Maggio 7th, 2013 Riccardo Fucile
NEL PROCESSO D’APPELLO MEDIASET E’ STATA CHIESTA LA CONFERMA DELLA CONDANNA A 4 ANNI CARCERE E 5 ANNI DI INTERDIZIONE DAI PUBBLICI UFFICI
Ora che la Cassazione ha deciso, Silvio Berlusconi ha un problema: come rallentare (di nuovo) i processi che riprendono a Milano, invece di essere spostati a Brescia, dove sarebbero ricominciati da capo.
Il calendario è impietoso.
Domani, mercoledì 8 maggio, riprende l’appello per il caso diritti televisivi Mediaset, in cui il leader del Pdl è imputato di frode fiscale.
Il sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale ha già chiesto la conferma della condanna ottenuta in primo grado: 4 anni di carcere più 5 d’interdizione dai pubblici uffici e 3 dalle cariche societarie.
Domani potrebbero concludere la loro arringa i difensori degli imputati Daniele Lorenzano e Gabriella Galletta.
E nella prossima udienza (che potrebbe essere fissata per sabato 11 maggio) il processo si avvierebbe verso la conclusione, con sentenza entro metà mese.
Ma Lorenzano ha già chiesto di rendere dichiarazioni spontanee e un altro imputato, Frank Agrama, vorrebbe anch’egli prendere la parola, in videoconferenza da Los Angeles.
Se le richieste saranno accolte, i tempi saranno rallentati. A meno che i giudici non decidano di stralciare la posizione di Agrama.
L’altro dibattimento, quello in cui è imputato di concussione e prostituzione minorile per il caso Ruby, riprende lunedì 13 maggio.
Quel giorno il pm Ilda Boccassini completerà la requisitoria, chiedendo la pena.
Poi la parola passerà ai difensori Piero Longo e Niccolò Ghedini.
La sentenza di primo grado dovrebbe arrivare entro la fine di maggio.
Berlusconi, dunque, potrebbe essere raggiunto da due verdetti nel giro di tre settimane.
Ma trattandosi di un imputato molto speciale, tutto può succedere.
Tanto più nel clima di larghe intese, in cui il leader Pdl è diventato azionista essenziale del governo e forse anche “padre costituente”.
È quindi possibile che riprendano le richieste di legittimo impedimento per impegni istituzionali dell’imputato e dei suoi due difensori, entrambi parlamentari.
Nei prossimi mesi inizierà a Milano anche l’appello del processo sul trafugamento dell’intercettazione segreta tra l’ex segretario dei Ds Piero Fassino e il presidente di Unipol Giovanni Consorte.
In primo grado, Berlusconi è stato condannato a 1 anno di reclusione per rivelazione di segreto d’ufficio.
A Napoli invece è in corso l’indagine sul passaggio al fronte berlusconiano del senatore Sergio De Gregorio, con l’ex presidente del Consiglio accusato di corruzione e finanziamento illecito ai partiti.
Ma è il processo Mediaset quello più delicato: se arrivasse la conferma della condanna, entro qualche mese la Cassazione potrebbe porre fine alla vicenda, stilando il verdetto definitivo.
Se fosse di condanna, potrebbero essere confermati anche i 5 anni d’interdizione dai pubblici uffici.
Vorrebbe dire, per Berlusconi, la perdita del seggio al Senato.
Ultima speranza, la Corte costituzionale: ha lasciato aperto il caso del conflitto d’attribuzione tra poteri dello Stato sollevato in primo grado dalla difesa del leader Pdl per via d’una udienza, quella del 1 marzo 2010, in cui i giudici non ritennero valido il legittimo impedimento del presidente impegnato in un Consiglio dei ministri.
L’avvocato Longo ha annunciato ieri che chiederà la sospensione del processo (non obbligatoria) in attesa della decisione della Corte.
La spada di Damocle della Consulta s’intreccerà con le vicende politiche e i destini del governo: Berlusconi potrà sopportare di essere buttato fuori dal Senato mentre sostiene il governo Letta? E quale salvacondotto potrà mai essere escogitato per l’imputato più eccellente della storia italiana?
Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 7th, 2013 Riccardo Fucile
LA REAZIONE DEL CAVALIERE DOPO LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE SUI PROCESSI IN CORSO
Seduta lampo e decisione lampo. 
La Cassazione – «i nostri giudici a Berlino» come li chiama Berlusconi – azzera in mezz’ora di camera di consiglio il teorema del palazzo di giustizia di Milano come pregiudizialmente ostile al Cavaliere.
