Novembre 5th, 2012 Riccardo Fucile
UNA FRASE AL GIORNO ED E’ SUBITO MARKETING…RESTANO SOLO QUATTRO GIORNI PER LA PROMOZIONE DEL LIBRO
Giovedì gnocchi, venerdì pesce, sabato trippa. 
Il codice è più o meno quello della gastronomia abitudinaria, per quanto rinfrancata da bocconcini a orologeria.
Quindi giovedì Renzi, venerdì Berlusconi, con accluso malinteso e susseguente precisazione, sabato Montezemolo, con smentita e controreplica, e Casini, che è felice di esserci e non fa mai storie.
Ieri, domenica, di nuovo Berlusconi, più Alfano, più il presidente della Corte dei Conti Giampaolino, una new entry.
Domani si vedrà , dopodomani pure, fino a giovedì prossimo.
L’incombente best-seller di Bruno Vespa va in libreria l’8 di novembre con un titolo di guicciardiniana sonorità , “Il Palazzo e la piazza” (Mondadori-Eri).
Restano dunque quattro giorni che l’accorto marketing allestito dal conduttore di Porta a porta secondo lo schema del missiletto a più stadi, cercherà di riempire di auspicabili equivoci e fruttuosi incidenti, giacchè in questi casi ogni trascurabile polemica fa brodo, e la “ripresina” dei giornali e dei tg senz’altro insaporisce la pallida sbobba.
Ora, ancora una volta invocando indulgenza per la rassegnazione con cui si cade nella trappola pubblicitaria, e pure facendo presente che il metodo-Vespa non è poi così estraneo ai canoni di certo giornalismo politico, l’ideale per il libro sarebbe, per esempio, che di qui a giovedì l’ex presidente Berlusconi, ieri contrito con gli italiani per via della crisi economica, di nuovo s’insuperbisse e pretendesse lui, da essi, le scuse, se non addirittura un monumento.
Allo stesso modo, dopo aver affidato a Vespa la definizione di Alfano come “il meglio fico del bigoncio” (l’ultima a designare in tal modo il marito fu la signora Dini), sarebbe una fortuna editoriale se clamorosamente il Cavaliere maltrattasse il segretario del Pdl pentendosi di averlo installato su quella poltrona per mancanza di quid.
Come si comprende, entrambe le eventualità sono pienamente plausibili.
Anzi, a veder bene, sia l’una che l’altra si sono già documentabilmente verificate.
Ma non è in causa l’esattezza delle dichiarazioni. Vespa non inventa, nè forza mai. Lavora molto e anche con scrupolo.
Al di là di qualsiasi preferenza o simpatia personali, che di solito sono legate al momento, il punto vero è che il suo biblio-marketing tende a privatizzare i ritmi della politica: nell’autunno del 2006, per dire, gettò nell’agone alcune dichiarazioni che Prodi gli aveva reso in primavera; così come nel maggio del 2010, sempre per reclamizzarsi un volume, anticipò un giudizio di Berlusconi (su Scajola e Verdini) che una volta uscito fece più rumore di quanto avrebbe fatto nel momento in cui era stato effettivamente rilasciato. In quel caso si trovò un fragile compromesso in cui si diceva che Berlusconi aveva sì pronunciato quel giudizio, ma senza fare i nomi.
Ma se è vero che tutto in quel mondo pare sempre disporsi in modo circolare, per cui va e viene, scompare e ritorna, si afferma e si contraddice, per lo più impunemente, è anche vero che niente più delle anticipazioni librarie di Vespa, effettuate lanciate e pubblicate con velocità supersonica, riesce a precipitare e insieme a mantenere Berlusconi, Renzi, Casini, Montezemolo, Giampaolino e chiunque altro in un tempo che non è passato, non è presente e non è nemmeno futuro.
Ma è il tempo del potere, finchè dura.
Questa dimensione sembra complicata, o peggio cervellotica, ma è soprattutto funzionale al demiurgo di Porta a porta e ai protagonisti della vicenda pubblica. I quali, per inciso, non brillano certo per coerenza.
Ma sempre poi tutti loro – e come accaduto in un caso quattro o cinque anni fa addirittura le loro mogli – finiscono per entrare nell’ampio giro itinerante delle presentazioni delle strenne di Vespa, che della eccezionale energia seriale e autopromozionale costituisce la fase per così dire terminale.
