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TRENI, CORSE LOCALI TAGLIATE IN DIECI REGIONI, MA IL MINISTERO FA SCONTI SUL’ALTA VELOCITA’

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

TRENITALIA E NTV PAGHERANNO IL 15% IN MENO PER LA RETE, MENTRE MORETTI VUOLE TASSARE I PENDOLARI… RISCHIO PROCEDURA INFRAZIONE UE: “PASSEGGERI POCO TUTELATI”

I nuovi orari arriveranno solo il 15 dicembre, ma il trasporto ferroviario locale vive settimane di fibrillazione per le annunciate soppressioni di corse e tratte: nuove cancellazioni all’orizzonte in 10 Regioni stanno provocando proteste tra i pendolari e sono oggetto di interrogazioni e interpellanze parlamentari.
Il fenomeno dura da anni: secondo Legambiente, in 13 Regioni tra il 2011 e il 2012 si è assistito ad un taglio di treni e corse in media del 5% ogni anno, che ha toccato punte del 15% in Puglia. Ferrovie dello Stato annuncia l’arrivo di nuove carrozze destinate alle tratte locali, ma da sempre più parti si punta il dito contro l’alta velocità : “Si dà  priorità  ai treni veloci, investendo e migliorando i tratti extra-urbani della rete — spiega Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente — per quelli urbani, invece, i fondi latitano e ritardi e disagi aumentano”.
Il tutto mentre il governo fa uno sconto del 15% sul canone per l’uso dell’infrastruttura per l’Alta Velocità  a Trenitalia e Ntv e l’Europa pressa l’Italia perchè si adegui alle direttive comunitarie sui diritti dei passeggeri: Roma è a rischio deferimento davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.
Gli ultimi tagli alle tratte locali
A ottobre varie Regioni hanno deciso di usare le forbici. Il Piemonte ha annunciato nuovi tagli per risparmiare 5 milioni: a meno di ripensamenti, dal 14 dicembre cesseranno il servizio 18 treni che collegano la regione con la Liguria, creando disagi a oltre 2mila pendolari. Esemplare, poi, la vicenda degli interregionali Milano-Venezia.
A luglio la Regione Veneto ne aveva soppressi 8, sostituendoli con i più lenti regionali e creando disagi a circa 10 mila utenti.
“Ora la Lombardia ha ripristinato la tratta, ma solo fino a Verona — spiega Dario Balotta, responsabile trasporti Legambiente della Lombardia — e non garantendo le coincidenze. Così per andare a Venezia ed evitare il trasbordo a Verona, i 4mila pendolari giornalieri tra le due regioni saranno costretti a servirsi dei Frecciabianca, che costa dal doppio al triplo di un interregionale. Un vero favore all’Alta velocità ”.
A settembre, invece, era toccato alla Calabria: 14 i treni locali soppressi, decisione che aveva spinto il Pd a presentare un’interrogazione alla Camera.
La scure si è abbattuta anche sugli Intercity: a fine ottobre Trenitalia ha deciso di tagliarne 12 tra la Toscana e altre 8 Regioni, dal Friuli alla Campania.
I pendolari sono scesi sul piede di guerra e la politica si è mossa: il 24 ottobre i governatori interessati hanno scritto al presidente del Consiglio Enrico Letta e il Pd ha presentato un’interpellanza alla Camera.
“Durante il periodo natalizio il servizio sarà  assicurato”, ha fatto sapere il sottosegretario ai Trasporti, Erasmo D’Angelis. Ma per l’anno nuovo non c’è certezza.
Ma il ministero fa lo sconto a Trenitalia e Ntv
Un decreto del ministero dei Trasporti datato 10 settembre 2013, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 19 settembre, taglia del 15% le tariffe di pedaggio per l’Alta Velocità  pagate da Trenitalia e Ntv al gestore dell’infrastruttura, Rete Ferroviaria Italiana.
A proporre lo scontro, si legge nel testo, era stata la stessa Rfi.
La motivazione: gli utili del biennio precedente erano stati più alti del previsto e i conti dell’azienda “devono presentare un tendenziale equilibrio tra i ricavi da riscossione dei canoni, le eccedenze provenienti da altre attività , i contributi pubblici” da un lato, e “i costi di gestione” dall’altro.
“Non è accettabile — ha spiegato l’assessore ai trasporti della Regione Toscana, Vincenzo Ceccarelli — che da un lato si taglino servizi essenziali per i cittadini e dall’altro si emani un decreto per fare sconti agli operatori dell’alta velocità , che genereranno minori introiti per 70 milioni a Rfi e risparmi per 50 e 20 milioni a Trenitalia ed al gestore privato”.
Decisione che ha fatto infuriare il governatore Enrico Rossi, che il 21 novembre è tornato a ricordare che secondo la legge il pedaggio dovrebbe essere ulteriormente tassato e non scontato: il decreto 98 del 6 luglio 2011, infatti, introduce a partire “dal 31 dicembre 2011 un sovrapprezzo al canone dovuto per l’esercizio dei servizi di trasporto di passeggeri” dell’Alta Velocità  da destinare al sistema ferroviario regionale.
“Ma il decreto non è stato mai applicato perchè manca un decreto attuativo”, fanno sapere dalla Regione.
Fino al 15% di corse tagliate in un solo anno
Intanto i tagli ai treni locali non conoscono sosta. Legambiente ha fatto il conto dei treni soppressi negli ultimi 2 anni nel rapporto Pendolaria 2012.
Qualche esempio: in Abruzzo i servizi sono stati tagliati del 10% nel 2011 e di un altro 10% nel 2012; identiche le percentuali in Campania, dove i tagli “hanno toccato il 90% dei treni sulla Napoli-Avellino e il 40% sulla Circumvesuviana“.
Si viaggia peggio anche in Liguria (-12% nel 2011, -10% nel 2012), Marche (-13% nel 2011) e Puglia (-15% nel 2012).
In Piemonte, poi, le corse sono state ridotte del 5% sia nel 2011 che nel 2012 e “sono state chiuse 12 linee”.
In totale “i convogli regionali di Trenitalia in circolazione sono oggi circa 6.800 mentre nel 2010 erano oltre 7.100, con una diminuzione di circa il 5%”.
Gli unici a crescere sono stati i prezzi dei biglietti: nel 2012 +20% in Abruzzo e Toscana, +15% nel Lazio, +10% in Liguria. “Aumenti che si sommano a quelli del 2011 in Campania, Emilia-Romagna, Liguria, Piemonte, Veneto e Lombardia, dove le tariffe erano salite del 23,4%. L’aumento medio complessivo è stato del 10%”.
L’Italia a due velocita’
“Le risorse nazionali per il trasporto ferroviario, erogate dallo Stato alle Regioni, sono diminuite a partire dal 2010 — spiega ancora Zanchini — e a subirne le conseguenze sono i treni locali e gli intercity”.
Il risultato è un Paese a due marce: da un lato i pendolari costretti a viaggiare nell’inferno delle tratte locali in treni lenti, sporchi e sovraffollati; dall’altro i passeggeri dell’Alta Velocità , coccolati da standard di qualità  elevati e in costante miglioramento.
“Per far capire la differenza — si legge ancora su Pendolaria 2012 — tra Roma e Milano nel 2007 i collegamenti Eurostar al giorno erano 17 mentre nel 2012 sono ben 76 le corse di Frecciarossa, a cui si sommano le 8 Italo.
Sull’Alta velocità  l’aumento dell’offerta in 5 anni è pari a +395%”.
Poi c’è il trasporto pubblico locale: “Nello stesso periodo a Genova i treni che attraversano la città  da Voltri a Nervi sono passati da 51 a 35, su una linea percorsa ogni giorno da 25mila pendolari con ulteriori tagli effettuati anche quest’anno.
A Roma, i 65mila pendolari della linea Fiumicino Aeroporto-Fara Sabina hanno visto cancellare 4 treni, quando la linea è progettata per 50mila viaggiatori al giorno”.
La ricetta di Moretti: “Tassare i pendolari”
Mauro Moretti, ad di Trenitalia, non ne ha mai fatto mistero: il trasporto locale è un problema, perchè non si ripaga con i biglietti.
Se nel 2012 minacciava di interrompere il servizio (“Nel 2013, se non ci saranno soldi a bilancio, non faremo il servizio regionale“) qualche settimana fa l’ad di Trenitalia ha spiegato la propria ricetta: tassare i pendolari per fare cassa e svuotare i treni locali.
Come? Istituendo “fasce tariffarie differenziate come ci sono negli altri Paesi, con sistemi di incentivazione e disincentivazione di certi orari”, dichiarava Moretti il 7 novembre.
Tradotto: i biglietti dei treni più affollati dovrebbero costare più degli altri. “Stiamo investendo 3 miliardi per comprare treni locali — concludeva l’ad — peccato che dalla politica non abbiamo visto un centesimo”.
Per gennaio il gruppo ha annunciato l’arrivo di 70 nuovi treni per il trasporto locale in Piemonte, Lazio, Umbria, Marche, Abruzzo e Calabria, per un investimento di 450 milioni di euro.
L’Ue: “Italia a rischio deferimento”
Per ora però a rimetterci in tutto ciò sono gli utenti. Il 20 novembre l’Italia è finita nel mirino della Commissione Ue per lo scarso interesse mostrato verso le condizioni di vita dei suoi 3 milioni di pendolari. Bruxelles ha inviato a Roma un parere motivato (secondo stadio della procedura di infrazione) perchè lo Stato, a 4 anni dal regolamento che avrebbe dovuto essere attuato entro il 3 dicembre 2009, non ha ancora istituito un’agenzia nazionale permanente per vigilare sulla corretta applicazione dei diritti dei passeggeri nelle ferrovie, nè stabilito norme volte a sanzionare le violazioni della legislazione comunitaria.
Se l’Italia non provvederà  entro 2 mesi, la Commissione potrà  decidere di deferire lo Stato alla Corte di Giustizia del Lussemburgo.