Lui e i suoi avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo sono convinti che lì il pregiudizio è la prassi. L’hanno argomentato per 40 pagine.
La sesta sezione della Suprema corte replica picche.
Per la seconda volta nella storia giudiziaria dell’ex premier crolla la tesi del legittimo sospetto. Bocciata nel 2003, quando la Cirami fu scritta su misura per il processo Sme, fallisce l’obiettivo oggi.
Berlusconi parla preregistrato, a conferma che su un esito positivo non credeva nemmeno lui. Solito rèfrain: «Confido in una sentenza di piena assoluzione, a meno che si voglia eliminarmi per via giudiziaria».
Sul processo Sme: «Avrei evaso il fisco per 3 milioni. In quello stesso periodo il mio gruppo ne ha versati 567. Che senso aveva un’evasione di quella portata? E poi all’epoca ero premier».
I processi, l’incubo riprende.
Inevitabilmente Mediaset e Ruby – fermi da un mese, chè a questo serviva il ricorso in Cassazione – ripartono subito.
Già domani il primo in corte di appello, lunedì 13 il secondo in tribunale.
Corrono a razzo verso la sentenza. Domani potrebbe pure esserci quella di Mediaset.
Per Ruby mancano le arringhe del pm Ilda Boccassini e della difesa, un paio di udienze al massimo.
Partita chiusa entro maggio.
Tant’è che Ghedini e Longo corrono ai ripari.
Longo annuncia che per i diritti tv – su Berlusconi pesa la condanna a 4 anni in primo grado per frode fiscale, con 5 d’interdizione dai pubblici uffici – chiederanno di aspettare la decisione della Consulta sul conflitto sollevato da palazzo Chigi per un contestato legittimo impedimento che risale al 1 marzo 2010.
La Consulta, stranamente, ha preso tempo, non ha deciso subito dopo l’udienza pubblica del 23 aprile.
Dice Ghedini: «È fisiologico attendere, perchè se la Corte dovesse darci ragione potrebbe saltare l’intero processo».
Al momento, i legali non parlano di eccepire un nuovo impegno parlamentare del premier, che però potrebbe scattare visto che le Camere lavorano a pieno ritmo.
Nella tattica processuale c’è un dato però che va rilevato come estremamente significativo e che dà la cifra della futura strategia di Berlusconi.
Attiene all’atteggiamento rispettoso verso la Cassazione, «i giudici a Berlino» per l’appunto, quelli che alla fine decideranno il destino del Cavaliere.
Dove l’udienza a porte chiuse comincia alle 10 e 23 e termina alle 11 e 42.
«Velocità usuale, discussione buona, pg molto urbano» chiosa Ghedini.
I giudici (presidente Giovanni De Roberto, nel collegio Giacomo Paoloni, Domenico Carcano, Arturo Cortese) entrano in camera di consiglio alle 11 e 53, escono alle 12 e 34.
Esame frettoloso? «Velocità usuale, si tratta di una decisione cartolare» commenta Ghedini.
Che aggiunge: «Rispettiamo la decisione, siamo stati trattati con cortesia, i giudici hanno tenuto un atteggiamento impeccabile nei nostri confronti, attento alla difesa. Non condivido le loro conclusioni, ma le rispetto».
Netta la distinzione con Milano: «Qui anche se non ti danno ragione, non c’è l’atmosfera di una guerra».
Comunque, quando sarà pronta la sentenza, Ghedini ha già in mente di ricorrere, «per una questione di principio», alla Corte di giustizia europea di Strasburgo.
È la nuova strategia per la Cassazione, quella che ha portato alla scelta di aggiungere un avvocato non “gridato” come Franco Coppi per l’ultimo grado di giudizio.
L’ultima speranza è che domani arrivi anche un primo presidente del palazzaccio (si vota al Csm con Napolitano) non sgradito.
Nella corsa tra Rovelli e Santacroce i berlusconiani sponsorizzano il secondo.
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Maggio 7th, 2013 Riccardo Fucile
IL DISSENSO DI UNA PARTE DEL PD PER LA NOMINA DI NITTO PAOLA ALLA GIUSTIZIA E DI MATTEOLI ALLE COMUNICAZIONI
Corradino Mineo, ex direttore di Rainews24 e ora senatore del Pd, è a cena quando lo raggiunge la notizia che il suo partito avrebbe chiuso l’accordo con il Pdl sulle commissioni parlamentari.
