Aprile 8th, 2016 Riccardo Fucile
LO SCRITTORE D’AVENIA: “SI ENTRA NELLA VITA E SI CAPISCE CHE NON E’ UN PARCO DI DIVERTIMENTI”
In questi anni ho ricevuto molte lettere e confidenze di ragazzi che, dopo aver letto il mio primo romanzo o visto il film che ne è stato tratto, mi raccontavano di aver deciso di donare il sangue e, se maggiorenni, di iscriversi al registro dei donatori di midollo.
Sono sempre stato convinto che non ci sia età più «erotica» e quindi «eroica» dell’adolescenza: erotica perchè il desiderio di aver presa sulla vita porta ad aprirsi al mondo in cerca di ciò che possa soddisfare la sete che caratterizza qualsiasi adolescente, e lo confonde per eccesso di domanda e carenza di risorse.
Se questa apertura al mondo trova un senso a cui votarsi, lo slancio erotico non si ripiega su se stesso diventando narcisistico, ma si fa eroico, di un eroismo non eclatante ma appagante, si scopre di essere dono per sè e per gli altri.
Un tempo il transito dall’adolescenza all’età adulta era segnato da veri e propri riti di passaggio, che segnavano la capacità di guardare in faccia il mondo e affrontarlo.
Oggi questi riti sono diluiti in un acido consumistico: età in cui soddisfarli e riempirli di oggetti, quando invece è fatta per aprirsi e riempirsi di progetti, che costringano ad entrare in contatto con il mondo, senza quegli schermi che, paradossalmente, ci danno l’ebbrezza del contatto con la realtà , ma dalla realtà , come dice la parola stessa, ci schermano e a contatto c’è solo un dito della nostra mano.
Ricordo ancora la prima volta che imboccai un bambino cerebroleso, in quel momento mi chiesi che cosa stavo facendo io delle mie mani, delle mie gambe, dei miei occhi perfettamente in funzione, nella vita di tutti i giorni.
I ragazzi di Alba che vogliono donare il midollo al compagno, sollecitati dalla vita ferita, ci ricordano che adolescenza è il primo passo consapevole, e per questo vertiginoso, verso l’acconsentire d’esser nati, dare consenso all’assoluto involontario dell’esser qui, al fatto che la vita è data, con le sue gioie e i suoi drammi.
Solo così si scopre che non siamo più in un parco di divertimenti che risponde ad ogni nostro desiderio, come per il pensiero magico e onnipotente del bambino.
L’adolescente entra nella vita, perchè la vita entra dentro di lui in modo nuovo e più pieno, e lo ferisce.
Può quindi scegliere di ritirarsi o guardarla in faccia e chiedersi per cosa valga la pena morire, cioè vivere.
Non sto parlando di masochismo sacrificale, ma proprio di affermazione piena della vita, del normale spaccarsi del seme per poter diventare rosa: se il seme non si apre e non si lascia aprire da sole, terra, acqua, accogliendo il suo destino, rimane sterile e si percepisce come «nonsenso», proprio perchè non ha direzione, il suo destino non si fa destinazione. Se invece trova la ragione per rompere il guscio si lascia ferire ed entra nel mondo con la sua fioritura, e si sperimenta come dono di colori e sapori per il mondo, benchè il prezzo da pagare sia una morte «apparente», perchè in realtà è «più vita».
Donare il sangue non è forse questo?
L’adolescente coglie allora che non siamo esseri «per» la morte, ma esseri «con» la morte, da superare proprio con lo slancio della vita, che è tale quando si fa dono, cioè spazio e tempo dedicati agli altri, come questi ragazzi che donano il sangue.
Gli adolescenti non provocati alla vita e dalla vita, non posti di fronte a delle ragioni per darsi, ma solo a delle proposte per consumare, non riescono a percepire la grande sfida che riempie una vita di senso: tutto il di più di vita che entra in loro è fatto per essere dato, una volta riconosciuto il seme di cui sarà fiore e frutto, come scrive Dante nel Convivio: «A l’adolescenza dato è quello per che a perfezione e a maturitade venire possa».
Per cosa lottano? Per l’ultimo modello di cellulare? O per donare il sangue, per una vetta da raggiungere in montagna, per un amico da sostenere, per una passione da coltivare, per un malato da accudire?
