Destra di Popolo.net

BERLUSCONI: “CON IL MATTARELLUM ANDIAMO DA SOLI”

Dicembre 4th, 2013 Riccardo Fucile

AI PARLAMENTARI: “NON LITIGATE IN TV CON GLI ALFANIANI”

Dalla propria decadenza da senatore – che “all’estero nessuno se la spiega” – alla necessità  di portare avanti una “battaglia per la libertà “.
Passando però (anche stavolta) per Magistratura democratica (l’attacco è sistematico) e una sinistra “che dai tempi di Togliatti presidia tutto”.
La conclusione? Le elezioni politiche, a cui punta senza alcun imbarazzo tanto da dire: “Prepariamoci a vincerle”.
Il canovaccio di Silvio Berlusconi, che a piazza San Lorenzo in Lucina ha riunito i gruppi parlamentari della resuscitata Forza Italia, stando a quel che si apprende è sempre lo stesso.
Lo stesso rispetto al comizio di mercoledì scorso davanti a Palazzo Grazioli. Lo stesso rispetto al discorso approntato al Palazzo dei Congressi per battezzare la rinascita di quella formazione politica che 20 anni fa l’ha portato dritto a Palazzo Chigi.
Non a caso, l’ex premier che oggi non ricopre più alcun incarico istituzionale torna a ripercorrere le tappe della sua storia politica dal 1994 ad oggi, e rilancia il leit motiv di sempre: quello della persecuzione giudiziaria di cui è vittima.
Ma lo fa ricollocandosi in pieno dentro a una campagna elettorale in cui Fi si piazza come partito di lotta, in alternativa netta (ma secondo alcuni ‘sinergica’) al Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, che invece rimane forza di governo.
Un Nuovo centrodestra che Berlusconi definisce “amico” ma a cui muove prima una critica e subito dopo un ‘ricatto’.
La prima arriva quando dice: “Non capisco come i nostri amici di Ncd possano collaborare con chi ha ucciso politicamente il loro leader, la gente li ha già  giudicati”. Chiaro il riferimento al Pd che agli occhi dell’ex senatore veste i panni del killer politico.
Il Cav, peraltro, non manca di sottolineare che Alfano era l’unico tra i ministri nominati che fosse stato indicato da lui, mentre “tutti gli altri sono stati scelti dalla sinistra”.
In ogni caso per il Cavaliere è importante “non polemizzare con quelli del Nuovo
centrodestra, perchè con i litigi in tv non si va da nessuna parte, così si danneggia l’immagine del centrodestra”.
Il ‘ricatto’ invece è legato al Mattarellum. Già , perchè in caso di un ritorno al sistema elettorale precedente al Porcellum, “Forza Italia potrebbe decidere di presentarsi da sola al prossimo voto” politico.
Una minaccia legata ai numeri degli alfaniani, costretti a contarsi dal giorno della scissione interna al Pdl e che secondo la base di Fi “da soli rischiano di fare la fine dei Fratelli d’Italia”.
Ai suoi fedelissimi, tuttavia, più avanti, Berlusconi torna a dire: “La giustizia non è un problema solo di Silvio Berlusconi”, i “giudici sono fuori controllo, è stato calpestato lo Stato di diritto”.
E poi: “La mia decadenza è un colpo di Stato. All’estero nessuno riesce a spiegarselo. Dobbiamo portare avanti una battaglia per la libertà . La magistratura calpesta lo stato di diritto ed è diventata un partito politico. E’ dai tempi di Togliatti che hanno imparato a presidiare tutto, dalla scuola alla giustizia”.
Ma ancora: “L’articolo 68 della costituzione sull’immunità  parlamentare garantiva il lavoro del parlamento e la magistratura non interveniva in politica e nelle istituzioni”.
Poi torna sui suoi processi – che il Pd bolla in diretta come “follia ossessiva” – a cominciare dal caso De Gregorio nell’ambito dell’inchiesta di Napoli dove è accusato della compravendita di alcuni senatori: “Non abbiamo mai pagato nessuno per fare politica…”.
Nessun accenno all’ipotesi di tentare di presentarsi alle elezioni europee all’estero (Bulgaria o Ungheria).
Per stasera è tutto.

