Dicembre 4th, 2010 Riccardo Fucile
L’ARROGANZA DEL POTERE DEI MISERABILI SI ESPRIME CON L’INVITO A “MANIFESTARE LA PROPRIA RABBIA” CONTRO CHI HA IDEE DIVERSE… COME MAI BELPIETRO NON CI HA PIU’ FATTO SAPERE NULLA DEL SUO MISTERIOSO ATTENTATORE?… PUBBLICHIAMO LA RISPOSTA DI FAREFUTURO
«Cari traditori, qui sotto trovate la vostra foto e il vostro indirizzo e-mail della Camera». Mancava solo l’indirizzo dell’appartamento.
E gli orari di entrata e uscita da casa.
E qualche consiglio su come “agire”.
Così su Libero di oggi Maurizio Belpietro “commenta” la presentazione della mozione di sfiducia al governo presentata ieri da Casini, Fini, Rutelli e gli altri.
La commenta con la pubblicazione in prima pagina dei profili e degli indirizzi di posta elettronica dei deputati di Futuro e libertà e del gruppo misto che hanno sottoscritto il documento.
L’obiettivo? A parole, un invito ai lettori a scrivere, a “manifestare” in caso di sfiducia la propria rabbia contro questi.
In realtà la lista di proscrizione è bella e servita.
Presentata come letterina ma inquietante come un avvertimento.
E che ciò possa comportare qualcosa di “diverso” dalla semplice indignazione, al direttore di Libero non sembra preoccupare più di tanto: «A noi importa un fico secco».
Già in fondo, calata giù la maschera, è questo il vero aspetto di un’intera classe dirigente. L’arroganza mista all’incoscienza.
Ma anche un disprezzo sempre più malcelato per le istituzioni e per i contrappesi.
Lo si è visto con l’intemerata del coordinatore del Pdl Denis Verdini contro il presidente della Repubblica, recitata come un coro da stadio: di Napolitano? «Politicamente ce ne freghiamo».
O con il “trattamento” che è stato riservato a chi, come Fini, si è permesso di dissentire dalla linea del partito.
O con la magistratura, denigrata come un agente affiliato alla sinistra.
O con chi, facendo il proprio mestiere di giornalista cattolico, ha solo osato criticare la condotta morale del capo dell’esecutivo.
Di tutto questo nulla viene detto in questa “letterina”.
Nè sui problemi irrisolti come quello dei rifiuti di Napoli, sulla crisi economica, sui crolli dei monumenti storici, sui retroscena emersi da WikiLeaks.
Nè sul fatto, ad esempio, che intere categorie sociali siano in piazza.
No, la colpa di tutto questo è dei “ribaltonisti”, dei “traditori” (che tra un po’ diventeranno “badogliani”).
Nessun contenuto, nessuna analisi sul perchè ciò sia accaduto.
Solo richiami irrazionali a categorie politiche che appartengono al peggiore Novecento.
Solo emotività laddove invece sarebbe opportuno un’assunzione (magari minima, solo un accenno) di responsabilità .
E cosa c’è di meglio di una bella lista, con tanto di facce, per addossare agli altri la promessa che si è disattesa?
Cosa c’è di più semplice che indicare nel “prossimo tuo” il colpevole del fallimento politico di un quindicennio?
«Molti di loro erano sconosciuti», spiega Libero riferendosi ai deputati finiani.
Ancora una volta, rispetto al vincolo con il programma, viene anteposto quello personale con il premier.
Quasi che siano state esclusivamente le proprietà taumaturgiche di Berlusconi a legittimare un intero mondo.
Una concezione feudale dei rapporti politici, che è ontologicamente altra dal principio democratico di responsabilità personale.
I risultati di tutto questo? Iniziano a essere drammaticamente reali: una ragazzina aggredita in pieno centro a Roma perchè sulla giacca esibisce una spilletta di Generazione Italia, un ex Pdl adesso esponente di Fli picchiato a Riccione dai militanti del partito dell’Amore e in generale un imbarbarimento del confronto politico che preoccupa categorie produttive e partner internazionali.
Che cosa dimostra questo?
Che siamo dinanzi a un potere in scadenza di contratto che si contorce nella stessa rete che ha creato e che, come un grosso tonno in affanno, per la disperazione si agita e ferisce a morte tutti gli altri pesci.
Perchè, è chiaro, quando non si ha davvero più nulla da dire ciò che rimane è cercare di tappare la bocca agli altri.
A questo servono le liste di proscrizione.
Anche quelle che celate “letterine”.
È successo proprio questo, quando si chiama Libero ma in realtà è un manganello…
Antonio Rapisarda
Farefuturoweb
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Dicembre 2nd, 2010 Riccardo Fucile
MARONI DEVE CEDERE ALLE OSSERVAZIONI DI FUTURO E LIBERTA’: “LA CENTRALITA’ DELLE DECISIONI NON PUO’ ESSERE DEL SINDACO, L’ULTIMA PAROLA TORNA AI PREFETTI”…DOPO IL FUOCO DI SBARRAMENTO DEI FINIANI, LA LEGA COSTRETTA A FARE UNO SPOT IN MENO
Accordo fatto a Montecitorio per evitare che il ddl sulla sicurezza si arenasse sul controverso articolo 8 che assegna ai sindaci poteri speciali in materia di sicurezza.
