Destra di Popolo.net

LIBERTA’ DI STAMPA: L’ITALIA PRECIPITA AL 61° POSTO NELLA GRADUATORIA MONDIALE

Gennaio 26th, 2012 Riccardo Fucile

NELLA SPECIALE CLASSIFICA DI REPORTER   SANS FRONTIER IL NOSTRO PAESE SCENDE DAL 50° POSTO AL 61°…ANCHE GLI USA PERDONO TERRENO: DAL 20° al 47°

«Repressione», è questa la parola chiave del rapporto 2012 sulla libertà  di stampa nel mondo stilato da Reporter Senza Frontiere.
Il 2011 è stato l’anno delle rivolte contro i regimi dittatoriali del Nord Africa.
Ma anche l’anno delle minacce, delle ritorsioni e delle pesanti sanzioni per i giornalisti che hanno cercato di raccontare un anno di straordinari cambiamenti.
Nella classifica redatta dall’associazione internazionale l’Italia precipita dal 50° al 61° posto, ben al di sotto di tutti i principali Stati europei.
Uno scivolone che si giustifica con la fase del declino del berlusconismo, quando il conflitto d’interesse è deflagrato in tutto la sua potenza, le minacce recapitate dalle organizzazioni mafiose ad oltre 12o giornalisti, con la tagliola delle richieste di risarcimento dannio usate a scopo a intimidatorio.
Nel resto dell’Europa la situazione migliora.
La Francia è al 38° (in risalita dalla posizione 44), la Spagna al 39°, mentre ai primissimi posti restano Finlandia, Norvegia e Paesi Bassi.
Interessanti i nuovi ingressi nella top 20 dei Paesi africani Capo Verde e Namimbia, dove gli osservatori internazionali hanno accertato che non esistono limitazioni all’attività  giornalistica.
A sorpresa perdono terreno anche gli Stati Uniti cadono invece dal gradino numero 20 direttamente al 47, scontando così alcuni gravi episodi registrati nell’ultimo periodo soprattutto nel mondo dell’informazione digitale.

Antonio Castaldo
(da “Il Corriere della Sera“)

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DOVE C’E’ BUONTEMPO C’E’ CASA

Gennaio 24th, 2012 Riccardo Fucile

IL SUO PORTAVOCE VINCE IL CONCORSO DI CAPO UFFICIO STAMPA ALL’ATER DI VITERBO

Lui, storico storaciano, è assessore per la Casa della Regione Lazio guidata dalla Polverini. Il suo caposegreteria diventa capo ufficio stampa dell’azienda edilizia pubblica (Ater) di Viterbo. Scoppiano le polemiche.
A difendere la correttezza del concorso è il direttore generale dell’Ater, guarda caso fratello del presidente della commissione Politiche della Casa al Consiglio regionale.
Il braccio destro dell’assessore della Regione Lazio Teodoro Buontempo cambia lavoro.
Nulla di strano, se non fosse che Massimo Bindi, fino ad oggi caposegreteria del titolare delle Politiche per la casa, tra una settimana diventerà  il responsabile ufficio stampa dell’Ater viterbese, l’azienda che si occupa di edilizia residenziale pubblica. Coincidenza o conflitto di interessi?
Mentre alla Pisana (sede del consiglio regionale) si interrogano, il concorso che ha messo in palio l’ambito posto di lavoro – 60mila euro lo stipendio annuo – finisce al centro delle polemiche.
A sollevare la questione è il capogruppo dell’Italia dei Valori alla Regione Lazio, Vincenzo Maruccio.
Pochi giorni fa il dipietrista ha presentato un’interrogazione urgente all’assessore Buontempo, chiedendo chiarezza sulla vicenda.
Le principali perplessità  riguardano le modalità  del concorso. «L’avviso – si legge nel documento – è stato pubblicato in pieno agosto, con poca pubblicità ».
In poche parole si è trattato di «un concorso bandito in modo inopportuno e quasi clandestino, denuncia Claudio Bucci, un altro consigliere regionale Idv.
Non solo. Quando quest’estate è stato pubblicato il bando, l’Ater viterbese era guidata da un commissario nominato dalla Giunta Polverini (il nuovo consiglio d’amministrazione dell’azienda è operativo dallo scorso novembre).
Abbastanza, sempre leggendo l’interrogazione di Maruccio, per individuare «una dubbia legittimità  formale» dell’iniziativa.
Di coincidenza in coincidenza, il mistero si infittisce.
A presiedere la commissione d’esame – le prove sono state svolte lo scorso autunno – c’era il direttore generale dell’Ater di Viterbo Ugo Gigli.
Fratello del consigliere regionale dell’Udc Rodolfo. «E che devo fare? Disconoscere le mie parentele?». Raggiunto al telefono, il direttore dell’Ater racconta la sua versione della storia: «In questa vicenda non c’è alcun conflitto di interessi – spiega – Il bando è stato fatto ad agosto, è vero. Ma è stato pubblicato per un mese, sul nostro sito e su diversi giornali». Insomma, nessun concorso clandestino. «Clandestino un c….», alza la voce Gigli.
Dodici candidati. Un esame scritto su due diverse materie e una prova orale.
E a spuntarla è l’assistente dell’assessore regionale per la Casa.
Oggi qualcuno ironizza sulle connessioni tra assessorato regionale alla Casa e l’azienda che si occupa di edilizia pubblica.
«Nessuna stranezza – continua Gigli – con l’assessorato non abbiamo alcun rapporto di dipendenza. Noi siamo un ente pubblico autonomo. Quello di Buontempo è un organo che ha solo potere di vigilanza su alcuni nostri atti. D’altronde mi rendo conto che giornalisticamente questa è una polemica appetitosa…».
Gigli conferma la regolarità  del concorso. Anzi, rivela una particolarità .
Recentemente uno dei candidati avrebbe chiesto di controllare la correzione del suo scritto. «E come da regolamento noi glielo abbiamo permesso. Nessuna scorrettezza. Ma se la Regione vuole aprire un’inchiesta non abbiamo problemi a mostrare tutta la documentazione anche a loro».
Intanto sulla vicenda si è alzato un polverone. «Adesso – racconta Gigli – temo che il vincitore del concorso non abbia più intenzione di venire a lavorare da noi».
Lui, Massimo Bindi, preferisce non rispondere. Dall’Ater raccontano che si sarebbe già  dimesso dal suo incarico in Regione.
In realtà  sul sito dell’assessorato risulta ancora caposegreteria di Buontempo. Davanti alla richiesta di una spiegazione, i suoi collaboratori preferiscono sbattere giù il telefono.
A sorpresa, a chiedere ulteriori chiarimenti è Francesco Storace.
Il leader de La Destra – partito politico di Buontempo – con cui Bindi ha lavorato in passato. «La mia posizione è molto chiara – racconta l’ex presidente della Regione Lazio a Linkiesta – voglio che si verifichi quello che è successo. Se il concorso è irregolare, la nomina va annullata».
Al di là  delle irregolarità  resta una vicenda caratterizzata da antipatiche coincidenze. «La simpatia o l’antipatia non c’entrano nulla – taglia corto Storace – Se ci sono state anomalie il concorso va annullato. Altrimenti è tutto a posto». La reazione è stizzita. Anche perchè a pagare le conseguenze rischia di essere il «patrimonio morale» del suo partito.
Come ha spiegato Storace in un comunicato: «La sinistra non deve essere messa nelle condizioni di speculare nei confronti dell’amministrazione regionale».

