Destra di Popolo.net

L’ADDIO DI FINI ALLA POLITICA E LA “COSA DI DESTRA” CHE PERSEGUE QUALCHE CAPORALE DI FLI

Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile

MA PRIMA QUALCUNO SPIEGHI CHE FINE FARANNO I SOLDI DELLA FONDAZIONE AN E DEL PATTO ELETTORALE CON MONTI

Tra un paio di giorni, l’8 maggio, Fini ha deciso di convocare l’assemblea di quello che rimane di Futuro e Libertà : sarà  quella l’occasione, dopo aver a lungo meditato, in cui comunicherà  il suo addio alla politica.
C’è chi parla di un unico commissario per gestire gli affari contabili correnti (una sorta di liquidatore), chi invece ipotizza una reggenza a cura di un triumvirato con l’obiettivo di mantenere in vita formalmente Fli in attesa di “sistemarsi” al meglio.
Quello che è certo è che Fini non condivide quel progetto di destra che alcuni dei suoi vogliono perseguire.
Riportiamo la sua dichiarazione: “I miei dirigenti vogliono trattare con i colonnelli dell’ex An. Io non mi metto di traverso, ma questa non è la mia strada. Con me nessuna ricomposizione è possibile, nè posso essere l’uomo della riappacificazione. Il mio progetto di destra non è compatibile con quello di Berlusconi”.
Parole che se da un lato dimostrano la coerenza dell’uomo Gianfranco Fini, dall’altro rivelano come le cause della sconfitta elettorale possano anche essere individuate nella scarsa coesione umana e politica della sua classe dirigente.
E’ bastato il “rompete le righe” perchè non vi fosse più un progetto di riferimento, ma solo il tentativo di accasarsi altrove o di “trattare con il nemico”, vantando ancora una minima struttura e relativa percentuale elettorale.
Potremmo postare decine di nobili riferimenti ai “valori di Bastia Umbra” declamati da personaggi che ora le cronache ci riportano, a livello locale e nazionale, come prossimi a rientrare “in caserma”.
Come dopo un sisma, eccoli correre all’impazzata: chi in direzione di chi vuole fermare il loro declino, chi riscopre l’indirizzo nostalgico, chi si rifugia nelle scelte ciniche, chi vanta di avere una vecchia liaison con la sorella d’Italia.
I temi chiave di Fli per cui si erano in apparenza battuti (legalità , diritti civili, cittadinanza, giustizia sociale) vengono venduti ai ferri vecchi, nel timore che possano trovarglieli in casa.
Nessun stupore: come avevano votato per affogare gli immigrati con Silvio e Bobo, possono tornare a farlo senza pudore.
Ma una domanda ci poniamo: non è che qualcuno si stia muovendo anche per mantenere un piede sul tesoretto della Fondazione An, in attesa di un accordo con gli ex nemici, magari domani nuovamente alleati?
Una transazione amichevole, si sa, apre tante porte.
A quanto ammontano i debiti di Fli?
E a che cifra ammonta la percentuale che il partito di Monti deve destinare a Fli, in base a un preciso accordo, dei rimborsi elettorali complessivi che percepirà  ?
Tutti piccoli dettagli che forse andrebbero resi pubblici, così come i progetti in fieri di alcuni ex massimi dirigenti che praticano la respirazione bocca a bocca ai pochi militanti rimasti per accreditarsi un domani magari come capisala al servizio di qualche “consorella”.
Chi vivrà , ne vedrà  delle belle.

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“FINANCIAL TIMES” BOCCIA LETTA: “E’ INVEROSIMILE CHE UN LIBRO DEI SOGNI DIVENTI REALTA'”

Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile

“LA RESISTENZA DEI PARTITI SARA’ FORTE”…”IL DEBITO ITALIANO E’ UNO DEI PIU’ ALTI NEL MONDO SVILUPPATO”

