Maggio 25th, 2012 Riccardo Fucile
L’ESCLUSIVA DEL SETTIMANALE TEDESCO: “IL PROGETTO DELLA MERKEL PREVEDE ZONE ECONOMICHE SPECIALI NEGLI STATI PERIFERICI COLPITI DALLA CRISI PER ATTRARRE INVESTITORI CON AGEVOLAZIONI E REGOLE MENO STRINGENTI”
Salvare gli stati periferici adottando il modello tedesco e istituendo zone a fiscalità agevolata.
E’ questo il piano che avrebbe in serbo il governo di Berlino per salvare la zona euro ed evitare che il possibile collasso di Grecia, Spagna e Italia finisca per travolgere anche la Germania.
Lo rivela oggi il settimanale tedesco Der Spiegel.
Un piano di sei punti, che prevederebbe la creazione di “zone economiche speciali” negli stati periferici colpiti dalla crisi “in modo da attrarre gli investitori stranieri con agevolazioni fiscali e regole meno stringenti”.
Spagna, Italia, Irlanda, Grecia, Portogallo dovrebbero inoltre creare “fondi speciali per avviare la privatizzazione delle numerose imprese controllate dallo Stato” e potrebbero riformare il mercato del lavoro secondo l’esempio tedesco dell’apprendistato “duale”, che prevede la frequentazione di scuole professionali (Berufsschulen) e, contemporaneamente, l’apprendistato all’interno delle imprese. In questo modo, spiega Der Spiegel, “si potrebbero alleggerire le norme sui licenziamenti e aprire la strada a contratti di lavoro gravati da meno tasse e contributi”.
Il piano del governo sarebbe anche una risposta alle pressioni interne dei socialdemocratici dell’Spd, il maggiore partito di opposizione, che minacciano di non votare il fiscal pact — e quindi di bloccare l’iter di approvazione in parlamento — se prima non si introdurranno misure per la crescita in Europa.
“Senza una tassazione dei mercati finanziari e un rafforzamento dei crediti e degli investimenti della Banca Europea per gli Investimenti l’Spd si esprimerà in modo contrario al fiscal pact”, ha dichiarato Frank-Walter Steinmeier, capogruppo dei socialdemocratici in parlamento.
“Il fiscal pact potrà esistere solo come complemento di precise misure per la crescita”.
“La situazione in Europa deve essere stabilizzata in modo da evitare che la Germania sia costretta ad importare la disoccupazione dei paesi confinanti”, ha aggiunto il segretario dei socialdemocratici Sigmar Gabriel. A preoccupare è anche la crescita del sistema Germania che, secondo Gabriel, starebbe declinando e potrebbe rendere presto necessario “un taglio delle ore di lavoro”.
Parole pesanti per la coalizione di governo formata da Cdu (il partito di Angela Merkel) e dai liberali dell’FDP, che vuole far passare il fiscal pact e il meccanismo europeo di stabilità (ESM) prima della pausa estiva ma ha bisogno dei voti dei socialdemocratici e dei verdi per ottenere l’approvazione dei due terzi del parlamento, la maggioranza qualificata richiesta le due votazioni.
Intanto, secondo Bloomberg, Angela Merkel sarebbe pronta a un compromesso sugli Eurobond.
“Se si considerasse una versione più ristretta degli Eurobond, adottando la proposta del Consiglio degli Advisor Economici del governo tedesco che prevede la creazione di un fondo per la riduzione del debito (debt redemption fund), il governo tedesco potrebbe sostenere il progetto, sempre che siano rispettati precisi impegni di politica fiscale”, ha dichiarato a Bloomberg Julian Callow, capo economista per il mercato europeo di Barclays Capital.
“Il fondo di riduzione del debito potrebbe essere una buona opportunità per superare le rigidità nel dibattito sugli Eurobond”, ha dichiarato il socialdemocratico Sigmar Gabriel.
“Il nostro governo è reticente nei confronti della proposta, anche se non la sta respingendo. Dopo l’ultimo summit abbiamo l’impressione che il fronte dell’ostilità di Angela Merkel rispetto alle misure per la crescita si sia finalmente spezzato”.
L’idea del “debt redemption fund” è stata lanciata agli inizi di novembre del 2011 dai “cinque saggi” che consigliano il governo Merkel sui temi economici.
Prevede la creazione di un fondo da 2.300 miliardi di euro, che raccoglierebbe la parte del debito pubblico che eccede il 60% del Pil richiesto dai criteri di Maastricht e dal fiscal pact e sarebbe garantito congiuntamente da tutti gli stati della zona euro.
