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INDOVINA CHI VIENE A MERENDA: IL DIRETTORE DELLA REDAZIONE GENOVESE DE “IL GIORNALE”, INVITATO ALLA CENA DELLA PD PINOTTI, CRITICA FLI MA SI ATTACCA AL TRAM…EZZINO

Maggio 22nd, 2011 Riccardo Fucile

NEANCHE IL PD GENOVESE DIFENDE IL PINOTTI PARTY, CI PENSA IL BERLUSCONES LUSSANA, GRAN STRATEGA POLITICO (INFATTI A GENOVA IL PDL HA SEMPRE PERSO) ED ESPERTO GASTRONOMO

Peccato che l’edizione genovese de “Il Giornale”, che comprende qualche paginetta locale, oltre a quelle nazionali, la leggano in pochi.
Se qualche politologo o esperto in comunicazione la analizzasse per almeno una settimana (di più sinceramente non avremmo il coraggio di chiedergli, come sacrificio rituale) potrebbe facilmente comprendere come mai   Genova, a differenza di Bologna o di altre città  dell’Emilia, della Toscana “rossa”o del Piemonte, vede il centrodestra in minoranza da decenni.
Il fatto stesso che il quotidiano diretto dal sig. Santanchè   venda a Genova, nell’edizione del lunedì, giorno in cui è privo della cronaca locale, le stesse copie degli altri giorni, testimonia che i non certo numerosi lettori lo acquistano indipendentemente dalla sue pagine locali.
Che ci siano o meno, sarebbe la stessa cosa probabilmente. Il che non depone a favore della sua efficacia.
E qua sbagliano: perchè leggere soprattutto gli editoriali del caporedattore locale, Massimiliano Lussana, è   estremamente interessante ed educativo, guai se non ci illuminasse ogni giorno con la sua visione strategica su come deve essere la destra genovese: perbene, berlusconiana e gastronomica.
Ovviamente da quando Fini è passato all’opposizione, la lista dei buoni è diminuita, mentre è aumentata quella dei politici da attaccare.
Ma Lussana è notoriamente uomo di mondo, ama avere buoni rapporti con (quasi) tutti e soprattutto con la sinistra locale, si compiace delle congratulazioni e dei riconoscimenti che gli vengono dai notabili del Pd.
Ogni tanto fa finta di litigare salvo poi riconciliarsi a tavola.
E’ cosi che volano via antipatie, contrasti e magari anche querele.
E a Lussana non poteva sfuggire la vicenda “No Pinotti, no party” e prendere due tramezzini con una fava: essere invitato dalla Pinotti al party   e usufruire pertanto del servizio di lusso e bastonare i finiani che contestano la senatrice Pd per una festa sopra le righe, in un periodo di grave crisi occupazionale ed economica, in cui tante famiglie non arrivano a fine mese.
Scrive Lussana: “chi ha aderito in buona fede a Fli non poteva mai pensare che la sua forza moderata fosse arruolata per distribuire volantini contro un compleanno privato, pagato con soldi privati. Roba che nemmeno ai tempi delle contestazioni sessantottine sarebbe accaduta”.
Oddio   che scandalo, madame…
Abituato a giustificare una destra che rincorre da venti anni i soliti beceri temi dei rom e degli   immigrati, ad enfatizzare minuzie e quisquilie,   a costui giunge forse difficile comprendere che un personaggio politico ha una veste pubblica quando vuole dare al suo compleanno una immagine mediatica?
Si informi Lussana sul motivo per cui è stata data pubblicità  alla festa, con relativa lista di invitati e cornice di lusso.
Se Lussana ha ritenuto di ricamarci sopra solo ora, il motivo è un altro: si è reso conto che l’iniziativa ha avuto un impatto molto forte nell’opinione pubblica cittadina (e lo testimoniano le centinaia di persone che hanno espresso solidarietà  a Fli).
Lussana evita così di dire due cose che la sua sensibilità  giornalistica ha certamente captato: le critiche feroci che sono salite dalla base Pd , spiazzata di fronte all’immagine pubblica di una casta di sinistra che affitta location di lusso e da una destra   sociale che contrappone precarie, disoccupate, emerginate, ragazze madri.
La seconda cosa è che la base Pdl sta con Fli in questa battaglia: si informi Lussana su quanti e qualificati esponenti del Pdl (e di partiti di sinistra) hanno sostenuto questa “beffa futurista”, congratulandosi in privato con gli organizzatori.
Ecco allora il motivo del patetico tentativo de Il Giornale di difendere la Pd Pinotti: “è stata una serata gradevole, molto sobria, senza eccessi e soprattutto lontanissima da sprechi e lussi. Certo, una magnum di spumante c’era ( una sola per 300 invitati? n.d.r.).   Certo, la torta ai frutti di bosco era grande. Certo, le focacce al formaggio non sono mancate. Certo, prosciutti, formaggi e sfiziosità  abbondavano” scrive Lussana.
Si dimentica magari di scrivere quanti fossero realmente gli invitati, quanti gli uomini della sicurezza privata ingaggiati, come fosse esclusiva la location….
Ma si spinge a garantire: “tranne che Roberta sia stata malignamente truffata dai signori del catering, che abbia speso trentamila euro per la festa è assolutamente impossibile”.
Poi pero ci ripensa :.”anche se ne avesse speso trecentomila o tre milioni di euro, non sarebbe questo il punto.   Il punto centrale è che trovo sacrosanto scandalizzarsi per lo spreco di soldi pubblici, non per come uno usa i suoi, di soldi”
Infatti, Lussana, ognuno i suoi soldi li spende come crede.
Ma con che coerenza va poi in Tv a dire di voler rappresentare le precarie, le disoccupate, le famiglie in difficoltà ?
Come fa a dichiarare che qualsiasi famiglia con due stipendi avrebbe potuto permettersi una festa del genere?
Forse lei, che ha un stipendio da 15.000 euro al mese, con un marito direttore generale della Asl, non certo quelle di impiegati, operai e pensionati.
Chi si candida a sindaco deve avere una veste pubblica adeguata: se una
voleva che la sua festa rimanesse   privata, perchè ha invitato i direttori dei quotidiani genovesi?
Perchè la cosa rimanesse riservata?
Ma ci faccia il piacere, direbbe Totò.
Alla festa della Pinotti la senatrice ha potuto scegliere tra 14 diversi tipi di divise da far indossare nell’occasione al personale di sala.
Che abbia chiesto il parere tecnico a qualche giornalista che di camerieri e di servizi se ne intende?