Marco Sarti
(da linkietsta.it ripresa da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA “PADANIA” IN BALIA DEL CERCHIO MAGICO: IL GIORNALE LEGHISTA PROSSIMO ALLA CHIUSURA

Gennaio 3rd, 2012 Riccardo Fucile

NONOSTANTE 4 MILIONI DI FINANZIAMENTO PUBBLICO, IL GIORNALE VENDE SOLO TRA LE 8.000 E LE 10.000 COPIE E PERDE SOLDI A GETTO CONTINUO… CAMBIA IL DIRETTORE: FATTO FUORI IL MARONIANO BORIANI, ARRIVA LA PIAZZO, VICINA AL CERCHIO MAGICO

La lotta di potere interna alla Lega tra la vecchia guardia (cerchio magico) e la corrente di Maroni ha pesanti ripercussioni anche su La Padania, il quotidiano, l’organo ufficiale di partito è a rischio chiusura.
Da quattro anni il giornale è in stato di crisi, ci lavorano una decina di poligrafici e 30 giornalisti che nelle scorse settimane avevano attuato lo sciopero delle firme in segno di protesta per le decisioni annunciate dal Cda della testata e i cui membri sono, tanto per intenderci, i “cerchisti” Federico Bricolo, Roberto Cota, Marco Reguzzoni, Giancarlo Giorgetti, Stefano Stefani e Rosi Mauro.
A capo di tutti, responsabile dei media padani poi c’è Renzo (Trota) Bossi.
Il destino per i giornalisti, prima della protesta, sembrava segnato: il Cda era orientato alla mobilità , la riduzione della foliazione e il passaggio al web. Punto e basta.
Ora la speranza è appesa a eventuali contratti di solidarietà  che, in caso venissero concessi, scatterebbero non prima di marzo.
Il quotidiano del Carroccio (che riceve quasi 4 milioni di euro di finanziamento pubblico) ormai vende meno di 10 mila copie, perde soldi, ed è oggetto del litigio politico interno al partito eppure, secondo lo stesso gruppo editoriale, non ha un euro di debito paga regolarmente stipendi e fornitori.
Ma piace sempre meno.
La tiratura, sulla quale è calcolato il contributo statale, è scesa da 62 a 55 mila copie, le vendite effettive oscillano tra le 8-10 mila copie di un giorno di metà  settimana con un picco massimo di 25 mila.
Tornando ai giornalisti e poligrafici che ci lavorano, sabato 17 dicembre l’assemblea di redazione in un comunicato aveva chiesto al Consiglio di amministrazione dell’Editoriale Nord di smentire che il “Cda avrebbe preso decisioni indipendentemente da qualsiasi trattativa a tutela della difesa dei livelli occupazionali”.
La smentita, per la verità  come raccontano da via Bellerio , non è mai arrivata.
Loro, i giornalisti, al momento hanno comunque deciso di sospendere la protesta in attesa dell’insediamento di lunedì del nuovo direttore Stefania Piazzo.
Al direttore uscente Leonardo Boriani, invece, era toccato presentare quel piano aziendale deciso senza alcuna concertazione.
Quello, cioè, che aveva indotto i giornalisti a chiedere delucidazioni sulla frase del Cda che “potrebbe assumere decisioni pesanti che non escludono il ricorso a procedure di mobilità ”.
Lo stesso direttore Boriani, per la verità , durante gli scambi di auguri natalizi con la redazione non aveva risparmiato frecciate ai “cerchisti” e il loro peso nella politica di affossamento del giornale.
Nessun nome ma precisi riferimenti.
Lui, filomaroniano, è stato sostituito da Stefania Piazzo (area cerchio magico) caporedattore centrale e unica giornalista che durante le tre giornate di sciopero delle firme decise dal comitato di redazione aveva comunque firmato i suoi articoli.