Scopriamo la nostra altezza solo quando qualcuno ci invita ad alzarci in piedi, a uscire, a prenderci cura di quello che i nostri sensi aperti lasciano entrare.
Non sapremo nulla della vita se rimaniamo piegati sul nostro ombelico, riparati dietro uno schermo, accontentandoci di essere «profili» e non uomini e donne integrali. Basterebbe qualche ora in un reparto di oncologia pediatrica per ricordarsi che la vita debole e ferita è compito nostro.
Alessandro D’Avenia
(da “la Stampa”)
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Aprile 8th, 2016 Riccardo Fucile
LA GARA DI SOLIDARIETA’ CHE HA COINVOLTO L’INTERA CITTA’… IN UNA SOCIETA’ DOVE SI ISTIGA ALL’ODIO, C’E’ ANCORA UNA GIOVENTU’ CAPACE DI AMARE
La solidarietà corre tra i banchi di scuola. 
E con gli studenti sempre connessi, in un attimo coinvolge tutto l’istituto, una città , un’intera comunità .
Succede ad Alba, al liceo scientifico «Leonardo Cocito», 700 allievi e una tradizione scolastica solida e dalla mente aperta, dove pochi giorni fa il dirigente Bruno Gabetti ha convocato i rappresentanti d’istituto.
«Andrea, uno dei nostri ragazzi di quarta, sta male, ha la leucemia. Non c’è tempo da perdere, bisogna diffondere quanto più possibile un appello per cercare un donatore di midollo compatibile».
Detto, fatto. I giovani digitano sulla tastiera. Facebook, il sito web e il blog del liceo. Un testo che compare anche nelle bacheche degli altri istituti e in poche ore viaggia sulle chat di Whatsapp di tutto l’Albese.
«Uno studente della nostra scuola è affetto da una grave malattia emopoietica. Ciò comporta una defezione a livello cellulare con rischi elevati verso infezioni, setticemie e malattie con decorso quasi sempre mortale. Tutti noi possiamo provare a dargli una mano, come solo la comunità del “Cocito” sa fare. L’aiuto più concreto è la donazione del midollo osseo: occorre sottoporsi a un test preliminare veloce e non invasivo, tramite tampone salivare».
Il messaggio coglie nel segno. Anche i genitori e la sorella di Andrea lanciano un accorato appello e tutti si mobilitano.
Da Cuneo, dove sta seguendo le terapie in day hospital, lui è quasi incredulo.
Ha compiuto 18 anni da un paio di mesi e ha tutto il diritto di avere una vita davanti. «Non me l’aspettavo – dice Andrea -. Sono davvero commosso. Pensare che mi stanno sostenendo i compagni e addirittura l’intera città mi mette forza e coraggio. Non vedo l’ora di incontrarli e ringraziarli».
«Il preside ci ha detto che era una cosa urgente e così non ci abbiamo pensato su un attimo – dice Alessandro Tomassetti di IV B, rappresentante degli studenti del Cocito -. Andrea è un nostro compagno, un ragazzo che da quattro anni incrociamo tutti i giorni nei corridoi. Impossibile non sentirci coinvolti».
In realtà , solo una piccola parte di studenti potrà partecipare al test, limitato per legge a un’età compresa tra i 18 e i 35 anni. «La probabilità di trovare un midollo osseo compatibile con quello del nostro compagno è molto bassa, una su centomila. Più grande è il campione, più possibilità abbiamo» aggiunge Federico Sordo, altro rappresentante d’Istituto.
Il telefono della scuola da due giorni squilla senza sosta.
Il test, precisa la dottoressa Milena Bernardi dell’Admo, «non sarà specifico per il caso di Andrea. Chi decide di effettuarlo entra in una banca dati di possibili donatori che opera a livello mondiale. Ma mobilitazioni come questa sono davvero preziose per diffondere una cultura della donazione».
Tra i ragazzi, chi può ha già deciso: «Io ho compiuto 18 anni e lo farò» dice Alessandro, compagno di banco che dialoga tutti i giorni con Andrea via Skype.
Il tempo è poco, ma i ragazzi sono fiduciosi per natura. «Andrea è un portiere fantastico, si allenava cinque giorni a settimana – dicono -. Saprà parare anche questa».