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LE REAZIONI NEL MONDO, LA STAMPA ESTERA: “SCHIAFFO A BERLUSCONI”

Maggio 17th, 2011 Riccardo Fucile

DAL NEW YORK TIMES A LIBERATION, DA EL PAIS A THE INDIPENDENT, DA LE FIGARO A EL MUNDO FINO AL WALL STREET JOURNAL EMERGE LA STESSA ANALISI: “E’ STATO BASTONATO, LE URNE LO CASTIGANO NEL SUO FEUDO”

Primi commenti della stampa internazionale sulle elezioni amministrative in Italia.
I quotidiani che riportano la notizia del voto puntano tutti sulla sconfitta di Silvio Berlusconi e di Letizia Moratti, la sua candidata sindaco a Milano.
«Elezioni municipali: grosso schiaffo per silvio Berlusconi a Milano», è il titolo del francese Liberation.
«Venuto in soccorso del sindaco uscente di Milano, Letizia Moratti, Silvio Berlusconi ha subito ieri un serio rovescio nella sua città  natale, che è anche il suo collegio elettorale politico, al primo turno delle elezioni amministrative», spiega il quotidiano, che ricorda come il primo ministro italiano si sia «impegnato personalmente».
«Milano bastona Berlusconi alle municipali», è invece il titolo dello spagnolo El Pais. «Il centrosinistra conferma il suo feudo a Torino e Bologna, ma diventa la terza forza a Napoli», sottolinea il quotidiano alludendo al successo personale del candidato dell’Italia dei Valori, l’ex magistrato Luigi De Magistris.
Per il britannico The independent, «Berlusconi fallisce il test elettorale di Milano».
«Il primo ministro Silvio Berlusconi è andato incontro a un’umiliazione politica nella sua città  di Milano, dopo avere visto il candidato del centrosinistra scavalcare il suo candidato del centrodestra», commenta il quotidiano.
«Italia: il candidato di Berlusconi insegue nella corsa a Milano», scrive invece il New York Times, ricordando il «fragoroso schiaffo» subito ieri da Letizia Moratti, sindaco uscente e candidata di Berlusconi alla guida della città .
«La coalizione di Berlusconi è indietro nelle elezioni di Milano», è il titolo del Financial Times, che evidenzia come i primi exit poll delle elezioni locali in Italia, che erano largamente viste come un referendum su Silvio Berlusconi, mostrino una possibile sconfitta per il premier nel suo quartier generale di Milano».
Il quotidiano osserva anche come «Berlusconi abbia suggerito un suo ritiro nelle elezioni del 2013.
L’esito del voto nel cuore del suo elettorato è visto come cruciale per la sua decisione».
In Francia Le Figaro titola «Berlusconi al ballottaggio a Milano» e ricorda che «per la prima volta in quindici anni, la destra di Berlusconi si ritrova al ballottaggio» nel capoluogo lombardo.
Notizia in primo piano anche su El Mundo, che, in un articolo di cronaca, titola «La destra non conquista Milano nel primo turno delle elezioni».
Oltreoceano, il Wall Street Journal in un articolo dal titolo «Il candidato di Berlusconi fermo allo spareggio nel voto chiave di Milano» scrive che il premier, secondo gli exit poll, «subisce un colpo politico nelle elezioni locali a Milano, trampolino di lancio della sua carriera politica e roccaforte del suo supporto».
E i risultati delle proiezioni elettorali arrivano anche in California, dove il San Francisco Chronicle titola «Berlusconi verso una battuta d’arresto nelle elezioni locali»

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MULTA DI 100.000 EURO AL TG1: PREMIER “SOVRAESPOSTO” SECONDO I DATI AGCOM

Maggio 12th, 2011 Riccardo Fucile

L’AUTORITA’ PER LE GARANZIE HA DATO ORDINE DI “IMMEDIATO RIEQUILIBRIO” TRA LE FORZE DI MAGGIORANZA E QUELLE DI OPPOSIZIONE… I TG CONTROLLATI DAL GOVERNO CONTINUANO A NON RISPETTARE LA PAR CONDICIO

L’autorità  per le garanzie nelle comunicazioni ha ordinato ai telegiornali di riequilibrare la copertura degli eventi politici tra forze di maggioranza e di opposizione, e dedicare ai membri del governo un tempo «riferito solo alla loro funzione governativa, nella misura strettamente indispensabile per assicurare la completezza e l’imparzialità  dell’informazione», in particolare per il presidente del Consiglio, che è anche capolista del Pdl al comune di Milano. Così l’Agcom ha risposto agli esposti presentati, sulla base ai dati del monitoraggio sul pluralismo politico relativi alla penultima settimana di campagna elettorale (1-7 maggio).
L’Autorità  ha poi comminato una sanzione da 100.000 euro al Tg1, «per l’inadeguata osservanza dell’ordine e dei richiami rivoltigli in precedenza» in materia di par condicio, secondo quanto riferito in una nota.
«Inoltre l’Autorità , a seguito degli esposti presentati dall’Udc, ha invitato Sky a rispettare, nei confronti tra candidati sindaci e nella rappresentanza delle forze politiche, il principio di effettiva parità  di trattamento e di pari opportunità  di ascolto e visibilità »,conclude il comunicato.
Un richiamo al «rigoroso rispetto» del pluralismo è stato fatto anche dal Corecom della Lombardia alle emittenti locali e ai tg regionale della Rai.
La multa al Tg1 accerta che nel sistema dell’informazione televisiva c’è uno squilibrio strutturale che dipende dal conflitto d’interessi.
La multa stabilita a carico del Tg1 dovrebbe pagarla di tasca sua il direttore Minzolini che ha voluto imporre le sue regole, prendendosi gioco di quelle stabilite dall’Autorità .
Proprio ieri il Tg1 e il Tg5 hanno continuato a violare le disposizioni dell’Agcom mandando in onda un videomessaggio di Berlusconi, nonostante la circolare dell’11 aprile 2011, alla lettera «f», vieti esplicitamente la trasmissione di videomessaggi nel corso delle campagne elettorali all’interno dei telegiornali e dei programmi di informazione.

