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A LECCE IL SINDACO PIU’ AMATO D’ITALIA: PAOLO PERRONE APPREZZATO DAL 64,2% DEI SUOI CONCITTADINI

Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile

SCIVOLANO GIU’ DE MAGISTRIS, RENZI, FASSINO E TOSI… TRA LE NEW ENTRY ORLANDO E PIZZAROTTI

Piccola rivoluzione anche nell’indice di gradimento dei sindaci, dove anche questa volta (dopo De Magistris a Napoli lo scorso anno) si impone un primo cittadino del Sud: a svettare infatti è Paolo Perrone, primo cittadino di Lecce, seguito da Mario Lucini (Como) e dall’onnipresente Vincenzo De Luca (Salerno).
Questo almeno a stare al verdetto, relativo al secondo semestre del 2012, della 18/ma edizione dell’indagine di Monitorcittà  di Datamonitor, che monitora la percentuale di gradimento dei cittadini per i propri sindaci.
Lo studio ha quantificato anche l’apprezzamento per la qualità  dei servizi dove, ancora una volta, si impongono le città  del Nord, in questa edizione con Bolzano e Trento.
Perrone, eletto per il centrodestra e al suo secondo mandato, è apprezzato dal 64,2% dei suoi concittadini, e ha guadagnato rispetto al primo semestre 2012 il 4,4%.
Lucini (centrosinistra, eletto a maggio scorso), ha conseguito un gradimento del 63,8%; sale poi dello 0,5% Vincenzo De Luca (centrosinistra), arrivando a quota 63,5%.
Lo studio, ricordano gli autori della ricerca, prende in esame il gradimento dei sindaci che riescono a ottenere più del 55% di gradimento da parte dei cittadini.
Sui 110 comuni capoluogo monitorali sono 49 in quest’edizione quelli che sono riusciti a entrare nella “top 55%” (erano 45 nell’edizione precedente).
Al quarto posto della classifica dei sindaci troviamo il sindaco di Palermo Leoluca Orlando (centrosinistra), con il 63%, e, in leggera flessione, Graziano Delrio di Reggio Emilia (centrosinistra), con il 64,1% (-1,3%).
In sesta posizione il sindaco di Lucca Alessandro Tambellini, eletto a maggio dell’anno scorso, che incassa il 62,5% di gradimento.
Un particolare rilievo viene dato alle città  metropolitane, dove svetta il +5% del sindaco di Milano Giuliano Pisapia, che sale al 61,2% (10/mo), il +4,8% del primo cittadino di Genova Marco Doria (14/mo), forte del 60,7%, il calo del 5,6% del sindaco di Napoli Luigi De Magistris (19/mo con il 59,6%), il -1,8% di Fassino a Torino (20/mo con il 59,2%), il -2,3% di Matteo Renzi a Firenze (39/mo al 56,1%) e la flessione del 5,2% di Massimo Zedda a Cagliari (47/mo con il 55,2%).
New entry al 24/mo posto con il 58,4% il primo cittadino grillino di Parma Federico Pizzarotti, che ha riscosso varie critiche per i punti ancora irrisolti a quasi un anno dalla vittoria.
L’ambito della qualità  dei servizi vede ai primi due posti Bolzano e Trento (rispettivamente con il 76,9 e il 69,9% di gradimento), seguite da Reggio Emilia con il 66,1%.
Più distanziate troviamo Belluno con il 63,9%, Pordenone (62,5%), Verbania (61,2%), Udine (59,6%), Biella (59,4%), Sondrio (59,1%) e Aosta (58,7%).
Con la sola eccezione di Siena (15/ma con il 57,9%), i primi 20 posti della classifica sono occupati da città  del Nord.
Nella top ten dei sindaci di Datamonitor, 7 risultano eletti nel centrosinistra, che ne acquisisce 37 su 49.
La classifica dei sindaci over 55% ne conta 29 del Nord (erano 22 nel primo semestre 2012), 7 del Centro (-3) e 13 del Sud (-1).
Nessuna donna sindaco, viene sottolineato, è presente nella classifica.