(da “La Stampa”)
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Aprile 6th, 2016 Riccardo Fucile
STORIA DI DUE RINASCITE… “COS’E’ PIU’ IMPORTANTE: I SOLDI O LA VITA?”
Un fornaio e un senzatetto sono i protagonisti di questa favola buona che si svolge nella cittadina di Dole, nelle montagne del Giura, a est della Francia.
Una favola che parla di solidarietà , tempismo e riconoscenza, dimostrando quanto un incontro, talvolta, possa davvero salvare la vita.
Michel Flamant ha 62 anni e fa il fornaio da quando ne aveva 14.
Spesso Jèrà’me Aucant si metteva proprio davanti al suo forno a chiedere qualche spiccio ai passanti; e Michel, invece di cacciarlo via, lo invitava a entrare per offrirgli un caffè e un croissant.
È stata proprio la sua gentilezza — come riporta il Telegraph – a salvare Michel da un’intossicazione da monossido di carbonio che poteva costargli la vita.
Un giorno Michel stava infornando le sue delizie, come al solito, quando ha iniziato a sentirsi male. Il malessere e la debolezza, in realtà , duravano da alcuni giorni, esattamente da quando un tecnico era venuto a ‘riparare’ il forno, in realtà dandogli il colpo di grazia e innescando una fuga di monossido di carbonio.
Quel giorno la fuoriuscita ha raggiunto un livello letale: Michel ha perso i sensi, accasciandosi sul pavimento.
Se non fosse intervenuto Jèrà’me, sarebbe morto nel giro di un quarto d’ora.
Jèrà’me è entrato, ha visto Michel privo di sensi e subito lo ha trascinato fuori, chiamando i soccorsi.
I medici lo hanno preso per i capelli. Dopo due settimane Michel è uscito dall’ospedale, determinato a fare qualcosa per ringraziare Jèrà’me.
Così gli ha offerto un lavoro nel forno. In pochi giorni Jèrà’me ha conquistato la fiducia di Michel, al punto da spingerlo a un gesto ancora più estremo: ‘vendergli’ per la cifra simbolica di un euro l’intera attività a Dole.
Negli anni Michel, definito da tutti un gran lavoratore, ha aperto diverse panetterie in Francia e persino a Chicago.
D’ora in poi quella di Dole non apparterrà più a lui, ma a monsieur Aucant, che nel mentre si è tagliato barba e capelli e rimboccato le maniche per imparare a fare baguette e dolci buoni almeno quanto quelli di Michel.
“Cos’è più importante: i soldi o la vita?”, chiede ironicamente Michel.
“Non sono ricco, ma non m’importa nulla dei soldi. Voglio essere libero, stare in pace con me stesso. E se posso fare felice un’altra persona, tanto meglio”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 26th, 2016 Riccardo Fucile
UN BEL GESTO DI SOLIDARIETA’: A SETTEMBRE INIZIANO I LAVORI
“La Serie B sta lavorando con il Comune per creare un bel campo di calcio che ieri è stato ufficialmente
concesso dalla Regione Sicilia”.
Matteo Renzi, in conferenza stampa a Lampedusa insieme al sindaco Giusi Nicolini, ufficializza l’ok per la creazione di un campo di calcio sull’isola.
“Faremo una bella sfida tra una selezione di Lampedusa contro i migliori della Serie B — ha proseguito Renzi — e io farò l’arbitro, perchè non so giocare”.
Il lavoro di un anno, di concerto tra la Lega Serie B e l’amministrazione comunale di Lampedusa, ha quindi raggiunto il suo obiettivo.
Nell’ambito dei progetti B Solidale, Piattaforma per la Responsabilità Sociale e B Futura Piattaforma per lo Sviluppo Infrastrutturale, anche grazie all’apporto dell’avvocato Federico Vecchio e dell’architetto Filippo Fanelli, si è dunque arrivati all’ok per il nuovo stadio, che avrà un terreno di gioco in erba artificiale di ultima generazione e sarà dotato di spogliatoi, tribuna e impianto di illuminazione in piena regola, per un investimento stimato intorno ai due milioni di euro.
Il progetto è stato condiviso con il CONI mentre il finanziamento sarà attinto da diverse fonti: non è escluso un canale dedicato al crowdfunding.
L’obiettivo è di porre la prima pietra entro fine settembre 2016, stabilendo già da metà aprile il programma dei lavori.
