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DESTRA IRREALE, ORA TUTTI PAZZI PER CAMERON, MA IN ITALIA A DESTRA PIU’ FACILE DARSI ETICHETTE CHE PREMIARE IL MERITO

Maggio 9th, 2015 Riccardo Fucile

IN POLITICA RESTIAMO IL PAESE DELLA PAGNOTTA E DEI CERCHI MAGICI, DELLE CLIENTELE E DEGLI AFFARISTI: OCCORRE CAMBIARE MENTALITA’ E METODO, LARGO AI RIBELLI

Se uno spunto di riflessione, seria e profonda, ci è dato consumare sulla scorta del recente risultato elettorale dei Conservatori Inglesi, esso non può che attenere alla serietà  dell’intera “macchina” concettuale, operativa e comunicazionale.
Nessuna sbavatura. Nessuna indecisione. “Toni” sempre moderati nell’esplicitazione dei concetti ma estremamente decisi e risoluti nei contenuti.
Una “proposta politica” chiara, netta e precisa suffragata da un sistema di coinvolgimento della “base” autentico e sincero.
In Inghilterra, il merito non è una mera bandiera da sventolare per far semplicemente riaccendere i cuori e la speranza.
In Inghilterra, il merito è autentica cultura sociale e di Governo.
La progressione “in carriera” si consuma sulla scorta dell’incontrovertibile qualità  e quantità  dei risultati raggiunti.
La sfida è netta: “uno contro uno” e si misura dal punto di vista empirico e concettuale. Chi ha carisma, chi ha qualità , chi davvero ci sa fare, chi ha autentica contezza di cosa “si stia parlando”, va avanti, vince e prova a fare la storia. Chi è manchevole perde e se ne va a casa. Libero di “rigiocarsela” o di passare a cose diverse.
In Italia le cose non funzionano così, purtroppo.
La meritocrazia è soltanto sventolata all’occorrenza per disegnare un futuro così tanto auspicato eppure così sostanzialmene disatteso, perchè questo è il Paese della “pagnotta”, il Paese dei “cerchi magici”. La “Patria” dei “lecca-lecca”.
La competizione politica è, per lo più, conquista di clientele e dei conseguenti spazi d’affarismo: consumazione reiterata e continuata di prebende d’ogni sorta.
Che ne è dello spirito “rivoluzionario” e “ribelle”? Che ne è di quell’audacia capace di “fare” la storia? Che nè di quella passione capace di infiammare gli animi?
Domande profonde e devastanti, proprio come le risposte, tutte tristemente negative.
L’inghilterra ha grandi politici perchè ha un grande popolo.
Se in Italia le cose vanno diversamente è perchè ci si distrae di continuo, si pensa ad altro e lo stesso sistema involge soltanto una persistente alienazione.
Una volta la Thatcher disse che “non era stata fortunata: Lei se l’era meritato”.
Maggie aveva perfettamente ragione. Nel nostro Paese si tira “a campare”.
Chi ha dignità , chi ha vedute alte, chi sogna mettendoci la passione, se la dovrà  sempre “vedere da solo” perchè “fare gruppo”, “fare rete”, fare massa critica di qualità  è cosa che si appartiene davvero soltanto a pochi.
Il più delle volte si pensa soltanto al “proprio orticello” in un reiterato e continuato delirio da “prima donna”, becero, freddo, sterile e soprattutto inconsistente.
Solo che la storia la fanno i “gradi uomini” – quelli dagli attributi veri, quelli dall’etica sincera e dalle qualità  profonde – la cultura vera e le immense e le profonde sfide culturali.
Se alla sostanza si continueranno a contrapporre soltanto gli slogan triti e ritriti, l’immobilismo, è, sarà  e resterà  l’unico risultato possibile.
La politica richiede una grande visione, un grande spirito ribelle, una sincera voglia di fare perchè chi pensa di fare politica deve avere “l’umiltà  di pensare sempre in grande”, di guardare lontano, di cadere anche, se deve, ma anche di rialzarsi subito facendo ammenda.
La politica richiede preparazione, cultura, spirito critico sincero e grande impegno: non si fa per denaro o per prestigio. Si fa per servire il proprio Paese.
La nostra area è ricca di fiumi e fiumiciattoli, orticelli vari, parolai e parolieri.
Poche le persone davvero meritevoli e/o comunque capaci di struttura un minimo di iniziativa davvero degna d’attenzione.
Nelle piazze virtuali trovi di tutto, anche se non sempre di qualità . Nelle vie della città  trovi parecchio di meno, invece.
Le Istituzioni sono viste come “fatto lontano”; la politica viene vissuta come qualcosa di astruso e gli stessi politici sono visti soltanto come delle mere “battone” pronte “a darla al miglior offerente”.
Piaccia oppure no, questo è lo scenario.
Negli ultimi vent’anni nessun leader è stato realmente all’altezza del compito affidatogli dalla storia e men che meno oggi si intravede una nuova possibilità  “a celere uso”. Diaspore. Gruppi sparsi.
Truppe camellate prive di passione, di ardore e finanche pregnantemente e drammaticamente impreparate.
Nessuna spinta ideale sincera salvo la voglia spasmodica di apparire.
Quando si gioca una partita bisogna essere all’altezza, sacrificarsi, sudare “duecentomila camicie”, allenarsi con inflessibile tenacia per ore, giorni, intere settimane perchè, se decidi di giocare, non lo devi fare “giusto” per partecipare: lo devi fare per vincere.
Ed oggi come oggi, vincere “la sfida” è imperativo categorico.
Questione di una storia da rimettere in moto, di un’identità  nazionale da riaffermare, difendere e conservare nella storia.
Questione di sfide: quelle a cui la quotidianeità  ci chiama di continuo ma che siamo troppo distratti dai selfie per vedere e “combattere”.
Onore a Cameron. Onore a chi fa politica con verità  e professionalità .
Ciò non di meno, ricordarsi che “l’Italia è l’Italia”, mentre “l’Inghilterra è l’inghilterra”, sarebbe cosa parimenti doverosa oltre che intelligente.
E’ sterile e finanche velleitariamente sciocco “tirare in ballo” Cameron, Reagan o la Thatcher se non si è dispositi a cambiare “testa”, mentalità  e metodo.
Non è che “se ti metti un “libro blu” sotto al braccio diventi per ciò solo un conservatore “di grande respiro e qualità ” come ha provato a fare qualche politico mesi fa.
L’idea del partito Repubblicano o Conservatore made in Italy è l’ennesimo slogan privo di sostanza, l’ennesima frottola, l’ennesima pantomima del nulla travestita da “novità “.
La recita continua, insomma, e l’agonia pure.
Spetterà  a noi “altri ribelli” lanciare il giavellotto oltre il fossato dell’oblio, fosse anche solo per “dare fastidio”..

Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale

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A 90 ANNI OFFRE LA SUA CASA AI PROFUGHI: NON TUTTA LA PADANIA E’ MARCIA

Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile

“CRISTIANI BISOGNA ESSERLO NON A PAROLE, MA NEI FATTI”… ORA TOCCA A SALVINI OSPITARE QUALCHE POVERO ITALIANO A CASA SUA

Commossa dalle immagini degli sbarchi e dalla notizia del naufragio di 800 persone nel Mediterraneo, una anziana novantenne di Rubano (Padova) ha deciso di lasciare la propria casa ai profughi che sbarcano in Italia, affittandola per metà  prezzo a una cooperativa che si occuperà  della gestione dei richiedenti asilo.
«Diciamo che ci sono persone che sono cristiane a parole e persone che lo sono nei fatti», ha commentato.
La storia è raccontata dal Corriere del Veneto:
Quando alla tv sono passate le scandalose immagini di quelle 800 vite perse in mare, i fotogrammi di una tragedia che ha fatto inorridire l’Italia intera, Mara Gambato non ha avuto grossi dubbi. Ha chiamato i nipoti, ha traslocato a Padova, in una casa di sua proprietà , e ha consegnato le chiavi della sua villetta di Sarmeola di Rubano ad una cooperativa che si occupa di accoglienza dei profughi.
Un regolare contratto di affitto (la 90enne si è accontentata di circa la metà  del valore di mercato) che per dieci profughi provenienti da Gambia e Guinea Bissau rappresenta molto più di una nuova casa.
«Quando ha sentito alla tv di quelle 800 persone morte in mare — ha raccontato Sergio Ventura, il nipote che ha curato per conto dell’anziana l’affidamento dell’immobile alla cooperativa — e quando ha visto l’immobilismo dello Stato e delle istituzioni ha deciso di fare qualcosa».
A gestire l’accoglienza in quella casa di via Borromeo (così come in quella di corso Milano, a Padova, e in molte altre case della provincia di Padova) è «Percorso Vita onlus» di don Luca Favarin.
«Quando l’ho incontrata mi ha parlato anche della guerra e degli italiani all’estero — ha spiegato don Luca – e poi della difficoltà  di assistere immobile a quei drammi. La mia impressione è che vedendo la tragedia quotidiana dei profughi abbia in parte rivissuto le difficoltà  patite da lei, dai suoi amici e coetanei. È la dimostrazione di un’altra cultura veneta, che purtroppo spesso viene oscurata dall’intolleranza di certi»