“E’ inverosimile che il libro dei sogni del signor Letta diventi realtà ”. E’ la riflessione finale, che suona come una bocciatura,   di un editoriale del Financial Times sulle sfide del governo Letta anche perchè comprende esponenti Pd, Pdl e Scelta Civia, avversari tra di loro alle ultime elezioni e con visioni e obiettivi diversi.
Il premier italiano “è il nuovo eroe” di coloro che sono contro l’austerity: “Nel suo primo discorso in Parlamento, il vice segretario dei democratici di centro-sinistra (così lo definisce il quotidiano economico) ha annunciato” l’abolizione di tasse — Imu e le altre — fino a 6 miliardi di euro”.
Secondo il quotidiano economico, che dà  conto del viaggio nelle capitali europe per “attuare e promuovere rapidamente politiche per la crescita di posti di lavoro” bisogna andare oltre la “superficie” e “vedrete che il messaggio del signor Letta è più complesso”: c’è innanzitutto il limite del 2,9 per cento deficit concordati con Bruxelles per il 2013.
Ma questo “obiettivo” è   “incoerente”, inconsistent scrive FT, con l’allenamento della pressione fiscale.
Letta però ribatte e, durante la conferenza stampa per la nomina del commissario per Expo 2015, dice: “Anche i sogni ci vogliono. Anche per quanto riguarda l’Expo occorre avere un pò di follia visionaria così come quando l’abbiamo avuta sette anni fa. Io ricordo cos’era allora l’idea dell’Expo ma essere oggi qui tutti insieme è la dimostrazione che a volte i sogni servono anche alla politica arida”.
Per il Ft il fallimento potrebbe insinuarsi nella natura stessa del governo, composto di partiti diversi e lontani tra loro e con vocazioni diverse: la “lista dei desideri” del presidente del Consiglio “ha uno scopo prevalentemente interno” ovvero quello di “tenere insieme una coalizione ampia e fragile, che include parti con priorità  economiche diverse”, per il Ft quindi “sarebbe più facile arrivare a concordare riforme politiche, come il taglio del numero e degli stipendi dei parlamentari“.
Ad ogni modo la questione fiscale non appare “chiara”.
Certo è che l’intervento della “Banca Centrale Europea ha rasserenato i mercati, spingendo i rendimenti dei titoli a 10 anni sotto il 4 per cento. Questo dà  Roma spazio di manovra — ragiona il Financial TImese -. Ma il debito nazionale, proiettato al 131 per cento del reddito nazionale nel 2013, è uno dei più alti nel mondo sviluppato”.
Il suggerimento è diretto: “Il governo deve fare attenzione nella scelta di quali tasse tagliare”.
Si ricorda che Silvio Berlusconi vuole abolire l’Imu, “ma i prelievi sulla proprietà  sono un modo semplice per tassare la ricchezza accumulata senza ridurre gli incentivi per il lavoro”.
Gli “sforzi” di Letta dovrebbero concentrarsi, quindi, sulla diminuzione delle imposte sul lavoro “in modo da promuoverne la competitività “.
Il consiglio è quello che il nuovo governo si impegni alla “riduzione della spesa corrente”.
C’è molto “grasso” da tagliare, ritiene l’autore dell’editoriale, e Bruxelles dovrebbe tollerare “un moderato aumento del deficit fiscale” se i soldi saranno investiti “in attività  produttive, comprese le scuole e le università ”.
Ma non solo: “la Commissione europea dovrebbe esigere che l’Italia” spinga fortemente sull riforme strutturali, per migliorare” la performance “di crescita che è poco brillante”.
Il quotidiano è però scettico sulla bontà  di questo percorso: “La resistenza di partiti sarà  forte. Il centro-sinistra bloccherà  i tentativi di riformare il mercato del lavoro. Il centro-destra si affiancherà  a avvocati e farmacisti, e ostacolerà  gli sforzi per liberalizzare le professioni”.
Ed è così che arriva l’amara conclusione dell’editoriale che: “E’ inverosimile che il libro dei sogni del signor Letta diventi realtà ”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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PER LE COMMISSIONI BRUNETTA MINACCIA: “I NOSTRI NOMI O SALTA TUTTO”

Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile

CONTINUA LA TRATTATIVA SULLA SPARTIZIONE DELLE PRESIDENZE DELLE COMMISSIONI PARLAMENTARI

Soffiano venti di guerra sulla maggioranza che sostiene il governo Letta, con la trattativa sulle presidenze delle commissioni parlamentari che ormai fa segnare picchi di tensione ben oltre i livelli di guardia.
L’accordo tra Pd, Pdl e Scelta Civica è lontanissimo.
La trattativa si è incagliata sulla guida di due commissioni del Senato considerate strategiche da Silvio Berlusconi: Giustizia e Lavori Pubblici, commissione che regola anche le Comunicazioni, ovvero la televisione.
Il Cavaliere vuole piazzare a capo delle due commissioni Francesco Nitto Palma e Paolo Romani.
Il Pd mette il veto sui due ex ministri pidiellini.
E Renato Brunetta, annuncia: «Questa volta se non passano i nostri nomi cade il governo”
Dopo che sabato la riunione tra i capigruppo Schifani, Brunetta e Zanda è finita male, ieri i canali di comunicazione sono saltati e tra i due fronti è calato il gelo.
Il Pd non ha intenzione di accettare due candidati che ritiene troppo vicini agli interessi, giudiziari e aziendali, di Berlusconi.
Ed è pronto allo scontro.
La riunione clou con tutti i capigruppo di maggioranza in calendario presumibilmente si trasformerà  in un lungo e drammatico negoziato.
Con l’obbligo di chiudere entro sera visto che domani le 30 commissioni parlamentari devono votare i loro presidenti.
Nel Pdl si narra di un Berlusconi infuriato per il trattamento subito dalla Biancofiore, per la «poca chiarezza sull’Imu» e soprattutto per i veti che il Pdl ha già  dovuto subire nelle nomine di ministri e sottosegretari.
«Sono veti a senso unico, da loro passa Fassina che poi mi attacca e invece i nostri sono tutti impresentabili? », ripeteva ieri il Cavaliere ai suoi.
Che nelle telefonate private in questa fase lo descrivono «freddo » sul futuro del governo e indisposto a cedere anche sulle commissioni.
Tanto che Brunetta annuncia la posizione con la quale si presenterà  al negoziato: «Noi non molliamo, siamo gente seria, responsabile e determinata ad andare avanti con il governo ma a volte la responsabilità  implica anche il non cedere all’irresponsabilità  altrui».
Ovvero? «Se salta l’accordo sulle commissioni andiamo alle elezioni». Un modo per prendere in contropiede il Pd, che in caso di mancata intesa non si straccerebbe le vesti visto che a quel punto si andrebbe al voto sui presidenti e nelle due commissioni in bilico insieme ai montiani potrebbe tagliare fuori gli uomini del Cavaliere.
Tensione altissima, dunque.
Intanto Magistratura democratica dice di non avere chiesto «alcun riequilibrio» nelle commissioni parlamentari dopo la nomina a sottosegretario di Cosimo Ferri, segretario di Magistratura Indipendente.
All’opposizione vanno le commissioni di garanzia e tutte le forze politiche vogliono evitare che i grillini prendano la guida del Copasir.
L’accordo è di darlo a Sel (in corsa Fava e Migliore) ma Vito Crimi (che nello schema disegnato dagli altri partiti andrebbe a guidare la Vigilanza Rai) si oppone: «Al M5S dovrebbero andare sia Copasir che Vigilanza».
Crimi aggiunge che il Copasir è «incompatibile » con la Lega.
Risponde Maroni: «Neo-poltronismo grillino ».
E i grillini puntano alla vicepresidenza della commissione Giustizia alla Camera con Alfonso Bonafede.