Marco Quarantelli
(da “il Fatto Quotidiano“)

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CETO MEDIO TARTASSATO: META’ IRPEF DAL 10% DEI CONTRIBUENTI

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

SU 4 MILIONI DI CITTADINI LA GRAN PARTE DELL’ONERE FISCALE… A PAGARE DI PIU’ SONO I REDDITI INTORNO A 2.000 EURO NETTI

Il ceto medio è letteralmente stritolato dalle tasse. La riprova sta nelle analisi statistiche sulle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2012 (imponibile 2011) e recentemente rielaborate per «contribuente tipo» sul sito del ministero dell’Economia. In Italia ci sono 41,3 milioni di contribuenti soggetti all’Irpef.
Da mesi non si discute che di Imu sulla prima casa, un’imposta che toglieva dalle tasche dei proprietari 4 miliardi e mezzo di euro l’anno.
Bene, l’Irpef ne ha sottratti 152,2 di miliardi, ai quali vanno aggiunti 14,4 miliardi di addizionali regionali e comunali.
Totale: 166,6 miliardi, 37 volte il gettito dell’Imu prima casa.
Vale allora la pena di guardarla meglio la principale imposta italiana.
Su 41,3 milioni di contribuenti 9,8 milioni non pagano nulla.
In pratica, uno su quattro versa zero Irpef o perchè sta dentro la no tax area (8 mila euro i lavoratori dipendenti, 7.500 i pensionati, 4.800 gli autonomi) o perchè annulla l’imposta con le detrazioni, per esempio le spese mediche.
Del resto, secondo l’Istat, in Italia ci sono 9 milioni e mezzo di cittadini in condizioni di povertà  relativa, cioè che vivono in famiglie dove non si spende più di 990 euro al mese in due.
I conti, quindi, più o meno tornano. Purtroppo è il caso di dire, visto che il 16% degli italiani se la passa maluccio.
Ma vediamo quelli che stanno meglio e l’Irpef la pagano.
Tolti i 9,8 milioni che non pagano, a versare i 152,2 miliardi di euro di Irpef nazionale sono 31 milioni e mezzo di contribuenti, in base a 5 aliquote: il 23% sui redditi fino a 15 mila euro lordi, il 27% tra 15 mila e 28 mila, il 38% tra 28 mila e 55 mila euro, il 41% fra 55 mila e 75 mila, il 43% oltre 75 mila euro.
Che l’81,5% dell’Irpef, cioè 124 miliardi di euro, sia pagato da lavoratori dipendenti (85 miliardi) e pensionati (39 miliardi) è abbastanza noto.
Meno conosciuti invece sono gli effetti della progressività  del sistema.
Ecco qualche dato, preso dalla tabella che scompone i contribuenti in 20 gruppi di reddito crescenti: il primo ha un reddito annuo lordo fino a 542 euro, l’ultimo, il ventesimo, raggruppa chi ha redditi di almeno 49.114 euro l’anno, che più o meno corrispondono a circa 2.600 euro netti al mese.
Costoro hanno versato 58 miliardi e mezzo di Irpef, cioè il 38,4% del totale.
Ora vi chiederete quanti sono quelli che stanno sopra 2.600 euro netti. Appena due milioni di contribuenti. Quindi il 5% più ricco paga da solo il 38,4% dell’Irpef.
Vogliamo scendere a redditi un po’ più bassi?
Prendiamo chi ha un lordo annuo superiore a 35.601 euro, cioè uno che prende come minimo circa 2 mila euro netti al mese.
Sapete quanti sono? 4,1 milioni di contribuenti, cioè il 10% del totale.
Che ha versato però il 51,7% di tutta l’Irpef nazionale, ovvero 78,7 miliardi.
Per essere più chiari: più di metà  dell’Irpef pagata in un anno pesa sulle spalle di 4 milioni di lavoratori, pensionati e imprenditori che guadagnano almeno 2mila euro al mese.
L’altra metà  se la suddividono 27 milioni e mezzo di contribuenti, cioè il 90% di coloro che pagano l’Irpef. Si dirà  che costoro guadagnano, appunto, meno di 2mila euro e quindi non si può pretendere di più.
Ma, anche accettando questo ragionamento – e prescindendo dal fatto che la fotografia dell’Irpef, a causa di una enorme evasione, offre un’immagine abbastanza falsata dei redditi – forse è arrivato il momento di chiedersi se sia giusto chiedere così tanto a chi, pur prendendo più di 2 mila euro al mese, non è certo un nababbo, mentre gli evasori continuano a sottrarre all’erario 120 miliardi di euro all’anno.
Prendiamo il caso più eclatante, la fascia di coloro che stanno tra 2.000 e 2.600 euro netti al mese: sono circa 2 milioni di contribuenti, cioè il 5% del totale e hanno pagato 20,2 miliardi, ovvero il 13,2% di tutta l’Irpef, sborsando in media 9.800 euro a testa. Saranno anche una minoranza, ma sono – eccetto l’ultimo ventile – quelli più oppressi da un fisco che uccide il ceto medio.
Un ceto sul quale, più che altrove, si scaricano anche gli altri prelievi.
Non solo le stesse addizionali Irpef regionali e comunali, ma anche i contributi sociali, l’Imu, le ritenute su risparmi e investimenti, le accise sui carburanti, l’Iva sulle bollette e sui consumi in genere, il canone tv (per chi lo paga), le imposte sulla Rc auto.
E chi più ne ha più ne metta.

