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IL RETROSCENA: LA CONSULTA SUL PORCELLUM SI E’ DIVISA 9 A 6

Dicembre 5th, 2013 Riccardo Fucile

SCELTA LA VIA MENO POLITICA, LA MINORANZA VOLEVA FAR RIVIVERE IL MATTARELLUM

Via il premio di maggioranza, e che si possa scegliere almeno un parlamentare. L’Italia torna al proporzionale puro, un sistema elettorale perfetto per un paese come la Germania, ma che da noi -sino a che non si è introdotto il Mattarellum- ha fatto proliferare i partitini, che infatti già  esultano, «un raggio di sole, finalmente, nel gelo di democrazia» s’allarga il cuore di Vendola .
Questo è quanto potrà  accadere se si andasse a elezioni nel momento in cui la Corte renderà  note le motivazioni della sua sentenza, e il Parlamento non avesse nel frattempo proceduto -come la Corte pure raccomanda- a «approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche».
Un risultato a sorpresa, rispetto a quel che del dibattito sulla «incostituzionalità  della legge elettorale», cioè del porcellum, era filtrato nei giorni scorsi.
Anzitutto, si narrava, per «cortesia istituzionale» forse la Corte avrebbe rimandato il verdetto, limitandosi ad ammettere il ricorso, e dando al Parlamento qualche mese per intervenire.
Una linea che nel conclave si è confrontata con quella -sino a martedì prevalente- della possibile reviviscenza del Mattarellum. E sarebbe stata proprio questa linea -rappresentata secondo alcune fonti all’interno della Consulta dal presidente Silvestri, e da due giuristi del calibro di Sabino Cassese e Giuliano Amato, dallo stesso Sergio Mattarella e da due soli magistrati- a sollevare e a compattare il fronte molto più ampio dei magistrati, e del relatore Tesauro, che ha sostenuto compatto che non si poteva fare una scelta così «politica».
Il segno di questo confronto sarebbe nell’ultima riga del comunicato, nel quale si rileva quel che è pleonastico: il Parlamento, se crede, può provvedere a scrivere una diversa legge elettorale secondo «le proprie scelte politiche».
Come dire: qui alla Consulta non si fa politica.
«Evitiamo le forzature», sarebbe stato l’argomento che ha fatto pendere poi l’ago della bilancia in favore -9 a 6- della cancellazione del porcellum e stop.
Un argomento, dicono le stesse fonti, che si ritroverà  scritto nelle motivazioni della sentenza, che saranno pubbliche tra qualche settimana.
Mentre, raccontano le stesse fonti, l’idea del prender tempo regalandone dell’altro alla politica sarebbe stato sbaragliato con l’argomento che la Corte non può «decidere di non decidere» come aveva icasticamente espresso nella sua rituale gag del martedì Maurizio Crozza, che ha fan ovunque e dunque anche alla Consulta.
Naturalmente, ogni sentenza della Corte ha una valenza politica, l’avrebbe avuta anche la scelta del rinvio. e bastava scorrere le reazioni di ieri per rendersene conto.
I «cespugli» di destra o di sinistra esultano, da Alfano a Vendola; i grandi partiti reagiscono come sotto schiaffo.
Attonito, racconta chi gli ha parlato a caldo, anzitutto Matteo Renzi: e lo si può capire perchè, dal suo punto di vista e non solo, è l’apoteosi delle larghe intese, come dire che così il governo Letta trova ulteriore legittimazione.
Perchè la sentenza di ieri della Corte Costituzionale non solo di fatto afferma che son stati illegittimi gli ultimi tre parlamenti italiani -e i governi che da quelle assemblee sono nati- ma riporta l’Italia a quanto c’era nel ’93, prima del referendum sul maggioritario di Mario Segni.
Un vero e proprio terremoto, il salto di un’epoca. Se il Parlamento non intervenisse, sarebbe certa l’uscita dal bipolarismo, mentre si è visto di quale stabilità  possono godere in Italia i governi di «larghe intese», esposti ai ricatti delle forze più piccole.

Antonella Rampino
(da “La Stampa“)

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L’ESTREMO RIMEDIO AL VUOTO POLITICO

Dicembre 5th, 2013 Riccardo Fucile

IL PREMIO DI MAGGIORANZA IN REALTA’ PREMIA UNA MINORANZA

Ora le anime belle dei partiti metteranno alla berlina la Consulta. Ne denunceranno l’ingerenza, l’invadenza, la supplenza. No, è la loro assenza che va piuttosto denunciata.
È il vuoto politico che ha tenuto a galla per tre legislature una legge elettorale che costituisce di per sè un insulto alla democrazia. Perchè non siamo più elettori, quando non possiamo decidere gli eletti. E perchè i rappresentanti non rappresentano nessuno, quando per entrare in Parlamento usano il vecchio quiz di Mike Bongiorno ( Lascia o raddoppia?), grazie a un premio di maggioranza che premia in realtà  una minoranza.
Certo, sarebbe stato meglio, molto meglio, che a scrivere le nuove regole del gioco fossero state le assemblee legislative.
Nell’inerzia delle Camere, al limite avrebbe potuto provvedervi con decreto lo stesso esecutivo, dato che ogni decreto va pur sempre convertito in legge.
Una sentenza costituzionale non è la via maestra, non è mestiere della Consulta scrivere le leggi elettorali. Ma fra il nulla e la sentenza, meglio la sentenza.
Alla fine della giostra, è infatti di questo che si tratta: un rimedio estremo rispetto a un danno estremo.
Dunque un insuccesso per la democrazia dei partiti, un successo per lo Stato di diritto. Significa che dopotutto c’è ancora un giudice a Berlino, come sospirava il mugnaio di Potsdam.
Con quali conseguenze, sul piano del diritto? E con quali argomenti di diritto?
Questi ultimi li conosceremo quando verrà  depositata la sentenza, corredata dalle sue motivazioni.
Per intanto c’è solo un comunicato, e anche alquanto scarno. Ma basta per tirare alcune conclusioni.
Primo: non ritorna in vigore il Mattarellum , pace all’anima sua.
La Consulta non ha cassato l’intera legge elettorale, manca pertanto il presupposto per riesumare la normativa preesistente.
Secondo: via il premio, sia alla Camera che al Senato.
Ne scaturisce dunque un proporzionale puro, con soglie minime per guadagnare seggi.
Con meno del 2%, ogni partito otterrà  il suo posto in Paradiso. Non è esattamente l’ideale per governare quest’Italia sgovernata, però i partiti hanno tutto il tempo per correggere, emendare, riformare.
E anzi dovranno farlo, giacchè la Consulta ha annullato pure le liste bloccate, nella parte in cui impediscono al popolo votante d’esprimere una preferenza sul popolo votato.
Come? Qui è impossibile pretendere ricette dai giudici costituzionali: la loro funzione s’esercita soltanto in negativo, come diceva Kelsen.
Servirà  quindi un’operazione di cosmesi, ma non è la prima volta che la Consulta mette il legislatore in mora.
Un caso analogo si registrò al tempo del referendum sul maggioritario (sentenza n. 32 del 1993), e almeno in quella circostanza il legislatore fu solerte.
Sancendo così il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica; e vedremo a breve se questa sentenza sarà  il preludio della terza.
Nel caso, dovremo innalzare un monumento a due signori, alla loro ostinazione. Aldo Bozzi, l’avvocato milanese di 79 anni che ha sollevato l’incostituzionalità  del Porcellum . Roberto Giachetti, in sciopero della fame da 59 giorni per la sua riforma.
Buon appetito a entrambi, ma a questo punto siamo tutti un po’ affamati.

