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SALLUSTI SALTA L’IPOTESI DI ACCORDO CON IL QUERELANTE: “VOLEVA ALTRI SOLDI, OLTRE AI 30.000 GIA’ OTTENUTI PER LA MIA LIBERTA'”

Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile

RIFIUTATA LA TRATTATIVA CON IL MAGISTRATO CHE LO HA QUERELATO PER DIFFAMAZIONE… ATTESA PER DOMANI LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE

Domani la sentenza della Cassazione che si esprimerà , senza entrare nel merito, sulla condanna.
E oggi, in un editoriale, il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, dichiara di non voler concludere alcuna trattativa con il giudice torinese Giuseppe Cocilovo che lo ha accusato di diffamazione.
”Ho dato disposizione ai miei avvocati — ha dichiarato —   di non chiudere l’ipotesi di accordo con il magistrato che mi ha querelato per un articolo neppure scritto da me e che ha ottenuto da un suo collega giudice la condanna nei miei confronti a un anno e due mesi di carcere”.
“Il signore voleva altri soldi — prosegue il giornalista — oltre i trentamila euro già  ottenuti, in cambio del ritiro della querela e quindi della mia libertà . Io penso, l’ho già  scritto, che le libertà  fondamentali non si scambino tra privati come fossero figurine ma debbano essere tutelate dallo Stato attraverso i suoi organi legislativi e giudiziari. Anche perchè nel caso specifico c’è un’aggravante, e cioè che a essere disposto a trarre beneficio personale dal baratto è un magistrato”.
Sallusti polemizza su un particolare della vicenda: “In primo grado sono stato condannato a cinquemila euro di multa più diecimila di risarcimento, nonostante l’accusa avesse chiesto per me due anni di carcere. Al momento di stendere le motivazioni della sentenza, il pm si pente: ho sbagliato a non dare a Sallusti anche una pena detentiva, scrive nero su bianco, ma ormai è fatta. Che cosa è intervenuto tra la sentenza e la stesura delle motivazioni? Non è che per caso qualcuno ha privatamente protestato per la mitezza della condanna, che a mio avviso era invece più che equa, non avendo io diffamato nessuno?”.
Sul caso è intervenuto il governo: pochi giorni fa il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e ieri il ministro della Giustizia Paola Severino.
Il guardasigilli ha affermato al Giornale di seguire “con grandissima attenzione la vicenda”.
“Ho avuto contatti con l’Ordine dei giornalisti e la Fnsi e la prossima settimana parteciperò a un’iniziativa su questo tema, per affrontare con la massima serietà  e urgenza possibile un problema avvertito come fondamentale: quello della regolamentazione del complesso rapporto tra liberta di stampa e tutela della reputazione di chi sporge querela per diffamazione. In particolare con riferimento alla figura del direttore responsabile e alla questione dell’omesso controllo, cosi com’è configurato dal nostro codice”.
La strada che il ministro indica, si legge sul Giornale, è quella della modifica della legge in tempi brevi.

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UNA VOCE FUORI DAL CORO: “SE SALLUSTI HA SBAGLIATO, GIUSTO CHE VADA IN GALERA”

Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile

MASSIMO FINI: “NIENTE CASTA PER I GIORNALISTI, LA LEGGE DEVE ESSERE UGUALE PER   TUTTI”