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LA NORMALIZZAZIONE DI REGIME AL “SECOLO D’ITALIA”

Maggio 12th, 2011 Riccardo Fucile

DOPO LA DIREZIONE “FUTURISTA” DI FLAVIA PERINA E’ ARRIVATO IL CAMBIO DI LINEA BERLUSCONIANO… IL NUOVO DIRETTORE E’ L’EX TERRORISTA MARCELLO DE ANGELIS… ORA VENDE 500 COPIE, COSI’ SONO TUTTI CONTENTI

Il Secolo definizzato impugna la spada.
Parola del nuovo direttore, il deputato del Pdl Marcello de Angelis, che ieri ha concluso così il suo editoriale di saluto ai lettori: “Torneremo a fare di questo giornale una bandiera e un simbolo, uno scudo e una spada, una piazza in cui incontrarsi e una casa comune”.
Perchè pure la spada?
Risponde de Angelis: “Perchè sin da bambino mi piacciono le storie di cavalieri come Parsifal”.
Solo che adesso i cavalieri non si chiamano più Parsifal ma Silvio Berlusconi e il nuovo direttore è stato investito del duro compito di normalizzare lo storico quotidiano della destra postfascista dopo la gestione futurista di Flavia Perina e Luciano Lanna.
Il cambio di marcia (su Roma, nella redazione di via della Scrofa) risale già  al 20 aprile scorso quando è andato via Lanna (subentrato per qualche settimana alla Perina) e il giornale è stato affidato a Girolamo Fragalà , interno di lungo corso che rimarrà  direttore responsabile con la nuova era di Angelis. Da allora giù titoli e interviste nel segno dell’ortodossia berlusconiana.
Breve carrellata.
La farsa tragicomica dei nove sottosegretari Responsabili: “Rimpasto, il Colle rovina il brindisi: ‘Parlino le Camere’”.
Lo sciopero della Cgil di venerdì scorso: “La chiamavano Cgil. Ieri in piazza uno sciopero solo politico con dipietristi e centri sociali”.
La campagna per le elezioni amministrative: “Il Cav sfida l’opposizione nelle piazze”.
La Moratti litiga con la “nemica” Santanchè sulla questione Lassini, segue ampia intervista alla sottosegretaria: “Letizia vincerebbe facile se tutti i nemici fossero come me”.
Ma la vera rivelazione della svolta normalizzatrice è l’ingresso in prima pagina del larussiano Massimo Corsaro, l’esponente del Pdl che durante il dibattito sul processo breve si beccò del “fascista” persino da metà  del suo gruppo parlamentare.
Motivo? Questa grottesca citazione: “Ci è voluto il rapimento e l’uccisione di Moro perchè si smettesse di dire che le Brigate rosse erano sedicenti, ma che erano parte integrante della cultura della sinistra”.
Ieri, nel numero d’esordio di de Angelis, il Corsaro corsivista ha menato forte contro l’ex direzione futurista: “Quel suo carezzare temi che manco Concita De Gregorio o Marco Travaglio azzardavano nei loro scritti, gli aveva garantito i peana dell’intellighenzia nostrana. Peccato che quanto a vendite si fosse rimasti a zero”.
Replica del finiano Raisi: “Con la gestione Perina il Secolo vendeva 2mila copie, oggi sono meno di 500”.
Condannato per il 270 bis, associazione sovversiva per banda armata, de Angelis era tra i neofascisti di Terza Posizione e suo fratello Nanni fu “suicidato” nel carcere di Rebibbia.
Lui, però, dopo trent’anni invoca il diritto all’oblio sulla condanna.
La sua nomina a direttore politico (lo stesso ruolo che aveva la Perina) ha pure causato un clamoroso autobuco al Secolo.
Decisa giovedì scorso dal cda del quotidiano, l’accordo era di dare la notizia all’inizio di questa settimana.
Ma è trapelata lo stesso e il giorno dopo tutti l’hanno pubblicata tranne il Secolo. Una scena tra Fantozzi e le Sturmtruppen degli ex An.
Cui adesso si aggiunge la spada di Parsifal.
In redazione de Angelis racconta di “aver trovato un clima teso perchè molti hanno sofferto questa situazione”.
Oggi vicino al ministro Matteoli, de Angelis è stato per lungo tempo seguace di Alemanno.

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FELTRI E BELPIETRO EDITORI IMMAGINARI: GIORNALISTI-AZIONISTI DI LIBERO A PREZZO DI SALDO, SCONTO O BUFALA?

Maggio 10th, 2011 Riccardo Fucile

HANNO SBORSATO SOLO 22.000 EURO PER IL 20% DI UN GIORNALE CON UN GIRO D’AFFARI DI 40 MILIONI DI EURO, MA CHE RISCHIA IL CRAC SENZA CONTRIBUTI PUBBLICI… L’80% RESTA DELLA FONDAZIONE SAN RAFFAELE