Più del 40% del fondo di riduzione del debito sarebbe costituito da titoli di stato italiani, mentre i bond tedeschi costituirebbero il 25% degli asset totali.
Mauro Meggiolaro
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 27th, 2012 Riccardo Fucile
IL PARAGONE CON LA THATCHER: “LE LEGGI ITALIANE SUL LAVORO SONO FRA LE PIU’ RESTRITTIVE DEL MONDO OCCIDENTALE”
Entusiasmo del Wall Street Journal per Mario Monti che, come recita il titolo di un editoriale, «fa la Thatcher» di fronte alla riforma del lavoro: «Il premier italiano ha una rara opportunità di educare gli italiani sulle riforme economiche».
Monti, esordisce l’articolo, «se ne è andato dai negoziati con i sindacati e ha annunciato che procederà alla riforma delle famigerate leggi sul lavoro, con o senza il consenso delle organizzazioni sindacali. Se a Roma sarà risparmiato il destino recentemente toccato ad Atene, segnatevi questa settimana come il momento della svolta».
Le leggi italiane sul lavoro «sono fra le più restrittive del mondo occidentale».
Il totem dell’articolo 18 praticamente vieta alle imprese con più di 15 dipendenti di licenziare i lavoratori, indipendentemente dagli indennizzi offerti. Monti ha proposto di sostituire questo schema del «posto fisso a vita «con un generoso sistema di indennizzi garantiti quando i lavoratori sono licenziati per motivi economici».
«In gran parte del mondo libero questa sarebbe considerata una riforma utile ancorchè moderata» assicura il WSJ, secondo cui «fra altri punti deboli, la nuova legge non scalfisce il diritto del lavoratore di contestare in tribunale il licenziamento per motivi disciplinari: un regalo non ricambiato fatto ai sindacati».
Ma, ammonisce il quotidiano economico conservatore, «affrontare i sindacati italiani richiede coraggio, e non solo di natura politica. Dieci anni fa in questo mese l’economista Marco Biagi fu abbattuto da terroristi di sinistra per i suoi sforzi di progettare un’altra riforma del lavoro. La mossa di Monti ha provocato la chiamata a uno sciopero generale da parte della Cgil, il più grande sindacato italiano».
Secondo il WSJ, è coraggioso anche decidere di presentare il disegno di legge in parlamento invece di farne un decreto, dato che la riforma è stata dichiarata «inaccettabile» dal Partito Democratico.
D’altronde «una riforma di successo e duratura non può essere effettuata per decreto, bensì dimostrando che questi cambiamenti godono di un mandato popolare».
Monti, conclude il WSJ, ha tre vantaggi rispetto ai predecessori: «rimane popolare in Italia. Dice che non vuole candidarsi alle elezioni».
E per «educare gli italiani» sui rischi di opporsi alle riforme ha un’opportunità «rara»: «può semplicemente chiedere di guardare oltre il Mar Ionio. Se questo non li spaventa, nulla potrà farlo».
E se la politica italiana ha «distrutto più di un riformatore», la differenza è che Monti non ha accettato il posto per fare il supplente.
«Se intende fare di questa riforma il primo e non l’ultimo passo di un’agenda più ambiziosa per rilanciare la crescita italiana, questo suo unico mandato potrebbe diventare grandioso».
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Marzo 5th, 2012 Riccardo Fucile
LO SCOPO E’ ELIMINARE GLI AIUTI AI GIORNALI CHE NON ARRIVANO IN EDICOLA
C’è una buona notizia per i giornali che ricevono il finanziamento ubblico: il fondo per l’editoria sarà di 120 milioni di euro, potrà crescere ancora, ma sarà inferiore ai 150 milioni stanziati l’anno scorso.
à‰ l’ultima concessione del governo, dicono i tecnici che lavorano al disegno di legge, prima di riformare il sistema: “Non possiamo chiedere sacrifici ai cittadini e poi distribuire denaro a pioggia senza un criterio valido”. –
Durante un colloquio riservato assieme al sottosegretario Antonio Catricalà , il premier Mario Monti ha ricevuto il sottosegretario Paolo Peluffo (Editoria) per trovare nuove risorse per il fondo destinato ai quotidiani.
Ma anche per scrivere il decreto legge che sarà approvato in Consiglio dei ministri entro fine marzo: “Aumentiamo le risorse per dare un segnale ai giornali e garantire loro la possibilità di ottenere i prestiti necessari per andare avanti, contestualmente, però, dovremo dimostrare che in futuro sarà tutto diverso”.
Che vuol dire? “Mai più soldi a chi non li merita”.