(da “il Corriere della Sera“)

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ARRESTATO EX SINDACO ANTIMAFIA: ACCUSATA DI AVER PRESO VOTI DALLE COSCHE IN CAMBIO DI FAVORI

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

ERA STATA ALLA GUIDA DI ISOLA CAPO RIZZUTO DAL 2008 AL 2013… A MAGGIO LE AVEVANO INCENDIATO LA CASA DI VILLEGGIATURA

E’ sempre stata in prima fila contro la ‘ndrangheta. La stessa ‘ndrangheta che arrivò a incendiarle la casa al mare per intimidirla. La stessa ‘ndrangheta a cui, adesso, viene accostato il suo nome.
Carolina Girasole, ex sindaco di Isola Capo Rizzuto dal 2008 al 20013, è agli arresti domiciliari con l’accusa di essere stata eletta grazie a voti sporchi, in cambio dei quali avrebbe garantito favori della ‘ndrina Arena.
Una delle cosche più potenti all’interno dell’organizzazione, estesa in altre regioni italiane e all’estero.
La Guardia di Finanza di Crotone ha eseguito 13 ordinanze di custodia cautelare con accuse, a vario titolo, di associazione a delinquere di stampo mafioso, corruzione elettorale, turbativa d’asta, usura, favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio.
Tra gli arrestati ci sono soggetti affiliati alla ‘ndrangheta, un poliziotto che avrebbe passato informazioni alla cosca e il boss Nicola Arena, di 76 anni, capo dell’omonima ‘ndrina, già  detenuto.
Le ordinanze sono state emesse dal gip del Tribunale di Catanzaro su richiesta della Procura distrettuale antimafia.
Carolina Girasole, professoressa e attualmente consigliere di minoranza, venne eletta nel 2008 nella lista civica di centrosinistra, alle ultime elezioni politiche era stata candidata alla Camera con Scelta civica di Mario Monti ma non venne eletta.
A maggio la sua casa al mare venne incendiata, una minaccia, si pensò subito, per il suo impegno antimafia.
A Il Fatto Quotidiano denunciò di essere stata abbandonata dal suo stesso partito, il Partito democratico che alle elezioni amministrative di quello stesso mese preferì appoggiare Nuccio Milone, ma venne comunque eletta come consigliere di opposizione.
L’ipotesi di reato a suo carico è corruzione elettorale in occasione delle elezioni amministrative del 2008.
Nei cinque anni precedenti, la Girasole aveva incentrato il suo mandato contro la criminalità  organizzata.
Per questo venne accomunata ai primi cittadini di Monasterace e Rosarno, Maria Carmela Lanzetta ed Elisabetta Tripodi (la prima non è più in carica), insieme alle quali aveva partecipato a numerose manifestazioni antimafia.
Ad una di queste partecipò anche l’allora segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, venuto in Calabria per esprimere solidarietà  a Maria Carmela Lanzetta dopo un’intimidazione subita.

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DEBITO, L’ACCUSA DI REHN ALL’ITALIA: “NON STATE RISPETTANDO L’OBIETTIVO: ORA PRIVATIZZAZIONI E SPENDING REVIEW”

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

IL COMMISSARIO UE: “SCETTICO SU ROMA, HO ANCORA L’INCUBO DEL 2011”

