Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
RAPPRESENTANO QUELL’ITALIA GENEROSA E SILENZIOSA CHE E’ LA SPINA DORSALE NASCOSTA DEL NOSTRO PAESE, QUELLA CHE TIENE ANCORA IN PIEDI LA NOSTRA SOCIETA’
L’Italia migliore e nascosta ha la faccia di Lucia, Olga e Bernardetta. Volti umani, non “fotogenici”. Tre donne
tra i settantacinque e i settantanove anni.
Dunque da rottamare secondo la retorica della nuova casta.
Tre italiane che hanno scelto di andare tra i dannati della terra, a vivere nella periferia di Bujumbara.
Facendo mestieri che non sono glamour. Una insegnava, l’altra seguiva le ragazze perchè imparassero taglio e cucito, la terza era ostetrica.
Vite normali come quelle di decine di milioni di italiane e italiani.
Vite particolari, perchè volute vivere in condizioni difficili, in mezzo alla miseria vera, dedicate al riscatto di persone sconosciute sentite come fratelli e sorelle.
E così probabilmente consideravano, se già lo frequentavano, il killer fermato ieri. Guardiamole quelle tre facce nelle foto sui giornali o alla televisione. Sono suore, per scelta senza divisa, hanno seguito la propria vocazione.
Ma sono anche il volto di quell’Italia tutte le età , di tutti i mestieri, di tutte le convinzioni — che fa il suo lavoro, che non disprezza nè invidia gli altri, e anzi è pronta a spendersi per la comunità .
In un ufficio, in un’azienda, in un ministero, in una parrocchia, in uno dei tanti segmenti della società .
Facce oneste (si può ancora usare la parola?) e che esprimono solidarietà e pulizia. Dove mai sarà Bujumbara? Nel Burundi risponderanno i più colti o i più rapidi a frugare in Internet.
In realtà ci sono tante “Bujumbara” tra di noi, tra le pieghe di un Paese devastato dalla crisi e ora anche ammorbato dai vaniloqui di palazzo.
Il punto è cosa fa ciascuno in queste Bujumbare.
Quell’Italia silenziosa e generosa come loro è veramente la spina dorsale nascosta, che tiene in piedi la società e rappresenta il suo orgoglio all’estero.
Certo, non avendo frodato milioni allo Stato, non essendo furbetta o di lingua sciolta, impegnata a diffondere tweet e selfie, non sembra avere le carte per essere ascoltata ai piani alti.
Ma se non sarà questo popolo a farsi sentire e segnare la rotta da seguire, se non sarà la sua “qualità ” a caratterizzare la svolta in cui tutti speriamo, il nostro Paese difficilmente uscirà dal pozzo in cui è caduto.
Marco Politi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
A CHI MERITA DECIDERE SU CHI MERITA DI PIU’?
A sentire Renzi inneggiare al merito, il gufo che è in me si trasforma di colpo nell’usignolo più trillante: viva
viva San Matteo.
Solo un dispensatore di miracoli può pensare di introdurre in Italia la meritocrazia. L’idea di modulare lo stipendio di un dipendente pubblico in base alle sue capacità si è sempre scontrata con una difficoltà insormontabile: la totale sfiducia degli italiani nei meccanismi di selezione e nelle persone deputate a guidarli.
Si può dire che proprio i sospetti che avvolgono in una nube di disincanto l’imparzialità dei «superiori» abbiano autorizzato le burocrazie sindacali a favorire la stesura di regolamenti labirintici che rendono la selezione impossibile.
Oltre alla superficialità arbitraria dei quiz, penso alla follia dei «punteggi», che garantiscono avanzamenti di carriera non ai più bravi, ma ai più assidui nel seguire corsi completamente inutili che tolgono a chi li frequenta il tempo per migliorare davvero sul lavoro.
Nella scuola pubblica che Renzi, marito di una insegnante precaria, vorrebbe trasformare nel tempio del merito, solo i presidi hanno l’autorevolezza per decidere chi è bravo e chi no.
Ma se questo accadesse, gli esclusi comincerebbero a denunciare favoritismi e raccomandazioni.
E il guaio è che talvolta avrebbero pure ragione.
