Giugno 13th, 2011 Riccardo Fucile
VITTORIO SI E’ RIPRESO LA STANZA CHE FU DI MONTANELLI, COME SE NON SE NE FOSSE MAI ANDATO E SALLUSTI SI RIFUGIA NELLA SALA RIADATTATA…. LA POLEMICA CON ANGELUCCI
Gerenze e divorzi. “Libero” e “Giornale” di sabato 11 giugno. 
Il nome di Vittorio Feltri, in qualità di fondatore, compare sotto la testata di “Libero”. La firma però è in prima pagina sul “Giornale” di Alessandro Sallusti (direttore) e Daniela Santanchè (concessionaria di pubblicità ), soprannominati Olindo e Rosa da Feltri medesimo.
Una trama complicata. Per fortuna, si tratta di un film già visto.
Feltri che lascia “Libero” (per la seconda volta) e va al “Giornale” (per la terza volta).
La nuova puntata del tormentone inizia due settimane fa, il 30 maggio.
È il lunedì nero del Cavaliere che perde a Milano e Napoli.
Nemmeno Sallusti sta tanto bene: tre by-pass al cuore.
Al terzo piano della redazione del “Giornale” a Milano, in via Negri, arrivano gli operai. Bisogna ricavare un ufficio in più. Al momento il piano è diviso così: il direttore Sallusti nella stanza-monumento che fu di Montanelli, con annessa segreteria; poi i vice De Bellis e Porro; infine la sala riunione.
Cominciano i lavori. Si piccona, si abbatte, si restringe, si ridipinge.
Al terzo piano c’è un altro inquilino da sistemare.
La comparsa degli operai è la conferma più evidente alla voce che circola da giorni sul ritorno di Feltri.
Altra scena, altra città . Roma, mercoledì primo giugno. Un lancio di agenzia annuncia: “Pdl: Angelucci lascia gruppo”.
Il deputato berlusconiano Antonio Angelucci detto Tonino è il patriarca della famiglia che controlla “Libero”.
Melania Rizzoli, sua amica e collega a Montecitorio, va ripetendo: “Tonino è furibondo”.
Furibondo per l’improvviso addio di Feltri ma anche per la sentenza dell’Agcom (il cui consiglio è a maggioranza di destra) che impone a “Libero” di restituire 12 milioni di euro di soldi pubblici e gliene fa perdere altri 6 non incassati ma già messi a bilancio.
Agli Angelucci, re delle cliniche, viene contestato di aver preso finanziamenti per due testate: “Libero”, appunto, e “Il Riformista” (poi ceduto).
Venerdì 3 giugno. È l’ultimo giorno di Feltri a “Libero”.
Chiuso nella sua stanza batte a macchina la lettera di dimissioni. L’affida alla segretaria che la spedisce via fax ad Arnaldo Rossi, presidente del cda del quotidiano. Il Diretùr bergamasco va via senza salutare nessuno.
Nè Belpietro, nè la redazione, nè il direttore generale Cecchetti.
Lunedì 6 giugno. Feltri si presenta al “Giornale” e conduce la riunione del mattino. Chi c’era commenta: “Si è comportato come se fosse andato via il giorno prima”. Feltri torna da editorialista ma si muove da direttore.
Sallusti gli cede la stanza ed è costretto a traslocare nell’ufficio ricavato dalla sala riunioni.
Ma alla redazione Olindo si dice “contentissimo e rincuorato”. Al punto che l’amico ritrovato Vittorio “mi aiuterà a guarire il cuore”. Rosa, raccontano, approva.
A “Libero” si vendicano così: “Azouz-Feltri è tornato da Rosa e Olindo”.
Il Diretùr accoglie e boccia proposte di articoli, con lui tornano le prime pagine “squadrate come se fossero disegnate da un grafico bulgaro”.
Giovedì 9 giugno. Antonio Angelucci, accompagnato dal figlio prediletto Giampaolo, va a Palazzo Grazioli, la residenza romana di Berlusconi.
All’uscita, sibila: “Andare via dal Pdl? Mai dire mai”.
Il deputato gioca ancora con le minacce di rottura. In realtà , il colloquio con il premier sarebbe andato molto bene. Il chiarimento tocca varie questioni, compresa la sentenza Agcom.
Il sospetto è che Feltri, azionista di “Libero” con il 10 per cento (pacchetto dal valore di 11mila euro), abbia fiutato il crac e sia scappato via.
B. è accomodante, come al solito: “Tonino ti giuro che non sapevo nulla del ritorno di Feltri al Giornale”. Il Cavaliere si confida anche: “I miei figli vogliono che mi ritiri dalla politica per salvare le aziende”.
Sulla sentenza Agcom, poi, viene coinvolto con una telefonata anche Cesare Previti, tuttora ascoltato nell’inner circle di Palazzo Grazioli.