Eli.Reg.
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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ADDIO AL GIORNALISTA GIORGIO BOCCA, ANTI-ITALIANO TRA PASSIONE E RIGORE

Dicembre 26th, 2011 Riccardo Fucile

PARTIGIANO, CRONISTA E SCRITTORE: ERA NATO A CUNEO NEL 1920…A GENNAIO ESCE IL LIBRO POSTUMO

«Tutti quelli che fanno il giornalismo lo fanno sperando di dire la verità : anche se è difficile, li esorto e li incoraggio a continuare su questa strada».
Un testamento ideale quello che Giorgio Bocca, firma storica del giornalismo italiano, scomparso oggi all’età  di 91 anni, affidò alle nuove generazioni nell’aprile 2008, ricevendo nella stessa casa di Milano dove oggi si è spento dopo una breve malattia, il premio Ilaria Alpi alla carriera.
Un testamento anche il titolo del libro che uscirà  l’11 gennaio per Feltrinelli, «Grazie no. 7 idee che non dobbiamo più accettare».
Bocca rimane l’Antitaliano, come si chiamava la sua celebre rubrica sull’Espresso, fino all’ultimo giorno.
La ricerca della verità , accompagnata dal rigore analitico, dalla passione civile, da uno stile fatto di sintesi e chiarezza e fortemente segnata dal suo carattere, un mix di disciplina sabauda, curiosità  severa e vis polemica: questi i valori che hanno ispirato la carriera più che cinquantennale di Bocca.
Valori che il giornalista e scrittore, medaglia d’argento al valor militare, aveva vissuto fino in fondo soprattutto nei primi anni di attività , quelli della guerra e della militanza partigiana: «I giornalisti della mia generazione – sottolineò in una delle sue ultime apparizioni in tv, ospite a Le invasioni barbariche su La7 nel novembre 2008 – erano mossi da un motivo etico: ci eravamo messi tragedie alle spalle, perciò il nostro era un giornalismo abbastanza serio. Oggi la verità  non interessa più a nessuno» e «l’editoria è sempre più al servizio della pubblicità ». Nato a Cuneo da una famiglia della piccola borghesia piemontese nel 1920, iscritto alla facoltà  di Giurisprudenza, appassionato di sci agonistico – e perciò noto nell’ambiente del Guf (la gioventù universitaria fascista) cuneese – Bocca iniziò a scrivere già  a metà  degli anni 30, su periodici locali e poi sul settimanale cuneese La Provincia Grande.
Durante la guerra si arruolò come allievo ufficiale di complemento fra gli alpini e dopo l’armistizio fu tra i fondatori delle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà : «L’ho fatto per pagarmi il biglietto di ritorno alla democrazia», spiegava. Riprese allora l’attività  giornalistica, scrivendo per il quotidiano di GL, poi per la Gazzetta del Popolo, per l’Europeo e per Il Giorno e segnalandosi per le inchieste.
Nel 1976 fu tra i fondatori, con Eugenio Scalfari, del quotidiano la Repubblica, con cui aveva continuato a collaborare fino alle ultime forze.
Al suo attivo anche numerosi libri, che spaziano dall’attualità  politica e dall’analisi socioeconomica all’approfondimento storico e storiografico, dalla questione meridionale alle interviste ai protagonisti del terrorismo, senza mai dimenticare la sua esperienza partigiana, in nome della quale aveva anche polemizzato di recente con alcuni tentativi di revisione critica della Resistenza e in particolare con Giampaolo Pansa.
Tra i titoli più noti di Bocca, Storia dell’Italia partigiana (1966); Storia dell’Italia nella guerra fascista (1969); Palmiro Togliatti (1973); La Repubblica di Mussolini (1977); Il terrorismo italiano 1970-78 (1978); Storia della Repubblica italiana – Dalla caduta del fascismo a oggi (1982); l’autobiografia Il provinciale. Settant’anni di vita italiana (1992); L’inferno. Profondo sud, male oscuro (1993); Metropolis (1994); Italiani strana gente (1997); Il secolo sbagliato (1999); Pandemonio (2000); Il dio denaro (2001); Piccolo Cesare (2002, dedicato al fenomeno Berlusconi, libro che segnò il passaggio di Bocca da Mondadori, suo editore da oltre dieci anni, a Feltrinelli); Napoli siamo noi (2006); Le mie montagne (2006); È la stampa, bellezza (2008). Annus Horribilis, Milano, Feltrinelli (2010). Fratelli Coltelli (1948-2010 L’Italia che ho Conosciuto), Milano, Feltrinelli (2010).
Nella vita di Bocca c’è stato spazio anche per una breve esperienza televisiva su Canale 5, alla fine degli anni ’80, con la rubrica I protagonisti.
«Quando andai a lavorare a Canale 5 – raccontò in un’intervista – Scalfari disse “Giorgio si è innamorato di Berlusconi”. E in effetti mi piaceva la sua capacità  di fare la tv sul piano tecnico e organizzativo. Ma quando si mise a far politica, cambiai idea».
Con l’abituale lucidità , così sintetizzava la sua biografia politica: «Sono uscito dal fascismo, sono entrato nella Resistenza a capo di una divisione partigiana di Giustizia e libertà  e poi, pur essendo stato vicino al Psi non mi sono più iscritto ad alcun partito: non ho più voluto avere uno che decidesse sulla mia testa». Alle elezioni del 2008 non aveva neanche votato: «Mi ha stufato la politica com’è in Italia».
La famiglia di Bocca ha fatto sapere che intende essere lasciata tranquilla e affrontare la vicenda «in modo privato».

