Dicembre 23rd, 2010 Riccardo Fucile
BOSSI: “A GENNAIO DEVI DECIDERE”… BERLUSCONI SORPRESO DALL’INIZIATIVA DELLA LEGA CONTRO FINI: “COSTRINGE CASINI A DIFENDERLO”… SOSPETTI SU TREMONTI: “E’ LUI CHE STA SPINGENDO PER ANDARE ALLE ELEZIONI, VUOLE PRENDERE IL MIO POSTO”
Il braccio di ferro tra Berlusconi e Bossi è solo rimandato a gennaio. 
Anche se il Cavaliere smentisce i retroscena che danno conto della sua crescente irritazione verso “il mio amico e alleato Umberto”, ormai tra il premier e la Lega, che spinge per andare alle urne in primavera, è guerra di nervi.
L’ultimo episodio che ha fatto saltare a Berlusconi la mosca al naso è stata la richiesta leghista di un dibattito parlamentare per sfiduciare il presidente della Camera.
Una mossa che Gianfranco Fini giudica con i suoi “soltanto demagogica”, mentre Andrea Ronchi sfida i leghisti a trovare “un solo atto che indichi una mancanza di imparzialità del presidente della Camera”.
Non che il Cavaliere sia diventato improvvisamente amico di Fini, il fatto è che Berlusconi è stato colto alla sprovvista dall’iniziativa del Carroccio e non l’ha affatto presa bene.
“Non ne sapeva nulla”, confida Claudio Scajola.
Nel Pdl ribollono umori neri a riguardo.
E i più arrabbiati sono proprio gli uomini che credono possibile un riavvicinamento tra il Pdl e l’Udc.
“Chiedendo ora le dimissioni di Fini – spiega preoccupato Gaetano Quagliariello – si ottiene solo un risultato: costringere Casini a difendere Fini, rafforzando la prospettiva del terzo polo”.
Maurizio Gasparri è ancora più drastico: “Non mi è sembrata un’idea molto intelligente, almeno potevano aspettare la fine del dibattito al Senato”.
Ma, al di là della tempistica, è soprattutto il modo a insospettire lo stato maggiore del Pdl.
E l’obiettivo nascosto: quello di alzare la tensione e arrivare al voto.
È vero infatti che il capogruppo del Carroccio Marco Reguzzoni aveva preventivamente informato Fabrizio Cicchitto dei contenuti della conferenza stampa, ma ne aveva anche ricevuto una riposta negativa: “Riflettiamoci bene, quanto meno sarebbe meglio se aspettaste la chiusura del Parlamento”.
Niente da fare, d’accordo con Bossi i leghisti sono andati avanti da soli.
A Palazzo Grazioli “l’incidente” è stato oggetto di commenti pungenti da parte del premier.
“È chiaro – si è sfogato – che vogliono portarci a votare”.
La sparata del Carroccio rischia infatti di pregiudicare l’altra operazione su cui Berlusconi si sta spendendo, quella del rientro di alcuni finiani rimasti nel Fli. “È evidente – osserva un ministro del Pdl – che molti di loro sono legati a Fini da un rapporto di lealtà personale e se vedono attaccato il proprio leader sono costretti a schierarsi di nuovo con lui”.
Insomma, un disastro.
Che potrebbe impedire l’allargamento della maggioranza e quindi rendere impossibile la prosecuzione della legislatura.
È stato dunque questo l’oggetto della discussione serale a Palazzo Grazioli tra il premier e la prima linea della Lega.
Berlusconi ha chiesto a Bossi di “pazientare ancora”, per consentirgli di puntellare la maggioranza con nuovi ingressi.
Ma Bossi ha posto un ultimatum: “Caro Silvio, a gennaio dobbiamo decidere. O trovi i numeri oppure si va a votare”.
L’intransigenza leghista spaventa e irrita il Cavaliere. Che mantiene un buon rapporto con Bossi, ma teme che dietro il gran capo leghista si muova un regista con altri obiettivi.
Nelle conversazioni private di questi giorni il sospetto ricade sempre sul ministro dell’Economia: “È Giulio che sta pungolando Bossi per andare a votare”.
Questo stato d’animo nei confronti del ministro dell’Economia non può venire fuori in pubblico e Berlusconi è costretto ogni giorno a mordersi la lingua. Tuttavia ogni tanto qualche battutina gli scappa.
Ieri a Palazzo Chigi, tagliando un enorme panettone di fronte ai dipendenti della presidenza del Consiglio, il Cavaliere non ha resistito: “Scusate, ho qualche difficoltà . L’unico esperto di tagli oggi non è presente”.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 23rd, 2010 Riccardo Fucile
SOSPESE LE TASSE AL VENETO MA NON ALL’AQUILA, 170.000 EURO A GEMONIO, PAESE DI BOSSI… I 400 MILIONI DEL 5 PER MILLE DIVENTANO 300: DECIDE IL GOVERNO ANCHE CHI FINANZIARE… AIUTI A POMPEI STRALCIATI, NO AGLI AIUTI AI DISTRIBUTORI DI BENZINA, POSTICIPATI I TERMINI PER L’AUTODENUNCIA DELLE CASE FANTASMA
Il decreto Milleproroghe approvato ieri dal Consiglio dei ministri ha sancito le ultime volontà 2010 del governo Berlusconi.
Premiata innanzitutto la fedeltà dei due deputati del Sà¼dtiroler Volkspartei che s’erano astenuti sulla sfiducia alla Camera: contro tutti i pareri delle associazioni ambientaliste, è stata accolta la richiesta di smembrare la gestione unitaria del Parco dello Stelvio per attribuirla alle singole amministrazioni locali, assai interessate a seguire in proprio il business (specie quella di Bolzano).