Negli scorsi mesi, la Lega Serie B aveva già contribuito alla realizzazione di un campo a San Patrignano.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2016 Riccardo Fucile
LA MELONI CHIEDE LE DIMISSIONI DELLA MOGHERINI PER LE LACRIME ALLA NOTIZIA DELL’ATTENTATO A BRUXELLES… NON E’ SEGNO DI DEBOLEZZA , MA DI UMANITA’, CONCETTO ESTRANEO A CHI E’ ABITUATO A SPECULARE SULLA MORTE DEGLI INNOCENTI
Un amico di destra, quella vera, ha scritto ieri: “Confesso che nel vedere le immagini dei tragici fatti di ‪
Bruxelles‬, mi sono sentito più rappresentato dalle lacrime della ‪Mogherini‬ che dalle urla di alcuni “sciacalli” dell’area di ‪‎centrodestra‬… In certi momenti si impone prima di tutto il silenzio, il rispetto per chi ha perso la vita e la partecipata, emotiva commozione… Le urla non hanno mai risolto nulla e mai risolveranno. Le urla fanno soltanto rumore…”
Queste semplici parole avremmo potuto e dovuto sottoscriverle in tanti , noi che non ci sentiamo rappresentati da quella fogna maleodorante che è la pseudodestra attuale: quella che, con i morti ancora caldi, trova il tempo di farsi immortalare in foto ricordo sui luoghi dell’attentato, quella dei vecchi tromboni, una vita da servi di tanti padroni, che pubblicano vecchie testate con scritto “Bastardi islamici”, quella di chi vorrebbe cacciare tutti i profughi siriani in quanto “terroristi dell’Isis”, fingendo di dimenticare che stanno proprio fuggendo dall’Isis, quella che accusa la Mogherini di debolezza solo perchè ha pianto alla notizia.
In effetti versa lacrime nella vita chi è capace di provare sentimenti umani, non chi ha irrefrenabili orgasmi alla notizia di morti che possono giovare alla loro miserabile vita politica.
Non chi distilla quotidianamente odio razziale e religioso.
Non chi ha sulla coscienza migliaia di bambini e madri affogati in mare, esseri umani che avrebbero potuto essere semplicemente salvati inviando un numero programmato di traghetti per imbarcarli su navi sicure.
Appartengono a quella categoria di assassini morali che invocano ogni giorno i respingimenti, che declamano la superiorità della razza nordica, salvo svegliarsi, mentre contano i soldi nel materasso in piena notte, con un figlio assassino, una figlia baby-prostituta, un nonno abbandonato in ospizio dopo avergli fregato la pensione e un nipote cocainomane che gli taglia la gola.
Sono quelli che invocano ogni giorno la guerra santa contro l’Isis, ma mai che si arruolino per combattere al fronte, magari il destino ce li toglierebbe dai coglioni.
No, il loro motto è “armiamoci e partite” o lanciare hastag “iononhopaura-micagosoloaddossodifrontea4ragazzottideicentrisociali”.
No, loro non possono partire, devono lucrare sui morti nei social e accusare di “buonismo” chi non ha rinunciato al ruolo di essere umano.
Ma qua si sbagliano, noi non siamo affatto buonisti.
Per chi “sporca” la parola destra non abbiamo alcuna pietà : continuino pure a fiancheggiare l’Isis, noi sappiamo distinguere.
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Marzo 21st, 2016 Riccardo Fucile
LACRIME E ABBRACCI DURANTE LA MESSA NELLA CHIESA DEL GESU’ IN RICORDO DELLA STUDENTESSA VITTIMA DELL’INCIDENTE AL BUS DI ERASMUS
Francesca Bonello, genovese, non ce l’ha fatta. Viaggiava a bordo del pullman che si è schiantato a Freginals, non lontano da Tarragona, a 30 chilometri dalla capitale catalana. Nell’incidente hanno perso la vita 13 ragazze, di cui sette italiane.
Francesca Bonello abitava a Castelletto e studiava a Barcellona. Era nata il 14 giugno del 1992, studiava Medicina all’Universitat de Barcelona di Gran Via de les Corts Catalanes e aveva frequentato il liceo Classico Colombo.