(da “La Stampa“)

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PER “LIBERAZIONE” MINACCIA CHIUSURA: ANCHE I CONTI SONO IN ROSSO

Dicembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

LO STORICO ORGANO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA CESSERA’ LE PUBBLICAZIONI IL 31 DICEMBRE

La società  editrice è giunta alla dolorosa determinazione di sospendere cautelativamente le pubblicazioni il 31 dicembre prossimo, onde evitare l’aggravarsi di uno squilibrio economico gestionale nel prossimo esercizio”.
Così Marco Gelmini, amministratore unico della società  che edita Liberazione, ha fissato la data di una chiusura più volte annunciata.
Si convochi immediatamente un tavolo al sindacato per gestire la posizione di giornalisti e poligrafici, ha scritto in una lunga lettera inviata ieri a tutte le parti interessate: è ora di calcoli e carte da firmare per una minaccia diventata realtà .
Liberazione sarà  in edicola ancora per due settimane, poi basta.
I numeri di Gelmini sono espliciti: “Relativamente all’esercizio 2010 — spiega la lettera — si registrerà  un minore ricavo del 15 per cento a causa delle ridotte provvidenze dell’editoria (-511 mila euro).
Relativamente all’esercizio 2011, si può prevedere un minor ricavo da provvidenze per l’editoria nell’ordine del 70 per cento (superiore quindi ai 2 milioni di euro rispetto alle previsioni di bilancio della società  editrice!)”.
Il direttore Dino Greco traduce: “Di fatto siamo al capolinea, hanno deciso di tenere l’acqua sporca e gettare il bambino. Con un piccolo aiuto alle testate che fanno davvero informazione si poteva portare avanti un patrimonio economico, prima ancora che libertario. Come mai questi tecnici non lo capiscono? E come mai la gente invoca la selezione selvaggia del mercato senza rendersi conto che sindacati fuori dalle fabbriche e giornali col bavaglio sono la ricetta già  vista in Italia nel 1933?”.
Di certo la sinistra italiana rischia di sparire in blocco dalle edicole: Unità , Europa, Manifesto, Liberazione.
“In vent’anni non avevamo mai smesso di uscire, mai — spiega Carla Cotti del cdr —. Siamo molto preoccupati. Dopo il sacrificio degli ultimi anni ci bastava poco per ripartire. L’organico al lavoro è passato da 30 a 7 redattori, da 20 a 6 i poligrafici, tutto per mantenere una testata storica, e libera. Vogliamo lasciare l’Italia in mano solo ai grandi editori? Perchè non sostenere la piccola stampa con un fondo di solidarietà  a carico di chi si spartisce la pubblicità ?”.
Liberazione, nata negli anni Settanta per gemmazione gratuita del settimanale edito dai Radicali, dal 1991 a oggi ha rappresentato la voce dei comunisti italiani.
Lanciata da Oliviero Diliberto, magnificata da Sandro Curzi nel suo momento di massima affermazione intorno agli anni Duemila, ha poi vissuto un declino costante. La gestione di Piero Sansonetti, cercando il rilancio e aumentando le spese, aveva lasciato un conto pesante.
Con Dino Greco, dopo tre anni di sacrifici, la scialuppa era tornata sulla linea di galleggiamento. Stavolta, però, sta mancando l’acqua, si va tutti in secca.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA PADANIA COSTRETTA A TAGLIARE I COSTI: GIORNALISTI: PRONTI ALLO SCIOPERO

Dicembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile

DA UNA SETTIMANA IL GIORNALE ESCE SENZA FIRME. IL CDR HA CHIESTO ALL’EDITORE RASSICURAZIONI CHE NON SONO ANCORA ARRIVATE… PREVISTA LA RIDUZIONE DELLA FOLIAZIONE A 4 PAGINE E POI IL PASSAGGIO DEFINITIVO SU INTERNET

La Padania ha i conti in rosso ed è costretta a tagliare il numero dei giornalisti, mostrando lo spettro della chiusura.
Così, mentre la Lega festeggia l’avvenuta rottura con Silvio Berlusconi, che la base invocava da anni, Umberto Bossi si trova a dover affrontare un problema inatteso: un possibile sciopero dei redattori del quotidiano.
Già  domenica prossima il giornale rischia di non uscire, proprio il giorno in cui a Vicenza il Carroccio riapre il Parlamento Padano da dove i vertici del partito vogliono rilanciare la lotta celodurista alla secessione e dove, come in ogni grande festa leghista che si rispetti, la Padania viene distribuita in oltre diecimila copie.
Copie regalate, ma utili ad aumentare la tiratura da dichiarare per ricevere il finanziamento pubblico.
Sabato sarà  una settimana esatta di sciopero bianco dei redattori che fanno uscire il giornale senza firmare gli articoli con l’unica eccezione di Stefania Piazzo, caporedattore centrale.
A dare notizia delle difficoltà  in cui versa il quotidiano del Carroccio è stato ieri il Corriere della Sera.
Stamani i redattori della Padania hanno chiesto all’editore “una smentita formale”, che però non è ancora arrivata al Comitato di redazione, composto da Roberto Brusadelli, Simone Gilardin e Giancarlo Mariani.
Stamani, in un comunicato pubblicato sul giornale, i redattori hanno spiegato che ieri si è riunita l’assemblea di redazione in seguito alla pubblicazione dei contenuti del piano editoriale presentato dal direttore responsabile, Leonardo Boriani (quello politico è da sempre Umberto Bossi), che prevedeva la creazione di un sito d’informazione sull’attualità  e una riduzione della foliazione del cartaceo a quattro pagine con contenuti di approfondimento.
Le due mosse, infatti, sono il primo passo verso il drastico taglio ai costi.
“L’assemblea chiede all’Editoriale Nord una smentita scritta, formale e inequivocabile alle notizie pubblicate da diversi organi di stampa circa l’intenzione della suddetta azienda di procede alla chiusura del quotidiano La Padania o di far ricorso alla mobilità  con licenziamenti di giornalisti”, recita il comunicato.
“I redattori della Padania — si prosegue — deplorano, infatti, nel modo più assoluto la diffusione di tali notizie che ledono gravemente l’immagine e gli interessi del giornale e di tutti quanti vi lavorano”.
Oggi in via Bellerio ci sarà  a fine pomeriggio un nuovo incontro tra la direzione e il cdr. I redattori si dicono comunque fiduciosi.
Già  nel 2007, infatti, La Padania aveva affrontato un’emergenza e anche allora si diffusero le voci di una imminente chiusura.
Tutto si risolse con sette redattori su 26 in cassa integrazione, tre dei quali poi reintegrati a regime.
Anche oggi, dunque, la speranza è che si trovi una via d’uscita morbida, considerato anche il periodo potenzialmente positivo per il partito, da solo all’opposizione del governo Monti e all’inizio di una campagna elettorale che si annuncia lunga e dai toni duri.
Quindi le vendite dovrebbero aumentare.
Ma il colpo di grazia ai conti arriverà  dal taglio ai fondi per l’editoria: fino a oggi la Padania ha ricevuto in media 4 milioni di euro annui, che ora rischiano di dimezzarsi.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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VA IN PENSIONE IL MODELLO CAESAR PALACE A PALAZZO CHIGI: MONTI CAMBIA LA SALA STAMPA

Novembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

VIA ANCHE LA “VERITA’ SVELATA DAL TEMPO” DI TIEPOLO CHE BERLUSCONI FECE COPRIRE CON UN REGGISENO… MONTI FINORA HA EVITATO DI FARSI VEDERE IN UNO DEI LUOGHI SIMBOLO DEL CAVALIERE