Il primo annuncio risale al dicembre scorso, giusto pochi giorni prima di Natale.
Maurizio Belpietro e Vittorio Feltri diventano editori, annunciarono i diretti interessati con tanto di conferenza stampa.
I gemelli del gol del giornalismo di destra tornano a lavorare insieme e si comprano il 20 per cento dell’Editoriale Libero, che pubblica l’omonimo quotidiano.
I dettagli dell’operazione rimasero però nel vago, a cominciare dal prezzo d’acquisto delle quote, il 10 per cento ciascuno, rilevate dai due giornalisti.
C’è voluto qualche mese, ma alla fine il contratto è stato depositato.
E così si scopre che Belpietro e Feltri se la sono cavata davvero con poco. Per diventare azionisti di Libero hanno sborsato ciascuno 11 mila euro.
Poca cosa davvero, almeno a prima vista.
Solo 22 mila euro in tutto per assicurarsi il 20 per cento di un giornale che dichiara una diffusione di oltre 100 mila copie e vanta un giro d’affari superiore a 40 milioni di euro.
Possibile?
Nel contratto siglato il 28 febbraio scorso e da pochi giorni disponibile nelle banche dati della Camera di commercio compare nel ruolo di venditore la Fondazione San Raffaele, che resta proprietaria dell’80 per cento.
A conti fatti, quindi, l’intera società  editoriale dovrebbe valere non più di 220 mila euro e le azioni sono passate di mano al valore nominale.
Nessuna transazione milionaria, quindi.
Libero vale quanto un bilocale nel centro di una grande città  e i due direttori-editori si sono ricavati giusto un paio di stanzette gentilmente messe a disposizione dal padrone di casa.
Già , ma chi è il proprietario di Libero?
A libro soci, come detto, compare come azionista di controllo la Fondazione San Raffaele.
Quest’ultima sarebbe un ente senza scopo di lucro “impegnata — si legge nei documenti ufficiali — nella ricerca e gestione sanitaria nonchè nella diffusione della cultura e dell’informazione”.
L’Editoriale Libero, controllata dalla Fondazione San Raffaele, si limita a pubblicare il giornale.
La testata, cioè in sostanza il marchio del gruppo, è invece di proprietà  della Finanziaria Tosinvest, di proprietà  della famiglia Angelucci, che lo cede in affitto all’editore.
Questo schema complicato non nasce per caso.
Secondo l’Autorità  garante delle comunicazioni (Agcom) la complessa struttura proprietaria è stata ideata apposta per consentire agli Angelucci di incassare, senza averne diritto, milioni di contributi pubblici per i loro giornali. Una lunga indagine dell’Agcom, conclusa a febbraio, è arrivata alla conclusione che il giornale diretto da Belpietro con Feltri direttore editoriale è controllato in realtà  da Antonio Angelucci, l’imprenditore della sanità  laziale, nonchè deputato del Pdl, a cui fa riferimento anche il Riformista.
L’Autorità  di controllo ha quindi condannato Angelucci a pagare una sanzione di 103 mila euro perchè servendosi di vari schermi societari ha cercato di nascondere il suo ruolo di editore di entrambi i giornali.
In questo modo sia Libero sia il Riformista negli anni scorsi hanno potuto accedere ai finanziamenti pubblici per l’editoria, che invece, in base alla legge, non possono andare a due testate collegate tra loro.
Risultato: quei soldi incassati senza averne diritto dovranno essere restituiti. In particolare, Libero dovrà  rinunciare a 12 milioni di contributi messi bilancio nel 2009 come crediti per contributi e ad almeno altri 6 milioni per il 2010.
Particolare importante: senza quei contributi i conti di Libero sono destinati a sprofondare travolti dalle perdite.
Nonostante i generosi aiuti di Stato, nel 2008 così come nel 2009 il bilancio si è chiuso praticamente in pareggio, con profitti di poche migliaia di euro.
Non si conoscono ancora i dati del 2010, ma è difficile che la situazione sia cambiata di molto.
Il ritorno di Feltri, fondatore e a lungo direttore di Libero prima di andarsene al Giornale, è stato interpretato come una sorta di ultima spiaggia per salvare una testata in declino.
Adesso però, se davvero si chiude il paracadute dei soldi pubblici, il quotidiano berlusconiano rischia davvero il crac.
A meno che gli Angelucci non si decidano a mettere mano al portafoglio per chiudere le falle del conto economico.
A questo punto, bilanci alla mano, forse è più facile spiegare il modico prezzo pagato dalla nuova coppia di vertice per comprarsi una fetta della società  editrice.
L’Editoriale Libero è una fabbrica di perdite, coperte fin qui solo grazie ai contributi pubblici.
E allora quei 22 mila euro versati dalla coppia Belpietro-Feltri sono una sorta di scommessa sul futuro del giornale.
Se il verdetto dell’Agcom fosse in qualche modo riformato allora nessun problema.
Se invece la sentenza dovesse diventare esecutiva, la società  sarà  costretta a batter cassa per molti milioni di euro.
A quel punto i due giornalisti editori dovranno decidere se fare la loro parte sborsando, questa volta, qualche milione, oppure sfilarsi dall’impresa.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA PATACCA DI “LIBERO” E LO SCOOP BUFALA SUL PRESUNTO ATTENTATO A FINI

Maggio 8th, 2011 Riccardo Fucile

LE RIVELAZIONI DELL’IMPRENDITORE DI ANDRIA CHE HA INVENTATO TUTTO: “VOLEVO DIMOSTRARE QUANTO SIA FACILE MONTARE UN CASO GIORNALISTICO”….E SU BELPIETRO, CHE NON HA VERIFICATO LA NOTIZIA, L’ACCUSA DI PROCURATO ALLARME

Emanuele Catino è un piccolo imprenditore di Andria, provincia triangolare — la famosa Barletta Andria Trani — a nord di Bari.
Fino al 13 dicembre 2010 la sua vita è fatta di edilizia, olive e vino.
Oltre a un’insana passione per la politica, con dichiarate simpatie berlusconiane.
In quei giorni di avvicinamento alle forche caudine della fiducia alla Camera, il bravo Catino vuole dare una mano a Silvio.
Legge preoccupato i titoli dei giornali: governo in bilico e caduta del premier ormai possibile. Tutta propaganda e inutili allarmismi, si convince, decidendo di dimostrare all’Italia intera quanto sia facile manovrare i media per raggiungere un certo obiettivo.
Ed ecco il piano: inventare una bufala colossale anti Berlusconi spacciandola a un giornale particolarmente reattivo.
La storia è da noir delle Murge, il destinatario un attento Maurizio Belpietro che ascolta prima al telefono e poi di persona la grande rivelazione: qualcuno sta organizzando un attentato contro Fini, da tenersi in caso di sfiducia alla Camera e prima delle — probabili — elezioni anticipate.
Scopo ultimo dell’azione: far ricadere la colpa (e l’onta) su Berlusconi assicurando a Fini & nuovi alleati il successo alle urne.
La storia piace a Belpietro, che però non la pubblica subito.
Il governo ottiene la fiducia, Catino pensa di aver fallito la missione, ma la sorpresa arriva il 27 dicembre quando Libero spara l’inghippo, associandolo a ‘strane notizie’ di frequentazioni di una maitresse modenese da parte del presidente della Camera.
Quanto al fattaccio pugliese, l’editoriale di Belpietro aggiunge dettagli mai forniti dallo stesso inventore della favola: “Non avevo detto che l’attentato sarebbe stato organizzato ad Andria — ha spiegato l’altra sera Catino ad Annozero —. Ero stupefatto, mi sembrava impossibile che il direttore avesse pubblicato tutto fidandosi solo delle mie parole. Perchè mi aveva chiesto un riscontro con la fonte, ma io gli avevo spiegato che la soffiata arrivava dalla moglie dell’attentatore, una mia amante. Che non avrebbe mai parlato”.
Ma Belpietro l’ha più risentito dopo la pubblicazione?
Risposta: “Certo, e mi sono inventato pure che questa donna era stata picchiata dal marito, che era successo un macello. E lui, anche lì, non ha battuto ciglio. Tanto che a me la storia cominciava a sembrare perfino vera”.
Un tocco di realismo ce l’hanno messo i procuratori di Bari, Milano e Trani, che si sono concentrati sull’episodio.
Bari, raccolto il fascicolo di Trani, ha deciso di archiviare, mentre a Milano, il pm Armando Spataro, ha chiesto una condanna per procurato allarme .
Forse anche l’Ordine dei Giornalisti vorrà  dire qualcosa sui doveri di verifica delle polpette avvelenate, mentre Catino spera di uscire indenne dalla sua fantastica avventura: “Volevo solo dimostrare quanto sia facile montare un caso giornalistico e ingenerare nell’opinione pubblica diffidenza, sconcerto e alle volte anche odio nei confronti di Berlusconi” ha spiegato il malcapitato.
Certo, per Belpietro, proprio un periodo sfortunato con gli attentatori d’accatto. Prima la guardia del corpo che organizza una finta sparatoria giusto davanti al portone di casa sua.
Poi l’amico sconosciuto di Silvio che si rivolge proprio a lui per smascherare i tragici limiti del Libero arbitrio giornalistico.
Un colpo che Belpietro ha subito rilanciato di sponda contro Fini: tiro da maestro, rimbalzo sul muso a parte.