Il padre è un ingegnere dell’Iren, la madre insegna Scienze al Doria. La famiglia è stata avvisata durante la notte e i genitori sono subito partiti per raggiungere il luogo della tragedia. A mezzogiorno in piazza Matteotti, alla Chiesa del Gesù c’è stata una messa. Alle 21 ci sarà la veglia serale.
Francesca era un’aspirante medico, impegnata e altruista, accompagnata da una forte fede cristiana.
«L’estate scorsa – ricorda padre Francesco, presidente della Comunità di vita cristiana di cui Francesca faceva parte – era andata in Ciad con il fidanzato Federico, che è medico, per mettere in pratica quello che stava imparando all’università , per aiutare gli altri».
Il rettore, Paolo Comanducci, che oggi ha listato a lutto il sito dell’ateneo, ha indetto per domani due minuti di silenzio a mezzogiorno per tutte le attività universitarie.
La sorella Marta: «Ora è il momento del dolore»
«Adesso non è il momento di parlare. Adesso è solo il momento del dolore».
Marta Bonello, 21 anni, sorella di Francesca, morta nell’incidente del bus in Catalogna, risponde a stento al citofono della casa in cui vive con i genitori, nel quartiere residenziale di Castelletto.
«Cercate di capire quello che stiamo vivendo» dice straziata dal dolore. Anche lei è iscritta all’Università di Genova, come la sorella, ma alla facoltà di ingegneria.
Nello stesso stabile vive anche una cugina della studentessa morta in Spagna. «Francesca era una persona speciale – racconta con la voce rotta dal pianto – una studentessa modello, in regola con gli esami. Era in Erasmus da un mese. Ma non posso dire altro, non riesco a parlare»
Ci saranno i suoi amici, forse anche la sorella più piccola Marta, alla veglia di questa sera per commemorare la tragica scomparsa di Francesca Bonello.
I ragazzi leggeranno dei messaggi per condividere il dolore della perdita della studentessa genovese.
Il ricordo di padre Cavallini
«Appena arrivata a Barcellona, lei che amava cucinare, ha fatto lasagne al tocco per venti persone».
E’ il ricordo di chi la conosceva bene, la stessa persona che oggi ha dovuto trovare comunque delle parole di fronte alla chiesa del Gesù in piazza Matteotti gremita di amici di Francesca Bonello.
Padre Francesco Cavallini ha infatti officiato la messa in ricordo di quell ragazza che «ovunque è andata si è sempre fatta amare. Era la persona più vitale che abbia mai conosciuto».
Cristiano”.
La chiesa del Gesù è gremita. Sono amici di Francesca Bonello o dei suoi genitori, accorsi per la messa in ricordo della studentessa genovese morta nell’incidente del bus a Freginals. «Era contenta e spaventata per quest’avventura. La conosco dai tempi del liceo – ha raccontato Paola, visibilmente sconvolta dall’accaduto – e non ho ricordi di lei in cui non sia sorridente».
Tra le altre persone presenti, anche una collega della mamma di Francesca che insegna al liceo Doria: «I genitori lo hanno saputo ieri sera e sono partiti subito. Non li ho chiamati per rispettare il loro dolore. Sono qui perchè ci tenevano a venire anche i suoi alunni».
La messa è stata celebrata da padre Cavallini. Presente anche don Nicolò Anselmi, padre spirituale dell’Agesci. Del gruppo 5 faceva parte anche Francesca, da tutti ricordata come molto religiosa. La studentessa genovese partecipava a molte attività di volontariato tra cui quella di assistere gli anziani all’istituto Paverano.
«E’ tempo del dolore e delle lacrime, non delle parole quelle ci saranno stasera», ha detto il prete che conosceva molto bene la giovane genovese.
«Francesca era una ragazza generosa che viveva la religione con una fede vera, concreta. Era andata in Romania e in Africa come volontaria. Ha lavorato tanto con i poveri. Era una persona piena di amici, solare, bella. La sua è stata una vita breve ma vissuta per gli altri», ha aggiunto Caterina, un’altra amica dei genitori di Francesca Bonello.
(da “il Secolo XIX”)
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Marzo 21st, 2016 Riccardo Fucile
L’IMPORTANZA DI SENTIRSI PARTE DI UN TUTTO
Per chi almeno una volta è stato su uno di quei bus Erasmus lo sgomento per la tragedia della Catalogna,
se mai possibile, è ancora più forte.
