Giugno 17th, 2015 Riccardo Fucile
ORA IL PREMIER PASSA AI RICATTI CON I DOCENTI PER NASCONDERE RITARDI E MALAFEDE DEL GOVERNO
C’è chi prende in ostag gio decine di per sone in qual che super mer cato e c’è chi come ostag gio ha in pugno le vite di 100mila inse gnanti, e non esita ad usarle.
Come da ber lu sco niano modello, Renzi sce glie lo stu dio di Porta a Porta per sfer rare il suo con trat tacco, ado pe rando i 100mila pre cari che avrebbe dovuto assu mere nel
con te sto della riforma «Buona scuola» come scudi umani.
Niente da fare, se ne riparla l’anno pros simo: «Con tre mila emen da menti in com mis sione i 100mila inse gnanti non si assu mono entro l’anno. Sta nei fatti. Se ci sono gli emen da menti, se tutti sono con trari, sem bra che sia io l’unico a volerli assumere».
Non è una bugia ma un intero mazzo di bugie sin te tiz zate con mira bile con ci sione.
In com mis sione istru zione, al Senato, l’ostruzionismo non è il vero pro blema.
Se il voto è slit tato di set ti mane è solo per chè così hanno voluto il governo e il Pd, per stem pe rare le divi sioni interne.
Da giorni Mat teo Renzi aveva deciso di rin viare quanto più pos si bile il pas sag gio in aula del dise gno di legge, tanto che la deci sione di modi fi care il calen da rio e
anti ci pare la riforma Rai era già stata presa.
Troppo incerta la situa zione, troppo esi gui i mar gini di mag gio ranza per sfi dare il
Par la mento su un prov ve di mento tanto importante.
Ma la spinta deci siva è arri vata quando a palazzo Chigi sono stati por tati i conti sui voti in com mis sione istru zione.
Inu tile girare e rigi rare il pal lot to liere: la mag gio ranza non c’è, essendo deci sivi due dis si denti Pd, Wal ter Tocci e Cor ra dino Mineo.
Dopo la boc cia tura in com mis sione Affari costi tu zio nali nel parere sulla
costi tu zio na lità del ddl, governo e mag gio ranza, al momento, sareb bero quindi
desti nati a subire nuove scon fitte anche nel merito del prov ve di mento.
Un pes simo via tico per l’aula, che ren de rebbe impra ti ca bile il solito voto di fidu cia. Infine, quand’anche ci fosse un ostru zio ni smo in realtà ine si stente, Renzi potrebbe imboc care una via sem plice per risol vere il pro blema: stral ciare il capi tolo rela tivo alle assun zioni, varare un piano plu rien nale per assu mere tutti i pre cari invece di lasciarne a spasso 100 mila e passa e, allo stesso tempo, assu mere la prima ondata di inse gnanti con un decreto.
Per chè il pre mier pre fe ri sca invece rac con tare di essere costretto a sacri fi care le
assun zioni suo mal grado è evi dente.
Sul piano della pro pa ganda ha tutta la con ve nienza a fin gere che la man cata
assun zione sia dovuta all’opposizione par la men tare e sociale, a tutti quelli che, in Par la mento e fuori, con tra stano la legge.
Ma soprat tutto quelle 100mila assun zioni ver ranno but tate sul piatto della bilan cia nel pros simo round dello scon tro, ai primi di luglio, col pre ciso obiet tivo di costrin gere l’opposizione par la men tare e il sin da cato a cedere.
E’ lo stesso gene ra lis simo ad annun ciare, sem pre dall’intramontabile salot tino di Vespa, il piano di bat ta glia: «Ai primi di luglio faremo una Con fe renza nazio nale sulla scuola. Li chia miamo tutti: sin da ca li sti, pre sidi, docenti, fami glie. Ma una volta
ascol tati tutti si chiude per chè in Ita lia, dopo anni, qual cuno decide».
A quel punto, il ricatto dei pre cari tor nerà utilissimo.
L’attacco sulla scuola è solo un tas sello della con trof fen siva che il pre mier, messo alle strette da una serie di rove sci uno dopo l’altro, dalle ele zioni all’immigrazione, da Mafia capi tale alla scuola, intende sfer rare.
Il pas sag gio suc ces sivo sarà quasi cer ta mente la defe ne stra zione del sin daco Marino. «Potremmo dover sacri fi care Roma per sal vare il governo», avrebbe con fi dato il gran capo ai fede lis simi nei giorni scorsi.