“Non ci hanno detto se votate la fiducia vi daremo questo o quell’altro, ma è vero che su due o tre cose ci sono state trattative con Tremonti e Calderoli” aveva ammesso la settimana scorsa il leader della Svp, Luis Durnwalder. Detto, firmato.
Secondo punto d’onore, il reintegro del 5 per mille. Da settimane il ministro Tremonti giurava che avrebbe fatto miracoli pur di riportare a quota 400 milioni la cifra 2011, ma il prodigio gli è riuscito solo in parte visto che i 300 milioni, necessari a integrare i 100 già stanziati tramite legge di stabilità , saranno in realtà 200.
Altri 100 verranno destinati alla ricerca e alla cura della Sla, malattia gravemente invalidante per cui le associazioni di malati avevano chiesto attenzione e finanziamenti protestando a lungo davanti Montecitorio.
Ed ecco qua la soluzione: il 5 per mille avrà alla fine 300 milioni in tutto (anzichè i 400 previsti, come negli ultimi anni, cifra che corrisponde alle reali donazioni degli italiani), mentre per la Sla ce ne saranno 100 nuovi di zecca.
Magia di Natale…?
Nella Commissione Affari sociali qualcuno protesta: “Il gioco delle tre carte stavolta non riuscirà a Tremonti. Il governo non può decidere in nessun modo l’uso che le associazioni di volontariato faranno delle risorse che i cittadini vogliono dare al non profit”.
In effetti la questione è tecnicamente controversa: come dirottare le cifre assegnate tramite dichiarazione dei redditi seguendo i desiderata ministeriali…? Se volessi finanziare Emergency, perchè magari sono un pacifista e non gradisco che il Milleproroghe abbia tra l’altro deciso di riconfermare i 750 milioni di euro destinati alle nostre ‘missioni di pace’, perchè i miei soldi dovrebbero invece andare alla, pur nobilissima, causa Sla…?
Mentre monta la polemica, e la sensazione che la questione 5 per mille sia diventata uno spot, a farne di certo le spese stati i fondi per l’editoria (50 milioni, con severe proteste Fieg) e quelli per le emittenti locali (45 milioni, lamenta Fnsi).
Soldi e agevolazioni superfast invece erano previste per Pompei: 50mila euro per il 2010 e di 900mila annui dal 2011 per procedure straordinarie di reclutamento, dinamiche semplificate per l’affidamento dei lavori, classificazione speciale per gli immobili fuori dall’area archeologica da costruire in deroga agli strumenti urbanistici nonchè potenti semplificazioni per gli obblighi di imparzialità e trasparenza su eventuali sponsor.
Roba manifestamente pericolosa, e quindi stralciata.
Ma il ministro Bondi ieri ha avuto un altro spauracchio. 170 mila euro arrivano anche al comune di Gemonio, la città di Umberto Bossi.
Nella bozza iniziale era previsto il contributo di un euro da caricare su ogni biglietto del cinema, un obolo per finanziare gli incentivi fiscali delle imprese cinematografiche (confermati fino a giugno).
Reazioni subito violente del settore, poi la smentita ufficiale ha rasserenato gli animi, tranne quella degli artisti: il ventilato reintegro del Fus, fondo unico per lo spettacolo, è saltato.
Altro duro match quello ingaggiato dal titolare dell’economia con Stefania Prestigiacomo, decisissima a far rispettare lo stop all’utilizzo delle borse di plastica dal 1 gennaio 2011.
La discussione serrata ha guastato la mattinata, culminata nell’annuncio di voler lasciare il Pdl.
Contenta invece Giorgia Meloni per la decisione presa dal collega Maroni di consentire il wi-fi nei luoghi pubblici, ma sempre col vincolo di rilascio di licenza per il gestore.
Tutti d’accordo nel sospendere le tasse agli alluvionati del Veneto fino al 30 giugno 2011 e niente agevolazioni per gli aquilani, che dal prossimo mese dovranno ricominciare a pagare.
Posticipati anche i termini per l’autodenuncia delle case fantasma (a fine febbraio), l’attività entra moenia per i medici e gli ecobonus per i trasportatori mentre resta il no agli aiuti per i distributori di benzina con relativo annuncio sciopero.
Rimandati ancora gli studi di settore e il sistema delle riscossioni dirette degli enti locali mentre Roma Capitale dovrà stringere la cinghia: lo stipendio del commissario straordinario per il rientro del deficit arriverà dal risparmio sui compensi dei dipendenti.
Escluso ma non deluso il sindaco di Firenze Matteo Renzi, che ha avuto ampie rassicurazioni sulla legge speciale da lui proposta, una tassa da far pagare ai turisti: “Dopo l’incontro ad Arcore, Tremonti mi ha spiegato che con il Milleproroghe è difficile, non importa, basta che arrivi presto questa norma” ha detto Renzi.
Il mille e una proroga è già realtà per chi ha fede…
Chiara Paolin
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 23rd, 2010 Riccardo Fucile
LA MANOVALANZA LEGHISTA, PER CONTO DEL PARTITO DEGLI ACCATTONI, VUOLE UN DIBATTITO SUL RUOLO DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA… E’ ORA CHE QUALCUNO SI CHIEDA PIUTTOSTO SE DUE CONDANNATI IN VIA DEFINITIVA DALLA GIUSTIZIA ITALIANA POSSANO ESSERE MINISTRI DELLA REPUBBLICA… E IL TEST ANTIDROGA PER I MINISTRI E’ NECESSARIO
La Lega chiede con una lettera all’ufficio di presidenza della Camera, al presidente Fini e
ai capigruppo, di valutare la calendarizzazione di un dibattito in Aula sul ruolo del presidente Gianfranco Fini.
