DOPO ORBAN, QUANTO CI VORRA’ PER LIBERARCI DI PUTIN? SCRICCHIOLA IL SISTEMA DI POTERE DI “MAD VLAD” CHE RESTA, DOPO 16 ANNI, SENZA IL SUO GRANDE SABOTATORE ALL’INTERNO DELL’UE
IN RUSSIA SI NOTANO SINTOMI DI SCLEROSI: LOTTE INTESTINE AI VERTICI DELLO STATO, INSOFFERENZA FRA LE ÉLITE DI MOSCA, DISILLUSIONE E IMPOPOLARITÀ CRESCENTE NELL’OPINIONE PUBBLICA PER IL CLIMA DI GUERRA (I SONDAGGI DICONO CHE I RUSSI SONO STANCHI DEL CONFLITTO UN UCRAINA), PER LA RECESSIONE E ORA ANCHE PER LA NEGAZIONE DI INTERNET (SEGNALE DI UNA PARANOIA CRESCENTE NEL REGIME)
Dal 13 aprile per la prima volta da sedici anni, ma soprattutto dall’aggressione
all’Ucraina del 2022, Vladimir Putin rimane senza il suo grande sabotatore: il suo cavallo di Troia, la spina nel fianco che in Europa ha bloccato o frenato ogni singola azione per contrastare la Russia. Viktor Orbán, per ora, esce di scena.Ma questa settimana l’uomo che il vecchio leader ungherese chiamava il suo «leone», paragonando se stesso al «topolino» che lo aiuta come nella favola di Esopo, avrà altro a cui pensare.
Tra pochi giorni in Russia scatta ufficialmente la guerra alle VPN (“Virtual Private Network”), i servizi che creano connessioni nascoste degli utenti con siti o piattaforme proibite come YouTube, WhatsApp o Telegram
Ci sarà poi da far applicare il divieto totale di Telegram, scattato appena tre giorni fa. Un passaggio delicato anche per un autocrate. Bloccare le VPN significa andare contro 65 milioni di russi, proibire Telegram significa colpirne oltre 50 milioni. «Non è più una guerra agli oppositori liberali», dice lo scrittore moscovita Andrei Kolesnikov, dichiarato da tempo «agente straniero». Per Kolesnikov, «questa è una guerra alla società nel suo complesso». È soprattutto una violazione del patto non scritto che Putin ha stretto con i russi, o almeno con i ceti prosperi delle grandi
città: lasciatemi tutto il potere, e vivrete indisturbati una vita che sembra moderna. Oggi quell’accordo è in frantumi
Per la prima volta in Russia si notano a occhio nudo sintomi di sclerosi in un sistema che si incrina: lotte intestine ai vertici dello Stato, insofferenza fra le élite di Mosca cresciute dopo il 1991 per le assurdità orwelliane del potere, disillusione e impopolarità crescente nell’opinione pubblica per il clima plumbeo di guerra, stagflazione e ora anche per la negazione di Internet che ormai sta diventando cifra del putinismo. Vediamo
Prima, però, un’avvertenza: quanto leggerete qui sotto non è una previsione che Putin cadrà per forza in un futuro più o meno prossimo, né l’annuncio di una fine imminente della guerra in Ucraina. Il dittatore può andare avanti chissà per quanto, asserragliato nel suo palazzo, coperto dai suoi scherani, impantanato nella sua guerra: incapace di andare avanti, tornare indietro o cambiare strada, privo di una strategia che non sia bruciare un numero immane di vite e centinaia di miliardi di dollari per conquiste sempre più irrisorie in una landa devastata nel Donbass.
In febbraio per la prima volta dal 2023 l’Ucraina ha riconquistato più territori di quanti ne abbia persi, in marzo l’avanzata dell’esercito di Mosca è rallentata a un terzo del ritmo già minimo di un anno fa. Intanto gennaio e febbraio in Russia sono stati mesi di recessione: secondo i dati ufficiali del ministero dello Sviluppo economico l’economia si è ristretta dell’1,8% rispetto agli stessi mesi di un anno fa, mentre l’inflazione corre.
