Luglio 16th, 2011 Riccardo Fucile
IL 13,6% DELLA POPOLAZIONE VIVE CON 900 EURO MENSILI PER DUE PERSONE…SALE AL 4,6% LA PERCENTUALE DELLE FAMIGLIE CHE NON HANNO I MEZZI PER BENI E SERVIZI ESSENZIALI PER VIVERE CON DIGNITA’
Sono 8 milioni e 272mila le persone povere in Italia, il 13,8% dell’intera popolazione. E’ quanto fa sapere l’Istat, aggiungendo che nel 2010 le famiglie in condizione di povertà relativa sono 2 milioni e 734 mila, l’11% delle famiglie residenti.
L’Istituto spiega che si tratta di quelle famiglie che sono cadute al di sotto della linea di povertà relativa, che per un nucleo di due componenti è pari ad una spesa mensile di 992,46 euro.
Ma il dato che più fa paura è quello che riguarda le famiglie che risultano in condizioni di povertà assoluta: sono un milione e 156mila, il 4,6% di quelle residenti nel paese, per un totale di 3 milioni e 129mila persone, il 5,2% della popolazione. L’Istat spiega che sono considerate assolutamente povere le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore a quella minima necessaria per acquisire l’insieme di beni e servizi considerati essenziali per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.
Si tratta, quindi, spiega l’Istituto dei “più poveri tra i poveri”.
Anche tra le famiglie non povere esistono poi gruppi a rischio di povertà ; si tratta delle famiglie con spesa per consumi equivalente superiore, ma molto prossima, alla linea di povertà : il 3,8% delle famiglie residenti presenta valori di spesa superiori alla linea di povertà di non oltre il 10%, ma questa quota che sale al 6,7% nel Mezzogiorno.
Le famiglie “sicuramente” non povere, infine, sono l’81,4% del totale, con percentuali che passano dal 90,2% del Nord, all’87,9% del Centro e al 64,1% del Mezzogiorno.
L’Istat rileva una sostanziale stabilità del fenomeno, sia relativo che assoluto, a rispetto al 2010, ma anche un peggioramento per alcune fasce della popolazione.
Al Sud, ad esempio, quasi una famiglia numerosa su due è povera.
I dati indicano infatti che la povertà relativa aumenta tra le famiglie di 5 o più componenti (dal 24,9% al 29,9%), tra quelle con membri aggregati, ad esempio quelle dove c’è un anziano che vive con la famiglia del figlio (dal 18,2% al 23%), e di monogenitori (dall’11,8% al 14,1%).
E la condizione delle famiglie con membri aggregati peggiora anche rispetto alla povertà assoluta (dal 6,6% al 10,4%).
In particolare, fa notare l’Istituto, nel Mezzogiorno l’incidenza di povertà relativa cresce dal 36,7% del 2009 al 47,3% del 2010 tra le famiglie con tre o più figli minori. Quindi, quasi la metà di questi nuclei vive in povertà relativa.
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Luglio 16th, 2011 Riccardo Fucile
CASINI E PISANU SONO I POSSIBILI SOSTENITORI DI “ESECUTIVI NAZIONALI”…IPOTESI MONTEZEMOLO AGLI ESTERI CON ALFANO A PALAZZO CHIGI
Ormai qui, tra il Transatlantico di Montecitorio e i velluti rossi di Palazzo Madama, lo
chiamano semplicemente «l’incidente».
Anzi, «l’Incidente» con la maiuscola: perchè l’enfasi nel tono di questo o quel parlamentare lascia intendere che la maiuscola stavolta è assolutamente necessaria.
E se qualcuno non ha capito di che diavolo si tratta, lo si può spiegare con pochissime parole: «l’Incidente» è una nuova slavina di accuse che però stavolta non si limiti a travolgere qualche amico o qualche collaboratore, ma prenda invece in pieno il superministro Tremonti, facendo smottare assieme a lui un governo che altrimenti non si capisce chi, come e quando possa liquidare.
Può far sorridere – o può mortificare – il fatto che nel «giorno della Responsabilità » (quando il Senato approva in un lampo la manovra e la gira alla Camera) sia più o meno questa la «soluzione politica» vagheggiata per chiuderla con un governo dall’encefalogramma piatto e tirar fuori il Paese dal pantano in cui è finito.
Ci pensino i giudici, insomma: alla faccia dell’invocata autonomia della politica, delle invasioni di campo della magistratura, delle accuse alle «toghe rosse» e compagnia cantando.
E che si confidi ancora negli avvisi di garanzia di fronte a un governo che ha un ministro mandato a processo per mafia (Romano), un altro dimessosi otto mesi fa e mai sostituito (Ronchi), un terzo che sta per dimettersi (Alfano), un quarto a rischio-slavina (Tremonti) e un premier che alle slavine ci ha fatto il callo, dice molto della pesantezza della situazione.
Per cui, ci si metta l’anima in pace: governissimi, esecutivi di salvezza nazionale, governi per riformare la legge elettorale e gabinetti di salute pubblica, sono ipotesi che diventano possibili solo un attimo dopo «l’Incidente».