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RIFORMA INDICE ISEE, COSA CAMBIA: PESERANNO DI PIU’ CASA E PATRIMONIO

Dicembre 4th, 2013 Riccardo Fucile

DETRAZIONI PER AFFITTO, DISABILI E FIGLI A CARICO

COS’E’
L’Isee serve a valutare la situazione economica dei nuclei familiari per regolare l’accesso alle prestazioni (in moneta e servizi) sociali e sociosanitarie erogate dai vari livelli di Governo (dalla mensa scolastica alle tasse universitarie).
Serve per fissare tariffe differenziate oppure per la fissazione di soglie oltre le quali non è ammesso l’accesso alle prestazioni.
Nel 2012 sono state presentate 6,5 milioni di dichiarazioni sostitutive uniche (dsu) corrispondenti a più di 5,8 milioni di famiglie (il 30% del totale)
LE NOVITA’
La riforma prevede la ridefinizione del reddito disponibile (includerà  anche somme fiscalmente esenti come ad esempio le pensioni di invalidità ), la valorizzazione maggiore della componente patrimoniale (maggior peso per la casa e minore franchigia per la componente mobiliare) ma tiene anche conto delle caratteristiche dei nuclei familiari con carichi particolarmente gravosi, come l’avere tre o più figli o persone con disabilità  a carico.
La riforma riduce l’area dell’autodichiarazione consentendo di rafforzare i controlli e ridurre le situazioni di accesso indebito alle prestazioni agevolate
LA CASA
Con riferimento agli immobili, si considera patrimonio solo il valore della casa che eccede il valore del mutuo ancora in essere, mentre viene riservato un trattamento particolare alla prima casa.
La franchigia sul patrimonio mobiliare è ridotta a 6.000 euro, con un aumento di 2.000 euro per ogni componente del nucleo familiare successivo al primo, fino a un massimo di 10.000 euro.
Questa soglia è incrementata di 1.000 euro per ogni figlio componente il nucleo familiare successivo al secondo.

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I BLACK BLOC CAMBIANO NOME: PER LA SANTANCHE’ DIVENTANO BLACK BOX

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

A MARGINE DELLA SENTENZA CHE L’HA VISTA CONDANNATA A 4 GIORNI DI ARRESTO PER LA MANIFESTAZIONE ANTI-BURKA, SPOPOLA SUL WEB LA GAFFE DELLA PITONESSA

“E’ proprio vero che la legge è uguale per tutti, ho ricevuto lo stesso trattamento che hanno ricevuto i centri sociali, i no Tav e i black box”.
Daniela Santanchè furiosa dopo la condanna ricevuta per manifestazione non autorizzata, dimentica il nome dei “devastatori urbani” e consegna alle Tv che raccoglievano le sue reazioni alla sentenza, una chicca che spopola sul web, inventando la nuova categoria di black box, una via di mezzo tra gli attivisti no global e i pacchi in consegna da parte dei corrieri.
Ricordiamo che nella sua veste di imputata il giudice monocratico l’ha condannata a 4 giorni di arresto e a cento euro di ammenda, con il riconoscimento delle attenuanti generiche: la pena che è stata commutata in un’ammenda di 1.100 euro.
La richiesta di pena formulata dal pubblico ministero era stata di un mese di arresto e 100 euro di multa.
Nelle sue vesti di parte offesa, invece, a suo favore il giudice ha disposto un risarcimento di diecimila euro che dovrà  versarle El Badry, a sua volta condannato anche a una multa di 2.500 euro per il reato di lesioni.
Per lui il pm aveva chiesto un’ammenda di 2mila euro.

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VIOLANTE HA SBAGLIATO PARTITO: “IL PD DOVEVA DIFENDERE I DIRITTI DI BERLUSCONI”

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

IL CAVALIERE INVECE HA IL DISCO ROTTO: “COME POSSONO GLI ALFANIANI COLLABORARE CON CHI MI HA UCCISO POLITICAMENTE?”