“Siamo riusciti a modificare l’articolo 8 del decreto sicurezza – ha precisato Giorgio Conte del Fli – La centralità delle decisioni passa dal sindaco al prefetto”.
Il movimento politico guidato da Gianfranco Fini contestatava infatti, in sintonia con le altre opposizioni, il fatto che con la nuova norma i prefetti fossero obbligati a supportare con l’azione delle forze dell’ordine le ordinanze sindacali, “spesso fantasiose e dettate da motivazioni propagandistiche”.
Un passaggio considerato giustamente uno svilimento dell’autorevolezza e delle funzioni specifiche dei prefetti stessi.
“Futuro e liberta con la nuova formulazione dell’emendamento voterà a favore” ha aggiunto Conte.
La nuova scrittura del testo in discussione alla Camera prevede che “al fine di assicurare l’attuazione dei provvedimenti adottati dai sindaci, il prefetto, ove lo ritenga necessario, dispone le misure ritenute necessarie per il concorso delle forze di polizia”.
Una formulazione che la Lega e lo stesso capo del Viminale Roberto Maroni ufficialmente ora giudicano “ottima” per salvare la faccia.
In realtà si è trattato per la Lega di un “calarsi le brache”, dopo essersi venduti ai sindaci del nord la presunta autonomia dei comuni in tema di sicurezza.
E ciò avrà forti ripercussioni sulla base leghista che già intonava peana ai nuovi poteri dei sindaci padani di avere al proprio servizio le forze dell’ordine per eseguire le più strane ordinanze e che ora si ritroverà a mani vuote.
Ve li immaginate i poliziotti alle dipendenze di “fuori di testa” sul modello del sindaco di Adro?
Sarebbero stati distolti dai loro compiti istituzionali per inseguire le paturnie di qualche sindaco in vena di ordinanze-spot.
Ovviamente per Berlusconi e il Pdl la cosa non meritava attenzione: ben ha fatto Futuro e Libertà a garantire il funzionamento delle istituzioni che evidentemente a certa pseudo destra non interessa.
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Dicembre 1st, 2010 Riccardo Fucile
IL FIGLIO DELL’EX SINDACO DI PALERMO SVELA AI MAGISTRATI CHE NEL 1984 IL “SIGNOR FRANCO”, IL TRAMITE TRA STATO E MAFIA, AVVERTI’ PER TEMPO IL PADRE DELLE DICHIARAZIONI DI BUSCETTA… LE INDAGINI AVREBBERO PORTATO PRESTO AL SEQUESTRO DEI BENI: COSI’ CIANCIMINO EBBE IL TEMPO DI VENDERE E CONSERVARE ALL’ESTERO UNA PARTE DEL PATRIMONIO
Il personaggio chiave della trattativa fra Stato e mafia continua ad avere solo un
soprannome, “il signor Franco”: Massimo Ciancimino ha detto ai magistrati di Palermo di non conoscere la sua vera identità , però nelle ultime settimane ha messo a verbale tutte le volte che il misterioso personaggio avrebbe anticipato al padre notizie riservate sulle indagini in corso.
La rivelazione più eclatante sarebbe stata nell’estate 1984, mentre il giudice istruttore Giovanni Falcone raccoglieva ancora in gran segreto le dichiarazioni di Tommaso Buscetta.
Una talpa tradì Falcone.
Racconta Massimo Ciancimino che il padre seppe quasi in diretta che il primo grande pentito di mafia stava facendo il suo nome.
“Venne il conte Romolo Vaselli ad avvertirci – ha ricordato Ciancimino junior ai pm Di Matteo, Guido e Ingroia – ma mio padre sapeva già , grazie al signor Franco”.
E partirono subito le contromisure di Vito Ciancimino per salvare una parte del suo patrimonio.
“Mio padre simulò la vendita della Etna costruzioni a Vaselli – così prosegue il racconto di Massimo Ciancimino – due miliardi e quattrocento milioni delle vecchie lire che si trovavano in alcuni libretti al portatore gestiti dallo stesso Vaselli furono svincolati e messi al sicuro in Svizzera”.
I magistrati hanno chiesto riscontri al racconto.
Ciancimino ha dato una pista d’indagine: “Andate a controllare nel registro dell’hotel Billia a Saint Vincent. Ci restammo quasi un mese in quell’estate 1984. Con la scusa di dover fare delle cure particolari in Svizzera, due volte alla settimana attraversavamo il confine. E i soldi viaggiavano assieme a noi”.
Il supertestimone della Procura ha invitato i magistrati a guardare anche nelle carte di Falcone.
Il giudice aveva capito.