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AI CINQUESTELLE IN GITA SCOLASTICA GRILLO DISPENSA PACCHERI, PORCINI, GUANCIALE E SOLITE AMENITA’ SENZA COSTRUTTO

Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile

VORREBBE LE LARGHE INTESE “COSI LA GENTE PRENDE I BASTONI”, NON CAPISCE CHE SE GOVERNASSE LUI LA GENTE PRENDEREBBE I FUCILI… POI BATTUTE DEGNE DI BOSSI: “NOI SIAMO UNITI, GLI ALTRI SONO DIVISI”, “NOME DI UN PREMIER A NAPOLITANO LO FACCIAMO SOLO SE PRIMA CI DA’ L’INCARICO”… PREVALE LA LOGICA DEL BUNKER

Lontani dal boato delle piazze, ma anche dal chiacchiericcio della politica, i parlamentari 5 stelle incontrano il loro leader Beppe Grillo in aperta campagna, dove il silenzio è interrotto solo da polli, galline e volatili.
A pranzo paccheri con porcini e guanciale, per i “grillini”, che dicono di aver scelto la location per una giornata «in allegria».
Si trova tra la costa di Fregene e il lago di Bracciano il casale Villa Valente, con ristorante “La quiete”, dove deputati e senatori sono stati portati da tre autobus, dopo un giro tortuoso per le vie della capitale.
All’arrivo a destinazione occhi ben aperti da parte di staff e parlamentari per tenere fuori eventuali infiltrati: i giornalisti sono stati invitati fuori dai cancelli della villa.
Nessuno streaming è previsto per quei militanti che fossero curiosi di sapere cosa, in questo delicato frangente politico, Grillo dirà  ai suoi.
«Non siamo noi che ci stiamo dividendo, sono gli altri», ribadisce Grillo.
«Se si verificherà  l’inciucio delle larghe intese la gente, che è stufa, prenderà  i bastoni», avverte il blogger genovese, che poi detta la linea: «Dobbiamo arrivare calmi e sereni all’elezione del presidente della Repubblica che sarà  molto diverso da questo».
Grillo non perde occasione per criticare i giornali: «Abbiamo a che fare con gente incredibile. Fanno dossier e controdossier di tutti i tipi contro di me».
Poi rilancia: «Ho detto a Napolitano di darci l’incarico» di formare un governo e solo dopo «gli faremo un nome» per la sua guida. «Ora il nome è il Movimento nel suo insieme».
Poi fa il solito modesto: “Le cose in Sicilia le abbiamo fatte noi, non Crocetta“.
E ai parlamentari Grillo chiede di non pubblicare sui social network «elementi di vita privata, ma solo l’attività  parlamentare».
Ma c’è chi lo interrompe: “Non stiamo per caso fornendo un pretesto ai partiti per fare un governissimo?” chiede un parlamentare.
E Grillo risponde: “L’hanno già  fatto da un mese. No, non gli stiamo fornendo nessun pretesto”.
Il leader dei Cinque Stelle si mette a disposizione di deputati e senatori: “Fatemi domande, ma non ho risposte per tutto”.
In mattinata, in una intervista al “Secolo XIX” era uscito allo scoperto un altro dissidente.
“Il Movimento 5 stelle doveva fare il governo con Bersani, ottenere dei ministeri e cominciare a lavorare, dice il deputato friulano grillino Walter Rizzetto.
Rizzetto spiega che con Bersani avrebbe “cercato una mediazione” per ottenere “dei ministeri”.
“Faceva il premier, alle nostre condizioni, e intanto ci sedevamo nel governo e iniziavamo seriamente a lavorare — ha detto il deputato -. Ci potevamo dare una possibilità . E lo dice uno che sulla fiducia a Bersani ha votato no. Però le cose sono cambiate”.
Ma “ormai il tempo è scaduto, non si torna indietro. Credo che il destino del M5s sia all’opposizione”.
Rizzetto ha difeso il collega Tommaso Currò, che nei giorni scorsi aveva aperto all’ipotesi di un sostegno a Bersani: “Ha fatto bene. Una persona è libera di esprimere il proprio dissenso, di avere le proprie idee diverse dagli altri, e non deve avere paura di dichiararlo”.
Per Rizzetto anche il silenzio con i giornalisti è un “atteggiamento che danneggia il movimento… questa paranoia asfissiante sull’informazione, gli sguardi sospetti tra di noi. Ci stiamo facendo del male, e se ora se la prenderanno con Tommaso, lo emargineranno, sarà  solo l’ennesimo errore. Aria di caccia alle streghe, non mi piace”.