“Un partito come il Pd che non è capace di garantire i diritti dei suoi avversari non è credibile“. Queste parole non sono state pronunciate da un “falco” di Forza Italia, ma da Luciano Violante, esponente dello stesso Partito democratico.
“Silvio Berlusconi aveva il diritto di difendersi davanti alla giunta per le immunità  del Senato”, ha aggiunto l’ex presidente della Camera, intervenendo alla presentazione di un libro all’Università  Luiss insieme al ministro per le Riforme Gaetano Quagliariello.
Un concetto, quello del diritto alla difesa del Cavaliere, che l’esponente democrat aveva già  espresso in passato e che ribadisce con forza una volta chiusa la questione decadenza.
“E’ grave che alcuni senatori del Pd abbiano espresso il loro orientamento prima di aver consultato tutti i documenti a loro disposizione”.
Secondo Violante, il berlusconismo “ha contagiato la sinistra nel senso che è stato anteposta la rivincita sull’avversario rispetto al dato programmatico che consente agli elettori di fare una scelta politica. Si tratta di una visione distorta della politica perchè l’unico problema è vincere, mentre una classe dirigente che si candida al governo deve sapere che si tratta di un onore, non di un privilegio”.
E se la decadenza di Berlusconi crea tensioni a sinistra, figuriamoci sull’altro versante del Parlamento. “Non capisco come i nostri amici possano collaborare con chi ha ucciso politicamente il loro leader, la gente li ha già  giudicati”, è stata la stoccata lanciata dall’ex premier nei confronti del Nuovo Centrodestra.
E anzi, ipotizza un futuro senza Alfano come alleato: “Se ci sarà  il ritorno al Mattarellum potremo andare da soli”.
“Al Senato, il giorno del voto sulla mia decadenza, c’è stato un colpo di Stato“, ha rincarato la dose il Cavaliere, parlando all’assemblea dei gruppi di Forza Italia. Berlusconi ha tirato fuori anche un suo pezzo forte, l’attacco contro Magistratura Democratica: “Le tesi estremiste non fanno bene, ricordiamo come si arrivò alle brigate rosse. La P2 era un’accolita di illusi, mentre questi sono organizzati per scalare potere, ruoli, posizioni”.
Ma da Forza Italia smentiscono che le frasi su Magistratura Democratica riportate dalle agenzie di stampa corrispondano a quelle effettivamente pronunciate.

(da “La Repubblica“)

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SICILIA, IL DIRIGENTE SENZA DIPENDENTI CHE SI DA’ GLI ORDINI DA SOLO

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

ALLE DIPENDENZE DELLA REGIONE I DIRIGENTI SONO 1.818, UNO OGNI 9 LAVORATORI… NELLE ALTRE REGIONI A STATUTO SPECIALE SONO 1 OGNI 19