E così il governo scriverà nel decreto legge di marzo che il finanziamento pubblico sarà calcolato (al 70 per cento) sulle vendite reali in edicola e sui costi di gestione (al 30 per cento): niente milioni sprecati ai più furbi che tirano migliaia di copie che morivano direttamente al macero senza farsi notare nemmeno dai lettori.
Esempio: un grande quotidiano potrà avere al massimo 3,5 milioni di euro per le vendite e al massimo 2 milioni di euro per i rimborsi dei costi sostenuti.
Non avrà un euro la testata che esiste soltanto virtualmente (ricordate l’Avanti! di Valter Lavitola?), che appare e scompare in edicola, ma che gonfia le voci di bilancio con migliaia di euro per telefonate, affitti, trasferte e consulenze.
Tra i costi saranno conteggiate le spese per la distribuzione, la carta, la stampa e per il personale: “Ci teniamo a ripetere che le vendite saranno determinanti”.
Saranno esclusi, inoltre, i quotidiani che avranno meno di cinque dipendenti in organico fra giornalisti e poligrafici, addio quotidiani di partiti sciolti e movimenti che vivevano di rendita.
Per conoscere davvero i numeri sull’acquisto dei quotidiani, e scoraggiare i più esperti che truccavano le autocertificazioni aziendali, il decreto legge avrà un capitolo edicole: i circa 30 mila punti vendita saranno informatizzati, collegati attraverso un cervellone che permette di rintracciare le copie distribuite e conoscere le rese quasi in tempo reale.
Non avranno il valore di una copia venduta quelle offerte in blocco e quelle appaltate agli strilloni ai semafori.
Il decreto legge fisserà i punti di partenza, poi un disegno di legge delega dovrà sviluppare le idee di Monti e Peluffo che, spiegano, “non vogliono limitarsi a fotografe il mercato attuale, ma vogliono cercare di aprire il settore a nuovi operatori”.
La riforma dovrà anche prevedere incentivi per il passaggio su Internet dei quotidiani che non riescono a raggiungere un numero adeguato di copie vendute in edicola e anche per le società che intendono investire nel settore.
Che sia utile e brillante oppure dannosa e vecchia, qualsiasi iniziativa del governo dovrà tenere conto che le risorse pubbliche non lieviteranno nei prossimi anni, semmai subiranno pesanti riduzioni.
Forse la proposta del sottosegretario Catricalà , che ai suoi interlocutori è sembrata piuttosto prematura, potrà avere spazio nel testo che dovrà riformarel’editoria.
L’ex presidente Antitrust ha suggerito di utilizzare un modello “a rotazione”: nessuno avrà i contribuiti sicuri per sempre, anzi, ogni due o tre anni, il Tesoro potrebbe smettere di finanziare una testata già sul mercato per aiutarne una nuova.
Prima di valutare le sue buone intenzioni, il governo deve, però, trovare i soldi per evitare il collasso dei giornali di partito e delle cooperative che non riescono nemmeno a pagare gli stipendi.
Per adesso il fondo per l’editoria è di 120 milioni di euro, potrebbe arrivare a 140, ma sarà comunque l’ennesimo passo indietro rispetto all’anno scorso.
Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 2nd, 2012 Riccardo Fucile
IL QUOTIDIANO PUBBLICA UN ARTICOLO IN CUI SOSTIENE CHE IL TESORIERE DELLA MARGHERITA PAGO’ UNA PARTE DELLA CAMPAGNA ELETTORALE DI RENZI
«Toh, Lusi pagò anche Renzi». 
E’ il titolo dell’articolo pubblicato dal quotidiano Libero a firma del vicedirettore Franco Bechis. Secondo il quotidiano, che riporta anche il numero di serie delle tre fatture, Luigi Lusi, il senatore del Pd ed ex tesoriere della Margherita di Francesco Rutelli accusato di aver sottratto alle casse del partito 13 milioni (mentre la procura indaga su altri 20 milioni), avrebbe finanziato in parte la campagna elettorale del 2009 di Matteo Renzi.
Le tre fatture, «con un appunto vergato a penna probabilmente da Luigi Lusi», dice il quotidiano, dimostrerebbero come l’ex tesoriere abbia finanziato l’ascesa di Matteo Renzi. L’importo totale di questo finanziamento sarebbe di poco inferiore ai 122 mila euro, e le date, appunto, sono tutte del 2009.
Secondo l’articolo, due fatture sarebbero state intestate alla società fiorentina Web & Press, un’altra alla società Dinamiche: «su tutti e tre i documenti – spiega Bechis – è stato apposto il nome di Renzi. Nel terzo caso, Lusi ha appuntato a matita un “Rutelli ha detto no” che lascia aperto un interrogativo sul saldo effettivo».