Alberto D’Argenio
(da “la Repubblica“)

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E’ MORTO ANDREOTTI: DAGLI INCARICHI DI STATO AI MISTERI ITALIANI

Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile

AVEVA 94 ANNI E SCOMPARE PROPRIO NEL MOMENTO IN CUI LA SUA DC PARE RITORNATA AL POTERE

Giulio Andreotti è morto oggi alle 12 e 25 nella sua abitazione romana.
Lo hanno reso noto i suoi familiari. Aveva compiuto 94 anni il 14 gennaio scorso.
Fu sette volte presidente del Consiglio dei ministri, otto ministro della Difesa, cinque degli Esteri e due delle Finanze, bilancio e industria.
Infine passò anche per il Tesoro, l’Interno e le Politiche comunitarie.
Giulio Andreotti, nato a Roma nel 1919, è stato un pezzo della politica italiana, un uomo fondamentale e di un potere che forse nessun altro ha mai avuto, sia all’interno del partito, sia negli apparati statali.
Nominare Andreotti significava mettere sull’attenti chiunque.
Forse è anche per questo, e per una buone dose d’invidia, che nel corso della sua storia venne soprannominato in tanti modi.
Il “Divo” dopo un articolo di Mino Pecorelli, discusso giornalista e direttore della rivista Op, il “gobbo” per la conformazione fisica, lo “zio” per le accuse che accostavano il suo nome alla mafia, “Belzebù” in accoppiata a Belfagor-Licio Gelli e la “volpe”.
Nomignoli ai quali lui rispondeva con quell’ironia molto romanesca che riusciva a incantare gli elettori che per questo lo hanno amato e votato.
Nonostante la carriera politica sia ancora carte da decifrare.
E oggi faranno a gara i commentatori per dividersi tra coloro che lo considerano e lo hanno sempre considerato un grande statista e tutti gli altri.
Sicuramente è stato un pezzo della storia politica importante dell’Italia, dalla Costituente all’inizio degli anni Novanta, quando tangentopoli la Dc la spazza via.
Andreotti iniziò a 20 anni a fare politica nelle fila della Fuci, la Federazione universitaria cattolica italiana che allevò tante leve dello Stato del dopoguerra come Aldo Moro, Francesco Cossiga, Giuseppe Dossetti e Giuseppe Lazzati.
Fu Alcide De Gasperi nel 1948, a volerlo nell’Assemblea Costituente e, successivamente, candidato, con le prime elezioni libere.
Da allora è sempre stato eletto in Parlamento, fino al 1991, quando l’allora presidente della Repubblica Cossiga lo nomina senatore a vita.
Da delfino di De Gasperi all’uscita di scena degli avversari.
Per Andreotti, la figura di De Gasperi, leader del Partito Popolare e poi fondatore della Democrazia Cristiana, fu quella di un maestro e di un apripista (per quanto avesse riferito su di lui agli Alleati) tanto che già  nel 1947, dietro la sollecitazione di Giovanni Battista Montini, dal 1963 papa Paolo VI, lo nominò sottosegretario dalla presidenza del consiglio.
Forte dei voti che gli derivavano dal radicamento nella circoscrizione laziale (e a cui, dal 1968, si aggiunse il supporto siciliano del “grande elettore” Salvo Lima con tutti gli strascichi giudiziari degli anni Novanta), Andreotti sapeva sfoderare capacità  diplomatiche che lo resero centrale in più di un’occasione.
Quella ricordata con maggiore frequenza è il sabotaggio della cosiddetta “operazione Sturzo”.
Era il 1952 e a Roma si preparavano le elezioni amministrative in cui la Dc sembrava in aria di presentare una lista capeggiata da Luigi Sturzo e appoggiata da monarchici e postfascisti.
Ad Andreotti era chiaro che una mossa del genere avrebbe innescato una crisi di governo, vista la contrarietà  espressa da liberali, repubblicani e socialdemocratici. E così si attivò presso papa Pacelli, Pio XII, sfruttando i buoni servigi della sua più stretta collaboratrice, suor Pascalina.
Ottenne l’effetto di bloccare il progetto politico dal futuro catastrofico e guadagnò punti sul suo padrino politico, De Gasperi, che invece aveva fallito nello stesso intento.
Il 1954, l’anno in cui De Gasperi muore, è anche quello in cui Andreotti diventa per la prima volta ministro.
A 35 anni si ritrova a capo degli interni, il ministero della pubblica sicurezza, ed è proprio il periodo in cui — tra delitto Montesi (dal cognome di una ventunenne, Wilma, trovata senza vita nel 1953 sulla spiaggia di Torvaianica) e scandalo Giuffrè su attività  finanziarie truffaldine che pur lo lambirono — videro uscire di scena alcuni suoi concorrenti, come Attilio Piccioni, il cui figlio rimase coinvolto nella vicenda della ragazza romana.
Arrivarono i tempi dei dossieraggi dei servizi segreti e i venti di golpe.
La fine degli anni Cinquanta coincise con la conquista di un’altra roccaforte di potere, il ministero della difesa, e qui rimase fino a quando scoppiò un altro scandalo.
Fu quello dei dossieraggi del Sifar al tempo del generale Giovanni de Lorenzo, 150 mila fascicoli su politici, sindacalisti, intellettuali e altre personalità  pubbliche — a iniziare dal candidato al Quirinale Giovanni Leone e soprattutto da sua moglie Vittoria — che avrebbero dovuto essere distrutti in un inceneritore di Fiumicino e che invece vennero in parte ritrovati nell’archivio uruguaiano della P2.
A questa vicenda si aggiunse la preoccupazione destata dal “Piano Solo” che nel 1964 aveva fatto temere il golpe e il cui scopo politico ultimo fu il contenimento delle istanze del partito socialista durante i primi governi di centrosinistra.
Ma nel corso di quel periodo, ci fu anche un evento che segnò la permanenza di Andreotti alla difesa: la commissione d’inchiesta sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni precipitato nel 1962 con il suo aereo nei cieli di Bascapè. Commissione che in 4 mesi si pronunciò escludendo l’ipotesi dell’attentato, riemerso invece molto più tardi, negli anni Novanta, nelle inchieste dell’allora sostituto procuratore di Pavia Vincenzo Calia.