Per quanto il fatto possa risultare incredibile, c’è qualcosa che lascia attoniti ancora più del numero. Già  di per sè, come viene sempre ricordato, spaventoso.
Sbigottisce che uno dei 1.776 dirigenti della Regione Siciliana, numero paragonabile alla somma di tutti i papaveri di tutte le quindici Regioni a statuto ordinario, diriga soltanto se stesso.
Si trova nel paradiso di Pantelleria, ed è l’unico dipendente del Parco archeologico.
Dirigente con le mostrine sul petto.
Al pari del suo collega di un altro parco archeologico siciliano, quello di Morgantina. Idem alla «Sezione operativa di assistenza tecnica» dell’assessorato all’Agricoltura, ufficio di Buseto Palazzolo.
Anche questi danno il loro onesto per quanto piccolo contributo ad alzare la media. Perchè con 17.531 dipendenti a tempo indeterminato, compresi i 1.776 dirigenti (cui se ne devono aggiungere altri 41 esterni, per un totale di 1.818), la Regione siciliana è come un esercito con meno di nove soldati semplici per ogni ufficiale.
Un rapporto abnorme. Come dimostra la media di un dirigente ogni 19 dipendenti che si registra nel complesso di tutte le Regioni a statuto speciale, nessuna delle quali è mai stata particolarmente tirchia nella distribuzione dei galloni.
Ma nella relazione sul personale messo a punto dagli uffici di palazzo dei Normanni il sito internet LiveSicilia ha scovato decine e decine di altre perle.
Per esempio, il numero dei dipendenti regionali di stanza a Palermo: 7.647, il doppio degli impiegati di tutta la regione Lombardia.
Per esempio, gli stipendi che vengono pagati per l’ispettorato regionale del lavoro di Castelvetrano, in Provincia di Trapani: 77, contro i 17 di Marsala, che ha due volte e mezzo i suoi abitanti.
Per esempio, le dimensioni dell’ufficio legale della regione: 102 avvocati.
E che dire dell’affollamento dei musei? Affollamento non di visitatori, s’intende, quanto di custodi e impiegati.
Al «Pirandello» di Agrigento ce ne sono 66. Ben sessantotto, invece, sono al «Pietro Griffo». Mentre il museo «Alessi» di Enna si accontenta di 55 persone, esattamente come il «Piepoli» di Enna.
Numeri che ovviamente si devono aggiungere alle 244 buste paga del dipartimento dei Beni culturali. Ancora.
Il dipartimento «Acque e rifiuti» ha 511 dipendenti. Al Corpo forestale se ne contano 480. Al dipartimento del Bilancio, 229. All’Ambiente, 220: uno in più rispetto al dipartimento «Interventi strutturali in agricoltura».
Per non parlare delle 127 (centoventisette) persone dell’autoparco regionale.
E qui è in discussione soltanto una parte dei dipendenti della Regione siciliana, che in realtà  sono molti di più, anche senza voler considerare l’assistenzialismo puro e semplice.
Ovvero quei 28 mila lavoratori precari stipendiati formalmente dall’ente ma che sono in forza ai Comuni.
Ai 17.531 lavoratori fissi si deve infatti aggiungere il personale esterno e a tempo, che porta il totale, dice la Corte dei conti, a 20.213 unità .
Ci sono poi i dipendenti delle società  partecipate: circa 7 mila. E lì si apre un altro capitolo.
A onor del vero, bisogna precisare che il numero degli stipendi pagati dalla Regione sta lentamente diminuendo.
In compenso, però, aumentano le pensioni, che escono pur sempre dalle casse regionali. Soltanto lo scorso anno ne sono state liquidate 580 nuove di zecca.
Con il risultato che al 31 dicembre gli assegni previdenziali erogati dall’amministrazione di palazzo dei Normanni erano 16.377.
Delle 580 di cui sopra ben 365, cioè quasi i due terzi del totale, erano pensioni particolari.
Concesse cioè in base a una normativa che sarebbe stata archiviata con decorrenza primo gennaio successivo, grazie alla quale era consentito ai dipendenti di pensionarsi a qualunque età  avendo un genitore disabile.
Prima che la tagliola calasse, ne hanno approfittato dunque in 365.
Uno al giorno.

(da “il Corriere della Sera”)

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PESCARA, LA GIUNTA CHE SI VANTAVA “STOP AGLI ALLAGAMENTI, IMPEGNO MANTENUTO” ANNEGA NELLA SUA PRESUNZIONE

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

L’INTERVENTO DEL CONS. COM. RENATO RANIERI: “DI FRONTE ALLA PREVISIONE DI ABBONDANTI PIOGGE, IL SINDACO PENSAVA DI AFFRONTARE IL PROBLEMA “TAGLIANDO LE ERBACCE”

