Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
PER SALVINI UNO SGAMBETTO DALLA RAGIONIERA DARIA PERROTTA, FEDELISSIMA DI GIORGETTI
Il decreto Infrastrutture dovrà tornare in cdm dopo le correzioni della Ragioneria Generale dello Stato. Lo si apprende da fonti di governo. Il dl aveva avuto il via libera dal Consiglio dei ministri lo scorso 5 febbraio e quindi “definito ulteriormente l’iter approvativo del Ponte sullo Stretto in conformità ai rilievi della Corte dei Conti”, aveva spiegato il Mit.
Non un euro in più a carico del bilancio dello Stato per far ripartire il progetto del ponte sullo Stretto. Paga il ministero delle Infrastrutture guidato da Matteo Salvini. Con i soldi che ha già a disposizione.
A più di un mese dall’approvazione del Consiglio dei ministri (era il 5 febbraio), il decreto infrastrutture messo a punto dal Mit cambia ancora (prima dell’ok erano arrivati i rilievi del Colle sui paletti ai controlli della Corte dei conti). Le correzioni arrivano adesso dalla Ragioneria, dove il testo è rimasto fino ad ora sotto osservazione. Per sbloccarlo – spiegano fonti di governo – sarà necessario un nuovo passaggio del decreto in Cdm.
Il riferimento dei costi zero per lo Stato è a tutte le procedure che il Mit deve attivare per arrivare a sottoporre alla Corte dei conti la nuova delibera Cipess che serve per far partire i lavori del Ponte.
Non solo. La stessa indicazione della Ragioneria viene recepita dai tecnici del Mit in un altro articolo del decreto. Articolo 4: l’amministratore delegato di Rfi, Aldo Isi, è nominato super commissario per le opere ferroviarie che sono sottoposte a sorveglianza.
Ma sarà anche commissario straordinario di altre due opere (il collegamento ferroviario tra l’aeroporto di Verona e il lago di Garda, e il nuovo ponte tra Paderno d’Adda e Calusco d’Adda in Lombardia). Anche in questo caso non si potranno caricare nuovi costi sulle casse pubbliche. Vale anche per i rimborsi spese del commissario e degli eventuali sub-commissari che deciderà di nominare: in questo caso, infatti, il conto andrà sul bilancio di Rfi.
Altri compiti (e altri costi) per il Mit. L’ultima versione del decreto fissa paletti alla norma che designa l’amministratore delegato di Anas, Claudio Andrea Gemme, super commissario per le strade gestite dalla società controllata al 100% da Fs.
Spetterà al dicastero di Salvini, infatti, approvare un decreto ministeriale per indicare i cronoprogrammi procedurali e finanziari degli interventi. Il testo dovrà contenere l’indicazione delle risorse a disposizione per i lavori e i criteri di revoca in caso di mancato rispetto dei termini previsti per la chiusura dei cantieri.
Nella nuova versione del testo spunta anche una norma sul Mose. Il sistema di paratoie mobili – si legge nel testo – “è acquisito al patrimonio indisponibile dello Stato per la consegna in uso governativo” all’Autorità per la laguna di Venezia.
“Non sono previsti extracosti per il ponte sullo Stretto di Messina”, commenta l’amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci. “A parità di investimento complessivo di 13,5 miliardi di euro, con il ‘decreto infrastrutture’ sono stati modulati gli importi di ciascun anno di lavori per tener conto dello slittamento dei tempi conseguente le note delibere della Corte dei conti”.
(da agenzie)
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Marzo 10th, 2026 Riccardo Fucile
L’INDICE DEI PREZZI SALIREBBE NEL SUO COMPLESSO OLTRE IL 3% – IL MOTIVO È STRUTTURALE: L’ITALIA È UNA DELLE ECONOMIE PIÙ ESPOSTE ALLE IMPORTAZIONI ENERGETICHE, IN PARTICOLARE DI GAS
Intervenire subito, per evitare che la storia si ripeta. Perché le quotazioni del petrolio si avviano
verso i picchi del 2022 e il rischio che i rincari si diffondano sugli altri beni di consumo, come accadde ai tempi dell’invasione russa dell’Ucraina, aumenta di giorno in giorno.