Michele Ainis
(da “il Corriere della Sera”)

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INTERVISTA AL PROCURATORE SERGIO LARI: “MAFIA, NON ESCLUDIAMO LA TENTAZIONE DI UNA RIPRESA DELLA STRATEGIA STRAGISTA”

Dicembre 5th, 2013 Riccardo Fucile

IL PROCURATORE CAPO DI CALTANISSETTA: “SE UNO DOVESSE VIVERE SEMPRE CON LA PAURA NON POTREBBE ANDARE AVANTI”

Il Capo dei capi Totò Riina, intercettato durante l’ora d’aria nel carcere di Opera, che minaccia di morte il sostituto procuratore Nino Di Matteo, Pm nel processo sulla trattativa Stato-Mafia. Martedì, a Palermo, la riunione straordinaria del Comitato per la sicurezza con i vertici delle Procure di Palermo e Caltanissetta, i comandanti di Carabinieri, Finanza, il capo della Polizia, soprattutto con la presenza del ministro dell’Interno, Angelino Alfano.
Che poche ore dopo consegna all’opinione pubblica una dichiarazione choc: “Non possiamo escludere la tentazione di una ripresa della strategia stragista”.
Un allarme inconsueto, improvviso che nasconde qualcosa di più?
Cosa si sta muovendo nella testa e nella pancia di ciò che resta dell’organizzazione mafiosa? Quello di Riina è stato lo sfogo rabbioso di un uomo provato da vent’anni di carcere duro o un messaggio per l’esterno?
Lo abbiamo chiesto a Sergio Lari, Procuratore capo della Repubblica di Caltanissetta, che ha in mano le indagini sulle stragi degli anni Novanta che costarono la vita a Falcone e Borsellino e oggi anche quelle sulle minacce ai magistrati palermitani.
Procuratore Lari, cosa avete detto al ministro Alfano nella riunione che ha scatenato l’allarme?
“Molto semplicemente, io e i colleghi di Palermo abbiamo espresso le nostre valutazioni sullo stato dell’organizzazione mafiosa e sulla possibilità  che ci possa essere un colpo di coda di Cosa Nostra, col rischio concreto di una ripresa di quello stragismo che tra il 1992 e il 1993 ha insanguinato la Sicilia e l’Italia”.
Valutazioni fatte su quali basi?
“Per quanto mi riguarda, ho tenuto conto di diversi elementi, compresi i procedimenti penali aperti a Caltanissetta nei quali sono parti offese i magistrati di Palermo. Indagini avviate in seguito agli scritti anonimi pervenuti dalla fine del 2012 alla fine del 2013, in cui si parla di potenziali attentati nei confronti del dottor Di Matteo e di magistrati della nostra città ”.
Che senso avrebbe un colpo di coda, se apparentemente Cosa Nostra sembra assestata su una strategia di basso profilo?
“Per capirlo dobbiamo fare un’analisi di questa evoluzione. Lo stragismo ha il suo culmine dopo l’arresto di Totò Riina il 15 gennaio del 1993, quando le redini dell’organizzazione vengono prese da Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e dal gruppo dirigente che si riconosce nella linea dettata da Riina”.
L’ala stragista corleonese di Cosa Nostra
“Esatto. Non dimentichiamoci che alcuni collaboratori ci hanno raccontato che la mattina in cui fu arrestato, sembra che Riina si stesse recando ad una riunione in cui si doveva mettere a punto una ripresa della campagna stragista”.
Cosa che in effetti avvenne.
“Nella primavera-estate, con attentati a Roma, Firenze e Milano perchè Provenzano aveva ottenuto che le stragi fossero portate a termine solo oltre lo stretto di Messina, nel continente. Poi, tra il ’95 e il ’96, Bagarella e Brusca vengono arrestati e la guida ela strategia di Cosa Nostra passano nelle mani di Bernardo Provenzano e dei suoi fedelissimi, tra i quali spicca la figura di Nino Giuffrè”.
Poi Giuffrè viene a sua volta arrestato e collabora.
“Esatto. Fui io a coordinare le indagini per la sua cattura e, insieme all’allora procuratore Pietro Grasso e ad altri colleghi, a gestire quella collaborazione che fu preziosissima perchè ci consentì di ricostruire tutta la cosiddetta fase B della strategia post-stragi”.
La transizione dalla linea di Riina a quella di Provenzano.
“Dopo gli arresti che portano alla decapitazione dell’ala stragista corleonese, Provenzano si occupa soprattutto di ricostituire l’ordine gerarchico nella Cosa Nostra palermitana, mentre a Giuffrè spetta il compito di ricreare i collegamenti nel resto della Sicilia. Ma sarebbe un errore pensare che tra Riina e Provenzano si fosse creata una frattura. C’è una famosa intercettazione effettuata sull’utenza di Pino Lipari a San Vito Lo Capo, in cui si dice chiaramente che le stragi volute da Riina possono essere state un errore ma vanno considerate acqua passata perchè l’organizzazione deve guardare al futuro”.
Quindi, nessuna rottura tra i due Capi dei capi?
“E nessun ripudio delle stragi. Cosa Nostra è sempre stata una e quando ha deciso di dichiarare guerra allo Stato lo ha fatto compatta. Non esistono un Bernardo Provenzano buono e un Totò Riina cattivo. Provenzano è artefice e complice di Riina in tutta la campagna stragista. Poi capisce che le conseguenze sono pesantissime, tra arresti e 41bis a tutto spiano, allora rinuncia allo scontro frontale e decide l’inabissamento dell’organizzazione. La fase B, appunto”.
La fase C comincia dopo la cattura di Provenzano?
“Beh, quando nel 2006 viene arrestato il colpo è durissimo. Il vertice scricchiola. Persino Matteo Messina Denaro che tra i grandi capi è l’ultimo a non essere ancora caduto nella rete, direi l’ultimo dei mohicani, nella gerarchia gli era sottomesso. Poi segue un periodo di inazione e Cosa Nostra subisce l’offensiva della magistratura”.
Non considera Messina Denaro all’altezza di guidare l’organizzazione?
“Tutt’altro. Al momento è l’unico tra gli stragisti ad avere la capacità  di riproporre azioni eclatanti. E’ il capo indiscusso della provincia di Trapani e dei quattro mandamenti che la compongono ed esercita il suo carisma anche in altre zone della Sicilia. Penso soprattutto al mandamento di Bagheria, dove ha sempre avuto grande influenza anche per ragioni di parentela. Ma non si può dire che sia il capo della cupola regionale, semplicemente perchè quella cupola non esiste più. Però è sicuramente il depositario di tutti i segreti dello stragismo degli anni Novanta e l’ultimo della vecchia guardia a poter fare da catalizzatore nella ricostruzione di una nuova leadership regionale”.
Dal punto di vista di Cosa Nostra, quali vantaggi porterebbe una nuova stagione stragista?
“Se stiamo ad alcuni scritti anonimi, dovrebbe essere sostanzialmente una risposta al mancato alleggerimento del regime carcerario duro per i boss”.
Così torniamo alla sostanza della trattativa Stato-Mafia?
“Purtroppo, sì. Il 41bis è rimasto inalterato, di revisione dei processi non se ne parla, la morsa dello Stato non si è allentata, quindi si dovrebbero trovare altre forme di pressione perchè la politica dell’inabbissamento voluta da Provenzano si è rivelata fallimentare. Ma secondo altri anonimi una nuova fase stragista sarebbe richiesta da forze occulte esterne a Cosa Nostra per evitare che il potere politico possa finire nelle mani di “comici” e “froci”…”.
Lei crede davvero che Cosa Nostra abbia paura di Beppe Grillo?
“Questo scrivono gli anonimi. Cioè, lo scrivevano prima delle elezioni”.
Se le dicessi che eventuali nuove stragi potrebbero essere decise come forma di pressione per evitare che le vostre indagini su Capaci e via D’Amelio vadano più a fondo, sbaglierei?