Non sono per niente d’accordo con l’articolo di Marco Travaglio in cui il vicedirettore del Fatto ritiene ingiusto, e quasi obbrobrioso, che il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, rischi di scontare un anno e due mesi di carcere in seguito a una condanna che la Corte d’appello di Milano gli ha inflitto per aver diffamato, su Libero, un giudice tutelare di Torino.
Si tratta di una difesa corporativa.
Noi giornalisti siamo una corporazione, attenti, come ogni altra corporazione, a mantenere i nostri privilegi (in oltre sessant’anni di vita repubblicana un solo giornalista, che io ricordi, ha scontato effettivamente il carcere: Giovannino Guareschi che aveva diffamato il presidente della Repubblica, Luigi Einaudi).
A differenza di Travaglio io considero Sallusti un ottimo professionista, lo stimo come tale e ne sono ricambiato tant’è che più volte, e ancora pochi mesi fa, mi ha proposto di andare a lavorare per i giornali che dirige (ma io non posso, non ho la disinvoltura dei Santoro e dei D’Alema).
Ma qui non è in discussione se Sallusti sia o meno un ottimo collega, sono in gioco questioni di principio come dice lo stesso Travaglio (“ciò che conta è il principio”).
E questa volta Travaglio, in genere così lucido e incisivo, si ingarbuglia in un articolo insolitamente faticoso e contorto.
Prima scrive che il carcere dovrebbe essere riservato ai delitti dolosi, poi che “in tutti i Paesi civili nessun giornalista può rischiare in prima battuta il carcere per quello che scrive… neanche se è intenzionalmente diffamatorio”.
Il diffamato, secondo Travaglio, dovrebbe accontentarsi della rettifica, solo se questa non c’è potrebbe adire le vie legali, penali e civili.
Il fatto è che il nostro Codice penale non fa distinzione fra diffamazione dolosa e colposa e non prevede che la rettifica sia esaustiva.
Se la Cassazione confermerà  la sentenza della Corte d’appello Sallusti deve andare in carcere, come qualunque altro cittadino che sia nelle sue stesse condizioni.
Che la legge debba essere “uguale per tutti” è proprio una battaglia del Fatto, quasi la sua ragione sociale, e non possiamo sconfessarla perchè oggi nei guai è un nostro collega, simpatico o antipatico che sia.
Noi giornalisti non siamo cittadini speciali, killer con la “licenza di uccidere” come gli agenti della Cia.
Dobbiamo rispondere di ciò che scriviamo.
Io, che ho qualche anno più di Travaglio, ho assistito a troppi massacri perpetrati dalla stampa, con conseguenze tragiche, prima che “lorsignori”, con Mani Pulite, scoprissero improvvisamente, e del tutto strumentalmente, il “garantismo”.
Cito, per tutte, la vicenda, del 1969, di Adolfo Meciani, implicato nel “caso Lavorini”, che si uccise, innocente, in carcere impiccandosi a un lenzuolo.
Un autentico omicidio di stampa.
Questo de iure condito come suol dirsi.
De iure condendo si possono e si debbono fare delle riforme sulla questione della diffamazione a mezzo stampa
1) Un tempo, quando le persone avevano più a cuore il proprio onore che i quattrini, si querelava “con ampia facoltà  di prova”.
Se il giornalista dimostrava di aver scritto il vero era a posto.
La “facoltà  di prova” dovrebbe essere resa obbligatoria in ogni procedimento penale per diffamazione.
2) Dovrebbero essere inibite le azioni civili di danno prima della querela penale. Perchè nell’azione civile quel che conta, più della verità  dei fatti, è il danno e anche un ladro può essere danneggiato se viene definito ladro “in termini non continenti”.
La definizione è talmente generica e vaga che il giornalista viaggia col freno a mano tirato.
Se io attraverso col rosso so di aver commesso un’infrazione. Se uccido un uomo so che è un omicidio. Ma quali sono i termini non continenti?
3) Ha ragione Travaglio quando scrive che i politici inondano i giornalisti con azioni penali e civili per diffamazione con richieste milionarie di risarcimento che sono chiaramente intimidatorie.
Se un presunto diffamato perde la causa dovrebbe essere obbligato a pagare una penale proporzionata alla sua richiesta. Così ci penserebbe due volte.
Il corporativismo dei giornalisti è anche una delle cause per cui non si riesce a risolvere l’annosa questione delle intercettazioni.
Qui sono in gioco tre interessi contrastanti.
1) L’interesse all’efficacia delle indagini e quindi a una efficiente amministrazione della Giustizia.
2) L’interesse del cittadino, coinvolto a qualsiasi titolo in un procedimento pena-le, a non veder lesa anzitempo la propria reputazione.
3) L’interesse del giornalista a informare e, soprattutto, quello della comunità  a essere informata.
Sappiamo benissimo che i berlusconiani (e non solo loro) vorrebbero limitare al massimo le intercettazioni perchè hanno la coda di paglia.
Non è questa la strada.
Oggi per i reati associativi, soprattutto quelli finanziari, in una società  complessa come l’attuale, le intercettazioni, telefoniche e ambientali, sono uno strumento indispensabile e la magistratura deve poterlo utilizzare, anche a tappeto.
Degli altri due interessi in gioco, nella fase istruttoria deve prevalere quello della difesa dell’onorabilità  delle persone, perchè nella fase delle indagini preliminari, inevitabilmente incerta, a tentoni, possono essere coinvolte, con dettagli scabrosi sulla loro vita privata ma del tutto irrilevanti, persone che risulteranno poi estranee al procedimento in corso e che hanno il sacrosanto diritto alla tutela della loro privacy. Al dibattimento il discorso si capovolge: l’interesse della comunità  a essere informata prevale su quello della tutela dell’onorabilità  degli indagati e anche dei comprimari, perchè in quella fase arrivano solo i materiali effettivamente utili al processo.
Questo (istruttoria segreta, dibattimento pubblico) era il sistema del Codice penale di Alfredo Rocco che sarà  stato anche un fascista, ma era un giurista di primissimo ordine.
Oggi siamo in mano a dei dilettanti allo sbaraglio e, quasi sempre, anche in malafede.