Ignoriamo come il santo premier pensi di risolvere un problema contro cui cozziamo la testa da duemila anni.
Ma appena ho sentito parlare di una commissione ministeriale incaricata di redigere un regolamento mi sono subito tranquillizzato: di meritocrazia potranno agevolmente continuare a riempirsi la bocca i governi dei prossimi duemila anni.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
LA NOSTRA SOCIETA’ SEMBRA AVER PERSO MORDENTE, SLANCIO, CAPACITA’ DI PROGETTO E DI PROTESTA
Nel Tramonto dell’Occidente – libro che negli anni Venti ebbe un enorme successo peril suo pathos epocale e il suo miscuglio di intuizioni geniali ed enfasi apocalittica zeppa di strafalcioni logici – Spengler annunciava che la civiltà occidentale – per lui sostanzialmente germanica – esaurito il suo slancio faustiano di espansione e di conquista sarebbe presto morta.
Il suo ultimo stadio sarebbe stata una sua pallida ed esangue copia collocata vagamente in Oriente, fra la Vistola e l’Amur, presto destinata a spegnersi.
Non è il caso di lasciarsi affascinare dai bagliori della decadenza – già la musica e il suono della parola «Occidente» hanno una seduzione di declino – nè dai profeti quasi sempre soddisfatti di proclamare sventure e impermaliti, come Giona, quando tali sventure non si avverano.
Se la nostra civiltà occidentale ha certo le sue gravi difficoltà , nelle altre parti del mondo e nelle altre culture non si sta molto bene.
È innegabile tuttavia che la descrizione di quella civiltà spenta e opaca, priva di passioni, che Spengler situa in un’Europa orientale semiasiatica, assomiglia all’atmosfera che, da non molto tempo ma sempre più diffusamente, si è creata nel nostro Paese.
La crisi economica sembra provocare non tanto una lotta per la sopravvivenza, quanto una fiacca rassegnazione.
Certamente vi sono molti individui che lottano, con le unghie e con i denti, per la loro esistenza e per la dignità della loro esistenza.
Sono essi i protagonisti, i combattenti di questa difficile battaglia. Quello che resiste è il più autentico capitalismo legato ancora all’iniziativa individuale, al rapporto diretto tra il lavoro e il profitto, alla piccola attività ed impresa, mentre il grande capitalismo dei tronfi ed inetti signori del mondo, sempre più anonimi e scissi dalla dura realtà del lavoro, è spesso largamente, talvolta criminosamente colpevole della crisi.
Ma la nostra società sembra aver perso, in generale, mordente, slancio, capacità di progetto e di protesta, passione.
Ciò che manca, da qualche tempo, è soprattutto la passione politica, che ha contrassegnato – con le sue lotte, i suoi furori, le sue faziosità , i suoi ideali – la vita del Paese dal Dopoguerra (i diversi antifascismi, lo scontro tra comunismo e democrazia liberale, la tumultuosa crescita economica che portava con sè tensioni, entusiasmi e progressi sociali) agli anni dei governi Berlusconi, che scatenavano ancora amori e odi.
L’ultima fiammata di irruente accensione degli animi è stato il Movimento 5 Stelle, che tuttavia non solo sembra affievolirsi, ma che non pare essere stato, a differenza di altre formazioni pur tendenti all’estremismo, una componente organica del Paese
L’Italia sembra vivere stanca, depressa ma senza drammi, indifferente alla politica ovvero al proprio destino, giacchè la politica è la vita della Polis, della comunità .
Un Paese senza.
Fra i negozi vuoti spiccano le trattorie e i ristoranti, decisamente più frequentati; la gola è l’ultimo appetito a morire, resiste alla depressione e alla mancanza di senso più del sesso.
Speriamo di non essere alle soglie di un abisso, come negli anni Venti; in ogni caso, manca quella frenesia trasgressiva e disperata di vita che c’era in quegli anni sciagurati ma vivi e che risuona nelle canzoni di Brecht o nelle musiche di Cabaret.
La nostra esistenza assomiglia piuttosto a quella di un personaggio di Gozzano, Totò Merùmeni: «E vive. Un giorno è nato, un giorno morirà ».