Poi una raf fica di attac chi sem pre più duri: «Biso gna tor nare dal Renzi 2 al Renzi 1, e col Renzi 1 al posto di Marino non sta rei tran quillo», con clu deva la sua inter vi sta di ieri alla Stampa, pre messo che «nel 2016 si vota nelle grandi città , forse anche a Roma».
Poi il colpo finale, dal solito Vespa: «Marino è per bene, ma chi è one sto deve anche essere capace».
In realtà la deci sione è già presa, almeno al 90%, ma non si pro ce derà subito per chè, non dispo nendo ancora di un can di dato valido, biso gna evi tare che nella Capi tale si vada a voto in otto bre.
Due i motivi che spin gono Renzi: il dub bio che, nono stante si dica cer tis simo del con tra rio, la rela zione del pre fetto Gabrielli possa riser vare qual che brutta sor presa.
Nel caso, biso gne rebbe essere pronti ad anti ci pare lo sgam betto.
Ma soprat tutto il pre mier si rende conto che difen dere il sin daco di Roma potrebbe costar gli popo la rità e con senso nell’intero Paese a tutto van tag gio di chi quello scan dalo sta caval cando: l’M5S.
Andrea Colombo
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Giugno 16th, 2015 Riccardo Fucile
A MARZO RENZI AVEVA GARANTITO: “FAREMO IN TEMPO”… NON GLI E BASTATA LA LEZIONE DELLE REGIONALI: ORA IL PD(R) LA PAGHERA’ ANCORA PIU’ CARA
“Con tremila emendamenti in commissione i 100mila insegnanti non si assumono entro l’anno, sta
nei fatti. Se ci sono gli emendamenti, se sono tutti contrari, sembra che sia io l’unico che vuole assumerli. Ma se tutto il mondo della scuola è in rivolta bisognerà discutere, e le assunzioni si faranno per l’anno prossimo”.
Matteo Renzi, ospite a Porta a Porta, fa retromarcia rispetto alle promesse e alle rassicurazioni fatte in questi mesi e scarica la responsabilità dello slittamento al 2016 sulle proposte di modifica delle opposizioni al ddl.
Che, peraltro, come la minoranza Pd, chiedono di separare il cammino della riforma La Buona Scuola da quello delle assunzioni dei precari.
Quindi non c’entra un bel nulla.
Oggi, però, alla vigilia della prima prova dell’esame di maturità , arriva l’indecoroso dietrofront.
E parla anche di ultimatum sulla riforma dell’Istruzione: “Faccio tesoro del suggerimento di Lula — ha detto -: se sei convinto di aver ragione ma hai l’opinione pubblica contro fai una conferenza nazionale, racconti la tua proposta, ascolti le critiche e poi decidi. A inizio luglio faccio una conferenza sulla scuola, sento tutti, dai sindacati alle famiglie per un giorno e dopo si decide” (come pare a lui, come sempre)
Sullo slittamento delle assunzioni interviene per primo Sinistra Ecologia Libertà e il suo coordinatore nazionale Nicola Fratoianni ricorda a Renzi di avere avanzato “decine di volte lo stralcio della parte relativa alla stabilizzazione dei docenti precari, dicendo che avremmo votato anche noi subito un decreto per la loro assunzione”.
E chiede al presidente del Consiglio di “non prendere in giro gli insegnanti e gli italiani abusando della Tv” e di non provare “neanche a buttare la responsabilità dell’incapacità del governo sulle opposizioni e sul Parlamento“.
La senatrice Sel Alessia Petraglia parla inoltre di “ricatto”, perchè “i tremila emendamenti non costituiscono un’ostruzione”.
Secondo la parlamentare “la verità è che il governo non ha trovato le coperture per le assunzioni“.
A settembre, continua, “verranno presi solo 50mila docenti per sostituire quelli che andranno in pensione. E’ da tempo che chiediamo di accelerare le assunzioni e prendere più tempo per discutere gli altri punti della riforma. Il voto sul ddl doveva partire oggi e invece è saltato tutto. Che vergogna”.
E sulla separazione tra la riforma e le assunzioni dei precari insiste anche la minoranza Pd che, come le opposizioni, chiede lo stralcio dell’articolo 10 e il rinvio a un decreto ‘ad hoc’. L’ipotesi del rinvio — probabilmente a settembre 2016 — potrebbe concretizzarsi in mancanza di un accordo all’interno dei dem, soprattutto sul tema dei poteri dei dirigenti scolastici. Durante la riunione di oggi tra i membri Pd della commissione Istruzione e la relatrice, Francesca Puglisi, i due senatori della minoranza Walter Tocci e Corradino Mineo sono tornati a chiedere lo stralcio dell’articolo.