Tra cavilli e tecnicismi il ricorso al Tar potrebbe far ben sperare.
Gli Angelucci si sono sbarazzati del “Riformista” e potrebbero fare l’en plein: non restituire i 12 milioni e riprendersi i 6 previsti. Chissà .
Senza dimenticare gli ottimi rapporti con il triumviro-banchiere del Pdl Denis Verdini, cui il deputato-patriarca Angelucci ha prestato 15 milioni di euro per i guai del Credito Cooperativo Fiorentino.
Venerdì 10 giugno. Feltri verga il suo primo articolo da editorialista-direttore del “Giornale”.
Altra battuta maligna a “Libero”: “Per il momento non abbiamo perso copie. Feltri è uscito talmente in sordina che nessuno se n’è accorto”.
Alla prossima puntata di “Casa Olindo”.
Francesco Cafiero
(da”Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 13th, 2011 Riccardo Fucile
PARLA JOHN PRIDEAUX, AUTORE DEL SERVIZIO CRITICO SU BERLUSCONI….E STRANAMENTE LE COPIE DEL SETTIMANALE SONO STATE BLOCCATE PER ORE A FIUMICINO
Laurea a Cambridge, ex-corrispondente da India e Brasile, ora responsabile delle pagine
internet dell’Economist, il 32enne John Prideaux è l’autore del rapporto speciale sull’Italia del settimanale britannico che ha fatto scalpore per i pesanti giudizi su Berlusconi, «la sua era è stata un disastro» e per il titolo di copertina, «L’uomo che ha fottuto un intero paese».
Ma lui ribadisce l’obiettività sua e del suo giornale, la cui distribuzione ieri a Roma è stata bloccata — sarà una coincidenza? — da un’ispezione dei container all’aeroporto di Fiumicino, secondo quanto riporta Wanted in Rome, giornale della comunità anglosassone nella capitale italiana.
Perchè un rapporto sull’Italia proprio adesso?
Qualcuno nel governo Berlusconi pensa a un complotto tra media italiani d’opposizione e l’Economist, per dare un’altra botta al centro-destra all’indomani della sconfitta nelle amministrative.
Dal 2005 non avevamo dedicato all’Italia uno dei nostri rapporti dedicati a un singolo paese. Ne facciamo in continuazione, su tutti i più importanti paesi del mondo. Il 150esimo anniversario dell’unificazione italiana era una buona occasione per un punto sul vostro paese. La decisione è stata presa circa un anno fa, sicchè il fatto che sia uscito dopo la sconfitta elettorale di Berlusconi è una coincidenza.
Fonti del governo italiano vi accusano di superficialità . Quanto tempo e risorse avete impegnato in questa inchiesta?
Ho trascorso un mese in Italia a fare ricerche e poi a scriverla, con l’aiuto del nostro staff di ricercatori.
Come risponde all’accusa più grave che vi lanciano Berlusconi e i suoi sostenitori lanciano, cioè di pregiudizio contro di lui e contro l’Italia?
Ogni volta che critichiamo un governo o un politico da qualche parte nel mondo ci accusano di avere un pregiudizio negativo. La verità è che non faremmo un buon servizio ai nostri lettori, o all’Italia, se facessimo finta che in Italia va tutto bene. Lasciamo da parte tutta la questione del bunga-bunga e dei processi: la gestione economica di Berlusconi è stata un disastro. In base al reddito pro-capite, l’economia italiana è più piccola nel 2010 che nel 2000. Solo due nazioni al mondo hanno fatto peggio nell’ultimo decennio: Haiti e Zimbabwe. Un dato di fatto che non si può nascondere.
Qualche elemento del governo Berlusconi si è scandalizzato per il titolo che avete fatto: «L’uomo che ha fottuto un intero paese». Una parola troppo forte?
Ci piace fare copertine forti, che richiamano l’attenzione del lettore e talvolta lo fanno sorridere, sostenute da un rigoroso reportage fattuale. In questo caso abbiamo giocato con vari possibili doppi sensi per il titolo, ma il doppio significato di “screw” in inglese (fottere e rovinare, ndr.) era troppo divertente per rinunciarvi.
Il suo rapporto si conclude sostenendo che l’ipotesi più probabile è che in Italia tutto continui più o meno come ora, anche dopo Berlusconi, mentre l’editoriale che lo accompagna sembra più ottimista sulla possibilità di un rinnovamento che faccia ripartire il paese. Chi ha ragione?
Ci sono differenze di opinione al riguardo anche dentro all’Economist. Ma tutti concordiamo su quanto segue: l’Italia ha bisogno di una nuova politica per ricominciare a crescere; quando finirà l’era Berlusconi ci sarà un’occasione di cambiamento; basterebbe qualche piccola riforma per far migliorare radicalmente le cose».