Claudio Magris
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 29th, 2014 Riccardo Fucile
OBIETTIVO SOSTENERE LA POPOLAZIONE DECIMATA DAGLI SCONTRI
Nel 2005, nell’operazione Nilo – ultima missione militare italiana in Africa – con i Caschi blu, in Sudan, c’erano i paracadutisti del 183° reggimento Nembo.
A distanza di quasi dieci anni i nostri parà sono nuovamente tornati nel Continente africano. Questa volta sono uomini (e donne) della Folgore.
Fanno parte della Forza europea dal 15 giugno schierata a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana: 750 militari comandati dal generale francese Philippe Pontiès.
«L’obiettivo è creare le condizioni per aiutare la popolazione decimata dagli scontri che hanno causato migliaia di morti e costretto alla fuga oltre un milione e trecentomila persone» spiega il tenente colonnello Mario Renna, portavoce del Contingente multinazionale.
Perchè dal 2013 il Paese, ex colonia francese, è martoriato dall’ennesima guerra civile che questa volta contrappone i musulmani Seleka ai cristiani delle milizie «anti-balaka».
Combattono per il controllo delle miniere immensamente ricche di rame, oro, diamanti.
A colpi di Kalashnikov e balaka: mitra e machete.
Tragico il bilancio, incerta la contabilità .
Perchè lo stillicidio di violenze e uccisioni è pressochè quotidiano: tre giorni fa a nord della capitale due fazioni rivali si sono fronteggiate e sul terreno sono rimasti in 17.
Il 22 agosto negli incidenti scoppiati nei quartieri a maggioranza musulmana di Bangui hanno perso la vita otto persone tra cui un volontario della Croce rossa, trenta i feriti.
A gennaio migliaia di musulmani erano stati costretti a fuggire da Bossangoa, Bozoum, Bouca, Yalokè, Mbaiki, Bossembele, città nella parte occidentale del Paese.
Mentre a Yalokè, importante centro minerario, dei trentamila musulmani che l’abitavano ne restano cinquecento, sette le moschee distrutte. In meno di un mese.
Il conflitto ha indotto Onu e Consiglio europeo a decidere l’intervento di «peacekeeping» nella regione – una delle più povere dell’intera Africa, flagellata da carestie, malaria, lebbra – per consentire l’invio degli aiuti umanitari.
L’Italia ha aderito alla spedizione completando ieri lo schieramento dell’8° reggimento Genio guastatori Folgore: i «baschi rossi» garantiranno la mobilità dell’intera operazione, bonificheranno residuati bellici, realizzeranno alcune importanti opere civili tra cui un ponte finanziato dall’Unione europea.
Missione ad alto rischio che è già costata la vita a due parà francesi coinvolti in uno scontro a fuoco. «I nostri uomini utilizzeranno veicoli blindati Lince dotati di torretta Hitrole, recentissimo sistema d’arma in grado di garantire la massima protezione agli equipaggi» sottolinea Mario Renna, ufficiale della Taurinense “prestato” al Quartier generale di stanza a Bangui.
La missione si concluderà a fine anno.
Poi al blu dell’Unione europea subentrerà quello della missione Onu.
Roberto Travan
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Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
DOVE SON MEGLIO CLACSON, SGOMMATE E RUTTI DI UBRIACHI DEL CANTO DEGLI UCCELLINI
Scrive un’amica della cui affidabilità non ho motivo di dubitare che l’altra sera, mentre si trovava a cena da amici in un condominio del quartiere Flaminio a Roma, ha sentito battere le mani nel cortile sottostante.
Un rumore ritmico che di minuto in minuto cresceva fino a diventare insopportabile.
Ha chiesto ai padroni di casa chi fosse il suonatore improvvisato di flamenco.
Era il portiere dello stabile, che ogni sera replicava lo spettacolo per disturbare gli uccellini intenzionati a occupare i rami della grande magnolia posta al centro del cortile, da dove poi avrebbero intonato i loro canti notturni.
Proprio allora si è spalancata una finestra del primo piano ed è apparsa una donna munita di coperchi.
Per indurre al silenzio uno stormo di pennuti canterini, l’intero isolato si è dovuto sorbire una jam session di percussionisti dilettanti.
La signora dei coperchi ha annunciato gongolante che la magnolia, origine di tutte le disgrazie, sarà presto abbattuta.
Tolto di mezzo l’ingombrante arbusto con il suo carico di frastuoni arcadici, gli orecchi dei condomini saranno di nuovo liberi di concentrarsi sui gorgheggi delle sgommate, sulla sinfonia dei clacson, sulle performance gutturali degli ubriachi.
Come frenare l’anarchia privata che accetta di buon grado ogni inquinamento acustico provenga dall’uomo mentre manifesta odio patologico nei confronti della natura?
Questo si chiede la mia amica, facendo ironico appello a un pianista disposto ad andare nel cortile ogni sera per attirare gli uccelletti sulla magnolia con i Notturni di Chopin.
Illusa: tirerebbero i coperchi anche a lui.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Agosto 15th, 2014 Riccardo Fucile
CLAMOROSO GESTO DI HENK ZANOLI, OLANDESE DI 91 ANNI, CHE NEL 1943 SALVO’ LA VITA A UN BAMBINO EBREO… SEI FAMILIARI SONO ORA MORTI NEGLI ATTACCHI DI ISRAELE E LUI DICE BASTA: “SAREBBE UN INSULTO ALLA MEMORIA DI MIA MADRE”
Henk Zanoli è olandese, ha 91 anni e, almeno fino a qualche giorno fa, era un “Giusto tra le Nazioni”.
Cioè un non-ebreo che, durante l’Olocausto, ha salvato la vita di un ebreo, in questo caso un bambino. Il piccolo si chiamava Elhanan Pinto, era nato nel 1932 ed è sopravvissuto all’orrore della Shoah grazie a Zanoli.
Il quale, insieme alla madre Johana, l’ha tenuto al riparo dalla furia nazista nella sua casa di Eemnes, vicino a Utrecht, dal 1943 al 1945, anno in cui gli Alleati liberarono i Paesi Bassi.
Sia Johana che Henk rischiarono la vita per preservare quella di Elhanan.
I genitori e i fratelli del bimbo, intanto, venivano trucidati in un campo di concentramento del Terzo Reich.
La storia di Zanoli.
Come racconta il sito ufficiale dello Yad Vashem, il celebre museo dell’Olocausto di Gerusalemme, nel 1943 Henk Zanoli, allora poco più che ventenne, da Emmes fece un rischiosissimo viaggio verso Amsterdam (guardie e controlli erano ovunque) per andare a prendere il bambino e accompagnarlo a casa.
Qui, con la madre Johana, protesse per due anni Elhanan, che “trovò un ambiente accogliente e pieno di amore”, si legge sul sito dello Yad Vashem.
“A guerra finita, uno zio andò a prendere il piccolo per lasciarlo in un orfanotrofio ebraico. Successivamente, Elchanan si trasferì in Israele con altri amici e cambiò il suo nome in Hameiri”.
La decisione.
Oggi, però, Henk Zanoli “Giusto tra le Nazioni” non lo è più. Per sua scelta. Come riporta il quotidiano israeliano Haaretz, Zanoli ha restituito la medaglia di “Giusto” ricevuta dalle autorità israeliane.
E ha chiesto la cancellazione del suo nome dal Giardino dello Yad Vashem. Questo per protesta contro l’ultima offensiva di Israele su Gaza, in cui sono morte circa 2mila persone, molte delle quali civili, ma anche sei suoi familiari, incluso un bambino di dodici anni.
I familiari morti.
Perchè la nipote di Zanoli, la diplomatica olandese Angelique Eijpe, ha sposato un palestinese nato nel campo profughi di Al-Bureij, a Gaza. E gran parte dei familiari della coppia vive nella Striscia.
I due coniugi, durante l’offensiva, non erano a Gaza. Altri familiari, però, non sono potuti sfuggire ai raid. E sei di questi sono morti.
Così, a inizio settimana, Zanoli si è presentato all’ambasciata israeliana di Amsterdam e ha restituito la medaglia e la lettera di “Giusto tra le Nazioni”.
La lettera.
Zanoli, un avvocato in pensione, ha poi scritto una lettera aperta per giustificare il suo clamoroso gesto: “E’ davvero terribile che oggi, quattro generazioni dopo, la nostra famiglia debba sopportare l’uccisione di altri suoi membri. Uccisioni di cui è responsabile lo stato di Israele. Per me, dunque, conservare questa medaglia sarebbe un insulto alla memoria della mia coraggiosa madre”.
Il marito della donna e padre di Zanoli (anche lui faceva Henk di nome) venne internato nel campo di concentramento di Mauthausen nel 1941 perchè aveva protestato contro l’occupazione di Hitler.
Resistette alle atroci crudeltà dei nazisti fino al febbraio 1945. Poi morì.
Antonello Guerrera
(da “La Repubblica“)
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Agosto 11th, 2014 Riccardo Fucile
“AI MALATI LEGGO SHAKESPEARE PER CONFORTARLI”… IN ITALIA DELINQUENTI CHE SEMINANO ODIO, SUL CAMPO MEDICI ORGOGLIO DEL NOSTRO PAESE
Abbiamo chiesto a Maurizio Barbeschi, Team Leader del gruppo Risk Assessment and Decision
Support dell’Oms, di raccontare da Lagos la sfida contro l’Ebola
“Ieri mi sono ritrovato al capezzale di un malato di Ebola, a leggergli Shakespeare. Eravamo andati nell’ospedale di Lagos dove sono ricoverati i contagiati, per valutare la situazione. Ne abbiamo visitati quattro.
Non è mai facile incontrare persone che stanno morendo, e per sollevare un poco il morale ho chiesto a uno di loro se gli piacevano i libri.
Mi ha risposto di sì, e allora sono andato fuori a cercarne uno.
Ho trovato un collega che aveva con sè una copia di Enrico IV, e me la sono fatta prestare. Il malato era contento di vedere che avevo un dono per lui, e ho cominciato a leggerglielo, seduto davanti al suo letto. Se vengono presi in tempo, non tutti i casi di Ebola sono mortali.
Quando cominciano a manifestare i sintomi, soprattutto la diarrea, la chiave è tenerli idratati.
Questo è il primo passo per cercare di allungare la loro vita, e magari salvarli, come stiamo facendo in Nigeria, dove per ora abbiamo perso solo due persone.
È importante sapere che l’Ebola non è una condanna a morte automatica: con una buona e rapida assistenza, le possibilità di sopravvivenza aumentano in maniera netta.
Poi c’è il morale, naturalmente, che è importante in ogni malattia.
Perciò magari nei prossimi giorni tornerò in corsia con Shakespeare, sperando di ritrovare il malato appassionato di libri.
Finita la visita in ospedale ci hanno chiamato dalla centrale, per andare a ispezionare l’aeroporto.
È la chiave della prevenzione. Bisogna individuare subito i potenziali casi, per isolarli e dare assistenza.
Perciò è importante sapere chi apre le porte degli aerei quando atterrano, chi e come accoglie i passeggeri.
Il momento in cui consegnano il passaporto, o incontrano un assistente di volo, è l’occasione migliore per guardarli in faccia e capire se sono malati.
Questi controlli stanno funzionando.
Dopo una giornata così, siamo tornati in albergo verso mezzanotte, distrutti.
Anche per noi è difficile.
La cosa più curiosa sono i tic che sviluppiamo, pensando di proteggerci: c’è il collega che uscito dalla corsia dei malati si sfrega in continuazione le mani, quello che si osserva i piedi, quello che si lava freneticamente la faccia, quello che usa una tecnica sempre uguale per togliersi gli indumenti di protezione.
Sono prassi scaramantiche, con cui speriamo di difenderci.
Perchè domani, all’alba, si ricomincia.
Maurizio Barbeschi
(da “La Stampa“)
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Agosto 8th, 2014 Riccardo Fucile
STRANO PAESE: SI RIMPROVERA AI GIOVANI L’INDOLENZA E L’APATIA, MA SE POI SI SPENDONO IN QUALCHE NOBILE RAGIONE VENGONO DERISI DA QUALCHE MENTECATTO
Si trema pensando all’impatto che le due ragazze italiane Greta e Vanessa, libere, gentili e con i capelli al vento, possono avere avuto su certe canaglie bigotte che girano per l’Islam, maschi carcerieri di femmine, giudici di femmine, proprietari di femmine, predoni di femmine.
Chi è padre e madre, naturalmente, ha un sussulto protettivo .
E anche un moto spontaneo di rimprovero, benedette ragazze, andare in quei posti, e con quei sorrisi, e con quelle volonterose intenzioni, come se la mitezza potesse, da sè sola, bastare a difendere chi solo quella indossa, senza palandrane nere o altre divise che ne occultino la persona.
È un ben misero salvacondotto, la volontà di aiuto.
Quanto al sorriso, tra quei truci miliziani di Dio, parrà certamente un’aggravante.
Ma già si intende (chi ha le orecchie disposte all’ascolto) la risposta che le due ragazze vorrebbero e potrebbero dare, i vent’anni da spendere per qualche nobile ragione, il coraggio da vendere anche se il prezzo è il rischio, non vale rinfacciare ai ragazzi l’indolenza se poi li si rimprovera anche quando partono alla ventura, si aprono al mondo, lo considerano finalmente affidato a loro e non ad altri
Che questo scuotere la testa per il rischio eccessivo diventi poi, su qualche giornale e in qualche ansa del web, derisione e spregio per Vanessa e Greta, non è una novità ed è anche quello un prezzo da pagare alla volgarità polemica di uso corrente, che non è volgare (solo) per la forma, lo è anche per la sostanza meschina.
«Se la sono andata a cercare», un celebre andreottismo che corrisponde perfettamente alla mentalità di molti (mezzo secolo di potere non è mai per caso), e che colpì con spregevole durezza anche il povero Baldoni, umanista e gentiluomo, barbaramente ucciso da una delle tante bande di odiatori che il collasso statuale del mondo arabo ha scatenato, uno che mise a repentaglio non altri che se stesso, eppure dovette sentirsi dare del pirla, in patria, da qualche culo comodo che niente sapeva della sua vita e della sua carità per il prossimo (valore religiosissimo, cristiano come islamico, eppure così poco praticato dagli uni e dagli altri).
L’esito, per Vanessa e Greta, sarà certamente fausto, non vogliamo nè possiamo dire altro e immaginare altro, torneranno a casa e forse perfino qualcuno dei loro grevi e nevrastenici detrattori ne sarà felice.
A loro come a noi tutti rimarranno il tempo, e la necessità , di riflettere un poco meglio, un poco più a fondo, sulla guerra tremenda che spacca il mondo attorno alla libertà delle ragazze di ogni età , dai dieci ai cento anni, che oggi possono riconoscersi nella luminosa, allegra, non maliziosa fotogenia delle due giovani italiane sparite in quelle fauci.
A questo proposito circola sul web (che è prodigo, ovviamente, anche di ottime cose) una coppia di fotografie come suol dirsi emblematiche.
Donne afgane nel 1950, donne afgane dei nostri giorni.
La foto dei nostri giorni – un gregge di intabarrate anonime, senza volto e senza identità – pare antecedente di qualche secolo.
È a colori, ma il bianco e nero che la precede di più di mezzo secolo pare, al confronto, modernissimo.
La storia non va sempre avanti, come abbiamo sperato quando eravamo giovani, va anche indietro.
Dunque ci tocca spingerla, e per spingerla, tra le tante altre cose, dobbiamo pensare, e dire, e scrivere, “giù le mani dalle ragazze”, e non solo le cosiddette “nostre”.
Tutte le ragazze.
Michele Serra
(da “La Repubblica”)
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Luglio 28th, 2014 Riccardo Fucile
SI DIFFONDONO IN TUTTA ITALIA I SOCIAL STREET
Ore 11 di un sabato mattina a Milano. Il ritrovo è al bar all’angolo tra via Maiocchi e via Stoppani per fare
colazione.
Così da sette mesi. Sono in venti, non fanno in tempo a sedersi, due baci sulle guance e le parole sono già spedite sui progetti.
Elena è lì con il fidanzato Riccardo. Si sono trasferiti dalla provincia di Potenza per lavoro e sono i primi ad aver stretto amicizia con Lucia, di Varese, che si occupa di teatro.
Caterina, stilista, ha l’accento fiorentino. Simona è nata a Pantelleria e organizza eventi. La sua omonima, romana, fa la guida turistica.
Anna la mamma, Erica la grafica, e Luca l’ingegnere informatico, che ha portato i suoi due bambini, di sette e nove anni, ed è l’unico milanese della combriccola.
Fino a Natale a malapena avevano incrociato i loro sguardi, non sapevano di abitare nella stessa via o di condividere il pianerottolo del palazzo.
Sono trentenni e quarantenni che oggi fanno parte della Social street di via Maiocchi e dintorni, la seconda più grande d’Italia dopo quella di via Fondazza a Bologna.
“A metà dicembre ho distribuito volontani per promuovere il gruppo dei residenti del quartiere su Facebook. Nel giro di qualche giorno c’erano 200 adesioni, oggi siamo in 800, a volte ci conosciamo solo per nickname ma è già un passo avanti ” spiega Lucia Moroni.
In via Maiocchi, 700 metri, dietro a Corso Venezia, in realtà non manca niente, dall’asilo alla scuola elementare, il parco, il supermercato, la palestra, la sartoria, la galleria d’arte. “Ma manca tutto — osserva — se hai paura di chiedere il sale al tuo vicino o un aiuto al bottegaio di fianco”.
La piccola comunità cresce. Oltre alle colazioni collettive e agli aperitivi settimanali, c’è il gruppo running del martedì, dalle otto alle nove, prima del lavoro, seguito da spuntino a casa di qualcuno.
Quello di acquisto solidale di miele, olio e caffè; quello di cinema, di lettura, di ricamo e delle gite nei musei della città . Presto partirà un servizio di dog-sitting.
Mentre sono già attivi una banca del tempo per scambiarsi gratuitamente le competenze e il bookcrossing, cioè il baratto dei libri: “Un bar vicino ha messo a disposizione uno spazio per il deposito” racconta Elena, dispiaciuta di non aver partecipato al debutto del social swap party, il baratto dei vestiti usati, allestito per due giorni nella sede vicina di un’associazione.
“Un successone, la stanza sembrava un negozio e ognuno ha postato su Facebook la foto dell’abito che avrebbe regalato e una di quello che si è portato a casa”.
Sono ormai un rito a grande richiesta le “case aperte” una volta al mese.
“Dieci di noi aprono la porta a gente sconosciuta della zona” lei è ancora incredula. La prima volta, il 9 febbraio, nel monolocale di Lucia, 23 metri quadrati, erano in 10 a cucinare cràªpe. La casa di tre studenti universitari si era trasformata in un laboratorio di shooting fotografico. Da Raffaella si sfornavano crostate, in un altro appartamento c’era un workshop di pittura per bambini curato da una pittrice di Brera mentre la storica dell’arte si era inventata un gioco di società per far conoscere i monumenti della zona. E un ragazzino aveva invitato i coetanei sul divano a sfidarsi alla play station. Le case ruotano, le attività cambiano, la gente resta. Il social network è usato per comunicazioni di servizio e richieste di vario tipo: “Conoscete un idraulico economico e bravo?” “Avete una bicicletta pieghevole che non usate più?” “Ho due biglietti per balletto alla Scala, qualcuno viene?”.
Hanno messo in piedi anche il sito web Viamaiocchi.it   che raccoglie le cronache della piccola comunità .
Al bar “Stoppani”, quello all’angolo, c’è una bacheca di legno per proporre idee e segnalare eventi.
Qui si fa anche la raccolta di alimenti che alcuni di loro ogni sera distribuiscono ai senza tetto della via fino alla Stazione Centrale.
“Non vogliamo diventare un’associazione: troppi vincoli e la spontaneità si spegne” chiude Elena.
Un fenomeno nazionale
Le social street nel nostro Paese sono 165 e quelle in cantiere aumentano a macchia d’olio.