Spiega il capogruppo del Carroccio Marco Reguzzoni: «le dimissioni stanno nella coscienza di ognuno, ma è necessario che almeno il Parlamento possa esprimersi», perchè «a nostro avviso andando avanti così si lede la dignità delle istituzioni e si crea un precedente pericoloso».
La richiesta è che la questione venga valutata già alla riunione dei capigruppo dell’11 gennaio.
Durante la conferenza alla Camera, con i vertici del gruppo della Lega, Reguzzoni ha divulgato il testo della lettera inviata all’Ufficio di presidenza. «Sappiamo che non ci potrà essere un voto perchè non è previsto dal regolamento – ha spiegato il presidente dei deputati del Carroccio – ma riteniamo giusto che almeno ci si possa esprimere».
Sono tre, in particolare, i comportamenti di Fini che la Lega stigmatizza: «Non era mai accaduto che un presidente della Camera chiamasse nel suo studio parlamentari per convincerli a votare una mozione di sfiducia nei confronti del governo; che ministri e sottosegretari rimettessero il loro mandato nella mani di un presidente della Camera, che un presidente della Camera chiedesse le dimissioni del presidente del Consiglio davanti alle telecamere e convocando i giornalisti prima che si svolgesse il dibattito in aula”.
Forse al capogruppo lecchino di Varese, arrivato a quel posto dopo ampie lotte interne e protetto dal cerchio magico di donna Manuela, sfugge un dettaglio.
Una delle due presidenze istituzionali, prima dell’avvento di Berlusconi, per decenni è sempre stato affidato a un esponente della minoranza che come tale, fermo restando l’imparzialità nel’esercizio delle sue funzioni, faceva tranquillamente politica di partito.
Fini è sempre stato imparziale nella gestione dei lavori, riceve chi gli pare e chiede le dimissioni di chi gli pare in quanto capo di un partito.
Fossimo in lui, aggiungeremmo che avrebbe diritto anche a dare due calci nel culo a chi pare, fuori dalla Camera.
Soprattutto ai cialtroni pregiudicati.
Sarebbe invece opportuno che il Parlamento avviasse un dibattito se sia compatibile che due condannati in via definitiva per resistenza a pubblico ufficiale e finanziamento illecito al partito possano ricoprire il ruolo di ministri.
E invitiamo anche una volta per tutte la presidenza della Camera a rendere obbligatorio il test antidroga almeno per i ministri, se non per i parlamentari.
Sarebbe certamente incompatibile la carica di un dicastero con l’uso di sostanze stupefacenti.
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Dicembre 23rd, 2010 Riccardo Fucile
LE DONNE DEL CAPO NON OBBEDISCONO PIU’ PERCHE’ SENTONO CHE IL CAPO NON COMANDA PIU’: E’ IL SINTOMO DELLA DISSOLUZIONE E DELLA FINE DI UN CICLO POLITICO
Il caos delle Libertà sembra un film di Pedro Almodovar.
Gli manca quel tocco leggero di “pietas” che il regista di Ciudad Real è riuscito a mettere nei suoi lavori più commoventi (da “Tutto su mia madre” a “Parla con lei”). Ma per il resto gli ingredienti ci sono tutti.
Prima l’affondo di Veronica Lario in Berlusconi, sul “ciarpame politico” delle veline candidate alle elezioni del 2008, “offerte come vergini al drago”: una deriva che costrinse la moglie del premier a chiedere il divorzio.
Poi la stagione delle minorenni e delle escort, tra Noemi Letizia, Patrizia D’Addario e Ruby Rubacuori, che espose il premier ai velenosi report riservati dell’Ambasciata americana e pubblicizzati da WikiLeaks: un “uomo debole e stanco”, troppo impegnato nei “festini privati” per occuparsi della cosa pubblica.
Poi lo strappo di Mara Carfagna (dimissionaria da tutti gli incarichi previa denuncia della metamorfosi del Pdl da partito del popolo a “comitato d’affari”), ricomposto a fatica dal Cavaliere in cambio di un po’ più di agibilità politica nella Campania di Cosentino.
Poi la lite delle comari tra la stessa Carfagna (accusata di “flirtare” con il nemico futurista Italo Bocchino e immortalata con mms rubato a Montecitorio) e Alessandra Mussolini (debitamente ripagata con un sonoro “vajassa”, l’epiteto più classico del basso partenopeo).
Poi, ancora l’accusa di Barbara Lario in Berlusconi alla stessa Carfagna, “l’ultima che si deve lamentare”, essendo transitata senza colpo ferire “dai Telegatti a ministra”.
Poi Rosy Mauro, che da vicepresidente del Senato incappa in un clamoroso “fallo di confusione”, approvando di testa sua gli emendamenti al ddl Gelmini sull’Università senza farli votare da un emiciclo di Palazzo Madama, nel frattempo trasformato nel solito bivacco di manipoli.
Infine, l’ultima rottura: molla anche Stefania Prestigiacomo, ministra dell’Ambiente che dice (anche lei) di “non riconoscersi più nel Partito del popolo delle Libertà “.
E annuncia (anche lei) il trasloco nel Gruppo Misto, che di questo passo, tra transfughi dell’una e dell’altra parte, diventerà il primo partito del Parlamento italiano.
“Donne sull’orlo di una crisi di nervi”.
È il minimo che si possa dire, della nutrita e colorita “quota rosa” che anima la vita politica, notturna e diurna, di questo centrodestra.