Sindona, Gelli, il terrorismo e il delitto Moro: il nodo degli anni Settanta.
Se il sesto decennio del Novecento fu un periodo di mare grosso, ma anche di ulteriore forza politica per Giulio Andreotti, quello successivo non fu da meno.
I Settanta infatti si aprirono presto sul “salvatore della lira” Michele Sindona e sulle malversazioni delle sue banche, con i fallimenti del 1974 e che videro il Divo in stretto contatto — per quanto filtrato da una rete costante di intermediari, tra cui il suo braccio destro, Franco Evangelisti — con chi tentava il salvataggio degli interessi del banchiere nato in Sicilia e trasferitosi a Milano negli anni Cinquanta attestandosi come un mago dell’economia e della sparizione di capitali all’estero.
Su queste magie, nell’autunno del 1974, venne chiamato a lavorare il commissario liquidatore Giorgio Ambrosoli che, dopo quasi 5 anni di lavoro, attacchi istituzionali, minacce e la quasi in completa solitudine (oltre a uno stretto pool di collaboratori, l’avvocato potè contare sull’aiuto solo del maresciallo della guardia di finanza Silvio Novembre), arrivò a ricostruire le trame sindoniane per finire assassinato.
Accadde l’11 luglio 1979 per mano del killer William Joseph Aricò su mandato di Sindona.
E nel 2010, in una delle sue ultime apparizioni, di fronte alle telecamere di Giovanni Minoli, Andreotti commentò che Ambrosoli “in termini romaneschi se l’andava cercando”. Subito dopo, in piena polemica, sostenne di essere stato frainteso.
Ma gli anni Settanta non hanno significato solo questo.
Sono infatti coincisi con il periodo delle stragi, a iniziare da quella di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e di dichiarazioni fatte per proteggere sodali, come il finto giornalista Guido Giannettini (per il cui favoreggiamento Andreotti fu prosciolto nel 1982) o l’estremista Giovanni Ventura.
Episodi che, nel corso dei processi per i fatti della Banca Nazionale dell’Agricoltura, verranno a galla e già  prima erano state ammesse a mezzo stampa quando non era più possibile negarle.
E che porteranno alla condanna da parte di uomini di Andreotti nei servizi, come il generale Gianadelio Maletti, riparato in Sudafrica dopo la sentenza del 1979.
Gli anni della strategia della tensione hanno significato inoltre sequestro e delitto Moro (dal 16 marzo al 9 maggio 1978), la linea della fermezza smentita da tentativi di trattative occulte e i comitati per la gestione dell’emergenza fortemente infiltrati da aderenti alla loggia massonica P2 proprio nel periodo in cui Giulio Andreotti era presidente del consiglio dei ministri e Francesco Cossiga agli interni.
Ci sono state le leggi speciali contro il terrorismo e la solidarietà  nazionale dell’esecutivo che soppiantò l’avvicinarsi del compromesso storico con il Pci.
Da via Monte Nevoso a Gladio: altri segreti da non poter più negare.
Tutte vicende, queste, che non hanno mai smesso di far indagare e scrivere, nonostante il riflusso, anche istituzionale e per quanto rotto da periodiche crisi, degli anni Ottanta.
Divenuto nel 1983 ministro degli esteri nel corso del primo governo presieduto da Bettino Craxi, con lui il Divo si scontrò più volte, come nel corso della crisi di Sigonella.
Era il 1985 e il premier socialista arrivò alla rottura dei rapporti con il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan mentre Andreotti cercava la via della trattativa con i palestinesi, forte dei suoi rapporti consolidati con Yasser Arafat.
Ma fu in quel decennio che si consolidò il Caf (Craxi, Andreotti e Forlani) in opposizione alla tradizione pentapartitica che un altro democristiano, Ciriaco De Mita, avrebbe voluto conservare.
Con la caduta del muro di Berlino e la fine del bipolarismo Usa-Urss, ecco che nel 1990 si approssimò un altro scandalo.
Era il periodo in cui Francesco Cossiga aveva già  conquistato il Quirinale perchè, nel 1985, era stato ritenuto — a torto — dai suoi compagni di partito un capo di Stato non troppo presenzialista.
Ma nell’estate 1990 fu ormai innegabile l’esistenza di Gladio di cui Cossiga sapeva molto, un esercito segreto nato a seguito di accordi bilaterali risalenti agli anni Cinquanta tra servizi italiani e statunitensi.
Il 2 agosto di quell’anno, a 10 anni dalla strage alla stazione di Bologna, Andreotti promise che in una sessantina di giorni avrebbe riferito al parlamento sull’argomento. Intanto accadde che il 9 ottobre saltò fuori una nuova versione del memoriale di Aldo Moro dal covo milanese di via Monte Nevoso e 11 giorni più tardi, il 20 ottobre, Andreotti consegnò la prima versione del suo rapporto, intitolato “Sid parallelo — Operazione Gladio”, poi ridotto il 23 ottobre in un nuovo documento più stringato, chiamato semplicemente “Operazione Gladio”.
A quel punto Cossiga “impazzì” e dall’aplomb sfoderato almeno in sede pubblica passò alla carriera da “picconatore” con attacchi istituzionali ad Andreotti che, come suo costume, preferì scartare.
Accusato negli anni successivi di aver favorito cosa nostra e di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, assassinato a Roma il 20 marzo 1979, dopo la nomina a senatore a vita dal punto di vista politico fu un progressivo ritiro, tra nuovi partiti d’ispirazione cattolica e suspance quando si trattava di appoggiare o meno i governi di centrosinistra di Romano Prodi e Massimo D’Alema.
E forse, uno dei sunti migliori su un’attività  così lunga e così piena di luci e ombre, la diede il film biografico “Il divo” uscito nel 2008 per la regia di Paolo Sorrentino: “È inimmaginabile per chiunque la quantità  di Male che bisogna accettare per ottenere il Bene”.