Quella cioè che segue e intanto s’intreccia alla costante presenza dell’autore sugli schermi televisivi a ogni ora del giorno e della notte.
Riprendere in mano qualcuno di quei testi a distanza di anni dalla loro uscita e dal loro indubbio successo è una curiosa avventura che oscura e al tempo stesso conferma il senso di straniamento procurato dalla pirotecnica dei lanci di postuma attualità .
Più che una “storiografia di corte”, come fu a suo tempo descritta da Giulianone Ferrara, la martellante produzione di Vespa scorre come un nastro senza spessore, senza asprezze e senza età .
Ognuno, è ovvio, fa il suo lavoro, ma con tutto che lui ne fa due o tre o quattro la promozione istantanea e precoce è comunque quella che ancora gli riesce meglio.
Per cui giovedì Renzi, venerdì Berlusconi e sabato Montezemolo.
Ma domenica è sempre domenica, e chi sa se con l’aria che tira il sempre più striminzito pubblico che s’appassiona a queste storie vorrà accontentarsi di avanzi tenuti sia pure per pochi giorni in frigorifero.
Filippo Ceccarelli
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 23rd, 2012 Riccardo Fucile
IL DECRETO TOGLIE LA GALERA MA PèREVEDE MULTE DA 5.000 A 100.000 EURO
La commissione Giustizia del Senato ha approvato il disegno di legge sulla diffamazione, dando
all’unanimità mandato al relatore per la presentazione in Aula. Le multe restano da 5 mila a 100 mila euro, ma è stato approvato un emendamento secondo cui sono commisurate alla gravità dell’offesa e alla diffusione della testata.
Il ddl, nato dopo la condanna a 14 mesi di reclusione per Alessandro Sallusti, abolisce la pena del carcere per i giornalisti, prevedendo invece pene pecuniarie.
Il relatore Filippo Berselli del Pdl ha riferito, al termine della riunione, di aver proposto una rimodulazione dell’entità delle pene portando il massimo della multa da 100 mila a 50 mila euro, ma la maggioranza della Commissione ha bocciato la modifica lasciando il tetto massimo a 100 mila euro.
Prevista in caso di recidiva la sospensione dalla professione e dall’attività fino a sei mesi e poi come ulteriore aggravante, fino a tre anni.
È stata approvata inoltre un’ulteriore ipotesi di aggravante in caso di coinvolgimento dell’editore nella diffamazione dolosa.
La disciplina viene estesa non ai blog, ma solo alle testate giornalistiche diffuse anche per via telematica.
Non è infatti passato l’emendamento presentato da Vita e D’Ambrosio (Pd) che chiedeva la non applicazione della normativa ad internet.
Cancellata inoltre la riparazione come pena accessoria.
Ritirato infine l’emendamento Caliendo, battezzato `anti Gabanelli’, che prevedeva la nullità delle clausole contrattuali che lasciavano solo in capo all’editore gli oneri derivanti da una condanna per diffamazione.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 22nd, 2012 Riccardo Fucile
L’ALLARME DELLA FNSI… IL PDL INSISTE PER APPROVARLA
La legge che doveva salvare dal carcere Alessandro Sallusti, e rischia di inguaiare in suo nome
tutta la libera stampa, comincia a diventare un affare imbarazzante.
I primi firmatari sono i senatori Vannino Chiti e Maurizio Gasparri: doveva essere un impegno bipartisan, quello di eliminare la possibilità del carcere come pena per la diffamazione.
Oggi, però, quella legge Chiti non la riconosce più. E Pd e Udc si dicono pronti a frenare qualsiasi strisciante tentativo di censura.
“Se verrà fuori un pasticcio sono pronto a togliere la mia firma”, dice Chiti.
Il senatore pd spiega che il suo primo obiettivo era eliminare il carcere. E che aveva poi previsto, per ragioni motivate, un obbligo di rettifica da parte del giornale con lo stesso spazio e lo stesso rilievo della notizia.
Questo però doveva servire a bloccare il procedimento penale.
Sulle pene, si era pensato a un massimo di 50mila euro.
E per il web, il tutto avrebbe dovuto riguardare solo i giornali online, non i singoli blog.
Nelle mani della commissione giustizia, “a forte maggioranza di centrodestra”, le cose sono cambiate.