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CONDANNATO A 4 ANNI L’EX SINDACO LEGHISTA DI VARESE PER PECULATO E CONCUSSIONE

Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile

TRAVOLTO ANNI FA DA UN SEXY GATE, IL LEGHISTA FUMAGALLI RITENUTO COLPEVOLE DI USO IMPROPRIO SI AUTO BLU E AUTISTI PER VIAGGI DI PIACERE IN COMPAGNIA DI GIOVANI ESCORT

L’ex sindaco leghista di Varese Aldo Fumagalli è stato condannato a quattro anni di reclusione per peculato e concussione per induzione, al termine del processo per il sexy gate che lo ha travolto otto anni fa.
I fatti risalgono al periodo in cui Fumagalli sedeva sulla poltrona di primo cittadino, nel 2005, quando la Procura gli contestò l’utilizzo improprio di auto blu e autisti usati per viaggi di piacere in compagnia di giovani straniere.
Viaggi che, a detta del Pm Agostino Abate “non avevano nulla di istituzionale”.
Auto con autista stipendiato dal Comune per raggiungere le ragazze o accompagnarle da qualche parte; compresa quella volta che, sulla strada per Monza, l’auto blu rimase in panne e Fumagalli la fece sostituire con un’altra da Varese.
Testimone dei fatti l’imprenditore Roberto Pasin, amico di Aldo Fumagalli: l’ex sindaco avrebbe frequentato un giro di escort.
Pasin ha dichiarato di essere stato personalmente testimone di uno di questi appuntamenti a luci rosse con una russa, che si è svolto nell’Hotel Regina di Savoia di Stresa.
Più volte, inoltre, Fumagalli avrebbe utilizzato l’auto di servizio per trasportare giovani straniere in varie zone della provincia; una di loro usufruì perfino di un appartamento che il Comune destina ai bisognosi.
Appuntamenti dello stesso tenore venivano presi in una casa sul lago di Monate, frequentata da giovani cubane, mentre altri appartamenti erano frequentati da ragazze rumene.
Oltre ai viaggi Fumagalli era stato accusato di aver fatto pressioni per l’assunzione delle giovani donne nella cooperativa che aveva in appalto la pulizia del Comune.
E infine era stato accusato di aver aggirato i regolamenti per trovare un alloggio alle stesse amiche straniere.
Quattro diversi capi d’accusa per cui la Procura varesina aveva chiesto in totale sei anni.
Alla fine Fumagalli è stato assolto solo dall’accusa di peculato per avere concesso indebitamente una casa comunale a una donna che non ne aveva diritto, mentre è stato dichiarato colpevole per gli altri capi d’accusa.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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PANNELLA SI INFURIA A “LA ZANZARA” E SFASCIA LO STUDIO RADIOFONICO

Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile

LANCIA OGGETTI E MICROFONI CONTRO I DUE CONDUTTORI: “SIETE DUE COGLIONI”… UN GIORNALISTA FERITO ALLA MANO …. PANNELLA: “TI SPACCO PURE LA FACCIA”

Studio quasi devastato, microfoni, cuffie, ipad rotti, una mano ferita.
E’ questo il bilancio dell’ospitata di Marco Pannella a “La Zanzara”, su Radio24, in una puntata comica e surreale che resterà  negli annali della nota trasmissione radiofonica.
Il leader dei Radicali comincia a spazientirsi coi conduttori, Giuseppe Cruciani e David Parenzo, perchè non riesce a prendere la parola.
“Qui non servo a dare notizie” — si lamenta Pannella — “sentite solo parlare voi stessi e in questo siete due coglioni“.
La polemica si infiamma quando il politico, commentando il ventaglio dei possibili candidati al Colle, afferma che Emma Bonino da quindici anni gode di un “sostegno plebiscitario che si è sempre rinnovato”.
Cruciani replica: “Beh, plebiscitario…avete preso lo 0,3% alle elezioni”.
Pannella si adira e abbandona temporaneamente lo studio ma viene convinto a tornare da David Parenzo.
Nel frattempo, viene lanciato l’audio dello scherzo telefonico a Valerio Onida, ma il radicale urla: “Non me ne frega un cazzo di sentire Onida. Tieniti il saggio e non rompere i coglioni”.
E continua a effondere perle ruspanti all’indirizzo di Cruciani, che paragona Pannella a Beppe Grillo perchè non accetta il contraddittorio.
Tra parolacce e anatemi, il politico biascica sondaggi e rivelazioni sui bookmarkers inglesi fino a rivangare la campagna “Emma for president” lanciata dai radicali nel 1999.
Ma Cruciani puntualizza: “Sì, ma è successo tanti anni fa”.
Il leader dei Radicali esplode in una furia incontrollabile, lanciando oggetti e buttando microfoni, tra le urla e le risate incredule dei due conduttori.
”Mi hai fatto male alla mano, io qui chiamo l’avvocato”, avverte Cruciani, innescando un altro raptus di collera di Pannella che nuovamente scaglia contro il giornalista i microfoni e replica: “Ti spacco pure la faccia, chiama l’avvocato anche per la faccia“.
Passano alcuni minuti e il radicale vuole fare un altro appello, stavolta alla comunità  penitenziaria. “Hai una radio tua a disposizione, non me ne frega un cazzo dell’appello”, commenta polemicamente Cruciani.
La frase scatena l’ultimo atto dell’ira funesta di Pannella, che dà  il suo finale tocco devastatore e abbandona lo studio de “La Zanzara”.
Nel corso della puntata, Cruciani si farà  dare dalla regista del ghiaccio per la mano e su twitter scriverà : “Ha distrutto lo studio e mi ha colpito la mano con tutto. Vado al pronto soccorso dopo la trasmissione”