“Ho preso nota delle buone intenzioni del governo italiano su privatizzazioni e spending review. Ma lo scetticismo è un valore profondamente europeo. E io ho il preciso dovere di restare scettico, fino a prova del contrario. In particolare per quanto riguarda i proventi delle privatizzazioni e i loro effetti sul bilancio del 2014». Parla così Olli Rehn, vicepresidente della Commissione europea e responsabile per gli affari economici.
Rehn resta convinto che la Finanziaria messa a punto da Letta e Saccomanni non ci consenta margini di manovra e che per di più debba essere corretta sul fronte del debito.
Ma si dice anche pronto a ricredersi se, entro febbraio, il governo fosse in grado di presentare dati concreti sui tagli effettivi di spesa e introiti delle privatizzazioni.
Che cosa non la convince nel piano di stabilità  e nella legge finanziaria italiana?
«Per quanto riguarda il deficit, l’Italia è in linea, anche se di poco, con il criterio del tre per cento e questo ha consentito al Paese di uscire dalla procedura per deficit eccessivo che è importante per la sua credibilità  sui mercati finanziari. Inoltre l’Italia deve rispettare un certo ritmo di riduzione del debito, e non lo sta rispettando. Per farlo, lo sforzo di aggiustamento strutturale avrebbe dovuto essere pari a mezzo punto del Pil, e invece è solo dello 0,1 per cento. Ed è per questo motivo che l’Italia non ha margini di manovra e non potrà  invocare la clausola di flessibilità  per gli investimenti».
Ma il governo assicura che una serie di misure extra-finanziaria, come le privatizzazioni e la spending review, permetteranno di colmare questa differenza. Lei ci crede?
«Come dicevo, io devo essere scettico. Le privatizzazioni daranno un piccolo contributo a migliorare l’efficienza del sistema economico e, forse, a ridurre il debito in parte già  l’anno prossimo. La spending review è molto importante, ma sarà  ancora più importante se riuscirà  a mettere in pratica tagli di spesa che abbiano effetto già  nel 2014. Le nostre previsioni di febbraio saranno un appuntamento molto importante per l’Italia. Se il governo per quella data ci fornirà  risultati concreti e soddisfacenti, ne terremo conto per calcolare i possibili effetti sui margini di manovra a disposizione del Paese».
Non sembra molto ottimista. L’Italia le pare davvero messa così male?
«A vantaggio dell’Italia, si può dire che ha grandi potenzialità  di crescita. Se davvero riuscisse a riformare il proprio sistema economico e giudiziario, potrebbe registrare una crescita superiore a quella di molti altre nazioni. Ma il vostro Paese ha un estremo bisogno di rilanciare la propria economia e la propria competitività ».
La ricetta europea del rigore sembra dare frutti in Irlanda e in Spagna, ma non in Grecia o in Italia. Come potete pretendere di curare tutti i malati con la stessa medicina, quando le malattie sono diverse?
«Ma non è così. I programmi adottati per ogni Paese erano e sono cuciti su misura. In Spagna e Irlanda erano focalizzati sul settore bancario e stanno dando risultati. In Grecia sulle riforme strutturali, ma le resistenze corporative ne hanno frenato il cammino. L’Italia, come la Francia e anche la mia Finlandia, ha un problema di competitività , che però non può essere risolto trascurando il consolidamento dei conti pubblici».
Gira e rigira, siamo sempre al binomio rigore e austerità .
«No. Le cose stanno cambiando. Il peso dell’aggiustamento strutturale delle finanze dell’eurozona l’anno scorso è stato pari all’1,5% del Pil; quest’anno sarà  dello 0,75% e l’anno prossimo dello 0,25%. Ma ricordiamoci che questo sforzo può attenuarsi solo perchè l’Europa ha ritrovato credibilità  sui mercati grazie all’impegno della Bce e al miglioramento della governance economica».
Vuol dire che Bruxelles sta cambiando politica?
«Le risponderò con le parole del presidente americano John Quincy Adams: la nostra politica non è cambiata, sono le circostanze ad essere cambiate. Oggi l’Europa ha ritrovato più stabilità , che ci consente di ridurre la pressione sul rigore. Ma, all’inizio della crisi non avevamo credibilità  e dunque non avevamo alternative. Se io facessi incubi, rivivrei l’angoscia del periodo tra agosto e novembre del 2011, quando l’Italia era al centro della tempesta sui mercati finanziari».
Allora l’Italia si salvò da sola, mandando a casa Berlusconi e chiamando Monti al governo. Ma forse adesso ce lo può dire: sareste stati in grado di salvare dalla bancarotta un Paese grande come il nostro?
Rehn si ferma a riflettere, ma non dà  una risposta diretta. «Quello che le posso dire è che avremmo fatto tutto il possibile. E molto in effetti è stato fatto. Ma certo, in quel momento, la dimensione del fondo di stabilità  era notevolmente limitata».
Insomma, non ha rimproveri da farsi sulla gestione della crisi?
«Sicuramente oggi l’Europa è più forte di tre anni fa. Adesso c’è una governance economica dell’eurozona che allora non esisteva. Rammarichi? Certo, la gestione della crisi con la regola dell’unanimità  è una sfida permanente. E spesso siamo stati costretti a scegliere la soluzione politicamente percorribile invece della soluzione economicamente migliore».
Al vertice di dicembre discuterete degli accordi contrattuali, che prevedono finanziamenti europei in cambio di riforme economiche nazionali?
«Penso che su questo ci sarà  una discussione di massima. Gli sherpa ci stanno lavorando. Ma molto resta da fare».
E’ vero che si candida come prossimo presidente della Commissione per i liberali europei in competizione con l’ex premier belga Verhofstadt?
«Sì, mi piacerebbe continuare la battaglia che ho condotto in tutti questi anni per modernizzare l’Europa».

Andrea Bonanni
(da “La Repubblica”)

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IMU, PASTICCIO INFINITO, SINDACI NEL GUADO