Antonella Beccaria
(da “il Fatto Quotidiano“)

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LA CASSAZIONE DICE NO AL TRASFERIMENTO: PROCESSI BERLUSCONI RESTANO A MILANO

Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile

LA SESTA SEZIONE HA RESPINTO LA RICHIESTA DELLO SPOSTAMENTO DEI PROCEDIMENTI RUBY E MDIASET PRESENTATI DAI LEGALI DEL CAVALIERE

No al trasferimento dei processi Mediaset e Ruby a Brescia: i procedimenti a carico di Silvio Berlusconi restano a Milano.
Lo hanno deciso i giudici della Cassazione riuniti in camera di Consiglio.
È durata circa un’ora e mezza l’udienza a porte chiuse davanti ai giudici della Sesta Sezione Penale della Cassazione.
Presenti in aula per l’udienza i difensori del leader del Pdl, Silvio Berlusconi, Nicolò Ghedini e Pietro Longo, i quali hanno ribadito la loro richiesta di trasferimento “per legittimo sospetto”, rispetto a un presunto condizionamento dei giudici milanesi, dei due procedimenti che vedono coinvolto l’ex premier.
Berlusconi aveva chiesto alla Cassazione di essere sentito, ma il 18 aprile scorso, con un’ordinanza interlocutoria, i giudici della Suprema Corte avevano respinto la sua richiesta sottolineando che l’audizione di un imputato è possibile solo in processi in materia di estradizione.
I due processi, dunque, finora sospesi in attesa della decisione della Cassazione, potranno continuare davanti ai magistrati di Milano.
Il processo Mediaset, per il quale Berlusconi è stato condannato in primo grado a 4 anni, con l’interdizione dai Pubblici uffici per cinque anni, è attualmente in fase d’appello: il reato contestato all’ex premier è quello di frode fiscale per presunte irregolarità  nell’acquisizione dei diritti tv.
Il processo Ruby, invece, è ancora fermo al primo grado: Berlusconi è accusato di concussione e prostituzione minorile.

(da “La Repubblica”)

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IMPERIA, SCISSIONE NEI CONQUESTELLE IN VISTA DELLE AMMINISTRATIVE

Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile

UN GRUPPO DI ATTIVISTI NON SOSTERRA’ IL CANDIDATO SINDACO ANTONIO RUSSO: “E’ STATO SCELTO DAL CERCHIO MAGICO”