(da “La Repubblica”)
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Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile
SECONDO LE PRIME RICOSTRUZIONI, BELPIETRO AVREBBE TENTATO DI UCCIDERE SALLUSTI, MA LUI NEGA: “HO UN ALIBI, IN QUEL MOMENTO STAVO ACCOLTELLANDO FELTRI”… COSTERNATO PAOLO BERLUSCONI: “SPENDO PIU’ SOLDI IO IN DIRETTORI CHE MIO FRATELLO IN ESCORT”
La scienza non può nulla contro alcuni fenomeni paranormali, come quello di avere a libro paga tre direttori e solo due giornali.
Il Misfatto, in collaborazione con la Nasa e l’Istituto Radio Elettra, ha ricostruito gli ultimi sviluppi di un mistero che pare irrisolvibile…
Lunedì.
Feltri arriva al Giornale, Sallusti esce da una porta laterale e si reca a Libero. Belpietro si trova in questura a denunciare un attentato ai suoi danni, quando torna a Libero trova Sallusti e corre a dirlo a Feltri, che non lo riceve.
Martedì.
Usando un vecchio mazzo di chiavi, Sallusti rientra al Giornale, trova Belpietro seduto alla scrivania, mentre Feltri è nella redazione di Libero a ritirare la liquidazione.
Mercoledì.
Toccante cerimonia: Feltri e Belpietro annunciano che saranno insieme a Libero. Sallusti ne approfitta per barricarsi al Giornale, ma sbaglia porta e si chiude nello stanzino delle scope. Feltri e Belpietro litigano e tornano tutti e due al Giornale. Sallusti si libera fortunosamente e corre in taxi a Libero.
Giovedì.
Mentre Belpietro si trova in questura per denunciare una rapina ai suoi danni, Feltri passa al Giornale a ritirare una robusta liquidazione e va a lavorare a Libero. Sallusti si accorge della manovra e si trasferisce al Giornale. Quando Belpietro lascia la questura, entra in una cabina del telefono, imita la voce della Santanchè e dà un appuntamento a Sallusti, poi si installa a il Giornale.
Venerdì.
Stanco di Libero che ha diretto ormai per un giorno intero, Feltri ritira una sontuosa liquidazione e si presenta al Giornale. Sallusti lo vede, si cala dalla finestra con un lenzuolo e va a dirigere Libero. Belpietro è in questura a denunciare un tentativo di stupro.
Sabato.
Feltri, Belpietro e Sallusti si incontrano per caso al bar sotto il Giornale. Intuendo che ognuno di loro sta andando in ufficio, corrono tutti e tre a Libero. Feltri, Belpietro e Sallusti si incontrano per caso al bar sotto Libero.
Domenica.
Belpietro è in questura a denunciare un furto di bestiame. Feltri è sotto casa di Sallusti a bucargli le gomme della macchina, Sallusti non si sveglia a causa del sonnifero somministratogli di nascosto da Belpietro, nessun direttore si reca al lavoro.
Lunedì.
Incredibilmente sia Libero che il Giornale escono in edicola con una notizia vera (a pagina 35). L’Editore Paolo Berlusconi commenta: “Un fatto inaudito”. Nicola Porro: “Io non c’entro, stavo preparando un dossier”.
(da “Il Misfatto“)
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Giugno 9th, 2011 Riccardo Fucile
“LIBERO” VIVE GRAZIE AI FINANZIAMENTI PUBBLICI PER L’EDITORIA, MA A BELPIETRO FANNO SCHIFO SOLO QUELLI DATI AD “ANNO ZERO”….C’E’ POI UNA DIFFERENZA: SANTORO PORTAVA IN PUBBLICITA’ SETTE VOLTE LA CIFRA SPESA PER LA TRASMISSIONE, MENTRE I SOLDI PUBBLICI A “LIBERO” SONO A FONDO PERSO E NON DOVUTI
Che scandalo, questi giornalisti che fanno i tribuni con i soldi pubblici.
E’ la vigorosa denuncia di Libero, il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, che titolava in prima pagina: “Ora Santoro è gratis”, perchè qualunque cosa farà fuori dalla Rai “non dovremo pagarlo noi”.
La verità è esattamente opposta:
Michele Santoro può piacere o meno, ma con Annozero alla Rai portava profitti.
E’ invece proprio Libero a essersi impossessato di parecchi milioni di euro della collettività , facendosi pagare — lui sì — da noi, pur macinando privatissimi profitti a favore del suo editore Antonio Angelucci (che sempre da noi prende un lauto stipendio, visto che è stato piazzato in Parlamento dal Pdl).