E se l’opposizione aspetta i giudici perchè non ha i numeri per liquidare il premier, ormai anche nella maggioranza non pochi sperano nelle odiate «toghe rosse» perchè non hanno nè la forza nè il coraggio di sfiduciare Berlusconi.
Non che non si parli, naturalmente, di quel che fare dopo «l’Incidente»: ma è come scrivere sull’acqua.
Si tratteggiano scenari futuri, ipotesi incerte, misteriosissimi processi in divenire. Suggestivo quello suggerito dal cattolicissimo Beppe Fioroni, ras democratico, che giustamente – però – s’affida a Dio.
Il titolo del film proposto potrebbe essere «Arrivano i nuovi responsabili»: ma stavolta non in soccorso di Berlusconi.
«Quel che occorre – dice – è un nuovo gruppo parlamentare che prenda atto della situazione, archivi Berlusconi e aiuti la nascita di un governo senza di lui. Scajola, Pisanu e Roberto Formigoni, ormai del tutto insofferenti, potrebbero provarci: ma è solo Casini che può parlare con loro, sponsorizzare il progetto, valutarne la fattibilità …».
Dunque, prima «l’Incidente» e poi i «nuovi responsabili», tra squilli, fanfare e sventolii di bandiere.
Possibile?
Potesse, Pier Ferdinando Casini – uno che mastica politica da trent’anni – risponderebbe solo con un mah… Invece, andando su e giù in un ascensore di Montecitorio per poter parlare un po’ in santa pace, il leader Udc qualcosa aggiunge: «Scusi, quanti parlamentari ha con sè l’amico Pisanu?».
Si capisce, insomma, che non gli sembra aria.
«Se stiamo parlando di un ribaltone – aggiunge – la cosa non mi interessa. Io spero che bastino i fatti a liberarci di Berlusconi. Per altro, è una sciocchezza sostenere che noi l’abbiamo aiutato accelerando la manovra. Prima di tutto abbiamo aiutato il Paese, e poi magari anche lui ad affondare ancora un po’: la manovra è pessima, la rabbia del Paese lo investirà . E ho detto ad Alfano, che è un bravo ragazzo, che sbaglierebbe ad occupare il suo tempo da segretario commissariando il Pdl bolognese o quello siciliano… E’ ben altro ciò di cui ha bisogno il suo partito».
Ma dopo «l’Incidente», beninteso.
Prima si può solo provare a sistemare le cose almeno un po’.
«Le mie le ho sistemate – annuncia Di Pietro mentre suda al sole del cortile di Montecitorio -.
Mozione di sfiducia al ministro inquisito Romano: e se non viene messa in discussione, l’Idv non partecipa più ai lavori della Camera».
Altri, invece, lasciano intuire che altrove si lavora alacremente per affrontare il dopo. Dice Piero Testoni, deputato Pdl un tempo vicino a Cossiga e ora a mezza via tra Beppe Pisanu e Claudio Scajola: «Fossi in lei, scruterei le mosse di “ItaliaFutura”… Montezemolo sta cominciando a muoversi, cerca uomini e riferimenti in tutte le regioni, lavora a idee che gruppi trasversali di deputati potrebbero trasformare in proposte di legge…».
Montezemolo? «Montezemolo. Perchè no?», annuisce Roberto Rao, braccio destro di Casini, che però lo inquadra in tutt’altro scenario.
«Se c’è “l’Incidente” e si apre la crisi, potrebbe esser tentato: lo schema su cui qualcuno ragiona prevede Angelino Alfano a Palazzo Chigi e Luca di Montezemolo alla Farnesina, in giro per il mondo per risollevare l’immagine del Paese».
Ma ci vuole «l’Incidente», certo.
O qualcosa di peggio che nessuno – però – si può augurare: se nemmeno a manovra varata la speculazione si fermasse, le borse risalissero e l’Italia venisse fuori dal pantano…
Ecco, se questo avvenisse, il segnale sarebbe chiaro: il problema del Paese è di credibilità politica, prima ancora che economica e finanziaria.
Ma nessuno per ora vuol pensarci.
Federico Geremicca
(da “La Stampa“)
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Luglio 16th, 2011 Riccardo Fucile
ITALIA NEL MIRINO: NON BASTA L’AUSTERITY, SONO INDISPENSABILI LE RIFORME STRUTTURALI…PROFESSIONI, BUROCRAZIA E MERCATO DEL LAVORO
Non basta la manovra di austerità del ministro Giulio Tremonti per salvare l’Italia dalla crisi, scrive il Financial Times in un’editoriale dal titolo “Tutelare la credibilità fiscale dell’Italia”.
La manovra “è lungi dalla perfezione” anche perchè una bella fetta è destinata all’applicazione nella prossima legislatura.
Tuttavia deve essere approvata il prima possibile.
Ma poi “per convincere i mercati che è credibile, l’Italia ha bisogno di qualcosa di più dell’austerità . Roma deve mandare un chiaro messaggio di intenti – sottolinea il quotidiano finanziario – in un mondo ideale questo significherebbe la rimozione del premier Silvio Berlusconi e la nascita di un governo di larga maggioranza guidato da tecnici”.