A Berlusconi le presidenze della commissione Giustizia e di quella Lavori Pubblici di palazzo Madama, che ha la competenza sulle Comunicazioni.
Ovvero sulle televisioni.
A Mineo va di traverso il boccone.
È così, se ne faccia una ragione. Amareggiato?
«Amareggiato per una modestissima trattativa partitocratica? Non ci penso neppure. Anche perchè vedo grandi spazi per lanciare una politica diversa».
Diversa dalle larghe intese?
«Più che il governo delle larghe intese mi pare che questo stia diventando il governo delle ampie divisioni. Ha visto lo scontro sul ministro Kyenge?».
Stiamo al tema, le presidenze delle commissioni. Nitto Palma alla Giustizia e Paolo Romani alle Comunicazioni (alla fine ci andrà Matteoli, sempre Pdl n.d.r.) . Che ne dice?
«Non ci credo. Questi due nomi sono un insulto a tutti quegli italiani che hanno chiesto, con il loro voto, un rinnovamento della politica e un sistema dei media liberato dagli interessi oligopolistici».
Una provocazione dunque?
«Esatto, una provocazione. Di più: Nitto Palma è quello che vorrebbe mettere la mordacchia ai giornalisti e pensa che la magistratura non debba disturbare il manovratore. Immaginare di eleggere l’ex Guardasigilli di Berlusconi alla Giustizia per me è una proposta oscena».
Per lei non è potabile.
«Per me no».
C’è il voto segreto, potrebbero non passare nelle votazioni…
«Con una maggioranza così larga la vedo difficile. Ma, le ripeto, non me ne importa più di tanto».
Prima si indigna poi se ne lava le mani?
«Ma no, è che guardo oltre questo accordicchio. Pensando più in grande, non mi pare che questo governo sia in grado di far scendere una coltre di ghiaccio sul paese. Ci sono tante cose da fare in Parlamento, a partire dallo ius soli».
E il conflitto di interessi?
«Certamente, anche quello. Anzi proprio una legge severa sul conflitto di interessi può essere la migliore risposta a questa provocazione delle commissioni».
Senta Mineo, il Pd ha fatto un accordo con il Pdl per il governo. Perchè mai non dovrebbe farlo per le presidenze di commissione?
«Infatti questo mostriciattolo è solo l’epifenomeno di un problema più generale. Che nasce il giorno in cui sono andati in ginocchio a chiedere a Napolitano di ricandidarsi. Io ero contrario, come si sa».
Lei in quale commissione andrà ?
«Sarei andato volentieri nella Affari costituzionali, ma pare che non ne sia degno. Allora mi metteranno alla Cultura. Ora voglio proprio vedere cosa accadrà sulle commissioni bicamerali. Me lo devono dire in faccia che non vado bene per la Vigilanza Rai»
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Maggio 7th, 2013 Riccardo Fucile
PROBABILI LA BINDI ALL’ANTIMAFIA, FAVA AL COPASIR E FICO ALLA VIGILANZA RAI
Berlusconi era partito puntando ancora più in alto: «Voglio la Giustizia e le Comunicazioni». Le
due caselle chiave per tutelare gli interessi suoi e delle sue aziende.
I nomi portati ieri mattina al tavolo della trattativa dai due capigruppo Pdl, Brunetta e Schifani, erano quelli di Paolo Romani alla commissione Lavori pubblici e telecomunicazioni e, appunto, Nitto Palma alla Giustizia.
«Impossibile», hanno spiegato Zanda e Speranza. «Inaccettabili», hanno insistito.
«Con il voto segreto c’è il rischio che i nostri li impallinino unendosi ai grillini», hanno provato ad argomentare. Nulla da fare.
In contatto con via dell’Umiltà e Arcore, Brunetta e Schifani hanno puntato i piedi: «O Romani o Nitto Palma, almeno uno dei due dovete darcelo».
Tutto il pomeriggio è andato avanti così, con telefonate e incontri per provare a superare questo stallo.
Alla fine, a malincuore, il Pd ha ceduto su Nitto Palma, il braccio destro di Alfredo Biondi a via Arenula all’epoca del decreto “salvaladri” nel 1994.
Convinto da Cesare Previti a lanciarsi in politica. In cambio la presidenza della commissione Giustizia della Camera andrà alla fioroniana Donatella Ferranti.