Stessa linea anche per il Movimento 5 Stelle, dove la senatrice Manuela Serra ribadisce: “Alla Camera abbiamo chiesto subito uno stralcio sulle assunzioni, che abbiamo riproposto al Senato. Un modo per garantire il posto a tutti gli insegnanti nelle graduatorie a esaurimento già dal prossimo anno scolastico. Ma il governo non ha mai preso sul serio l’ipotesi. Nella legge di stabilità è stato previsto un miliardo di euro in più proprio per il piano assunzioni, eRenzi fa finta di niente? Un premier non puà³ fare quello che gli pare”.
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Giugno 11th, 2015 Riccardo Fucile
RAPPORTO EURYDICE: IL CONFRONTO CON GERMANIA, FRANCIA E SPAGNA
Gli insegnanti più anziani e che lavorano per più tempo, i salari più bassi e i minori finanziamenti
statali.
E’ questa la fotografia della scuola in Italia messa a confronto con i sistemi scolastici di Spagna, Francia e Germania.
A scattarla sono i rapporti annuali Eurydice che permettono di farsi un’idea precisa delle condizioni di salute di cui il sistema scolastico italiano gode oggi, nel momento storico in cui il governo Renzi procede a una riforma fortemente contestata da alunni, docenti e sindacati. Anche in Francia è tempo di cambiamenti strutturali: il Consiglio superiore dell’educazione ha infatti da poco approvato un importante provvedimento in materia di scuola media che ha, come in Italia, mobilitato il corpo docente sceso in piazza a manifestare.
Parliamo in ogni caso di un sistema scolastico che, insieme a quelli di molti altri Paesi europei, gode di miglior salute rispetto a quello di casa nostra. Ma andiamo per gradi.
Percentuale docenti attivi nell’insegnamento
I docenti italiani sono i più anziani. Se in Francia gli insegnanti attivi prima dei 30 anni sono l’8,2 per cento, in Spagna il 6,1 e in Germania il 4,3, in Italia il dato è quasi senza possibilità di confronto: solo lo 0,4 per cento dei docenti italiani è già professionalmente impegnato prima dei 30 anni.
Al preoccupante ritardo col quale si accede alla professione si aggiungono le altrettanto preoccupanti percentuali in uscita: se infatti in Spagna dopo i cinquant’anni è professionalmente attivo solo il 29,3 per cento dei docenti e in Francia il 32.3, l’Italia svetta su tutti i restanti Paesi dell’Unione con un sonoro 59,3 per cento.
Salari minimi e massimi.
Ad aggravare la situazione italiana sono anche i dati circa i minimi e massimi salariali, da inizio a fine carriera: se un docente in Spagna viaggia tra i 32mila e i 45mila euro lordi annui e in Germania addirittura tra i 46mila e i 64mila euro, il docente italiano si accontenta di un minimo di 24mila e un massimo di 38mila euro, quasi la metà di quello tedesco e sempre meno del collega francese, che registra un minimo salariale di circa 25.500 euro e un massimo di 47.500. Qualcuno potrebbe sollevare a questo punto l’ipotesi (immaginifica) per cui il docente italiano lavora, di media, meno dei colleghi europei, ma, come sottolinea il Presidente nazionale di ANIEF Marcello Pacifico, i dati confermano altro: “L’orario d’insegnamento annuale dei docenti italiani è in media rispetto ai colleghi degli altri Paesi”.
Anche il Papa è intervenuto sull’argomento bollando il tutto come un’ingiustizia, mentre secondo un rapporto Uil del 2012 “le retribuzioni dei docenti italiani sono costantemente al di sotto della media degli altri Paesi Ue, con uno spread che parte dai 4.000 euro annui all’inizio della carriera, per arrivare ai 10.000 a fine carriera (…) le retribuzioni iniziali dei nostri docenti assicurano un tenore di vita al di sotto di quello medio italiano”.
Finanziamento pubblico all’istruzione.
Lampante la differenza che si registra nel finanziamento pubblico al mondo dell’istruzione che si registra tra l’Italia e diversi altri Paesi europei: se nel giugno del 2013 il bilancio francese poteva vantare una spesa di quasi 79 miliardi di euro, nello stesso periodo quello italiano si assestava intorno ai 48 miliardi, poco più della metaà del primo, mentre quello inglese, per una popolazione che conta circa 7 milioni di persone in meno rispetto all’Italia, vantava il corrispettivo di ben 80 miliardi di euro di spesa pubblica.