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

HANNO ALZATO LE ALIQUOTE PER SPREMERE PIÙ RIMBORSI ALLO STATO MA I SOLDI NON ARRIVERANNO E ORA SI APRE IL BUCO

Ormai la figuraccia è fatta, bisogna solo stabilire come gestirla: su questo, o meglio su chi dovrà  subirla di più, dentro governo e maggioranza è in atto uno scontro.
Si parla della cosiddetta mini-Imu, vale a dire quella parte del gettito dell’imposta — all’ingrosso il 40 per cento degli aumenti varati dai Comuni sull’aliquota base del 4 per mille — che il governo non ha rimborsato ai sindaci con l’ultimo decreto: senza interventi, insomma, quei soldi dovranno tirarli fuori i cittadini interessati entro il 16 gennaio (lo stesso giorno, peraltro, scade pure la prima rata della nuova Iuc, imposta unica comunale).
La faccenda riguarda circa 2.700 Comuni — comprese tutte le città  più grandi — per un esborso medio che dovrebbe oscillare tra i 30 e i 70 euro per un gettito complessivo che dovrebbe oscillare tra i 200 e i 300 milioni: il conto definitivo lo si avrà  solo quando tutti i Comuni avranno fissato l’aliquota (la legge consente di farlo entro lunedì prossimo).
Come si sa, per evitare il tracollo di consensi i sindaci minacciano rivolte e gesti clamorosi contro il governo: “Eppure molti si meriterebbero il pubblico ludibrio — spiega Enrico Zanetti, deputato montiano e vicepresidente della Commissione Finanze — visto che hanno deciso gli aumenti solo dopo aver capito che gli sarebbero stati rimborsati dallo Stato e non ne avrebbero pagato il prezzo politico coi cittadini”. Anche dentro il governo e nella maggioranza in Parlamento, comunque, in molti pensano sia meglio accontentare gli enti locali e non lasciare un arma di propaganda così potente a Silvio Berlusconi.
Ma come trovare 200 milioni? Se lo chiedono al Tesoro (Fabrizio Saccomanni è radicalmente contrario a nuovi inghippi sull’Imu).
Al solito, è sulle coperture che si gioca la partita. Troppo poco tempo per trovarle con tagli di spesa corrispondenti o nuove imposte.
Due deputati renziani — Michele Anzaldi e Luigi Bobba — propongono come copertura di varare in fretta e furia una riforma della tassazione sui giochi da inserire nella legge di Stabilità : “C’è un ampio consenso di tutte le forze politiche su un provvedimento che omogeneizzi le aliquote dei giochi e allinei gli aggi delle lotterie. I presidenti delle commissioni Bilancio si sono detti interessati e abbiamo scritto all’Anci”.
Il problema c’è, visto che l’azzardo online è tassato solo allo 0,6 per cento e l’aliquota media del settore non arriva all’11, cioè meno dei titoli di Stato: “Peccato che non si farebbe mai in tempo a generare quel gettito entro il 31 dicembre       — spiega ancora Zanetti — Bisognerebbe immaginare aumenti di un livello che finirebbero solo per stroncare il gioco legale”.
Secondo l’esperto di fisco di Scelta Civica l’unica soluzione — “visto che si è voluto cedere al ricatto sull’Imu di Berlusconi non facendola pagare a nessuno” — è aumentare pure l’acconto Iva del 27 dicembre (ora è all’88 per cento).
A compensare tutti questi acconti quelli Ires e Irap già  decisi — ci si penserà  l’anno prossimo, quando dovrebbero comunque già  aumentare temporaneamente alcune accise per compensare la copertura farlocca dell’abolizione della prima rata (il famigerato condono sulle slot ha avuto un gettito ridicolo).
Il Tesoro, però, continua a fare resistenza: sull’Iva non si può fare niente e meglio sarebbe lasciare le cose come stanno. “Proveremo a trovare un po’ di fondi nella legge di Stabilità  — dice un ministro — ma non è detto che ci riusciamo”.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“CANDIDATEMI PER LE EUROPEE DI BUDAPEST” : LA TENTAZIONE UNGHERESE DI BERLUSCONI

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

LA CARTA JOLLY PER AGGIRARE LA CONDANNA E LA PERDITA DELL’IMMUNITA’: POSSIBILI ANCHE LA BULGARIA E L’ESTONIA

Fuga verso Est. La grande tentazione di Silvio Berlusconi. Ungheria, Estonia, Bulgaria.
«Presidente, torniamo a pensare a una tua candidatura alle Europee fuori dall’Italia» gli propongono di nuovo i più solerti amici. Attorno al tavolo da pranzo di Villa San Martino, domenica sera, ci sono Sandro Bondi, Manuela Repetti, Daniela Santanchè. Il Cavaliere nicchia ma a differenza di altre occasioni non esclude a priori il colpo di scena: «Mah, bisognerebbe trovare un Paese che accetti di candidarmi, non è facile». E gli altri: «Sai che non sarebbe un problema».
Ma la carta jolly per aggirare condanna definitiva, decadenza e perdita dell’immunità  è alla portata solo sulla carta.
Il leader di Forza Italia è condannato in via definitiva, il regolamento comunitario rimanda alla disciplina nazionale per i criteri relativi alla incompatibilità .
La Severino in Italia la prevede anche per le Europee, ma solo per la candidatura nel nostro Paese, non in altri. Ed è qui che si apre lo spiraglio che Berlusconi potrebbe sfruttare.
La direttiva Ue 109 del ’93 che disciplina la materia pretende un attestato delle autorità  dello Stato d’origine che «certifichi che non è decaduto dal diritto di eleggibilità  » (art. 10), ma all’articolo successivo ammette ricorsi nel Paese di candidatura.
Insomma, caos (utile alla bisogna) L’entourage del Cavaliere fiuta il colpaccio. C’è il precedente di Giulietto Chiesa in Lettonia nel 2009.
Spiega un dirigente forzista vicino al leader: «Un possibile approdo potrebbe essere l’Ungheria dell’amico Victor Orban», l’ultranazionalista di destra che vanta un ottimo rapporto con Berlusconi (oltre al tifo milanista).
In Bulgaria poi si può diventare cittadino «se si investe 511 mila euro nell’economia nazionale» ma soprattutto, l’ex premier ed ex sindaco di Sofia è Boyko Borisov, altro amico di vecchia frequentazione.
Sulla mappa virtuale che hanno disteso sulla scrivania dello studio di Arcore è stata cerchiata anche l’Estonia. Ma qui il nesso si fa più sfumato: a Talin lavora e investe con gran profitto e radicamento locale Ernesto Preatoni, a capo del gruppo Domina, anche lui legato al Cavaliere. Sebbene, interpellato settimane fa, abbia smentito: «Non ne so nulla, è una notizia degna di un Paese di matti».
Per studiare la «via di fuga» ci sarà  tempo, intanto oggi il Cavaliere dovrebbe rientrare a Roma per presiedere l’assemblea dei gruppi parlamentari forzisti nella sede di San Lorenzo in Lucina, dopo il lungo ritiro ad Arcore e la giornata di ieri trascorsa tra pranzo coi figli e solito vertice con i dirigenti Mediaset.
Non che lui avesse una gran voglia di rientrare a Roma, dopo la decadenza e il comizio di giovedì.
Berlusconi resta di pessimo umore, raccontano, i timori per quel che può accadergli prevalgono sul resto. I dirigenti lo hanno tirato per la giacca, c’è da lanciare il partito. Oggi il leader dovrebbe comunicare i nuovi assetti.
Un ufficio di presidenza di 36 componenti, un comitato ristretto, con capi delegazione di vari settori scelti tra i dirigenti. Resterà  centrale anche in Forza Italia Denis Verdini. Mentre per Daniela Santanchè si profila un ruolo da responsabile del fund raising, ai vertici anche Fitto, Gelmini, Carfagna e Capezzone.
Non è previsto per il momento un incarico da vicepresidente (era stato promesso ad Alfano prima della scissione), nè di coordinatore unico.
Mercoledì il leadar di Forza Italia potrebbe accettare l’invito di Bruno Vespa per la consueta presentazione del suo libro, ma Berlusconi è già  proiettato sull’appuntamento “antiprimarie-pd” di domenica a Roma, il lancio dei mille club “Forza Silvio”.
Una riunione operativa è già  in programma per giovedì con il responsabile dei club, Marcello Fiori. «Voglio facce nuove, giovani, sveglie» va ripetendo il capo.
Parla di domenica ma pensa già  al restyling di quasi tutta la truppa parlamentare di Forza Italia.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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LARGHI BRODINI O CURE DA CAVALLO?