E a palazzo Madama l’ex ministro Paolo Romani, altra bestia nera del Pd perchè considerato la “longa manus” del Cavaliere, dovrà rinunciare alla presidenza della commissione Lavori Pubblici e Tlc.
Al suo posto andrà Altero Matteoli, ex An con estimatori anche a sinistra.
L’indicazione di Donatella Ferranti alla Giustizia comporta inoltre il “sacrificio” di Beppe Fioroni, visto che il manuale Cencelli del Pd non prevede due presidenze per la sua area.
E Fioroni, in corsa per la Scuola o la Salute, fa un passo indietro: «Con il mio gesto – si sfoga in serata con un amico – ho salvato un minimo di decenza a un partito che non sempre ce l’ha».
Risolta la grana principale, il resto delle presidenze sta andando in buca senza troppi scossoni. L’unico scoglio nella maggioranza sono i montiani, che reclamano due presidenze alla Camera e due al Senato.
Ma Pdl e Pd sono concordi nel dargliene una soltanto.
Quanto alle commissioni più importanti, lo schema dovrebbe essere questo: alla Affari costituzionali del Senato Anna Finocchiaro, alla Camera Francesco Sisto (vicino a Raffaele Fitto, la soffia al Pd Gianclaudio Bressa); la Esteri a palazzo Madama vede in arrivo Pier Ferdinando Casini, a Montecitorio l’ex capogruppo Fabrizio Cicchitto; per la commissione Bilancio, il senatore Pdl Antonio Azzolini farà da contraltare alla Camera al lettiano Francesco Boccia; new entry alle Attività produttive di palazzo Madama dovrebbe essere l’ex vicedirettore del Corriere Massimo Mucchetti, eletto con il Pd. Il suo dirimpettaio dovrebbe essere Daniele Capezzone, ma si parla dell’ex portavoce del Pdl anche come presidente della Finanze.
Chi rischia di restare a bocca asciutta è il Centro democratico, che aspirava a una presidenza di area economica per Bruno Tabacci.
Anche i socialisti di Nencini non sono contemplati per le presidenze.
Al Lavoro andranno il senatore Maurizio Sacconi del Pdl e il deputato Cesare Damiano (Pd, vicino alla Cgil); alla Cultura il senatore renziano Andrea Marcucci e l’ex ministro Maria Stella Gelmini.
Quanto alle Bicamerali, che non saranno decise oggi, avanza la candidatura di Rosy Bindi per l’Antimafia, di Claudio Fava per il Copasir e del grillino Roberto Fico per la vigilanza Rai.
I 5stelle, scrive l’Agi, avrebbero avanzato la richiesta di una vicepresidenza per ogni commissione.
Si è continuato a discutere ieri anche della Convenzione per le riforme, incagliata sullo scoglio della presidenza a Berlusconi.
Un macigno davvero impossibile da superare per il Pd. Per questo la Convenzione starebbe finendo nell’archivio dei sogni impossibili, fallita ancora prima di cominciare.
Un indizio ulteriore che sia questa la strada è arrivato dal nome – quello di Anna Finocchiaro – scelto dal Pd per guidare la commissione affari costituzionali di palazzo Madama.
Una candidatura forte (sarebbe dovuta essere eletta presidente del Senato) per la commissione che dovrà iniziare il dibattito sulla riforma della Costituzione.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile
A DECINE NE CHIEDONO LE DIMISSIONI: NON E’ NECESSARIO, BASTEREBBE METTERLO IN GALERA IN BASE ALLE LEGGI VIGENTI … POI LA PATETICA AUTODIFESA DA VIGLIACCO: “E’ STATA SOLO UNA ZINGARATA”
La frase è stata pubblicata su facebook nella notte tra domenica e lunedì e in poche ore ha suscitato un vespaio di polemiche, tanto da spingere decine di cittadini a chiedere le dimissioni del consigliere comunale leghista Emilio Paradiso: “Il bianco-fiore si è dovuta piegare ai finocchi e il nero di seppia lo lasciano lì?” ha commentato il politico del Carroccio in un post dove condivideva con gli amici un sondaggio del quotidiano Libero in cui si chiede se il neoministro Kyenge deve essere cacciato per le sue posizioni sul diritto di cittadinanza.
L’infelice accostamento di Paradiso tra il ‘bianco-fiore’, cioè il sottosegretario Micaela Biancofiore che ha dovuto lasciare le Pari opportunità dopo le proteste delle associazioni gay e il ‘nero di seppia’, rozza metafora per indicare il neoministro dell’Integrazione Cècile Kyenge, non ha ottenuto però il risultato sperato. 