Infine, tanto per tirarci su di morale, ragionando in proporzione la Norvegia spende complessivamente per l’istruzione il triplo dell’Italia: se infatti la spesa norvegese, nel periodo da noi preso in considerazione e su una popolazione di circa 5 milioni di persone, si assesta sui 12 miliardi e mezzo d’euro, basta fare le dovute proporzioni per ottenere il risultato già tristemente annunciato.
Valutazione dei docenti.
Direttamente collegato al tema delle retribuzioni è quello inerente le nuove proposte del governo circa la valutazione degli insegnanti.
I docenti italiani accetterebbero molto più di buon grado la valutazione del proprio lavoro se lo stesso venisse adeguatamente e più equamente valorizzato.
Se infatti in Europa sono al momento solo quattro i Paesi, tra cui l’Italia, a non prevedere alcun sistema di valutazione dell’insegnante (insieme a Scozia, Norvegia e Finlandia), in molti riterrebbero più opportuno scegliere il modello più consono al particolare tessuto sociale e culturale italiano.
I modelli francese, tedesco e portoghese per esempio si basano tutti su un sistema misto risultante da una valutazione interna del capo d’istituto coadiuvata da quella esterna dell’ispettorato scolastico.
In ogni caso la valutazione dei docenti da parte di alunni e genitori, annunciato in questa nuova riforma, non sembra conoscere precedenti nel resto d’Europa.
Licenziamento.
In molti negli ultimi tempi, hanno invocato la possibilità di licenziamento per i docenti simili a quelle dei lavoratori impiegati nel settore privato.
Se però, anche ora, si va a confrontare l’insegnamento pubblico italiano con quelli dei predetti Paesi europei, i dati confermano identiche dinamiche in ordine di licenziamento che, essendo gli insegnanti funzionari pubblici, risulta essere ovunque un evento molto raro (ad es. nel caso di perdita della cittadinanza).
Classi pollaio.
Falso invece, sempre in relazione alla situazione europea, risulta l’allarme relativo alle cosiddette classi pollaio: in questo caso la media italiana, di 21,3 studenti per classe, viaggia in linea con quella europea, che si assesta sui 21,1 allievi.
Assunzione.
Passando infine a un altro dei temi bollenti di questi giorni, quello del reclutamento dei docenti, l’Europa si divide tra metodi “aperti”, dove cioè la responsabilità del reclutamento spetta alla singola scuola (spesso però congiuntamente all’autorità locale) e metodi centralizzati, dove cioè la responsabilità della gestione delle assunzioni è tutta demandata all’amministrazione pubblica.
Il modello verso il quale il nuovo ddl Scuola si indirizza è quello aperto, seppur però con aspetti preoccupanti.
Uno su tutti la responsabilità unica, nella cosiddetta chiamata diretta, del dirigente scolastico che, volendo fare un salto nel passato, trova un precedente nero e buio nella riforma della scuola di epoca fascista.
In Germania, come anche in Francia e in Spagna, la responsabilità nelle assunzioni non è demandata alle singole scuole ma gestita dalle autorità pubbliche: in Germania il tutto spetta ai singoli Laender, in Spagna entrano in gioco le comunità autonome e in Francia direttamente il ministero.
Fabrizio Basciano
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 9th, 2015 Riccardo Fucile
STRANE ASSENZE DI NCD E IL VOTO DI MAURO DETERMINANTI
Governo battuto sul parere di costituzionalità alla riforma della scuola. 
Con 10 voti contrari e 10 favoreli il parere in commissione Affari Costituzionali del Senato non passa per il “voto determinante” di Mario Mauro senatore di Gal che nei giorni scorsi ha annunciato l’uscita dalla maggioranza.
“Da un punto di vista costituzionale la riforma della buona scuola è scritta male – osserva Mauro – pertanto fermiamoci e riscriviamola meglio”.
Secondo quanto si apprende, la presidente della commissione Anna Finocchiaro avrebbe votato “si” (per prassi i presidenti di commissione di solito non votano) e il Pd avrebbe votato compatto a favore.
Sarebbero invece mancati i voti dei senatori di Ncd, assenti, oltre a quello di Mario Mauro.
“Il Pd era rappresentato in Commissione Affari costituzionali da tutti i suoi componenti, che si sono espressi in maniera positiva sul parere da esprimere. E’ evidente che mancavano rappresentanti delle altre forze politiche di maggioranza. Si tratta a nostro parere, comunque, di un infortunio che non pregiudica in alcun modo il percorso della riforma della scuola a Palazzo Madama” dice la senatrice Doris Lo Moro, capogruppo del Pd nella Commissione Affari costituzionali.