Chiara Paolin
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LE AMMINISTRATIVE SLOGAN PER SLOGAN: DA MORATTI A PISAPIA AL DERBY INVERNIZZI

Maggio 2nd, 2011 Riccardo Fucile

LA FOLLE CORSA DEI CANDIDATI, DALLE GRANDI CITTA’ AI PICCOLI COMUNI: A TORINO TUTTI VOGLIONO CHIAMARSI COPPOLA, FASSINO ALLA EASTWOOD, LETIZIA CHE VOLEVA FARE LA BALLERINA, CENTENARIA IN LISTA IN FRIULI…TRASH AL POTERE NEI MANIFESTI ELETTORALI

Da una parte Moratti contro Pisapia, dall’altra il derby degli Invernizzi.
Milano e Morterone, testa e coda dei 1345 comuni italiani che andranno al voto il 15 e 16 maggio (a cui si aggiungono 11 province e a novembre una Regione, il Molise, dati Ancitel).
Se sulla corsa a Palazzo Marino si è detto tanto, la sfida per guidare i 38 cittadini del minuscolo centro in provincia di Lecco (il più piccolo d’Italia) ha senz’altro meno aspetti noti.
Comune da gennaio in amministrazione straordinaria, due aspiranti sindaco con lo stesso cognome: Invernizzi.
Antonella, (il primo cittadino sfiduciato) ci riprova a capo di “Vivere Morterone”.
L’avversario, Riccardo, le lancia la sfida con “Rinnoviamo Morterone” e un programma di 12 punti.
Due liste e 18 candidati (esclusi loro due): un passo indietro rispetto a cinque anni fa quando il numero degli aspiranti superò addirittura quello degli aventi diritto.
Se a Morterone la competizione è targata Invernizzi, a Torino (una delle sfide principali), non ce ne vogliano gli altri candidati, ma è Coppola a farla da padrone.
L’originale è il bel Michele (il candidato del centrodestra), assessore regionale alla Cultura, incoronato dal premier come quello che ci vuole per Torino, “una scopa nuova che scopi meglio”.
Ma sulla scheda i torinesi troveranno anche la “Lista Coppola per una Torino più rosa”, che appoggia il   candidato del Terzo Polo, Alberto Musy (provocando le ire di Pdl e Lega), e ancora l’aspirante sindaco Domenico Coppola (sei liste per lui, tra cui una che si chiama Forza Toro ma nessun sito ufficiale).
E dove non arriva l’anagrafe ci pensa la fantasia.
Solo la commissione elettorale ha stoppato la lista CoPoLa (Comitato Polo Latinoamerica), esclusa come le altre quattro a sostegno di Marco Di Nunzio, tra cui la lista “Bunga Bunga – Più pilo per tutti”.
Un cartello elettorale di cui fa parte anche “Forza Juve” e che sul suo sito dal nome esotico (www.intrigatropical.eu 1) annuncia ricorsi, facendo proselitismo senza andarci troppo per il sottile: “Vuoi candidarti e percepire uno stipendio? Clicca qui”.
Ben altra molla dovrà  aver spinto a cimentarsi nell’agone politico Marcella Beltrame, 100 anni appena compiuti, in corsa per la lista civica a sostegno di Silvano De Bortoli, nel comune di S. Quirino (Pordenone).
Si aspettava il via libera ufficiale dopo la presentazione delle liste. Candidatura ammessa e come riporta il sito della Regione Friuli, la signora, nata il 1° aprile 1911,   sarà  regolarmente ai nastri di partenza.
Il Trentino Alto Adige, invece, è l’unica regione dove non sono previste votazioni.
Succede così che programma presentato nel 2005 da Renzo Anderle, ex sindaco di Pergine Valsugana (Trento), possa tornare buono per la corsa di Emanuele Cassano (Pd), in lizza nel comune barese di Palo del Colle, a 17 Km da Bari.
Plagio autorizzato dall’autore (anche lui nell’area del centrosinistra) all’insegna della circolazione delle buone idee.
A patto di fare le dovute modifiche, tagliando in primis i riferimenti alle piste da sci. Viva il fair play.
Qualcosa di simile, ma senza avvisare l’autore, aveva provato a fare Gianni Lettieri nei suoi 72 punti programmatici “copiati” in parte dai 100 di Matteo Renzi.
Scoperto, si è difeso ammettendo di aver preso il buono anche da “De Luca, Tosi e Chiamparino”.
Mentre restando sempre a Napoli salta fuori in rete come “il Futuro è mo’” slogan del candidato Pd, Mario Morcone riecheggi in dialetto napoletano “Il Futuro è adesso” di Renata PolverinI.
Ancora nel capoluogo partenopeo, 48 consiglieri dell’ultima legislatura (l’80%) hanno scelto di ricandidarsi.
Se fossero tutti eletti (con il numero tagliato da 60 a 48), non si vedrebbe nessuna faccia nuova a palazzo S. Giacomo.
Neanche il cognome del leader tanto amato dai leghisti aiuta, invece, Massimo Bossi nella sua corsa a sindaco di Gallarate (Varese).
E’ arrivato il sostegno del Pdl, ma il Carroccio gli ha messo contro un suo candidato di punta, Giovanna Bianchi Clerici.
Colpa, dicono, di alcuni manifesti con la scritta “Vota Bossi” e il simbolo dell’odiata Lega Padana lombarda, che avrebbero mandato su tutte le furie il Senatùr.
Orgoglio indipendista ma in salsa sarda per Claudia Zuncheddu, già  “consigliera” regionale e tra i candidati per la poltrona di primo cittadino a Cagliari.
Nome noto, come spiega lei stessa sul suo blog, a livello nazionale e internazionale come pilota di rally.
Nel suo palmares Parigi-Dakar, Rally dei Faraoni, Parigi-Città  del Capo, Rally di Tunisia, Parigi-Pechino. Nel 1986, prima donna di sempre ad entrare nelle selezioni del durissimo Camel Trophy.