Soldi della collettività che, per di più, sarebbero finiti a Libero in violazione della legge, secondo l’Autorità garante per le comunicazioni.
Il 9 febbraio di quest’anno, infatti, l’Agcom ha inflitto ad Angelucci una multa di 103.300 euro proprio in relazione ai fondi di sostegno percepiti dal Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del consiglio.
Fondi che sono finiti sia a Libero che al Riformista, quotidiani notoriamente riconducibili ad Angelucci e alla sua Tosinvest.
Solo che la legge vieta allo stesso editore di chiedere i contributi pubblici per più di una testata.
Così l’Agcom ha disposto degli accertamenti ed è arrivata alla conclusione che, al di là degli assetti societari formali, Libero e il Riformista appartengono all’imprenditore-parlamentare del Pdl.
L’interessato ha pagato la multa, ma ha fatto ricorso al Tar, che dovrebbe decidere il 12 ottobre.
L’irregolarità è stata contestata dal 2006 al 2010. Di conseguenza, il 29 marzo il Dipartimento per l’informazione e l’editoria ha messo in moto la procedura per ottenere la restituzione dei soldi.
Si parla di una cifra intorno ai 43 milioni di euro, di cui circa la metà effettivamente incassati dalle due testate.
Negli anni 2006 e 2007, il giornale oggi diretto da Maurizio Blepietro beneficiò di oltre 15 milioni di euro.
Ben diverso il discorso per Annozero, reduce da una stagione di ascolti record, con punte di share del 24 per cento in prima serata (e una platea tra i cinque e i sette milioni di spettatori), contro una media di Raidue assestata intorno al 10.
E questo per la Rai significa soldi, tanti soldi.
L’ultima serie della trasmissione di Michele Santoro è costata complessivamente 6,3 milioni di euro, si legge in un approfondito articolo di Lettera43, e ne ha ricavati 45 milioni in spot pubblicitari.
In sintesi: Belpietro festeggia un danno per il contribuente, spacciandolo per un risparmio, dalle colonne di un giornale che al contribuente deve qualche decina di milioni di euro.
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Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile
“UN ADDIO SENZA POLEMICHE, PRESTO ALTRE NOVITA”…IL DIRETTORE EDITORIALE VITTORIO FELTRI E’ USCITO DALLA GERENZA DI “LIBERO”… RESTA LA FIRMA DI BELPIETRO QUALE DIRETTORE RESPONSABILE
Da questa mattina il nome del direttore editoriale Vittorio Feltri è uscito dalla gerenza di “Libero”. Resta la firma di Maurizio Belpietro quale direttore responsabile.
Si fa sempre più concreta, dunque, l’ipotesi che Vittorio Feltri approdi nuovamente al Giornale, dopo le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi.
Lo stesso Feltri aveva confermato l’esistenza di una trattativa: «Dite che stanno già spostando le scrivanie nella sede del Giornale per farmi posto? Mi spiace io sono a Libero e non posso vedere cosa accade di là . Comunque non ho mai negato che mi abbiano fatto un’offerta».
Un addio «senza polemiche», quello di Feltri al quotidiano: «Ho pensato che sia per me che per Libero fosse meglio cambiare -dice all’Adnkronos il giornalista – ma non ci sono motivi particolari. Ho trovato un ambiente diverso da quello che avevo lasciato».
A questo punto, è «probabile» un approdo di Vittorio Feltri al quotidiano il Giornale, «ma ora -rileva- è prematuro parlarne. Potrebbero esserci presto delle novità ».
Un paio di giorni fa, intervistato dalla Zanzara su Radio24, Feltri aveva spiegato il suo punto di vista: «Sono anche stupito che i fatti miei vengano presi con tanta importanza – aveva detto – Belpietro sa anche lui che a un giornalista possono chiedere di cambiare testata. Quando dissi “sono andato via da 10 minuti dal Giornale e già mi sono rotto i coglioni” scherzavo.
Era una battuta, come quando i calciatori passano da una squadra all’altra e devono dire “ho cambiato maglia e la squadra di prima mi sta sulle balle”.
Angelucci l’ho visto una settimana fa, abbiamo conversato amichevolmente come sempre, si è anche parlato di questa ipotesi in questione ma non è che sia caduto il tetto della casa, non è che siamo marito e moglie» .