Massimo Fini
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IL WALL STREET JOURNAL ELOGIA MONTI: “PAROLE DURE PER SALVARE L’EURO”

Agosto 7th, 2012 Riccardo Fucile

SECONDO IL PRESTIGIOSO QUOTIDIANO IL PREMIER SI TROVA PERO’ IN UN “CIRCOLO VIZIOSO” CON I PARTITI CHE “MINACCIANO DI TOGLIERLI L’APPOGGIO”

E così a pochi giorni dalla bufera scatenata da un’intervista a Der Spiegel, per Mario Monti è il momento di incassare un po’ di sostegno.
L’elogio arriva dal Wall Street Journal che in un articolo «The italian job: Premier Talks Tough to Save Euro»: «Il compito dell’Italia: il premier parla duro nel tentativo di salvare l’euro», spiega il quotidiano che dedica due pagine al presidente del Consiglio.
L’ANOMALIA
Secondo il quotidiano finanziario americano, il professore è «un’anomalia in Europa: un leader non eletto chiamato a realizzare impopolari cambiamenti nei cui confronti i politici del Paese erano riluttanti. Monti fa affidamento sulla tolleranza dei principali partiti politici italiani e non ha un suo potere di base, ad eccezione della sua credibilità  personale».
«CIRCOLO VIZIOSO»
«La sua natura disciplinata è più tedesca che italiana», prosegue il Wsj, mentre il suo senso dell’umorismo «è decisamente più britannico».
Da questa estate il presidente del Consiglio italiano si trova però «in un circolo vizioso», sottolinea il panegirico del quotidiano, a firma Alessandra Galloni e Marcus Walker, visto «che più propone misure impopolari, più i partiti politici minacciano di ritirare l’appoggio al suo governo».
Per il Wall Street Journal, «lo spettro dell’instabilità  politica ha scosso i mercati e ha spinto ulteriormente verso l’alto i costi dell’indebitamento dell’Italia. A Monti serviva più aiuto dall’Europa per portare l’Italia fuori dal mirino dei mercati, ma nessuno è stato disponibile. La Germania ha invece chiesto riforme interne più dure.».

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AUMENTANO I FUORI DI TESTA: RONDOLINO, EX STRATEGA DI D’ALEMA PASSATO AI BERLUSCONES INSULTA CALABRESI: “ORFANELLO”

Agosto 3rd, 2012 Riccardo Fucile

L’EX SPIN DOCTOR DI “BAFFINO” SI SCAGLIA CONTRO ILSUO EX   DIRETTORE DE “LA STAMPA”….E POI SBULACCA SUL PADRE ASSASSINATO: “CALABRESI ERA UN MITOMANE MANESCO, UN FASCISTELLO CARRIERISTA”