“Si rischia di fare una legge puramente sanzionatoria. Se è così meglio fermarsi, limitarsi a eliminare il carcere, e lasciare che sia un Parlamento più sereno a occuparsi del resto”. Chiti non fa parte della commissione Giustizia, dove invece la vicenda è seguita da vicino dall’ex pm Felice Casson.
Suo uno degli emendamenti che prevede che il giornalista “recidivo” nella diffamazione sia interdetto per un periodo da uno a tre anni.
“Ma il punto di partenza era l’interdizione perpetua – spiega Casson – di questo bisogna tener conto. Poi certo, c’è una tendenza di alcuni senatori, soprattutto del centrodestra ma non solo, a inasprire le sanzioni pecuniarie e quelle accessorie”. Rivendica, Casson, di aver proposto di eliminare la possibilità di riparazione pecuniaria in caso ci sia già una multa.
Mentre Luigi Zanda spiega: “Il sentimento comune del Pd è contro l’arresto, contro le maximulte, contro le esagerazioni che abbiamo letto nel pezzo di Repubblica. Non le faremo passare”.
E la stessa capogruppo Anna Finocchiaro ricorda che il partito si è battuto perchè il testo arrivasse in aula, e non venisse votato direttamente in commissione come aveva previsto il presidente del Senato Schifani: “Ci siamo opposti alla deliberante che abbiamo fatto saltare. Oltre all’abolizione della pena detentiva, ci vuole un sistema che bilanci la risarcibilità dell’onore e della dignità del diffamato. È una battaglia che il Pd fa da 15 anni”.
Il relatore della legge per il Pdl, Filippo Berselli, è invece convinto che si stia andando nella direzione giusta: “La storia dell’emendamento anti-Gabanelli non ha senso, nessuno ha mai preso davvero in considerazione l’idea di togliere al giornalista la copertura economica dell’azienda. Il senatore Caliendo lo ritirerà . Quanto alle pene pecuniarie, è ovvio che togliendo il carcere dovevamo aumentarle. Se poi c’è una giusta rettifica, vengono diminuite. E se il direttore responsabile non vuole farla, il giornalista può chiedere ai giudici di imporgliela”.
Roberto Rao, Udc, avverte: “Dobbiamo scongiurare che le norme sulla diffamazione a mezzo stampa riguardino tutti i blog. Quanto all’aumento delle pene, la diffamazione dev’essere duramente sanzionata, ma questa legge non può essere un cavallo di Troia per fare norme intimidatorie contro i giornalisti”.
Molto preoccupato il presidente della Federazione nazionale della stampa Roberto Natale, che ricorda come sanzioni da 100mila euro rappresentino un problema per le grandi redazioni, e un rischio di sopravvivenza per le altre.
E avvisa: “Siamo pronti alla stessa battaglia fatta contro la legge sulle intercettazioni. Se nelle prossime 36 ore non ci sarà un ravvedimento operoso, sarà meglio lasciare in piedi la legge che c’è”.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 18th, 2012 Riccardo Fucile
AI MICROFONI DE “LA ZANZARA” L’ESPONENTE DI FLI AGGIUNGE: “SPERO CHE NON VADA IN GALERA PERCHE’ MI DEVE ANCORA DEI SOLDI PER UNA CAUSA CHE HO VINTO”
“Sallusti? Un pregiudicato che lavora per Berlusconi. Spero che non vada in carcere perchè mi deve dei soldi per una causa in tribunale”.
Sono le parole rilasciate da Italo Bocchino ai microfoni de “La Zanzara”, su Radio 24. “C’è anche Capezzone che mi deve 4mila euro per una causa civile”, prosegue il vicepresidente di Fli, che sul direttore de “Il Giornale” aggiunge: “Ha fatto di tutto per far applicare una legge che difficilmente viene applicata. Su questa vicenda della condanna ci marcia un po’“.
Bocchino dà una stoccata anche a Belpietro: “Libero, come Il Giornale, è il ventriloquo di Berlusconi. E’ lui il puparo. Il cavaliere dice di non controllarli e fa finta di lamentarsi ma sa tutto il giorno prima della pubblicazione degli articoli“.
Il politico fornisce una spiegazione “psichiatrica” dell’ossessione di Libero per Fini: “Il leader di Fli ha portato in Parlamento il loro editore, Angelucci“.