Kahlil Gibran diceva “La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia”, un concetto che dovrebbe servire da traccia per gli amministratori locali quando compiono le proprie scelte, soprattutto in riferimento non tanto al modo di limitare i danni, quanto possibilmente a come evitarli.
Pescara, in questi giorni, ha subito la violenza della forza della natura, con gli stessi lutti, con le medesime tragiche conseguenze che vediamo abbattersi su ogni località  del nostro “bel paese” ogni qual volta si verifica una forte pioggia o nevicata.
Non voglio entrare nella polemica se e come gli allagamenti potessero essere evitati, sarebbe troppo facile, ma sicuramente erano stati previsti.
Il Sindaco e la sua Giunta sapevano dei forti fenomeni atmosferici, gli stessi, che di fatto, nella loro indifferenza e superficialità  più totale, hanno messo in ginocchio interi quartieri e distrutto attività  commerciali.
Emblema della preventiva superficialità  sono i comunicati stampa emanati dal Comune il giorno precedente ai tragici fatti, l’ 1 dicembre.
Il primo di allerta massima per le previste abbondanti piogge, il secondo di avviso di falciatura delle erbe dai tombini e manutenzione delle strade.
Come si fa a annunciare interventi di routine del genere sapendo che il giorno dopo avrebbe piovuto così forte?
Le questioni sono due.
O si è voluto comunque annunciare degli interventi per scopi elettorali o si pensava che le piogge non avrebbero causato disagi.
Purtroppo la morte della donna nel sottopasso fa capire che la prevenzione non c’è stata, che davvero qualcuno pensava di andare a tagliare le erbacce per la città  e che le continue avvisaglie della Protezione Civile fossero semplici ed ordinarie previsioni del tempo.
Nessuno che abbia pensato di chiudere il sottopasso in tempo…
Dopo l’acqua, da oggi si iniziano a contare i danni.
Quei danni che ora i cittadini dovranno pagare oltre alle imminenti tasse Comunali che rischiano di aumentare a causa di chi doveva evitare tutto ciò ma che, invece, ha speso inutilmente milioni di euro pubblici in interventi sbagliati.
E i manifesti elettorali del sindaco “Stop agli allagamenti. Il governo dei fatti. Impegno mantenuto” suonano oggi come una tragica comparsata.

Renato Ranieri
Cons. Comunale Pescara – Gruppo “Blu per l’Italia”
Presidente Commissione Finanze Comune di Pescara

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ECCO PERCHE’ BERLUSCONI NON POTRA’ CANDIDARSI ALLE EUROPEE IN UN ALTRO STATO DELL’UNIONE

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

LA DIRETTIVA 93/109/CE, PROPRIO PER EVITARE STRATAGEMMI, RICHIEDE UN ATTESTATO AL PAESE DI ORIGINE IN CUI SI CERTIFICHI CHE NON E’ VENUTA MENO L’ELEGGIBILITA’ DEL CANDIDATO

Negli ultimi giorni molto si è scritto sulla possibilità  che Silvio Berlusconi possa presentarsi candidato alle elezioni europee in un altro Stato membro dell’Unione (si parla di Ungheria, Bulgaria ed Estonia): un sistema per riacquistare l’immunità  che lo preserverebbe da eventuali provvedimenti restrittivi della libertà  personale.
Alla base sarebbe necessario fare acquisire a Berlusconi la residenza in uno Stato dell’U.E. ed ivi candidarlo al Parlamento europeo, così da eludere i rigori della legislazione italiana.
Com’è noto, infatti, ogni cittadino dell’U.E. ha diritto di candidarsi al Parlamento europeo in qualunque Stato dell’Unione abbia la residenza.
A un attento esame della normativa vgente in realtà  la strada sarebbe sbarrata, e non solo perchè il requisito della residenza sarebbe già  di per sè di difficile acquisizione per una persona priva di passaporto.
La disciplina europea (direttiva 93/109/CE del Consiglio del 6 dicembre 1993), paventando un simile stratagemma, infatti, prevede che il cittadino dell’U.E. che vuole candidarsi in uno Stato membro di residenza di cui non ha cittadinanza deve, a pena d’inammissibilità , presentare “un attestato delle autorità  amministrative competenti dello Stato d’origine che certifichi che egli non è decaduto dal diritto di eleggibilità  in tale Stato o che a dette autorità  non risulta che il cittadino sia decaduto da tale diritto” (art. 10.2).
A tal fine lo Stato membro di residenza è tenuto a verificare “che il cittadino dell’Unione che abbia manifestato l’intenzione di esercitare il proprio diritto di eleggibilità  non sia decaduto da tale diritto nello Stato membro d’origine per effetto di una decisione giudiziaria individuale o di una decisione amministrativa, purchè quest’ultima possa essere oggetto di ricorso giurisdizionale” (art. 6.2).
Due tentativi il cui esito positivo, dunque, appare altamente improbabile.