Perchè sa quanta vita, quanta gioia di vivere, quante speranze, quanti progetti sono stati portati via da un pullman uscito fuori strada.
Dire che oggi se ne è andato un pezzo di futuro non è una frase retorica, ma la verità . E chi, come me, è stato in Erasmus, può capirlo alla perfezione.
Oggi la famosa generazione Erasmus, il programma di scambio europeo tra studenti di diverse università e paesi, si stringe in un abbraccio forte e doloroso che supera i confini e non bada alla nazionalità delle vittime.
Su quell’autobus in Spagna c’erano Valentina, Lucrezia, Elisa, solo per citare i nomi di alcune delle vittime italiane della strage.
E di fianco a loro c’era il mondo intero, il mondo del futuro.
Oggi la generazione Erasmus ha perso le sue figlie. E noi, i giovani di quella generazione, abbiamo perso le nostre sorelle.
Era il 2008 quando sono partito per la Finlandia, 4 mesi all’estero.
L’autobus degli Erasmus io l’ho preso per andare da Helsinki a San Pietroburgo. E poi in Lapponia: dodici ore di viaggio, notte e giorno. Eravamo in 50, solo 4 italiani.
Si parlava inglese anche tra di noi, ma io che lo masticavo poco rispetto agli altri ogni tanto mi lanciavo in espressioni azzardate.
Chi parlava meglio la lingua non mi derideva. Mi correggeva, mi aiutava: “Forse volevi dire così?”.
In un solo autobus c’era la Spagna con suoi odori, la Francia con il suo accento, la Germania e l’Austria, dall’inglese provetto.
Il viaggio era parte integrante del divertimento, il pullman risuonava di gioia, di canti, di cori. Di spensieratezza.
Sarà stato così anche in Catalogna. Perchè in fondo la generazione Erasmus, anche se passano gli anni, conserva sempre la sua peculiarità : sentirsi parte di un tutto, indefinito, ma pur sempre un tutto.
Sui pullman degli Erasmus c’è la vita: noi ci raccontavamo i progetti futuri, i nostri sogni.
Chi sarebbe voluto diventare un avvocato, chi avrebbe voluto trascorrere la vita viaggiando, chi avrebbe voluto insegnare e chi diventare un importante manager. Io volevo fare il giornalista.
A distanza di anni con molti ho perso i contatti, con alcuni ho ancora legami.
Tutti però mi hanno lasciato almeno un ricordo. C’è chi è diventato avvocato, chi manager, chi ancora viaggia.
Questa mattina, dopo aver letto la notizia della strage, ho riaperto le fotografie vecchie di 8 anni. In una siamo sul bus per la Lapponia, giochiamo a carte.
Sul tavolino tra i sedili un cubo di Rubik e un foglio per gli appunti.
“Non è giusto – riuscivo solo a pensare – non è giusto che ieri sia andata così”
Gerardo Adinolfi
(da “La Repubblica”)
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Marzo 20th, 2016 Riccardo Fucile
LA FRANA DI ARENZANO L’HA COLPITO MENTRE FACEVA UNA PASSEGGIATA: HA PENSATO SOLO A METTERE IN SALVO L’AMICA
Sono riusciti i due interventi chirurgici alla testa cui è stato sottoposto Patrick Lumda Ngandu, il quarantenne originario del Ghana ferito in modo grave ieri nella frana caduta sull’Aurelia ad Arenzano che ha costretto tra l’altro a deviare la corsa ciclistica Milano- Sanremo.
Le due lunghe e delicate operazioni di neurochirurgia e di maxillo facciale hanno avuto esito positivo, si apprende in ospedale, ma per definire le condizioni del ferito sono necessari ulteriori esami.
L’uomo, che è in coma indotto, dovrebbe essere sottoposto già oggi ad una nuova tac. La sua compagna è invece rimasta solo contusa.
«Un boato, tremava tutto, sembrava che cadesse la strada. Patrick mi ha gridato “attenta” e spinto quel tanto da mettermi al riparo, poi è stato colpito da quella pietra enorme…».
Una gamba ricoperta di lividi, come la mano. Antonella Torchio, infermiera di 43 anni di Asti, è seduta davanti all’ingresso del reparto di rianimazione dell’ospedale Galliera.