Gisella Ruccia

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RENZI GIOCA PER SE’, LA REPLICA DEI BERSANIANI: “SEI COME BERLUSCONI”

Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile

FIORONI: “DANNO BUONI CONSIGLI QUELLI CHE HANNO SMESSO DA POCO DI DARE CATTIVI ESEMPI”

Come spesso capita nel centrosinistra, è l’ex dc Beppe Fioroni, ala cattolica del Pd, a sviscerare il vero nodo della nuova guerra tra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi. Fioroni cita Fabrizio De Andrè e dice: “La linea di Matteo? Come cantava De Andrè ‘danno buoni consigli quelli che hanno smesso da poco di dare cattivi esempi’. Cercare di far saltare la scelta di un presidente condiviso con diktat come ‘o governissimo o voto’, tirare sempre l’idea dell’inciucio è un atteggiamento irresponsabile, se questa fosse la tentazione”.
Il senso è questo: le ultime uscite del sindaco di Firenze, prima “la politica sta perdendo tempo”, poi “accordo con il Pdl o voto subito, basta con umiliazioni dai grillini”, vengono decifrate da bersaniani e non come il tentativo di Renzi di entrare a piedi uniti nella trattativa tra il segretario e Berlusconi per un nome condiviso al Quirinale.
Non a caso, il timing della sua offensiva è stato calcolato dopo l’apertura del leader democrat al Cavaliere sulla successione a Giorgio Napolitano.
Il Rottamatore vuol contare in questa partita e si fa anche l’ipotesi che possa far parte dei grandi elettori toscani e guidare la sua pattuglia di cinquanta parlamentari nelle votazioni che cominceranno il 18 aprile.
Cinquanta teste che potrebbero amputare la minaccia bersaniana di far eleggere, dal quarto scrutinio in poi, il capo dello Stato “da una sola parte”, cioè il centrosinistra. Non solo.
L’ansia un po’ scomposta di Renzi, che ha pure causato la reazione furibonda di Napolitano sulla perdita di tempo, “non è vero” ha replicato il presidente della Repubblica, l’ansia, dicevamo, trova una ragione anche nella strategia del segretario del Pd.
In pratica, Bersani non molla e punta ancora al governo di minoranza e con un nuovo capo dello Stato, non più in semestre bianco come Napolitano e con pieni poteri di scioglimento del Parlamento, è convinto di farcela.
In questo modo, al prossimo giro di consultazioni, con la pistola dello scioglimento anticipato sul tavolo, verranno fuori bluff e timori degli altri partiti.
Il fidatissimo Davide Zoggia lo spiega apertamente: “Noi siamo molto fiduciosi sulla possibilità  che nasca il governo del cambiamento”.
Zoggia sconfessa e massacra Renzi, e con lui tanti altri bersaniani che paragonano sic et simpliciter il sindaco di Firenze al Cavaliere.
Dice: “Berlusconi ripete ossessivamente che o si va col Pdl o si va al voto. Se Renzi si vuole accomodare e fare il governo con il Pdl non è la linea scelta dal partito”.
La linea di frattura nel Pd, apertasi con lo scontro alle primarie, dipende quindi dal grande gioco del Quirinale.
E se davvero Bersani dovesse varare il suo esecutivo di minoranza, l’onere della tanto evocata scissione, ipotesi di nuovo gettonatissima, toccherebbe a Renzi, il quale ha puntato le sue fiches sul voto anticipato nella finestra estiva, tra fine giugno e inizio luglio.
Gli scenari che ruotano attorno a lui sono diversi e in ogni caso i fedelissimi del segretario del Pd dicono: “Se va via, prenderebbe la metà  dei voti che invece avrebbe con il centrosinistra”.
Viceversa, se a perdere sarà  Bersani, la guerra condurrà  all’implosione del Pd.
Alcune componenti, tipo i “giovani tuchi”, considerano impossibile la convivenza con Renzi nello stesso partito.
Ma per delineare un quadro più realistico è necessario appunto attendere la partita per il Colle.
Ieri Bersani ha visto Monti per affrontare la questione del metodo sul nome condiviso. Il leader democrat avrebbe avuto anche la sensazione che l’attuale premier non abbia del tutto abbandonato il sogno di andare al Quirinale (promessa che lo stesso Bersani fece a Monti qualora fosse rimasto riserva della Repubblica senza salire in politica). La prossima settimana dovrebbe poi esserci l’atteso faccia a faccia con il Cavaliere. Stando ai boatos bipartisan, il candidato più quotato al momento resta Franco Marini, altro cattolico del Pd e che l’ex ministro berlusconiano Rotondi voterebbe sin dal primo scrutinio.
Poi il solito Amato. Quasi nulle, invece, le speranze per D’Alema, il cui nome viene fatto a ripetizione per bruciarlo.
Bersani assicura che adesso ricercherà  solo il metodo.
Per i nomi c’è tempo.
Anche perchè, ha confidato, “bisognerà  tenere conto della nuova fase del paese”
.È il metodo Grasso, che potrebbe portare ovunque.

Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)

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“ORA BISOGNA FAR SALTARE IL TAVOLO”

Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile

E IL CAVALIERE INCASSA DA ONIDA UN REGALO INSPERATO

«Sarebbe bene che quelle inutili commissioni finiscano qui». La stizza iniziale provata da Berlusconi quando gli leggono le parole rubate al presidente della Consulta Onida, si trasforma in pochi minuti in soddisfazione.
L’incidente diventa per il Cavaliere la miccia da far detonare nelle prossime ore e riappropriarsi del pallino di un gioco che di giorno in giorno per lui si fa sempre più rischioso, su governo e Quirinale.
«Questa storia dei saggi è bene che si chiuda, anche per il bene del presidente Napolitano: gli hanno fatto fare una figuraccia, ora si tratta di salvaguardare l’onore e l’autorevolezza del capo dello Stato», è lo sfogo raccolto da chi ha parlato con il leader Pdl, blindato nel bunker di Arcore in vista della battaglia dei prossimi giorni. Sul Colle l’imbarazzo e la irritazione per quanto avvenuto è palpabile.
Ma nessuno lassù intende darla vinta ai disfattisti della prima ora, a chi aveva sparato a zero sull’operazione fin dall’inizio.
Ecco perchè Onida, nonostante le forti tentazioni, resterà  al suo posto.
La prima persona che Berlusconi contatta, dopo aver letto le agenzie di stampa che ricostruiscono la vicenda, è Gaetano Quagliariello, il senatore che in rappresentanza del Pdl siede nella commissione sulle riforme.
Organismo che proprio in quelle ore – siamo a metà  pomeriggio – è in piena attività  nella sede di Palazzo Sant’Andrea, a due passi dal Quirinale.
Quagliariello rientra in commissione dopo la telefonata con il Cavaliere e apre il caso. Comunica ai colleghi che i lavori non possono più continuare senza un chiarimento. Gli occhi di tutti virano sul presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida, lì presente.
Sua, poche ore prima, la sortita in radio che spalanca un Grand Canyon, commissione «inutile», Berlusconi meglio se «in pensione».
Luciano Violante e Mario Mauro si dicono d’accordo col collega, la tensione sale.
I lavori restano congelati per ore, poi tutto è rinviato ad oggi.
Anche perchè nel frattempo il presidente della Consulta prende la parola, si scusa, racconta dell’incidente, della sua «ingenuità ».
Ma le scuse a porte chiuse non bastano, gli fa presente Quagliariello.
Occorre un gesto pubblico. Onida va oltre il mea culpa, ormai ha deciso.
Chiama il capo dello Stato Napolitano e notifica la sua intenzione di lasciare, di dimettersi.
Per la commissione dei saggi equivarrebbe alla discesa del sipario, con la perdita del pezzo pregiato.
«È il momento della responsabilità » taglia corto invece il presidente della Repubblica impedendo la defezione.
Ma non finisce qui.
Quagliariello chiede e ottiene proprio dal capo dello Stato un incontro chiarificatore per questa mattina.
Per porre anche sul suo tavolo il caso «politico», chiedere – come d’intesa con Berlusconi – se possibile ancora andare avanti così, col rischio delegittimazione.
Il Cavaliere non vuole indossare i panni di colui che stacca la spina, ma nei fatti è l’obiettivo che si prefigge: senza perdere altro tempo, preferisce trattare direttamente con Bersani, senza saggi.
È sera, dirigenti e parlamentari Pdl sparano a pallettoni contro le commissioni, fino a decretarne, coi falchi Brunetta e Santanchè, «la fine ridicola».
E ai berlusconiani che contattano Quagliariello per chiedere perchè non si dimetta, lui risponde a tutti: «Sono più amareggiato di voi e se Berlusconi dice di dimettermi, lo faccio in un nanosecondo, sono in contatto con lui, se mi avesse chiesto di farlo lo avrei già  fatto».
Ma l’operazione che ha in mente il leader Pdl è delicata, più sottile.
Spera sia Napolitano a prendere atto e a trarre le conseguenze sciogliendo i saggi.
Il Colle tuttavia non lo farà  e la respinta delle dimissioni di Onida ne sono la conferma.
Berlusconi intanto non metterà  piede a Roma per questa settimana e, contrariamente alle voci rincorse su un possibile incontro ravvicinato con il segretario Pd Bersani, per il momento non risulta nulla in agenda.
Tutto rinviato alla prossima settimana.
Sebbene le trattative sotto traccia proseguono, gli ambasciatori da una parte e dall’altra continuano a tenere i contatti, a sondare possibili soluzioni.
Il leader Pdl dove aver letto le uscite di Matteo Renzi è convinto di avere un freccia in più al suo arco, di poter indurre a più miti consigli Bersani e i suoi, ora che «il sindaco di Firenze rilascia le stesse dichiarazioni che potrei rilasciare io».
Tutto appare immobile mentre i Verdini e i Letta continuano a trattare.
«Continuiamo a dimostrare senso di responsabilità  e non entriamo nei problemi del Pd» taglia corto Paolo Bonaiuti.
Ma è proprio sulla frattura in campo democratico che puntano e parecchio.