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

NEL 2013 DENUNCIATI 5.000 AMMINISTRATORI PUBBLICI PER UN DANNO ERARIALE DI 3,5 MILIARDI… IN TRE ANNI EVASIONE FISCALE ACCERTATA MA MAI RECUPERATA PER 545 MILIARDI

Chi non ha visto il tele-confronto su Sky dei tre candidati alla segreteria del Pd e ne ha saputo qualcosa soltanto dai resoconti della stampa, del web e dei tg, cioè la stragrandissima maggioranza degli italiani, s’è fatto l’idea che sia andato male per gli ascolti ma bene per i contenuti.
Perchè Renzi, Cuperlo e Civati avrebbero parlato di “programmi”. È vero, ne hanno parlato. Ma con l’aria di chi deve recuperare qualche miliarduccio qua e là , insomma di chi deve guidare il primo partito (almeno stando ai sondaggi) di un paese malaticcio, ma in via di guarigione.
E allora patrimoniale sì o no, taglio delle province, o dei fondi pubblici ai partiti, o dei parlamentari, o del Senato tutto intero (per trasformarlo, fra l’altro, in un poltronificio per consiglieri regionali).
Poi, naturalmente, tutti a ridere di Grillo che chiama Ocsa (o Oxa, come Anna) l’Ocse e vorrebbe addirittura un referendum sull’euro o la rinegoziazione del debito pubblico. Come a dire: quello è matto, mentre noi sappiamo quel che diciamo.
Purtroppo, a giudicare dai sorrisetti, dagli ammiccamenti e dalle battute, non lo sanno neanche loro, quel che dicono.
Perchè dal 2014 gl’impegni assunti dai governi Berlusconi, Monti e Letta con l’Europa (in parte dovuti, in parte no) imporranno di recuperare non qualche miliarduccio, ma decine di miliardi all’anno.
Cifre che nessun taglio fra quelli proposti dai candidati piddini, nè tantomeno le baggianate governative sulle caserme o le spiagge o gli immobili pubblici o le partecipazioni statali da svendere, basterà  neppure lontanamente a raggiungere.
Ci vuole ben altro. Cure da cavallo, non brodini e pannicelli caldi.
E la scelta di chi pagherà  il conto non è tecnica: è politica.
Deve dettarla il Parlamento, non Saccomanni e i suoi tecnici. E nemmeno Lurch, al secolo Carlo Cottarelli, ultimo commissario straordinario alla spending review. L’altro giorno il Corriere anticipava il rapporto 2013 sulle attività  della Guardia di finanza: oltre 5 mila tra funzionari e impiegati pubblici denunciati per corruzione e truffa (dai falsi poveri ai finti consulenti), che nei primi 10 mesi dell’anno han provocato danni erariali da 2 miliardi e 22 milioni di euro, più truffe per 1 miliardo e 358 milioni.
Cioè hanno rubato quasi 3,5 miliardi alla collettività : 350 milioni al mese.
E questi sono soltanto quelli scoperti: immaginiamo a quanto ammonta il totale. Qualche mese fa, il ministero dell’Economia comunicò che i mancati incassi di evasione fiscale accertata dal 2000 al 2012, ma mai recuperata da Equitalia, ammonta a 545,5 miliardi di euro, su un totale di “ruoli” da riscuotere già  emessi per 807,7 miliardi.
Una parte dell’enorme buco (107,2 miliardi) è irrecuperabile perchè riguarda soggetti in fallimento.
Ma questo non basta per giustificare la bassissima capacità  di riscossione di Equitalia, che non arriva al 5 per cento.
In un paese serio (ipotetica del terzo tipo: un paese serio non avrebbe queste cifre di mancati introiti) si parlerebbe di questo, e solo di questo.
E un governo e un Parlamento e dei partiti seri eviterebbero di perdere tempo appresso a corbellerie come la riforma costituzionale o l’ennesima legge contro la custodia cautelare e contro i giudici; ma concentrerebbero tutto il tempo e tutti gli sforzi disponibili a trovare il sistema per mettere le mani in questo immenso serbatoio di nero.
Che non è numerologia astratta: sono somme accertate, con i nomi e i cognomi dei corrotti, dei truffatori e degli evasori.
Basterebbe recuperarne il 5 o il 10 per cento in più, aumentando l’efficienza della macchina dello Stato, per avere a disposizione decine di miliardi per la mitica “ripresa”.
Invece si continua a cincischiare dietro i falsi problemi e le false soluzioni. E a bollare chi chiede una seria lotta alla corruzione, all’evasione e al riciclaggio come giustizialista manettaro.
Poi uno guarda chi sono i ministri e i politici che dovrebbero occuparsene, e capisce tutto.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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RENZI A LETTA: “SE VUOI LA FIDUCIA DEVI ACCETTARE I MIEI TRE PUNTI”

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

A SEI GIORNI DALLE PRIMARIE IL SINDACO DI FIRENZE IMITA BERLUSCONI: TAGLI ALLA POLITICA, LAVORO E RAPPORTI CON L’EUROPA”… D’ALEMA: “RENZI USA IL PARTITO COME TRAMPOLINO DI LANCIO SU PALAZZO CHIGI, MA QUANDO SI TUFFERA’ SI ACCORGERA’ CHE LA PISCINA E’ VUOTA”