Questo per i meno noti.
Ma anche i big si attrezzano per fare breccia nell’immaginario degli elettori. Piero Fassino per la sua corsa rispolvera uno degli ultimi Clint Easwood e battezza la Gran Torino.
E sul sito ufficiale salta fuori una locandina con l’ex segretario dei Ds in versione Walt Kowalski.
Si provano anche a demistificare alcuni luoghi comuni: “Contrariamente da quanto si possa supporre dal mio fisico”, scrive il candidato del centrosinistra, “mi piace mangiare e bere bene”.
Si abbandona alle confidenze anche la donna di ferro dell’amministrazione milanese, Letizia Moratti.
Tra la grana Lassini e il mantra alla “Ok il prezzo è giusto” delle 100 cose già  fatte e le 100 da fare, c’è tempo anche per guardarsi indietro: “Da bambina sognavo di fare la ballerina alla Scala o l’architetto, ma la vita mi ha riservato altro”.
E nella casa di vetro del “mondo di Letizia” salta fuori una Moratti in versione Karen Blixen/Meryl Streep in “La mia Africa”, con una citazione, quasi obbligata, tra le canzoni del cuore per Ornella Vanoni.
Proprio la cantante milanese, infatti, inaugura la breve carrellata dei nomi noti in corsa in questa tornata.
Nel capoluogo lombardo, trova posto come aspirante consigliere assieme all’ex nazionale di rugby, Marcello Cutitta nella lista “Milano al Centro”. Conferma per Carmine Abagnale nel listino Pdl.
In lizza anche Gianni Rivera e Marco Predolin nella lista “Librandi per Milano”. Non si trova traccia, almeno in rete, dell’annunciata candidatura in Veneto di Debora Caprioglio, nelle fila dell’Alleanza di Centro di Pionati.
Altro derby sportivo a Siena, dove l’ex pilota Alessandro Nannini corre come aspirante sindaco per il centrodestra.
Tra i suoi sfidanti per il Terzo Polo, Gabriele Corradi, papà  del calciatore dell’Udinese Bernardo.
Assessorato annunciato a Napoli per Fabio Cannavaro.
Parola del candidato del centrodestra, Gianni Lettieri, che molto ammicca al calcio e agli azzurri di Mazzarri nella campagna “Far vincere Napoli”.
“Solo uno spot”, ha replicato il candidato Idv, Luigi De Magistris: “noi preferiamo Cavani e Lavezzi che rappresentano il futuro”.
Diecimila euro contro venti milioni (stando alle ultime cifre accreditate).
E’ la distanza che separa la campagna low cost della stella ventenne dei grillini, Mattia Calise, da quella di Letizia Moratti (che si era fermata a 6 cinque anni fa).
Fatica ad arrivare a 1 milione il candidato del centrosinistra Giuliano Pisapia. Più equilibrata la volata bolognese, dove Virgilio Merola mette in preventivo 160 mila euro (a cui andrà  sommato il conto del Pd), contro i 140mila di Daniele Corticelli, candidato civico di Bologna Capitale, i 100 mila del leghista Manes Bernardini, appaiato a Stefano Aldrovandi del Terzo Polo.
Dove non arrivano le risorse finanziarie possono, però, i social network.
Chi sarà  il più bravo sul web?
Ecco una classifica in tempo reale 4 dei candidati su Twitter, che tiene conto di tweets pubblicati, presenza, followers e rapporto friends/followers). I risultati: sul podio salgono Luigi De Magistris, Virginio Merola e Manes Bernardini.
Rimandati, almeno per il momento, Guido Baldrati (Fli per la provincia di Ravenna), Franco Ceccuzzi (Pd per Siena) e Claudio (Pd per Pordenone).
E per i più nostalgici restano i tradizionali manifesti elettorali.
Tre citazioni per le trovate più audaci di questa   tornata.
A Milano non fa difetto il celodurismo all’aspirante consigliere della Lega Nord Massimiliano Bastoni, che si fa ritrarre sorridente accanto alla carta napoletana da cui nasce il suo slogan: “Cala l’asso… Vota bastoni”.
Non teme di sfigurare, nonostante i 63 anni appena compiuti, Alberto Astolfi detto Bertino, in canottiera e costume come ogni bagnino che si rispetti della riviera romagnola.
Sguardo fiero verso l’orizzonte e mare Adriatico sullo sfondo, lo slogan dell’aspirante consigliere comunale di Rimini è “Senza se, senza ma, ho sempre remato per la mia città “.
Chiude il tris Gianluigi Marra detto Giangi in corsa come sindaco per la lista Azzurri Italiani a Torino: “Scopiamo?… via la vecchia politica”, si chiede sorridente con tanto di ramazza tricolore.
Due idee dal suo programma: trasformare i campi nomadi in campeggi per turisti e usare le guardie giurate per pattugliare il territorio.
Con queste premesse qualcuno potrebbe invidiare gli elettori di Gubbio: loro votano una settimana più tardi.
Tutto rimandato per la corsa dei ceri.

Pasquale Notargiacomo
(da “La Repubblica“)

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STURMTRUPPEN AL “SECOLO D’ITALIA”: LA “NORMALIZZAZIONE” PIDIELLINA DELLO STORICO GIORNALE DELLA DESTRA

Aprile 10th, 2011 Riccardo Fucile

FOGLI D’ORDINE CHE VANNO CONTROFIRMATI E VELINE DI REGIME NELLA REDAZIONE DEL GIORNALE DIVENTATO DELLA “GNAZIO EDITORE”… SCHEDATI I VISITATORI PER ORDINE LARUSSIANO, MA UN NUOVO DIRETTORE NON RIESCONO A TROVARLO… LA LETTERA DI FLAVIA PERINA