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Giugno 6th, 2011 Riccardo Fucile
L’INIZIATIVA ANTICASTA DEL NOSTRO DIRETTORE E DELLA PASIONARIA PAOLA DEL GUERCIO, ORGANIZZATA DA FLI A GENOVA, HA AVUTO AMPIA RISONANZA NON SOLO IN CITTA’, MA PERSINO A LIVELLO NAZIONALE… NEPPURE IL PD HA RITENUTO DI PRENDERE POSIZIONE IN DIFESA DELLA FESTA DI LUSSO DELLA PARLAMENTARE … LE UNICHE CRITICHE SONO ARRIVATE INCREDIBILMENTE DAL COORDINATORE LIGURE DI FLI
Riportiamo l’articolo pubblicato sull’Espresso in edicola (n° 23, pag 20) in cui si parla della iniziativa di contestazione nei confronti della festa mondana della senatrice Pd Roberta Pinotti
IL PARTY CONTESTATO
Ha fartto discutere a Genova la scelta di Roberta Pinotti, parlamentare Pd, di festeggiare i suoi 50 anni invitando 250 persone il 20 maggio nella sontuosa Villa Rosetta di Recco: le donne del Fli, capeggiate dalla pasionaria Paola Del Guercio, hanno presidiato i cancelli stigmatizzando lo “schiaffo alla povertà ” proprio nel giorno della notizia choc dei 1.500 esuberi negli stabilimenti Fincantieri: “Questa festa offende i precari e i disoccupati.
La Pinotti ha ribattuto che gli invitati erano amici d’infanzia e che l’evento “regalo del marito” (Gianni Orengo, direttore sanitario del San Martino) è costato solo 5.000 euro (mentre i contestatori parlano di 30.000 euro).
Tra i presenti la giunta regionale ligure quasi al completo.
Non invitata invece Marta Vincenzi, sindaco in carica, che la Pinotti pare voglia sfidare per la candidatura del 2012.
A.M.
(da “L’Espresso“)
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Giugno 3rd, 2011 Riccardo Fucile
POTREBBE PASSARE AL GRUPPO MISTO O AL TERZO POLO…FELTRI INVECE STA TRATTANDO PER RITORNARE A “IL GIORNALE” CON UNA QUOTA SOCIETARIA
La notizia che Vittorio Feltri potrebbe lasciare Libero per tornare al Giornale lo ha fatto infuriare.
Al punto che l’onorevole Antonio Angelucci, editore del quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, ha pensato di lasciare il Pdl.
Alle nove di ieri mattina le agenzie di stampa davano per certa la sua uscita dal gruppo della Camera, ma all’addio mancano i timbri dell’ufficialità .
E Denis Verdini, coordinatore organizzativo del partito, con i suoi si è mostrato fiducioso: «Angelucci rientrerà ».
Ma intanto la protesta del fondatore della finanziaria Tosinvest, un impero che conta venticinque cliniche e strutture per la riabilitazione, è un piccolo caso nella bufera del centrodestra.
Dalle voci che girano nel semideserto Transatlantico di Montecitorio, Angelucci senior, che ha da poco ceduto la proprietà del quotidiano Il Riformista, sarebbe in procinto di traslocare nel gruppo Misto.
Ma il re delle cliniche avrebbe anche preso contatti con i partiti del terzo polo, Udc, Fli e Api. All’origine dello strappo, ancora tutto da confermare, ci sarebbe la questione Feltri.
La tentazione del direttore editoriale di tornare all’ovile di via Negri, sede de Il Giornale, sarebbe stata la goccia che rischia di far traboccare un vaso forse già colmo.
Angelucci sarebbe furibondo con Silvio Berlusconi, non tanto (o non solo) per la batosta delle elezioni amministrative, quanto perchè starebbe tentando di portargli via (di nuovo) l’attuale condirettore di Libero, che con Belpietro è anche azionista del quotidiano.
«Sono sorpreso, cado dalle nuvole e non per finta – risponde al cellulare Feltri -. Non ne so niente, Angelucci non mi ha detto nulla. Questa storia delle dimissioni mi lascia a bocca aperta. Io non ci ho parlato, magari ha avuto un momento d’ira… Ma che vada via dal Pdl lo ritengo improbabile».
E lei direttore, va via da Libero o no? «Questa cosa non esiste. Non è cambiato niente, ho appena scritto un pezzo sullo scandalo del calcio».
E Il Giornale? «Nel nostro mestiere capita di fare due chiacchiere con qualcuno. È una possibilità , ma non esiste niente di concreto…».
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Giugno 1st, 2011 Riccardo Fucile
CRITICHE AL PREMIER ANCHE DALL’AVVENIRE, MENTRE SALLUSTI EVOCA L’APOCALISSE…FELTRI E BELPIETRO NON RISPARMIANO INVECE FRECCIATE AL PREMIER “TROPPO OCCUPATO IN PROBLEMI PERSONALI”…PER ORA ALFANO POTREBBE PRENDERE IL POSTO DI BONDI
Da una parte gli ‘house horgan’ berlusconiani che continuano a picchiare duro, dall’altra i più miti consigli di Giuliano Ferrara e Vittorio Feltri (“Provveda a tutti noi oltre che a se stesso”). Sullo sfondo le richieste di rinnovamento che ormai arrivano da ogni parte del partito e persino dalla Chiesa.