Tuttavia, continua il Ft, dal momento che l’uscita di scena di Berlusconi appare remota, i leader politici italiani (che non sarebbero “capaci di orchestrarla”) devono trovare altri modi per dimostrare la loro determinazione.
“L’approccio migliore sarebbe quello di accompagnare la manovra di austerità di Tremonti con un programma di riforme strutturali radicali, volte a incrementare il tasso di crescita a lungo termine del Paese”.
Il quotidiano della City indica quindi nella liberalizzazione delle professioni, nella riforma del mercato del lavoro e nello snellimento della burocrazia le riforme più urgenti per il Paese.
“E’ una vergogna che gli sforzi di Berlusconi in questa direzione siano stati quasi interamente rivolti a tutelare i suoi complicati interessi”, ammonisce il quotidiano, che bacchetta anche il tentativo del premier di inserire nella manovra di Tremonti una misura per rinviare il pagamento della multa alla Cir: “La sua volontà di mettere a rischio la credibilità del suo Paese per difendere il suo patrimonio personale è spregevole”.
In questo momento, riprende il Ft, “il Parlamento deve approvare senza indugi la manovra di Tremonti”, ma “se l’Italia vuole ripristinare la fiducia dei mercati, le riforme sono indispensabili”.
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Luglio 16th, 2011 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI ALBERICO GAMBINO, EX SINDACO DI PAGANI, FINITO IN MANETTE INSIEME AD ALTRE SEI PERSONE… UNA CONDANNA ALLE SPALLE PER SPESE NON GIUSTIFICATE DI 22.000 EURO
Era stato reintegrato in Consiglio regionale da poche settimane, dopo la sospensione per una
condanna per peculato, per aver usato a sbafo la carta di credito del Comune di cui è l’ex sindaco, Pagani (Salerno).
I Carabinieri del Comando provinciale di Salerno hanno bussato alla sua porta all’alba, stavolta per arrestarlo.
L’accusa per Alberico Gambino, consigliere del Popolo delle Libertà supervotato un anno fa alla Regione Campania, è pesante: concussione e associazione per delinquere finalizzata allo scambio elettorale politico-mafioso.
Per la Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Salerno, guidata da Franco Roerti, Gambino insieme ad altri due sodali — presidente e vicepresidente della Paganese calcio — aveva creato un sistema per gestire appalti e controllare le principali attività economiche e imprenditoriali della zona con l’aggravante di aver agevolato il clan Fezza-D’Auria Petrosino, attivo nell’agro nocerino.
Una macchina ben congegnata, secondo l’accusa, che grazie alla “complicità di politici di livello locale e regionale” riusciva a gestire di fatto pezzi della pubblica amministrazione.
Insieme a Gambino sono finiti in manette altre sei persone.
Qurantaquattro anni, sposato e padre di due figli, Gambino è stato a lungo sindaco di Pagani ma è un pezzo da novanta del partito di Berlusconi nell’intera provincia salernitana.
Tanto che nel 2009, Edmondo Cirielli — l’ufficiale dei Carabinieri prestato alla politica che somma gli incarichi di deputato e presidente della Provincia di Salerno — lo vuole in Giunta accanto a sè.
Di lì a poco, Gambino verrà condannato in primo grado per aver sperperato denaro della Pubblica Amministrazione.
Scatta l’interdizione ed è costretto a lasciare la poltrona di assessore.
Ma Cirielli non si scompone, tiene per sè la delega al Turismo e lo nomina consulente del presidente.
A febbraio 2010 per Gambino arriva pure la condanna in appello: un anno, cinque mesi e 10 giorni.
Nelle stesse ore, Cirielli impone a Roma il suo nome in lista e poche settimane dopo il suo braccio destro politico viene eletto in Consiglio regionale.
Non ci entrerà , sempre per via di quella condanna (che una settimana fa la Cassazione ha annullato per un difetto di motivazione e rinviato alla Corte d’Appello).
Fino a quando, Silvio Berlusconi, a pochi giorni dalle elezioni dello scorso maggio, non lo reintegra con un decreto d’urgenza.
Il giorno del suo ritorno nel parlamentino regionale, lo scorso 19 maggio, sulle tribunette degli ospiti ci sono consiglieri, sindaci dell’area e lui, Edmondo Cirielli, raggiante e con indosso la fascia azzurra d’ordinanza.
Pochi giorni ancora e la provincia di Salerno darà notizia dell’assegnazione dell’appalto per la costruzione dell’inceneritore di Salerno.
È l’opera necessaria a portare la Campania fuori dall’emergenza, un affare da 300 milioni di euro solo per la realizzazione.
Lo costruirà un gruppo di tre imprese: una di queste è del cognato di Gambino, come denunciato 15 giorni fa dall’Espresso.