La ‘nuova’ fiducia (da confermare o meno) al governo Letta è già  stata calendarizzata. Il passaggio alle Camere si terrà  il prossimo 11 dicembre.
Un voto che arriverà  tre giorni dopo le primarie del Pd.
Non è un caso, visto che quel voto e il risultato di quelle consultazioni sono legato a doppio filo. Ma a un appuntamento (il primo) che per i democratici farà  la differenza, il partito ci sta arrivando sempre più sfilacciato.
E Matteo Renzi, candidato alla leadership del Pd, detta le condizioni   – lui la chiama proprio “agenda Renzi” – al premier Enrico Letta al termine di una giornata convulsa e gravida di rimpalli.
Il primo round si gioca da Trieste, E’ da lì, infatti, che Renzi inizia col replicare ad Angelino Alfano sul futuro del governo: “Non tiriamo la corda, sono gli italiani che stanno tirando la cinghia”, dice.
Poi elenca le priorità  per il 2014: taglio dei costi della politica, piano per il lavoro e rapporti con l’Europa. “Il Pd va alle primarie, sono aperte, e dopo l’8 dicembre farà  le cose annunciate e in particolare dovrà  fare dell’Europa il luogo dei nostri sogni e non dei nostri incubi. Se Alfano vuole fare queste cose noi siamo disposti a farle se vuole fare polemica noi non siamo disposti a farla”, sottolinea.
Concetti che ribadirà  qualche ora più tardi davanti alle telecamere di Piazza Pulita: “Se domenica sarò io a essere eletto segretario, il Pd che ha 300 deputati e 100 senatori ed è il partito della maggioranza nella maggioranza, chiama il governo Letta e dice: ‘ste cose qui, stavolta si fanno”. E’ una sorta di aut aut.
Ma è sul taglio dei costi della politica che l’attuale primo cittadino snocciola pure le cifre: la sforbiciata necessaria è di 1 miliardo di euro. E poi: “Se prende la maggioranza Pippo Civati – aggiunge Renzi – la fiducia al governo Letta dura tre mesi. Di me dicono che io voglio fregare la seggiola a Letta. Io la mia ambizione la metto da parte. Io dico non mettiamo avanti l’ambizione di Renzi o di un altro. Ma se il Pd è maggioranza, allora si fanno le cose”.
Impegni “che devono essere messi nero su bianco”. Di sicuro, prosegue Renzi,   la sera del 9 “partecipo alla riunione dei gruppi parlamentari per decidere quale atteggiamento tenere l’11 quando Letta si presenterà  alle Camere.
Non decide il segretario lo decidono quelli che vanno alle primarie.
Meno tasse e più lavoro. Per Renzi è di sinistra chi abbassa le tasse, non chi le alza, magari foraggiando le spese della politica.
Il punto drammatico di questi 8 mesi è che abbiamo perso 8 mesi a parlare di quello che ci hanno imposto Berlusconi e Brunetta. L’Imu sulla prima casa vale 236 euro a famiglia. L’hanno già  rimessa in alcuni comuni. Non l’hanno ancora tolta. Ma il punto è che il sistema sia semplice e chiaro. Imu, tasi, tares, iuc. Sembra superpippo. Iuc”. Poi, sempe incalzato da Formigli, risponde sull’occupazione. “Io non faccio lo slogan dicendo: ‘ti prometto 1 milione di posti di lavoro’. Io dico che se ce la mettiamo tutta sul turismo si creano posti di lavoro”.
A questo proposito, sulla riforma Fornero il sindaco di Firenze sottolina che “sulle pensioni è stato giusto intervenire. Perchè noi abbiamo avuto bisogno di allineare l’età  pensionabile a quella degli altri paesi europei. Sulla riforma del lavoro bisogna invece ripartire da zero”.
L’Europa del sindaco.
Il candidato alla segreteria democratica, in caso di vittoria, promette una riduzione da un miliardo di euro dei costi della politica, a partire dal Senato, e un “gigantesco” piano per il lavoro.
Lo ha detto oggi in conferenza stampa a Trieste. “Le primarie del Pd devono dire il tipo d’Europa che vogliamo”, aggiiunge il sindaco di Firenze: “Chiederemo alla Bce di contrastare non solo l’inflazione, ma anche la disoccupazione”.
Renzi chiede nuovi impegni: dall’Erasmus al servizio civile, ad una politica dell’immigrazione condivisa. “Se l’8 dicembre vinceremo chiameremo tutti, le regioni ed i sindaci a Trieste, nel mese di marzo, per dire la nostra sulle elezioni e sul semestre a presidenza italiana”.
Civati per il voto anticipato.
Chi chiede a Renzi di tirare effettivamente la corda è il suo sfidante Pippo Civati. “Il destino del governo Letta – sostiene – lo sceglieranno gli elettori. Io ho una posizione molto precisa. Mi sembra che Renzi a volte converga a volte no, se converge siamo in due a dire che si va a votare in primavera”. Civati si dice poi fiducioso sull’esito delle primarie. “Vinceremo noi, siamo in crescita straordinaria. I pronostici del Pd sono sempre sbagliati”.
Cuperlo contrario.
Gianni Cuperlo invece non ci sta e attacca il sindaco di Firenze: “Dico Dobbiamo batterci perchè Letta riesca nel suo intento – ha detto durante un incontro della sua campagna elettorale – compia la svolta e abbia successo, non per seminare trappole e farlo cadere. Io non ci sto a giocare di sponda con Berlusconi. Renzi, a prosegutio Cuperlo “non pensi di fare il segretario nei ritagli di tempo e di oscillare continuamente tra lusinghe e minacce al governo. Dire che si devono fare le cose è uno slogan. Ma bisogna vedere come si fanno”.
L’accusa di D’Alema.
Attacchi al sindaco di Firenze arrivano, però, anche da Massimo D’Alema. “Renzi concepisce il partito come un trampolino di lancio per volare su Palazzo Chigi – accusa l’ex premier – Gliel’ho detto: tu sali sul trampolino per tuffarti. Ma la piscina è vuota perchè le elezioni ancora non ci sono”.