E puntualizza: “Si chiama ‘sindrome rancorosa del beneficato’, un caso studiato nei manuali di psicopatologia. La persona che ha avuto un beneficio si convince che ne aveva diritto ma si trova a disagio perchè sa che ti deve ringraziare. E allora matura un rancore”
Gisella Ruccia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 15th, 2012 Riccardo Fucile
LE MINACCE DEL SINDACO AMICO DEI BOSS: “TU NON DEVI PIU’ SCRIVERE CONTRO DI ME”
Che cosa può fare contro la ‘ndrangheta una giovane giornalista del profondo Nord?
Può scrivere o stare zitta.
Se scrive però, si può fare molto male.
Sollevare polvere è pericoloso nei dintorni di Milano, soprattutto se il sindaco è amico di quelli là : i mafiosi.
In quest’Italia che sembra capovolta è quasi più difficile parlare di boss e di «amicizie» nelle grandi periferie lombarde contagiate da cosche e ‘ndrine piuttosto che laggiù, nel labirinto di Reggio o nella soffocata Palermo.
Leggete cosa è capitato a una reporter di Sedriano, il paese vicino a Magenta dove l’altro giorno hanno arrestato il sindaco Alfredo Celeste per i suoi ravvicinati rapporti con Eugenio Costantino, uno degli uomini in odore di ‘ndrangheta coinvolti nell’inchiesta che ha portato in carcere anche l’assessore alla Casa della regione Lombardia Domenico Zambetti.
Leggete bene come si muoveva nel suo reame quel sindaco accusato di avere preso voti in cambio di favori agli emissari del clan, come pretendeva il silenzio, l’omertà .
Lei, la giornalista, si chiama Ester Castano e ha 22 anni, lavora per “l’Altomilanese” che è un settimanale.
Per mesi ha fatto una vita d’inferno in un comune di poco più di diecimila abitanti, pendolari, una quiete apparente e tanta ‘ndrangheta.
La colpa di Ester: scrivere. Scrivere sul sindaco e i suoi compari. Troppe domande. Troppi articoli. Troppa curiosa quella ragazzina con il vizio del giornalismo.
Così il sindaco di Sedriano si è scatenato con querele e diffide contro Ester, richieste di risarcimento danni, false accuse di molestie, persino l’intimazione – attraverso i solerti carabinieri della locale stazione – a non avvicinarsi fisicamente a lui.
L’ultimo «consiglio» di Alfredo Celeste a Ester Castano: cambia zona, scrivi d’altro.
Ogni volta che lei pubblicava un articolo partiva subito la chiamata del comandante dei carabinieri.
Ricorda lei: «Era sempre la stessa storia: “Vieni in caserma il prima possibile”, mi dicevano i carabinieri e poi mi notificavano una nuova diffida».
Così Alfredo Celeste ha tentato di sbarazzarsi di una cronista che aveva intuito prima di tutti gli altri chi aveva allungato le mani sul Comune di Sedriano.
La «campagna» contro Ester e “l’Altomilanese” – rivelata con molti dettagli ieri mattina da un articolo di Alberto Spampinato su “Ossigeno per l’Informazione, l’Osservatorio sui giornalisti minacciati” – è iniziata dopo una cronaca del maggio 2011 su Nicole Minetti a Sedriano.
La consigliera regionale amica di Ruby era stata invitata da Celeste – laureato in teologia, devotissimo alla Madonna di Medjugorie, insegnante di religione che non ha mai voluto sposare coppie nel suo comune («Per me il matrimonio è solo quello davanti a Dio») – per una serata sulla «creatività femminile».
Siccome il sindaco aveva paura di polemiche, ha avuto l’idea di chiamare in suo soccorso il suo amico «calabrese» Eugenio Costantino – così scrivono i magistrati milanesi nella loro ordinanza di custodia cautelare – «per portare con sè un certo numero di persone per poter far fronte a eventuali contestatori».
La Minetti arriva a Sedriano e la temuta protesta c’è.
Una suora e una maestra vengono maltrattate dal servizio d’ordine, quello organizzato dal sindaco e dalla ‘ndrangheta.
Loro presentano denuncia per violenza, Ester Castano scrive.
E scrive pure che il Comune stanzia 7.020 euro per l’ingaggio di un legale incaricato di querelare suora e maestra.