Fabrizio Rondolino contro Mario Calabresi, atto secondo.
L’ex spin doctor di Massimo D’Alema, oggi firma del Giornale e titolare di un blog libertario in condominio con Claudio Velardi, The Front Page, cinguetta di nuovo in modo pesante contro il quarantenne direttore della Stampa (vedi la conversazione su twitter).
Il figlio del commissario Luigi Calabresi viene definito “Orfanello” che ha scelto “di costruire la sua immagine e la sua carriera” al punto da “sposare la nipote di una mandante” dell’omicidio del padre.
Tutto scoppia con una serie di tweet ironici di Rondolino su Ingroia e il Guatemala. Un paio: “Guatemala, i Maya ritirano le loro piramidi: ‘Abbiamo paura che Ingroia le sequestri’”; “Guatemala, il consigliere giuridico del presidente Molina si prende un anno di ferie”.
Interviene Marco Castelnuovo, giornalista della Stampa: “Che D’Alema non fosse poi questo gran leader lo si poteva anche capire quando ha portato nel suo staff a Palazzo Chigi Fabrizio Rondolino”.
La risposta è piccata e fa riferimento al direttore di Castelnuovo: “Bravo, l’Orfanello sarà  orgoglioso di te”.
A questo punto riparte tutta la polemica.
Su Twitter, Rondolino va molto oltre le righe scontrandosi con altri interlocutori. Rispunta anche un giudizio su Luigi Calabresi, già  scritto a maggio: “Calabresi era un mitomane manesco, un fascistello carrierista che giocava all’americano. La responsabilità  di Pinelli è sua”.
Gregorio Paolini gli scrive: “Fabri’, in quanto orfanello (di madre) ogni volta che fai ‘sta battuta su Calabresi mi prende un conato di vomito, non scherzo”.
Rondolino non demorde e risponde: “Ti chiedo scusa. Ma proprio per l’eccezionalità  della tragedia trovo disgustoso costruirci una carriera. Nè tu nè altri lo fanno”.
Alberto Infelise gli rinfaccia la mancanza di dignità : “Dignità ? Mesi fa ha scritto che tutto sommato non ha poi fatto così male Lc a uccidere Calabresi”.
Rondolino: “Mai scritto nè pensato. Però i suoi hanno assassinato Pinelli, non risulta che abbia chiesto scusa”.
Le due questioni s’incrociano: la fine di Calabresi e la carriera del figlio giornalista.
E Rondolino al Fatto non nasconde di avercela con Mario Calabresi per un fatto personale: la fine della collaborazione con la Stampa.
Dice: “Calabresi non mi ha risposto per un anno e mezzo al telefono e poi mi ha cacciato. È ovvio che ce l’ho con lui. Certamente ho esagerato, ma ho scritto cose che molti colleghi pensano e dicono ma non hanno il coraggio di scrivere”.
Dopo La Stampa, Rondolino ha cominciato a scrivere per Il Giornale di Sallusti.
Gli effetti si vedono.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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L’ECONOMIST: “BERLUSCONI: L’ULTIMA COSA DI CUI HA BISOGNO L’ITALIA”

Luglio 20th, 2012 Riccardo Fucile

STAMPA BRITANNICA, IL SETTIMANALE INGLESE ATTACCA: “POCHE COSE POTREBBERO ESSERE PEGGIORI: RITORNO ALLARMANTE, MA NON DA ESCLUDERE”

Ancora una volta l’Economist, l’autorevole settimanale britannico, torna a occuparsi di Berlusconi.
E, ancora una volta, in termini non proprio lusinghieri: il Cavaliere annuncia il suo ritorno alle redini del Pdl?
Il magazine gli risponde così: Berlusconi è «The last thing Italy needs».
Ovvero l’ultima cosa di cui l’Italia ha bisogno: «Poche cose potrebbero essere peggiori per la credibilità  e l’affidabilità  creditizia dell’Italia del fatto che gli investitori passino i prossimi nove mesi a domandarsi se Silvio Berlusconi tornerà  a fare il primo ministro».
Il settimanale ripercorre poi le ultime vicende dell’ex premier: negli otto mesi in cui ha lasciato il vertice del partito, la popolarità  del Pdl è «precipitata».
Per tre motivi: il partito sta pagando un prezzo per il «suo sostegno parlamentare» al governo tecnico di Mario Monti; il Pdl è «perso senza il suo fondatore»; Berlusconi non si rende conto che un numero crescente di italiani sta percependo che gli otto anni in cui ha guidato il Paese sono stati «un disastro per l’economia» del Paese.
Ma, secondo l’Economist, le risorse di Berlusconi «sono praticamente senza limiti, la sua comunicazione è eccezionale» e ha un asso nella manica: cavalcare la protesta degli italiani contro l’aumento delle tasse e i tagli alla spesa del Governo Monti.
La promessa di ribaltare l’attuale governo «potrebbe anche invertire le fortune del Pdl nei sondaggi».
E, avverte il settimanale, per quanto «allarmante» sia lo spettro di un suo ritorno, le possibilità  di vittoria di «Berlusconi non si devono ancora escludere».