La strada, dopo quel 33% ottenuto alle elezioni politiche, sembrava tutta in discesa.
E invece a Imperia, nella Liguria di Beppe Grillo, il Movimento 5 stelle locale rischia di non riuscire a replicare i risultati da record guadagnati a febbraio, a causa di una lite interna scatenata attorno alle candidature per le amministrative del 26 e del 27 maggio.
Una scissione a tutti gli effetti, con un intero gruppo di militanti che contesta l’esclusione di alcuni nomi dalla lista e la scelta di schierare come aspirante sindaco Antonio Russo, e che per questo ha deciso di non collaborare alla campagna elettorale.
La corrente dei dissidenti ruota attorno all’attivista Giorgio Benedetti, imprenditore e anima del sito “Imperia in Movimento” (che si oppone a quello ufficiale imperia5stelle.it).
Dieci giorni fa è stato lui a diffondere online una lettera dai toni durissimi, che mette la parola fine alla sua esperienza nel movimento di Grillo.
Nel testo critica le modalità  di selezione dei nomi per le liste, e parla di “un cerchio magico formato da poche persone, con in mano l’intera gestione del movimento locale”.
Secondo Benedetti sono loro i soli a tenere i rapporti con Grillo e Casaleggio. “Questo sparuto gruppo si è ritenuto l’unico portatore del vero verbo grillino, depositari della verità  assoluta, unici interpreti della vera essenza del movimento”, si legge nella nota.
“In più di una riunione, non hanno mai voluto votare temi importanti o richieste degli attivisti, sempre per il timore che fossero passate decisioni a loro invise”.
Nella lettera, Benedetti punta il dito sulla modalità  di scelta dei candidati per le prossime comunali, accusando il gruppo di non aver coinvolto l’assemblea degli attivisti, di aver tagliato fuori alcune persone senza dare spiegazioni, e di averne invece candidate altre già  escluse dai militanti, come Cara Glorio, figlia del costruttore ed esponente Pdl, Dino Glorio. Per questo, è la conclusione della lettera, “non voteremo il club di pochi, che non ha saputo unire tante anime anche molto diverse”.
Una lite, quella tra il gruppo ufficiale a 5 stelle e i dissidenti, in cui si è inserito anche Grillo e che ora rischia di trasferirsi dal web al tribunale.
Il leader dei 5 stelle, infatti, ha già  fatto arrivare a Benedetti la diffida, firmata dai suoi avvocati, che gli proibisce di utilizzare il logo.
Mentre i portavoce della lista candidata alle amministrative non escludono azioni legali “nei confronti di Benedetti per via di dichiarazioni ai limiti della diffamazione nei confronti di singoli attivisti e candidati del Movimento 5 stelle di Imperia”.

Giulia Zaccariello
(da “il Fatto Quotidiano“)

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ANCONA, I CINQUESTELLE SI SPACCANO SULLA SCELTA DEL CANDIDATO SINDACO

Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile

DA UN PARTE ANDREA QUATTRINI, SOSTENUTO DA GRILLO E CASALEGGIO, DALL’ALTRA I DISSIDENTI CON A CAPO L’ECONOMISTA MAURO GALLEGATI CHE VUOLE UN NOME PROPOSTO DALLA BASE

Da una parte l’aspirante sindaco Andrea Quattrini sostenuto da Beppe Grillo e da Gianroberto Casaleggio.
Dall’altra un gruppo di dissidenti interni targati 5 stelle, pronto a contestare la candidatura ufficiale fino alla vigilia delle elezioni.
Arrivano tutte da dentro le grane per il Movimento 5 stelle di Ancona.
Nel capoluogo marchigiano, infatti, il movimento di Grillo si avvicina alle amministrative del 26 e del 27 maggio spaccato in due da una faida che va avanti da quasi 4 anni, e che sembra non volersi spegnere nemmeno alla vigilia delle elezioni. Da mesi ormai un gruppo di attivisti locali, capitanati dall’economista Mauro Gallegati, sta protestando con documenti e raccolte firme contro Quattrini, considerato un nome imposto dall’alto, senza alcuna consultazione della base.
La lotta nel gruppo a 5 stelle del capoluogo marchigiano è antica e affonda le radici nell’inverno del 2009.
All’epoca il Movimento 5 stelle con il 4.9% dei voti riesce a piazzare in consiglio comunale il candidato sindaco Gallegati, professore di economia che si vanta di aver presentato il nobel Stiglitz a Grillo.
Questo però si dimette dopo pochi mesi, secondo alcuni per rispettare il regolamento interno che prevedeva la rotazione semestrale dei candidati a 5 stelle, e lascia così il posto al secondo in lista, l’attuale aspirante sindaco Quattrini.
Ed è in questo momento scoppia la lite. Quattrini infatti rimane in consiglio per 4 anni, anche se per una parte del movimento avrebbe dovuto far spazio agli altri 5 stelle dopo sei mesi di lavoro, così come aveva fatto Gallegati.
Nei mesi la disputa si alimenta di continui bisticci e veleni, tanto da convincere Beppe Grillo a intervenire per cercare di sedare gli animi.
E così con una diffida mette alla porta uno dei dissidenti, Stefano Stefanelli, ex candidato alle comunali nella lista civica dei 5 stelle nelle elezioni del 2009.
Il provvedimento però non serve a ricompattare il gruppo, che a inizio anno si lacera di nuovo di fronte alla candidatura a sindaco di Quattrini.
Nonostante il consigliere comunale uscente riceva il beneplacito di Grillo, durante la tappa anconetana dello Tsunami tour, una parte del movimento, guidata da Gallegati, non digerisce la scelta e decide di ribellarsi.
Comincia a convocare assemblee, lancia raccolte firme, e invoca a gran voce una nuova selezione, con l’apertura di gruppi Facebook come quello intitolato “Io voglio le primarie per il candidato sindaco di Ancona”.
Dall’altra parte Quattrini, forte dell’endorsement del leader, tira dritto e ricorda come gli oppositori non facciano parte del movimento: “Stefanelli, candidato per la Lista Civica Ancona 5 Stelle nel 2009, è uscito dal gruppo nel corso dello stesso anno”, ricorda in un post pubblicato sul sito del movimento.
“Per contrastare in questi anni la nostra attività , ha aperto e gestisce siti falsi a nostro nome, nonostante sia stato diffidato dai legali di Beppe Grillo”.
Ne ha anche per Gallegati: “Ha provato a candidarsi per le elezioni politiche 2013 ma non è stato considerato idoneo dallo staff di Grillo.Ha cercato anche di promuovere se stesso, con interviste su molti quotidiani, come estensore del programma economico del Movimento 5 Stelle, poi smentito dallo stesso Grillo. Tutti sono liberi di criticare, ma queste persone non fanno parte del Movimento 5 stelle”.
Difesa che però non serve a cancellare il malessere di una parte del gruppo.
L’ultimo documento contro il candidato sindaco sottoscritto da una decina di dissidenti risale al 5 maggio, ad appena 20 giorni dalle elezioni. Alla fine ci proverà  Beppe Grillo a ricompattare i suoi, con un comizio in piazza ad Ancona, in programma per venerdì 15 maggio. Impresa quella del capo dei 5 stelle, che si preannuncia tutt’altro che facile.