Da Trento a Palermo (dove i residenti hanno raccolto quasi due mila firme per chiedere al sindaco Orlando di multare chi abbandona i rifiuti nelle strade).
L’ultima a Torre del Greco, in provincia di Napoli. L’elenco è sul portale Socialstreet.it  . L’idea è venuta a Federico Bastiani, 36 anni, originario di Altopascio, un paesello di sette mila abitanti nella provincia di Lucca, catapultato a Bologna per lavoro (fa l’addetto stampa di Loretta Napoleoni): “Dopo tre anni — spiega — non conoscevo ancora i vicini, mi sentivo un estraneo nella mia via”.
Una di quelle con i portici caratteristici, di 450 metri, 91 numeri civici e due mila abitanti. Così a settembre Federico inaugura un gruppo su Facebook che in tre settimane conta cento persone e oggi ne sfiora 900.
Il virtuale è diventato reale: “Quando esco dal portone saluto tutti. Ho scoperto che a 30 metri abitava un’altra famiglia con un figlio, che ora gioca con il mio”.
Si fa fatica a stare dietro a tutte le iniziative: “Il gruppo — riassume Federico — si alimenta da solo, le persone lanciano idee e chi è interessato si organizza”.
Aperitivi, colazioni, cene sociali, feste di compleanno, baratto, babysitting, carsharing, picnic, trekking fuori porta.
“Ogni martedì dalle 5 alle 6 mamme e bambini si ritrovano all’oratorio. E nel tempo libero puliamo i portici da graffiti e sporcizia visto che il Comune non lo fa”.
Mano tesa dagli esercenti del quartiere: una volta alla settimana il cinema sconta il biglietto a cinque euro; prezzi ridotti in pizzeria e al bistrò francese.
A Bologna e provincia di strade social ne esistono più di 50: “Stiamo costruendo una rete per esportare il modello in altre aree della città e dialogare con il Comune”.
Ma non è un miracolo solo del nord.
Manuela Baglivo, 35 anni, due anni fa torna da dove è venuta, cioè Tricase, nel Salento: “Ho speso 13 anni fuori tra studio e lavoro. A Bologna facevo l’insegnante precaria, lavoravo un giorno, un mese o un anno, poi da capo in attesa. Non ne valeva la pena, quindi sono tornata a casa dei miei genitori: ma che avrei fatto? Non conoscevo più nessuno, non avevo stimoli. Un giorno ho letto un articolo sulla social street di Via Fondazza e ho pensato subito di copiarla”.
L’esperimento di Tricase riguarda il centro storico e 150 persone, molti over 50 e under 25.
“Gli altri sono partiti. Della mia età saremo una decina”. Ma è tutto in fermento.
“Da quando si è sparsa la voce della social street, molti coetanei sparsi al Nord stanno pensando di mollare tutto e ritornare qui”.
Manuela non si stupisce: “La social street è la soluzione che tutti vorrebbero ma a nessuno viene in mente”.
Social salentino Poi c’è la disoccupazione, e il tempo bisogna inventarselo da capo, guai a soffocarlo nella vergogna.
Come funziona lì? Il Comune presta una sala per la riunione mensile, tutti i pomeriggi le case sono aperte per caffè e quattro bagole.
C’è chi cucina sempre in abbondanza e su Facebook invita gli altri a cena. Nei fine settimana si organizzano tour guidati per la città e mercatini dell’usato (ma chi vuole vende), ogni 15 giorni si puliscono le strade del centro, e si aiutano gli anziani a pagare le bollette, fare la spesa, andare dal medico.
“Prima però devi fargli capire che non li vuoi fregare — Manuela se n’è accorta subito -. Ci sediamo a parlare con loro, hanno paura dei furti, con la crisi sono diventati diffidenti. Tornare a fidarsi dei vicini di casa non è impossibile, soprattutto perchè non ci sono di mezzo soldi e politici”.
A ottobre faranno insieme la raccolta delle olive per conto terzi in cambio di bottiglie di olio.
In ballo c’è anche la ristrutturazione di alcuni edifici storici. Dove non c’è lo Stato, insomma, ci pensano le persone.
E la formula finora sembra funzionare.
Chiara Daina
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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