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TIMES: “MONTI SFIDI I PARTITI O E’ MEGLIO TORNARE ALLE URNE”

Giugno 25th, 2012 Riccardo Fucile

SUL QUOTIDIANO BRITANNICO UN DURO ATTACCO AL GOVERNO TECNICO….IL PREMIER VIENE INVITATO A SFIDARE I PARTITI CHE COMUNQUE LO FARANNO CADERE… “RESTARE IN CARICA IMPOTENTE NON AIUTERA’ NE’ L’ITALIA NE’ L’EURO”

La luna di miele tra Mario Monti e la stampa anglosassone è finita da tempo.
Ma ora il quotidiano britannico Times arriva ad avvertire il premier italiano: “Meglio le elezioni anticipate che l’impotenza”.
In un’analisi firmata da Bill Emmott, si scrive che Monti è troppo cauto e cresce il rischio che i populisti euroscettici possano approfittarne per scalzarlo.
Il quotidiano londinese dunque invita il premier ad “abbandonare la cautela”, perchè “restare in carica impotente non aiuterà  nè l’euro nè l’Italia”.
Monti deve “sfidare i partiti che vogliono farlo cadere”.
L’alternativa è quella di “restare aggrappato”, di “barcollare ai tempi supplementari” e poi di “perdere ai rigori”, tanto per usare una metafora calcistica di assoluta attualità .
Emmott prevede che i partiti della “strana maggioranza” probabilmente faranno cadere Monti e aggiunge che elezioni anticipate potrebbero dissipare la nebbia politica, spingendo dei potenziali esordienti ad opporsi a “Messer Grillo” e a “Berlusconi per determinare il futuro dell’Italia”.
Il giornale britannico punta anche su alcuni   “newcomers” che potrebbero essere “il giovane sindaco di firenze Matteo Renzi, un ammiratore di Blair, o l’ex banchiere e membro del governo Monti, Corrado Passera”.
Una cosa nell’analisi di Emmott risulta indiscutibile: il nostro Paese ora è centrale. “Dimenticata la Grecia, messa da parte la Spagna, “il futuro dell’euro verrà  deciso dall’Italia, il paese che torna ad essere il punto cruciale dell’Europa e della interminabile crisi economica mondiale”.

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RIFORME, L’IRONIA DEL “WALL STREET JOURNAL”: “MONTI SVUOTA IL LAGO DI COMO CON UN MESTOLO E UNA CANNUCCIA”

Giugno 22nd, 2012 Riccardo Fucile

IL QUOTIDIANO AMERICANO BOCCIA IL DECRETO SVILUPPO: “LE NORME SUL LAVORO FRENANO TUTTO IL PAESE”