“Qui entriamo nel campo delle ipotesi. Cosa Nostra ha regole assolute che nella storia non sono mai cambiate. Chi è a capo dell’organizzazione, lì rimane. Chi ne esce, è perchè muore o collabora con la giustizia. Se un boss è detenuto rimane a capo del proprio mandamento e al massimo ci può essere un reggente. Quindi, ha fatto scalpore il fatto che Riina si sia lasciato andare a quelle affermazioni così violente nei confronti del processo sulla trattativa e del collega Di Matteo. E ci si è domandati: come mai un uomo che ha subito tanti ergastoli si sta occupando di un processo alla fine del quale potrebbe avere qualche anno di reclusione in più?”.
Domanda legittima. La risposta?
“Difficile. Dobbiamo considerarlo lo sfogo di chi dopo vent’anni di 41bis, non vedendo spiragli per sè nè per gli altri, esprime la sua vera natura di killer sanguinario che dice: se io fossi fuori a Di Matteo gli farei fare la fine del tonno, cioè la fine che ha fatto fare a Falcone e Borsellino? Il dato oggettivo è che, a distanza di vent’anni, noi a Caltanissetta abbiamo scoperto che il tritolo per le stragi di Capaci, via D’Amelio e per tutte quelle nel continente era di provenienza militare, procurato dal gruppo di Brancaccio comandato da Giuseppe Graviano e dai vertici del mandamento, tra cui Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina. Fare luce in quel buco nero che sembrava essere la ricostruzione dell’organigramma della strage di Capaci, ha portato all’arresto di otto persone, sette delle quali già  detenute, che dopo anni e anni di detenzione ora dovranno fare di nuovo i conti con pesanti condanne e col 41bis, tornando indietro come nel gioco dell’oca”.
Stessa cosa per l’indagine sulla strage di via D’Amelio.
“Infatti, consideri che se da una parte sono state scagionate undici persone di cui sette condannate all’ergastolo e già  scarcerate, dall’altra ne abbiamo individuate nove di cui cinque già  sottoposte a giudizio, tre condannate, voglio dire…”.
Che lo Stato alla fine i conti li fa. E anche Riina.
“E non si può escludere che questo lo mandi in bestia, perchè si sente di perdere la faccia davanti a tutta l’organizzazione”.
D’accordo, però le rifaccio la domanda: dietro la nuova minaccia stragista non ci sarà  la paura di qualcos’altro? Di qualche entità  esterna a Cosa Nostra che ha suggerito, agito, coperto le stragi del passato?
“Questo non lo posso escludere. E’ un pensiero che ho fatto anch’io, che ci sia qualche segreto inconfessabile e che Riina sia terrorizzato che possa venir fuori”.
La preoccupazione che possa accadere qualcosa ha messo in moto una macchina che non si era messa in moto nè tre, nè sei mesi fa. Perchè così all’improvviso?
“Perchè si è riunito il Comitato per la sicurezza…”.
Non solo. Un esponente di primo piano del governo, il ministro Alfano, ha partecipato e poi ha detto pubblicamente che il rischio di nuove stragi c’è.
“E merita un plauso, se solo ricordiamo l’isolamento che ci fu ai tempi di Falcone e Borsellino, a cui non fu concessa nemmeno la rimozione delle auto sotto casa della madre in via D’Amelio dove si recava puntualmente. Invece martedì noi abbiamo avuto un ministro dell’Interno il quale ci ha detto: qualunque cosa di cui abbiate bisogno non dovete fare altro che chiederla e vi sarà  data. E lo ha detto davanti al comandante dei carabinieri, a quello della Finanza e al capo della Polizia. Da questo punto di vista noi ci siamo sentiti molto confortati”.
Soprattutto il procuratore Nino Di Matteo.
“Se volesse, sarebbero pronti ad accompagnarlo da casa al tribunale con un tank di quelli che si usano in Afghanistan. Starà  a lui decidere, è una scelta che tocca anche la qualità  della vita personale. Ma sapere che lo Stato è alle nostre spalle fino a questo punto non è un fatto indifferente, solo se pensa a Riina che nel suo sfogo nel carcere di Opera lo dice chiaramente: tanto quello prima o poi in tribunale ci deve andare. Abbiamo a che fare con gente che per uccidere Falcone, la moglie e la scorta ha fatto saltare in aria 300 metri di autostrada”.
Secondo voi le esternazioni di Riina sono solo uno sfogo nel chiuso di un carcere di massima sicurezza o sono state raccolte come una precisa indicazione anche all’esterno, da Cosa Nostra?
“Mah, il paradosso è stato proprio rendere pubbliche quelle frasi che Riina ha rivolto a un detenuto pugliese con cui stava passeggiando nel cortile del carcere, con una terminologia e una modalità  che ci fanno chiaramente pensare che non sapesse di essere intercettato. Infatti, nei colloqui coi familiari è completamente un’altra persona e si guarda bene dal fare dichiarazioni confessorie come quelle registrate in quell’ora d’aria in cui si accredita la responsabilità  delle stragi del ’92, dice come le ha fatte e si vanta di essere il numero uno in quanto a stragi commesse. Averle pubblicate ha reso noto anche al popolo di Cosa Nostra quello che pensa e farebbe Totò Riina”.
Lei che conosce bene la sua psicologia, crede davvero che mentre diceva quelle cose si sentisse al riparo da una possibile intercettazione?
“Guardi, io l’ho interrogato due volte e credo di essermi fatto un’idea molto chiara della sua personalità . Riina ha un’alta considerazione di se stesso. Ma le frasi che ha pronunciato, le sue vanterie, soprattutto con un detenuto che non fa parte dell’organizzazione, sinceramente devo dire che non rientrano nei canoni comportamentali di un Capo dei capi di Cosa Nostra”.
Quindi, è lecito porsi qualunque domanda sul perchè le abbia dette.
“Esattamente. E’ lecito porsi qualunque domanda. Ma bisogna anche considerare che da vent’anni è rinchiuso in regime di carcere duro e ci risulta che consideri quel detenuto come una persona di cui si può fidare. Ci sta che dopo vent’anni anche uno come lui abbia avuto un cedimento e si sia lasciato andare come mai avrebbe fatto prima”.
Se dovesse fare una fotografia di Cosa Nostra aggiornata a dicembre di quest’anno, come la descriverebbe?
“Non è quella dei primi anni Novanta, quando esisteva una cupola regionale e sul territorio era organizzata con i mandamenti, le famiglie, con un organigramma al completo. Oggi Cosa Nostra è molto indebolita, gran parte dei capi provincia sono stati arrestati e fatica a trovare sostituti con la stessa qualità  dei boss che c’erano prima. Ma sarebbe sbagliato pensare di aver vinto la battaglia, perchè tutti i capi che non sono stati condannati all’ergastolo appena escono dal carcere riprendono in mano le redini della situazione. E i segnali che abbiamo sono quelli di un’organizzazione che continua a mantenersi in vita col traffico degli stupefacenti e l’imposizione del pizzo”.
La stagione dei veleni e delle polemiche tra le procure siciliane è finita?
“Negli ultimi tempi ci incontriamo spesso e i rapporti sono di cordialità  e collaborazione a 360 gradi. Lo posso dire tranquillamente”.
Procuratore, lei ha paura?
“Guardi, negli ultimi anni non mi sono fatto mancare niente, dalle minacce alle buste coi proiettili. Poi, se vuole saperlo, una settimana fa alle quattro e mezza di notte ho ricevuto un pacco di rosticceria… qua in Sicilia avvengono le cose più strane, ormai ci siamo abituati. Ma se uno dovesse vivere sempre con la paura non potrebbe andare avanti. Paolo Borsellino diceva: se hai paura, muori ogni giorno; se non hai paura, muori una volta sola. E’ una bellissima frase, l’ho fatta mia”.