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A ISOLA CAPO RIZZUTO CROLLA L’IPOCRISIA: “LIBERA” CHE FARA?

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

“DOPO L’ARRESTO DEL SINDACO “ANTIMAFIA” E’ TEMPO DI DENUNCIARE CHI USA L’ANTIMAFIA PER COSTRUIRSI UNA PATENTE DI CREDIBILITA'”: LA PROPOSTA DELLA “CASA DELLA LEGALITA'”

La ‘ndrangheta, come ogni altra organizzazione mafiosa, sia Cosa Nostra o Camorra, ha capito da tempo che deve saper “fare antimafia”.
Ciò soprattutto attraverso i politici, gli amministratori pubblici. A volte anche con associazioni, comitati e gruppi che si professano antimafia su un particolare territorio. Usare “l’antimafia” per costruirsi patentini di credibilità . Usare “l’antimafia” per salvaguardare i propri sporchi interessi.
Questo è un elemento che se si vuole fare antimafia sul serio, nel concreto, dal punto di vista sociale, culturale, nella cosiddetta “società  civile”, non si può ignorare. €
Se lo si ignora si rischia di generare mostri. Di farsi, più o meno consapevolmente, strumento delle organizzazioni mafiose per perseguire i propri affari.
Più volte noi abbiamo denunciato il rischio di “accreditare” con patentini antimafia soggetti, a partire da politici ed amministratori pubblici, che di antimafia non avevano proprio nulla, ed anzi vedevano la presenza di pesanti ombre se non ben altro di peggio.
Questo mettere in guardia, questo indicare alcuni casi verificatisi, è stato inutile. La risposta, ad esempio, di “Libera” è stata quella di querelarci…
Dopo i fatti di Isola Capo Rizzuto, dell’ex sindaco Carolina Girasole, arrestata questa mattina per i legami con la cosca degli Arena finalizzati alla sua elezione, quella stessa Girasole eretta da Libera a “simbolo dell’antimafia” in Calabria, se Libera vuole fare quel bagno di umiltà  che suggerivamo recentemente e sedersi ad un tavolo con gli “altri” dell’antimafia, per cambiare radicalmente ed eliminando certe storture, noi siamo disponibili, come pensiamo lo siano anche altri.
Garantire alle strutture che fanno “antimafia” gli anticorpi necessari ad evitare contiguità  con i contigui, e collaborazioni con soggetti tutt’altro che limpidi ed in certi casi complici veri e propri delle mafie, è un dovere, crediamo, a cui non ci si può sottrarre.
Così come crediamo sia da considerare un dovere il rifiutare finanziamenti da chi non è trasparente o coerente, come anche eviatare di ‘”abbracciare” strutture o singoli che è opportuno tenere (e, nel caso, mettere) ben alla larga.
Libera ha querelato noi ed altri che hanno osato indicare il problema. Con il blocco politico-economico con cui ha scelto di operare, facendosi “di parte”, ha cercato di annientare, isolare e delegittimare chi osava non allinearsi indicando certe incongruenze, come, ad esempio, l’accettare finanziamenti da chi limpido non era. Crediamo che quanto accaduto ora imponga davvero un cambio di passo.
