il capitano di vascello Alberto Sodomaco è un triestino di poche parole. Il comandante Captain Jose Maria Fuente de Cabo, Chief of Staff, uno spagnolo esuberante. Due ufficiali francesi e un ufficiale sloveno si occupano di intelligence.
L’austriaco tiene i conti e parla di politica. I tedeschi, che andiamo a visitare sulla nave rifornitrice «Frankfurt», sono organizzati: hanno pronti i kit per i migranti, numerati.
All’inizio partecipavano ai soccorsi con pesanti tute sigillate, perfette per il mare del Nord. Poi hanno capito che a trenta miglia dalla Libia fa caldo.
Nave «Cavour» pattuglia lentamente, cinque nodi. Saliamo e scendiamo scale verticali, ascoltiamo spiegazioni di turbine e armamenti.
C’è qualcosa di surreale nel vedere il sistema missilistico superficie-aria Samm-It e i cannoni calibro 76mm, a doppio caricamento, dotati di munizionamento radio-guidato di tipo Dart (Driven Ammunition Reduced Time of flight): le minacce, oggi, sono altre. Ma i visori notturni servono. Gli elicotteri sono indispensabili.
L’hangar, necessario per il ricovero e la manutenzione, diventa teatro di una conversazione collettiva, la domenica pomeriggio.
Si alzano uno dopo l’altro, gradi diversi sulle spalle: ufficiali, sottufficiali, marinai e vogliono parlare di immigrazione e di Europa, di libri e di Donald Trump. È un tentativo di portare normalità in un luogo eccezionale, e funziona.
Tante ragazze del sud, nella fortezza Bastiani galleggiante. Le trovo dovunque.
Tra gli ufficiali e in infermeria, nell’hangar e in plancia. Non in cucina e in lavanderia, a meno che non si siano nascoste al mio arrivo.
Parlando con alcune di loro capisco che la Marina Militare non offre solo un impiego e uno stipendio, ma una narrazione. La sensazione che la propria vita vada da qualche parte, come questa nave.
C’è Martina Muto, comune di 2° classe, 19 anni, di Pompei, addetta alle operazioni dell’hangar della portaerei. Parla e sorride con gli occhi azzurri. Quando, durante un’esercitazione di salvataggio, c’era bisogno di un uomo in mare, s’è buttata lei, una donna.
Dice Gueglio che, quand’è risalita, era entusiasta: «Ammira’, ma quando mai potevo immaginare una cosa del genere!».
C’è Anna Tradigo, comune di 1° classe, 21 anni, tarantina. È minuscola, vivace, porta i capelli raccolti. Lavora nell’hangar, ha militato in A2 di pallacanestro: quando si gioca sulla nave, tutti la vogliono in squadra.
«Voglio diventare tecnica dei Ris dei Carabinieri», dice seria. «La prima volta mi è andata male, ma essere qui aumenta il punteggio. E poi in mare mi trovo bene». L’hanno messa a tavola con l’ospite, l’ammiraglio e il comandante, ma non sembra per nulla intimorita.
C’è il tenente di vascello Seila Di Luca, capo componente del servizio armi e ufficiale di guardia in plancia.
C’è il tenente di vascello Gabriella Nastasìa, pugliese. Incarico: «capo componente tecnico operazioni garante della connettività Internet e telefonia di bordo». Traduzione: quando non riescono a telefonare a casa, vanno da lei.
Sulla «Cavour» solo telefoni fissi, niente cellulari. Internet per la posta elettronica. Niente social.
C’è il tenente di vascello Ilde Covino, dottoressa di bordo: mi mostra le due sale operatorie, l’unità di terapia intensiva e quella di rianimazione, l’unità per il trattamento dei pazienti ustionati e quella di diagnostica per immagini, l’unità odontoiatrica e le tre sale degenza con 32 posti letto.
È orgogliosa del suo ospedale che si muove sul mare e sa, purtroppo, che si riempirà spesso.
In questo momento, a bordo, stanno 550 persone. Ma sulla «Cavour» ci sono 1.200 letti. Uomini e donne hanno alloggi separati. Mi portano nello spazio femminile dell’equipaggio — diciotto brande, ognuna protetta da una tenda. In fondo bagni e docce. «Siete solo in nove», dico. Come fa a saperlo? «Ho contato gli accappatoi».
L’ammiraglio Gueglio sostiene che le donne hanno migliorato la Marina e ingentilito le navi: è scomparso il nonnismo, per esempio. È come se i maschi si sentissero osservati, e la cosa non gli dispiacesse.
Chiedo se sono ammessi rapporti sentimentali o sessuali. Mi guardano come un marziano. «Un uomo e una donna insieme? La porta resta aperta», spiegano. E se qualcuno la chiude?, domando. Sorridono.
C’è una strana atmosfera su una nave in missione. È come se tutti sapessero di essere utili. È come se il lavoro servisse e il riposo contasse.