(da “Huffingtonpost”)

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GOVERNO PIU’ STABILE E LETTA PRONTO A FARE UN PASSO

Dicembre 5th, 2013 Riccardo Fucile

MERCOLEDI PROPORRA’ RIFORMA DEL SENATO, DEL NUMERO DEI PARLAMENTARI E LEGGE ELETTORALE

La Corte Costituzionale continua a regalare sorrisi ai presidenti del Consiglio dell’era post-Berlusconi. Un anno fa Mario Monti, ieri sera Enrico Letta.
Non appena a palazzo Chigi è stato chiarito il senso di una sentenza difficilmente comprensibile in base al criptico comunicato della Consulta, il presidente del Consiglio ha sorriso interiormente e, pare, anche nella mimica facciale: il combinato disposto della decisione della Corte e delle forze in campo, blinda Letta, gli offre un’ altra opportunità  per andare avanti per tutto il 2014.
Per il presidente del Consiglio «si fa un punto di chiarezza, la sentenza è un incentivo ad accelerare» per il superamento del Porcellum.
In cuor suo Letta sa bene che la “reviviscenza” del proporzionale con preferenza del 1993 diventa la migliore credenziale per durare un altro anno. Eloquente una battuta sussurrata ieri sera in Transatlantico da uno dei migliori amici del presidente del Consiglio: «Tra i nemici politici di Enrico – a cominciare da Renzi – chi mai oserà  chiedere di andare a votare con una legge che riprodurrebbe le larghe intese?».
E a questo punto, Letta proverà  a cogliere la palla al balzo: subito dopo le Primarie del Pd, nei primi due giorni della prossima settimana intende ascoltare le forze della maggioranza per presentarsi l’11 dicembre in Parlamento per il discorso della fiducia con la proposta di un disegno di legge governativo contenente due riforme costituzionali (monocameralismo e riduzione dei parlamentari) e alle quali legare anche la legge elettorale.
Una mossa con la quale replicare a tambur battente alla sentenza della Consulta.
Un iter che Letta ha immaginato assieme a Dario Franceschini, ministro per i Rapporti col Parlamento e confidente in tutti i passaggi cruciali, ma che presenta diversi ostacoli.
Il primo: non sarà  semplice trovare un minimo comun denominatore tra Renzi, Alfano e la nuova minoranza Pd nella quale i popolari proporzionalisti e l’ala bersaniana certo non faciliteranno un’intesa. Ieri Beppe Grillo ha per la prima volta sposato apertamente il Mattarellum nella versione soft, senza additivo maggioritario e tempo fa proprio Letta aveva detto a titolo personale di considerare quella soluzione come quella preferibile.
Ma Letta è chiamato a fare i conti con Matteo Renzi e col suo furore, per una decisione della Consulta che il sindaco considera orchestrata e architettata contro di lui e comunque a favore della stabilità  del governo.
In privato Renzi ha usato termini hard che non ripeterà  in pubblico, ma del suo umore politico Letta dovrà  tener conto nel calibrare le sue mosse.
Anche nel proporre il governo come dominus della nuova fase politica, “macchiata”, secondo l’ottica renziana, da una forzatura delle leggi e della Costituzione.
Nel suo discorso alla Camera Letta annuncerà  la presentazione di un disegno di legge governativo col quale si proporrà  il superamento del bicameralismo perfetto, l’attribuzione alla sola Camera dei deputati della facoltà  di concedere la fiducia al governo, la riduzione dei parlamentari.
Direttamente connessa a questi due ritocchi costituzionali, una proposta di riforma elettorale, dai contorni ancora non chiari.
Nei giorni scorsi qualcuno aveva ipotizzato un patto già  perfezionato tra Letta e Renzi su un modello di riforma a doppio turno, ma risulta che tutti i più recenti colloqui tra i due si siano consumati in un clima di reciproca freddezza che da ieri è diventata gelo.
Anche perchè, anche se nessuno lo dice in modo esplicito, nel Palazzo è diffuso il sospetto che attorno al governo sia stata artatamente stesa una rete di protezione.
Lo dice in modo chiaro il solo Arturo Parisi, già  ministro del governo di cui Letta era sottosegretario alla Presidenza: «Aveva ragione chi da mesi annunciava questa sentenza usando i verbi al futuro, e non al condizionale.
L’impressione immediata è quella di una sentenza politica.
Nelle conseguenze: la conferma che un Parlamento eletto in base ad una legge illegittima è anch’esso illegittimo, e coinvolge nella sua illegittimità  tutte le cariche che da essa derivano».
Durissima la conclusione: «Se il Parlamento non interviene il rischio è l’avocazione della funzione di governo a poteri privi di una adeguata legittimazione democratica». Un anno fa il referendum anti-Porcellum fu respinto dalla Consulta e Mario Monti potè proseguire il suo cammino senza i possibili grattacapi derivanti da un referendum. Ieri il replay.