Al presidente Monti, che del riserbo suo e dei ministri ha fatto una specie di religione governativa, la sala stampa di Palazzo Chigi non piace proprio; ma anche al netto della più radicata diffidenza nei confronti dei giornalisti, il professore non è il solo a pensarla così.
Era il 16 dicembre del 2002 quando nell’inaugurare questo luogo ricavato dalle scuderie dei principi Chigi e già  sottoposto nel corso del tempo ad almeno un paio di ristrutturazioni, l’allora presidente del Consiglio entrò con aria soddisfatta e rivolto ai cronisti stanziali con la sicurezza del più sperimentato venditore di casa classicamente domandò: «Vi piace?». Imprevisto, ma univoco si levò tuttavia un coro: «Nooooh!». «Bene – replicò Berlusconi senza fare una piega al suo celebre sorriso – allora buttiamo giù e rifacciamo tutto».
Era ovviamente uno scherzo, perchè da allora la sala stampa è rimasta quella sulla quale il Cavaliere e i suoi provetti consiglieri di estetica televisiva, in primis il temerario architetto Catalano, avevano apposto la loro firma.
Ora, è chiaro che dieci anni fa il professor Monti aveva ben altre cose più serie a cui pensare; con il che senz’altro ignora che fra gli addetti ai lavori dell’informazione si aprì una animata disputa per cercare di capire che diavolo d’ispirazione architettonica fosse prevalsa nell’allestimento.
Chi diceva stile corinzio e chi Star Trek; chi discoteca tardi anni ottanta, chi «barocco brianzolo» (copy Dagospia) e chi esuberante «imperial trash».
Alla fine le varie opinioni più o meno si riconobbero in un avanzato compromesso che individuava il modello primigenio in un casinò di Las Vegas, ma non un casinò qualsiasi, quello di stile antico romano del «Caesar Palace», in modo da accontentare il partito classicista.
Sennonchè la politica, come Monti sta scoprendo in questi giorni, è fatta anche di piccole faccende logistiche, ma di impatto simbolico investendo il rapporto fra il potere e la realtà , fra le decisioni da prendere e lo scenario, mai come in questi anni intenso e artificiale, dinanzi a cui presentarle ai cittadini.
Per cui finora il professore non solo ha evitato di farsi vedere lì dentro, ma come da dispaccio dell’AdnKronos avrebbe pure deciso di mutare aspetto ai locali.
C’è da dire che Berlusconi era troppo sicuro di sè e a tal punto persuaso della prevalenza delle forme sui contenuti, per preoccuparsi della confezione.
Basti pensare che proprio il giorno dell’inaugurazione mostrò per la prima volta alle telecamere e ai 63 giornalisti seduti sulle poltroncine in platea la figura – invero destinata all’evanescenza – del poliziotto di quartiere, un maschio e una femmina con le loro belle divise.
Quindi, passando ai terremoti, dopo aver scambiato San Giuliano di Puglia con San Giuliano Milanese, allegramente ignaro della gaffe ebbe giusto lì il primo dei suoi roboanti battibecchi con un giornalista dell’Unità , «Abbia vergogna, lei mistifica la realtà !».
Inutile dire che quelle telecamere ne videro poi di tutti i colori.
Per restare alle colluttazioni si ricorda l’ardore manesco con cui il ministro della Difesa La Russa si scagliò una volta contro un preteso «disturbatore» e la poco commendevole scenetta imbastita un’altra volta dal regista del Cavaliere, il pur pacifico Gasparotti, ai danni di un onorevole dipietrista deciso a guastare l’epifania del presidentissimo.
Questi, d’altra parte, approfittò della location anche per ostentare segni ed emblemi del potere, per esempio un enorme padellone con su scritto «Consiglio dei ministri» e sotto più visibile: «Il presidente».
Si dotò quindi di molteplici ingegni di scena, pedane, podietti, cuscini, per risultare più alto quando arrivava qualche Tony Blair.
Grande attenzione – si regoli il professor Monti – suscitò lo sfondo alle spalle del presidente.
Nel secondo governo del Cavaliere l’architetto Catalano scelse un frammento de «La gloria di Sant’Ignazio nel mondo».
Il fatto che fosse l’opera di un gesuita, Andrea Pozzo, e per giunta maestro dell’illusionismo prospettico, sembrò per diversi motivi abbastanza naturale.
Quando venne Prodi lo tolse, preferendo figurare con un mesto fondo azzurro alle spalle. Ritornato Berlusconi a Palazzo Chigi, si scelse «La Verità  svelata dal Tempo» del Tiepolo.
Ma siccome la Verità  era appunto «svelata», quindi mezza nuda, nell’agosto del 2008 parve giusto dotarla di un reggipetto per non turbare i telespettatori.
Sulla vana scelta non s’infierisce, avendo il suddetto Tempo proceduto per conto suo.