L’equipaggio nel tempo libero legge, guarda la tv, corre, gioca, mette il tavolo da ping-pong dove stavano gli elicotteri.
La domenica sera la vedetta e un barista, Massimilino Bucci e Raffaele Raffo, prendono tromba e sax e suonano «September» degli Earth, Wind and Fire. Ci sanno fare, suonano bene.
Leonardo Vaira, nostromo di bordo, invita Antonia Ferro, infermiera. Ballano. Ballano al centro della sala. Ballano sapendo che hanno visto cose tristi e altre ne vedranno.
Ballano sul confine ultimo dell’Europa: che non è finita, grazie a gente come loro.
Beppe Severgnini
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 28th, 2016 Riccardo Fucile
UNO SPIRITO LIBERO, MAGNETICO, INQUIETO, CREATIVO, CAMALEONTICO
Per tutta la vita, Giorgio Albertazzi — scomparso oggi all’età di novantadue anni — ha dovuto fare i conti con quella fama di essere un po’ come il protagonista di uno dei romanzi più amati e conosciuti di Stevenson – Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mister Hyde – tra l’altro, uno dei primi spettacoli da lui interpretati e trasmessi negli anni Sessanta dall’allora neonata Rai.
Del resto, quella pozione creata dallo scienziato dello scrittore scozzese, capace di separare le due nature dell’animo umano, è quella che da sempre dovrebbe bere un bravo attore prima di interpretare un ruolo, sia esso di teatro come di cinema.
Ci sarà , così, da un lato l’uomo e dall’altro l’attore e il nascere di una personalità scissa in due metà speculari e che, alternativamente, prendono possesso del suo corpo riuscendone a trasfigurarne anche l’aspetto.
Albertazzi ha applicato da sempre questa regola alla sua vita, nel pubblico e, a volte, anche nel privato.
Rispettabile e pulito, educato a principi morali, bastava poco —se così si può dire — per vederlo calcare i palcoscenici italiani e non solo (resta indimenticabile, tra le tante, il suo Amleto all’Old Vic Theatre di Londra diretto da Zeffirelli) interpretando personaggi malvagi e ben lontani dal rispetto delle regole civili e da quell’immagine di ‘bravo ragazzo’ che si era costruita nel tempo (“sarà sempre per me un bravo ragazzo”, ci disse Gigi Proietti lo scorso anno alla conferenza stampa del Globe Theatre di Roma, nel presentare un suo spettacolo).
Questa sorta di ‘contraddizione professionale’, giusta e frequente, l’applicò a volte anche nella sua vita, quella stessa che amava come la sua professione, esercitata fino alla fine sempre con grande passione e spirito d’inventiva e d’avventura.
Inquieto, creativo, camaleontico e difficilmente catalogabile in un genere preciso, Albertazzi si portò dietro il ‘marchio’ di essere stato legato al fascismo in gioventù, cosa da lui mai rinnegata.
Andò a Salò come tanti ragazzi dell’epoca, si arruolò nell’esercito grigioverde della Repubblica Sociale convinto che lì si combattesse per l’Italia, “ma non fui mai di destra”, come dichiarò più volte.
Scelse la parte dei perdenti e lo fece più per un istinto anarchico che non per convinzione, ma per tutta la vita, quell’episodio rimase sempre un triste dramma personale.
Dopo Salò e dopo due anni passati in un carcere militare, capì di non essere fascista, tanto da dire un secco ‘no’ ad Almirante (che quando divenne un attore famoso lo ammirava molto) che lo voleva nell’ MSI.
Anni dopo, il suo avvicinamento ai Radicali e a Pannella, da poco scomparso, con cui manifestò per l’aborto, il divorzio e per Welby, ma l’eutanasia non riuscì mai a metterla in pratica con Anna Proclemer, la sua prima, amatissima, moglie.
Anni dopo, frequentò anche Berlusconi (“ma non diventammo amici”) e subito dopo Valter Weltroni, che ufficializzò le sue seconde nozze con Maria Pia Tolomei e che fu tra i suoi più grandi sostenitori per nominarlo direttore del Teatro Argentina di Roma. Nel frattempo, la giunta del centro destra della Regione Calabria, gli conferì la carica di direttore artistico del ‘Magna Grecia Teatro Festival’, e lui accettò di buon grado. Ancora politica, ancora un cambiamento: nel 2013 votò Grillo senza mai nasconderlo: “Gli voglio bene a prescindere, ma non so se lo voterei ancora. Ha perso quello smalto iniziale”, disse ai microfoni di Radio Due.
“La politica è così, quando entri là dentro è come buttarsi in una vasca, inevitabilmente ti bagni. Lui portava lo spirito radicale, non nel senso pannelliano del termine, mi è piaciuta molto la sua operazione. Ma alla fine si è bagnato anche lui”.