Fabio Martini
(da “La Stampa”)

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BERLUSCONI VUOLE LA GRAZIA “MOTU PROPRIO”

Dicembre 5th, 2013 Riccardo Fucile

VA A PRESENTARE IL LIBRO DI VESPA MA IN PLATEA NON CI SONO POTENTI… GRIDA AL GOLPE, TRATTA MEGLIO RENZI DI ALFANO…. E RIVELA: “DUDÙ HA APERTO UN PROFILO SU FACEBOOK”

La platea non è più quella di una volta. Il Cavaliere misura la sua espulsione dal Sistema alla presentazione del centesimo, o millesimo, ma poco importa, tomo vespiano, nel senso di Bruno.
Solita location, il tempio di Adriano a Roma, solito pomeriggio buio di dicembre. Le prime file sono sufficienti a concentrare un po’ di fedelissimi, falchi e Forza Gnocca. Poi nulla più.
Manca l’onnipresente Gianni Letta (e chissà  perchè), mancano ovviamente ministri e scissionisti del Nuovo Centrodestra. Manca il Potere, insomma. Anzi l’unico potente, sospettato dallo stesso B. di essere un alfaniano in sonno, è lo stesso Vespa che rischia di addormentarsi sul serio, piegando il capo sulle mani giunte, quando il Cavaliere ripete per la settecentesima volta che in Italia il premier “può stendere solo l’ordine del giorno del consiglio dei ministri” e che la Consulta è “un organismo della sinistra” e che “l’architettura istituzionale è fatta per vietare non per decidere”.
Nulla di nuovo dall’ex Re Sole della destra. Berlusconi torna in pubblico una settimana dopo la sua decadenza dal Senato. La pronuncia è sempre trascinata, ma i riflessi sono più veloci rispetto all’ultima conferenza stampa, quella delle fatidiche carte americane sul processo Mediaset
Con Vespa, ci sono Virman Cusenza, direttore del Messaggero, e Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera.
Polito confonde Kant con Hegel, cui attribuisce la preghiera mattutina del laico eccetera eccetera, ma nessuno se ne accorge.
Gli occhi della platea, che applaude come a un comizio, sono tutti per il quasi ottantenne che definisce la sua decadenza “un colpo di Stato” e pretende la “grazia motuproprio” da Napolitano perchè per lui, “imprenditore, uomo di sport e uomo di Stato” sarebbe “ridicolo fare i servizi sociali per riabilitarsi”.
La notizia che fa eccitare i cronisti politici è che per la prima volta Berlusconi apre alle primarie per il centrodestra, propedeutiche a un accordo con gli alfaniani.
Ma B. si pronuncia pochi minuti prima della sentenza della Consulta. Per il resto si districa tra rabbia, dolore e rassegnazione.
Il Condannato è all’opposizione perchè “la democrazia è stata violata” e adesso il pallino è nelle mani di Matteo Renzi: “La durata del governo Letta sarà  decisa da Renzi, non posso fare previsioni”.
Il Cavaliere impotente va a rimorchio del sindaco di Firenze, di cui “non ho mai parlato male”. Vespa fa il provocatore compiaciuto: “Renzi è un piccolo Berlusconi?”. Risposta: “Non posso fare questa affermazione, non vorrei offenderlo”.
Il dolore arriva con Alfano: “Ho provato un vero dolore, ho sofferto molto per quello che è successo. Anche perchè adesso collaborano con un partito che ha fatto l’omicidio politico del capo del centrodestra”.
Silvio è prolisso, non smette mai parlare e di ripetere le stesse cose su magistrati e Pd. Annuncia che rimane “dentro la politica” e lotterà  “per la libertà  che non c’è più”.
Le riforme del Napolitanistan le voterebbe a patto di avere in cambio quella “totale della giustizia” .
Si autoinveste come “adeguatissimo”. “Nessuno ha più esperienza di me”.
Il finale è tutto per Dudù, il barboncino bianco della fidanzata Francesca Pascale: “È come un bambino, gli manca solo parola”.
Vespa è informatissimo. Chiede: “Dudù ha aperto un profilo su Facebook?”. B. conferma: “Sì e ha già  più di 600 amici”.
Il berlusconismo invecchia con malinconia.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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UNO SCHIAFFO AGLI STREGONI