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Luglio 15th, 2011 Riccardo Fucile
LA MANOVRA COLPISCE TUTTI ED E’ PARI A 1.200 EURO L’ANNO A FAMIGLIA… SALVI I COSTI DELLA POLITICA, MENTRE IL PDL PENSA SOLO A SALVARE PAPA DALL’ARRESTO.. IL PALAZZO HA UN COSTO DI 13 MILIARDI DI SPESE ANNUE, I TAGLI NON ARRIVANO A 50 MILIONI
Ora che tutto è definito si può dire con cognizione di causa: la manovra che stasera avrà il via libera definitivo della Camera dei deputati — oltre ad avere più speranze di deprimere la crescita economica che di incrementarla — è una enorme operazione di sottrazione di reddito ai danni dei ceti medi e medio-bassi.
Lo si deve al combinato disposto di due scelte di Giulio Tremonti: per la correzione dei conti da una cinquantina di miliardi (a regime, cioè a fine 2014), il ministro dell’Economia ha puntato quasi tutto sulle maggiori entrate — ovvero più tasse — e le ha fatte pagare quasi tutte ai soliti noti.
La pressione fiscale generale, lo hanno spiegato ieri i tecnici del Senato, salirà di almeno 1,2 punti percentuali solo con l’applicazione dei 20 miliardi di tagli lineari alle agevolazioni fiscali (nel 2014 sarà al 43,7 per cento, sempre che i numeri del governo siano buoni).
Ma questo tipo di intervento pesa quasi solo sui redditi meno sostanziosi.
Il governo ha in pratica deciso che ciò che finora era “scaricabile” dalla dichiarazione dei redditi viene tagliato del 5 per cento nel 2013 e del 20 per cento l’anno successivo. Di cosa si parla lo spiega uno degli allegati alla manovra, una lista di 483 tipi di regimi di favore fiscale, una giungla stratificata in quarant’anni che vale 161 miliardi di euro l’anno e contiene di tutto: non solo le agevolazioni per la palestra o per comprarsi il Suv, come disse Tremonti, ma anche quelle per la famiglia (valore: 21,44 miliardi) o per lavoro e previdenza (56,8): detrazioni e deduzioni per dipendenti e pensionati, i figli a carico, le spese mediche e per l’istruzione, i mutui sulla casa e gli asili nido, la previdenza complementare e gli assegni al coniuge, le assicurazioni sulla vita, le spese funebri e i contributi alle Onlus o alle Chiese.
Una stangata sui redditi medio-bassi già quantificata: una normale famiglia di lavoratori pagherà 1.200 euro l’anno in più.
La situazione peggiora ancora se si calcola anche il taglio alle agevolazioni Iva: non solo i cosiddetti “forfettini” o “forfettoni”— regimi fiscali semplificati che riguardano centinaia di migliaia di contribuenti — ma pure l’imposta più bassa sulle ristrutturazioni edilizie o il risparmio energetico.
Tutta roba che finisce per incidere sui prezzi e porta il totale del danno complessivo di questi tagli per la nostra famiglia media alla cifra di 1.800 euro.
Il ministro peraltro, col suo emendamento, s’è lasciato le mani parecchio libere.
Nel maxiemendamento si legge infatti che i regimi di favore fiscale verranno decurtati del 5 per cento nel 2013 e del 20 per cento l’anno successivo e in un altro comma si stabilisce che il taglio lineare può essere evitato se entro il settembre 2013 viene approvata una riforma sul tema che produca negli stessi anni un risparmio di 4 e 20 miliardi.
Solo che la scure lineare di Tremonti, al momento, ha tagliato assai di più di venti miliardi: il 5 e il 20 per cento di 161 miliardi — la torta complessiva – significa che il governo si appresta a far pagare ai cittadini italiani, all’ingrosso, 8 miliardi di tasse in più tra due anni e 32 nel 2014.
Un’enormità , due punti di Pil di imposte sottratti ai cittadini con un emendamento di qualche riga e un allegato: secondo fonti di maggioranza, il ministro dell’Economia s’è tenuto largo per incentivare il Parlamento ad approvare di corsa la riforma da 20 miliardi che presenterà in autunno.
Peccato che nessuno finora pare essersene accorto e comunque di certo non deputati e senatori.
E a questo capolavoro vanno pure aggiunte le altre chicche della manovra: i ticket sanitari, gli aumenti sul bollo dei dossier titoli che valgono due miliardi e mezzo l’anno, la stabilizzazione delle maggiori accise sulla benzina, gli aumenti Irap su banche e assicurazioni (che pagheranno i clienti) e magari pure gli interventi sulle pensioni e quei tagli di spesa che si potrebbero tranquillamente chiamare “tasse a scoppio ritardato”.
I 9,6 miliardi sottratti dal governo a regioni ed enti locali, infatti, saranno recuperate attraverso l’aumento delle addizionali.
Le mani nelle tasche degli italiani non volevano metterle, ma poi già che c’erano…
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 15th, 2011 Riccardo Fucile
IL PALAZZO DEI PRIVILEGI: GLI UNICI CHE NON PAGANO MAI…SU UNA MANOVRA DA 70 MILIARDI I TAGLI ALLA POLITICA SARANNO IRRILEVANTI, ECCO I CONTI
Su una manovra finanziaria complessiva che il relatore al Senato Gilberto Pichetto Fratin
valuta (esagerando) avere un impatto vicino ai 70 miliardi di euro, quanto contribuirà la politica?