Appena otto giorni prima del sequestro dei beni per Ciancimino (firmato l’8 ottobre 1984) le quote della Etna costruzioni erano state trasferite a Vaselli. Falcone fece di tutto per ripercorrere a ritroso la strada fatta dai due miliardi. Il giudice interrogò anche il conte Romolo Vaselli, che all’inizio provò a sostenere “l’effettività ” di quella cessione del pacchetto azionario, poi ammise che già il primo settembre Ciancimino gli aveva chiesto la “cortesia” di intestarsi fittiziamente il capitale della società : “Mi riferì che erano possibili indagini patrimoniali su uomini politici e che, pertanto, aveva la necessità di disfarsi della titolarità di tali azioni, gestite fiduciariamente dalla Figeroma”.
I soldi erano ormai al sicuro in una banca Svizzera.
Falcone non scoprì mai chi l’aveva tradito.
Vito Ciancimino finì invece in manette, il 3 novembre 1984.
Per i magistrati di Palermo, l’ultimo racconto di Massimo Ciancimino è un altro tassello per cercare di dare un volto e un nome al misterioso “signor Franco”.
Il suo numero di cellulare, un 337, svelato ai magistrati dal figlio dell’ex sindaco, è risultato alla Tim come “inesistente”.
Davvero strano, perchè i dieci numeri prima e dopo sono invece in funzione. Quel numero inesistente sa tanto di utenza riservata.
Salvo Palazzolo
(da “la Repubblica“)
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Novembre 30th, 2010 Riccardo Fucile
IL VIMINALE FINANZIA IL “PATTO PER LA SICUREZZA” TRA 19 COMUNI DEL BRESCIANO, UN REGALINO DI 361.000 EURO E I SOLDI FINISCONO ALLA MUNICIPALE… CHE SE NE FANNO I VIGILI URBANI DI UN AEREO A DUE POSTI?
Tutti con il naso all’insù, ad ammirare il biposto acquistato qualche mese fa grazie al
contributo del ministero dell’Interno e dato in dotazione alle polizie municipali.
Un “regalino” di 361 mila euro su cinque anni (un centinaio di migliaia quelli serviti a comprare il velivolo) arrivato direttamente da Maroni in base al “patto per la sicurezza” sottoscritto con 19 comuni del bresciano, quelli al confine con la provincia di Bergamo.
Ma che se ne fa la polizia municipale di un aereo a due posti?
“Serve a controllare cantieri importanti come quello della Tav e cave abusive — si difende Sandro Mazzatorta, sindaco di Chiari, senatore e (guarda caso) collega di partito del titolare del Viminale — In più ci permette un lavoro di sinergia con i carabinieri, che finora ci ha fatto scoprire campi di marijuana in mezzo a piantagioni di mais. Sei vigili hanno fatto il corso e ottenuto il brevetto da pilota, è un’esperienza innovativa”.
Forse troppo per i sindacati di polizia (di Stato), che paragonano quanto vedono, alzando gli occhi al cielo, alle gomme delle auto della stradale o al serbatoio della benzina non proprio pieno.
“Non vogliamo fare la guerra a nessuno — spiega Santo Barbagiovanni, segretario regionale del Silp — per noi possono regalare anche 25 mila aerei. Il problema è che noi continuiamo ad andare a piedi. E questo non garantisce la sicurezza dei cittadini, a differenza di quanto Maroni va raccontando in televisione” . I
l sindacato snocciola qualche dato.
L’organico degli uomini è ancora fissato da un decreto ministeriale del 1989: dopo oltre vent’anni, nonostante la crescita dei reati e delle indagini, a fronte delle 6.384 unità previste in Lombardia ce ne sono circa 6.000.
I numeri più significativi sono quelli che riguardano la polizia stradale, un servizio che tocca da vicino ogni cittadino (e non solo per gli autovelox): sotto-organico di oltre cento uomini, con un parco macchine di 96 auto contro le circa 270 previste da un decreto del 2002 del capo della Polizia (una pattuglia ogni quattro poliziotti).
“Passiamo le giornate a trasferire le macchine da un ufficio all’altro, pur di consentire l’uscita delle pattuglie sul territorio — prosegue Barbagiovanni — che a volte addirittura non escono. I veicoli dovrebbero essere non solo cambiati, ma almeno sottoposti a revisione: presso il distaccamento di Boario (Brescia) c’è una macchina che ha superato i 340 mila chilometri”.
Non a caso tutte le organizzazioni sindacali torneranno in piazza il 13 dicembre per sottolineare ancora una volta come il governo della sicurezza non mantenga gli impegni assunti proprio col comparto che dovrebbe valorizzare.