Invece di compiaciuti commenti di approvazione, la bacheca facebook di Paradiso è stata invasa da decine di post in cui i cittadini indignati lo invitavano alle dimissioni. A quel punto Paradiso ha rimosso la frase incriminata.
Ma le polemiche sono montate ugualmente: “Un altro esponente politico su Facebook dà prova della sua ostentata cultura razzista e della sua omofobia. Siamo certi che sia la procura della Repubblica che l’ufficio nazionale Antidiscriminazioni razziali si attiveranno al più presto. Da parte nostra nelle prossime ore sarà presentata un’interrogazione parlamentare al governo”, così il Sel in una nota.
Paradiso si è difeso definendo la sua una ‘zingarata’, anche se riconosce di aver esagerato: “La mia era semplicemente una battuta satirica che non voleva offendere nessuno, se questo è avvenuto me ne scuso Tuttavia, quella di pubblicare su facebook commenti provocatori sembra un’abitudine del consigliere leghista. Alcuni giorni prima, sulla sua bacheca era apparso un fotomontaggio dove erano presenti il segretario di Sel Nichi Vendola e l’ex deputata Pd Paola Concia, ironizzando sulla loro ‘presentabilità ‘ politica.
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Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile
TUTTI I NUMERI DEI RISPARMI DELLA SQUADRA DELL’ESECUTIVO, DA LETTA ALLA BONINO, DA SACCOMANNI A BRUNETTA
La casa dove vive Enrico Letta con moglie e figli al Testaccio, nel cosiddetto ex ‘Cremlino’ sul Tevere, perchè vi alloggiavano molti vip di sinistra, vanta una rendita catastale e quindi una tassazione Imu abbastanza alta.
Dopo la privatizzazione e un paio di passaggi di mano, l’appartamento di 10 vani catastali è stato acquistato nel 2004 al prezzo di mercato di 900mila euro dalla moglie di Letta.
La giornalista Gianna Fregonara paga 1925,64 euro di Imu (2013).
Altrettanti ne risparmierebbe per il 2012, in caso di rimborso.
Totale: 3.851 euro che — a differenza di Brunetta — il marito-premier però vorrebbe lasciare nelle casse dello Stato.
Se passasse l’idea del Pd di alzare la detrazione prima casa da 200 a 600 euro, la famiglia Letta-Fregonara pagherebbe 1.525 euro invece di 1.925.
Il caso di Emma Bonino dimostra che il catasto è una fotografia infedele della ricchezza immobiliare, soprattutto nel centro di Roma.
A differenza di Brunetta, Bonino ha pagato solo 526,66 euro per il 2012 e risparmierebbe — in tutto tra 2012 e 2013 — solo 1.053 euro.
Un’imposta bassa per una casa certamente più piccola, ma che non vale molto meno di quella del capogruppo del Pdl: 5 vani su due livelli a due passi da Campo de’ Fiori non valgono un quinto di una villa fuori dal raccordo.
Nessun risparmio per il sottosegretario alla Presidenza Filippo Patroni Griffi, la sua casa al Colosseo, comprata a prezzo stracciato dall’Inps, infatti, è affittata e non gode dell’esenzione prima casa.
Ben diversa la situazione del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni: ha pagato 1.830 euro per l’Imu del 2012 e altrettanti ne dovrà per il 2013, per i suoi nove vani ai Parioli.
Il ministro comunque pagherà molto perchè possiede altre due case a Prati, nella stessa via di Massimo D’Alema, per complessivi 15 vani catastali.
Dario Franceschini ha una casa da 8 vani a due passi da piazza Barberini.
Per lui il totale della tassazione Imu dovuta per il 2013 è di 2.316 euro, altrettanti gli saranno rimborsati per il 2012, sempre se passasse la linea massimalista.
Risparmio totale: 4.632 euro.
Invece il ministro dell’Istruzione Maria Carrozza (6 vani al piano terra a Pisa, dove insegna) risparmierebbe 479 euro per il 2013 e altrettanti per il 2012.
Il ministro agli Affari regionali, Graziano Delrio, risparmierà 360 euro all’anno per la sua casa di Reggio Emilia.
Il ministro dello Sport Josefa Idem paga (e risparmierebbe) 1.238 euro all’anno per la sua casa di Ravenna da 13 vani catastali.