Dai primi calcoli fatti dopo il passaggio a Palazzo Madama, si deduce che si tratti di una somma assai trascurabile.
L’unica norma inserita nel pacchetto — qualcuno maligna per far sì che i gruppi politici non facciano cadere il governo — è la soppressione del contributo ai partiti in caso di interruzione anticipata della legislatura.
A questa norma, già prevista nella prima bozza della manovra, l’aula del Senato ha aggiunto una ulteriore soppressione.
Quella relativa al “versamento della quota annua di rimborso, spettante (…) anche nel caso in cui sia trascorsa una frazione di anno”.
Che vuol dire? Che non solo cade la norma odiosa per cui i partiti prendono rimborsi per i cinque anni della legislatura anche se questa si interrompe a metà , ma che i contributi pubblici, se la legislatura si interrompe dopo due anni e tre mesi, non copriranno per intero l’anno in corso.
In termini economici cosa vuol dire?
I calcoli sono semplici: se la legislatura continua sino alla naturale scadenza il risparmio è zero. Se si interrompesse adesso, i partiti oggi in Parlamento non prenderebbero il rimborso degli anni 2012 e 2013, ma dei 500 milioni complessivi, otterrebbero solo le tre tranches (300 milioni totali) che hanno già incassato.
Questo, ovviamente, non vuol dire che quei soldi non verranno spesi (le nuove elezioni porteranno nuovi rimborsi di simile entità ), ma che, salvo modifiche da parte di Montecitorio, la norma che fino a quest’anno ha fatto si che Ds, Dl, Forza Italia e An incassassero i rimborsi relativi alle consultazioni politiche del 2006, non sarà più valida.
È questa, in realtà , l’unica legge che, messa a sistema, consente di operare dei tagli strutturali di una qualche rilevanza, evitando il “cumulo ” di soldi ottenuti dagli stessi partiti per partecipare alle elezioni.
L’altra norma individuata per gli stessi soggetti pesa assai meno: dal 2013, infatti, i partiti dovranno rinunciare ad una somma di rimborso di 7,67 milioni complessivi ogni anno.
Per gli “stipendi” di deputati e senatori si dovrà attendere l’apposita commissione che dovrà comparare indennità , diaria e benefit di tutti i parlamenti d’Europa per mettere in linea Camera e Senato con il Bundestag o con l’Assemblea nazionale francese.
Se il calcolo fosse fatto sulla sola “indennità ” – che in Italia tocca gli 11mila euro (record continentale) contro i 2.921 della Spagna e i 6.892 della Francia – il livellamento la porterebbe alla cifra di 5.300 euro.
La commissione ancora da istituire, però, dovrà prendere la cifra nel suo complesso, aggregando anche i “servizi” che eventualmente siano utilizzati dagli altri parlamentari d’Europa. Insomma , il calcolo pare assai complicato.
Gli altri tagli, quelli alle auto blu e agli aerei blu (di cui tra l’altro, per motivi di sicurezza, non si conosce l’utilizzo dall’anno 2009), non peseranno pressochè per nulla, visto che il grosso della spesa è dato dalla presenza degli autisti ormai in servizio effettivo per conto dello Stato (due autisti per ogni vettura).
Non sono toccate le grosse voci della spesa pubblica: gli 8 miliardi e mezzo degli enti territoriali, i 3 miliardi degli organi Costituzionali (1,7 solo per i bilanci di Camera e Senato), i 2,5 miliardi delle “consulenze esterne” nella pubblica amministrazione.
In Grecia, con la crisi economica, hanno tagliato le Province da 57 a 13, i Comuni da 1034 a 325 e propongono di ridurre i deputati da 300 a 200.
Noi, che stiamo un po’ meglio della Grecia, conserviamo tutte le Province, le Regioni con o senza lo statuto speciale e contiamo 945 tra deputati e senatori contro i 661 parlamentari tedeschi.
Toccateci tutto, ma non la casta.
Eduardo di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 15th, 2011 Riccardo Fucile
IL PREMIER RIPUDIA I TAGLI DEL TESORO E TEME LE MOSSE DI MARONI… DAL BUNKER DI PALAZZO GRAZIOLI MANDA A DIRE: “CHI SOSTIENE CHE STO PER CEDERE SBAGLIA”
“So che qualcuno dice in giro che potrei mollare, lo deluderò anche stavolta. Io non intendo lasciare il passo a nessuno”.
Il “gioco di palazzo” per farlo fuori lo intravede chiaro all’orizzonte, adesso che la manovra sta per diventare legge.
Il partito del governo tecnico si agita, pronto magari all’assalto sulla scia del prossimo terremoto dei mercati.
Silvio Berlusconi resta blindato a Palazzo Grazioli, ma da lì lancia ai pochissimi collaboratori con cui ormai accetta di parlare – in una settimana segnata dal silenzio e dai forfait a tutti gli appuntamenti ufficiali – messaggi decisi, perfino di sfida:”Se hanno i numeri mi sfiducino in Parlamento”.
Il premier quei numeri ritiene di averli ancora, lo dimostrerà oggi con il via libera alla manovra salva-conti. E poi nei mesi a seguire, sostiene.