Silvia D’Onghia
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 29th, 2010 Riccardo Fucile
IN PIAZZA IL 13 DICEMBRE CONTRO I TAGLI: “IL GOVERNO VENDE SOLO FUMO, SONO ANNI CHE SOSTIENE CHE I BENI SEQUESTRATI ALLA MAFIA SARANNO DESTINATI ALLA SICUREZZA”…”CI DEVONO ANCORA PAGARE GLI ARRETRATI DEL 2008″…”MARONI NON HA SAPUTO DIFENDERE I SUOI UOMINI DAI TAGLI DI TREMONTI”…LA VIGILIA DEL VOTO DI FIDUCIA, MANIFESTAZIONE SOTTO MONTECITORIO DI TUTTE LE SIGLE SINDACALI
Maroni, intervenendo qualche giorno fa a Brescia per firmare il “Patto per Brescia sicura”, ha detto che le risorse per la polizia ci sono.
E a sostegno della sua tesi ha citato una lettera a lui indirizzata da parte del capo della polizia: “Non ci sono problemi di risorse. I soldi per le auto e il personale ci sono”.
Il ministro dell’Interno ha poi aggiunto: “Abbiamo sequestrato i conti correnti bancari dei mafiosi, dei loro famigliari e dei prestanome: sono 2 miliardi e 200 milioni di euro che verranno distribuiti alle forze di polizia, a partire dall’anno prossimo”.
Dichiarazioni che fanno saltare i nervi ai sindacati di polizia: “E’ la solita squallida propaganda”, ha ribattuto Franco Maccari, segretario nazionale del Coisp.
“Una volta, il ministro Maroni parla di 2 miliardi di euro, la volta dopo di 19 miliardi. E’ da anni che sentiamo ripetere, come un mantra, che le risorse dello scudo fiscale, o quelle dei beni sequestrati alla mafia, verranno utilizzate per combattere la criminalità o pagarci gli straordinari”.
Proprio non ci stanno i sindacati: “Il ministro Maroni — continua Maccari — adesso cerca pure di strumentalizzare le parole di Manganelli. Dovrebbe, ricordarsi che il capo della Polizia rappresenta la struttura tecnica, noi come sindacati rappresentiamo invece il 90% degli operatori di polizia, vale a dire 90.000 uomini e donne, il loro malumore e la loro insoddisfazione crescente verso un governo che vende solo fumo”.
Maccari ha incontrato con tutte le sigle sindacali il ministro dell’interno mercoledì scorso: un faccia a faccia molto teso, perchè,, al di là delle dichiarazioni di facciata, restano insoluti tutti i temi più importanti come il pagamento degli arretrati previsti dal contratto del 2008 e rimasti ancora lettera morta; il fondo perequativo di 80 milioni di euro per il riconoscimento economico delle promozioni e gli adeguamenti retributivi per il triennio 2011-2013.
Senza dimenticare quei tagli trasversali che “ci hanno fatto solo del male e che ci pongono nelle condizioni di non affrontare in modo sereno il nostro lavoro”. Secondo Maccari “Maroni non ha saputo difendere i suoi uomini dai tagli che ha fatto Tremonti”.
Di più: “Maroni non ha avuto il coraggio di alzare la voce quando, invece, sarebbe stato doveroso avere un sussulto di dignità : tutti, dalla Carfagna alla Gelmini, da Bondi a La Russa, hanno picchiato i pugni sul tavolo e hanno ottenuto dei fondi.
Perfino il ministro della Difesa ha ottenuto quei 39 milioni di euro per portare nei fine settimana qualche ragazzino a far finta di sparare nelle caserme e noi, invece, come Polizia, non abbiamo ottenuto un bel nulla: pensi che con quei 39 milioni di euro potevamo almeno pagare 1/3 dei debiti che abbiamo con chi ci ripara le auto di servizio. Per questo siamo stanchi e amaraggiati”.
Per questo tutte le sigle sindacali, dal Siulp, al Sap, dal Coisp, all’Ugl, dopo aver incontrato il ministro Maroni, hanno deciso di rompere gli indugi e di proclamare immediatamente lo stato di mobilitazione dell’intera categoria.
Il 13 dicembre, proprio il giorno prima del voto di sfiducia al Governo e dell’attesa pronuncia della Corte costituzionale sul legittimo impedimento, i poliziotti scenderanno in piazza e faranno sentire la loro voce contro il blocco del turn over, contro i tagli della manovra finanziaria: la loro manifestazione terminerà con un presidio proprio davanti a Montecitorio.
Dove meno di 24 ore dopo si giocheranno i destini di Berlusconi.
E di Maroni.
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Novembre 28th, 2010 Riccardo Fucile
I POMPIERI “DISCONTINUI” DOVREBBERO ESSERE CHIAMATI SOLO PER LE EMERGENZE, INVECE SI UTILIZZANO PER SOPPERIRE ALLE CARENZE DI ORGANICO… SENZA MAI ESSERE ASSUNTI, PERCHE’ LA GRADUATORIA E’ BLOCCATA…E NEL 2011 I FONDI DIMEZZERANNO
Venti giorni di contratto. Pausa.
Richiamo per altri venti giorni. Pausa. E così via.
Fino a un massimo di 160 giorni l’anno.
Una forma di precariato selvaggio che può durare anche un decennio.