Carmelo Lopapa
(da “la Repubblica”)

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PATTO BERSANI-MONTI PER IL QUIRINALE: CON 570 “GRANDI ELETTORI” POSSONO ELEGGERE CHI VOGLIONO

Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile

IL PRIMO TENTATIVO SARA’ PERO’ QUELLO DI PROVARE A COINVOLGERE IL PDL NELLA SCELTA… EMERGONO I NOMI DELLA BONINO E DI CACCIARI

Parte la trattativa sul Quirinale.
Ieri il faccia a faccia tra Bersani e Monti, lunedì (forse) quello con Berlusconi «in campo neutro», ovvero in Parlamento.
Il segretario del Pd non rinuncerà  a chiedere udienza anche a Grillo.
Per quasi due ore Pierluigi Bersani e Mario Monti siedono uno di fronte all’altro nello studio del premier a palazzo Chigi.
Era da tempo che non accadeva e l’atmosfera è rilassata. «Quasi di connivenza », scherza chi ha assistito almeno a parte della conversazione. Si parla di tutto, ma il tema vero è ovviamente il Quirinale.
E tra i due leader si arriva a siglare un vero e proprio «patto di consultazione » in vista delle prossime mosse.
In sostanza ora centrosinistra e Scelta Civica marceranno insieme, potendo così arrivare a un pacchetto di 570 grandi elettori, sufficienti dopo il terzo scrutinio a portare al Colle un loro candidato.
E tuttavia «il metodo» che Monti e Bersani condividono è un altro: «Cercheremo convergenze ampie ».
Significa che, almeno all’inizio, si farà  un tentativo di coinvolgimento del centrodestra.
«Nonostante i continui attacchi che ricevo da personaggi come Brunetta e Gasparri – spiega il premier – dobbiamo sforzarci di procedere in una logica di inclusione».
Un discorso che, per Monti, dovrebbe valere anche per il dopo, ovvero per il governo. Ma su questo punto le strategie dei due divergono e non si scostano dalle posizioni ormai fossilizzate da settimane.
E tuttavia anche sul Quirinale la disponibilità  al dialogo espressa dal segretario del Pd incontra alcuni limiti.
A Monti Bersani anticipa infatti che la trattativa con Berlusconi «va portata avanti, ma su un nome potabile».
Potrà  pur essere «un moderato», ma senza farsi dettare condizioni dal Pdl.
«Tocca a noi avanzare una proposta – ripete il leader Pd – , ovviamente in “cooperativa” con voi di Scelta Civica ».
Di nomi si è parlato eccome, ma i due leader hanno avuto l’accortezza di appartarsi da soli.
Alla fine l’identikit che ne esce, così come viene riferito agli uomini del Nazareno è quello di una personalità  «rigorosa», ma che non sia «ostile, fino a prova contraria, nei confronti del Pdl».
Un profilo che si attaglia a molti dei candidati in pectore, da Giuliano Amato a Massimo D’Alema, da Franco Marini fino a Luciano Violante e Pietro Grasso.
E proprio Grasso potrebbe rivelarsi utile, se non altro perchè la sua elezione al Colle libererebbe il posto da presidente del Senato per un esponente del Pdl (il “saggio” Quagliariello).
Se sul Quirinale l’intesa Monti-Bersani sembra solida, è quando si passa a discutere di quello che accadrà  dopo che le strategie non coincidono più.
Il premier infatti ribadisce che anche per il governo l’unica soluzione è quella di un pieno coinvolgimento del Pdl.
Mentre il segretario Pd resta scettico.
«Ma scusa – è lo sfogo che viene riproposto a Monti – l’esperienza con Berlusconi l’abbiamo pagata sia io che te alla elezioni e non abbiamo risolto niente. Avremmo dovuto cambiare l’Italia e invece, per colpa del Pdl, siamo rimasti fermi. Io non mi ci voglio più trovare in una situazione in cui non solo non si cambia nulla ma alla fine il Cavaliere ti lascia sempre con il cerino in mano».