È in questo quadro che il potere a Mosca sta prendendo decisioni fra le più cervellotiche e in apparenza immotivate degli ultimi anni. Certo non ne viene data spiegazione, né quanto alle ragioni né ai responsabili ultimi delle scelte. In marzo per la prima volta la rete mobile di Internet è stata spenta su tutta Mosca, una megalopoli altamente digitale di 14 milioni di abitanti, per una ventina di giorni.
Le autorità hanno cercato di ovviare alla paralisi – non era più possibile prenotare taxi, pagare nei negozi, usare i bagni pubblici – emanando un elenco di 120 siti autorizzati: alcune banche, la piattaforma ufficiale di messaggistica Max, alcune reti di trasposto pubblico. Ma qui è emersa l’altra stranezza, quando il sito di news (in esilio) The Bell ha scoperto che la «lista bianca» di indirizzi digitali autorizzati
era stata fornita al Ministero per lo sviluppo digitale dal Servizio «Scienza e tecnologia» dell’FSB, il servizio segreto erede del KGB, con il cenno che «veniva dall’alto».
Sulle ragioni del blocco, vere o presunte, le autorità sono rimaste abbottonate come mai prima. Dmitry Peskov, il portavoce del Cremlino, si è limitato a parlare di «ragioni di sicurezza». Senza conferma sono rimaste le voci secondo cui Putin sia rimasto terrorizzato da come Israele abbia trovato e ucciso la Guida suprema Ali Khamenei, attaccando il suo cellulare attraverso la rete mobile di Teheran. Ma non è stato quello l’unico segno di una paranoia crescente nel regime. Altri se ne stanno accumulando.
Non solo da venerdì scorso qualunque accesso alla piattaforma social e di messaggistica Telegram è del tutto proibito; ora c’è anche la guerra dichiarata alle VPN, le chiavi che permettono di aggirare i blocchi nazionali di Internet dando accesso ai siti americani o europei.
Qui Forbes Russia ha fatto una scoperta, in fondo, ovvia: l’ordine di reprimere l’uso di servizi per aggirare i blocchi di Internet verrebbe da un «decreto presidenziale classificato», cioè da un ordine segreto di Putin in persona. A fine marzo il ministro per lo Sviluppo digitale Maksut Shadayev ha convocato i grandi operatori di telecom della Russia e ha impartito loro le istruzioni: su chi ha l’aria di usare una VPN, a giudicare dal suo traffico, dev’essere imposta una tassa e un limite di accesso al web.
L’élite disapprova
Non importa che qualcosa del genere sia tecnicamente complicato. Questo è solo un passo in più di una tendenza in corso. Nell’ultimo anno il 77% dei residenti in Russia sono stati coinvolti da qualche blocco della rete. Ma stavolta accade qualcosa di nuovo: persino le élite di Mosca, uomini e donne interni al sistema, iniziano a far sapere che non capiscono.
Nella Russia di oggi, Putin è un reperto antropologico formatosi nel Kgb tre generazioni fa. Così analogico che, quando cadde il Muro di Berlino, passò ore a bruciare scartoffie del servizio segreto in una stufa della centrale di Dresda finché quella esplose. Così dominato da vecchie ossessioni da aver detto una volta chb secondo, lui Internet è «un progetto della Cia» che «si sviluppa come tale» ancora oggi.
Intanto la Russia è andata avanti, anche quella putiniana. Le critiche sono arrivate, prima di tutto, dai suoi alleati. Il governatore della regione di Belgorod Vyacheslav Gladkov ha ricordato che Telegram è un’«infrastruttura critica di sopravvivenzaa nella sua regione ai confini dell’Ucraina, perché serve a coordinare gli allarmi sui droni.