E che riguarda un corpo dello Stato fondamentale per la sicurezza: i vigili del fuoco.
Sì, perchè le caserme italiane sono popolate da pompieri contrattualizzati, definiti “permanenti”, ma si avvalgono anche dei cosiddetti “discontinui”, cioè vigili del fuoco a tutti gli effetti che dovrebbero essere chiamati per fronteggiare situazioni di emergenza.
Invece vengono utilizzati, sempre con contratti che durano meno di tre settimane, per sopperire a carenze strutturali di organico (secondo le organizzazioni sindacali, infatti, servirebbero almeno 4mila i vigili del fuoco in più).
Con il taglio dei fondi alla stabilizzazione dei precari, iniziato con il decreto legge 112/2008, per i discontinui la strada verso l’assunzione è sempre più in salita.
Anzi, la beffa è dietro l’angolo perchè dal 2011, sempre per via dei tagli, potrebbero venire drasticamente ridotti anche i mini-contratti che per loro sono attualmente l’unica possibilità .
Una graduatoria per la stabilizzazione dei discontinui, in realtà , esiste.
Nel 2007, un decreto dell’allora ministro dell’Interno Giuliano Amato stabiliva le modalità di attuazione.
E nel 2008 un altro decreto ministeriale pubblicava 6080 nomi di discontinui con alle spalle almeno 120 giorni di servizio prestati in un periodo di tre anni. Doveva essere la svolta.
Ma dopo una buona partenza, con oltre mille assunti (sempre dopo corsi attitudinali di idoneità ), la situazione si è arenata.
Il prossimo corso, in partenza il 29 novembre, servirà per stabilizzare solo 95 discontinui.
Di fatto siamo ben al di sotto del semplice rimpiazzo del turn-over (cioè la sostituzione di vigili che vanno in pensione).
Perchè così pochi? Il problema è che c’è una graduatoria parallela, di altri 7000 aspiranti pompieri, creata con il concorso pubblico del 2008 per l’assunzione di 814 vigili.
Questa seconda graduatoria è di fatto il principale bacino da cui si attinge, per due motivi: da un lato le assunzioni nel pubblico impiego devono passare per concorso pubblico (quella dei discontinui, che pure sono già professionisti, è invece percepita come una “sanatoria”), dall’altro c’è il vincolo, stabilito per legge, di riservare il 45% dei posti ai volontari in ferma prefissata, cioè i militari che hanno prestato servizio per almeno quattro anni nell’esercito.
“Si accavallano due graduatorie — spiega Matteo Zoppi, presidente del coordinamento nazionale dei discontinui — ma i fondi stanziati sono sempre quelli. Così si arriva al paradosso di vedere escluso personale già abilitato e in servizio da anni. Mentre si assumono gli ‘esterni’. Da una parte i vigili del fuoco non possono lavorare, dall’altra i militari vengono integrati nella nostra organizzazione”.
Facendo qualche conto si scopre che in tre anni, dalla graduatoria dei 6080 discontinui, gli assunti sono stati meno di 2mila.
Altri 3mila, invece, non sono stati neppure chiamati per sostenere l’idoneità . Si tratta di giovani (ma non solo) che da anni organizzano la propria vita in funzione di una chiamata “a gettone” di 20 giorni, spesso rifiutando altre opportunità di lavoro.
Alla posizione 4.475 della graduatoria di stabilizzazione c’è Matteo Acco, classe 1983, sette anni di servizio per un totale di 940 giorni lavorati (nella graduatoria, aggiornata al 2007, i giorni sono solo 480): “Ho preso parte alla vita della caserma, mi sono innamorato del lavoro, ho detto no ad altre occasioni professionali per perseguire questo sogno. E adesso sono da quasi quattro anni in una graduatoria che non si sblocca. Disoccupato. E siccome ho raggiunto i 160 giorni di servizio nell’anno, sono certo che fino a gennaio non potrò essere chiamato. Il mio problema è che io so fare solo il pompiere. E voglio fare il pompiere”.
Il Parlamento discuterà nei prossimi giorni un emendamento alla finanziaria presentato da Futuro e libertà per sbloccare la graduatoria.
Intanto il dipartimento Vigili del fuoco del ministero dell’Interno, il 15 novembre, dice ai sindacati che “ulteriori assunzioni dalla graduatoria della stabilizzazione saranno possibili solo se espressamente previste dalla legge”.
Ma è soprattutto la logica a imporre un intervento per evitare di sprecare denaro pubblico senza risolvere il problema.
“Lo Stato — spiega Matteo Zoppi — spende 100 milioni di euro ogni anno per il richiamo dei discontinui , soldi che potrebbero essere investiti in assunzioni stabili, ma che si continua ad utilizzare per richiami temporanei”.
Che sono oltre 40mila ogni anno.
E se nulla cambierà , il 2011 sarà l’anno più duro per i vigili del fuoco: con l’applicazione del decreto legge 78/2010, infatti, il governo ha tagliato drasticamente i fondi per i contratti a tempo determinato: in tutte le amministrazioni e gli enti, la spesa complessiva per forme contrattuali a tempo dovrà ridursi del 50% rispetto al 2009.