I risultati del voto amministrativo potrebbero avere “un effetto domino e destabilizzare il governo Berlusconi”, afferma Radio Vaticana nella sua edizione in lingua francese a commento dei risultati dei ballottaggi.
Il servizio viene presentato con il titolo: ‘Berlusconi destabilizzato da un voto-sanzione’ .
“Nella piazza della cattedrale di Milano — afferma ancora la radio della Santa Sede — i simpatizzanti di sinistra hanno festeggiato con entusiasmo la vittoria di Giuliano Pisapia, che rappresenta l’inizio, secondo loro, di una valanga che trascinerà Berlusconi”.
Quindi si parla “di un risveglio delle coscienze dopo anni di letargo, di uno schiaffo per il Presidente del consiglio italiano che potrebbe avere un effetto domino e destabilizzare il governo”.
Anche il quotidiano dei vescovi commenta positivamente i risultati del voto amministrativo.
Si profila probabilmente “una fase nuova per la politica italiana. Certo faticosa, ma interessante e coinvolgente come possono diventarlo, se condotte con lungimiranza, tutte le transizioni da un tempo politico a un altro”, si legge su Avvenire.
“Vivremo ancora, prevede il direttore Marco Tarquinio, “una stagione di governo difficile ed esigente” ma la “sberla” ricevuta da Berlusconi, come ammesso da Maroni, e la complicata situazione del Pd, che “pur essendo la principale forza di alternativa, si ritrova con un ruolo scudiero proprio nelle due piazze simbolo di quest’elezione, Milano e Napoli, ed è lontano dai massimi storici di consenso”, rendono necessario l’avvio di “un cantiere” per lavori di “ristrutturazione”.
Di opinione ben diversa Il Giornale che indossa l’elmetto e va in trincea.
Anche se la campagna elettorale è finita ufficialmente venerdì 27 maggio e ormai i risultati sono noti, c’è chi non si arrende.
Il Giornale di Alessandro Sallusti dedica al dopo-elezioni una copertina da battaglia ancora aperta.
A fianco di una foto con tanto di Duomo sovrastato da una bandiera di Che Guevara e sotto un titolo enorme “Il grande psicodramma”, il direttore dà la sua versione della sconfitta: “Una parte di moderati, non andando a votare, ha deci so di dare il via libera a un sinda co rifondatore comunista, Pisa pia, già amico di terroristi prima e centri sociali poi. Nonostante esperti politologi, raffinati socio logi e anche qualche immanca bile teologo ci abbiano spiegato negli ultimi quindici giorni, e lo faranno ancor più oggi e nei prossimi, come tutto questo ab bia un senso profondo e fonda mentale per i destini del Paese, noi continuiamo a non capire e a ritenerlo più semplicemente una grande, enorme stronzata“.
Sallusti ha il dente avvelenato. Ce l’ha con Vendola, “padrino politico di Pisapia”, colpevole di aver chiamato “fratelli” rom e musulmani (“Parla per te, gli sfruttatori di bambini e scippato ri di vecchiette saranno fratelli tuoi, io resto dell’idea che prima li mandiamo via dalle nostre cit tà meglio è per tutti”); ce l’ha persino con i milanesi che “se hanno deciso così alla fine saranno anche affari loro”; fino agli italiani tutti perchè “non è pensabile che la maggioranza stia dalla parte dei magistrati che ieri hanno inda gato il presidente del Consiglio per le interviste rilasciate ai tg di Rai e Mediaset, ultimo atto di una farsa giudiziaria ormai sen za fondo”.
Toni da battaglia anche su La Padania, il quotidiano della Lega Nord.
Nello ‘speciale amministrative’ sotto il titolo principale “L’Italia sinistra dei fratelli musulmani”, la giornalista punta sempre sullo stesso bersaglio, quel Nichi Vendola che “si precipita a Milano e fa indossare il burqa alla bela Madunina.
Abbraccia anche i rom e annuncia: “Ora cambierà tutto, ma i padani non sono pirla”. Pirla no, ma arrabbiati sì visto che ieri negli spazi internet di Pdl e Lega non mancavano i militanti che puntavano il dito contro la gestione della campagna elettorale e non risparmiavano accuse al Carroccio stesso.
“Non voglio infierire — sottolineava ad esempio Vittorio — ma perdere Milano e Napoli dopo Jervolino è il massimo! Quando si passano anni a sostituire le riforme con le polemiche sulle stesse, si è solo scemi”.
Chi si firma ‘milanese’ chiama in causa direttamente Silvio Berlusconi: “Forse ora ci renderemo tutti conto — si leggeva nel suo post — che le esternazioni di Berlusconi hanno solo danneggiato la Moratti. Era una elezione di sindaco non una elezione politica!!!”.