Ma sarebbe un gioco fin troppo facile limitare l’analisi al problema (pur drammaticamente e statisticamente rilevante) della convivenza della componente femminile in un partito machista e sessista come quello berlusconiano.
Qui c’è di più.
La diaspora “di genere” che si è aperta dentro il Pdl è il sintomo più oggettivo e vistoso della dissoluzione finale di un ciclo politico.
Le donne del Capo non obbediscono più, perchè sentono che il Capo non comanda più.
Il Cavaliere non è uscito da trionfatore, dall’ordalia parlamentare del 14 dicembre.
È uscito da sopravvissuto.
E non alla testa di un “governo di legislatura”, ma alla coda di un “governo della non sfiducia”.
Un Andreotti qualsiasi, senza l’ambizione del disegno politico che, nel bene o nel male, resse per quasi un biennio quell’esperienza del 1976.
Il “divorzio” della Prestigiacomo certifica questo decadimento progressivo, che ci accompagnerà almeno fino all’11 gennaio, quando cadrà l’unico appuntamento che sta davvero a cuore al presidente del Consiglio: la decisione della Consulta sul legittimo impedimento.
Fino ad allora, sarà “caos calmo”, per usare un’altra metafora cinematografica.
Poi, a seconda di quello che decideranno gli ermellini della Corte costituzionale, può succedere di tutto.
Chi non ricorda il finale del “Caimano” di Nanni Moretti, se lo vada a riguardare.
È ancora cinema.
Ma non lo è forse anche quello che stiamo vedendo ogni giorno?
Massimo Giannini
(da “Polis- Repubblica“)
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Dicembre 23rd, 2010 Riccardo Fucile
APERTO UN FASCICOLO SULLA BASE DELLA SENTENZA DEL TRIBUNALE CIVILE CHE HA ACCOLTO IL RICORSO DI 10 NOMADI PER LE CASE POPOLARI, PRIMA ASSEGNATE POI TOLTE….NEL PROGRAMMA DEL PDL C’ERA L’IMPEGNO A COSTRUIRE ALLOGGI POPOLARI SUFFICIENTI PER TUTTI: DOVE SONO?
Il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, ha aperto un fascicolo, per ora
senza indagati nè ipotesi di reato, sulla base della sentenza del Tribunale civile di Milano che nei giorni scorsi ha accolto il ricorso presentato da 10 nomadi, a proposito delle case popolari assegnate e poi tolte dal Comune.
Nella sentenza si parla di possibili comportamenti omissivi del Comune di Milano per motivi di discriminazione razziale.
Il fascicolo, come ha spiegato il procuratore aggiunto Spataro, è stato aperto «d’intesa con il procuratore della Repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati». Si tratta, ha aggiunto Spataro, «di un fascicolo iscritto al cosiddetto modello 45 e dunque non vi sono nè indagati noti o ignoti, nè ipotesi di reato».
È un fascicolo di «atti relativi all’assegnazione delle case Aler ai nomadi e trae origine dall’ordinanza del giudice Roberto Bichi del 20 dicembre scorso, nella quale si fa riferimento a possibili attività determinate da motivi di discriminazione razziale».
Il giudice civile, infatti, nella sua sentenza, con cui ha riconosciuto il diritto a 10 nomadi romeni di entrare nelle case popolari, che gli erano state prima assegnate e poi negate, aveva parlato di possibili ragioni di discriminazione razziale per i comportamenti omissivi del Comune di Milano.
L’amministrazione comunale, infatti, aveva prima stipulato una convenzione per assegnare le case ai rom e poi aveva fatto marcia indietro.
Mercoledì mattina si è tenuto un incontro con l’avvocato Alberto Guariso (che rappresentava i nomadi nel giudizio civile) e con don Massimo Mapelli della «Casa della carità ».
Saranno richieste informazioni anche al prefetto, che è anche commissario per l’emergenza nomadi in Lombardia.
In merito alle dichiarazioni del sindaco di Milano Letizia Moratti, che ha criticato la sentenza del tribunale civile, Spataro commenta: «Ovviamente alla magistratura non possono interessare le valutazioni politiche, le parole del sindaco Moratti non sono certamente nuove e in ogni caso vorrei ricordare che l’assegnazione delle case in questione alle 25 famiglie rom di via Triboniano fu frutto di una scelta dell’amministrazione comunale».
Dunque, secondo Spataro, «non si riesce a comprendere di quale invasione di competenze si parla», riguardo alla decisione del tribunale civile.
Infine, ha concluso Spataro, «che il mutamento di posizione del Comune sia avvenuto nei termini descritti nell’ordinanza è stato oggetto di una precisa intervista rilasciata dal prefetto di Milano il 30 ottobre al Corriere della Sera e richiamata dal giudice civile Bichi».
Il giudice nell’ordinanza aveva fatto riferimento a possibili ragioni di discriminazione razziale riguardo ai comportamenti omissivi del Comune e della Prefettura.
Apprendendo dell’inchiesta, il vicesindaco Riccardo de Corato si è detto «stupito», e ha parlato di «secondo intervento a gamba tesa» da parte della magistratura, dopo la sentenza del Tribunale civile.
«Spetta alla politica decidere i provvedimenti che riguardano l’amministrazione cittadina e non alla magistratura – ha commentato De Corato, in una nota -. Altrimenti conviene consegnare le chiavi della città ai giudici e ce ne andiamo tutti a casa. E va detto che non esiste una delibera che imponga la cessione di case ai rom. Il Comune ha solo concesso un affitto calmierato per 25 case Aler escluse dalla disciplina Erp e destinate a situazioni di fragilità sociale».