Il quotidiano ha chiesto spiegazioni all’amministratore delegato della Web & Press, Patrizio Donnini che ha risposto con una mail, racconta il quotidiano, confermando il pagamento di 36 mila euro da parte della Margherita per volantini, manifesti elettorali e una ricerca di mercato. Ma i soldi per la campagna elettorale di Renzi, pari a 110 mila, Donnini spiega di averli ricevuto dal comitato per Matteo Renzi sindaco, dopo l’emissione di regolari fatture».
La replica del sindaco di Firenze non si fa attendere e con una lunga nota su Facebook, risponde alle accuse: «Oggi Libero diretto da Belpietro aggiunge l’ennesima ulteriore diffamazione alla costante campagna polemica contro di me. Il vicedirettore Bechis infatti scrive un articolo dal titolo: “Toh, Lusi pagò anche Renzi” Il tema dell’articolo — per chi proprio non riesce a comprare Libero — è più o meno questo: Renzi, che combatte contro il finanziamento ai partiti è un ingrato (hanno scritto proprio così), perchè ha ricevuto soldi dal Pd e dalla Margherita per la sua campagna elettorale. Niente di illegittimo, assicura Bechis, convinto di sfangare con questa premessa la mia naturale richiesta di risarcimento danni. Ma non basta dire nulla di illegittimo. Che in teoria non fosse nulla di illegittimo non c’è dubbio: i soldi dei partiti servirebbero per le campagne elettorali, non per le case dei dirigenti. Tanto è vero che nel 2009 io ho più volte chiesto che la mia campagna elettorale fosse aiutata dai partiti della coalizione. Ma mi hanno detto di no tutti — nessuno escluso, sia i partiti vivi che i partiti morti — e non è un caso se per pagare i debiti abbiamo allora acceso un mutuo che stiamo ancora onorando. Dunque non è come la storia della volpe e dell’uva: se me li avessero dati io quei soldi li avrei usati per la campagna elettorale, ci sarebbero stati utili. Ma mi dicevano che non c’erano. Oggi come tutti gli italiani rabbrividisco nel capire perchè non c’erano. Ma questa è un’altra storia. La cosa sorprendente, dunque, non è che io abbia avuto dei finanziamenti per la mia campagna elettorale: la cosa sorprendente è che io non li abbia avuti. Non li ho avuti da Lusi ma neanche dal Pd, a differenza di ciò che scrive Bechis e che dovrà provare in tribunale. Vediamo di essere chiari: Lusi, la Margherita e neanche il Pd nazionale, regionale e fiorentino, non mi hanno mai dato un centesimo nè per le primarie, nè per le elezioni, nè per il ballottaggio, nè per la Leopolda uno o due. Chi dice il contrario mente sapendo di mentire. O è in malafede. Sono tra i non moltissimi (eufemismo) amministratori a dire che il finanziamento pubblico ai partiti va abolito, non riformato: abolito».
«Ho detto alla Leopolda che io abolirei anche il finanziamento ai giornali di partito, ma questa è un’altra storia che forse a Libero non farà piacere, ma che potrebbe spiegare certa acredine. E ripeto di essere sconvolto per l’uso dei fondi della Margherita, su cui deve essere fatta chiarezza al più presto. Per la mia campagna elettorale 2009 del resto abbiamo speso ben 209.152,27 euro. Tutti i denari sono stati pagati dal Comitato Elettorale per Matteo Renzi sindaco (piazza Ravenna 4, Firenze), non da altri soggetti. Le fatture sono lì a testimoniarlo.
Gad Lerner invece riprende la notizia sul blog dicendo che “gli sembra più probabile” che i soldi siano stati usati per le primarie: in quel caso tutte le spese sono state fatturate all’Associazione NoiLink, via Martelli 5, Firenze.
E i soldi sono stati incassati dai contributi di singoli o dal versamento di persone che partecipavano a cene da 1.000 euro a testa.
Una cosa molto criticata, molto americana: ma che consente oggi di dire a Lerner che — suo malgrado — anche sul finanziamento delle primarie tutto è trasparente. Se avessero dato soldi per le elezioni sarebbe stato corretto: lo avessero fatto per le primarie no. Ma non li hanno dati neanche lì.
Non mi stupisce che nei fascicoli Lusi ci siano fatture pagate a diverse aziende toscane: che ci fossero numerose spese sostenute dalla Margherita — non credo sinceramente solo quelle dette da Bechis, ma immagino molto di più — per regolari iniziative politiche a Firenze e in Toscana era cosa nota.