Filippo Ceccarelli
(da “La Repubblica“)

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I CONTRIBUTI DI FINMECCANICA AI GIORNALI: L’AIUTINO ALLA SANTANCHE’

Novembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

IN UN FOGLIETTO CONSEGNATO DA BORGOGNI AI MAGISTRATI LE PUBBLICITà€ DEL GRUPPO PUBBLICO, COMPRESI GLI SPOT DI AUTOPROMOZIONE

Lorenzo Borgogni per ingraziarsi giornali e giornalisti è ricorso al sistema più antico: la pubblicità .
Il rendiconto degli investimenti è finito agli atti della P4 a Napoli e ora anche dell’inchiesta Enav.
Niente di penalmente rilevante, ma un intreccio di relazioni e di contributi, come quello alla società  pubblicitaria Visibilia di Daniela Santanchè, a favore del quale si era attivato Luigi Bisignani.
Della vicenda, Borgogni ha parlato il 30 giugno 2011, durante uno dei primi interrogatori a Napoli.
La Santanchè “non era stata rieletta, Bisignani mi chiese di aiutarla con la
sua agenzia Visibilia, che gestiva la raccolta per Il Riformista, Il Giornale, Libero e Libero mercato… insomma dare un contributo economico mediante dei contratti di agenzia che noi come gruppo Finmeccanica abbiamo con le varie testate”.
Il contratto non la soddisfece: “Mi chiamò lamentandosi degli importi stanziati e mi disse che era un po’ ridicolo”.
Borgogni ha tirato fuori il foglietto con gli investimenti pubblicitari che Finmeccanica ha erogato dal 2008 al 2011, compresi quelli a Visibilia.
Alla prima voce c’è il Riformista che tra il 2008 e il 2010 è passato da 20mila a 50mila euro.
Seguono Il Giornale che ha percepito 25.680 euro nel 2010 e 8500 nel 2011; Libero Mercato (anche questa testata fa capo a Visibilia) passato dai 20mila del 2008 ai 50mila del 2010.
Vanno aggiunti i contributi ordinari alle stesse testate, mentre Libero tra il 2010 e il 2011 ottiene 47mila euro.
I più gettonati sono i giornali economici come Affari e Finanza (dai 40mila euro del 2009 ai 50 mila del 2011) e Il Sole 24ore (80mila euro nel 2010).
Le cifre decollano a seconda della diffusione della testata, anche se il Corriere della Sera (110mila euro) riceve pubblicità  soltanto a partire dal 2010.
Il Foglio racimola 35mila euro nel 2010 tra la sponsorizzazione del Libro Expo e distribuzioni di Cd.
C’è il sospetto che dietro l’insolita decisione di fare pubblicità  Finmeccanica nasconda favoritismi alle testate amiche.
In qualche caso sono messaggi sponsorizzanti mentre l’inchiesta su Enav rivelava la nuova Tangentopoli.
A marzo su tutte le testate campeggiava un’intera pagina: “Orgogliosi per aver contribuito a fare dell’Italia un grande paese”.
A giugno, mentre Borgogni balbettava davanti ai pm, su Libero compariva questo slogan: “Vivere sicuri non è un sogno ma un diritto”.

Rita Di Giovacchino
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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DIRETTORI ALLO SBARAGLIO

Novembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

VIAGGIO NEI QUOTIDIANI DI CENTRODESTRA DIVISI TRA LA FEDELTA’ A BERLUSCONI E IL NUOVO CORSO…SALLUSTI, BELPIETRO E SECHI ALTERNANO LANCIAFIAMME E BILANCINO