(da “La Repubblica”)

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NELLE “LETTERE A UN AMICO” DI ADRIANO ROMUALDI EMERGE IL MALE CRONICO DELLA DESTRA ITALIANA: LA MANCANZA DI UNA CLASSE DIRIGENTE CULTURALMENTE ATTREZZATA

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

NELL’INTERESSANTE EPISTOLARIO DI FINE ANNI ’60, L’ANALISI DEL GIOVANE PENSATORE NON CONFORMISTA SCOMPARSO A SOLI 33 ANNI, NEL 1973: “NOI INTELLETTUALI, VISTI COME NEMICI ALL’INTERNO DEL PARTITO, IN QUANTO OSTACOLO A UN ATTIVISMO FINE A SE STESSO, TRA INUTILI ORPELLI E AMMUFFITE NOSTALGIE”

Gli epistolari dei grandi filosofi e pensatori hanno un’importanza fondamentale non solo per conoscere aneddoti più o meno rilevanti sulla loro vita privata, ma anche, e soprattutto, per comprendere sia il milieu culturale nel quale essi vivevano e traevano ispirazione per le loro opere, sia la personalità  più profonda, che può trasparire solo molto parzialmente nei trattati più marcatamente scientifici.
Ciò vale ancor più per Adriano Romualdi, il “fratello maggiore” di tanti intellettuali della Destra negli anni Settanta: figlio di Pino, per decenni una delle personalità  di maggior spicco del Msi. scomparve a soli 33 anni nel 1973, lasciando un vuoto non più colmato nelle esigue file della cultura non conformista.
Ora le Edizioni ArÅ·a di Genova pubblicano, a cura di Renato Del Ponte, una preziosa raccolta di lettere (per la precisione, quarantatrè lettere e una cartolina), inviate da Adriano all’amico genovese Emilio Carbone in un arco di tempo che va dal 20 aprile 1967 al 5 settembre 1971 (per informazioni e ordini: arya@oicl.it ).
Il testo, con una introduzione   di Alberto Lombardo e una prefazione dello stesso Del Ponte, è arricchito da numerose appendici contenenti, fra l’altro, alcuni testi rari o inediti di Adriano, e da un’accurata bibliografia.
Copie delle lettere, gli originali essendo andati presumibilmente perduti, che compongono l’epistolario furono consegnate a Renato Del Ponte dal destinatario, Emilio Carbone, poco prima della sua tragica morte, avvenuta nel 1996, ad appena cinquant’anni.
La raccolta ha una importanza notevole, in quanto apre uno squarcio di non poco conto sull’ambiente politico e culturale della Destra, in particolare romana e genovese, a cavallo fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta: nelle numerose lettere compaiono riferimenti e giudizi su personaggi più o meno noti del tempo, come Almirante (“di buona volontà  ne ha tanta, ma non ci arriva con il cervello”); Gianfranco De Turris, allora impiegato alle Edizioni Volpe (“molto in gamba e deciso”) e Giano Accame (“farmacista di villaggio”), per non parlare delle durissime espressioni nei confronti di Giovanni Volpe, il quale aveva bloccato la pubblicazione del   saggio di Adriano su Nietzsche, uscito successivamente per le Edizioni di AR.
Ma al di là  di tali giudizi, a volte francamente ingenerosi — anche se si deve tener nel debito conto il tono colloquiale delle lettere — ciò che può e deve interessare il lettore di oggi è la descrizione di un ambiente, quello della destra missina, ma non solo, del tutto refrattaria, allora come ora, a un serio lavoro politico-culturale.
La lucidità  di Adriano gli fa comprendere, già  più di quarant’anni fa, quale sarebbe stato l’infausto esito del percorso di un partito, il “Movimento Sociale Italiano”, nel quale dilettantismo e improvvisazione dominavano senza requie: “prepariamoci ad assistere — scrive nella prima lettera a Carbone, il 20 aprile del 1967 — all’ultimo atto, che avrà  luogo nei prossimi anni: il naufragio del MSI.
Il giovane Romualdi, nella sua infaticabile attività  di uomo di pensiero e di organizzatore culturale, aveva ben compreso quel che era la tara maggiore dell’ambiente di Destra di quegli anni (e degli anni a venire, aggiungiamo noi…) : l’assenza, cioè, di   una classe dirigente che, libera da orpelli e da ammuffite nostalgie, sapesse fare politica con un bagaglio culturale adeguato, poche linee di vetta, se vogliamo, ma chiare e incrollabili.
Adriano si scontra, invece, con un partito nel quale gli “intellettuali” sono visti come dei nemici, dei fastidiosi perditempo che ostacolano uno sterile attivismo fine a sè stesso.
Ecco cosa scrive, infatti, nel giugno del fatidico 1968: “anche noi [come i comunisti] sappiamo esattamente quel che vogliamo, anche se il nostro ambiente ci combatte, invece di sostenerci, come invece il PCI   fa con i suoi intellettuali. La nostra tragedia è che noi dobbiamo impiegare tutte le nostre energie per riuscire a parlare e scrivere nel nostro stesso ambiente, prima di proiettarci all’esterno”.
Queste scarne ed essenziali parole valgono più di mille convegni a spiegarci il perchè del disastro attuale, della sostanziale nullificazione della Destra dall’attuale panorama politico italiano.
Ci pongono, tuttavia, anche un’altra fondamentale e inquietante domanda, in quanto Adriano Romualdi non era uno qualunque: non era, cioè, solo l’autore, giovanissimo e già  avviato alla carriera accademica,   di opere ancor oggi fondamentali, ma pure, come dicevamo, il figlio di Pino, non l’ultimo fra i dirigenti nazionali missini di quegli anni.
E allora, ci chiediamo, se lo stesso Adriano, nella posizione che occupava, trovava tanti e tali ostacoli da indurlo quasi allo scoramento, da cui usciva solo con l’azione, non è forse sbagliato ipotizzare che l’intera storia del neofascismo italiano dal dopoguerra a oggi sia stata volontariamente instradata sin dall’inizio su dei binari morti, che dovevano fatalmente portarlo alla vergognosa abiura di Fiuggi e alla successiva evaporazione?
Non è forse cervellotico pensare che gli impedimenti frapposti a ogni serio lavoro politico-culturale siano stati creati non solo per insipienza e inettitudine   — che pure ci sono stati — ma perchè scientemente si voleva impedire l’affermarsi di una classe dirigente seria e attrezzata culturalmente? Il sospetto ci sta tutto
Al di là  di tali considerazioni, comunque, il grande lavoro intellettuale di Adriano non è stato per nulla vano, rimanendo per noi, in questi difficili anni, una vera stella polare, sì che quel che scriveva il 18 gennaio del 1968 vale certamente per lui, ma dovrà , come imperativo categorico, valere anche per noi: “Ma sembra che il nostro destino nel momento presente debba essere quello del seme che deve sparire nella terra e macerarsi per germogliare chissà  quando e chissà  dove”.
Francesco Demattè

ADRIANO ROMUALDI
Lettere ad un amico
a cura di Renato Del Ponte.
Edizioni ArÅ·a, Genova 2013,
pagine: 176 – € 20,00.

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