Critico anche il messaggio lasciato da ‘Monluc’: “Presidente Berlusconi riformare la giustizia è sacrosanto (in silenzio) risolvere problemi agli italiani è essenziale (ad alta voce) altrimenti si dà la zappa sui piedi”.
Se la prende con il Carroccio invece Luigi: “Io penso — scriveva — che Bossi abbia fatto il doppio gioco non votando al I turno x accusare Silvio che gli errori fatti sono suoi (x ricattare e chiedere altri ministeri”.
Ma sul ‘banco degli imputatì finisce Giulio Tremonti: “Chi semina poco raccoglie poco o nulla. Questo detto da gente che da una vita vota a destra. Siete immobili, sempre a far leva sui conti in ordine. E le liberalizzazioni”.
Ad abbassare i toni ci prova Il Foglio, solitamente incendiario.
La richiesta che arriva dall’Elefantino suona come un avviso di sfratto a Silvio Berlusconi. Giuliano Ferrara rilancia infatti l’idea delle primarie nel Pdl e, sul suo quotidiano, pubblica una proposta di regolamento per l’elezione del presidente del Popolo della libertà e dei coordinatori regionali.
Da svolgersi nel primo weekend di ottobre in tutta Italia, le primarie, si legge, “saranno aperte a “tutti gli elettori che sottoscrivono una formale adesione al programma di partito, dichiarano di esserne sostenitori e versano un contributo di almeno cinque euro”.
Per essere candidati alla presidenza del Pdl, prosegue il regolamento, serve “una riconoscibile esperienza di lavoro politico nel partito, anche di governo e amministrativa”, insieme a “diecimila firme raccolte in almeno due terzi delle regioni”.
Per i coordinatori regionali sono invece necessarie “tremila firme di sottoscrittori nella circoscrizione regionale interessata” e “una esperienza di lavoro nel partito regionale”.
E persino due pasdaran come Maurizio Belpietro e Vittorio Feltri riconoscono la sconfitta, anzi “la batosta” subita dal Cavaliere e provano a dare consigli al leader per risollevarsi dal “disastro”.
E mentre Feltri rivolge a Berlusconi una lettera, “Caro Cavaliere torni a fare il Berlusconi”, Belpietro si lancia in un’analisi del voto dal sapore molto amaro.
Parafrasando la celebre frase usata da Indro Montanelli nei confronti di Berlusconi (il napoletano “chiagne e fotte” diventa “chiagne e non fotte”), il direttore di Libero avverte: “Il disastroso risultato di Napoli e Milano non è un campanello d’allarme. E’ una sirena, e di quelle che bucano i timpani”.
Guai a minimizzare perchè “l’aria non è favorevole all’attuale maggioranza”.
E se i candidati sindaci hanno le loro colpe, “è però l’assenza di speranza che ha pesato” perchè “il centrodestra non è stato capace di impersonare il cambiamento”.
La soluzione? Prima di tutto Berlusconi “torni a offrire agli italiani la rivoluzione liberale”; lasci poi stare la giustizia (e ancora di più smetta di parlarne con Obama&co.); ricominci dunque dai “problemi veri” perchè “chiunque lo conosca sa che il Cavaliere non vuole fare la fine del perdente”.
I consigli di Belpietro sono gli stessi di Feltri.
In una lettera aperta il direttore editoriale scrive: “Vari italiani si sono resi conto che lei ha le mani legate e la testa occupata da enormi problemi personali”.
Come se non bastasse, scrive ancora Feltri, “il Pdl non è più un efficiente comitato elettorale, ma non è mai diventato un partito con gerarchia affidabile ed è dilaniato da lotte intestine” e anche le “vicende di letto” che hanno contribuito a far dire agli italiani: “ma questo Berlusconi ne ha sempre una, potrebbe almeno evitare di esporre il fianco ogni 5 minuti alle accuse”.
Come uscirne? “Berlusconi torni a fare il Berlusconi, un uomo nel quale potersi identificare”. Infine “un consiglio e una preghiera”: “Provveda a tutti noi oltre che a se stesso”.
Ai giornalisti che riescono a chiedergli nuovamente dell’ipotesi Angelino Alfano nel ruolo di coordinatore unico del Pdl, Berlusconi risponde: «Vediamo, abbiamo il comitato di presidenza prestò», intendendo l’ufficio di presidenza inizialmente convocato in serata e poi rinviato al giorno successivo.
Una risposta che qualcuno legge come una “frenata” sulla soluzione di mettere il Guardasigilli a capo del Pdl, con conseguente passo indietro di Denis Verdini e Ignazio La Russa (Bondi ha rinunciato all’incarico).