Allora anche l’uscita di Bossi sul governo che “deve temere”, l’accenno a un possibile governo tecnico, nella lettura del presidente diventa “solo una battuta paradossale”.
Certo, Silvio Berlusconi si sente stretto all’angolo.
Tra il Quirinale che ormai detta la linea della “coesione” nazionale e gli congela ogni velleità di rimpasto, Tremonti che evoca il Titanic e i consueti avvertimenti del Senatur.
Ma non si dà per vinto e, riferisce un uomo di governo che lo ha sentito, mette in guardia i pretoriani: “C’è qualcuno che fa girare la voce di un mio abbandono in modo malizioso, ci sono anche altri deputati che invece sono terrorizzati che questo possa davvero accadere. Ma possono stare tranquilli. Di questi momenti ne abbiamo già affrontati, anche questa volta la spunteremo”-
Detto questo, è un presidente del Consiglio che si tiene fuori dai giochi, costretto al silenzio per non turbare i mercati.
Provato anche fisicamente, oltre che abbattuto, come riferiscono i frequentatori abituali della sua residenza. Segnato ancora dalla sentenza sul lodo Mondadori, ma anche dall'”assedio” delle inchieste giudiziarie sui suoi uomini di partito e di governo.
Per non dire della tempesta finanziaria, sulla quale è stato esautorato in toto dal ministro dell’Economia e dalla “regia” del Colle nella trattativa con le opposizioni.
Abbattuto e sfiancato, dunque. Così, il Cavaliere annulla in sequenza prima la visita di Stato di oggi a Belgrado, suscitando l’irritazione della presidenza serba per la terza missione cancellata da ottobre ad oggi.
Poi, rinuncia anche in serata ai funerali del militare morto in Afghanistan, Roberto Marchini. Soprattutto, non si presenta nemmeno al Senato nel momento in cui viene approvata la manovra del salvataggio dei conti, lasciando non casualmente l’intera scena a Tremonti.
“Avevo progettato il taglio delle tasse, approviamo una manovra che contiene solo tagli, per di più alle famiglie” è lo sfogo che autorevoli fonti attribuiscono al premier.
Non sente per nulla sua, insomma, quell’operazione finanziaria tutta lacrime e sangue.
Nel silenzio del capo tacciono ministri e dirigenti, spariti i coordinatori Pdl. “Non sappiamo che faccia, a cosa pensi, siamo nel caos anche noi” ragiona uno di loro sconfortato in un Transatlantico deserto in serata.
Boatos di nuove intercettazioni in arrivo su uomini di governo avvelenano il clima.
Il neo segretario Alfano parla nel primo pomeriggio a lungo con Marco Milanese (sotto richiesta di arresto) nei salottini della Corea di Montecitorio.
Poi con il presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro, finito sotto inchiesta per camorra. Grane giudiziarie che toccheranno il culmine oggi col voto sull’arresto di Alfonso Papa in aula. Ma soprattutto, nel partito del premier c’è la sensazione diffusa che l’alleanza indissolubile con la Lega si sia dissolta.
E che il Carroccio si prepari “a staccare la spina, se non ora, alla ripresa di settembre”.
Ieri mattina, ai banchi del governo a Montecitorio, lungo colloquio tra Umberto Bossi e Roberto Maroni, alla guida dell’ala più recalcitrante del partito.
E poche ore dopo, è cambiata la linea dei lumbard sull’arresto del pidiellino Papa ed è arrivata perfino la mezza apertura a ipotetici governi tecnici.
Quel che è certo, raccontano nella cerchia leghista, è che il Senatur considera il momento delicato e la permanenza al governo a questo punto tutta da discutere, fin dalle prossime settimane.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Luglio 15th, 2011 Riccardo Fucile
IN POCO TEMPO SI E’ PASSATI DALL’OSTENTATO OTTIMISMO AL “SIAMO SUL TITANIC” DI TREMONTI: ESPLODONO LE CONTRADDIZIONI E LE CONTRAFFAZIONI DEL GOVERNO…SUGLI ITALIANI UNA NUOVA BOTTA DA 1.000 EURO L’ANNO
Ora qualcuno dovrà spiegare agli italiani come sia stato possibile, dall’oggi al domani, passare
da “La nave va” di Silvio Berlusconi al “Titanic” di Giulio Tremonti. Qualcuno dovrà chiarire a un’opinione pubblica confusa come sia stato possibile precipitare in poche ore dalla leggenda berlusconiana su un’Italia “che è già uscita fuori dalla crisi e l’ha superata molto meglio degli altri”, alla tregenda tremontiana intorno a un Paese che a causa del suo debito pubblico “rischia di divorare il futuro nostro e quello dei nostri figli”.
In questo abisso di contraddizione politica e di contraffazione mediatica è racchiuso il fallimento di un governo che per tre anni ha colpevolmente negato l’evidenza, e che adesso è brutalmente travolto dall’emergenza.
Nessuno ha spiegato e spiegherà ai cittadini storditi dalla stangata in arrivo questo clamoroso e doloroso cortocircuito.