Noi, per gli attacchi e gli insulti subiti (tutti documentati) non abbiamo mai fatto querela a Libera ed ai suoi esponenti. Non dobbiamo quindi da sotterrare alcuna “ascia di guerra”.
Se loro vogliono ritirare la querela contro di noi, perchè si era osato metterli in guardia indicando certe storture, noi accetteremo la remissione e saremo a quel punto pronti ad un dialogo e confronto costruttivo che è quello che, da sempre, abbiamo auspicato, nel solo interesse, lo ripetiamo, dell’eliminare le storture utili alla mafia e non certo all’antimafia.
Ma attenzione: un dialogo e confronto serio aperto a tutti, non solo a noi, ma anche agli altri che in questi anni sono stati messi al bando da Libera, che ha preferito tenere rapporti con certi amministratori pubblici e politici, nonchè anche con certi meccanismi assai discutibili.
La pari dignità  deve essere la base perchè anche da questo approccio passa l’assunzione di corresponsabilità  che impone a tutti, senza esclusione alcuna, di fare la propria parte per evitare lo “stupro” dell’antimafia.
Ognuno di noi ha propri metodi di lavoro e di azione, in alcuni casi molto diversi, anche radicalmente diversi. Ognuno di noi ha convinzioni diverse, ad esempio, anche sulla gestione dei beni confiscati, che noi vediamo viziata di troppe storture dettate dalla sete di business e viziate da un pericolo clientelismo.
Noi non vogliamo imporre il nostro punto di vista, il nostro essere, ad altri.
Ma confrontarsi, in un Paese civile, nelle differenze, anche con toni accesi, dovrebbe essere la prassi. Rispettarsi dovrebbe essere la norma.
Si voleva dipingere Libera come un santuario imbiancato che non sbaglia mai. Non lo è. Tutti sbagliano. Tutti sbagliamo.
Si è assistito ad una volontà  di isolare, delegittimare ed annientare chiunque fosse “altro” da Libera. Si è posto sul banco degli imputati chi indicava i problemi, anzichè affrontare e risolvere i problemi indicati.
La questione è accettare che esistano “altri”. Altri soggetti. Altri metodi. Altre convinzioni. Altre sensibilità .
Ascoltandole si possono correggere errori, sbandamenti e superficialità . Si possono quindi evitare conseguenze devastanti che rischiano di spezzare la speranza di tanti ragazzi che credono e vogliono un’antimafia vera e concreta.
Speriamo che con l’ipocrisia caduta a Isola Capo Rizzuto si volti pagina. Questa svolta è necessaria anche per quei ragazzi e quelle ragazze che si sono visti presentare la Girasole – così come, in altri territori, altri soggetti imprensantabili – quale simbolo dell’Antimafia.
C’è chi come noi, svolgendo l’attività  di contrasto alle mafie, sente, da sempre, come primo dovere quello di evitare di essere “usati”, altri hanno chiuso gli occhi e si sono fatti usare, hanno permesso l’abuso della fiducia di tanti.
E’ ora che chi ha chiuso gli occhi li apra.