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A 40 ANNI DALL’OMICIDIO RAMELLI SI AGGIRA LO SPETTRO DEGLI ANNI SETTANTA

Aprile 29th, 2015 Riccardo Fucile

UN CONVEGNO RICORDA IL RAGAZZO DI DESTRA UCCISO DA AVANGUARDIA OPERAIA NEL 1975… QUALCUNO CONTESTA, IL PASSATO NON PASSA

Sono tornati gli Anni 70, il piombo frigge e uccidere un fascista non è reato.
Ieri notte, a Milano, è stata incendiata una libreria: la Ritter.
La sede dell’Ugl, poi — il sindacato “di destra” — è stata devastata e una bombetta, infine, fortunatamente inesplosa, è stata collocata nella sede di Forza Nuova.
Un rewind consumato tutto in una notte, quello di ieri. Nessuno azzarderà  solidarietà , figurarsi analisi. E tutto questo, in sequenza, è successo per rispondere “all’attacco fascista”.
Sono tornati gli Anni 70 ed è stata considerata una provocazione, infatti, l’organizzazione di un convegno.
Ecco il titolo: “Divide et impera. Milano Burning, le radici dell’odio”.
Un incontro organizzato in città  — anche con il concorso di esponenti di sinistra — per ricordare l’assassinio di Sergio Ramelli.
Una storia degli Anni 70, questa delle radici dell’odio: studente dell’Itis Molinari, militante del Fronte della Gioventù, Ramelli si vede sequestrare il tema di italiano dall’insegnante.
Il professore non accetta che lo studente faccia propaganda fascista. Ecco, la propaganda. Nel compito, Ramelli, parla dell’omicidio di Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci — due militanti del Msi di Giorgio Almirante — vittime di un assalto delle Brigate Rosse a Padova nel giugno 1974.
Ramelli, nel tema, fa una chiamata di correo: lo Stato italiano che non ha espresso il cordoglio in nessuna forma per due padri di famiglia scannati come cani. Ecco, l’odio. Il professore, al modo di un capo d’accusa, attacca in bacheca — ben visibile, nell’atrio della scuola — il tema di Ramelli. È fatta.
Uccidere un fascista non è reato. I militanti della sinistra extraparlamentare, individuati dopo nella sigla di Avanguardia Operaia, con le spranghe e le chiavi inglesi hanno modo di tenere Ramelli in agonia quarantotto giorni per farlo morire il 29 aprile 1975, quarant’anni fa oggi.
Alla notizia della morte di Ramelli — arrivata dopo quarantotto giorni di agonia — esplode il battimani di evviva.
“Uno di meno”, questo è il grido. Succede al consiglio comunale di Milano, riunito con il sindaco Aldo Aniasi, e sono i dipendenti del municipio ad applaudire, accorsi come per rinnovare un Piazzale Loreto di pronto accomodo.
A dare la notizia della morte dello studente — arrivata dopo quarantotto giorni di agonia — è stato Tommaso Staiti di Cuddia, consigliere comunale del Msi.
Malgrado l’orgia d’odio, orripilato di fronte a tanta scena, Staiti continua a parlare e solo Guido Cappelli, un liberale, indignato, si schiera con Staiti e chiede ad Aniasi di porre fine al sabba.
È la stessa Milano che con il Corriere della Sera, quando Indro Montanelli il 2 giugno 1977 viene gambizzato dalle Brigate Rosse, pur di non urtare la sensibilità  altolocata dell’antifascismo, l’attentato a quell’uomo disobbediente e libero se lo racconta così, con un titolo: “Ferito un giornalista”.
È la stessa Milano di tanti film, perfino epici, dove nè questa scena, nè quella di Ramelli viene ricostruita, per non dire della cattiva coscienza su cui tutta la borghesia benecomunista non saprà  mai trovare lavacro per affrontare, in punto di verità , l’omicidio del commissario Luigi Calabresi.
Ecco, sono passati quarant’anni dalla morte di Ramelli, ma gli Anni 70 non se ne vogliono andare se poi il Novecento — dopo aver saltato l’appuntamento con la storiografia — diventa, come lo è stato in questi giorni in alcune celebrazioni resistenziali, il pretesto di una “narrazione” buona al più per far vendere qualche bottiglia di vino a Oscar Farinetti o per trasformare su Repubblica un Luca Lotti, l’uomo forte di Matteo Renzi, nella reincarnazione del colonnello Moranino senza che un solo professore osi dirgli scusi, ma di cosa parla?
Dopo di che, certo, c’è chi non parla. Frigge col piombo e torna agli Anni 70.
Ad azione fa seguito reazione.
Le radici dell’odio non hanno mai smesso di germogliare.