Il giornale riferisce che il premier italiano Mario Monti ha varato un nuovo decreto sulla crescita per far risollevare «l’economia moribonda dell’Italia».
Incentivi alla ricerca, crediti di imposta per l’assunzione di alte professionalità , fino alla vendita di alcuni asset.
«Potranno queste misure risolvere i problemi dell’economia italiana?» si chiede Wsj. E si dà  anche una risposta: «Solo nel senso che teoricamente è possibile svuotare il lago di Como con mestolo e cannuccia».
Di seguito il quotidiano illustra tutte le leggi e i costi che un imprenditore deve affrontare nella gestione del personale.
«Immagina di essere un ambizioso imprenditore italiano che cerca di avviare un nuovo business», scrive il Wsj, portando una serie di esempi e concludendo che non solo tutte queste protezioni e assicurazioni «sottraggono il 47,6% dalla media delle paghe italiane, secondo l’Ocse» ma anche che «tu, al posto dell’imprenditore, sei consapevole di ciò e allora si può spiegare la tentazione di restare “piccoli” e tenere quanto possibile del tuo business fuori dai bilanci.
“E questo mercato grigio e nero misura per più di un quarto dell’economia italiana». Poi la conclusione ironica: «Con un pò di fortuna comunque puoi scoprire – dice Wsj rivolgendosi all’ipotetico nuovo imprenditore italiano – una scappatoia nel nuovo decreto Sviluppo di Monti che ti consente di assumere un pò più di persone senza incorrere in troppi costi, a condizione che tutti i nuovi assunti siano disabili, provenienti dalla Sardegna, con gli occhi blu e tra i 46 e 53 anni».

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TRATTATIVA STATO-MAFIA: L’IMBARAZZANTE SILENZIO DELLA STAMPA ITALIANA

Giugno 17th, 2012 Riccardo Fucile

SI PREGA DI NON DISTURBARE: QUANDO DAL QUIRINALE ARRIVA LA NOTA, I TG DANNO LA REPLICA A UNA NOTIZIA MAI DATA…LA STRANA CONCEZIONE DELLA LIBERTA’ DI STAMPA NEL NOSTRO PAESE

Un ex presidente del Senato, indagato per falsa testimonianza nell’ambito dell’inchiesta   sulla trattativa Stato- mafia successiva alle stragi del 1992/’93, subito dopo essere stato ascoltato dalla Procura di Palermo telefona al consigliere giuridico del presidente della Repubblica per   lamentarsi con Giorgio Napolitano   dell’operato dei pubblici ministeri che indagano sulla   pagina più inquietante degli ultimi vent’anni di storia repubblicana.
Il consigliere   giuridico Loris D’Ambrosio conferma tutto.
La notizia è enorme, eppure   passa sotto silenzio.
Corriere e Repubblica, che per   primi ne avevano scritto il 15   giugno, non ritengono di dare seguito alla vicenda.
Su Stampa   e Giornale nemmeno una riga.
Una pagina intera su Libero (“Le pressioni di Mancino sul Quirinale”), ma il pezzo portante è un attacco ai pm che   “si accaniscono” contro Dell’Utri.
Desolato silenzio altrove.
Non una parola nei telegiornali   e una sola Ansa (Mafia: Fatto Q., Mancino chiamò colle. Gasparri: Chiarire”) fino   alle 16,45 di ieri.
La svolta in serata, quando   dal Colle giunge una nota: “In relazione ad alcuni commenti di stampa sul contenuto   di intercettazioni di colloqui   telefonici tra il senatore Mancino   e uno dei consiglieri del   presidente della Repubblica —   si legge — si ribadisce che ovvie ragioni di correttezza istituzionale   rendono naturale il più rigoroso riserbo, da parte dei consiglieri, circa i loro rapporti con il capo dello Stato. Parlare a questo proposito di   ‘misteri del Quirinale’ è soltanto   risibile”.
A quel punto i telegiornali sono costretti a dare la smentita di una notizia che non avevano mai dato.
Pazienza, in fondo è già  accaduto   in passato, quando — senza prima   dar conto delle indagini   per mafia a carico di Renato   Schifani — ci si affrettò a diffondere la sua smentita.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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TELESE: “ADDIO AL ‘FATTO’, FONDO IL MIO GIORNALE”

Giugno 8th, 2012 Riccardo Fucile

DA SETTEMBRE IL QUOTIDIANO “PUBBLICO”…”E’ CAMBIATO TUTTO MA TRAVAGLIO VUOLE SOLO DEMOLIRE. E GRILLO E’ TRATTATO COME GESU'”