“E’ la prima battuta d’arresto – sottolinea in una nota Loredana De Petris del gruppo Misto-Sel al Senato – per una riforma che non piace a nessuno dei soggetti coinvolti ma che Renzi vuole imporre a tutti i costi. E’ ora che il governo si decida a discutere le sue scelte e a correggere i suoi errori in un democratico confronto con il parlamento. Noi continueremo la nostra battaglia in Parlamento e nel paese per battere questa riforma pessima e dannosa per tutti”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 6th, 2015 Riccardo Fucile
I SENATORI DELLA MINORANZA PD POTREBBERO VOTARE CONTRO, RESTANO APERTE LE TRATTATIVE, MARTEDI’ UN ODG POTREBBE MANDARE SOTTO IL GOVERNO
«Questo provvedimento mette in cattedra 100 mila persone: voglio proprio vedere chi si prende
la responsabilità di bocciarlo», tenta di esorcizzare la preoccupazione la relatrice Pd in Senato del testo sulla Buona scuola, Francesca Puglisi, mentre scorre l’elenco dei membri della Commissione Istruzione. 14 a 12 per la maggioranza, considerando però nei 14 anche il senatore a vita Rubbia, che nel Pd non danno per scontato («è un indipendente») e tre della minoranza del partito (Tocci, Mineo e Martini).
Uno scarto risicato che potrebbe mettere in difficoltà il governo già martedì, quando si comincerà a votare il testo: andrà al voto un ordine del giorno di Tocci e Mineo che dà mandato al relatore per stralciare le assunzioni dei precari dalla riforma, proposta già fatta in passato a Renzi e sempre rispedita al mittente.
«Non voglio fare l’incendiario, ma la legge è un disastro. Stralciamo le assunzioni, da fare subito, e prendiamoci il tempo per ridiscutere il resto », predica Mineo.
Se al voto suo e di Tocci si unissero quelli dei 12 commissari d’opposizione, il governo finirebbe sotto.
In attesa della Direzione
Ma molto dipende dalle trattative in corso, e dalla Direzione del partito di lunedì.
Dal messaggio che vorrà lanciare il segretario-premier Renzi: «Chiederà di farla finita con esponenti del Pd che vanno nei talk show a parlar male del Pd», prevede un renziano ben informato.
Che però, allo stesso tempo, esclude toni fiammeggianti: «Con i ballottaggi delle comunali in vista e il Pd sotto attacco per via degli arresti romani, cercherà di mantenere unito il partito».
Tenterà , perlomeno, di non perdere la parte più dialogante della minoranza: non a caso le trattative sono aperte sulle modifiche al ddl scuola, il primo scoglio da affrontare.
Non è un testo blindato: sui poteri del preside la relatrice è favorevole a un emendamento che fissa in sei anni al massimo la permanenza di un preside nella stessa scuola, per evitare che si trasformi nel «padrone» dell’istituto.
Si discute di rafforzare il sistema di valutazione dei dirigenti scolastici, e anche di come rivedere il meccanismo per attribuire premi ai docenti (tra le ipotesi, quella di rinviare la scelta a un decreto delegato del governo successivo alla legge); è previsto anche di inserire un tetto allo school bonus, che dà credito d’imposta a fronte di finanziamenti alle scuole (anche paritarie).
Si sta ragionando anche su come, eventualmente, allargare il bacino delle assunzioni dei precari (dalla minoranza insistono che ci sono soldi per altri 37 mila ingressi): il problema è come individuare, tra i precari di seconda fascia, chi abbia titolo maggiore di altri.
«No patto del Nazareno»
Tentativi di rasserenare il clima in vista di passaggi complicati.
«In tutte le Commissioni del Senato la maggioranza è di 1-2 membri», ammette Giorgio Tonini.
E proprio lì al Senato si concentrano ora testi rischiosi, dalla Rai alle unioni civili, fino alla riforma costituzionale.
Con la minoranza che già avverte: «Bisogna evitare un patto del Nazareno sulla scuola». Cioè, svela un malizioso timore il bersaniano Miguel Gotor, «è solo un’impressione: ma non vorrei che il governo assumesse i precari Tfa, il percorso individuato quando ministro era la Gelmini, e si assicurasse in cambio il voto di Forza Italia al testo senza modifiche». Loro non ci starebbero: «Non vogliamo fare una riforma di destra».