Caro direttore, le scrivo perchè le performance dei Galeazzo Musolesi della ex An credo meritino una pubblica riflessione sulla evoluzione della cultura politica della destra italiana (quella rimasta fedele al Cavaliere).                                                                         Da sedici anni gli “ex impresentabili” rivendicano orgogliosi la svolta del ’94, quando i lavacri di Fiuggi e lo sdoganamento da parte di Silvio Berlusconi li avrebbero finalmente mostrati al Paese nella giusta luce: una comunità  di patrioti, democratici da sempre nonostante   lo stereotipo violento cucitogli addosso, con una storia controversa ma perbene, sopravvissuta alla temperie del Novecento grazie a dirittura morale, coraggio, assoluta lealtà  reciproca.
La favola si è infranta nello spettacolo visto alla Camera nell’ultima settimana, quando sono stati proprio loro, gli “sdoganati”, Ignazio La Russa e Massimo Corsaro, a mostrare che sotto gli abiti di sartoria quel mondo è rimasto lì, alla vecchia San Babila, tra il mito ridicolo ma vagamente inquietante del santo manganello e lo scaciato populismo in camicia nera dei loro anni ’70.
Ma c’è una piccola storia, la storia del mio “ex giornale”, il Secolo d’Italia, che illumina la verità  meglio delle intemperanze in diretta tv cui tutta l’Italia ha assistito.
Dunque, da dieci giorni sono stata cacciata.
E di questo si è già  parlato abbastanza.
Nulla si è detto invece delle modalità  con cui la “’Gnazio editore”, come l’ha chiamata Stefano Di Michele, assieme alle sue brigate d’assalto sta governando il giornale dopo esserselo preso con un blitz amministrativo.
Le disposizioni arrivano per iscritto, con fogli d’ordine recapitati da segretarie o fattorini.
Bisogna controfirmarle, per fornire la prova che siano state ricevute e recepite.
Il primo e principale dei dispacci ha fissato la regolamentazione degli accessi in redazione: conoscenti, parenti, collaboratori, colleghi, devono identificarsi all’entrata.
Il loro nome viene trascritto su un apposito registro.
L’ingresso deve essere autorizzato dal direttore responsabile Luciano Lanna (che ovviamente si è rifiutato di svolgere mansioni da questurino) oppure dall’Amministrazione, entità  evocata con la maiuscola come le mitiche Istanze Superiori degli anni delle Br o il Grande Fratello di orwelliana memoria.
La schedatura degli ospiti viene quotidianamente trasmessa alla medesima Amministrazione.
Non solo: il consiglio di amministrazione insediato con la scusa di una “gestione più pluralista”, fin dalla prima settimana ha delegato ogni suo ruolo e compito a una persona che neanche ne fa parte, il signor Giordano, fedelissimo di Ignazio La Russa e per suo conto tra i Garanti della Fondazione ex-An.
Un uomo solo al comando della normalizzazione…
Quella che era una libera comunità  di giornalisti, intellettuali, amici, gente della cultura o della politica — come può testimoniare il collega Luca Telese, tante volte ospite da noi durante la chiusura delle pagine — è diventata una versione sfigata della Fortezza Bastiani.
Il “nemico” dietro le colline sono, immagino, i Tartari finiani di cui si deve esorcizzare l’invisibile ma incombente presenza per spianare la strada a un’altra creatura fantastica: il Nuovo Direttore.
Non l’hanno   ancora trovato.
E non me ne sorprendo: anche la vecchia becerodestra aveva lo stesso problema, tantochè nella cinquantennale storia del giornale si contano solo due “esterni”   approdati alla guida dell’organo di partito, Alberto Giovannini (formidabile ma a fine carriera, arrivò nel 1982 e morì nel 1984) e Giano Accame (assunto in una breve parentesi di rinnovamento).
L’elenco dei giornalisti contattati e lusingati per prendere il mio posto è lunghissimo: Torriero, Dell’Orefice, Giuli (Antonella), Paradisi,   un paio di nomi del Giornale, De Angelis, Malgieri, Buttafuoco.
Tutti hanno detto no, perchè un conto è essere amici dei sanbabilini e un conto è consegnare la propria immagine professionale a gente che — per restare nella metafora della celebre piazza milanese — passa la giornata davanti al bar a insultare i passanti e a mostrare i bicipiti sotto le magliette griffate.
E allora, la vicenda del Secolo spiega bene il punto.
C’è una destra impresentabile che non è cambiata mai.
È passata obtorto collo sotto le forche caudine di Fiuggi, si è acconciata a raccontarsi democratica e civile per esigenze di mercato, ha cambiato barbiere e sarto, ma non si è mai culturalmente evoluta e dopo la cacciata di Gianfranco
Fini è tornata a essere se stessa probabilmente con un sospiro di sollievo.
Non deve più fingere di seguire il leader che ha imposto Fiuggi e l’adesione ai valori del popolarismo europeo, non deve più nemmeno preoccuparsi di sembrare “normale”, ma può riconciliarsi con la sua natura peggiore sotto lo sguardo benevolo di Silvio Berlusconi che ha bisogno esattamente di questo: qualcuno che presidi la nicchia elettorale della retorica postmissina, il ciarpame dell’anticomunismo fuori tempo massimo, i “miti della razza e degli odi di partito”, come cantava Guccini negli anni ’80.
Scrisse una volta Pietrangelo Buttafuoco che “se non ci fosse stato Berlusconi la destra sarebbe diventata oscena, una di quelle pagliaccesche parodie come se ne possono trovare nel mondo: xenofobia, isteria sociale, razzismo, islamofobia”. Oggi scopriamo che la verità  è l’esatto opposto.
Sotto la guida del Cavaliere, un re Mida all’incontrario, gli ex colonnelli “escono al naturale”, quasi che si volessero definitivamente adeguare allo stereotipo descritto da un loro amico politico, Camillo Langone, sul Foglio di qualche mese fa: “Una genia di umanoidi”,“protagonisti dei limacciosi anni di piombo”, “rottami della storia”, “color nero di seppia, o fogna”.
“Solo Berlusconi, umanamente troppo buono e politicamente troppo smanioso di vincere, poteva farsi carico di voialtri”, concludeva Langone.
Col senno di oggi, direi che ci aveva visto lungo.
E l’unico, vero, dispiacere è per quel giornale, per il “mio” Secolo (ne   sono ancora socia per l’un per cento), con il quale abbiamo appassionatamente cercato di mettere in luce “l’altra faccia” della destra, finito in balia di queste sgangherate Sturmtruppen che pensano di governare le idee con i Telegrammen del Kolonnellen.