Casa della Legalita’
Ufficio di Presidenza

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IL TAGLIO ALLE PROVINCE RISCHIA LA MORTE IN CULLA

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

LA RELATRICE (DI FORZA ITALIA) SI DIMETTE, LA RAGIONERIA HA DUBBI E NCD STA VALUTANDO

Doveva essere il primo spiraglio di luce sull’abolizione delle province. Rischia ancora la morte in culla, tra dubbi di incostituzionalità  e di generare ulteriori costi anzichè risparmi. Certo sarà  il primo banco di prova dei nuovi squilibri che attraversano parlamento e governo.
Comunque sia è iniziata in salita ieri alla Camera la discussione generale sul fantomatico “riordino” degli enti dopo che Forza Italia ha annunciato l’intenzione di votare contro, togliendo definitivamente il proprio appoggio al testo elaborato dal ministro per gli Affari regionali e le Autonomie Graziano Delrio.
Il relatore di maggioranza Elena Centemero (Fi) si è dimessa dall’incarico, celebrando di fatto il primo atto parlamentare di rottura tra ex alleati di larghe intese e il passaggio all’opposizione dei berlusconiani.
A stretto giro arriva anche il no, scontato, della Lega e perfino qualche settore di Ncd mostra reticenze anche se diversi esponenti assicurano di tener fede all’impegno.
Nessuna apertura dai Cinque Stelle che parlano apertamente di “farsa e di finta abolizione”.
Parla di “requiem” della riforma del titolo V Arcangelo Sannicandro di Sel.
Mercoledì la discussione va avanti ma visti gli ultimi sviluppi non è escluso che Pd e governo restino col cerino in mano e il voto, calendarizzato per giovedì, possa riservare ancora sorprese.
Alla fine della discussione Delrio, che ci ha messo la faccia, non nasconde il rischio che, se salta tutto, tocca ripartire da zero. Di nuovo.
Qualcuno, distratto, potrebbe restare sorpreso: ma come, se ne parla da anni e siamo ancora all’inizio della discussione e con la riforma ancora in mezzo alle onde?
Così è, nonostante i fiumi d’inchiostro spesi e le promesse degli ultimi governi.
Vero è che il testo è molto lontano dall’abolizione auspicata per la quale servirà  un disegno di legge costituzionale che è ancora ai blocchi di partenza, vista la bocciatura del “Salva Italia” attrezzato a suo tempo da Monti da parte della Consulta.
La Corte aveva contestato la decretazione d’urgenza per questa materia (e Brunetta ieri ha rilanciato il bastone nell’ingrannaggio presentando una questione pregiuziale sul punto).
E così, tra veti incrociati e aporie costituzionali, ha preso quota la soluzione intermedia del ddl Delrio che demansiona le province ma non le cancella.
Per il momento — se l’iter andrà  avanti — la riforma riduce le loro funzioni, le rende enti di “area vasta” con funzioni di coordinamento. I consiglieri provinciali non verrano più eletti direttamente dai cittadini, ma fra i Comuni stessi.
Di più, per ora, non si poteva.
Raggiungere un testo condiviso in commissione, sostiene chi è intervenuto ieri, è stato già  un calvario. Anche perchè, va ricordato, il tempo stringe.
Con un emendamento in Senato alla legge di stabilità  è stata prorogata fino al 30 giugno la scadenza naurale di 54 province.
Anche qui sta il nodo politico, difficile da confessare, che farà  la differenza giovedì.
Il vicepremier Angelino Alfano, per dire, da Padova aveva ammonito: “Non è che aboliamo le Province per creare degli enti di secondo livello in cui vince a tavolino la sinistra e non accetteremo mai di mandare a casa i presidenti di centrodestra nelle aree metropolitane per sostituirli con i sindaci dei relativi capoluoghi, tutti di sinistra”.
Mentre Roberto Formigoni ieri ha ribadito: “Noi siamo per l’abolizione totale. Punto”.
Il Pd che non si aspetta scherzi mette comunque le mani avanti: “Sarebbe ben strano se Ncd che con 5 ministri del governo ha approvato il testo ora si tirasse indietro”, dice Matteo Richetti.
Resta da chiarire se la riforma porterà  risparmi. Un sospetto che ha trovato addentellati importanti nella bocciatura della Corte dei Conti che ha manifestato dubbi sugli effetti determinati dal temporaneo passaggio di funzioni dalle province alle città  metropolitane. Il ministro Delrio ha ribadito ieri che “certamente sulle funzioni generali di amministrazione e controllo che oggi valgono due miliardi e qualche decina di milioni di euro e che solo per 900 milioni di euro sono a carico del personale potremo fare grandi risparmi”.
Ma dai banchi dell’opposizione le cifre vengono contestate. Dalila Nesci (M5S), sostiene che lo “svuota province” sia un pallido ricordo delle promesse di abolizione.
L’Unione delle Province, il rischio che la misura-cuscinetto comporti addirittura più costi, rilevando come da tre città  metropolitane si sia passati a 10 nel testo del governo e poi 15, con non precisate ricadute in termini di finanze pubbliche.
Ieri , per dire, alla notizia che Catania poteva saltare Enzo Bianco è volato a Roma per perorare la causa e ricevere assicurazioni.
Nelle stesse ore c’è stato anche il giallo sul parere che la Ragioneria Generale dello Stato ha fornito alla Commissione bilancio circa le necessarie coperture rispetto al patto di stabilità  interno.
Ma a stretto giro è arrivato il nullaosta dalla commissione Affari Costituzionali.
E dunque si procede tra i dubbi.

Thomas Mackinson
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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