Un’altra denuncia parte contro la giornalista (Ester riporta nella sua cronaca che l’avvocato «è amico del sindaco») e tutti gli edicolanti di Sedriano vengono diffidati da Celeste a esporre le locandine dell’”Altomilanese”.
Ma non è finita.
Pochi mesi dopo a Sedriano qualcuno esplode sei colpi di pistola contro un’automobile, è parcheggiata davanti a un locale collegato al giro delle slot machine.
Ester prova a chiedere ad Alfredo Celeste «che cosa sta accadendo» nel loro tranquillo paese, dopo pochi giorni i carabinieri tornano alla carica e la diffidano «a non entrare più in contatto con il sindaco».
Ricorda ancora Ester: «Il comandante dei carabinieri mi ha riferito che il sindaco gli aveva espressamente detto che dovevo smetterla di scrivere articoli su Sedriano».
Passa qualche settimana ed Ester viene accusata ancora, questa volta di aver dato fuoco ad alcune auto alle spalle del palazzo comunale.
Un paio di giorni prima aveva chiesto informazioni su come funzionava il servizio antincendio in Comune.
A Sedriano Ester è isolata.
Le vietano di parlare con i vigili urbani. Le vietano di avvicinarsi alle fonti. Provano a cucirle la bocca.
Per fortuna, in questo anno di incubo nel paese del sindaco «amico degli amici» Ester Castano è stata più volte difesa dal suo direttore Ersilio Mattioni, con tanti editoriali contro le prepotenze di Alfredo Celeste.
Per fortuna, ha trovato sostegno legale dai colleghi di Ossigeno.
Per fortuna, qualcuno ha scoperto un po’ di mafia anche lì, alle porte di Milano.
Attlio Bolzoni
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 12th, 2012 Riccardo Fucile
DAL FINANCIAL TIMES AL WALL STREET JOURNAL E’ UN CORO UNANIME DI CONSENSI
Il Financial Times promuove le misure fiscali della legge di stabilità italiana. Sottolineando che il pacchetto, nel quale ci sono il taglio delle prime due aliquote Irpef e le misure a favore del salario di produttività , «non devono essere viste come un rilassamento rispetto al rigore», rileva come il taglio delle tasse deciso dal premier italiano Mario Monti sia «una lezione per i partiti politici italiani».
LE SCELTE
«Come Monti ha dimostrato – sottolinea Ft nel commento – è possibile sostenere misure che siano allo stesso tempo politicamente popolari ed economicamente sostenibili senza rinnegare il consolidamento del bilancio».
Giudizio abbastanza positivo arriva anche dal Wall Street Journal che, in un commento dedicato in gran parte alla situazione dell’economia della Spagna, conclude dicendo: «Non tutte le notizie che arrivano questa settimana dall’Europa sono terribili» e cita la decisione di Monti di tagliare l’Irpef per le prime due aliquote e di aumentare di un punto l’Iva.
«Un passo avanti e un passo indietro – commenta Wsj – che è meglio di quanto accade normalmente oggi in Europa».
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Ottobre 1st, 2012 Riccardo Fucile
IL QUOTIDIANO SCARICATO: “LA DECISIONE CI SORPRENDE E CI AMAREGGIA”
Tristissimo addio di Vauro a Il Manifesto e approdo al Fatto.
Niente polemiche. E nemmeno recriminazioni. Ma un filo di angoscia, sì.
Basta leggere le righe di ieri in prima pagina: «La decisione di Vauro di lasciarci ci sorprende. E ci amareggia. Perchè riguarda una persona che ha contribuito a scrivere la storia del nostro giornale. Comprendiamo la sua scelta. Il manifesto sta attraversano il momento più difficile della sua esistenza quarantennale. La direzione, la redazione, i tecnici, tutte e tutti sanno di avere un futuro incerto perchè siamo «”in liquidazione” e del doman non v’è certezza»,
Spiega Norma Rangeri, direttore responsabile: «Capisco la scelta di Vauro, siamo in pesantissima difficoltà . Ma non la condivido. Siamo sul fronte di una battaglia finale e in certe situazioni si compiono scelte di vita oltre che professionali. Come Vauro scrive nel commiato, non ci sono certo motivi politici o legati ai contenuti».