Pietrangelo Buttafuoco
(da “il Fatto Quotidiano“)

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LA GRANDE MADRE DI BALTIMORA

Aprile 29th, 2015 Riccardo Fucile

LA PRESENZA DELL’AMORE DIETRO L’AUTORITA’, QUELLA CHE MANCA ALLE ISTITUZIONI

Non si sa se essere più affascinati o turbati dal video di questa donna di Baltimora che prende a ceffoni il figlio vestito da guerriero Ninja per riportarlo sulla retta via, quella di casa.
Il ragazzetto era andato ai funerali dell’ennesimo nero finito sotto le grinfie della polizia.
La cerimonia si è subito trasformata in un’occasione di rivolta. Anche il fanciullo col cappuccio in testa ha inveito e tirato sassi.
Finchè alle sue spalle si è stagliata la figura inconfondibile della Grande Madre, protettrice della cucciolata e tutrice dell’ordine costituito: il suo.
Il timore che il suo bambino si stesse ficcando nei guai l’ha indotta a raggiungere il luogo dei tafferugli e a intervenire con metodi spicci ma persuasivi per riportare la pace sociale. «Vieni subito via di lì!» gli ha intimato, nell’intervallo tra uno schiaffone e l’altro.
Il ribelle, che di fronte ai poliziotti sembrava un leone, al cospetto della donna si è rimesso a cuccia, riconoscendole quell’autorità  che nega alle istituzioni di uno Stato sentito come un nemico.
Dietro le mani a badile della madre, invece, avverte in qualche modo la presenza dell’amore.
Forse non è così facile da accettare, ma non è così difficile da capire.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)

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LE GUERRIERE CURDE CHE HANNO TRAVOLTO L’ISIS RICONQUISTANDO 390 VILLAGGI: “CADRO’ ALL’INDIETRO, MA NON RINUNCERO’ MAI AD ANDARE AVANTI”

Aprile 24th, 2015 Riccardo Fucile

SONO 40.000 LE COMBATTENTI, IL 40% DELLE FORZE CURDE: SONO PIU’ TEMUTE DALL’ISIS CHE GLI UOMINI… TRA LORO ANCHE VOLONTARIE EUROPEE, TURCHE, ARABE, SIRIANE E IRACHENE… HANNO TRA I 19 E I 28 ANNI