Soprattutto non lo farà l’unico artefice del colossale inganno, cioè il presidente del Consiglio.
Il Cavaliere Inesistente, come da romanzo di Calvino. Da una settimana non si vede e non si sente.
Il Paese è nel mirino della speculazione, alla quale offre ogni pretesto possibile per attaccare: un premier bollato come “corruttore” da una pronuncia civile derivata da una sentenza penale passata in giudicato, una maggioranza lacerata dalle guerre intestine, una teoria di ministri mascariati da richieste di processo per mafia o lambiti da scandali affaristici e da faide interne agli apparati dello Stato.
L’Italia, in queste penose condizioni, torna ad essere la seconda “i” dell’acronimo dei derelitti di Eurolandia: siamo “Piigs”, insieme a Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna. Berlusconi tace.
Raccontano che sia occupato dall’organizzazione delle sue prossime ferie ad Antigua. Da mattatore del Villaggio Globale ad animatore del Villaggio Vacanze, come già gli successe nell’estate rovente del 2006.
L’assordante silenzio è colmato da una esplicita supplenza.
Sul fronte internazionale, la Merkel e Bernanke incoraggiano l’Italia a non desistere dal rigore.
Sul fronte interno, il presidente della Repubblica e il governatore della Banca d’Italia ottengono quel frammento di “coesione nazionale” utile a portare a casa almeno questa manovra.
Il ministro dell’Economia va in Senato a mettere la faccia sul maxi-decreto da ultima spiaggia, da approvare subito, pena l’attacco finale dei mercati.
Tremonti fa un discorso grave, da “ora delle scelte irrevocabili”. Rilancia l’immagine apocalittica di un’Europa che incontra “un appuntamento col destino”, consapevole che “la salvezza non arriva dalla finanza ma dalla politica” e che “la politica non può fare errori”. Ma neanche lui spende una parola per giustificarsi e per scusarsi, di tutti gli errori madornali che questo governo ha commesso dal trionfo elettorale dell’aprile 2008 in poi.
Non un “mea culpa”. Solo l’appello accorato a unire le forze, perchè “il Paese ci guarda, guarda il governo, guarda la maggioranza, guarda l’opposizione”.
L’appello va raccolto.
Nessuno può giocare a dadi contro il proprio Paese, all’insegna dello sfascismo e del peggiorismo.
Nessuno si augura che l’Italia faccia la fine della Grecia, che trascini nel baratro se stessa e l’intera unione monetaria europea.
Nessuno spera che la caduta di Berlusconi sia uno spettacolo che valga “qualunque prezzo”, compresa la bancarotta nazionale.
Dunque la manovra-lampo deve passare.
Ma nel momento in cui il Parlamento assume fino in fondo questa responsabilità , non si può non dire di chi è la colpa, se oggi siamo arrivati a questo durissimo tornante della Storia.
E soprattutto non si può non dire che l'”imperativo categorico”, al quale ora l’insipienza e l’incoscienza di chi governa ci ha costretto, ha un costo sociale enorme, e purtroppo ancora una volta squilibrato a danno di chi è più debole.
Un ceto medio ormai sempre più esteso e indifeso è obbligato a ingoiare i ticket sanitari, il blocco dei contratti nel pubblico impiego, la riduzione delle cattedre nella scuola, in prospettiva persino il colpo di scure sulle detrazioni fiscali per i coniugi e i figli a carico.
A regime, solo per le ricadute sull’Irpef, una “botta” stimata in oltre 500 euro a famiglia.
E a poco servono le presunte “correzioni perequative”, come la rimodulazione della “patrimoniale mascherata” sui conti di deposito o il contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro.
Ancora meno servono le privatizzazioni e le liberalizzazioni alle vongole, come dimostra la penosa Vandea corporativa degli avvocati-deputati del Pdl, che gli ha fruttato la blindatura di un Ordine professionale ancora una volta sacro e intoccabile. Sale sulle ferite di un corpo sociale che paga sempre.
Lieve prurito sulla pelle di categorie che non pagano mai.
Anche il centrosinistra è costretto a turarsi il naso e a lasciare che la manovra passi così.
Con tutte le sue iniquità qualitative e le sue criticità quantitative, che pesano e peseranno. Non solo sulle tasche dei contribuenti, ma anche sul giudizio dei mercati. Questa manovra da 40, 49 o 65 miliardi che siano, infatti, rischia di non bastare a fermare l’onda speculativa che monta.
La calma apparente degli ultimi due giorni è già finita. La Borsa torna a perdere, i titoli bancari tornano a cadere, lo spread tra i titoli italiani e quelli tedeschi torna sopra a quota 300, all’asta dei Btp il “premio di rischio” richiesto per investire sull’Italia sale a livelli mai conosciuti dall’avvento dell’euro.
È il segno che la “cura” non basta, perchè nonostante tutto non appare credibile nè sulle politiche di risanamento nè, meno che mai, sulle politiche di crescita.
Non basta inchinarsi doverosamente al totem del “pareggio di bilancio”: va inseguito nei fatti, non solo celebrato nelle parole.
E questa manovra non da sufficienti sicurezze.