Il ministro per gli Affari europei Enzo Moavero Milanesi paga 2.668 euro all’anno per la casa da 11,5 vani tra il Lungotevere e Villa Borghese.
Risparmierebbe 5 mila e 336 euro in tutto.
È l’unico che si avvicina a Brunetta.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile
SABATO AL CONSIGLIO NAZIONALE ANCHE I MILITANTI DI OCCUPY
Mentre nel Pd ormai è il tutti contro tutti, l’unico che sembra tenersi defilato è Matteo
Renzi.
Ma sbaglierebbe chi pensasse che il sindaco non continua a tenere un occhio puntato sulla politica nazionale.
Il primo cittadino del capoluogo toscano sta dando gli ultimi ritocchi al suo libro
Oltre la rottamazione.
Il tema a cui è dedicato, come ha spiegato lui stesso a chi glielo ha chiesto, «è il futuro del centrosinistra, ma, soprattutto il futuro del Paese e dei giovani».
E infatti l’ultimo capitolo è scritto sotto forma di una lettera che il sindaco invia a un bambino che nasce nel 2013.
La presentazione del libro darà modo a Renzi di riprendere i suoi giri in tutta Italia e le sue apparizioni in televisione. Insomma, sarà uno strumento per riprendere a fare politica, senza però immischiarsi nelle beghe interne.
Secondo il sindaco rottamatore il Pd ha assolutamente bisogno «di fare una riflessione seria e approfondita su se stesso».
Non è tanto un braccio di ferro sul nome del segretario che conta, quanto la linea e l’identità che vorrà darsi il partito.
C’è chi vede Bersani dietro la candidatura di Epifani e D’Alema dietro quella di Cuperlo. Ma non è dallo scontro tra i due che, secondo i renziani, potrà venire qualcosa di buono.
Comunque il sindaco, che non punta ad avere un segretario suo, preferirebbe invece poter mettere bocca sul responsabile organizzativo del partito.
È il posto finora occupato da Nico Stumpo, l’ideatore delle primarie blindate, che interessa i renziani.
Per il resto, il primo cittadino di Firenze ritiene che sia «meglio avere le mani libere» e per questo sta meditando di non candidarsi nemmeno alla presidenza dell’Anci.
Renzi pensa invece di impegnarsi a fondo sul tema del lavoro, tant’è vero che qualcuno ha parlato di una sua svolta neo-laburista: la sua prossima battaglia sarà incentrata sulla riforma della legge Fornero.
E il primo cittadino di Firenze non diserterà l’appuntamento di sabato prossimo a Roma e interverrà all’assemblea nazionale del Pd.
Mentre il sindaco prepara le sue mosse future, nel Partito democratico continuano lo scambio di accuse e le polemiche, che, inevitabilmente, si ripercuotono sul governo. Ieri il sindaco di Bari Michele Emiliano ha attaccato direttamente Letta: «Era vicesegretario, ha le stesse responsabilità politiche di Bersani, perciò era l’ultima persona che poteva guidare questo governo».
E ancora: «Non è un caso che Berlusconi abbia voluto Letta al posto di Renzi: Matteo è un leader naturale, con lui il governo sarebbe stato diverso».
Tenta invece di far da paciere Beppe Fioroni, il quale teme che «tra un po’ non ci sarà il problema degli ex ds e degli ex ppi, ma quello degli ex pd.
Il rischio infatti è che il partito si spacchi in tre tronconi: uno centrista, uno di sinistra massimalista, e un altro che tenterà di fare un nuovo Pd.
Bersani, D’Alema e Veltroni riprendessero a parlarsi, mentre chi sta al governo non creda che l’esecutivo camperà più a lungo perchè non c’è un segretario autorevole alla guida del partito».
Evidentemente Fioroni si riferisce alle lotte intestine tra i maggiorenti ex ds e alla volontà di Letta e Franceschini di frenare sull’elezione di un segretario a tutti gli effetti già all’assemblea di sabato prossimo.
Come ha detto in serata il premier a Che tempo che fa: «Un reggente o un segretario provvisorio», che porti «ad un congresso che dovrà essere fondativo».
L’esatto contrario di ciò a cui punta, per esempio, il «governatore» della Toscana Enrico Rossi, che dà il suo «ok» alla candidatura a segretario operativo di Cuperlo.