Gli scontri vanno avanti incessantemente, le armi sono contingentate. Trasmettere coraggio, è dura.
La metà  sono ragazze, giovanissime, tra i 19 e i 28 anni per la maggior parte. Divise improvvisate, scarpe da corsa, niente anfibi. Eppure il morale è sempre alto. “Nell’ultimo villaggio liberato   –   inizio marzo, nord-est della Siria – abbiamo sottratto all’Is: 3 veicoli armati, 5 veicoli corazzati   tipo Hammer, 7 pick-up, 3 camion militari, 1 carro armato, 2 minibus, 1 ambulanza, 2 motociclette, due veicoli carichi di esplosivi TNT per gli attentati esplosivi”.
È una guerra di posizione, gomito a gomito, corpo a corpo.
“Il mio nome è Xabur Efrin, ho 22 anni, il mio battaglione ha riconquistato la città  di Til Hemà®s strappandola all’Is”.
La città  di Til Hemà®s nel cantone di Cizà®rઠnel Rojava, Kurdistan occidentale, è stata completamente liberata.
Una rivoluzione nella rivoluzione: qui le donne sono alla testa della guerriglia, la cultura curda è frutto di una rivoluzione femminista che dura da 40 anni. È un avamposto del socialismo internazionale, si dice da queste parti, tanto da attrarre altre donne da tutto il mondo che qui, tra le lande della Mesopotamia, coltivano la culla della civiltà  per edificare un futuro che nutra la figura della donna come protagonista e non vittima.
Ci sono donne europee, arabe, siriane, turche, curde, irachene e non solo.
Tra loro, purtroppo, ci sono anche delle martiri: l’ultima a Tell Tamr,   50 chilometri dalla frontiera turca, è stata Ivana Hoffmann, tedesca, 19 anni; in questo fazzoletto di terra, tra polvere e sangue, è morta difendendo un corridoio cruciale verso la roccaforte dell’Isis in Iraq, Mosul.
Queste le parole che lascia in eredità , a tutte le guerrigliere.
Parole crude scritte in una lettera che aveva indirizzato alle combattenti, poco prima di morire. “Scoprirò cosa si prova a tenere un’arma in mano e lottare per la rivoluzione. Forse scoprirò i miei limiti e cadrò all’indietro, ma non rinuncerò mai al mio spirito per combattere e andare avanti”.
Giovanissime.
Nelle prime linee ci sono donne giovanissime. “Sono Zilan, ho 20 anni, non ho avuto tempo per avere figli nè un marito, da tre anni la mia vita è nella resistenza del Kurdistan occidentale”.
Si vive tra notti insonni, sacrifici e continue mancanze, ma il morale è alto, nonostante le vite frammentate e sempre in lotta.
Queste donne si fanno carico di secoli d’ombra di regimi che si sono succeduti nelle regioni di confine. L’Isis è solo l’ultimo dei nemici in senso cronologico.
Le combattenti curde stanno avanzando e riprendono avamposti che erano nella mani dello Stato Islamico:16 villaggi sono stati liberati a nord, in Siria il 24 febbraio; altri il 23, 25 e   26   marzo, portando il centro della città  di Til Hemà®s e tutti i punti strategici della zona sotto   il loro controllo: un’area di 2940 chilometri quadrati, che comprende 390 villaggi e centinaia di borghi, è stata ripulita dagli jihadisti e liberata come risultato dell’operazione terminata il 10 aprile.
Mentre il numero delle vittime dell’operazione non può essere ancora verificato, L’ufficio d’informazione del Kurdistan dirama questi numeri: 211 jihadisti sono caduti dall’inizio dell’operazione, inclusi i comandanti sul campo ai quali spetta il nome di “amir”, comandanti, appunto.
L’operazione è stata sostenuta anche dagli attacchi di artiglieria delle forze peshmerga dal confine del Kurdistan del sud e dagli attacchi aerei della coalizione internazionale anti-Is.
La morte e la vita.
“Vivo tra gli scontri, gli spari; ogni giorno, nei nostri occhi, esiste solo la morte e la convinzione che un giorno torni la vita”, racconta la miliziana curda con la voce rotta da un groppo in gola.
Ora l’avanzata dell’esercito curdo si dispiega sul fronte Bdoulih, il nuovo campo di battaglia.
“Ogni volta che liberiamo un’area, un villaggio dai terroristi Dash, troviamo bombe Vega, cinture esplosive e veicoli minati per far saltare gli estremisti. Ho visto dove erano stati decapitati i corpi, corpi bruciati ovunque”.
Per i sikcs curdi si tratta di legittima difesa: così la definiscono. Combattono contro gli estremisti islamici ma anche contro il regime di Assad.
“Per quanto riguarda il numero delle nostre unità  sono 100mila. Le donne svolgono un ruolo importante e attivo all’interno delle Popular protection Units: costituiscono   il 40%   degli effettivi e hanno un ruolo significativo nei campi di battaglia”, ci spiega ancora Zillan.
Che aggiunge: “I terroristi hanno paura della morte per mano di una donna perchè dicono che la scomunica per chi è ucciso per mano femminile è tale da non farti entrare in Paradiso”.
Quello che i curdi invocano oggi è l’intervento delle Nazioni Unite.
Chiedono un contributo per la ricostruzione di Kobane. In quattro mesi di battaglie e di assedi è stata distrutta per il 60 per cento.
Ottenere il supporto logistico e militare della Nato e chiedere il riconoscimento ufficiale dell’Unione europea come entità  autogestita sarebbe per i curdi una soluzione buona. Per il momento, almeno.
Un piccolo passo verso una soluzione più ampia della grande crisi del Medio Oriente. Il Kurdistan, del resto, è uno Stato che esiste solo nella realtà . Ma non nella carta geografica. La sua orografia identitaria si snoda lungo il confine di cinque paesi: Siria, Turchia, Iran, Iraq, Armenia.
Una storia secolare. Scandita da continue battaglie. Per resistere ed esistere.
Contro Saddam, contro la Turchia, contro Assad. Adesso anche contro il Califfato nero.