Questo è il “conto” da saldare, che il Cavaliere Inesistente lascia sul tavolo della crisi. Senza battere ciglio e senza pagare “pegno”.
Lo rammentino gli italiani, quando saranno in fila con il portafoglio aperto per una visita medica, o verseranno il bollo sui Bot.
Soprattutto, lo ricordino nel segreto dell’urna, quando saranno richiamati a votare.
A questo punto, speriamo davvero il più presto possibile.
Naufraghi all’improvviso, forse siamo ancora in tempo per scendere dal Titanic.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi, Bossi, Costume, denuncia, economia, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 15th, 2011 Riccardo Fucile
IMBARAZZANTE PERFORMANCE DI BOSSI JUNIOR A UN CONVEGNO SULLA TV DEL FUTURO…L’APPROCCIO PADANO AI NEW MEDIA GELA I RELATORI DELL’INCONTRO E SCATENA IL SARCASMO IN RETE
Parla il Trota e cala il silenzio. Imbarazzato.
A un convegno romano sulla tv, hanno pensato bene di chiedere a Renzo Bossi la sua opinione su Internet, nuovi media e televisione del futuro: lui interviene mandando un videomessaggio, la platea si gela — raccontano i presenti — il video finisce online, e gli utenti della Rete si scatenano.
“Vai Trota, il mondo ittico con te e l’unica rete che ci piace è quella in cui un giorno rimarrai impigliato”; “Ma chi gli ha scritto un discorso che non è neanche in grado di leggere?”; “Ma quale sarebbe la generazione a cui appartiene?”.
Questo il tenore dei commenti postati su Youtube sotto il Trota-messaggio: non convince il consigliere regionale in Lombardia, anche se ufficialmente lui è “responsabile Lega Nord media” nel partito di papà Umberto.
L’occasione per la performance è il convegno “Vecchia TV vs Nuova TV” che si è tenuto nei giorni scorsi a Roma.
Un’incontro per riflettere su nuovi formati e nuovo pubblico della televisione nell’epoca di Internet.
Al tavolo i responsabili delle aziende di tlc come Telecom, broadcaster come Rai, Mediaset e Sky, giornalisti ed esponenti del mondo politico (da Paolo Gentiloni del Pd a Roberto Rao del’Udc).
Quello che forse gli internauti non sanno sono le facce basite dei relatori quando sul maxischermo della Casa del cinema di Villa Borghese di Roma è partita la clip in cui il Trota cerca di spiegare l’approccio padano alla tv digitale e al web 2.0.
Dopo gli interventi di Giancarlo Leone, Vicedirettore Generale della Rai e Gina Nieri, consigliere di amministrazione di Mediaset, appare il faccione di Renzo.
Cinque minuti di intervento che lasciano interdetti tanto i relatori quanto la gente in platea.
Alla fine il videointervento è riuscito a strappare anche qualche applauso di circostanza, ma la sensazione dominante, come confermano alcune persone presenti, era di imbarazzo totale.
Mentre i vari ospiti discernevano di cacth-up television, di copyright su Internet e dei problemi che “l’auto-comunicazione di massa pone alla politica”, come sostiene Manuel Castells, il Trota che fa?
Approccia un ragionamento in cui cerca di tenere assieme i social network e il digitale terrestre in una nuova prospettiva di comunicazione iper-localista.
Tratteggia una Rete verde (padana, non ecologista), un web stretto nella valle del Po.
Sarebbe anche un’opinione legittima se non fosse parso fin troppo evidente che Bossi Jr. non capiva esattamente i contenuti del testo del suo intervento.
Per tre volte si incespica prima di riuscire a pronunciare l’astruso sostantivo “pluralismo” e non lesina pause per rituffarsi negli appunti e riprendere il filo di un ragionamento che sembra proprio non riuscire a governare.
Cita anche Outside.in, il super-aggregatore di notizie messo a punto dalla Cnn che collega più di 84mila cittadine grazie al lavoro di blogger e cronisti locali.
Niente male, peccato però che secondo lui, il servizio abbia messo in rete 250 realtà e serva soprattutto per vedere la programmazione di cinema e teatri.
Poi la chicca: “Bisogna valorizzare la comunicazione locale — sostiene — Con il passaggio al digitale terrestre, le televisioni regionali si trovano a dover fare dei grossi investimenti. Dobbiamo aiutarle. Ma sono convinto che con un forte impegno si possa portare a casa”.
Il Trota farebbe meglio a spiegare il concetto a suo padre che siede in consiglio dei ministri in modo da consentire al Senatur di farsi portavoce degli interessi dell’emittenza locale.
Una cosa difficile, dato che le piccole tv di tutta Italia sono in rivolta contro il piano del governo di esproprio delle frequenze tutto a vantaggio degli incumbent (Rai e Mediaset).
Se fosse stato un esame sul web, Renzo sarebbe stato bocciato.
E invece era il Corecom, un organismo di nomina politica dove hanno pensato bene di garantire una bella platea al figlio del Capo.
O forse il Trota l’ha fatto apposta: voleva essere bocciato anche in web.
Tanto per non perdere l’abitudine.
Lorenzo Galeazzi e Federico Mello
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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