Dicembre 5th, 2013 Riccardo Fucile

IL PREMIO DI MAGGIORANZA DISTORCE IL PRINCIPIO DI RAPPRESENTANZA

Una delle peggiori leggi elettorali delle democrazie occidentali, distillata dall’ingegno dei quattro saggi di Lorenzago, guidati dal dentista leghista Roberto Calderoli, è stata stracciata dalla Corte Costituzionale.
Va finalmente al macero il sistema elettorale con il quale siamo stati condotti alle urne per ben tre elezioni, dal 2006 ad oggi.
Un sistema che era stato studiato per evitare che il vincitore annunciato alle elezioni del 2006, il centro-sinistra guidato da Romano Prodi, potesse insediarsi a Palazzo Chigi forte di una maggioranza omogenea tra Camera e Senato.
Inventando un premio di maggioranza che distorce in maniera clamorosa il principio di rappresentanza, differenziando la sua applicazione tra Camera e Senato e adottando le liste bloccate, gli apprendisti stregoni del centro-destra hanno portato al voto gli italiani in condizioni di “minorità  democratica”.
Questa menomazione dei diritti deriva, come sottolinea la Corte, dal premio di maggioranza e dalle liste bloccate che vengono quindi considerate gravi violazioni della possibilità  di determinare, attraverso il principio di “un uomo un voto”, la volontà  dei cittadini.
La Corte Costituzionale ancora una volta interviene a supplenza della politica, come da ormai lunga tradizione (basti ricordare le sentenze della Corte guidata da Giuseppe Branca negli anni Settanta che aprirono la breccia alla stagione dei diritti civili).
Il suo schiaffo all’inerzia parlamentare è sonoro.
In nove mesi non è stato partorito nulla e i partiti si sono spesi in ballon d’essai e proposte alambiccate. Ora non ci sono più scuse, e non c’è nemmeno più tempo. Le Camere devono produrre ad horas una nuova legge che dovrà  necessariamente tener conto delle indicazioni fornite dalla sentenza di ieri.
Anche perchè il rischio è che si vada a votare con la proporzionale. Un rischio da evitare assolutamente. Il compito di elaborare dovrà  impegnare a tempi serrati tutto il Parlamento.
Però questa sentenza “delegittima” gli esponenti del centro-destra di allora, ideatori del Porcellum, da Bossi a Casini, da Berlusconi allo stesso Alfano: tutti corresponsabili di questo monstrum premiale, disomogeneo e bloccato.
Spetta agli oppositori del Porcellum, peraltro troppo acquiescenti e troppo a lungo silenziosi, proporre una nuova legge elettorale dato che Lega e Forza Italia (ma anche il Nuovo Centro Destra) hanno oggettivamente perso voce in capitolo.
Il Pd diventa il master del gioco. E allora deve fare piazza pulita di formulette e giochini al ribasso e puntare alla chiarezza e alla semplicità .
Gli elettori hanno diritto di poter decidere tra alternative chiare e ben visibili,sapendo bene qual è il reale peso del loro voto. Soprattutto devono vedere in faccia il loro eletto. A questo punto al Pd non rimane che ritornare alla sua opzione originaria, sempre recitata come una giaculatoria salvifica e poi sacrificata sull’altare della responsabilità  e della concertazione: il doppio turno.
Quello adottato in Francia per le elezioni legislative rappresenta un modello sperimentato che ha consentito nel tempo la riduzione della frammentazione, la formazione di coalizioni alternative e la governabilità .
Poi si possono studiare anche altre varianti, purchè gli obiettivi rimangano gli stessi. Infatti il doppio turno riporta nelle mani dei cittadini la scelta del loro eletto, e consente di riallacciare un rapporto fiduciario tra cittadini e rappresentanti, finora segregato dalle liste bloccate.
L’antipolitica montante di questi ultimi anni è stata alimentata anche dalla distanza, anzi dalla barriera, che separava elettori ed eletti.
Ridurre questa separazione, mantenendo le condizioni per il bipolarismo, è un imperativo.
E per rispondervi non è rimasta che questa strada.

Piero Ignazi

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INTERVISTA AD ALDO BOZZI: “SEPPELLIRE LA PORCATA MI È COSTATO DIECIMILA EURO”

Dicembre 5th, 2013 Riccardo Fucile

L’AVVOCATO CHE HA FATTO RICORSO E’ NIPOTE DEL VECCHIO LEADER LIBERALE

L’avvocato Aldo Bozzi ha seppellito il Porcellum in punta di diritto.
Con altri venticinque cittadini, il nipote dell’omonimo leader liberale ha scardinato il sistema elettorale più impopolare della storia repubblicana. Fino al trionfo.
Avvocato, si rende conto che è nei libri di storia?
«Eh eh… Non so, sono contento. Molto contento».
E basta? Lei è l’uomo che ha sconfitto il Porcellum. Sui social network è già  un eroe.
«Sono felice per la decisione della Consulta. Ha accolto entrambe le censure. Ma io non ho fatto nulla di particolare».
Per anni i partiti hanno rinviato. Lei ha vinto una sfida storica.
«Rispetto alle forze politiche ho un vantaggio, perchè mi rendo conto che i partiti hanno difficoltà  a fare quello che vorrebbero. Se io fossi in Parlamento, non avrei una vita così facile».
Una curiosità , senza nulla togliere al valore ideale della battaglia: quanto le è costato lo scalpo del Porcellum?
«Ho fatto un primo ricorso al Tribunale di Milano, mi hanno dato torto e sono stato condannato a pagare le spese processuali. Poi un altro alla Corte d’Appello, e di nuovo mi hanno dato torto. In tutto ho pagato 7 mila e cinquecento euro allo Stato. Ho intignato e dopo un anno ho iniziato un nuovo giudizio, finchè qualcuno si è reso conto».
Quantifichiamo: addio al Porcellum con soli diecimila euro?
«Piò o meno, tutto sommato. Perchè ci sono anche i viaggi a Roma… ».
Di certo ha movimentato il quadro politico. Secondo lei si avvicinano o si allontanano nuove elezioni?
«Certamente non si può fare finta di nulla. Secondo me rivive la legge precedente. È una mia idea, però. Anche perchè non ci dovrebbe essere un vuoto legislativo: una pronuncia della Consulta non può provocarlo».
Quindi secondo lei si andrà  a votare subito?
«Napolitano trarrà  le conseguenze, ma penso di sì».
Ci racconti l’attimo esatto in cui ha saputo che aveva vinto.
«Ho ricevuto un colpo di telefono. Mi hanno detto: «È andata bene!». Poi ho controllato su internet: era vero».
Si è mai chiesto perchè nessuno ha pensato prima di lei a fare un ricorso?
«Non saprei. Io ho preso coraggio e ho detto “vediamo che succede”».
L’ha chiamata qualche politico, nel frattempo?
«Nessuno, non ho contatti».
Magari ora lo faranno, per candidarla. Si impegnerebbe?
«Non ci ho pensato. Ma, come si dice, il futuro è nelle mani del Signore».
A chi dedica questo momento?
«Ho sentito la grande attenzione degli amici. E c’è un popolo che era contro il Porcellum. Adesso non sono più sudditi. E comunque mi fa davvero piacere, anche considerando la supponenza dei primi giudici. Ora avranno capito… ».
E ora che fa, brinda?
«Stavamo appunto andando…».

Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)

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ECCO PERCHE LA CORTE NON HA RIPRISTINATO IL MATTARELLUM

Dicembre 5th, 2013 Riccardo Fucile

LA SPIEGAZIONE DI COSA PUO’ ACCADERE DOPO LA DECISIONE DELLA CONSULTA

E adesso che succede? Ma anche: che cosa ha veramente deciso la Consulta?
E perchè lo ha fatto? Ha terremotato il Parlamento stesso e le basi della sua legittimazione giuridica e politica? Ha imposto il suo potere di primo giudice delle leggi a dispetto di Camera e Senato, in spregio ai partiti, in contrapposizione con palazzo Chigi e con il Colle?
La sua è una sentenza giusta o, come dice Berlusconi, una sentenza politica «di sinistra»?
Si riempiranno, di qui a venire, pagine e pagine di libri di diritto per interpretare la decisione della Consulta sul Porcellum.
Cerchiamo qui, in pillole, di elencare le domande più importanti e le possibili risposte.
Che succede adesso? Cade il Parlamento? Chi ne fa parte decade automaticamente? Non si può più neppure votare?
Bocce ferme. Non succede nulla di tutto questo. Come pure paventa Grillo e più di un disfattista. Alla Consulta l’interrogativo se lo sono anche posto. I giudici ne hanno brevemente discusso. Si sono dati una risposta, dal loro punto di vista, tranquillizzante. Per noi, una risposta autorevole. Dopo i tagli dei premi di maggioranza e l’aggiunta del voto di preferenza si può tranquillamente andare a votare. Certo, non c’è più il Porcellum. C’è un proporzionale puro. Ma non c’è un vuoto nè legislativo, nè del sistema elettorale.
Ma giuridicamente esiste ancora una legge elettorale?
Prendiamo a prestito l’opinione del costituzionalista Massimo Luciani: «Se il dispositivo fosse esattamente quello indicato nel comunicato della Corte, avremmo un sistema elettorale perfettamente proporzionale. Però è ovvio che avrebbe bisogno di un intervento applicativo per definire le circoscrizioni, senza le quali nessuna legge elettorale può essere applicata».
Se si volesse votare domani con la legge che resta lo si potrebbe fare?
Insisto, dice sempre Luciani, «bisognerà  leggere nel dettaglio il dispositivo. Tuttavia è ragionevole immaginare che resterebbe un impianto di legge perfettamente proporzionale».
E se si votasse che Parlamento salterebbe fuori?
Si può rispondere con la preoccupazione del costituzionalista Stefano Ceccanti: «Qui si restaura il sistema della preferenza unica con un sistema proporzionale che risale agli anni ’91 e ’92. Nessuno vince le elezioni. C’è una garanzia di ingovernabilità . Si crea un sistema che tende alla “grande coalizione permanente”».
La Corte ha pesato fino in fondo il suo passo e ne ha valutata l’eventuale portata distruttiva?
A sentire “Radio Corte” pare proprio che gli alti giudici abbiano ragionato soprattutto su questo. Si sono chiesti se il loro intervento era invasivo al punto da lasciare il Paese senza uno strumento per andare a votare, visto soprattutto che forze politiche e Parlamento non si sono dimostrati affatto efficienti. La Corte si è risposta che sì, con il Porcellum che resta si può votare. Certo, non si è data una risposta in termini “politici”, su quale Parlamento salterebbe fuori. Ma questa preoccupazione sì che sarebbe stata anomala.
Non era più semplice azzerare del tutto il Porcellum per far “rivivere” in pieno il Mattarellum?
Per certo il Mattarellum non rivive per deliberata scelta dei giudici. Soprattutto perchè per arrivare fin lì, la Corte avrebbe dovuto allargarsi rispetto ai due quesiti posti dalla Cassazione e avrebbe dovuto applicare il principio «dell’illegittima consequenziale». I due quesiti bocciati avrebbero dovuto trascinare nel baratro tutto il Porcellum. La Corte si è fermata sul ciglio del baratro e il Porcellum è rimasto in vita.
Il Porcellum azzoppato che conseguenze comporta? Ha ragione Grillo quando dice che bisogna sciogliere il Parlamento, mandare a casa il governo e Napolitano?
Nient’affatto. Anche qui risponde lucidamente Massimo Luciani: «I parlamentari rimangono al loro posto, nè la loro elezione è inficiata». Quanto a governo e capo dello Stato neppure a parlarne, visto che non sono stati neppure “votati” col Porcellum.
E i 200 deputati eletti, ma non ancora convalidati alla Camera dalla giunta per le Elezioni?
Ancora Luciani: «Se il principio fosse questo, allora dovrebbero saltare non solo i 200 deputati non ancora convalidati, ma l’intero Parlamento, il che non è possibile per il principio di continuità  degli organi costituzionali».
E come mai la giunta delle Elezioni presieduta dal grillino Giuseppe D’Ambrosio non ha convalidato ancora l’elezione?
Senza fare dietrologia, si segnala un’anomalia e si mettono in fila i fatti. L’esponente di M5S non si scalmana per convalidare i risultati. È noto che alla Consulta è in bilico il Porcellum che invece dovrebbe spingere ad accelerare la convalida. Grillo adesso vuole tutti a casa.
Solo un nuovo Parlamento, dice sempre Grillo, potrà  cambiare la legge elettorale? È vero?
No, è falso, le attuali Camere possono tranquillamente cambiare la legge elettorale.
Nel momento in cui salta il premio, si mette in crisi l’attuale Parlamento?
Luciani: «Politicamente sì, giuridicamente no, perchè il premio è stato applicato».
E l’imposizione delle preferenze?
Vale lo stesso principio.
Un Parlamento eletto sulla base di una legge incostituzionale che deve fare?
Ancora Luciani: «Giuridicamente non ci sono effetti immediati, ma politicamente deve adottare una nuova legge elettorale perchè la sua posizione politica è diventata particolarmente difficile».
Quando dovrà  agire il Parlamento?
Quando lo ritiene opportuno, meglio prima delle motivazioni della sentenza.
La Consulta ha “commissariato” il Parlamento per la legge elettorale?
La Consulta ha fatto la sua parte, adesso il Parlamento, nella sua piena autonomia, faccia la sua.