Peter D’Angelo
(da “La Repubblica”)

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SONDAGGIO IXE’: RESISTENZA ADDIO, PER QUASI 6 ITALIANI SU 10 I VALORI DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE NON SONO PIU’ ATTUALI

Aprile 24th, 2015 Riccardo Fucile

SOLO IL 36% SI RICONOSCE IN QUEGLI IDEALI

Resistenza addio.
Alla vigilia delle celebrazioni del 25 aprile, un sondaggio Ixè per il programma Agorà  su RaiTre afferma che il 58 per cento degli italiani non considera più attuali i valori della guerra di liberazione dal nazi-fascismo.
Poco più di 1 italiano su 3 (36 per cento) si rivede ancora in quegli ideali.
Inoltre il 51 per cento dice che sabato non parteciperà  alle celebrazioni, mentre il 22 per cento dichiara che sarà  in una delle tante piazze italiane e un altro 27 per cento sostiene che seguirà  la ricorrenza davanti alla tv.
Il sondaggio arriva proprio nel giorno in cui il Capo dello Stato, Sergio Mattarella – in un’intervista rilasciata al quotidiano la Repubblica – ricorda che “nella nostra democrazia confluiscono molti elementi storici nazionali, ma quello dell’antifascismo ne costituisce l’elemento fondante”.
Mattarella aggiunge: “L’abitudine alla libertà  e alla democrazia rischia talvolta di inaridire il modo di guardare alle istituzioni

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“E’ A SCAMPIA LA SCUOLA MIGLIORE PER TROVARE LAVORO”: IL FUTURO OLTRE LE VELE

Aprile 23rd, 2015 Riccardo Fucile

AL “GALILEO FERRARIS” I DIPLOMATI RAPPRESENTANO L’ECCELLENZA SCOLASTICA NEL SETTORE ELETTROTECNICI E INFORMATICI, SMENTENDO TUTTI I PREGIUDIZI: “LO STATO SIAMO NOI”