In effetti, nel partito si registra un certo scetticismo sulla possibilità che Berlusconi possa risolvere la faccenda in poche settimane.
Non solo per la resistenza di Verdini (l’uomo macchina grazie al quale la maggioranza è stata rimpolpata alla Camera) e di La Russa, forte del fatto che un suo passo indietro lascerebbe gli ex-an senza rappresentanza, ma anche per l’oggettiva difficolta di aggirare lo statuto del partito che richiede la convocazione di un congresso per modificare gli assetti.
Ecco perchè in tanti prevedono una partita lunga e una soluzione di «compromesso» che vedrebbe Alfano al posto di Bondi, con un ruolo di “primus inter pares”, con il compito di dare la linea politica, mentre a Verdini sarebbe lasciata la macchina organizzativa e a La Russa la propaganda. Per ora si tratta di mere ipotesi visto che il ministro della Giustizia sarebbe poco propenso ad accettare un ruolo diverso da quello di coordinatore unico.
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Maggio 26th, 2011 Riccardo Fucile
LASCEREBBE “LIBERO” PER ARRIVARE PER LA TERZA VOLTA A “IL GIORNALE”, STAVOLTA IN VESTE DI EDITORIALISTA E ANCHE AZIONISTA… ORMAI AI REDATTORI DEI DUE QUOTIDIANI GIRA LA TESTA
Non ci crederete. Vittorio Feltri è a un passo da un nuovo clamoroso colpo di scena.
Un ritorno (stavolta sarebbe il terzo!) a “Il Giornale” di via Negri.
Un ritorno ancora una volta diverso, come editorialista principe e anche come azionista, e ancora una volta al fianco di Alessandro Sallusti, proprio ieri operato al cuore.
Un ritorno che lo vede abbandonare (per la terza volta) Maurizio Belpietro a “Libero”, cioè nel quotidiano che lui stesso ha fondato (e poi provato ad uccidere), e poi di nuovo scelto come casa per una avventura in doppia conduzione.
Vi siete persi? Ecco il riassunto di questa danza immobile…
1) Età preistorica: Feltri e Belpietro conoscono i primi successi insieme all’”Europeo”, poi all’”Indipendente”, e infine al “Giornale”. Meditano persino di comprare un Casale insieme.
2) Età mediovale: Belpietro va a “Il Tempo”.
3) Età premoderna: Belpietro torna a “Il Giornale” e Feltri se ne va a “Il Giorno” a fargli concorrenza.
4) Età del ferro: Feltri fonda “Libero” per sfidare Belpietro a “Il Giornale” e incontra Sallusti come partner.
5) Età medievale. Belpietro se ne va da “Il Giornale”, lasciandolo a Mario Giordano, per andare a “Panorama”
6) Età contemporanea: Giordano viene cacciato e a “Il Giornale” torna Feltri (con Sallusti, e con la Santanchè).
7) Età della cronaca: Belpietro lascia “Panorama” e va a “Libero”.
8) Poi Feltri lascia “Il Giornale”, la Santanchè e Sallusti (nomignolo caustico: “Rosa e Olindo”), per tornare come il Cavaliere pallido di Clint Eastwood, al fianco di Gene Hackman Belpietro..
Cosa c’è dietro questo valzer ossessivo? Prima di tutto i soldi: tantissimi, per tutti (a suon di “buone uscite” e di “buone entrate”). E il gusto dell’avventura, della battaglia e della polvere da sparo.
Quindi il fiuto per le notizie e per il vento che cambia.
Feltri è il primo grande direttore nel campo del centrodestra a teorizzare la fine dell’era berlusconiana e gli eccessi arcoriani (“Se devo scopare mica ho bisogno della claque”).
E per un po’ di tempo con Belpietro a “Libero” fa un gioco delle parti perfetto.
Littorio gioca da corsaro, Maurizio da istituzionale (“Ci siamo incontrati con Berlusconi, in tre, ma il Cavaliere non aveva occhi che per lui”).
Adesso invece, è tutto da rifare: Feltri è tentato di tornare a casa, in cambio di una quota pantagruelica (si dice il 10%) del quotidiano di via Negri.
Posizionato nel modo migliore, insomma, per un cambio di stagione in cui contrariamente al passato, i premier passano e i quotidiani restano.
Perchè a Feltri l’idea di fare un giornale di opposizione contro la sinistra fa prudere le mani. Belpietro resta padrone di casa, le quote girate dagli Angelucci a Feltri tornano a casa (per un accordo le detiene finchè resta nel quotidiano) e si ricomincia il ballo di san Vito dei giornali di destra, con i redattori che guardano affranti il calendario delle direzioni a targhe alterne.
I giorni pari Belpietro è a “Libero” e Feltri al “Giornale”.
I giorni dispari viceversa.
E i lettori?…
Luca Telese
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