Almeno a detta del ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti
Come ha ricordato lui stesso nel suo discorso all’Eurogruppo, «per l’Europa non ci sono le condizioni d’emergenza, invece per noi dovrebbe valutare l’adozione di misure straordinarie».
Proprio come allora. Il motivo è semplice: l’Italia consuma più energia di quanta ne produce e per soddisfare i suoi bisogni si rifornisce da un parterre diversificato di fornitori.
Ma questa sua «dipendenza», unita al carattere manifatturiero (ed energivoro) della sua economia, possono tradursi in un mix pericoloso quando gli equilibri geopolitici traballano.
L’instabilità energetica, è la tesi del ministro, non solo «altera la competitività delle nostre aziende», ma distrugge anche «il potere acquisto delle famiglie» e, di riflesso, «mette a rischio la nostra sicurezza energetica».
Il timore è di una nuova fiammata dell’inflazione. Negli ultimi giorni il mercato ha fiutato le possibili ripercussioni sull’economia e ha iniziato a prevedere ben due rialzi dei tassi di interesse da parte della Banca centrale europea. Opzione che il numero uno del Mef ha già criticato, ritenendo che «sarebbe grave pensare che la soluzione» ai rincari «possa passare per una stretta monetaria».
A Roma, intanto, il governo pensa a correre ai ripari. Ieri al ministero delle Imprese e del Made in Italy si è riunita la cabina di regia della Commissione di allerta rapida, presieduta dal ministro Adolfo Urso.
Intanto i prezzi alla pompa salgono e la premier Giorgia Meloni non vuole perdere tempo. L’ipotesi più accreditata è quella di rivedere il meccanismo delle accise mobili prevista da una legge del 2023 che però, così come è scritta, non consente di intervenire su rincari repentini, ma di ridurre le accise solo quando i prezzi medi degli ultimi due mesi mostrano uno scostamento rispetto alla media dell’anno precedente.
L’idea c’è, ma il testo ancora manca. Per questa mattina è prevista un’ultima riunione a Palazzo Chigi con i tecnici del Mef e del Mase per provare a chiudere il documento che dovrebbe poi approdare in Consiglio dei ministri nel pomeriggio.
Se i dicasteri non dovessero trovare una quadra, la discussione sul decreto potrebbe slittare. Di certo, in cdm non troverà spazio il piano casa, ormai all’ennesimo rimando.
(da agenzie)
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Marzo 10th, 2026 Riccardo Fucile
GIORGIA MELONI È FORTEMENTE IRRITATA E A PALAZZO CHIGI C’E’ INSOFFERENZA AL PUNTO CHE QUALCUNO SPIFFERA ALL’ANSA: “GIUSI DEVE TENERE A FRENO LA LINGUA”. .. PERCHÉ BARTOLOZZI RIMANE AL SUO POSTO? PESA ANCORA IL CASO ALMASRI, IN CUI LA MAGISTRATA SICULA SI RITROVA A ESSERE L’UNICA INDAGATA E CONOSCE TUTTI I SEGRETI DEL DOSSIER
Da parte di Giusi Bartolozzi, al momento, non sono in arrivo scuse pubbliche, e “verrà gestito internamente” il caso nato dopo le parole con cui il capo di gabinetto del ministro della Giustizia ha definito la magistratura “plotoni di esecuzione”. È quanto si apprende da più fonti di governo
Un’uscita che non è piaciuta per niente alla premier Giorgia Meloni, fortemente contrariata. Bartolozzi “deve tenere a freno la lingua”, una delle considerazioni che si fanno all’interno dell’esecutivo in queste ore, mentre la polemica continua a essere al centro del dibattito in vista del referendum sulla giustizia.
Non sono però in vista decisioni drastiche, e lo stesso Guardasigilli Carlo Nordio ha chiarito in queste ore che il suo capo di gabinetto “non deve dimettersi”. Ieri Nordio, spiegando che Bartolozzi “si riferiva a una piccola parte di giudici politicizzati”, si diceva certo che “non avrà alcuna difficoltà a scusarsi per parole che, sono certo, non rispecchiano il suo pensiero e la stima che ha della magistratura, di cui, tra l’altro lei stessa fa parte”.
La capo di Gabinetto del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi, al centro della bufera per le parole pronunciate in una trasmissione televisiva contro le magistratura, per il momento tace.Ma resta la richiesta di scuse rinnovata pure oggi dal Guardasigilli Carlo Nordio che – stando a quanto confermano fonti qualificate di governo – sarebbe avallata anche da Palazzo Chigi. Così come resta l’irritazione della premier Giorgia Meloni per “un’uscita infelice” – riferiscono fonti di Palazzo Chigi – che si ritiene possa rendere vani gli sforzi messi in campo finora per il referendum.
(da agenzie)
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Marzo 10th, 2026 Riccardo Fucile
IN RECUPERO IL PD CHE GUADAGNA LO 0,2% E SI PORTA AL 21,8%. E IL M5S
È Fratelli d’Italia la forza politica che perde più consensi nell’ultima settimana, secondo il
sondaggio Swg per il TgLa7.
Il partito di Giorgia Meloni cede quasi mezzo punto, scendendo a 29,4%. Resta comunque la prima forza, davanti al Pd che guadagna lo 0,2% e si porta al 21,8%. In ripresa anche il M5s, che con una progressione dello 0,3% sale al 12%.
Segue in trend negativo Forza Italia, ora all’8,2%. In calo anche Verdì e Sinistra, che scende al 6,8%. C’è infine la Lega, che recupera lo 0,2% negli ultimi sette giorni e si porta ora al 6,8%.
Settimana negativa anche per il generale Roberto Vannacci e il suo Futuro Nazionale, che perde ancora terreno e si porta ora al 3,4%.
Stabile Azione al 3,3$, mentre si riavvicina Italia Viva al 2,4%. Nessuna variazione invece per +Europa all’1,5% e Noi Moderati all’1%.
(da agenzie)
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Marzo 10th, 2026 Riccardo Fucile
“OGGI SIGNIFICA LASCIARE IL PAESE IMPREPARATO ALLE EVENIENZE E MAGARI COSTRINGERLO A DECISIONI AFFRETTATE SOTTO IL RICATTO DELL’URGENZA. CHE COSA SUCCEDERÀ SE GLI STATI UNITI CHIEDERANNO DI UTILIZZARE LE LORO BASI IN ITALIA? SE QUALCHE MISSILE IRANIANO COLPIRÀ UNA NOSTRA SEDE DIPLOMATICA IN OMAN O NEGLI EMIRATI?”
«Non condivido e non condanno»: la posizione espressa in un’intervista televisiva dalla premier Meloni su quanto sta accadendo in Iran e in Medio Oriente ricorda troppo da vicino un altro “ponziopilatismo” storico per non suggerire raffronti. Si tratta del famoso “né aderire né sabotare”, lo slogan inventato dai socialisti italiani nel 1915 di fronte alla decisione del Re e del Governo di entrare in guerra.
I socialisti scelsero una formula vuota, che salvava le apparenze ideologiche senza ostacolare il processo. Ma che cosa significava “né aderire né sabotare” per il contadino in divisa, mobilitato nelle trincee del Carso, cui veniva dato l’ordine di andare all’assalto?
Rifiutare (quindi sabotare) e andare di fronte al plotone di esecuzione per diserzione? Oppure lanciarsi all’attacco (e quindi aderire) smentendo le convinzioni pacifiste? Ci sono situazioni estreme in cui non esiste una terza via: quando scoppia un conflitto la zona grigia dell’astensione scompare.
La scelta ambigua del socialismo del 1915 lasciò i militanti in divisa senza indicazioni e determinò non solo la marginalizzazione del partito, ma anche le facili accuse di “disfattismo” con le quali si cercò di attribuire alla scarsa combattività dei soldati la disfatta di Caporetto.
La situazione internazionale di oggi non ha certamente nulla di comparabile con quella di cento anni fa, ma il denominatore comune dell’obbligo di “scegliere” si ripropone.
“Non condivido e non condanno” è una palese manifestazione di disagio e di debolezza politica che paralizza l’iniziativa. Rinviare appellandosi al fatto che “non si cono sufficienti elementi di conoscenza per esprimersi”, ricordare che tra i Paesi europei solo la Spagna è stata netta, trincerarsi dietro il rinvio alle colpe della Russia per aver terremotato il sistema delle relazioni internazionali (come ha fatto la presidente del Consiglio) significa lasciare il Paese impreparato alle evenienze e magari costringerlo a decisioni affrettate sotto il ricatto dell’urgenza.
Che cosa succederà se gli Stati Uniti chiederanno di utilizzare le loro basi in Italia? Se vorranno il concorso della nostra Marina o Aviazione nelle operazioni? Se qualche missile iraniano colpirà una nostra sede diplomatica in Oman o negli Emirati?
La risposta della premier e dei suoi ministri, sinora, è stata ineccepibile nella forma ed evasiva nella sostanza: “deciderà il Parlamento”. Certo. Ma il tema è: quale indicazione di voto sarà data ai parlamentari del Centro Destra? Voteranno “si” o voteranno “no”? Perché non c’è un’altra posizione possibile.
Dire “non condanno e non condivido” significa mettersi a rimorchio degli avvenimenti, adeguarsi alle decisioni prese da altri, farsi risucchiare da una guerra non voluta ma neppure contrastata: esattamente come il “né aderire né sabotare” di cent’anni fa.
Gianni Oliva
per “La Stampa”
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Marzo 10th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO CHE I GIUDICI SONO INTERVENUTI TOGLIENDO I FIGLI ALLA COPPIA, NATHAN TREVALLION HA RINCULATO PER IL BENE DEI PICCOLI: “SONO DISPOSTO A SEGUIRE GLI STANDARD ITALIANI”, MENTRE CATHERINE BIRMINGHAM, SECONDO I GIUDICI, RISULTA “OPPOSITIVA” E “PERICOLOSA”. PER QUESTO, LA DONNA E’ STATA ALLONTANATA DALLA CASA FAMIGLIA DOVE VIVONO I TRE FIGLI…
Ha acceso la stufa a legna, solo legnetti già caduti a terra. A Palmoli, in Contrada Mondola, ha
piovuto e sta salendo un po’ di nebbia. Catherine Birmingham è sola. Dormirà sola nel grande stanzone della casa nel bosco e ora che imbrunisce chiede dove sia finito il cavallo Lee, vecchio, bianco, ancora bello. Deve rimetterlo nella stalla. Nathan, Nathan Trevallion, ieri pomeriggio è andato dagli avvocati.
Non riposa più insieme a lei, anche se, assicura a un amico, «l’amore tra noi due non può essere toccato da nessuno». Il marito chiude le sue giornate nella Casetta di Nonna Gemma, dove paga l’affitto e condivide le stanze con la sorella di Cate, sua madre, suo nipote.
Quel venerdì di dolore acuto, la separazione completa dai tre figli conosciuta mentre doveva affrontare l’ultimo test psicologico, lo ha cambiato ancora. Per la prima volta Nathan ha deciso di diventare il capofamiglia. «Perché tutti ce l’hanno con te e con me no?», ha detto alla sua Cate, quel venerdì.
Ne ha sempre rispettato l’impronta culturale, il carattere forte e accentratore, ma questa volta c’erano in mezzo i bimbi e quel contrasto senza fine con l’assistente sociale, gli insulti in tv ai giudici — «ignoranti» — avevano reso le cose irreversibili. «Basta, adesso o fai come dico io o mi riprendo da solo i nostri figli».
Nathan, l’ultima volta che si è visto con la moglie, domenica pomeriggio, era nel giardino della casa dell’anima. Le ha letto i passaggi dell’ordinanza in cui quattro giudici dicevano che lui, il padre, era «adeguato» e lei, invece, «pericolosa». Le ha chiesto: «Perché ce l’hanno con te e non con me, eppure facciano la stessa vita, crediamo nelle stesse cose».
Già. Nathan è andato dagli avvocati, appunto ieri pomeriggio, per chiarire il suo punto di vista. Lo aveva spiegato a Repubblica, dieci giorni fa: «Sono disposto a seguire gli standard italiani, lo faccio con la testa, non con il cuore, ma lo faccio». Il Tribunale per i minorenni dell’Aquila, che ha vietato a lei di vedere i figli senza una presenza esterna, ha accettato che Nathan possa andare tutti i giorni nella struttura protetta di Vasto. E che possa stare con i piccoli per un’ora e mezza. I giudici sono disposti ad aprire davvero il percorso dell’affidamento esclusivo al padre.
Sarà possibile, però, a una condizione: o Catherine accetta le leggi, le vaccinazioni, un percorso scolastico definito o non potrà stare sotto lo stesso tetto di suo marito e, domani, dei suoi tre figli. «Io li ho sempre messi davanti a tutto, tu invece no», le ha detto Nathan in giardino.
La donna, l’abito panna, la treccia lunga sulla schiena, rientra in casa. I bambini li ha sentiti la mattina, ancora via tablet. E ha compreso che è sempre più probabile che loro tre, nove anni la maggiore, sette i due gemelli maschio e femmina, restino nella casa accoglienza di Vasto.
L’hanno chiesto l’assistente sociale e la tutrice. L’uscita dalla struttura di Catherine ha reso il quotidiano interno meno conflittuale e adesso il Consiglio di amministrazione deve decidere. La psichiatra responsabile e le educatrici sono a pezzi per l’esposizione mediatica, loro e dei cinque minori all’interno.
Non è ancora chiuso il testo dell’opposizione all’ordinanza di separazione e destinato alla Corte d’appello. Lo stanno limando gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas. Dirà tre cose essenziali: la sentenza di allontanamento è stata unilaterale, ha preso in esame il parere degli psichiatri di Chieti solo quando è servito a indebolire la posizione di Catherine, ma non quando gli stessi suggerivano di riportare i bambini a casa.
(da agenzie)
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Marzo 10th, 2026 Riccardo Fucile
“TRUMP HA DETTO COSE RIDICOLE E CONTRADDITTORIE. UN GIORNO È UN CAMBIO DI REGIME, UN GIORNO NO; UN GIORNO NON GLI IMPORTA DEL FUTURO DELL’IRAN, IL GIORNO DOPO AVRÀ VOCE IN CAPITOLO NELLA SCELTA DEL PROSSIMO LEADER DEL PAESE”
“Trump non ha idea di come porre fine alla guerra con l’Iran”: è il titolo di un editoriale sul New York Times dell’autorevole columnist Thomas L. Friedman, vincitore di tre premi Pulitzer e profondo conoscitore del Medio Oriente. Per Friedman “è ovvio che Trump e Netanyahu hanno iniziato questa guerra senza avere in mente un obiettivo finale chiaro”.
“Netanyahu, sospetto, sarebbe probabilmente felice di trasformare l’Iran in un’altra grande Gaza e di continuare a ‘tagliare l’erba’ o a minacciare periodicamente, come era così incline a fare a Gaza”, scrive l’editorialista.
Da parte sua, prosegue Friedman, “Trump ha fatto un gran parlare del ‘morning after’ in Iran, dicendo cose davvero ridicole e spesso contraddittorie che rivelano un comandante in capo che si inventa tutto di sana pianta. Un giorno è un cambio di regime, un giorno no; un giorno non gli importa del futuro dell’Iran, il giorno dopo avrà voce in capitolo nella scelta del prossimo leader del Paese; un giorno è aperto ai negoziati, il giorno dopo chiede la ‘resa incondizionata’”.
“La cosa saggia da fare ora è fermarsi e vedere come si evolverà la situazione in quello che io chiamo ‘il mattino dopo il mattino dopo’”, suggerisce Friedman, che scommetterebbe “su un dibattito esplosivo e su lotte intestine tra l’élite al potere a Teheran. “Certo – ammette Friedman – nessuno può garantire che questa politica del mattino dopo il mattino dopo si concluda con un cambiamento nel regime o del regime. Ma ha le stesse probabilità di bombardare Teheran e Beirut fino a ridurle in macerie e sperare che ne scaturisca una rivolta popolare”.
“Bombardare l’Iran all’infinito – conclude – distruggere sempre più infrastrutture militari e civili e sperare semplicemente che gli iraniani in cerca di democrazia si uniscano – con a malapena una connessione internet per comunicare e dove muoversi ovunque sulle strade può essere mortalmente pericoloso – e rovescino da soli questo regime assassino e radicato… beh, mostratemi dove è mai successo una cosa del genere nella storia. La mia ipotesi è che questo regime crollerà solo dall’alto, e questo sarà un processo che inizierà solo dopo un cessate il fuoco”.
(da agenzie)
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Marzo 10th, 2026 Riccardo Fucile
PECCATO CHE, DAI BALCANI ALL’AFGHANISTAN FINO ALL’IRAQ, I NUMERI DIMOSTRANO L’IMPEGNO DI UOMINI E SOLDI PROFUSO DAGLI EUROPEI … DEVE FARE UNA CERTA IMPRESSIONE AI MILITARI ITALIANI, BRITANNICI, FRANCESI, TEDESCHI SENTIRSI DARE DEI ‘CODARDI’ DA CHI HA SCANSATO PER CINQUE VOLTE LA LEVA
Deve fare una certa impressione ai militari italiani, britannici, francesi, tedeschi sentirsi dare
dei «codardi» da chi ha scansato per cinque volte la leva obbligatoria. Soprattutto se quell’uomo è Donald Trump, che durante la guerra del Vietnam evitò la chiamata alle armi, grazie ai suoi agganci e a un certificato medico che diagnosticava un’improbabile malformazione al piede.
Da quando è tornato alla Casa Bianca, l’ex immobiliarista ha più volte accusato gli alleati di spendere poco per la difesa comune. Di recente ha alzato il tiro, sostenendo di «non essere sicuro che in caso di bisogno» i partner della Nato sarebbero pronti ad accorrere in soccorso degli Stati Uniti. E, in ogni caso, ha aggiunto, quando ciò è accaduto, le truppe alleate sono rimaste nelle retrovie.
Le pretese sull’Iran
La guerra contro l’Iran, decisa senza nemmeno informare gli alleati, è l’ultima prova del livore trumpiano, ai limiti dell’insulto nei confronti degli europei. Il britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno dichiarato di non voler partecipare alle operazioni militari, ma hanno concesso l’uso delle basi militari americane dislocate nel loro territorio per missioni di pattugliamento o appoggio logistico.
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha fatto sapere che in caso di richiesta, valuterà se rendere disponibili le basi di Aviano o di Sigonella. Tutto questo nonostante la guerra provochi in Europa il rincaro dell’energia, esponga a un’ondata di profughi e un rischio terrorismo.
Ma a Trump non è bastato. Allo spagnolo Pedro Sánchez, l’unico leader che ha negato l’accesso alle basi, ha promesso ritorsioni commerciali. E poi ha preso di mira Starmer, «non è Churchill» ha detto, e considera la posizione defilata del Regno Unito (avrebbe voluto il coinvolgimento dei jet di Londra nel bombardamento di Teheran), un’ulteriore conferma del suo teorema: gli alleati restano sempre un passo indietro. La storia, però, ci consegna una realtà completamente diversa.
Missione Bosnia
La prima iniziativa comune risale al 1995, nello scenario dei Balcani sconvolto dalla dissoluzione della Jugoslavia. Con la Risoluzione n.1031, il Consiglio di sicurezza dell’Onu autorizzò all’unanimità l’istituzione di una «Forza di implementazione multinazionale (Ifor)» affidata al comando della Nato per stabilizzare la situazione in Bosnia.
Ecco come erano ripartiti i pesi tra i principali alleati occidentali: Stati Uniti, 20 mila unità; Regno Unito, 11 mila; Francia, 3.800; Italia 2.500; Germania 1.700; Olanda 850. La somma dei militari inviati è equivalente: Usa, 20 mila, i cinque europei, 19.800.
Gli europei non si disposero nelle retrovie, ma nelle aeree a rischio: gli italiani a Mostar; i francesi a Sarajevo; i britannici assunsero il comando nei settori chiave.
Da Belgrado al Kosovo
Nel 1999, contro la campagna di pulizia etnica scatenata nel Kosovo dal leader della Serbia Slobodan Milosevic, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non riuscì a deliberare, perché Cina e Russia fecero sapere che avrebbero posto il veto. Il presidente americano Bill Clinton spinse la Nato ad agire comunque.
Gli aerei dell’Alleanza Atlantica bombardarono Belgrado per 10 settimane, un avvenimento traumatico per l’Europa e tuttora controverso. In ogni caso Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio accolsero l’invito di Clinton, evitando l’isolamento politico degli Stati Uniti. Nel dicembre del 2004 gli Usa lasciarono la responsabilità delle operazioni in Bosnia-Erzegovina all’Ue.
Infine, la terza spedizione di peacekeeping nei Balcani, la Kfor (Kosovo Force): dal giugno del 1999 hanno preso posizione 15.700 militari provenienti da 33 Paesi. Gli Stati Uniti hanno inviato 1.454 militari, meno della Germania (2.508), del l’Italia (2.152), della Francia (1.953).
2001: Afghanistan
La missione più importante, quella evocata dagli insulti di Trump, resta l’Afghanistan. Dopo l’attacco dell’11 settembre 2001 alle Torri gemelle e al Pentagono, si attivò l’articolo 5 del Trattato Nato: tutti gli alleati corrono in soccorso di un partner aggredito. Il Consiglio del Nord Atlantico decise all’unanimità l’intervento a sostegno della campagna americana contro il terrorismo di matrice islamica.
Nell’occupazione dell’Afghanistan, durata 20 anni, gli americani hanno mobilitato 100 mila soldati, con uno stanziamento di 730 miliardi di dollari. Nel momento di massimo sforzo, alle spalle dei soldati americani, c’erano i 9.500 del Regno Unito; i 4.920 della Germania; i 4 mila della Francia; i 3.770 dell’Italia, con una spesa europea di 52 miliardi di dollari (fonte: Brown University).
I britannici, insieme con i canadesi, sono stati impegnati sul fronte forse più difficile: il versante meridionale con la base di Kandahar e l’avamposto di Helmand, a stretto contatto con i guerriglieri talebani. Gli americani hanno lasciato sul campo 2.461 morti; gli europei 886.
Iraq: alleati anche nell’azzardo
Nel 2003 la guerra più controversa, iniziata da George W. Bush: l’invasione dell’Iraq. Gli americani erano convinti che il regime di Saddam Hussein possedesse «armi di distruzione di massa», che però non furono mai trovate. Questa volta, solo
Regno Unito, Italia, Spagna e Polonia si imbarcarono in un’avventura che si rivelò ben più difficile del previsto.
Lo schieramento americano fu poderoso: 160 mila soldati nella fase di massimo sforzo (fonte: Brown University). Nonostante una larga parte dell’opinione pubblica, specie in Italia, fosse contraria all’intervento, Blair, mandò in Iraq 8.500 militari, Aznar 1.300, Berlusconi 2.600, il presidente polacco Aleksander Kwansievski 1.400. Gli Stati Uniti bruciarono 756 miliardi di dollari, il Regno Unito 9,9, l’Italia 3, la Polonia 449 milioni.
Gli americani persero 4.487 militari; i britannici 179; i polacchi 23 e i caduti italiani furono 33.
Libia: gli Usa nelle retrovie
L’ultima operazione condotta dalla Nato è in Libia nel 2011: Muammar Gheddafi reprime con la violenza le proteste della «Primavera araba», e la rivolta si trasforma in guerra civile. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu adotta due risoluzioni che lanciano un appello per intervenire a protezione della popolazione civile. La richiesta viene accolta dai Paesi Nato, ma Barack Obama preferisce lasciare spazio agli alleati.
Francia, Regno Unito, Italia, Danimarca e Norvegia hanno coperto circa il 70% delle operazioni, gli Stati Uniti il 16%. In quel caso furono gli americani a rimanere nelle seconde linee.
Il terrorismo in Europa
Affiancando gli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq, i Paesi del Vecchio Continente, hanno accettato il grave rischio di diventare a loro volta obiettivi per i jihadisti. Ma Aznar, Blair, Chirac e Berlusconi non risposero a Washington «Spagna, Regno Unito, Francia o Italia first». Ed è un dato di fatto che negli anni successivi l’Europa fu colpita sanguinosamente.
L’11 marzo 2004 i terroristi attaccarono i treni dei pendolari nella stazione di Madrid: 192 morti. Il 7 luglio 2005, attentatori suicidi fecero esplodere le bombe nella metropolitana di Londra: 56 vittime. Il 13 novembre 2015, i killer islamisti seminarono orrore nelle strade di Parigi e al Bataclan: 130 morti.
Questa è la storia di trent’anni di collaborazione e solidarietà tra le due sponde dell’Atlantico. E che smonta, fino a ridicolizzare, la propaganda trumpiana. Mentre è evidente la volontà della Casa Bianca di lasciare da sola l’Europa ad aiutare l’Ucraina. Gran finale surreale: gli americani chiedono i droni a Zelensky per alimentare la campagna militare in Iran.
(da agenzie)
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Marzo 10th, 2026 Riccardo Fucile
ARABIA SAUDITA ED EMIRATI PROVANO AD AGGIRARE LO STOP IRANIANO RIATTIVANDO VECCHI OLEODOTTI, MA CON CAPACITÀ MINIME RISPETTO ALLA QUANTITÀ DI GREGGIO CHE SOLITAMENTE INONDA I MERCATI
Da quando la terza guerra del Golfo è iniziata dieci giorni fa, l’economia mondiale molto probabilmente ha già subito una strozzatura dell’offerta di greggio pari a circa duecento milioni di barili: si tratta di due giorni pieni di consumo nel pianeta.
Più che per questo, i prezzi nelle ultime ore hanno superato nettamente i cento dollari a barile soprattutto perché le prospettive sulla durata e l’espansione del conflitto sono peggiorate: l’Iran ha scelto come guida suprema un leader considerato intransigente come Mojtaba Khamenei;
Israele ha iniziato a colpire i depositi di petrolio in Iran; ma soprattutto, diventa sempre più concreta l’ipotesi di un conflitto prolungato durante il quale lo Stretto di Hormuz continuerà a restare chiuso.
Se così fosse, il mondo resterebbe privo potenzialmente per mesi del 20% dell’offerta complessiva di petrolio e del 20% dell’offerta complessiva di gas naturale liquefatto.
I governi del G7 hanno fatto trapelare che si riuniranno attorno alla metà giornata di lunedì, ora europea, per discutere il rilascio sui mercati di una parte delle riserve strategiche nazionali dei 32 Paesi che danno vita all’Agenzia Internazionale dell’Energia.
Le loro riserve in aggregato sarebbero pari a circa 1,2 miliardi di barili, poco più di dieci giorni di produzione mondiale di greggio. Il rilascio di emergenza da decidere in questi giorni sarebbe di circa 300-400 milioni di barili, un volume fra il 50% e il 100% superiore a quello che non è arrivato sui mercati mondiali finora a causa della guerra del Golfo.
Anche alcuni dei principali Paesi produttori si stanno muovendo. L’Arabia Saudita, seconda al mondo per offerta di greggio dietro gli Stati Uniti, sta riattivando il suo oleodotto «Est-Ovest». Si tratta di un’infrastruttura per l’export di greggio via terra che attraversa la penisola araba in territorio saudita da Abqaiq, vicino alla costa del Golfo Persico a Nord del Qatar, fino a Yanbu sulla costa del Mar Rosso davanti all’Egitto.
I sauditi – riferisce l’agenzia Bloomberg questa mattina – hanno già deviato due maxi-petroliere verso il Mar Rosso per ricevere il carico e trasportarlo sui mercati internazionali.
Anche gli Emirati Arabi Uniti, su una scala più ridotta, stanno facendo qualcosa del genere: stanno attivando nello stesso modo l’oleodotto Habshan-Fujairah che collega l’emirato di Abu Dhabi con la costa dell’Oman a ovest dello Stretto di Hormuz, aggirando la strozzatura imposta dall’Iran e dal rischio di guerra.
Si tratta tuttavia di rimedi parziali: l’oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita ha una capacità di circa cinque milioni di barili al giorno, meno della metà della capacità produttiva del paese, ed espone il regno alle rappresaglie dell’Iran; l’infrastruttura degli Emirati non arriva ai due milioni di barili al giorno. Nel complesso, uscirebbe così dal Golfo meno di un terzo del flusso normale di greggio.
(da agenzie)
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