È chiaro che tutti questi problemi dovranno essere risolti prima dell’assemblea nazionale di sabato a cui parteciperà anche una rappresentanza di «Occupy Pd», cioè di quei militanti (sopratutto giovani) che in questo periodo hanno occupato le sedi dei circoli del partito per protestare contro il governo con il Pdl.
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile
QUANDO GUIDAVA LA CGIL LO ACCUSARONO DI ECCESSIVA SUDDITANZA ALL’ESECUTIVO PRODI
La proposta di guidare una formazione politica, Guglielmo Epifani l’ha già avuta.
Nel 2007, mentre nasceva il Pd a guida Veltroni, verso il quale l’ex segretario Cgil non nutriva grande trasporto, fu Fausto Bertinotti a prospettargli la leadership di una Federazione della sinistra. Non se ne fece nulla.
Ora, a 63 anni, dopo 36 anni nel sindacato, è in ballo per la segreteria del Pd.
Forse la tesi di laurea su un’icona socialista come Anna Kuliscioff lo fa apparire di sinistra mentre il tono vellutato, e la carriera sindacale, rassicurano i moderati.
“A me piace” diceva qualche giorno fa Raffaele Bonanni, “almeno so come ragiona”. Prima di fare il segretario della Cgil è stato il vice di Sergio Cofferati.
Ultimo esponente di quella “componente socialista” della Cgil che nel 1984, con il decreto Craxi sulla scala mobile, fu a un passo dalla rottura.
Epifani restò defilato ma negli anni 80 era quasi impossibile essere socialista e non stare con Craxi.
Quando sostituisce Cofferati alla segreteria della Cgil, nel 2002, riceve l’eredità del Circo
Massimo.
Epifani la conserva fino al 2003 partecipando al movimento per la pace e poi, in dissenso con lo stesso Cofferati, schierando il sindacato accanto a Fausto Bertinotti nel referendum per estendere l’articolo 18.
Poi la Cgil è risucchiata dall’Unione di Romano Prodi, accolto in trionfo al congresso del sindacato: “Il vostro programma è il mio programma” dirà il Professore.
Con il governo del centrosinistra la Cgil dismette la posizione anti-governativa.
Nasce qui lo scontro con Sergio Cofferati che dura ancora oggi.
A Epifani viene rimproverata la perdita di autonomia e una eccessiva subordinazione al governo. In questo periodo rinasce il conflitto con la Fiom guidata da Gianni Rinaldini che gli contesta “di aver chiuso rapidamente la fase precedente e di essere tornato alla normale routine burocratica”.
Scontro che tocca il culmine con la vicenda Marchionne.
Epifani lavora nel solco dell’unità sindacale realizzando l’accordo sulle pensioni con Prodi. Ma la nuova vittoria di Berlusconi spazza via quella strategia.
La Cgil, a quel punto, è stretta tra l’ostilità della sinistra interna e il gelo degli altri sindacati. Una sorta di “nè-nè” che porta all’impasse.
Nel 2010 Epifani lascia la Cgil.
L’ultimo discorso in piazza lo tiene alla manifestazione della Fiom a San Giovanni. Fischiato dai duri ma “protetto” da Landini e Cremaschi.
Qualche giorno dopo saluta la Cgil e il direttivo nazionale, in cui fa eleggere la fidata Camusso, anche lei ex socialista, gli tributa un sentito omaggio.
Per quasi due anni si “parcheggia” alla presidenza dell’Associazione Bruno Trentin, creata apposta per lui.
Ma, come dice chi lo ha conosciuto da vicino, “il ragazzo è ambizioso”.
Vorrebbe fare il ministro del Lavoro, ipotesi sfumata con la sconfitta di Bersani che ne inventa la candidatura alla segreteria del Pd.
Epifani, dice in giro, si sente tagliato per quel ruolo.
Ma i partiti non portano fortuna ai segretari sindacali. Chi lo ha preceduto alla guida della componente socialista in Cgil, Ottaviano Del Turco, quando è andato a dirigere un partito, il Psi orfano di Craxi, ne ha accompagnato lo sfarinamento.
Luciano Lama, nel 1984, dopo la morte di Enrico Berlinguer, fu bloccato alla segreteria Pci dai “giovani turchi” di allora, tra cui D’Alema.
Sergio Cofferati, il naturale leader della sinistra dopo il Circo Massimo, incontrò anche lui l’ostilità di Massimo D’Alema.
Epifani è diverso, sa farsi canna che si piega al vento.
Ma oggi deve vedersela con un partito allo sbando che potrebbe preferirgli l’ipotesi di Gianni Cuperlo.