Flavia Perina
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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CASO RUBY: BERLUSCONI CONTUMACE, UDIENZA LAMPO, AGGIORNAMENTO AL 31 MAGGIO

Aprile 6th, 2011 Riccardo Fucile

IL PREMIER ASSENTE “PER IMPEGNI ISTITUZIONALI”, RUBY NON SI COSTITUIRA’ PARTE CIVILE…FOLLA DI GIORNALISTI ARRIVATI DA TUTTO IL MONDO…NESSUN ABUSO NELLE INTERCETTAZIONI

Si è aperto ed è stato subito aggiornato al prossimo 31 maggio come ampiamente previsto il processo a Milano sul caso Ruby a carico del premier. Silvio Berlusconi, assente, è stato dichiarato contumace dai giudici della quarta sezione penale.
Il presidente del Consiglio, tramite il suo collegio difensivo, ha fatto avere alla corte una lettera nella quale spiega di non poter essere presente in aula per impegni istituzionali, ma consentendo comunque lo svolgimento dell’udienza. “Fermo restando che è mia intenzione partecipare alle udienze – scrive Berlusconi – consento espressamente, nel caso di specie, trattandosi di prima udienza di smistamento, che si proceda in mia assenza, ancorchè impedito, come da certificazione allegata, essendo impegnato per ragioni istituzionali che non mi consentono in alcun modo di essere presente”.
Come è noto Berlusconi è accusato di avere avuto rapporti sessuali con Ruby quando la giovane era ancora minorenne, tra il febbraio e il maggio 2010, e di aver fatto pressioni sulla questura di Milano per rilasciare la giovane marocchina nella notte tra il 27 e il 28 maggio dell’anno scorso e per farla affidare alla consigliera regionale Nicole Minetti.
Malgrado sia durata neppure cinque minuti, dall’udienza è emersa comunque una notizia importante.
L’avvocato Paola Boccardi, legale di Karima el Maroug, in arte Ruby, ha annunciato infatti che la sua assistita non si costituirà  parte civile nel processo dove è considerata parte offesa rispetto al reato di prostituzione minorile.
“Abbiamo deciso di non costituirci parte civile nel processo contro il presidente Berlusconi – ha chiarito la Boccardi – perchè questo significherebbe ammettere che Ruby andava ad Arcore a prostituirsi”.
Il legale, spiegando di aver sconsigliato a Ruby di essere presente in aula, ha poi aggiunto: “Non ha ritenuto giusto costituirsi parte civile perchè ritiene di non aver subito alcun danno per essere andata qualche volta ad Arcore nè per aver frequentato il premier”.
Come darle torto: visti i versamenti di centinaia di migliaia di euro che il premier ha fatto a Ruby e la richiesta di 5 milioni di euro che è emersa da una intercettazione telefonica per “fare la pazza” ci mancherebbe che la marocchina si costituisse pure parte civile…
La notizia è stata accolta naturalmente con soddisfazione dalla difesa di Berlusconi. “Oggi l’elemento significativo dell’udienza è che nessuna persona, si è costituita parte civile”, ha commentato l’avvocato Giorgio Perroni, legale del premier “.
Questa mattina, già  a oltre un’ora dall’apertura del processo, l’aula era gremita di giornalisti arrivati a Milano da tutti i continenti.
Secondo una procedura studiata per l’occasione, a partire dalle 7.40, ciascun cronista è stato identificato e dopo una mezz’ora è stato concesso l’ingresso in tribunale solo su chiamata nominale.
Alle televisioni non è stato consentito però di essere presenti con le loro telecamere.
Per il momento i network internazionali si sono dovuti accontentare di presidiare il piazzale davanti il tribunale, dove centinaia di troupe sono schierate dall’alba.
La vigilia del processo è stata segnata dalle proteste della difesa di Berlusconi per le tre intercettazioni raccontate ieri dal Corriere della sera, in cui a parlare è il presidente del Consiglio.
Non dovevano essere trascritte e non dovevano finire negli atti depositati dalla procura di Milano secondo gli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo. La procura replica spiegando quali sono state le scelte della pubblica accusa, fin dall’inizio dell’indagine.
1) non utilizzare nel processo le telefonate con la voce di Berlusconi. Conversazioni legittimamente acquisite, perchè a essere intercettato non era il premier, ma altri che parlavano con lui.
Le si potrebbe utilizzare, ma soltanto dopo aver chiesto l’autorizzazione al Parlamento.
La procura ha però deciso di non farlo, escludendo dal processo le telefonate del presidente del Consiglio anche per una sorta di garbo istituzionale.
Per questo le sue intercettazioni non sono indicate tra gli elementi di prova mandati al gip per ottenere il giudizio immediato.
2) le telefonate, anche quelle con la voce di Berlusconi, possono essere utilizzate a carico di altri indagati, per esempio Nicole Minetti, Lele Mora ed Emilio Fede.
Lo saranno? La procura si riserva di decidere più avanti.
3)   perchè, se non saranno utilizzate, le intercettazioni con la voce di Silvio sono state depositate ai difensori?
Perchè è un obbligo della procura farlo.
I magistrati che indagano non possono nascondere nessuno degli atti d’indagine, non possono far sparire qualcosa sotto il tappeto.
Così ai difensori di Berlusconi sono stati consegnati non soltanto il brogliaccio delle tre intercettazioni in questione (con Nicole Minetti, con Raissa Skorkina, con Marysthelle Garcia Polanco), ma anche un cd audio con decine di telefonate del presidente del Consiglio.
La procura ha deciso di non utilizzarle nel processo, dunque sono destinate a rimanere segrete e a essere distrutte, però la difesa ha il diritto di averle, tutte, anche perchè potrebbe avere interesse a usarne qualcuna come elemento a discolpa dell’imputato
Ma allora, perchè quelle tre telefonate del presidente del Consiglio (e altre ancora) sono state trascritte?
La procura risponde spiegando che non è stata fatta alcuna “trascrizione”, che è un’operazione realizzata dai periti, in accordo con le parti.
Quello che è stato consegnato a Ghedini e Longo (ed è finito sul Corriere) è soltanto il brogliaccio delle intercettazioni, cioè il primo resoconto dei colloqui – in forma riassuntiva o in forma di dialogo – che viene redatto dalla polizia giudiziaria che sta eseguendo le intercettazioni e che è necessario per districarsi nel mare delle telefonate, anche per decidere quali sono da distruggere.
E’ curioso comunque che, dopo la pubblicazione delle tre intercettazioni, la discussione e la polemica si siano incentrate solo sulla forma – certo essenziale nelle questioni giuridiche – senza però alcuna attenzione alla sostanza.

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