«La questione discriminazione razziale – ha continuato – è poi sconfessata a priori. Perchè nel momento in cui il prefetto, che è commissario all’emergenza nomadi, adotta un progetto di riqualificazione e messa in sicurezza dei campi autorizzati, e che prevede tra l’altro accompagnamento all’autonomia abitativa dei rom, piano finanziato dal ministero dell’Interno con 13 milioni di euro, be’, questa è la prova provata che ci prendiamo a cuore del problema. Se fossimo razzisti, governo, prefetto, Comune, non avremmo scucito un euro».
La tesi di de Corato andrebbe benissimo se il Comune, dopo aver assegnato la casa popolare ai 10 rom e dopo aver concordato il loro allontanamento dal campo precario di via Triboniano, non gliela avesse negata in un secondo momento.
Perchè quando si firma un patto lo si rispetta, invece che stare dietro alle stronzate della Lega.
Quello del Comune era un atto dovuto .
E finiamola con la guerra tra poveri e le relative speculazioni.
Invece che mettere gli uni contro gli altri, che si pensi a costruire un numero sufficiente di case popolari, come era scritto nel programma del Pdl, invece che raccontare palle mediatiche.
Se i senza casa fossero ad es 1.000 e gli appartamenti popolari corrispondenti a tal numero, nessuno si lamenterebbe e finirebbe ogni polemica.
Se invece a qualcuno fa comodo non costruirle, per poi fomentare odio razziale, è giusto che ne risponda al Paese tutto e ai giudici nei casi specifici.
Noi non abbiamo simpatia o antipatia per nessuno: chi si comporta bene e non ha risorse va aiutato, che sia italiano o straniero.
Lo Stato dovrebbe soprattutto aiutare gli indigenti, non certo i benestanti che non ne hanno bisogno.
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Dicembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile
IL PDL APPOGGIA LA POSIZIONE DEL FACCENDIERE MOFFA CHE ESENTA CERTE AZIENDE DAGLI OBBLIGHI PREVISTI IN MATERIA DI REGISTRO DI CARICO E SCARICO DEI RIFIUTI… LA PRESTIGIACOMO AVEVA CHIESTO IL RINVIO IN COMMISSIONE PER TUTELARE L’AMBIENTE E NON GLI INTRALLAZZI… SI ISCRIVERA’ AL GRUPPO MISTO: DAI BANCHI DEGLI ACCATTONI URLANO “DIMISSIONI”: CHI NON INTRALLAZZA NON HA DIRITTO A STARE CON LORO
Nella maggioranza appena uscita per il rotto della cuffia dalla prova di forza con Fli sulla sfiducia scoppia ora la grana Prestigiacomo.
Al culmine di una lunga serie di dissapori e veri e propri incidenti di percorso con vari colleghi del centrodestra e del governo, il ministro dell’Ambiente ha annunciato la sua uscita dal Pdl.
Visibilmente scossa, praticamente in lacrime, la Prestigiacomo parlando con i cronisti in Transatlantico ha spiegato: “Non mi riconosco più nel Pdl, pertanto resterò al governo, ma mi dimetto dal gruppo e mi iscriverò al Misto”.
“Parlerò direttamente a Berlusconi” della vicenda, ha poi aggiunto.
A far traboccare il vaso è stato l’episodio avvenuto oggi a Montecitorio quando il ministro dell’Ambiente ha votato diversamente dalla maggioranza, e non per errore.
Il pronuciamento riguardava la proposta di sospendere l’esame del testo sulla libera imprenditorialità ed il sostegno del reddito (avanzata dal Pd).
Un’ipotesi che aveva trovato il parere favorevole della Prestigiacomo in quanto il testo contiene “disposizioni in materia ambientale”.
In particolare, l’articolo in via transitoria, esonera le imprese costituite da disoccupati e cassintegrati dagli obblighi previsti in materia di comunicazione e catasto dei rifiuti, di registro di carico e scarico dei rifiuti e di iscrizione all’Albo nazionale dei gestori ambientali.
Il ministro ha quindi votato con l’opposizione a favore della sospensione, ma la proposta è stata bocciata per tre voti di scarto.
Dopo il voto, visibilmente contrariata, il ministro ha preso le sue carte e ha lasciato di corsa l’Aula, mentre dai banchi del Pdl sono arrivate urla “dimissioni, dimissioni”. “Resto ministro finchè Berlusconi lo riterrà “, ha aggiunto.
“Il rinvio – ha precisato ancora – doveva essere l’unica cosa saggia da fare per approfondire il tutto e verificarlo. Prendo atto che il capogruppo (Cicchitto, ndr) non ha voluto questo, ha voluto esporre il governo a questo tipo di votazione”.
Quella di oggi più che una sorpresa è però una resa dei conti.
Feroci polemiche tra il ministro e il Pdl si erano ripetute sempre più spesso negli ultimi giorni, anche con colpi proibiti.
Qualche settimana fa ad esempio con i voti della stessa maggioranza Camera e Senato avevano bocciato la candidatura del capo di gabinetto del ministero dell’Ambiente a membro dell’agenzia sulla sicurezza nucleare.
Per tutta risposta il ministro aveva votato qualche giorno dopo con le opposizioni sul decreto rifiuti.
Ora la rottura tra la Prestigiacomo e Pdl, posto che non rientri grazie alla mediazione del premier, torna ad agitare le acque nelle già provata maggioranza.
Un contributo decisivo alla sconfitta del ministro è arrivato infatti dal un “neoacquisto”, l’ex Fli Silvano Moffa.
Le opposizioni hanno avuto quindi gioco facile nel puntare il dito contro il caos che regna tra il Pdl e i suoi cespugli. “La situazione è questa: è evidente che anche il centrodestra non crede a quel che dice cioè che il Paese è governabile e che possono garantire la stabilità . Ogni giorno si testimonia un altro film, dal 14 dicembre è successo qualcosa e aver salvato la pelle non vuol dire aver salvato la prospettiva”, avverte il segretario del Pd, Pierluigi Bersani.
“Prima salviamo il ministro Calderoli con un voto di astensione responsabile (ma non dica cazzate…ndr.); poi la maggioranza vota contro il parere del ministro Prestigiacomo, sfiduciandola politicamente. Non sappiamo più cosa fare” ironizza il deputato Udc Luca Volontè.
“Il teatrino messo in scena in Aula pochi minuti fa supera ogni limite di demenzialità e spiega bene come si sia potuti arrivare ad una situazione politica come quella in cui ci troviamo: Moffa, Pdl, ex finiano, che sfiducia il ministro Prestigiacomo…”.
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Dicembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile
NON PASSA LA MOZIONE DI SFIDUCIA CONTRO CALDEROLI, ACCUSATO DI AVER FATTO PASSARE CON UN SOTTERFUGIO LA NORMA SALVA CAMICE VERDI.. ERA STATO ABROGATO UN REATO PER SALVARE 33 LEGHISTI SOTTO PROCESSO… I FINIANI HANNO PERSO UNA GRANDE OCCASIONE PER RIMARCARE LA LORO DIVERSITA’, SALVANDO DI FATTO IL RESPONSABILE DI UNA OPERAZIONE VERGOGNOSA…E A SINISTRA LE COSE NON VANNO MEGLIO
L’Aula della Camera ha respinto la mozione di sfiducia presentata dall’Italia dei valori
nei confronti del ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli.
La mozione è stata bocciata con 188 sì, 293 no e 64 astenuti.
A favore della mozione hanno votato l’Idv e il Pd; Udc e Fli si sono astenuti.
Il governo era al gran completo in Aula: il banco ad esso riservato nell’Emiciclo era gremito di ministri e sottosegretari, precettati per l’occasione.
Quando la vicepresidente Rosy Bindi ha letto l’esito della votazione si è levato un applauso dai banchi del centrodestra.
I dipietristi accusavano di aver mentito «con premeditazione» al Parlamento sulla cosiddetta norma «salva-camicie verdi», sostenendo che il titolare alla Semplificazione normativa l’ha fatta abrogare con un sotterfugio.
Il ministro ha replicato spiegando che la scelta di abrogare il reato di associazione militare di stampo politico – per il quale sono sotto processo 36 camicie verdi – «risponde a una scelta effettuata dal comitato tecnico incaricato della redazione dello schema di codice dell’ordinamento militare».
Ricostruiamo i fatti.
Il 3 ottobre il ministro della Difesa, attraverso il portavoce, rilascia una nota stampa nella quale dice che l’inserimento del reato di associazione militare tra quelli da abrogare è un errore materiale e che il suo ministero si attiverà immediatamente per ottenere la rettifica in Gazzetta Ufficiale.
A quel punto l’Idv nella stessa data presenta una richiesta di rettifica, ma arriva l’8 ottobre e il governo non fa nessuna rettifica, per cui la norma entra in vigore e il reato viene abrogato.
Il consigliere Vito Poli, con un documento ufficiale del Consiglio di Stato, fa sapere che nel testo licenziato dalla commissione scientifica da lui presieduta questo reato non c’era, è stato inserito dopo al ministero della Semplificazione. Quindi una manina lesta lo ha inserito in un secondo tempo.
“E’ una vera ‘porcata ministeriale’ – denunciò l’Idv che ha presentato anche un esposto alla magistratura – Calderoli ha mentito al Parlamento e agli italiani in diretta tv durante il question time alla Camera ed è probabilmente lui la ‘manina’ o l’ispiratore della manina che ha inserito il provvedimento nel testo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e che poi ha bloccato la rettifica che era stata proposta dal ministero della Difesa”.
Proprio in ragione della mancata rettifica e, quindi, del cosiddetto ‘favor rei’, i leghisti che avevano in corso un processo a Verona “la faranno franca, alla faccia dell’art. 18 della Costituzione che proibisce le associazioni che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare.
Secco il commento del presidente Idv, Antonio Di Pietro: “Non è vero che le leggi ad personam vengano fatte e servano soltanto al presidente del Consiglio, sono fatte e servono anche alla Lega. C’è una vera ‘coalizione a delinquere’ che ha inventato un nuovo sistema per agire: la via legislativa”.
Ritorniamo al voto di oggi.
L’Idv accusa il Terzo polo di aver tenuto un atteggiamento «pilatesco» con l’astensione.
«Il Terzo polo, dopo aver condiviso tutte le nostre censure al ministro Calderoli, si è pilatescamente e contraddittoriamente astenuto».
Ci preme qua esprimere tre tipi di considerazioni.
In primo luogo Futuro e Libertà non può parlare di legalità e poi astenersi su un fatto gravissimo come l’operazione, compiuta da Calderoli, di sottrarre degli imputati a un regolare processo.
Il fatto era così evidente che in altri Paesi avrebbe portato alle immediate dimissioni di un ministro.
In secondo luogo o Fli si mette in testa di diventare al nord l’anti-Lega per retaggio storico e culturale, incalzando la feccia razzista e denunciando gli intrallazzi della “padagna del magna magna”, o è inutile sperare di raccogliere consensi .
In terzo luogo basta fare due conti per evidenziare un fatto.