Infatti Vauro se ne va con un saluto oggettivo, affettuoso soprattutto verso Valentino Parlato: «Ho il debito di una libertà mai “concessa” ma sempre scaturita dal confronto, dalla discussione anche aspra sulle idee e sul modo di scriverle o disegnarle. Un debito che sento in maniera particolare nei confronti di Valentino. Vecchio compagno che in questi tempi di rampanti “giovani” rottamatori continua a spendere tutto se stesso con passione, dolore e ostinazione…».
Nelle righe di addio a Vauro, c’è solo un punto che va oltre l’amarezza: «Ci siamo illusi che il confronto anche aspro, ma sempre franco, la passione per la battaglia politica fossero una garanzia per poter continuare a combattere. Forse ci siamo in parte illusi. L’uscita di Vauro lo conferma».
Vauro, forse, a sua volta capisce: «Dire addio è sempre un po’ penoso, lo è ancora di più dopo aver vissuto insieme per trent’anni la splendida e tormentata avventura de il manifesto , tanto penoso che sarei stato tentato di andarmene zitto zitto, quatto quatto. Ma non me lo sarei mai perdonato…».
Paolo Conti
(da “il Corriere della Sera“)
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Settembre 28th, 2012 Riccardo Fucile
DA UNA VITTIMA VERA A “BETULLA”: MENTANA L’HA DEFINITO “UN INFAME”… MA QUALCUNO L’HA PROMOSSO A DEPUTATO
Solo gli italiani possiedono il talento di trasformare le tragedie in farsa.
Non avevamo ancora finito di ripiegare i fazzoletti per la condanna ingiusta di Sallusti — reo di avere pubblicato sul giornale da lui diretto un articolo che diffamava un magistrato — quando il giornalista e onorevole Renato Farina ha preso la parola alla Camera e ha ammesso di esserne lui l’autore, celato dietro lo pseudonimo immeritato di Dreyfus, vittima vera.
Un salto di qualità rispetto al precedente nome in codice, Betulla, in auge quando Farina confezionava veline per i servizi segreti.
In un crescendo triste, Betulla Dreyfus ha riconosciuto che il suo articolo non esprimeva un’opinione, ma propalava deliberatamente una menzogna: infatti il giudice, per il quale il corsivo incriminato auspicava la condanna a morte, non aveva ordinato l’aborto di una minorenne.
Lo aveva soltanto autorizzato su richiesta degli interessati, come prevede la legge.
Ecco, la farsa è servita.
Un ex giornalista-deputato che dichiara di avere scritto volutamente non un’opinione, ma una balla per aizzare la rabbia dei lettori antiabortisti e l’odio verso le procure.
E che prima di avvertire «l’obbligo di coscienza» (ohibò) e «la responsabilità morale e giuridica» (doppio ohibò) dei propri atti ha aspettato che il suo direttore fosse condannato in via definitiva.
Mentana lo ha definito un infame. Io non saprei.
Di fronte ai vili provo imbarazzo, vergogna, spavento.
Più che di fronte ai cattivi.
Da oggi Farina mi fa più paura di Sallusti.
Non credo che riuscirò mai a perdonarmelo.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile
LA CORTE: “CONDANNA NON PER OPINIONE MA PER PUBBLICAZIONE DI NOTIZIA PALESEMENTE FALSA”… L’ESPERTO DELLA MACCHINA DEL FANGO NON POTRA’ SCRIVERE “LE MIE PRIGIONI”
La quinta sezione penale della Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva
Alessandro Sallusti a 14 mesi di carcere.
Il tribunale ha inoltre condannato il direttore de Il Giornale alla rifusione delle spese processuali, a risarcire la parte civile e a pagare 4.500 euro di spese per il giudizio innanzi alla Suprema Corte.
E’ stato così confermato il verdetto emesso dalla Corte d’Appello di Milano il 17 giugno 2011. Ci sarà , invece, un nuovo processo per il cronista Andrea Monticone, imputato insieme a Sallusti.
A questo punto Sallusti dovrebbe andare in carcere.
E’ stato lo stesso direttore del Giornale a comunicare che non chiederà al tribunale di sorveglianza l’applicazione di misure alternative: “Domani farò il titolo più semplice della mia vita: vado in galera”.
Sallusti ha anche deciso di presentare le proprie dimissioni all’editore del Giornale.
Lo ha comunicato lo stesso direttore ai suoi collaboratori.