Dietro quelle porte lotta tra la vita e la morte il suo amico, Patrik Ngandu Lunda, 40 anni, sanremese, l’uomo travolto dalla frana del Pizzo, ieri mattina, ad Arenzano.
«È successo tutto all’improvviso – racconta l’infermiera – Stavamo camminando sulla passeggiata poi abbiamo sentito un boato. Io credevo si fosse ribaltato un camion sull’Aurelia, che in quel punto passa poco sopra la strada pedonale, alla fine però abbiamo visto quella pioggia di massi. Sembrava che stesse cadendo la montagna…».
Occhi lucidi, voce spezzata dal dolore. Antonella Torchio arriva all’ospedale Galliera dove è ricoverato in condizioni disperate l’amico, nel primo pomeriggio. «La cosa più importante è che ce la faccia. Deve farcela. Ha salvato me, deve salvarsi anche lui»
(da “il Secolo XIX”)
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Marzo 14th, 2016 Riccardo Fucile
L’IMPRESA “IMPOSSIBILE” DEL DIRIGIBILE GUIDATO DA UN ECCEZIONALE MERIDIONALE
Quando il re di Norvegia, Harald V, visiterà Roma e Milano ai primi d’aprile, saranno passati novant’anni da quando suo nonno Haakon VII decise di scendere da palazzo per accogliere, insieme a migliaia di persone, l’arrivo del dirigibile Norge a Oslo.
Il sovrano attese un’ora alla base del pilone d’attracco per salutare i due protagonisti della spedizione che li avrebbe portati non solo a sorvolare per la prima volta il Polo Nord, quanto a scoprire che l’unica regione ancora ignota della Terra non era terra – come molti credevano – bensì mare ghiacciato.
Un’impresa che, un mese dopo, il 12 maggio 1926, fu vissuta nel mondo quasi con l’emozione di uno sbarco sulla Luna.
Ma sotto quel pilone, quando il sovrano strinse la mano a Roald Amundsen, esploratore veterano, e al giovane colonnello Umberto Nobile, si celebrò anche uno dei momenti più intensi della relazione tra Norvegia e Italia: non classica attrazione degli opposti ma piuttosto il risultato di sintonie culturali (Ibsen e Pirandello) e di sintonie di carattere.
In fatto di spedizioni, Italia e Norvegia, soprattutto in quei decenni, se la giocavano.
Il Duca degli Abruzzi, per dire, nel 1900 aveva piantato la bandiera alla latitudine Nord più avanzata dell’epoca.
Sono anni di retorica, di «ardimento italiano», ma anche di tanti primati di regime.
Uno dei fiori all’occhiello è senz’altro il dirigibile, venduto alle grandi potenze. Quando Amundsen vuole essere il primo a sorvolare il Polo Nord, dopo aver conquistato l’Antartide, non può che rivolgersi al direttore dello Stabilimento di costruzioni aeronautiche, un napoletano taciturno e ambizioso: Nobile riesce a ottenere da Mussolini l’incarico di pilotare il «suo» dirigibile, anche se non ha nemmeno il brevetto.
D’altronde anche Nuvolari guidava senza patente.
Nobile, come Mussolini, capisce che è un’occasione di gloria, mentre il ras del cielo Italo Balbo sente allungarsi l’ombra di un pericoloso concorrente.
A pagare, oltre al governo norvegese, è un avventuriero americano, Lincoln Ellsworth, cacciatore di orsi e oro in Alaska, ma l’Italia ottiene di condividere la missione. «Amundsen, che era un duro e un prepotente, subì quella trattativa e non si fidava di Nobile, tra i due fu diffidenza immediata», ricorda il pronipote, Petter Johannesen, responsabile di una società norvegese nel settore petrolifero, esploratore polare a sua volta e molto legato all’Italia: «Lo giudicava un improvvisatore, tipico meridionale. Prima della partenza, durante un tragitto in auto a Roma, notò che Nobile accelerava nelle curve. Pensò come avrebbe guidato sui ghiacci… Invece si rivelò un pilota eccezionale ed eroico, specie nell’ultimo drammatico tratto».
Un altro elemento di scontro fu la scelta degli uomini, Nobile riuscì a imporre metà dell’equipaggio e anche di farsi accompagnare da Titina, la sua cagnetta portafortuna.