Chi si stupisce è già  fuori strada.
Capita, a chi di Scampia ricorda i troppi morti di faida, tralasciando i vivi, di talento o semplicemente diligenti.
«Funziona così da un po’ di anni. Aziende e multinazionali sono attentissime ai nostri ragazzi, ci seguono, li formano con noi, vengono qui a fare colloqui, non dicono quasi mai di no a una proposta, a un’idea, a un progetto innovativo. Spesso li assumono a pochi mesi dal diploma », sorride Alfredo Fiore
È il preside dell’Istituto tecnico “Galileo Ferraris”, cravatta e baffi curatissimi, la stanza illuminata dal sole e aperta su corridoi multi-livelli e cortili invasi da ragazzi e motorini.
«Lo sa che nell’ultimo anno sei studenti sono passati dalla Maturità  al contratto regolare in 60 giorni? E in particolare, quattro della terza “D” ora lavorano tutti insieme in Magnaghi? Tutto sulle loro gambe, e col nostro entusiasmo».
Quei ragazzi si chiamano Francesco Gravante, Massimo Tafuto, Salvatore Petrazzuolo, Vincenzo Signore, Pasquale Galdiero, Agostino Di Febbraro, per esempio. E quante scuole sognano un “appello” così?
Capita, che un lieto fine si annidi oltre il buio di Napoli nord.
Francesco Gravante, 19 anni, per esempio, alle cinque del pomeriggio esce dal lavoro di montatore in Magnaghi e risponde al telefono: «Certo che devo tanto alla scuola. L’azienda mi chiamò a luglio, ero in Puglia, al mare, dopo l’esame di Stato. Mi dissero: c’è un colloquio. Mio padre non credeva alle sue orecchie, neanche io. Stavo per dire di no. Mio padre mi scosse. Lasciammo ombrellone e tutto. E tornammo alla nostra periferia di Napoli».
Così, negli anni, mentre le telecamere inquadravano i blitz sulle piazze di droga o i regolamenti di conti, lì dentro – come nei centri sociali o nelle associazioni femminili o nelle parrocchie di padre Fabrizio o don Vittorio – costruivano. Silenziosi. Normali. Insieme. Grandi e ragazzi.
Anziani e ironici ingegneri con ribelli e tatuati adolescenti.
Fino a che non se ne sono accorti anche gli altri: Magnaghi e Tecnam del settore aeronautica, Telecom, Enel.
E anche da prima, negli anni: anche Piaggio, Fiat Agricola, Microsoft.
«Siamo fortunati? Magari sì», allarga le braccia il dirigente, che si fa fotografare con decine di altri colleghi e pattuglie di ragazzi, tra pc di ultima generazione, motori trifase e pannelli elettrici.
Eppure basta varcare i cancelli d’ingresso su via Labriola, sentire i prof che sono un’orchestra perfettamente accordata tra bagaglio tecnico e capitale umano, scorrere punteggi e offerte di lavoro per questo Itis ospitato anche alla Normale di Pisa, basta rivedere ambienti che sono da sempre concentrati sulla conoscenza ma spalancati sul territorio a farsi teatro, cinema, passatempo, ambulatorio, per capire che sono loro la periferia che si evolve.
Semplicemente producendo circuiti, elettronica, droni o mini-robot. Che porta contenuti e viaggia oltre le Vele: fregandosene della retorica che soccombe a Scampia.
Un popolo di 1.560 studenti, compreso il corso serale; 220 docenti, quasi tutti esterni al quartiere; 77 classi, e 45 insegnanti di sostegno riusciti perfino nell’impresa di raggiungere «esiti insperati » nella crescita formativa di ragazzi down e autistici.
E a mezzogiorno, terza classe, sezione “F”, aula delle articolazioni elettrotecniche, i ragazzi scattano in piedi, educati ma non rigidi o distanti.
Nei loro occhi leggi queste domande: davvero siete qui solo per un racconto sulla scuola?
Davvero vi interessano solo questi qui dentro, che studiano, e non quelli là  fuori che spacciano, o si perdono, o ciondolano dentro alloggi sgarrupati e famiglie senza riferimenti?
Invece, a cominciare dal preside Fiore, e dai più esperti prof Oreste Iela e Natale Burzzaniti, Antonio Serpe o Gennaro Borgia, ti chiedono divertiti: «Davvero in un libro ci indicano come l’istituto tecnico che vanta le migliori offerte di lavoro d’Italia?” ». Sì. Il libro è La ricreazione è finita, sottotitolo Scegliere la scuola, trovare il lavoro di Roger Abravanel e Luca D’Agnese.
In quelle pagine Ivan Iacobucci, della sede Adecco di Napoli, spiega tra l’altro: «Negli ultimi quattro anni ho selezionato 25 diplomati del Galileo Ferraris per i nostri clienti, aziende nazionali e multinazionali, e ho ricevuto feedback entusiastici su di loro. Questi giovani si distinguono non solo per la loro preparazione tecnica, che comunque è buona, ma anche per il loro carattere: affidabile, serio, umile, responsabile. Al punto che, se posso, scelgo sempre un diplomato di quell’istituto».
E tra i meriti della «sorpresa Scampia», gli autori dello studio annotano «il valore morale dei docenti, la vera spina dorsale dell’istituto».
Lì, in terza “F”, tra imbarazzi e sfottò, confermano: «Loro stanno con noi sempre, ti spingono o ti « cazzeano » (sgridano) solo per farci capire come funziona il lavoro, come andare avanti».
Michele, Gennaro, Lorenzo, Pasquale, i due Emanuele e tutti gli altri ti snocciolano i loro sogni, mentre i prof fingono distrazione.
Appena quattro su 15 vogliono e possono andare all’università  e «fare l’ingegnere », gli altri si vedono soprattutto «un buon tecnico», un «bravo elettricista», in pochi «uno scrittore», un «calciatore forte».
«La retorica dello Stato che non c’è, qui resta fuori, dove pure le assenza sono sotto gli occhi di tutti. Ma se gli mostri, e dimostri ogni giorno, che lo Stato siamo noi e dobbiamo mettere impegno, a rispondere di ogni azione, poi ti seguono con naturalezza, sentendosi tutti dalla stessa parte», ragiona il preside.
Più coltivi il terreno, più si vede da lontano il tuo giardino.
Un orizzonte che si avvicina molto alla profezia di Gesualdo Bufalino “la mafia sarà  vinta da un esercito di maestri”.
Se ti stupisci che sia a Scampia, sei già  fuori strada.