Non a caso, poi, votò per Renzi (“è la prima volta che voto e che vinco”) e il premier, proprio questa mattina, all’inaugurazione della Biennale di Venezia, lo ha ricordato come “un grande artista italiano, classico e controcorrente”.
Proprio nella città lagunare, Shakespeare decise di ambientare una delle sue più celebri commedie (Il mercante di Venezia) e Shylock, il personaggio protagonista, è stato più volte interpretato da Albertazzi a teatro.
Come lui, era testardo ed entusiasta della vita, era magnetico, irresistibile e perfettamente padrone di ogni avventura e sventura.
Amava molto anche l’Imperatore Adriano e lo spettacolo tratto dal libro della Yourcenar e diretto dall’amico Maurizio Scaparro (suo testimone di nozze) fu il suo cavallo di battaglia per più di venti anni (“sento, come lui, la fine della bellezza che si consuma”).
Intellettuale impegnato da un lato, tifoso incallito della Fiorentina dall’altro, assiduo frequentatore dei migliori salotti italiani come di quelli televisivi ultra pop, spesso trash, della D’Urso e di Costanzo, fino al cinema di Aldo, Giovenni e Giacomo (lo citano in un loro film, ‘Chiedimi se sono felice’) per poi tornare a L’Aquila, distrutta dal terremoto del 2009, per recitare, magnificamente, la Divina Commedia tra le macerie.
Era un convinto sostenitore dell’impegno in tutti i suoi aspetti, ma anche della leggerezza, ovvero “la caratteristica alla base della letteratura per il nuovo millennio, che quando la scopri ti sembra che tutto il resto diventi di pietra”, come scrisse Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane (che Albertazzi portò a teatro), “quella libertà del pensiero da stereotipi e convenzioni, il flusso cogitante senza ingombri e costrizioni”.
Amava ripetere spesso una frase non sua (“Per diventare giovani, veramente giovani, ci vogliono molti anni”) e non a caso, negli ultimi tempi, nel 2007, sposò, come già ricordato, una donna di trentasei anni più giovane, Maria Pia Tolomei (parente dell’omonima ava descritta da Dante nel quinto canto del Purgatorio), tenendo ben presente un’altra frase da lui spesso ripetuta: “si ringiovanisce sempre, si invecchia di colpo”.
Le donne fecero sempre parte della sua vita, ma anche gli uomini: non nascose mai la sua avventura omosessuale con Luchino Visconti (“una volta ci scambiammo un lungo bacio, un’altra mi disse esplicitamente: “E se io ti chiedessi qualcosa di più di un’amicizia?”, raccontò a L’Espresso) a cui rimproverò sempre di non avergli dato la parte ne Lo straniero di Camus (data poi a Mastroianni) e in Senso (a Farley Granger). Al sesso, preferiva l’eros, tenendo ben presente che le donne hanno l’intelligenza del corpo, “una dote assente negli uomini”.
La morte fa parte della vita, disse più volte e amava scherzare facendo notare che in realtà , molti andavano ad applaudirlo teatro solo perchè quella poteva essere l’ultima volta che lo avrebbero visto vivo.
Non ci saranno funerali per celebrarlo, ma solo un incontro/funzione con i suoi amici più cari.
Niente ‘addio’, dunque, perchè lui in Dio non credeva, ma non lo negava, perchè “negarlo, è sbagliato, ma affermare che esiste, è gratuito”.
Ci mancherà .
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 28th, 2016 Riccardo Fucile
L’ORIZZONTE IGNOTO E MAGICO SUPERA E TRAVOLGE LA TRISTEZZA
Il tempo passa inesorabile. Consuma le sue storie. Scandisce i suoi “perchè”… 
Un “metronomo” rigido ed inflessibile. Un “incedere” incessante…
Se “ne stanno andando via” i più grandi.
Una settimana fa, Marco Pannella. Oggi, Giorgio Albertazzi.
Persone che hanno lasciato il segno. Che hanno vissuto il sogno. Che non hanno mai trasmesso la paura “di cadere”.
Troppo “presi”, troppo innamorati di ciò che facevano, delle cose che amavano e di quelle in cui credevano.
Ognuno ha i propri riferimenti ed ama cose specifiche. Le sfumature fanno parte di un unico, grande spettacolo.
E’ proprio “questo” che rende affascinante il mistero dell’oggi ma anche (e soprattutto) quello del domani.
A chi ha contribuito a quel fascino, dire grazie, è quasi scontato.
Proprio come (scontato) è quel senso di vuoto che te ne deriva.
Un “vuoto ricco”, però, perchè chi è stato davvero grande, lascia una scia.
Lascia una “mappa”. Ti consegna, per sempre, indelebile, un sentiero.
“L’orizzonte” è sempre là . Un “incedere incessante”…
Ignoto. Magico.
Stimolante ed irrefrenabile.
Supera e travolge la tristezza…
Porgi un saluto. Anche alla malinconia…
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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