Francesca Schianchi
(da “La Stampa“)
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Giugno 2nd, 2015 Riccardo Fucile
“NON E’ CORRETTO NE’ GIUSTIFICATO PREVEDERE CONTRIBUTI SUPERIORI IN SITUAZIONI ANALOGHE”…LA MORALE LEGHISTA: PIU SOLDI AI RICCHI, MENO AI POVERI
Una disparità di trattamento, illogica e ingiustificata. 
Il Consiglio di Stato ha rilevato che Regione Lombardia, durante l’anno scolastico 2013/14, ha utilizzato due pesi e due misure nell’assegnare i contributi per gli studenti meno abbienti: più soldi per i ragazzi delle scuole private, meno per quelli degli istituti pubblici.
La sentenza, relativa ai casi di due giovani liceali, ora potrebbe costituire un precedente per altri 400 ricorsi che altrettanti studenti lombardi stanno portando avanti nei confronti della Regione.
Sul banco degli imputati c’è la Dote scuola, il sistema di contributi messi a disposizione dal Pirellone per i giovani in difficoltà economiche.
Nell’anno scolastico 2013/14, questo meccanismo prevedeva diverse componenti. Una di queste era il cosiddetto “sostegno al reddito”, un beneficio riservato agli studenti delle scuole che non applicavano una retta, in poche parole gli istituti pubblici: la somma oscillava tra 60 e 290 euro.
Dall’altra parte, c’era anche la “integrazione al reddito“, destinata agli alunni delle scuole che chiedevano una quota di iscrizione, in sostanza gli istituti privati: in questo caso, la cifra si attestava tra i 400 e i 950 euro. La differenza è evidente.
Nella primavera del 2013 i genitori di due ragazze, che frequentavano due istituti superiori statali a Milano, hanno tentato inutilmente di accedere al contributo dell’integrazione al reddito.
E una volta constatata l’impossibilità di ottenere il beneficio, hanno portato in tribunale la Regione.
Il Tar della Lombardia ha dato loro ragione, annullando la delibera regionale nei punti incriminati.
Ma il Pirellone ha fatto ricorso al Consiglio di Stato, che però, il 28 aprile 2015, ha confermato la sentenza di primo grado “in relazione alla disparità di trattamento tra la componente ‘integrazione al reddito’ (…) e il beneficio definito come ‘sostegno al reddito’”.
Secondo i giudici amministrativi, “non è corretto nè logico” prevedere due importi diversi nel caso di situazioni del tutto analoghe: “Non si giustifica la differenziazione se le misure hanno le stesse funzioni, e cioè l’acquisto dei libri e di altri strumenti scolastici”.
E così, il Consiglio ha dato ragione al Tar sancendo l’annullamento della delibera regionale nella parte dove si prevede “a parità di fascia Isee di appartenenza, l’erogazione a titolo di ‘sostegno al reddito’ di buoni di valore inferiore a quelli erogabili a titolo di ‘integrazione al reddito’”.
In poche parole, la Regione dovrà restituire alle due ragazze la differenza rispetto al contributo previsto per gli studenti delle scuole private.
La sentenza apre così la strada per altre centinaia di ricorsi presentati contro il Pirellone.
“E’ un buon auspicio per la class action che stiamo portando avanti — spiega Giansandro Barzaghi, presidente dell’associazione Non uno di meno — Circa 400 famiglie hanno fatto ricorso presso i tribunali di Milano e Brescia per chiedere il pagamento della differenza rispetto agli istituti privati. Se le cause andranno a buon fine, Regione Lombardia dovrà versare circa 200mila euro”.
Il prossimo 2 giugno, l’associazione spiegherà alla cittadinanza queste iniziative durante la “Festa della scuola della Costituzione“, organizzata in piazza Cordusio a Milano, dove saranno messi a confronto gli articoli della Carta con quelli della riforma della scuola voluta dal governo Renzi.
Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 29th, 2015 Riccardo Fucile
I PROFESSORI PUNTANO A UN REFERENDUM
Inizia la battaglia finale sulla scuola.
Sarà grande festa per gli studi legali, un po’ meno per la serenità dello studio e delle lezioni.
Ieri sono iniziate le audizioni in Senato sul ddl di riforma, oggi prenderanno il via i lavori della commissione Cultura.
Dalla prossima settimana si prosegue con la discussione sugli emendamenti (almeno 1500). Dialogare, ascoltare ma senza mai fermare l’iter del ddl: questo è il mantra ripetuto dal governo, a partire da Matteo Renzi.