E normale trattandosi di soldi dati ai partiti che i partiti dovevano spendere. Ma non li hanno spesi per le mie campagne elettorali, tutto qui. E non avendo mai discusso votato il Bilancio della Margherita non posso dire come e dove sono stati spesi.
In questi casi si annuncia che il risarcimento danni andrà in beneficenza.
Io da subito informo che porterò a cena i volontari del comitato elettorale. E poi metterò la cifra a copertura del mio mutuo prima casa trentennale, non appartenendo alla categoria dei politici che comprano l’abitazione a loro insaputa. Quanto a Lusi e alla Margherita come pure alla Lega che porta i soldi in Tanzania e a tutti quelli che ricevono soldi dal pubblico, ripeto qui quanto detto in Stazione Leopolda: è l’ora di abolire il finanziamento pubblico ai partiti e ai giornali di partito. Continuerò su questa battaglia, anche se Libero non vuole».
(da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 26th, 2012 Riccardo Fucile
IL MAGGIOR QUOTIDIANO LIGURE RIPRENDE LA PROVOCAZIONE “FUTURISTA”
“La Lega sciolga la riserva e annunci il suo asso nella manica: il tesoriere della Lega è l’uomo adatto
per far quadrare i conti del Comune, l’unico candidato capace di ridare lustro agli studi universitari e impulso a nuove iscrizioni all’ateneo…” è l’ironica proposta che Liguria Futurista lancia per il candidato sindaco di Genova. “Musso e Doria comincino a tremare”.
(da “Il Secolo XIX” di domenica 26-02-2012)
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Febbraio 25th, 2012 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE DEL TG DE LA7 NON HA PELI SULLA LINGUA: “I CRONISTI VENGONO PORTATI IN GIRO A SPESE DELLE GRANDI AZIENDE”
Lei sa che ai tempi di Unabomber venne suggerito a giornali e telegiornali di dimenticare un
particolare?”
Quale, Enrico Mentana?
“Che il dinamitardo aveva inserito una carica nel prodotto di punta della più importante azienda dolciaria italiana”.
Pomeriggio romano, quartiere Prati, bar rumoroso al centro di una quadriglia di clacson e isterismi.
Il direttore del Tg di La7 beve ginseng, incontra amici di passaggio (l’architetto Fuksas che si siede, disegna un grattacielo su un foglio e poi scivola via) e scava nella memoria.
I 7 milioni di euro che il Tribunale civile di Torino intima di pagare a Corrado Formigli per un servizio sull’Alfa Mito andato in onda ad Annozero gli sembrano il riflesso sbiadito di un’antica malattia.
“Mettiamo che Formigli abbia sbagliato. Io non difendo la corporazione. Nè lui o Santoro in quanto tali. Ci fosse stato Vespa avrei fatto lo stesso. Io parlo di un principio più importante. Di un problema che è altrove.
Dove, Mentana?
Nel sistema. Dove non nuotano buoni e cattivi, ma soltanto il sistema stesso. E la Fiat che ne ha fatto sempre parte circondata da consensi imbarazzanti e applausi aprioristici della stampa generalista non può ignorarlo nè pretendere di essere trattata come un potere svincolato dalle leggi. Non può censurare il diritto di critica.
Perchè Fiat lo pretenderebbe?
Perchè è mal abituata. Nel settore automobilistico si fanno da sempre le recensioni incrociate. Meno che in Italia, naturalmente. Mi trovi una stroncatura della Stilo, se ci riesce. La storia parte da lontano.
Ripercorriamola.
Il capo delle relazioni esterne dell’Alitalia e il capoufficio stampa della Fiat erano il santo graal più inseguito dalle redazioni italiane a metà degli anni 80. Dal Manifesto al Giornale. Mammelle ausiliarie. Il tornaconto era reciproco. Sa com’è, per derogare al rigore bisogna essere in due.
Come funzionava?
A metà degli anni 80 in redazione girava una battuta.
Quale?
Invece di chiamare la Hertz telefonate all’ufficio stampa della Fiat. Ma magari la Fiat di allora fosse stata la Hertz. (Ride) Alla Hertz le macchine le paghi. L’abitudine al comodato gratuito invece era generalizzata. I miei colleghi prendevano macchine in prestito senza pagare. Una cosa ridicola, francamente ridicola. Un altro tipo di commercio a chilometri zero . I giornalisti sono stati e sono ancora una categoria “disponibile”. Senza dubbio.
Esempi?
Per anni i cronisti di moda e quelli che si occupano di sanità sono stati scorrazzati gratis in giro per il mondo. Venivano perfino inviati a spese delle case farmaceutiche ai congessi sulla lotta contro l’Aids.
Non capita anche ai vaticanisti?
Non possiamo trattare il Vaticano come un’azienda o considerare il Papa come un amministratore delegato.
Rimaniamo sul divino. Come evitare di cadere in tentazione?
Se non usi passaggi aerei non devi dire grazie a nessuno. Invece nel silenzio generale di Fnsi, Ordine e Rai assistiamo ogni anno a campionati di sci per i giornalisti, a tornei di tennis e sagre senza mai aver letto un richiamo netto: “È vietato prendere auto in prestito”. O sbaglio?
La Fiat fa storia a sè?
È come tante altre grandi aziende. Quando si passò da Stream a Sky, Murdoch disse che sarebbero cessati gli abbonamenti gratuiti.
Risultato?
Panico e tristezza. Si spensero metà dei televisori di Roma.
Altrove è diverso?
Ogni tanto nella polemica con i poteri pubblici si ricorda come in Gran Bretagna non si possano ricevere regalie superiori a certe cifre. Per i giornalisti italiani questa regola non esiste.
E per le grandi aziende le regole esistono?
Sappiamo che i poteri forti non sono mai stati quelli politici. E in questo stagno è persino normale che un’azienda enorme si senta legittimata a esercitare pressioni e diffide. Ma se la 500 è nella nostra storia, sarebbe bello poter affermare senza temere la decapitazione che la Duna è un orrore postmoderno. Possibile sia vietato?
Marchionne non transige.
Coerentemente, si è uniformato allo spirito bellicoso d’azienda che è parte di un dna distante dal nostro. Però la maggior parte dei dirigenti Fiat italiani sa bene dove ci troviamo.
Non attaccherà Marchionne solo perchè ha allontanato il suo amico Montezemolo?
Se parlo male del passato, caso mai salvo proprio Marchionne. E se cito un vizio antico della Fiat non mi pare di esentare nessuno dalle colpe. Perchè la verità è che non c’è stata una sola persona che abbia mai tentato di invertire la tendenza. La Fiat non deve fare la verginella con l’informazione.
Il suo ad Stella teme cali pubblicitari?
Non lo so. Non è un dovere che le aziende investano, ma decidere di pagare pubblicità fa parte di una strategia di mercato. Chi prende uno spazio non fa un piacere alla rete. Se non lo vuol fare, e parlo in generale, fatti suoi.
Altrimenti qualunque testata di informazione può apporre una postilla: “Questo spazio è libero ma a volte, per sopravvivere, può attenuare la sua carica critica”.
Malcom Pagani
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 25th, 2012 Riccardo Fucile
CASO FORMIGLI-FIAT… LA SPROPORZIONE TRA PRESUNTO DANNO ED ENTITA’ DEL RISARCIMENTO… L’OPINIONE DI MARCO TRAVAGLIO
Della sentenza del Tribunale civile di Torino che ha condannato Corrado Formigli e la Rai a risarcire 7 milioni alla Fiat abbiamo scritto e riscritto.
Anche chi ritiene che avesse ragione la Fiat (noi pensiamo di no) ha dovuto convenire sull’assoluta sproporzione fra il presunto danno e l’entità del risarcimento.
Se non fosse che le sentenze civili sono esecutive fin dal primo grado (salvo quando riguardano la banda B.), si potrebbe confidare nel giudizio di appello, se non altro per una riduzione dell’importo entro limiti più umani: quelli che, di prassi, non superano mai le decine o al massimo le centinaia di migliaia di euro.
Ciò naturalmente non esclude un bel gesto della Fiat (ai tempi dell’avvocato Agnelli ne era capace, nell’èra Marchionne c’è da dubitarne), che potrebbe accontentarsi di un euro simbolico.
Ma forse questo “caso” può diventare l’occasione per riformare seriamente la materia della diffamazione.
Quando l’Italia era un paese quasi normale, i potenti usavano con estrema parsimonia l’arma della causa civile e persino della querela contro la libera stampa.
La Fiat non querelava mai e raramente lo facevano i democristiani (Andreotti, per esempio): i giornalisti preferivano magari comprarli, ma attaccarli no.
Cominciò Craxi (non a caso), con gl’insulti a Galli della Loggia (“intellettuale dei miei stivali”) e con la famigerata denuncia contro Alberto Cavallari che, sul Corriere, aveva osato scrivere ciò che tutti sapevano: cioè che molti socialisti rubavano.
Poi, nella Seconda Repubblica, le aggressioni berlusconiane alla libera stampa divennero pane quotidiano, imitate dai papaveri del centrosinistra.
Sono vent’anni che giornali e giornalisti sono tempestati da migliaia di richieste di danni milionarie, spesso tenute nascoste per non far crollare i titoli delle società editrici in Borsa.
Talvolta qualcuno ha provato a regolamentare la materia, ma senza riuscirci: la spada di Damocle sul capo dei giornalisti (non tutti: i più indipendenti e coraggiosi) è una minaccia troppo efficace per tenerli sotto scacco.
Intendiamoci. Nessuno pretende licenza di uccidere: la stampa ha un potere immenso, che dev’essere controbilanciato da severe garanzie per i cittadini che si sentono diffamati.
Basterebbe prevedere un meccanismo doppio.
Da una parte per “calmierare” l’entità delle richieste di danni, imponendo una cauzione a chi le inoltra (se poi vince, si riprende la cauzione; se perde, se la dividono lo Stato e il denunciato assolto).
Dall’altro per consentire a chi si ritiene offeso di ottenere spazi adeguati per dire la sua: dopodichè, se vede pubblicata con evidenza la sua rettifica, potrà comunque adire le vie legali, ma, se ha ragione, otterrà risarcimenti molto attenuati o puramente simbolici.
Soprattutto se chi ha sbagliato l’ha fatto in buona fede, cioè non ha mentito sapendo di mentire.
Invece accade sempre più spesso che i diffamati (veri o presunti) saltino a piè pari il momento della replica e passino direttamente alle vie di fatto in Tribunale.
Non solo: quando vengono interpellati dal giornalista che si occupa di loro, i potenti rifiutano di rispondere, salvo poi lamentarsi perchè l’articolo è uscito senza la loro versione dei fatti.
Esempio: noi del Fatto dedichiamo ogni giorno buona parte della pagina delle lettere a “i nostri errori” e al “diritto di replica”.
Eppure siamo bersagliati da continue denunce.
Soltanto ieri due ministri — Severino e Terzi — hanno annunciato che ci trascineranno in tribunale (o “si riservano” di farlo) perchè ci siamo permessi di pubblicare notizie vere sul loro conto.
L’altroieri i nostri cronisti avevano regolarmente interpellato i due ministri tramite i loro portavoce, per registrare la loro versione e correggere eventuali imprecisioni. Risposta: due “no comment”.
Che l’indomani si sono trasformati in due minacce di querela, o forse di causa per danni.
Come ai tempi di B. Pessimo segnale.
Questo sarà pure un governo “strano”, come dice Monti.
Ma diverso mica tanto.
Marco Travaglio
( da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 11th, 2012 Riccardo Fucile
AUMENTANO ANCHE IN GENERALE I LETTORI DI QUOTIDIANI: + 3%…BENE “IL GIORNALE” SCENDE “LIBERO”…TRA I SETTIMANALI VINCE “L’ESPRESSO”
Gli ultimi dati Audipress attribuiscono a la Repubblica il 7,5% di lettori in più. 
Una crescita che ne consolida il primato di quotidiano d’informazione più seguito nel nostro Paese (per la quattordicesima volta dal 2004 a oggi). Il bacino di “followers”, di seguaci raggiunge un livello molto alto: i lettori di Repubblica sono ormai 3 milioni 523 mila.
Il segno positivo si registra in tutte le testate della “galassia”: Affari&Finanza, con il 4,4% in più, si conferma leader tra le testate economiche settimanali; il Venerdì incassa un più 12,4%; il femminile D un più 16,9%.
Il Corriere della Sera raggiunge quota 3 milioni 430 mila lettori con una crescita del 4,8%.
Va bene la Stampa che ha all’attivo 2 milioni 321 mila lettori e una progressione dell’8,9%.
Bene anche il Messaggero che conquista il 2,6% di lettori in più e può superare così la barriera di 1,6 milioni. In termini percentuali, però, l’accelerazione più forte si segnala in casa di Italia Oggi (più 17,3%) e del Sole 24 Ore, che incassa un più 16,2%.
Proprio la crisi economica, l’addio di Berlusconi e la cura del governo Monti hanno spinto molti più italiani a cercare nei giornali una bussola per orientarsi in tanta tempesta: la rilevazione Audipress segnala un aumento del 3% del complesso dei lettori dei quotidiani.
Il beneficio si avverte anche in molte testate locali.
Quelle del Gruppo L’Espresso hanno molti motivi per sorridere: la Provincia Pavese si segnala con un più 26,2%, la Gazzetta di Modena con un più 13,7%, la Nuova Venezia con un più 11,1%. E ancora il Tirreno e la Gazzetta di Mantova, che viaggiano sopra il 10%.
Tra le testate sportive, la Gazzetta dello Sport – saldamente prima – ha 4 milioni 377 mila lettori (più 8%).
Ma vendono cara la pelle sia il Corriere dello Sport (più 6,8%) sia Tuttosport (più 11,2).
Continua invece la crisi d’identità della stampa gratuita che accusa tutti segni negativi: Dnews è a meno 18,9%, mentre Leggo e Metro accusano emorragie di lettori superiori al 4%.
Segnali contrastanti tra le testate vicine alla destra: se il Giornale porta a casa 746 mila lettori (più 2,5% rispetto alla precedente indagine), invece Libero perde per strada il 2,8% di sostenitori.
E’ in ripresa, sull’altro fronte, l’Unità , che può vantare una crescita del 5,2%.
Sorpasso nel segmento dei settimanali di attualità : l’Espresso è il più letto con 2 milioni 538 mila lettori (contro i 2 milioni 468 mila dello storico concorrente Panorama).
Sul fronte di Internet, va molto bene Repubblica. it.
Secondo la rilevazione Audiweb-Avdb, il sito ha ormai una media mensile di 9 milioni di lettori (ultimo trimestre 2011). Repubblica. it vanta anche il “travaso” più robusto: sono quelle persone che leggono il quotidiano su carta e poi frequentano anche quello online.
Questi seguaci del “marchio” sono un milione 57 mila.
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Gennaio 30th, 2012 Riccardo Fucile
CHIUDONO ANCHE 5.000 EDICOLE, MERCATO IN AGONIA… OGNI ANNO SI PERDONO 100 MILIONI DI EURO… SI VENDONO 4,7 MILIONI DI COPIE, COME NEL 1939
Le previsioni sono brutte per chiunque, anche per chi le racconta.
Crolla il prodotto interno lordo, crolla il mercato dei quotidiani e dei periodici: si polverizza, lentamente.
Otto anni fa, le vendite in edicola generavano introiti per 4,8 miliardi di euro, quest’anno riuscire a galleggiare sui 3 miliardi sarebbe un successo.
La tendenza preoccupa quelli che seguono le curve sui grafici che tratteggiano uno scenario drammatico: ogni dodici mesi si perdono circa cento milioni di euro, un ritmo che si ripete dal 2004 e sarà costante (almeno) nei prossimi tre anni.
Un recente studio fotografa la recessione di un intero settore: che comincia nelle redazioni, prosegue nelle tipografie e finisce nelle edicole.
Un effetto domino che rispedisce i giornali al passato di lastre piombate e telegrafi di periferia: si vendono 4,7 milioni di copie al giorno come nel ’39. Vanno male persino i collaterali (libri, dischetti, francobolli, modellini), ostinata moda e fonte di salvezza negli anni 80: quest’anno avranno un giro d’affari di 350 milioni di euro, sette anni fa superavano il miliardo.
La filiera perde pezzi e posti di lavoro: i distributori locali erano 168 nel 2004, scesi a 109 nel 2011; le edicole erano 35.500 nel 2004 e adesso ne mancano 5.000 all’appello.
Non c’è un segno positivo che possa risollevare il morale e, soprattutto, i bilanci aziendali.
La pubblicità si trasferisce in massa verso le tv, e ignora la carta: le maggiori 200 aziende italiane e straniere, che investono quasi 4 miliardi l’anno, spendono l’8,5 per cento per i quotidiani, il 10 per cento per i periodici, lo 0,67 per la free press, ma il 60 per cento è riservato alle televisioni.
Prima di lasciare la scrivania per una vacanza pagata a sua insaputa, l’avvocato Carlo Malinconico, sottosegretario per l’Editor ia, pensava di creare un cervellone elettronico per le 30.500 edicole superstiti: un sistema digitale per scoprire, in tempo reale, dove scarseggiano copie e dove abbondano.
La riforma poteva ridurre sprechi di carta e di trasporto e aiutare le aziende a migliorare il prodotto offerto e la presenza sul mercato.
Il governo suggeriva ai quotidiani che ricevono il contributo pubblico di abbandonare la carta stampata per traslocare su internet.
Il problema è il solito, però: anche in rete la pubblicità scarseggia, decine di siti d’informazione si dividono il 4,8 per cento di un mercato dominato dal televisore, cioè un paio di centinaia di milioni di euro l’anno.
Le società che editano quotidiani e periodici possono guadagnare in due modi: pubblicità o vendite.
La giostra pubblicitaria gira sempre nella stessa e identica direzione, e dunque favorisce le concessionarie di Mediaset (in particolare), Rai (in diminuzione), La7 (in crescita).
Il circuito di vendite è come un esercito a ranghi ridotti: meno distributori, meno edicole.
Un esercito debole farà fatica a vincere la battaglia per la sopravvivenza.
Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Costume, economia, Stampa | Commenta »