A difendere questa frontiera, quella del governo del “cambiamento”, Bersani non è solo.
Anche Sel a un governo con Berlusconi non ci starebbe mai.
Per questo, secondo Nichi Vendola, già  dall’elezione del successore di Napolitano sarebbe opportuno lasciar perdere le tentazioni delle larghe intese e riproporre invece il metodo Boldrini-Grasso.
Con un outsider, che scompagini i giochi e lanci un ponte verso i Cinquestelle.
«Con questi ragazzi di Grillo – confida Vendola in un Transatlantico deserto – noi ci parliamo. Molti di loro ci hanno votato in passato. Alcuni sono persino venuti da me a raccontarmi che avevano ricopiato le mie poesie sul diario ai tempi del liceo».
Certo, il leader di Sel è consapevole che nel Pd, dopo l’affondo di Renzi, è in corso un congresso sotto mentite spoglie.
E la partita del Quirinale rischia di spaccare definitivamente il partito.
«Ma come diceva Pasolini, “piange ciò che muta, anche per farsi migliore”.
In queste due settimane siamo entrati in un’acceleratore che cambierà  per sempre non solo il Pd ma tutta la politica italiana».
Vendola non è l’unico a prevedere lacerazioni tra i democratici.
Sul fronte opposto, quello che guarda alla larga coalizione con il centrodestra, anche Beppe Fioroni mette in guardia chi immagina candidati che possano risultare troppo «divisivi» e ostili pregiudizialmente al Pdl: «Un presidente condiviso sarebbe la prima vera riforma italiana. Ma un presidente da combattimento provocherebbe un Big Bang nel Pd dalle conseguenze micidiali».
Tra candidati che finiscono sott’acqua e altri che si affacciano, ieri è stata la giornata in cui un partito è venuto alla scoperto ufficialmente con una proposta: i socialisti di Riccardo Nencini, alleati del Pd, hanno riunito la Direzione votato Emma Bonino for president.
Sotto traccia si fanno altri nomi di outsider.
A sorpresa spunta quello del filosofo Massimo Cacciari, attento al fenomeno grillino.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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ELETTORI CINQUESTELLE: IL 41% VUOLE ACCORDO DI GOVERNO, UNO SU QUATTRO NON LO VOTERA PIU’

Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile

SONDAGGIO EMG: IL 20,5% APPOGGEREBBE UN GOVERNO BERSANI, UN ALTRO 20,5% UN ESECUTIVO DI LARGHE INTESE… SOLO IL 74,7% RIVOTEREBBE CINQUESTELLE, IL 21,6% NO

Di fronte all’attuale stallo politico, per gli elettori del M5S cosa dovrebbe fare il partito di Grillo?
Proporre un Presidente del Consiglio indipendente di alto profilo, nel 38,4% dei casi, appoggiare un governo Bersani (20,5%), favorire e dare la fiducia a un governo di larghe intese (20,5%), spingere per tornare al voto il prima possibile (20%).
E in caso di nuove elezioni?
A distanza di un mese e mezzo dai risultati elettorali di febbraio, il 74,7% dell’elettorato sondato da Emg rivoterebbe M5S; il 21,6%, no; mentre gli indecisi sono il 3,7%.
Difficile però che il risultato del sondaggio venga preso in considerazione da Grillo. Nei giorni scorsi sul suo blog è stato infatti pubblicato un post in cui si sottolineava che chi ha votato M5S sperando in un accordo col Pd, ha sbagliato voto.
Ma a quanto pare nella base elettorale cinquestelle la posizione di Grillo e Casaleggio sta portando il movimento in un vicolo cieco col rischio, in caso di elezioni a breve, di un forte ridimensionamento della sua rappresentanza parlamentare.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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GRILLO MINACCIA I FRONDISTI: “SE DATE LA FIDUCIA, IO E CASALEGGIO CE NE ANDIAMO”

Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile

OCCHI BENDATI ALLA META: I PARLAMENTARI CINQUESTELLE OGGI GIOCANO A MOSCA CIECA

L’appuntamento è alle nove e trenta di oggi, in piazzale Flaminio.
La mail di convocazione — nebulosa e generica quanto basta — si limita a chiamare a raccolta le truppe parlamentari grilline.
Nella piazza romana tre pullman preleveranno deputati e senatori, ignari della destinazione finale, perchè ufficialmente solo gli autisti conoscono il percorso.
La meta dovrebbe comunque essere la periferia romana, forse i Castelli romani, di certo una località  a portata di bus.
Tutti, naturalmente, sanno che giunti a destinazione saranno accolti da Beppe Grillo in persona. Toccherà  al Fondatore strigliare la pattuglia, indicare la linea, placare animi inquieti.
E lanciare un messaggio semplice semplice che assomiglia a questo: «Se volete votare la fiducia, non è un problema. Ma sappiate che a quel punto io e Casaleggio ci ritiriamo a vita privata…».
Il movimento, provato dalla pressione mediatica fino al punto da sfiorare la sindrome d’accerchiamento, arriva sfibrato all’appuntamento con il leader.
Il malessere del fronte “trattativista” cresce. E i numeri sono quasi un dettaglio.
Tre, quattro senatori sono dati praticamente per persi, pronti a sostenere un eventuale governo Pd.
Una decina di deputati valutano l’outing.
E altri parlamentari meridionali di palazzo Madama sono pronti a reclamare una scossa, sollecitando il dialogo con i democratici a partire dal nodo legalitario.
Prenderà  la parola Grillo. E chiederà  ai dubbiosi di uscire allo scoperto, senza nascondersi.
E non è escluso che qualcuno decida di farlo.
Ma cercherà  soprattutto di tranquillizzare chi non riesce a tenere a bada la pressione. «Sono ragazzi, bisogna aiutarli », ripete il leader da settimane.
I gruppi parlamentari, intanto, continuano a riunirsi senza sosta.
Ieri, dopo aver eletto in diretta streaming Elisa Bulgarelli e Luis Alberto Orellana vicecapigruppo al Senato, hanno messo a punto le squadre di lavoro per le commissioni.
Qualcuno ha anche contestato l’accentramento della comunicazione nelle mani di Claudio Messora.
Il portavoce sarà  affiancato alla Camera da Nicola Biondo, in arrivo dall’Unità .
E, sempre sul fronte dei media, si è sfiorato anche il caso.
Tommaso Currò, uno dei pochi ad aver apertamente sfidato Grillo e pronto a traslocare al gruppo misto, ha rifiutato un’intervista ad “In mezz’ora” di Lucia Annunziata.
Una decisione assunta dal deputato e giunta al termine anche di un confronto interno.
Alla vigilia dell’atteso summit, Grillo è tornato ad attaccare la stampa sul blog.
Con un fotomontaggio, il leader ha mostrato una gigantesca antenna Rai, sulle cui parabole brillano le insegne di Pd, Pdl e Lista Monti.
«Una parte della popolazione italiana — ha scritto — vive in un gigantesco Truman show».
Segue la ricetta: «La Rai va rifondata e trasformata in un servizio pubblico sul modello della Bbc. Il M5S proporrà  in Parlamento l’istituzione di un solo canale Rai, senza vincoli verso i partiti, senza pubblicità  e la vendita dei rimanenti due canali ».
Ma non basta.
Il fondatore del movimento, in un’intervista registrata durante lo Tsunami tour, ha anche rivendicato il ruolo di “facilitatore”: «Dico le cose sul palco come politico da 20 anni: energia, rifiuti, wi-fi. Adesso sono diventate parte della politica che probabilmente andremo a proporre al governo».
Il guru Gianroberto Casaleggio, intanto, continua il suo viaggio tra gli imprenditori del Nord per illustrare le idee M5S per le imprese.
Ieri ha fatto tappa a Milano.

Tommaso Ciriaco
(da “la Repubblica”)

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