Liana Milella
(da “La Repubblica“)

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COERENZA A CINQUESTELLE: QUEL NO DEI GRILLINI ALLA LEGGE TAGLIA-POLTRONE

Dicembre 5th, 2013 Riccardo Fucile

CANCELLEREBBE 32 NOMINE, MA IL MOVIMENTO HA PRESENTATO CONTRO UN MIGLIAIO DI EMENDAMENTI

Messaggio su Twitter del capogruppo grillino nel consiglio regionale del Lazio Davide Barillari: «Il Pd è alla frutta. Mi incrocia Vincenzi e dice: “Tanto la legge la portiamo a casa”. Si, ma ad aprile».
La legge che il suo collega democratico Marco Vincenzi vuole portare a casa è quella con cui la giunta di Nicola Zingaretti ha deciso di fondere in una sola le cinque società  direttamente controllate da Sviluppo Lazio, tagliando 32 poltrone.
Con un risparmio, dicono, di 3 milioni.
Operazione che dovrebbe essere seguita da fusioni analoghe nella giungla delle partecipazioni regionali, con il risultato di falcidiare i posti di consiglieri di amministrazione e revisori
La cosa va avanti da sei mesi, su e giù fra giunta e consiglio.
«Evviva!» si penserebbe che debbano gridare quelli del Movimento 5 Stelle.
Tutto il contrario, invece.
Perchè ora che si è arrivati al dunque, sulla legge all’esame definitivo dell’assemblea regionale si è abbattuta una valanga di 1.300 emendamenti: un migliaio dei grillini, uniti in un’apparentemente surreale alleanza con le truppe dell’ex governatore Francesco Storace, che al proliferare di quella giungla societaria aveva già  dato un fattivo contributo.
L’ostruzionismo è feroce, sia pure con motivazioni distinte.
Il centrodestra si oppone allo smantellamento della sua creatura, i grillini temono che con le fusioni arrivino potentissimi supermanager. E minacciano una guerra di posizione che può durare mesi.
Poco importa se le fusioni in sequenza si dovrebbero risolvere in una riduzione di 75 poltrone: da 88 a 13.
Poco importa se quelle società , a cominciare dal gruppo di Sviluppo Lazio, siano zeppe di bubboni.
Tanto da far pensare che ai consiglieri del Movimento 5 Stelle impegnati a scavare le trincee sia sfuggita la relazione nella quale il procuratore della Corte dei conti Angelo Raffaele De Dominicis sancisce lo stato fallimentare della Regione Lazio, dedicando passaggi ustionanti a certi modi discutibili con cui venivano coperte le perdite delle aziende regionali.
Perchè le società  partecipate di perdite ne avevano eccome.
Da quando la nuova giunta è arrivata, otto mesi fa, ha dovuto sborsare 50 milioni per tappare i loro buchi.
Le partecipazioni dirette e indirette in società  di capitali sono 103, cui si devono aggiungere agenzie ed enti vari.
Per un totale, reggetevi forte, di 7.361 dipendenti.
Numero più che doppio rispetto a quello del personale in forza alla stessa Regione, pari a 3.613 unità : il rapporto con gli abitanti è superiore del 91% rispetto ai 3.371 impiegati della Lombardia.
Come si è arrivati a quelle cifre è presto detto.
Basta ricordare il caso di Lazioambiente, società  creata nel 2011 con il solo obiettivo di riassumere i 487 dipendenti di un gruppo di società  ambientali fallite che facevano capo a una cinquantina di comuni laziali.
Spesa secca, 20 milioni.
E poi ci sono le perdite, su cui ha acceso il faro la Corte dei conti.
Per esempio i 10,3 milioni di rosso accumulati nel solo 2012 dall’Azienda strade Lazio, cui si sommano i 400 mila di Autostrade per il Lazio.
Per esempio, l’emorragia di 71.120 euro al giorno dell’azienda di trasporto Cotral, che a fine 2012 aveva un patrimonio netto negativo per 15 milioni.
O la voragine dell’Arsial, l’agenzia agricola regionale, commissariata da mesi con 17 milioni di debiti.
Un decimo dei quali sul groppone di un ristorante aperto dalla Regione nel 2003 a via Frattina, nel cuore di Roma, che è riuscito nella missione impossibile di aprire un buco di 1,7 milioni. Anche grazie a centinaia di pasti somministrati gratis a politici e assessori.
Ma la rogna più impellente è ora quella di Sviluppo Lazio.
Nella sua pancia ci sono 76 pacchetti azionari, fra cui quello di Banca impresa Lazio (Bil), costituita anni fa per garantire prestiti concessi alle piccole imprese dalle quattro banche che ne sono anche azioniste di minoranza: Intesa, Unicredit, Bnl e Banca di credito cooperativo.
Lavoro analogo, praticamente, a quello che dovrebbe svolgere Unionfidi Lazio, anch’essa partecipata da Sviluppo Lazio.
Una duplicazione assurda.
Nell’estate 2012 gli ispettori di Bankitalia hanno fatto a pezzi la Bil. La spesa media procapite per il personale è doppia rispetto ai concorrenti, dirigenti e quadri sono il 73,6% del totale, ogni pratica costa sei volte il prezzo di mercato, e ciascun dipendente lavora 29 pratiche l’anno contro 120.
Poi c’è la Filas, la finanziaria «di sviluppo». Dove sviluppo significa mettere un po’ di soldi in imprese private prendendo quote di minoranza. Ne ha 47. Ma 3 sono in società  pubbliche. Altre 5 sono in liquidazione o concordato preventivo, mentre ben 12 sono fallite.
E 7, invece, non hanno nemmeno sede nella Regione o comunque svolgono attività  fuori dei confini regionali.
Nell’arcipelago dei soci privati della finanziaria non mancano nomi di un certo spessore.
Uno su tutti, per l’incarico pubblico ora ricoperto: quello dell’attuale amministratore delegato di Atac Danilo Broggi, titolare del 24% della società  di ricerca KA4, di cui la Regione ha il 13%…

(da “il Corriere della Sera“)

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