“Se tali norme non verranno modificate — spiega Michele D’Ambrogio, Fp-Cgil Vigili del Fuoco — dalla finanziaria in corso o dal milleproroghe, è facile prevedere nel corso del prossimo anno una grande difficoltà a sostenere un servizio ai cittadini che rispetti standard minimi qualità e sicurezza. Si tenga presente che ogni unità di soccorso dei pompieri è composta da cinque uomini. Tra loro, statisticamente, almeno uno è discontinuo”.
A questo punto, le alternative sono solo due: o si interviene subito per sbloccare la graduatoria, oppure, il prossimo anno, le chiamate per i discontinui saranno la metà rispetto agli ultimi anni.
Una beffa (e un drammatico incremento della disoccupazione) per loro.
Una difficoltà per il corpo dei vigili del fuoco che dovrà ridurre le squadre in servizio.
Di conseguenza, un danno per i cittadini, che dovranno mettere in conto un servizio sempre meno capillare, puntuale, efficiente.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 27th, 2010 Riccardo Fucile
SECONDO IL GOVERNO C’E’ CHI TRAMA CONTRO L’ITALIA: I RIFIUTI A NAPOLI, LE MACERIE DI POMPEI, GLI AVVISI DI GARANZIA PER IL CASO FINMECCANICA, LE RIVELAZIONI DI WIKILEAKS SAREBBERO IL FRUTTO DI UNA CONGIURA INTERNAZIONALE CONTRO IL NOSTRO PAESE… IN REALTA’ O QUALCUNO HA BEVUTO TROPPO O IL GOVERNO USA ARGOMENTI PER DISTRARRE L’OPINIONE PUBBLICA DAI PROPRI FALLIMENTI
Complotto contro l’Italia.
In un pirotecnico gioco di specchi, si potrebbe capovolgere così il titolo del magnifico romanzo di Philip Roth, dove la dura e rancorosa America di Lindbergh si chiude in se stessa per non vedere i suoi guai, e addita il mondo come nemico.
Oggi Silvio Berlusconi e il suo governo fanno la stessa cosa.
Per non vedere quanto è già sotto gli occhi di tutti, dal disastro dei rifiuti al crollo di Pompei, dalle inchieste della magistratura su Finmeccanica ai file segreti di Wikileaks, il nostro Consiglio dei ministri si riunisce come fosse un gabinetto di guerra, e alla fine stila il suo comunicato farneticante, dove si rievoca una “Cosa” pericolosa e informe che somiglia tanto alla cara, vecchia congiura giudo-pluto-massonica.
“C’è una strategia per colpire l’Italia e la sua immagine internazionale”, scandisce il nostro ministro degli Esteri, ripreso in un comunicato ufficiale di Palazzo Chigi.
Una “strategia” nella quale si mescola tutto, per confondere tutti.
La monnezza di Napoli e le macerie della Domus dei gladiatori, gli avvisi di garanzia sul caso Enav-Selex e le “rivelazioni imbarazzanti” sui rapporti Italia-Usa che il terribile e temibile Assange sta per diffondere in rete.
Un’enormità , sul piano politico e diplomatico: il governo italiano spara in alto, e nel mucchio, senza dire chi, dove, come, quando, perchè.
Poco più tardi, forse consapevole della sparata, lo stesso capo della Farnesina si corregge, con una prosa avventurosa: “Non c’è nessun complotto contro di noi, ma elementi preoccupanti che sono la combinazione di informazioni inesatte, di enfatizzazioni mediatiche, di fattori negativi per l’Italia”.
Salvo poi aggiungere, con involontaria comicità , che “non c’è un unico burattinaio, ma una combinazione il cui risultato è dannoso per la nostra immagine”.
Riepilogando.
C’è una strategia internazionale contro l’Italia e contro il suo governo.
Magari nasce in America, va a sapere, e poi dilaga in Europa. E non c’è una sola “centrale”, al lavoro contro il Belpaese. forse ce n’è più d’una.
È grottesco che si possa anche solo immaginare uno scenario da Spectre globale, soprattutto se rapportato alla nostra sostanziale irrilevanza nello scenario internazionale.
Possibile che il Cavaliere e i suoi accoliti non dubitino che di “centrale” anti-italiana non ce n’è proprio nessuna?
Possibile che non abbiano il ragionevole dubbio che l’unica “centrale” che, in questo momento, sta arrecando veri danni all’immagine e alla credibilità dell’Italia è proprio l’istituzione che la governa?
È colpa delle cancellerie europee se la Campania è invasa dai rifiuti come due anni fa?
È colpa di Obama se l’inchiesta su Finmeccanica porta ad avvisi di garanzia che colpiscono al cuore la nostra industria della Difesa, strategica per il Paese?
È vero che ogni tramonto di un’illusione (è tale è il rovinoso declino del berlusconismo) contiene in sè elementi teatrali, oltre che tragici.
Ma qui stiamo davvero esagerando. Manca solo l’attacco frontale alla Perfida Albione, da un balcone di Palazzo Grazioli.
Poi la farsa sarà davvero completa.
Massimo Giannini
( da “la Repubblica”)
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Novembre 27th, 2010 Riccardo Fucile
OLTRE ALLA LISTA DI PRESUNTE COSE FATTE (DA ALTRI), IL MINISTRO MARONI DIMENTICA SEMPRE DI RICORDARE CIO’ CHE NON HA FATTO E AVREBBE DOVUTO INVECE FARE, ESSENDO UN SUO COMPITO… GLIENE RICORDIAMO ALCUNE A PERENNE MEMORIA
Le anomalie nel comune di Fondi (Latina)
Il comune di Fondi, uno dei primi misteri del ministro della legalità e delle polizie ma non più dei servizi segreti.
Tra il 2008e il 2009l a Direzione investigativa antimafia aveva arrestato e indagato due clan di ‘ndrangheta e camorra con l’accusa di essersi infiltrati nel tessuto economico e politico della cittadina del basso Lazio e di condizionare il Mof, uno più grossi mercati ortofrutticoli del Mediterraneo.
Fu avviata la commissione di accesso e il prefetto di Latina, in due riprese, scrisse e motivò la necessità di sciogliere quel comune.
In un primo momento anche Maroni sembrava d’accordo.
Poi, improvvisamente, a cavallo di Ferragosto 2009 la retromarcia: il comune di Fondi non sarà sciolto.
Il risultato è che è diventato sindaco uno degli amministratori indagati nelle inchieste dell’antimafia.
L’autoriciclaggio non è punito
Nel Piano straordinario dell’antimafia, la cui lucida brochure il ministro porta sempre con sè nei salotti tv, è una somma di norme la maggior parte delle quali proposte dalle opposizioni.
E fin qui niente da dire, basterebbe ricordarlo.
Il punto è che in quel pacchetto manca la norma più importante sempre ostacolata da Maroni e dal governo: non è punito l’autoriciclaggio.
Il risultato è che il boss indagato per narcotraffico può tranquillamente e in prima persona riciclare i soldi guadagnati in modo illecito.
Lo scudo fiscale e i soldi sporchi
Il ministro Maroni ha fortissimamente voluto e votato lo scudo fiscale.
Ha permesso che tornassero in Italia in modo lecito e del tutto ripuliti qualcosa come 105 miliardi di euro illecitamente esportati.
Il taglio dei fondi alle forze dell’ordine
Polizia e carabinieri stanno ottenendo risultati straordinari, sono loro e la magistratura che fanno le indagini ed eseguono gli arresti.
Il tutto nonostante il taglio di oltre tre miliardi di euro nel biennio 2009-2010 che significa, ad esempio, volanti senza benzina, agenti delle squadre mobili costretti a lavorare in uffici senza riscaldamento o carta igienica e straordinari mai pagati. Maroni ha sempre sventolato il miraggio del Fug, il Fondo unico della giustizia dove finiscono i beni confiscati alle mafie e poi ridistribuiti alle forze dell’ordine per compensare i tagli in finanziaria.
Bene: finora non s’è visto un euro.
Lo stesso ministro ha ammesso di recente che “solo nel 2011 saranno distribuiti 79 milioni di euro”. Rispetto ai due miliardi tagliati…
La sanatoria per gli immigrati
La sanatoria per gli immigrati ha lasciato fuori gli onesti, chi magari ha avuto un contratto di lavoro per anni ma in quel mese, al momento del rinnovo, non più.
E estromette dall’Italia a 18 anni gli immigrati figli di genitori senza la carta di soggiorno che vale dieci anni. Si tratta di migliaia e migliaia di persone per bene. Il delinquente resta e ha trovato il modo di comprare un permesso falso.
Su Ruby, nessuna critica alla Questura
Il ministro Maroni ha ammesso, davanti a Camera e Senato, le interferenze e le bugie del Presidente del Consiglio sui vertici della questura di Milano per il caso Ruby. Ma non le ha mai criticate.
Gli accessi per i comuni infiltrati
In Lombardia ci sono otto comuni, due amministrazioni provinciali e la Regione coinvolte in indagini dell’antimafia.
Sono almeno quindici gli amministratori i cui nomi figurano agli atti delle inchieste sugli affari della ‘ndrangheta al nord, quattro sono leghisti, gli altri Pdl.
Perchè il ministro non avvia gli Accessi in quelle amministrazioni per valutare il rischio di infiltrazioni mafiose?
Zitto sullo scontro a fuoco dei libici
Il ministro Maroni non ha diffidato la Libia di Gheddafi dopo che la motovedetta libica ha sparato contro un nostro peschereccio.