Deputati della Duma come Yevgeny Popov, Vitaly Milonov o Nikolay Nivichkov si sono lamentati perché non riescono più a comunicare facilmente con i loro elettori (già, ma quali parlamentari lo fanno in Italia?). La governatrice della Banca di Russia Elvira Nabiullina ha poi notato che mettere alcune banche e non altre nella «lista bianca» di Internet distorce la concorrenza (già, ma quanto ci preoccupiamo di violazioni antitrust in Italia?). E un ipernazionalista come Sergei Mironov ha definito semplicemente «idioti» i funzionari che bloccano Telegram.
Il calo dei sondaggi
E questi sono gli alleati del dittatore. Pensate gli altri. L’intero settore del digitale, da anni una forza notevole della Russia, è completamente spiazzato e si sente tradito. E un sondaggio del mese scorso di Levada e del “Laboratorio del Futuro” della Novaya Gazeta (altro giornale indipendente in esilio) mette a nudo che la collera e la spossatezza sono ovunque nel Paese.
Il 52% dei russi si dichiara «stufo di tutto questo» (la guerra, l’inflazione, l’economia ferma, la privazione di Internet), il 73% si dice stanco del conflitto e solo il 9% se ne dichiara entusiasta.
Persino fra quelli convinti che la Russia stia andando «nella direzione giusta» e che Putin stia lavorando bene, i due terzi sono «stanchi» della guerra. Pavel Durov, il capo e fondatore di Telegram (in esilio da anni) parla ormai da leader dell’opposizione. Nei suoi post ricorda i più di 50 milioni di russi che usano VPN, i 65 milioni su Telegram e invita alla «resistenza digitale».
Il ruolo dell’FSB
Ho chiesto a Mikhail Khodorkovsky, l’oppositore incarcerato da Putin per dieci anni, cosa sta succedendo. «È vero – mi ha detto – di recente c’è stata una serie di
decisioni non convenzionali. Credo sia un effetto dell’influenza crescente dell’FSB (il servizio segreto, ndr) sull’amministrazione presidenziale».
Khodorkovsky mi ha ricordato un caso che rivela come sia brutale ormai la lotta degli uomini attorno a Putin: negli ultimi mesi i servizi segreti hanno fatto incarcerare una serie di uomini di Sergei Kiriyenko, vicecapo di gabinetto di Putin, responsabile delle politiche interne e gestore dei territori ucraini occupati.
Nel suo libro The Closing of the Russian Mind. How Putin’s Ideology Took the Nation Hostage” (Polity Press, 2026), lo scrittore Andrei Kolesnikov ricorda il patto che il dittatore ha offerto all’uomo medio russo in questi 26 anni. È – scrive – «un’abdicazione della responsabilità individuale: lo Stato mi insegna a pensare e in cambio di ‘cibo’ non chiederò che il governo cambi e divenga trasparente».
Il dittatore oggi è in un vicolo cieco, ci si è cacciato da solo. Intanto gli uomini brutali e famelici attorno a sé si aggrediscono a vicenda e soffocano il Paese, nervosi per la redistribuzione del potere (interna al sistema) in vista delle elezioni per la Duma a settembre.
Alexandra Prokopenko, un’ex alta funzionaria della Banca di Russia ricercata per ragioni politiche e in esilio dal 2022, sta per pubblicare un libro su come le élite più moderne di Mosca si sono adattate alla realtà della guerra (From Sovereigns to Servants: How the War Against Ukraine Reshaped Russia’s Elite, Hurst 2026). Pensa che per ora Putin terrà, ma la rigidità sempre più estrema del sistema rende difficile ogni adattamento senza che si aprano nuove crepe
«Quel che sta accadendo non è ancora abbastanza per un’azione collettiva» contro il regime, nota Prokopenko. «Ma la goccia scava la roccia». Potrebbe doverla scavare fino alla morte dell’attuale sovrano, o magari qualche tempo di meno. Dopotutto anche quarant’anni fa nessuno vide arrivare il collasso dell’Unione sovietica. E nessuno, dopo, si sarebbe mai sognato che il nuovo potere sarebbe stato pericoloso come quello di Putin.
(da Il Corriere della Sera)
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