SCISSIONE PD, ECCO PERCHE’ E’ SOLO QUESTIONE DI POLTRONE
ANDARE AL CONGRESSO E PERDERLO NON CONVIENE ALLA MINORANZA: RENZI GARANTIREBBE LORO SOLO LA PERCENTUALE DI POSTI CORRISPONDENTE ALL’ESITO CONGRESSUALE… CON IL PROPORZIONALE E LA PROSPETTIVA DI ARRIVARE A UN 8-10% PRENDEREBBERO PIU’ POLTRONE
Eccoci qua, davanti all’ennesima possibile scissione nel centro-sinistra. A memoria ne ricordo almeno 5, e pensare che la prima volta che ho votato è stato nel 1995.
Non c’era più la Democrazia Cristiana e nè il Partito Comunista Italiano. Da allora ne ho, e ne abbiamo, davvero viste parecchie.
Ma questa scissione “minacciata” dalla minoranza del Partito Democratico, e capitanata dai candidati al congresso – Speranza, Emiliano e Rossi – e gestita da dietro le quinte da Bersani e D’Alema, è forse la più forte mai avvenuta a mia memoria politica.
Una scissione che nei fatti ha preso seriamente corpo solo nelle ultime settimane, e che nel balletto di dichiarazioni si percepiva già da prima del 4 dicembre, voto che ha dato coraggio a coloro che intendevano allontanarsi dal partito guidato da Matteo Renzi.
Un coraggio che è stato rafforzato ancor di più dalla sentenza della Consulta che, bocciando il ballottaggio e restituendo di fatto un sistema proporzionale con capilista bloccati, ha messo su un problema non da poco, che è quello della possibile costituzione di micro partiti – “nanetti” li chiamava Sartori – che con un semplice 3% alla Camera possono fare il bello e il cattivo tempo di governi e coalizioni politiche.
Ecco dunque la vera ratio della scissione paventata da Bersani, D’Alema e co.
Una questione solamente di poltrone, avrei potuto usare il termine potere, ma avrei rischiato di nobilitare l’intento, che di fatto di nobile non ha nulla, politicamente parlando
Mi spiego.
Se la minoranza decidesse di rimanere nel Partito Democratico e andare a congresso, nel caso di sconfitta rischierebbe di prendere una percentuale molto simile a quella presa al congresso del 2013, risicando ancora di più il loro “potere” percentuale all’interno del partito.
Con una percentuale piccola, restando nel Pd, avrebbe meno margini di “occupazione di spazi” sia negli organismi dirigenziali, sia nell’assegnazione dei capilista che dei nomi nelle liste politiche.
Ora, il ragionamento è semplice.
Se i sondaggi mi danno intorno all’8-10%, perchè non correre da soli e prendere tutti i parlamentari con una lista a parte, piuttosto che “dividerla” con la maggioranza e con Renzi?
Posso prenderne di più e gestirli ancora meglio.
Ecco, questo il motivo della scissione, ed è inutile che stiamo a parlare di conferenze programmatiche, di congressi lenti, di date o di prospettiva politica, agli strateghi della minoranza interessa poco, è solo lo specchietto per le allodole.
Agli italiani poi importa ancora meno della scissione e delle manovre della minoranza.
Un congresso infine non dovrebbe spaventare nessuno, soprattutto i D’Alema e i Bersani che con i congressi ci sono cresciuti.
Quindi il ragionamento politico c’entra poco con la scissione, calassero giù la maschera e dicessero le cose come stanno, visto che la melina va avanti da troppo tempo, e secondo me una ammissione di intenti, chiara e trasparente, farebbe recuperare un po’ di stima politica a chi, in queste ore, minaccia la scissione dai canali televisivi e poi nelle direzioni ritratta con un imbarazzante “era una battuta”.
Fate un congresso politico e trasparente e chi ha più filo, faccia più tela.
Tommaso Ederoclite
(da “Huffingtonpost”)
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