C’era una volta il governo Berlusconi.
I giornali della variegata galassia di centrodestra dovevano amministrare il loro dissenso. Silvio Berlusconi sul Foglio diventava affettuosamente “Il Cav”, il dissidio contro il governo diventava “fronda”, i nemici del premier erano “traditori”, quando si iniziavano le grandi campagne in mancanza di un centrosinistra cazzuto, per sparare bei titoloni di prima non c’erano che la Scavolini di Fini e i nudi agresti di Nichi Vendola.
Poi Berlusconi cadde, e i quotidiani che un tempo erano uniti come le dita di una mano hanno iniziato ad andare ognuno per la sua via.
Il Foglio mena con la mazza ferrata sui “tecnocrati al potere”, Il Giornale alterna il lanciafiamme in politica (“Occhio, ci entrano in casa”) e il bilancino del farmacista sul piano economico (fra poco vedrete perchè), il Tempo di Mario Sechi stupisce tutti (al punto che Il Corriere della Sera gli dedica un articolo) diventando un house organ del nuovo corso.
Insomma, grande è il disordine sotto il cielo?
Via Negri, casa de Il Giornale. Titolo di ieri, mica male: “È rissa per le poltrone”. Titolo di due giorni fa: “Pronta la stangata, le mani nel portafoglio”. Titolo di giovedì: “Governo di Larga Intesa. I nuovi padroni”. Però, però.
Mentre il titolista scrive con il bazooka, il columnist è più cauto: “Monti lo sa, il pallino è in mano a Berlusconi”, avverte quasi bonario Vittorio Feltri, e la “Zuppa di Porro” (la rubrica affidata al vicedirettore con delega per l’economia), Nicola Porro, registra con il sismografo i segnali positivi (per il Giornale) sul piano economico.
Quando chiedi all’interessato se non ci sia un po ‘ di schizofrenia ribatte: “Vuoi la verità ? Al governo in questo momento non c’è un uomo di sinistra, ma uno di destra, che sembra avere in animo tante cose di destra. Perchè mai dovremmo aggredirlo a prescindere?”. Subito dopo un altro sospiro: “Faccio un esempio concreto. Se Monti introducesse, come sembra l’Ici, e poi tagliasse l’Irap, passasse alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni non solo io, ma molti lettori di centrodestra sarebbero contentissimi”.
Tutto diverso, invece, il giudizio di Sallusti: “Ti sembriamo teneri? È un titoletto tenero ‘ La trappola dei banchieri? ‘”.
Subito dopo, contestando l’idea di un cambio linea: “Noi abbiamo addirittura organizzato una pubblica manifestazione a Milano, per dire che bisognava andare al voto, e che si doveva ridare la parola agli elettori. Ora che quel bivio è stato superato giudichiamo volta per volta. Ma come vedete, non siamo affatto teneri!”.
Se provi a chiedere quanto la posizione del Pdl influenzi la linea del quotidiano, Sallusti inorridisce: “Ma che dici? Il fatto che abbiano votato a favore per noi è irrilevante. Conta molto di più — eh, eh — il fatto che i nostri elettori stiano correndo in edicola. Da quando spariamo sui tecnici, come capita spesso con i quotidiani di appartenenza — osserva il direttore de Il Giornale — l’interesse e la voglia di capire salgono. Diciamo che le copie salgono come lo spread”.
E oggi? Sallusti ride: “Oggi titoliamo sulla cronaca. Ma sto scrivendo sul fatto surreale che i supertecnici chiamati a combattere la crisi facciano un Consiglio dei ministri su Roma Capitale!”.
Con Maurizio Belpietro si scopre che anche Libero sostiene il diritto a un giudizio articolato: “Non ho cambiato idea”.
Ricordi al direttore il titolo su il “Colpetto di stato” e “Occhio al portafoglio!”, che avevano salutato sobriamente la nascita del nuovo esecutivo. Sorride: “Perchè, ‘ Per ora solo tasse’, ti pare tenero?”.
Gli chiedi del memorabile “Forza Passera”, e lui ributta la palla in campo avverso: “Se qualcuno sta sparando su Passera siete proprio voi de Il Fatto! Ribalto la domanda: ‘ Non credi che a essere più in difficoltà , oggi siano i quotidiani di centrosinistra, che non hanno più l’orco contro cui sparare?
Mentre ti parlo — conclude Belpietro — io sto già  preparando il giornale in cui strapazzo Monti per il Consiglio dei ministri in cui invece che occuparsi della crisi fanno una leggina su Roma Capitale”.
Sintesi: “Stiamo vendendo tanto. Sai quanto conta per noi che il Pdl sia a favore? Zero”. Che però ci siano posizioni diverse lo dimostra la linea del tutto opposta tenuta da Il Tempo di Mario Sechi.
Titoli sobri su due righe (ad esempio: “Ecco l’agenda di Monti, si parte da Ici e pensioni”), editoriali sarcastici su chi sventola la parola d’ordine dei poteri forti.
Sechi confuta tutte le accuse e poi conclude sarcastico: “Poteri forti? Purtroppo no, è politica debole”.
All’estremo opposto de Il Tempo, invece, c’è Il Foglio.
Il giornale di Giuliano Ferrara ha scavalcato tutti, e per certi versi sembra oggi più radicale de Il Manifesto.
Ecco un piccolo assaggio: “Governo tecnico burocratico? No grazie”.
Seguono i titoli rossi (un tempo impensabili, su un quotidiano elegante e compassato): “Democrazia autoritaria d’alto stile”. E titoli quasi satirici: “Il governo del preside, il consiglio di facoltà ” o stoccate al curaro come “Governo dai tacchi bassi” e “Fiacco esordio del preside”.
A fare le spese dello spettacolare nuovo corso fogliesco è stato l’incauto Sandro Bondi, che per aver mandato una letterina di fervida emozione governista per Monti è stato preso a pesci in faccia.
Ecco la sintesi del sommario: “Il senatore ci scrive: il governo Monti è una sfida democratica, la colpa è di Tremonti: gli rispondiamo che calando le brache hanno dimostrato di non essere mai stati una classe dirigente”.
La colonnina firmata dall’Elefantino è una scudisciata rabbiosa: “Avete condotto al disastro una grande avventura politica. Avete ammazzato, imbavagliandolo, il suo e il vostro padre, Berlusconi”.
Rampogna apocalittica: “Non leggete i libri e i giornali, e i documenti giusti, non leggete la realtà  che confligge con la vostra vanità , siete stati ineffettuali e autoreferenziali, non sentite il peso dell’opinione popolare, non sapete trattare le èlite, vi siete comportati da isterici in difetto di volontà ”.
Sì, decisamente, qualcosa è cambiato. Dopo l’unità  politica dei cattolici è finita pure quella dei berlusconiani.

Luca Telese blog

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