Nel frattempo il fronte della protesta non sta a guardare. Il tempo a disposizione non è molto, circa tre settimane prima dell’approvazione da parte del Senato, tre settimane cruciali anche nelle scuole.
In questi giorni si decide l’adozione dei libri di testo per il prossimo anno. Martedì il collegio dei docenti del liceo classico Mamiani di Roma ha deciso di non decidere: sospesa la delibera.
Su quali testi studieranno i ragazzi da settembre?
Secondo alcune indicazioni degli insegnanti che stanno protestando dovranno servirsi di quelli lasciati in eredità dagli studenti che terminano le lezioni a giugno.
Ma chi ha visto un libro dopo un anno tra zaini, banchi e scrivanie sa perfettamente che si tratta di utopia.
Altri prof a settembre distribuiranno dispense gratuite realizzate da loro.
Altri indicheranno testi scelti in totale libertà .
In questa situazione si trovano già diversi istituti, dal classico Francesco Vivona all’istituto tecnico statale Arturo Bianchini di Terracini o all’Ipsia Orso Maria Corbino di Partinico o l’IISS Ferrara di Palermo.
Molto preoccupati gli editori. Giorgio Palumbo, presidente dell’Associazione italiana editori si chiede perchè il costo del dissenso contro la riforma «finisca per scaricarsi interamente sulle spalle di aziende e operatori del settore che altra colpa non hanno se non quella di prestare un servizio di informazione e aggiornamento alle scuole e alla classe docente».
Un altro fronte aperto è la raccolta di firme per un referendum abrogativo della riforma. L’obiettivo è arrivare a 500mila firme, dopo due settimane hanno superato quota 20mila. La raccolta avviene attraverso i social ma anche attraverso i neonati gruppi di protesta su Whatsapp.
Sugli stessi canali girano le istruzioni dei sindacati su come effettuare in modo regolare ed efficace lo sciopero degli scrutini: basta che manchi un docente durante il primo giorno perchè la seduta venga rinviata di cinque giorni, spiegano.
Anche i presidi si sono organizzati con una contro-guida dell’Anp su come garantire gli scrutini nonostante lo sciopero e non esclude l’anticipo delle sedute o la convocazione di sabato pomeriggio o, persino, di domenica.
Su social e chat riscuotono molto successo i pareri giuridici come quello di Ferdinando Imposimato, magistrato, presidente onorario aggiunto della Corte di Cassazione, che ha individuato sette motivi di incostituzionalità nella riforma.
Innanzitutto la disparità tra docenti (e personale Ata) e gli altri lavoratori del pubblico impiego: tutti hanno un posto fisso solo nella scuola si verrebbe condannati a peregrinare da una scuola all’altra.
Oppure la valutazione del lavoro dei prof da parte di chi non ha le competenze adeguate come genitori ed alunni.
Gli idonei al concorso del 2012 che si sono visti scavalcare nel ddl dai 100mila precari che il governo ha scelto svuotando le graduatorie ad esaurimento, hanno fatto anche di più: hanno chiesto al costituzionalista Michele Ainis un parere.
Hanno ottenuto un documento di 29 pagine che individua tre motivi di palese incostituzionalità .
Se non cambierà qualcosa nel provvedimento, i ricorsi sono già pronti ad essere spediti.
Flavia Amabile
(da “La Stampa“)
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Maggio 21st, 2015 Riccardo Fucile
C’E’ ORMAI UN FOSSATO TRA CHI I PROBLEMI DELLA SCUOLA LI VIVE E CHI GOVERNA
Verrebbe voglia di ripristinare il vecchio armamentario simbolico: le orecchie d’asino. Pelose,
lunghe e rivelatrici.
Che oggi ostenta sorridendo, nella compiaciuta ignoranza, come Pinocchio di fronte allo specchio, colui che parla e legifera di scuola, senza conoscerla.
C’è ormai un fossato tra chi si occupa giornalmente di scuola, nel senso che la vive, come docenti o studenti, e tutti gli altri.
La scuola non è solo misconosciuta, a causa di pseudoriforme e sciagurati decenni di tagli all’istruzione, ma letteralmente sconosciuta. Sconosciuta ai più. Tra questi, molti occupano le aule parlamentari.
Ascoltando la ministra Giannini a DiMartedì (La7, 21.15), ospite di Giovanni Floris, se n’è avuta un’ulteriore conferma, nel momento in cui si è usato e osato l’argomento principe della propaganda renziana: “La scuola è al centro dell’agenda politica del governo”.