Il volo non si poteva compiere in un solo tratto, bisognava procedere a tappe per rifornimento di benzina e idrogeno.
L’ultimo sbalzo , come il «Corriere» titolò una corrispondenza di Cesco Tomaselli dalla Baia del Re, sarebbe stato dalle isole Svalbard all’Alaska.
Il Norge attraversa l’Europa in una marcia d’avvicinamento che serve anche a far montare l’attenzione mediatica mondiale. Raggiunge prima Pulham in Inghilterra, quindi Oslo. Sulla rotta per Leningrado il primo impatto con la nebbia: il radiogoniometro dice Finlandia ma l’altezza del sole dà mezzo grado più a Sud, Estonia.
Nobile controlla un fiume, cerca una traccia nelle architetture delle chiese. «Un gruppo di contadini sta a guardarci, mi viene l’idea d’interrogarli», annota.
Lancia un messaggio in tre lingue contenuto in una scatoletta di carne: «Che Paese è questo? Finlandia? Se sì, alzate le braccia». Ma non funziona. Decide di abbassarsi fino a leggere il nome di una stazione ferroviaria. Si trovano a Valga, al confine tra Estonia e Lettonia.
A Leningrado i Soviet riservano un’accoglienza solenne agli italiani (Amundsen s’imbarcherà solo alle Svalbard), si mobilita mezzo Cremlino, l’Accademia delle Scienze offre un ricevimento memorabile, a Nobile viene assegnato il letto di Alexander Kerensky al Palazzo Imperiale (non a caso, dopo il disastro della seconda spedizione, quella dell’ Italia nel 1928, il reduce emarginato dal regime si auto-esilia in Urss).
Il tragitto verso le Svalbard fila via liscio, anche il Mare di Barents non si manifesta insidioso come previsto, «quasi una delusione» scrive Nobile.
Al 74° parallelo il primo ghiaccio galleggiante. Alla Baia del Re ci si prepara per l’attraversata: 7 mila chili di benzina, 370 di olio, 379 chili di viveri di riserva in grado di garantire un mese di sopravvivenza.
La sera del 10 maggio sul Norge partono in 16. Tolti Amundsen, il magnate Ellsworth e un giornalista norvegese, la manovra era affidata a 13 uomini: 6 italiani, 6 norvegesi e uno svedese.
Nobile spende parole speciali per Renato Alessandrini, attrezzatore e timoniere: «Di tanto in tanto andava in esplorazione sulla groppa della nave ad accertarsi che non vi si fosse formato del ghiaccio. Usciva e s’arrampicava con il vento gelido di 80 chilometri all’ora…».
Sono momenti che segneranno per sempre la storia di questa regione oggi al centro di una affollata corsa allo sfruttamento delle sue risorse.
Lanciato il tricolore al Polo insieme alle bandiere norvegese e americana, Nobile naviga per 50 ore filate senza mai prendere sonno, lotta contro banchi di nebbia, bufere e spezzoni di ghiaccio sparati come proiettili dalle eliche contro il fragile dirigibile.
La lingua di bordo è l’inglese ma Nobile dà ordini in italiano: «Se mi ubbidivano era solo perchè le parole erano accompagnate da gesti molto chiari…».
Sono attesi a Nome, villaggio davanti allo Stretto di Bering, ma una tormenta costringe il comandante a un atterraggio d’emergenza qualche decina di chilometri prima, tra i pescatori eschimesi di Teller, un pugno di baracche.
Anche Amundsen ammette a denti stretti che la manovra del napoletano senza brevetto ha salvato la vita a tutti, «ma da lì le loro strade si divisero per sempre» ricorda il pronipote Petter.
«Non volle associarsi a quegli italiani che dopo 13 mila chilometri e 70 ore filate di trasvolata polare si presentavano agli indigeni vestiti in modo impeccabile, con la divisa di rappresentanza e si apprestavano a compiere, per ordine di Mussolini, un tour negli Usa, addirittura ospiti della Casa Bianca, in sostanza a sfilargli l’intera gloria dell’impresa».
Due anni dopo il vecchio e inacidito esploratore norvegese, appresa la notizia del disastro del dirigibile Italia , parte su un idrovolante francese alla ricerca di Nobile ma il destino lo ferma prima.
Marzio Mian
(da “il Corriere della Sera”)
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