Ci facciamo sparare addosso e stiamo zitti.
argomento: Costume, criminalità, denuncia, governo, LegaNord, PdL, Politica, Sicurezza | Commenta »
Novembre 26th, 2010 Riccardo Fucile
AL 30° CONGRESSO DEL SINDACATO DELLE TOGHE L’INTERVENTO DEL PRESIDENTE: “SERVONO 1.210 GIORNI PER RECUPERARE UN CREDITO, I RITARDI DELLA GIUSTIZIA COSTANO ALLE IMPRESE 2,3 MILIARDI DI EURO”…. MESSAGGIO DI FINI: “OCCORRE SEMPRE SOSTENERE LA MAGISTRATURA”
La giustizia in Italia «è al collasso». 
Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, nella sua relazione introduttiva al 30esimo congresso del sindacato delle toghe, non gira intorno al problema.
Lo affronta in modo diretto, e denuncia il «cattivo funzionamento del servizio» e, quindi, «il mancato rispetto della ragionevole durata del processo che assumono carattere oggettivamente prioritario e necessitano di interventi urgenti».
Il «preciso intento» della magistratura associata, osserva Palamara, è quello di «voltare pagina, lasciando alle spalle ciò che in questi anni non ha funzionato nella macchina giudiziaria, nei rapporti tra politica e magistratura, ma anche al nostro interno, dando centralità ai temi dell’autoriforma, della questione morale e dell’organizzazione».
Il problema centrale, sottolineato da Palamara, resta quello dei tempi con cui si arriva a sentenza in Italia.
Nel rapporto Doing Business 2011, della Banca Mondiale il nostro Paese, spiega ancora il leader dell’Anm, «figura tra i peggiori quanto a durata delle procedure: 1210 giorni necessari per recuperare un credito» e una stima di Confartigianato «calcola che i ritardi costano alle imprese 2,3 miliardi di euro: una tassa occulta di circa 371 euro per azienda che ricade su imprenditori, fornitori, clienti, consumatori».
Altro male dell’Italia su cui si sofferma il presidente dell’Anm: la corruzione. «In Italia questo fenomeno è ancora largamente diffuso; nel 2009 le tangenti nel nostro Paese hanno inciso sulle tasche degli italiani per circa 60 miliardi di euro».
È per questo che il presidente dell’Anm, Luca Palamara, ritiene «essenziale» che la lotta alla corruzione sia «tra le priorità dell’agenda delle riforme».
A causa di questa «piaga», ricorda Palamara, l’Italia è al 67esimo posto nel rapporto pubblicato da Trasparency International.
Stanno meglio di noi non solo «tutti i Paesi Ue, G8 e G20», con poche eccezioni, ma anche Malesia, Turchia, Tunisia, Croazia, Macedonia, Ghana, Samoa e Ruanda.
«Bisogna fissare regole rigorose finalizzate a evitare commistioni improprie tra la funzione giudiziaria e l’impegno politico» , compresa «la possibilità di tornare a fare il magistrato dopo l’esperienza in politica».
Nè è convinto il presidente dell’Anm Luca Palamara, che lancia la proposta dal palco del XXX congresso della sua organizzazione e indica nella degenerazione del correntismo un «male da estirpare».
«È inaccettabile che trapeli l’immagine di una magistratura contigua a gruppi lobbistici e impegnata in impropri interventi volti a influire sull’assegnazione di affari e di incarichi prestigiosi. I magistrati si legittimano esclusivamente nello svolgimento dell’attività giurisdizionale esercitata con indipendenza e imparzialità e senza che si insinui il dubbio di illeciti condizionamenti esterni”.
Basta con le “ambiguità ‘ o con gli atteggiamenti gattopardeschi”.
Luca Palamara ritiene che non si possa prescindere dalla questione morale: “Vogliamo ribadire la centralità della questione morale – dice – a fronte delle gravissime vicende emerse negli ultimi mesi che coinvolgono le istituzioni del Paese”.
Al riguardo, annota ancora, “non possono esservi ambiguità o atteggiamenti gattopardeschi. Non possiamo tollerare distinguo o sofismi: o si sta da una parte o si sta dall’altra”.
E aggiunge: “Non ci sono più spazi di compromesso – dice – perchè il nostro modello di magistrato non entra ed esce dal mondo della politica senza seguire percorsi trasparenti, non frequenta lobby e salotti dove garantisce ciò che non può garantire, non fa pressioni per diventare capo di un ufficio, non si ispira a una logica clientelare”.
«Oggi più che mai la collocazione centrale della magistratura, non solo di quella ordinaria, nell’attuale contesto istituzionale e sociale, rende i magistrati più esposti ai giudizi e alle critiche» afferma il presidente della Camera Gianfranco Fini nel suo messaggio inviato al presidente .
«A tutto questo – aggiunge Fini – i magistrati devono rispondere unicamente con il loro impegno, con la loro dedizione alle istituzioni repubblicane, nella consapevolezza, come non a caso ha affermato di recente il capo dello Stato, di rendere un servizio fondamentale ai diritti e alla sicurezza dei cittadini, un servizio, e non è retorico ricordarlo, per il quale tanti hanno sacrificato la loro vita».
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