Il conduttore ha perso l’attimo ghiotto, perchè avrebbe potuto prontamente replicare: “E di grazia, dove risiederebbe, nel disegno di legge del Governo tale presunta centralità ?”
Si dice infatti che Renzi sia un affabulatore. Ma nel documento della “buona scuola” e nella legge approvata alla Camera, al di là dei “contenuti” sono assenti proprio fabula e intreccio.
Manca una tessitura narrativa degna di questo nome.
Oltre l’abusata metafora geometrica della “centralità ”, quali sono le parole d’ordine, gli slogan che si potrebbero usare per lanciare nella migliore forma comunicativa la legge sulla “Buona scuola”?
Autonomia e valutazione. La ministra non ha che questi due concetti da spendere, e sembra quasi in imbarazzo semantico.
E chiunque, anche coloro che poco s’intendono del tema, comprendono che è il nulla. Non si vincono le elezioni su “autonomia” e “valutazione”.
Se anche volessimo giocare il ruolo di fan del governo, non sapremmo a quali simboli aggrapparci. Alla propaganda mancano parole e immagini. E fa difetto la logica. Visto che alla roboante “centralità ” segue il topolino “autonomia”.
Chi invece sembra aver compreso tutto della scuola è Renzi. Ma l’altro.
Quello col parrucchino e i denti da coniglietto che a Crozza nel paese delle meraviglie scrive e pronuncia il più bell’editoriale che sia stato prodotto sull’argomento.
Dura otto minuti . Inizia leggero ma a un certo punto calano le luci, il tono s’impenna e la maschera si scioglie.
La comicità diviene un pretesto per fare il vuoto attorno e creare una sospesa attenzione. La maschera ridens renziana si decompone, come il trucco di un clown, che disvela la malinconia dietro la risata dipinta.
E parla Renzi, con voce finalmente sincera. E confessa che una riforma vera lui non ce l’ha, e che sa bene in realtà quale sarebbe.
Restituire dignità agli insegnanti attraverso uno stipendio gratificante, non quei 500 euro annuali per spese culturali. Che sono “stronzate”.
La vera riforma sarebbe fare come in Germania, dove un professore prende fino a 55.000 euro all’anno, contro i nostri 23.000. È vero. “Ma i soldi dove li prendo?” Forse portando gli stipendi dei politici di professione a 1.500 euro e quelli degli insegnanti a 4.000. Come si fa in Germania. Ma non può.
Perchè, se proprio fossimo in Germania, uno come lui non farebbe il premier, ma “l’animatore per bambini in un autogrill di Dusseldorf”.
Luigi Galella
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Maggio 19th, 2015 Riccardo Fucile
PROVA DI ITALIANO BOICOTTATA NELLA 2B: ESAME INVALIDATO CON DISEGNINI E SCARABOCCHI
“Disegnini e scarabocchi” degli studenti di Agnese Landini, moglie di Matteo Renzi, sulle prove
Invalsi.
E così l’esame viene invalidato.
Gli alunni della 2B dell’istituto superiore Balducci di Pontassieve, dove la compagna del presidente del Consiglio insegna italiano, hanno deciso di sabotare l’esame martedì scorso. Un boicottaggio a cui il 12 maggio hanno aderito migliaia di ragazzi in tutta Italia che hanno deciso di consegnare in bianco, leggere un libro mentre somministravano le prove o non sono entrati in classe e hanno organizzato sit-in e manifestazioni di protesta.
Nell’istituto di Pontassieve, come riporta il Corriere della Sera, sui 20 test previsti ne sono saltati 7 “ma solo due a causa degli studenti”.
Nella classe di Agnese Landini era saltata la prova di matematica, visto che il docente che doveva controllare il corretto svolgimento dell’esame aveva deciso di scioperare.
Il test di italiano, però poteva regolarmente svolgersi, ma i ragazzi hanno deciso di renderlo nullo.
“La prova non è valida”, ha spiegato il preside Giulio Mannucci, aggiungendo che gli studenti non l’hanno compilata “come si deve”.
Ma quella non è soltanto un controllo della preparazione degli alunni perchè costituisce anche “una valutazione della qualità dell’insegnamento” del prof.
Quindi il boicottaggio “va a colpire in qualche modo il docente“.
Anche per questo al prossimo consiglio di classe del 3 giugno, dice il preside al Corriere, “proporrò dei provvedimenti contro” gli studenti.
“Altrimenti — conclude — il sistema non si regge più in piedi”.
(da “Huffingtonpost”)
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