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato un titolo.
Che a Luca Telese, però, è sembrato «un rutto: “Parmacotti”. Campeggiava sulla prima pagina de il Fatto il giorno dopo la vittoria del grillino Pizzarotti. Io tornavo dalla Francia, dalla festa per Hollande. L’ho letto e ho detto basta».
Il giorno della rottura ufficiale con il suo (oramai ex) giornale, Luca Telese, 42 anni compiuti ad aprile, sembra frastornato. Ma non impaurito.
Va via, dopo aver contribuito a fondarlo («esperienza indimenticabile»), dal quotidiano diretto da Antonio Padellaro.
E lo fa per un motivo: «La mission di quel giornale si è esaurita. Non è passato dalla protesta alla proposta. Quando il governo Berlusconi è caduto, ci siamo chiesti: ora cosa dobbiamo cambiare? Travaglio ha detto: nulla. Io ho risposto: tutto. Ecco perchè vado via. Perchè non puoi continuare, a guerra finita, a mozzare le teste di cadaveri sul campo. Non puoi solo demolire. È il momento di costruire».
Telese lascia il Fatto e fonda un nuovo quotidiano, che lui definisce «piccolo “centro studi” del cambiamento e della costruzione delle idee».
Si chiamerà  Pubblico : 20 pagine in edicola dal 18 settembre, a 1,50 euro («Il coraggio si paga, ma per questo chiediamo a tutti di abbonarsi»).
Età  media dei redattori: 35 anni.
Con lui andranno una squadra di sette giornalisti del suo ex giornale, tra cui Federico Mello e Manolo Fucecchi.
Ma anche Francesca Fornario ( l’Unità  ), Tommaso Labate (già  al Riformista ) e Stefania Podda ( Liberazione ).
E poi firme come Ritanna Armeni, Corrado Formigli, Mario Adinolfi, Marco Berlinguer e Carlo Freccero.
Ma «darei volentieri la rubrica del cuore alla mia ex collega di conduzione Luisella Costamagna».
Tra gli azionisti, Lorenzo Mieli e Fiorella Mannoia. Oltre allo stesso Telese.
Un «divorzio» che ha fatto scalpore, frutto soprattutto di dissidi interni con Travaglio. Che Telese ammette tutti: «Diciamo che al Fatto eravamo divisi tra Bosnia-Erzegovina e Croazia. E che politicamente, a un certo punto, hanno preso il potere i croati. Così dopo il primo turno delle amministrative Beppe Grillo è diventato Gesù. Casaleggio un guru. Ma il povero Tavolazzi non lo si poteva intervistare… Troppo per me».
Ci ha provato, dice, a cambiare la linea «nichilista-gesuitica» di Travaglio, «giovane vecchio che vive nei miti della sua infanzia. Due culture diverse avrebbero potuto convivere. Ma con Marco non si parla. In una discussione ha due reazioni: se è arrabbiato gira il collo a 37 gradi da un lato, tace e gli si gonfia una vena. Se non è d’accordo sorride. Non è interessato al dibattito democratico».
Tanti i punti di scontro tra i due.
Telese ricorda «la destituzione di Roberto Corradi, ideatore dell’inserto satirico Il Misfatto ».
E l’uscita dell’ex ad del Fatto Giorgio Poidomani, «un galantuomo costretto a dimettersi e che non collaborerà , purtroppo, con noi».
In entrambi i casi «Marco ha applicato la tecnica del capo tribù. A Corradi ha preferito Disegni. Mentre nel nuovo cda ha messo suoi fiduciari. Come il produttore Carlo Degli Esposti. O la “musa” Cinzia Monteverdi. Ragazza simpatica, però da qui a farla diventare amministratore delegato… Diciamo che rientra tra i giovani cooptati».
Ma come sarà  Pubblico ?
«Costruito sul modello di un garage della Silicon Valley. Voce ai giovani contro la casta dei 60enni. Cambiare l’agenda di sinistra. E finalmente non sarò più vittima dell’ossessione di Travaglio, e di tutti i mafiologi, del “papello” di Spatuzza. D’altronde Marco ammetteva: il 75% di quello che scrivete non mi interessa.
Per dire, la frase di Stracquadanio sul “metodo Boffo” nasce da un’intervista al nemico che piace a Padellaro ma al quale Travaglio era contrario perchè “a quelli non bisogna dare manco una riga”. Ecco, nel nostro nuovo giornale si farà  il contrario».

Angela Frenda
(da “Il Corriere della Sera”)

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