Riunendo la redazione per annunciarlo, il direttore del Giornale ha aggiunto di non essere intenzionato a chiedere l’assegnazione ai servizi sociali “perchè ai servizi sociali ci vanno gli spacciatori” e ha ironizzato: “Non ho bisogno di essere rieducato”.
La procura di Milano ha in ogni caso immediatamente rilevato che la sentenza sarà sospesa: il procuratore di Milano Bruti Liberati ha infatti detto che in assenza di cumuli di pena o recidiva non scatterà la pena detentiva.
LA REQUISITORIA DEL PM
Nella sua requisitoria di questa mattina, il Pg Gioacchino Izzo aveva sostenuto che non ci fossero dubbi sulla colpevolezza di Sallusti nella diffamazione nei confronti del magistrato Giuseppe Cocilovo, ma che fosse necessario “rivalutare la mancata concessione delle circostanze attenuanti”.
Per questo il procuratore della Cassazione aveva chiesto l’annullamento con rinvio della condanna a 14 mesi di reclusione per Sallusti solo “limitatamente all’aspetto delle attenuanti”.
Sussiste — aveva detto Izzo — la “piena responsabilità di Sallusti per quanto riguarda l’elemento soggettivo e oggettivo del reato”.
Tuttavia — ha aggiunto il pg — il ‘no’ alle attenuanti “non si può liquidare solo con riferimento ai precedenti dell’imputato perchè ci troviamo di fronte a una notizia data il giorno precedente da La Stampa, mentre l’articolo attribuito a Sallusti è del 18 febbraio 2007 e per tutta quella giornata si sono susseguiti dispacci dell’Agenzia Ansa che solo a tarda sera identificavano in Cocilovo il giudice tutelare che si è occupato della vicenda dell’aborto della minore”.
Secondo Izzo manca la valutazione della “intensità del dolo” a causa di un quadro di notizie, sulla vicenda, che stentava a delinearsi con chiarezza.
Izzo aveva rilevato anche che “l’attribuibilità a Sallusti dello pseudonimo di Dreyfuss non fosse in discussione”.
Per quanto riguarda la condanna al cronista di Libero, Andrea Monticoni, che aveva scritto un articolo sulla vicenda, il pg aveva chiesto l’annullamento con rinvio — come in effetti è accaduto — “perchè si tratta di un articolo che si limita a raccontare la vicenda ospedaliera e familiare della minorenne implicata in questa vicenda”.
LA NOTA DELLA SUPREMA CORTE
Intanto, la Corte di Cassazione ha diramato una nota per spiegare la propria decisione.
La Cassazione, si legge, ritiene “opportuno precisare” aspetti del caso Sallusti “non esattamente evidenziati dalla stampa nei giorni scorsi”.
Per prima cosa la falsità della notizia contenuta nell’articolo anonimo attribuito a Sallusti. ”Emerge, dalle sentenze dei giudici di merito, che:
a) la notizia pubblicata dal quotidiano diretto dal dott. Sallusti — scrive la Cassazione — era ‘falsa’ (la giovane non era stata affatto costretta ad abortire, risalendo ciò ad una sua autonoma decisione, e l’intervento del giudice si era reso necessario solo perchè, presente il consenso della mamma, mancava il consenso del padre della ragazza, la quale non aveva buoni rapporti con il genitore e non aveva inteso comunicare a quest’ultimo la decisione presa)”.
Inoltre la Cassazione sottolinea, al punto b) “la non corrispondenza al vero della notizia (pubblicata da La Stampa il 17 febbraio 2007) era già stata accertata e dichiarata lo stesso giorno 17 febbraio 2007 (il giorno prima della pubblicazione degli articoli incriminati sul quotidiano Libero) da quattro dispacci dell’Agenzia ANSA (in successione sempre più precisa, alle ore 15.30, alle ore 19.56, alle 20.25 e alle 20.50) e da quanto trasmesso dal Tg3 regionale e dal Radiogiornale (tant’è che il 18 febbraio 2007 tutti i principali quotidiani, tranne Libero, ricostruivano la vicenda nei suoi esatti termini)”.
Al punto c) la nota della Cassazione sottolinea “la non identificabilità dello pseudonimo ‘Dreyfus’ e, quindi, la diretta riferibilità del medesimo al direttore del quotidiano”.
L’articolo incriminato era intitolato ‘Il dramma di una tredicenne. Il giudice ordina l’aborto’.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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