Emiliano Liuzzi e Giulia Zaccariello
(da “il Fatto Quotidiano“)

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NO A GRILLO, I CINQUESTELLE VOGLIONO LA DIARIA: E’ GIA’ FINITA LA LOTTA ANTI-CASTA

Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile

UN REFERENDUM BOCCIA GRILLO, I SOLDI SONO SOLDI ANCHE PER I RIVOLUZIONARI DA SPIAGGIA… DOPO TANTE CHIACCHIERE UN GRILLINO PRENDERA’ 11.200 EURO CONTRO I 13.700 DEGLI ALTRI PARLAMENTARI

Disobbediscono, i parlamentari a 5 stelle.
Per la prima volta dicono no a una direttiva arrivata nero su bianco – la settimana scorsa – da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio.
Nel week end hanno partecipato a un sondaggio per capire come comportarsi con le parti accessorie dello stipendio.
L’indennità  di mandato (era scritto nel regolamento firmato dai futuri parlamentari) sarà  dimezzata da 10mila a 5mila euro lordi (con un risparmio complessivo di 5 milioni in un anno).
Ma cosa fare di tutto il resto?
Diaria, spese per collaboratori e attività  politica, rimborsi per taxi e telefono.
La maggioranza dice: tenerselo, rendicontare tutto e restituire l’eccedente solo su base volontaria.
Nella loro e-mail il capo politico e il cofondatore del Movimento suggerivano di scegliere delle onlus cui devolvere l’eccedenza, e chiarivano: «I parlamentari devono percepire solo 5.000 euro lordi di indennità  e ogni altro rimborso relativo a spese effettivamente sostenute rendicontate periodicamente. La differenza dovrà  essere destinata al fondo di solidarietà ».
I risultati del sondaggio dicono altro.
Ieri pomeriggio avevano votato 132 parlamentari su 163. Il 48 per cento chiede che le diarie (quindi tutte le voci accessorie) vengano mantenute completamente, con l’obbligo di rendicontare tutto quel che si spende, ma senza dovere restituire il di più. Lo farà  chi vorrà .
Ad esempio, se per pasti e albergo un deputato spende in un mese 2mila euro, potrà  decidere di tenersi i restanti 1.500, o di metterli nel fondo di solidarietà  appositamente creato.
Per la rendicontazione pura, per tenersi cioè solo quello che si può provare di aver speso come chiesto da Grillo e Casaleggio, si è espresso il 36 per cento dei parlamentari.
Minoritarie le altre ipotesi: il 2,27 vuole trattenere tutto e prendere una decisione definitiva tra 4 mesi, dopo aver visto quanto costa la vita da parlamentare.
Altri chiedono che la diaria sia trattenuta solo all’80 per cento, altri ancora volevano stabilire un limite di spesa per macro aree da confermare poi in assemblea.
C’è poi la questione indennità .
Sono tutti d’accordo sul fatto di dover guadagnare – rimborsi a parte – 2.500 euro al mese. Solo che 5.000 euro lordi vuol dire cose diverse a seconda dei propri redditi e dei carichi familiari.
Qualcuno chiede che ci sia una rimodulazione, ma – spiegava un deputato di peso giorni fa – è impossibile: «Per il fisco noi prendiamo tutta l’indennità , 10mila euro lordi al mese. Alcuni saranno svantaggiati, ma c’è poco da fare. Ecco perchè una parte di noi vuole mantenere le indennità  accessorie, per compensare quel che perde in tasse».
Che si aggiunge – va ricordato – alla rinuncia all’indennità  di fine mandato.
Ma di quanti soldi stiamo parlando?
A quanto ammontano le indennità  accessorie (tutte esentasse)?
Si tratta di 3.500 euro di diaria (le spese del mantenimento a Roma, anche per chi ci vive già ); 3.690 (4.180 per i senatori) di spese esercizio mandato, quelle che servono per collaboratori (i 5 stelle assumeranno tutti con contratto regolare, e per fare avere 1.500 euro di stipendio a un assistente devono tirarne fuori 2.800); poi 1.000 euro al mese circa, a seconda della distanza casa-aeroporto, per gli spostamenti in taxi (aerei, navi e treni sono rimborsati); infine ci sono 3.098 euro annui di telefono.
Alcuni vorrebbero rinunciare alle ultime due voci, almeno su base volontaria.
Se ne parlerà  in settimana, in assemblea.
Insomma a differenza di parlamentare della Casta che percepisce 13.700 euro un Cinquestelle “si accontenterà ” di appena 11.200 euro al mese.

Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)

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NAPOLITANO: “NON METTO NESSUN LIMITE AL MIO MANDATO-BIS”

Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile

A CAPALBIO: “SU UN MIO MANDATO A TEMPO SOLO CONGETTURE”

Presidente, davvero un paio di anni, al massimo tre e poi le dimissioni anticipate dal Colle? Giorgio Napolitano nella sera tiepida di Capalbio, dove trascorre qualche giornata di riposo, scende adagio la scaletta in pietra del ristorante sotto braccio al suo vecchio amico Claudio Petruccioli, l’ex presidente della Rai.
Rilassato, dopo i suoi cinquanta giorni più duri.
Sorride, e ci scherza su. «Tre anni? Ottimisti però, grazie tante».
Solo che le ipotesi sull’addio già  programmato, come ha “svelato” il suo ex portavoce Pasquale Cascella, rischiano di rimettere in moto l’altalena dell’incertezza e riaprire una lunghissima gara per il Quirinale, non è così presidente?
A questo punto il capo dello Stato si fa serio: «No, non posso certo mettere una scadenza al mio mandato, fissarne un limite. Ho legato la mia rielezione, come ho spiegato nel discorso di insediamento alle Camere, al raggiungimento dell’obiettivo delle riforme e anche alla capacità  delle mie stesse forze. Ma nessuno certo è in grado di prevederne la durata, sia per l’uno che per l’altro aspetto».
La scorta attende, la piccola Croma grigia che lo porta in giro invece che la presidenziale Thesis è a motore acceso, sportello aperto e signora Clio già  a bordo.
Però in fondo stasera non c’è la solita fretta, la concitazione dei viaggi ufficiali.
Questa è una visita strettamente privata, il capo dello Stato per una volta non va veloce.
Nel silenzio discreto della “sua” Capalbio, c’è tempo per una battuta ancora.
Quindi, presidente?
«Quindi quelle sul mio mandato a tempo sono solo congetture, mere ipotesi, più o meno ottimistiche. E ora buonanotte, sapete che io sarei in vacanza… «.
Sì, appunto, sarebbe. Se non fosse per questa faticosa marcia di avviamento del governo, e le quotidiane notizie che Enrico Letta gli fornisce sull’avanzamento lavori del governissimo: Imu, le polemiche sui sottosegretari (prima la Idem, poi la Biancofiore), e soprattutto l’alt del Pd a Berlusconi “padre costituente” della convenzione per le riforme.
Uno scontro che a Napolitano non piace, assiste con preoccupazione alla temperatura che sale in tanti settori del Pd, non solo della sinistra.
E più forte è il fuoco di sbarramento, più drastica scatta la reazione dei falchi del centrodestra che spingono il Cavaliere a non indietreggiare e a non rinunciare alla presidenza.
Allarma insomma «l’escalation dei veti incrociati ».
L’impressione del Colle è che il disarmo non sia scattato, che le armi vengano tenute reciprocamente col grilletto pronto per l’ora x delle elezioni anticipate, che possono essere innescate al minimo incidente.
Quel doppio binario (riforme-governo) concepito al Colle come salva-vita per Palazzo Chigi per come si sta mettendo ora rischia paradossalmente di complicare la vita dell’esecutivo.
Un guaio, perchè le prime mosse del neopresidente del Consiglio al Quirinale piacciono, o più precisamente «sembrano in linea con quanto enunciato nelle sue dichiarazioni».
Bene il viaggio di presentazione nelle cancellerie europee di Letta. Bene anche sulla difficile partita dell’Imu, con la gestione in due tempi: l’annuncio del congelamento e quindi la ricerca delle risorse per spingere fino all’abrogazione.
«Sarei in vacanza», saluta il presidente, ma proprio staccare la spina dunque non si può. Ricaricare le batterie, sì.
Giornate relax, amarcord Capalbio, la Piccola Atene patria dell’intellighentzia di sinistra al mare fra anni Ottanta e Novanta.
Da tanti anni Napolitano non tornava più, pure se è cittadino onorario, pure se ha preso casa in un complesso residenziale alle porte del borgo, pure se ci veniva ancora da prima e si sistemava con la famiglia alla Valle del Buttero dove ancora ricordano le sue epiche partite a bigliardino con i nipotini.
Un tuffo nel passato.
All’Ultima spiaggia, lo stabilimento cult, a chiedere notizie a Adalberto Sabbatini, uno dei soci dell’arenile “rosso” che a sorpresa se lo trova di fronte in giacca e cravatta sotto la canicola: «Si fa vedere Asor Rosa? E viene ancora Marramao? E che mi dite di Tortorella? ».
Chi più chi meno, stessa spiaggia stesso mare per i “comunisti” di un tempo.
Occhetto invece no, ha lasciato la casa di Vallerana e si è spostato, e comunque Napolitano di lui non ha chiesto.
«Ci tenevo tanto a tornare qui, guarda oggi che giornata, anzi vediamo com’è nei prossimi giorni il tempo», lanciandosi a scaricare le previsioni meteo dell’iphone («aggeggio infernale») come un villeggiante (quasi) qualunque.
Capalbio, lo ha confessato al sindaco Luigi Bellumori, gli porta bene: venne qui il sabato prima della elezione a capo dello Stato nel 2006, ha voluto tornarci qualche settimana dopo la rielezione del 2013.
«E ora che è finito il pressing, che si è scaricata tutta la tensione montata attorno al mandato bis – confida Petruccioli – beh, in questi giorni a Capalbio Giorgio mi sembra quasi rinato».

Umberto Rosso

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