Calderoli ha avuto 293 voti a favore contro i 314 della fiducia al governo: quindi ha perso 11 voti per strada e sarebbe stato battibile.
Contro Calderoli hanno votato in 188 deputati che anche sommati ai 64 astenuti di Fli, Udc, Mpa e Ad avrebbe portato il totale a 262 rispetto ai 311 della sfiducia al governo.
Non sarebbe servito a nulla in ogni caso anche un negativo voto del Terzo polo.
Vuol dire che ben 49 deputati dell’opposizione di sinistra erano assenti e in cocca coi leghisti.
Di Pietro dovrebbe prendersela con loro e guardarsi in casa: a qualcuno evidentemente fa comodo fare favori alla Lega.
Poi nessuno si lamenti se la Lega sta portando il Paese allo sfascio.
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Dicembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile
DAL PD AL PDL, GLI OMAGGI COSTANO MIGLIAIA DI EURO DI SOLDI PUBBLICI…DALLA TECNOLOGIA AL VINO, DAGLI ANELLI DI BERLUSCONI ALLE PESCHE SCIROPPATE, DAL NAVIGATORE SATELLITARE ALLO SPUMANTE, DAI GEMELLI D’ARGENTO DI CASINI AI TORTELLINI
Lettere smarrite dal Partito democratico: “Caro Babbo Natale, cara Anna Finocchiaro, dov’è finito il mio iPad 64 Gb da 800 euro?”.
Un bel regalo natalizio, con i soldi pubblici, che concilia moda e tecnologia.
Il dono pensato (e annunciato) dal capogruppo Finocchiaro piaceva a ciascuno dei 111 senatori, calmava le decine di correnti interne: ex comunisti, ex popolari, cattolici, agnostici e atei.
Per evitare doppioni sotto l’albero e spese inutili di tasca propria, la Finocchiaro comunicava ai colleghi il lieto evento già il 26 ottobre scorso: “la Presidenza sta trattando con la Apple la fornitura dell’iPad 64 Gb per i membri del gruppo. Non siamo ancora in grado di indicarvi la data della consegna”.
Però “abbiamo ritenuto utile avvisarvi di tale scelta in considerazione dell’approssimarsi delle festività natalizie”.
È così che un partito è compatto, granitico, unico.
Immune (mica tanto) a tentazioni e offerte di compravendite, salti di quaglie, rane pescatrici e mercati di vacche.
Come spesso accade al Pd, all’improvviso tra le mani resta un pacco, vuoto. La Mariapia Garavaglia conosce l’indecisione cronica del Pd: “le polemiche avranno frenato la Finocchiaro…”.
Natale è vicino, cercansi iPad: “A me non serve, l’ho comprato tempo fa”. Quale omaggio per i 206 deputati democratici?
“Al Senato sono più fortunati, sempre — scherza Franco Laratta — Per noi consigli di lettura: Indietro tutta, l’ultimo libro di Laura Boldrini”.
La cultura nel Pd natalizio va forte.
Il senatore Mario Gasbarri, sempre in forma epistolare (sarà un vezzo), distribuisce buoni acquisto per la Feltrinelli: “Da ritirare presso l’amministrazione”.
Il Pdl è davvero il partito del fare: promette, mantiene.
Silvio Berlusconi ha spedito ai parlamentari centinaia di iPad e una cartolina di auguri.
Il presidente del Consiglio ha pure insegnato ai suoi le fasi di stoccaggio per la spazzatura: raccolta, riciclo e conferimento.
Ha imparato bene la lezione un deputato milanese, fiero di sè: “ho ritirato l’iPad, ma l’ho lasciato in auto per girarlo a un mio amico. Faccio un’ottima figura, no?”.
Berlusconi ha riservato alle 37 parlamentari Pdl un anello tricolore, tre fedine create da un gioielliere piemontese: una di oro rosa con rubini, una di oro bianco con brillanti, una di oro giallo tempestata di smeraldini.
Al modico prezzo di 1.400 euro, pagati sull’unghia con i soldi (pubblici) a disposizione del partito.
Il ministro (e coordinatore Pdl) Ignazio La Russa indica la strada ai colleghi con un navigatore satellitare, Mariastella Gelmini ha ordinato casse da sei bottiglie di spumante.
Doni riservati ai funzionari lombardi del Pdl: anche un brindisi fa campagna elettorale.
Ennesima dimostrazione di pluralismo di Futuro e Libertà : i finiani non osano fare un regalo, offrono a scelta un iPhone o un iPad.
Tra chi entra e chi esce, molto sarà più chiaro studiando le preferenze di falchi e colombe.
Attenzione: nel Pdl circolano solo iPad.
E i leghisti? Il deputato Davide Caparini fa la morale: “Non sprechiamo i soldi pubblici per oggetti inutili. Noi ci scambiamo, a nostre spese, prodotti tipici dei paesi padani: la senatrice Rosy Mauro compra biscotti fatti a mano”. Niente regali, i leghisti chiedono: “Caro Gesù bambino, per Natale vorrei l’approvazione del federalismo fiscale”, e il ministro Roberto Calderoli colora il suo bigliettino con i pastelli e disegna un’Italia capovolta.
Non mancano mai per i leghisti cravatte e pochette rigorosamente verdi. Marco Reguzzoni, capogruppo a Montecitorio, custodisce e dispensa con equilibrio pochi esemplari di pesche sciroppate limonate, frutto raro reperibile a stagioni alterne sul lago di Como.
L’Italia dei Valori fa economia: una bottiglia per la Camera, portafogli per il Senato.