Conchita Sannino
(da “La Repubblica”)

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CIAO KLODIAN

Aprile 16th, 2015 Riccardo Fucile

PER NOI LA PRIMA NOTIZIA SEI TU

Il giovane che vedete in foto aveva 21 anni: pochi giorni fa ha fatto un volo da un’impalcatura del cantiere della Teem, sbattendo la testa e morendo sul colpo perchè lavorava senza imbracatura.
Questo ragazzo è morto per garantire l’inaugurazione di una galleria nei pressi del futuro casello di Pessano con Bornago, che deve essere pronta per l’Expo, in quanto sarà  la futura tangenziale esterna milanese.
Un morto di Expo, volato giù come una mela, impiegato in un cantiere ora posto sotto sequestro e da cui sono subito sbucate molte irregolarità , tra cui in primis l’assenza dell’imbracatura di sicurezza, che gli avrebbero permesso di assaporare questa primavera e tante altre.
A Chiari lo conoscevano in tanti: giocava a calcio negli Young Boys, proprio domenica la squadra ha tenuto la testa china, per un minuto di silenzio prima del fischio d’inizio.
I suoi compagni hanno vinto, e hanno dedicato a lui i tre punti.
Ma non avete potuto leggere la notizia della sua morte sui giornali nazionali, quasi nessuno lo nomina:   perchè era albanese ed è più comodo parlare degli albanesi quando qualcuno di loro commette un reato, non quando sono vittime dello sfruttamento di aziende italiane, magari in nome dell’Expo degli scandali e delle tangenti.
Klodian Elezi, questo il nome del ragazzo, da anni residente con tutta la famiglia nel bresciano, non è morto affogato su un gommone, come avrebbe auspicato qualche “buon padre di famiglia” padano, ma è morto perchè qualche italiano ha ritenuto che si potesse rispamiare sulla sicurezza sul lavoro.
Morto sul cantiere, morto sul lavoro: il tragico e amaro destino che era capitato anche allo zio Sherbet, morto nel 2012 mentre lavorava alla BreBeMi, in territorio di Calcio, nella bergamasca.
L’ennesima vittima di quella strage silenziosa che nessuno è mai riuscito a fermare perchè viene comodo così.
Paga elettoralmente di più invocare i controlli, lancia in resta, del sacro suolo contro i profughi che effettuarli nei cantieri dove un giovane albanese può morire senza che nessuno si ricordi il suo nome.
Ecco perchè vogliamo, proprio noi di destra non da avanspettacolo, ma destra di valori etici e sociali, ricordarlo senza se e senza ma.
Ciao Klodian, grazie di aver investito i tuoi sogni nel nostro Paese.

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“SEI UN ESSERE UMANO, MERITI MOLTO PIU’ DEGLI SCARTI, VIENI DENTRO A MANGIARE”: IL MESSAGGIO DEL TITOLARE DI UN FAST FOOD A CHI ROVISTA NELLA SPAZZATURA IN CERCA DI AVANZI

Aprile 14th, 2015 Riccardo Fucile

MENTRE IN ITALIA INFAMI RAZZISTI INVITANO I SINDACI A NEGARE UN TETTO E UN PASTO AI PIU’ SFORTUNATI, DAGLI USA UNA LEZIONE DI CIVILTA’

Era da qualche tempo che Ashley Jiron, titolare di un sandwich shop in Oklahoma, trovava nel secchio dell’immondizia pacchetti stracciati per racimolare gli ultimi avanzi di cibo finiti nel cestino.
Durante l’orario di chiusura del locale, qualcuno meno fortunato di lei cercava di sopravvivere attingendo, nel retro, agli scarti della giornata.
Così, la giovane proprietaria del fast food ha deciso di andargli incontro affiggendo un messaggio direttamente sulla porta del locale:
“A chi è costretto a rovistare nell’immondizia per racimolare un pasto Sei un essere umano e meriti molto di più degli scarti. Vieni durante l’orario di apertura per mangiare un sandwich della casa Pb&j, della verdura fresca e un bicchiere d’acqua, gratis. Non ti sarà  chiesto nulla. In amicizia, la proprietaria”
Non si è ancora fatto avanti nessuno, ma Jiron non rimuoverà  il cartello fino a quando lo sconosciuto/a non andrà  a farle visita.
Lei ci spera, pur consapevole che per l’interessato potrebbe essere difficile superare imbarazzo.
Perchè un esempio di umanità  e di civiltà  possa farci ancora sentire appartenenti al genere umano

(da “Huffingtonpost”)

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