Anche lui, guarda caso, dalemiano.
Salvatore Cannavò
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile
ULTIMO SEGRETARIO DELLA FGCI, DEPUTATO DAL 2006…SI ASTENNE SULLA MOZIONE PER FAR DIMETTERE COSENTINO
A guardarlo, ha il volto da professore di filosofia benevolo, di quelli che se arranchi
nell’interrogazione ti fanno la domanda a piacere.
A sentirlo dal palco della (sua) milionesima direzione, mentre discetta di “capitalismo che ha vinto la sua battaglia con la modernità ”, sembra quasi fuori posto.
Gianni Cuperlo, deputato triestino di 51 anni, dalemiano di stretta osservanza, è un segretario più che possibile, ma poco immaginabile per il Pd.
Perchè è complicato figurarselo nella battaglia perenne del suo partito, a tenere a bada i capi delle infinite correnti.
Eppure potrebbe essere proprio questo il destino di Cuperlo, appassionato di libri e politica.
Laureato al Dams di Bologna, la sua carriera nel partito inizia negli anni ’80.
Nel 1988 viene nominato segretario della Fgci, la giovanile del Pci.
Un’idea soprattutto del segretario uscente Pietro Folena, che anni dopo sul Foglio rivendicherà : “Scegliemmo Cuperlo perchè era quanto più di lontano dal funzionario di partito”.
Sarà proprio il triestino “eterodosso” a dover sciogliere la federazione nel 1990, dopo la caduta del Muro e la svolta di Achille Occhetto
Raccontano che una delle sue più grandi soddisfazioni fu l’assemblea dei giovani comunisti a Rimini, nell’estate pre-scioglimento.
Si temeva una spaccatura rumorosa tra occhettiani e ingraiani, e invece i giovani discussero e ascoltarono, disciplinati.
Nel dicembre successivo, congresso a Pesaro e fine della Fgci.
La storia di Cuperlo continua nella Sinistra Giovanile del Pds, di cui è segretario sino al 1992.
Poi, il triestino che ama la letteratura americana (il preferito è Joe Lansdale) entra nella direzione del Pds, e diventa dalemiano.
È un consigliere molto dietro le quinte, che legge e scrive (anche) per l’ex premier. Comunque atipico, tanto da guadagnarsi l’etichetta di “diversamente dalemiano”: differente dagli altri pasdaran del leader come Claudio Velardi, arcigno capo segreteria, e Fabrizio Rondolino, responsabile della comunicazione, autore di un romanzo erotico. Niente facce feroci o sfregamenti su carta invece per Cuperlo: che, incredibile per un dalemiano, si guadagna la fama di uomo facile al sorriso e alla battuta.
Responsabile comunicazione Ds, uno dei primissimi politici con un blog, diventa deputato nel 2006.
Due anni dopo è in corsa per la segreteria assieme a un altro ex Fgci, Nicola Zingaretti. Cuperlo commenta parafrasando Groucho Marx: “Non vorrei mai stare in un partito che avesse tra i suoi leader uno come me”.
Non fa per nulla ridere nel gennaio 2009, quando si astiene, assieme ad altri 25 democratici, sulla mozione che chiedeva le dimissioni dell’allora sottosegretario Nicola Cosentino, accusato da sei pentiti di rapporti con la camorra.
Cosentivo si salva, anche grazie a Cuperlo. Cortese ma testardo, di quelli che non cambiano idea.
Oratore ricercato, con i suoi discorsi talvolta da comitato centrale.
Se c’è da difendere la linea e D’Alema, morde volentieri.
Dieci anni fa attaccava l’Unità di Furio Colombo.
Nel marzo scorso, sull’Unità , rispose a Debora Serracchiani che invitava l’ex premier a tirarsi fuori dalla corsa dal Quirinale: “Un’esponente del Pd ammonisce un fondatore del partito a dichiarare che non farà mai una cosa che non ha chiesto, per non precludere il dialogo con Grillo. Logica piuttosto intrigante”.
Ma la collisione vera è con Matteo Renzi.
Nella direzione del 6 marzo, Cuperlo lo disse al microfono: “Buona parte del confronto tra di noi ruota attorno al sindaco di Firenze, che è qui ma non prende la parola. Questo non è un nodo che investe la nostra democrazia, cos’è un partito e come discute? I percorsi paralleli non funzionano”.
Luca De Carolis
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »