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RINGRAZIAMO TRUMP E NETANYAHU: SE LA GUERRA FINISSE A GIUGNO, LE IMPRESE ITALIANE PAGHERANNO SETTE MILIARDI DI EURO IN PIÙ IN BOLLETTA RISPETTO AL 2025 . SE, INVECE, LA GUERRA SI DOVESSE PROTRARRE PER TUTTO IL 2026, LE IMPRESE PAGHEREBBERO 21 MILIARDI IN PIÙ

LO STUDIO DI CONFINDUSTRIA, CHE SI ASPETTA UN IMPATTO SULL’EXPORT ITALIANO VERSO I PAESI DEL GOLFO (CHE VALE 22 MILIARDI) – LE PREOCCUPAZIONI DEGLI IMPRENDITORI SI CONCENTRANO SU TRE FATTORI: IL COSTO DELL’ENERGIA, I COSTI DEL TRASPORTO MERCI E IL COSTO DELLE MATERIE PRIME NON ENERGETICHE

Il Centro studi di Confindustria registra i “primi impatti della guerra”, tra “rincari dell’energia, calo di fiducia e aspettative, rialzo dei tassi sovrani”. E’ “peggiorato lo scenario”, rilevano gli economisti di viale dell’Astronomia: “Il prezzo del petrolio è alto, nonostante la fragile tregua nella guerra in Medio Oriente”, e “l’impatto dello shock energetico già si legge in molti dati sull’economia italiana: cade la fiducia delle famiglie, anticipando una frenata dei consumi; risalgono i tassi sovrani; si abbassano le attese sull’industria, che stava provando a risalire; frenano anche i servizi”, evidenzia l’analisi ‘congiuntura flash’ del centro studi degli industriali. “Reggono gli investimenti che nei primi tre mesi del 2026 sono ancora sostenuti dalle risorse del Pnrr”.
“Petrolio caro, anche il gas ma meno”, il Centro studi di Confindustria rileva che “il prezzo del petrolio è tenuto alto dal conflitto in Medio Oriente, che ne minaccia scarsità: 102 dollari al barile in media in aprile (da 99 a marzo), +40 dollari sulla media di dicembre (62).
Il prezzo del gas, invece, si è moderato un po’ in aprile (48 euro/mwh), dopo essere salito a marzo (53) quasi al doppio di dicembre (28)”. Il dollaro “si è fermato a 1,16 sull’euro in aprile, dopo il rafforzamento a marzo,non sta aiutando ad attenuare i rincari dell’energia per l’Eurozona”
Aumentano i tassi: “La guerra sta ampliando gli spread e invertendo la rotta dei tassi sovrani in Europa, dai minimi del 27 febbraio ai massimi del 27 marzo: in Italia a 4,02% da 3,36%, in Francia 3,79% da 3,17%, in Germania 3,07% da 2,61%; in aprile, lieve moderazione.
Il tasso per le imprese italiane è a 3,33% a febbraio ma salirà, frenando il credito. Infatti la Bce è attesa rialzare i tassi a breve (dal 2,00%), per il già avviato balzo dell’inflazione: in Europa +2,5% a marzo, da +1,9%; negli Usa +3,3% da +2,4%; in Italia è salita meno (+1,7% da +1,5%) perché i prezzi di alcuni servizi sono scesi mentre saliva l’energia”. Per gli investimenti “indicatori stabili”, con “segnali di tenuta degli investimenti per il primo trimestre”.
“A marzo, resta quasi invariata la fiducia delle imprese manifatturiere di beni strumentali, dopo gli aumenti di gennaio-febbraio. Nelle costruzioni, la fiducia delle imprese aumenta per il secondo mese, trainata dalle attese di occupazione, anche se con peggiori aspettative sui piani di costruzione”. Sul fronte dei consumi, “fiducia giù, rischio aumento del risparmio.
Nel quarto trimestre il tasso di risparmio era sceso al 7,8%, poco sopra il livello pre-pandemia. A febbraio le vendite al dettaglio si sono contratte (-0,2%), specie per i beni alimentari. A marzo crescono poco gli acquisti di auto (+0,6%), ma la fiducia è peggiorata bruscamente: ciò potrebbe far salire il risparmio già nel primo trimestre, frenando i consumi”. Per l’industria “attese negative.
A febbraio la produzione industriale era aumentata di appena +0,1%, insufficiente a recuperare il calo di gennaio (-0,6%): nel primo trimestre la riduzione acquisita è di -0,5%. A marzo il Pmi è in zona espansiva (51,3 da 50,6), ma l’attività è sostenuta dall’accumulo precauzionale di scorte in vari settori, per anticipare aumenti di prezzo. La fiducia delle imprese industriali è in modesto aumento, ma l’impatto della guerra emerge nella brusca flessione delle attese di produzione”.
Anche nei servizi è “atteso un calo della domanda. In Italia stavano accelerando a inizio 2026, in particolare con una spesa dei turisti stranieri al +6,3% tendenziale a gennaio. Ma con la guerra, a marzo l’indicatore Sp-Pmi è caduto bruscamente in zona recessiva (48,8 da 52,3), riflettendo un calo della domanda. La fiducia delle
imprese dei servizi è salita di poco, ma peggiorano le attese sugli ordini”. L’export “in aumento prima del conflitto.
E’ risalito a febbraio (+2,2% a prezzi costanti), dopo una stasi a gennaio. Cruciale il rimbalzo delle vendite negli Usa (+8,0% tendenziale, dopo mesi di calo), concentrate nei farmaci e negli altri mezzi di trasporto. I nuovi dazi, dal 24 febbraio, rendono le merci italiane meno competitive rispetto a prima”.
Ora “un impatto diretto della guerra è atteso sui 22 miliardi di export verso i paesi del Golfo e su alcune forniture critiche (alluminio, fertilizzanti)”. Quanto allo scenario globale, nell’Eurozona “segnali di sfiducia”, “previsioni al rialzo per gli Usa, “frena la Cina”.
“Nell’ipotesi che la guerra in Iran finisca a giugno (con un petrolio a 110 dollari in media annua), che riprendano i flussi commerciali pre-conflitto e che la capacità produttiva dei paesi del Golfo rimanga adeguata a sostenere l’offerta mondiale, le imprese manifatturiere italiane si ritroverebbero a pagare ulteriori 7 miliardi di euro l’anno in più in bolletta rispetto al 2025”.
“Se invece la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026, con un petrolio a 140 dollari in media annua, le imprese pagherebbero 21 miliardi in più”, su livelli “non sostenibili per le nostre imprese”. Lo stima il Centro studi di Confindustria nel quadro di una prima indagine, ascoltando gli imprenditori, sugli “impatti della guerra subiti dalle aziende industriali italiane”: tra “i principali ostacoli” al momento il primo è il costo dell’energia.
“Già nel 2025, per gli strascichi sui prezzi di gas e petrolio dell’impennata del 2022, la manifattura italiana pagava una bolletta energetica più alta dei principali competitor europei (Francia e Germania), con un’incidenza dei costi energetici sui costi totali maggiore rispetto a 6 anni prima (del +25%, dal 3,9% pre-Covid al 4,9%)”. E’ una incidenza – stima il centro studi diretto da Alessandro Fontana – che, nell’ipotesi che la guerra finisca a giugno, “risulterebbe superiore di 1 punto percentuale, salendo al 5,9% nel 2026”.
Qualora la guerra si protragga per tutto il 2026 “l’incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali, al 7,6%. In questo caso, si arriverebbe intorno ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), non sostenibili per le nostre imprese” che
“vedrebbero erosa la loro competitività sia in Europa che a livello internazionale, considerato anche che i prezzi di petrolio e gas sono più bassi per le imprese localizzate in altre aree del mondo, in particolare nel continente americano”.
La stima degli economisti di viale dell’Astronomia è nel quadro di un focus su “cosa dicono le imprese” dell’impatto del conflitto: con il questionario di marzo dell’indagine rapida sull’attività nell’industria italiana a grandi imprese associate a Confindustria “è stato chiesto di individuare i principali ostacoli connessi al conflitto in Medio Oriente, distinguendo tra criticità già emerse e problematiche attese in caso di un prolungamento oltre un mese”. Una prima analisi, “in netto anticipo sui dati statistici ufficiali”. Le imprese sono “preoccupate dai costi”.
Le preoccupazioni “si concentrano soprattutto su tre fattori: il costo dell’energia, indicato come criticità dal 25,0%, i costi di trasporto e/o assicurazione (21,9%) e il costo delle materie prime non energetiche (18,4%). Quest’ultimo assume un rilievo maggiore nelle prospettive, risultando la principale fonte di preoccupazione (20,7% delle imprese) qualora il conflitto si protragga; seguono il costo dell’energia (19,4%) e i costi di trasporto e/o assicurazione (15,4%)”.
Tra ulteriori criticità “già ben evidenti” le imprese segnalano “gli ostacoli alle esportazioni (11,2%) e l’aumento del costo dei semilavorati (8,5%); quest’ultimo assume un peso maggiore nello scenario prospettico, venendo indicato come rischio dal 10,3% degli intervistati in caso di prolungamento del conflitto oltre un mese”. In questo quadro “conta molto la durata del conflitto”.
Nel complesso, “i risultati evidenziano come le pressioni sui costi risultino, al momento, più rilevanti rispetto alle difficoltà di approvvigionamento: le tensioni in atto sui prezzi di input quotati sui mercati internazionali, sia energetici che non energetici, appaiono per ora riconducibili a dinamiche speculative (basate sull’attesa di futura scarsità), più che a vincoli di disponibilità fisica.
In particolare, questo è vero soprattutto per il petrolio, la commodity più colpita dalla guerra: sui prezzi (subito) e sui volumi (tra qualche mese). In una prospettiva di più lunga durata del conflitto, emergono segnali di crescente attenzione anche ai rischi di approvvigionamento di input, cioè alla carenza di volumi.
In particolare, la quota di imprese che indica criticità nella fornitura di materie prime aumenta dal 7,4% all’11,3%, rendendo tale fattore il quarto principale rischio atteso. Con un conflitto lungo, aumenta anche la preoccupazione delle imprese per i siti produttivi nei paesi del Golfo coinvolti”.
(da agenzie)

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