L’Udc di Pier Ferdinando Casini spende di più: gemelli d’argento per gli uomini, collane d’oro per le donne.
E un cestino di leccornie : “Tortellini, mortadella, prosciutto…”, elenca il deputato Roberto Rao.
Ma il Natale sarà triste e avaro per decine e decine di parlamentari iscritti al Gruppo Misto.
Nessuno avrà un regalino, un cotechino, un caciocavallo per chi ha sostenuto, con “alto senso di responsabilità nazionale”, il governo di Berlusconi: Antonio Razzi e Domenico Scilipoti ex Idv, Catia Polidori, Maria Grazia Siliquini, Silvano Moffa ex Fli.
E tanti, tantissimi soccorritori estemporanei che scontano con l’albero nudo il voto al governo del 14 dicembre.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile
“VALUTEREMO DI VOLTA IN VOLTA, LA GENTE NON CAPIREBBE UNA OPPOSIZIONE PREGIUDIZIALE”…LO CONFORTA UN SONDAGGIO IPSOS: LA COALIZIONE DEL TERZO POLO SALE AL 20% CON FUTURO E LIBERTA’ AL 9,5%… DA SOLI INVECE I FINIANI AL 6%
Nella sala del Mappamondo – per decenni la stanza più magica di Montecitorio con i suoi
libri secolari rigorosamente ordinati, ma da qualche tempo trasformata in uno dei tanti luoghi da convegni – il Presidente della Camera sta facendo l’elogio della stabilità : «Questa è una legislatura che può durare».
Gianfranco Fini lo dice davanti ai giornalisti parlamentari, radunati per il rito degli auguri e ai quali però si chiede di non fare domande, demandate al presidente dell’Asp Pierluca Terzulli.
Il messaggio «continuista» di Fini, in contrasto con recenti, impegnative profezie («Berlusconi non avrà la fiducia»), va collegato ad una successiva esternazione, quando Fini ha auspicato la modifica dell’attuale legge elettorale, perchè entrerebbe in conflitto con «una diversa configurazione del panorama politico».
Fuor di politichese, Fini vuole dire che se alle prossime elezioni si presentasse il Terzo Polo, allo schieramento vincente potrebbe bastare il 35-40% per conquistare il 55% dei seggi, configurando una truffa politica più seria di quella che si sarebbe consumata se fosse diventata operativa la famosa legge truffa del 1953.
Dunque, il Presidente della Camera fa capire che a lui non dispiacerebbe una legislatura che durasse fino alla scadenza naturale del 2013 e che considera strategica la prospettiva del cosiddetto Terzo Polo.
Fin qui il Fini pubblico.
Ma il Fini privato, quello che ha parlato in serata ad una cena di parlamentari futuristi, si è spinto molto più avanti, delinenando una vera e propria controsvolta, una sorta di «contrordine compagni».
Se fino al 14 Belusconi era il nemico numero uno, da abbattere con una mozione di sfiducia, ieri Fini ha detto: «Basta contrapposizioni Fini-Berlusconi, cerchiamo di lavorare sui contenuti e sulle proposte concrete», sul piano parlamentare, «davanti ad una maggioranza risicata e monca», «valuteremo di volta in volta», anche perchè «l’opinione pubblica non capirebbe una opposizione pregiudiziale».
Certo, Fini ha detto che il nuovo Polo «per il momento non è un partito e neppure un cartello elettorale», ma la linea soft con Berlusconi è la traduzione letterale di quanto già stabilito in un incontro precedente, assieme a Pier Ferdinando Casini.
Una linea nella quale l’Udc si ritroverà naturalmente, ma che per il Fli rappresenta un brusco cambio di marcia.
Da quel che si apprende dai partecipanti alla cena, Fini non avrebbe accompagnato questa svolta con passaggi autocritici, ma semmai avrebbe invitato i suoi parlamentari «a stare tutti un po’ zitti fino al 10 gennaio», «fate che siano gli altri a parlare».
E ancora: «Ho sentito da voi voci interessanti, ma a volte anche strampalate».
In altre parole, Fini ha impliticitamente rimbrottato quei parlamentari che da sei mesi hanno interpretato in prima linea l’oltranzismo finiano.
E anche per gli interpreti più convinti di una linea politica laica Fini ha suggerito prudenza: «Sui temi etici non cadiamo in trappole strumentali».
Un altro implicito segnale che l’alleanza con l’Udc qualche «prezzo» lo comporterà .
Ma proprio sulle potenzialità del Terzo Polo, cominciano ad arrivare segnali interessanti.
Dice Italo Bocchino, braccio destro di Fini: «Gli ultimi studi demoscopici dimostrano che la coalizione ha una capacità attrattiva che va oltre l’appeal dei singoli partiti».
Effettivamente in un complesso sondaggio realizzato per «Il Sole 24 0re» dalla Ipsos di Nando Pagnoncelli il 17 dicembre (tre giorni dopo il voto di fiducia al governo), si scopre che se si sommano le percentuali dei singoli partiti del Terzo Polo (Udc di Casini, Fli di Fini, Api di Rutelli, Mpa di Lombardo) si raggiunge la quota del 13,2%, mentre se ai potenziali elettori si esplicita che quegli stessi partiti sono uniti in coalizione il gradimento sale fino al 20%.
Con una lievitazione che gratifica tutti: l’Udc (passa da un 5,8% in solitaria al 7,4%), ma in special modo il Fli che sale dal 5,9% ad una percentuale di tutto rispetto, il 9,5%.
Dunque, il Terzo Polo sembra far bene al Fli di Fini, anzi si rivela una specie di additivo.
Fabio Martini
(da “La Stampa“)
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