Maggio 5th, 2014 Riccardo Fucile
“LO STATO ALL’OLIMPICO C’ERA E HA PERMESSO CHE QUELL’INDIVIDUO INNEGGIASSE ALLA LIBERTA’ DI UN ASSASSINO”… “MIA FIGLIA MI HA DETTO: BASTA, ME NE VOGLIO ANDARE DALL’ITALIA”
“Ho acceso il televisore, ho visto quel soggetto che indossava la maglietta ‘Spaziale
libero’. Il tempo è tornato indietro di 8 anni quando non vendendo Filippo rientrare per cena accesi il televisore e ascoltai in diretta la notizia della sua morte.
Al funerale mio figlio, Alessio di 8 anni, ha indossato i gradi del padre per dimostrare che il suo onore sarebbe divenuto suo. E da quel giorno è iniziato il calvario giudiziario durato 8 anni. Ho seguito due processi perchè a differenza di Micale, a Spaziale mancavano 6 mesi per diventare maggiorenne ed è stato giudicato dal Tribunale dei Minori. Era come se tutto venisse rinnegato da quell’immagine”.
Marisa Grasso, 40 anni, è la vedova dell’ispettore Filippo Raciti ucciso il 2 febbraio del 2007 durante gli scontri nel derby di serie A tra Catania e Palermo mentre tentava di impedire che gli ultrà locali entrassero in contatto con gli ospiti palermitani.
Per omicidio preterintenzionale sono stati condannati a 8 anni Antonino Speziale e a 11 anni Daniele Micale.
Un oltraggio alla memoria di suo marito.
“Certo. Mia figlia che oggi ha 23 anni e studia Giurisprudenza mi ha detto: “Mamma io me ne voglio andare dall’Italia, non ci sto bene, le cose non cambiano perchè devo stare qui a soffrire?”. Ho pensato ai tanti giovani che incontro nelle scuole, nelle parrocchie, nei club delle tifoserie di tutta Italia dove, da volontaria, vado a insegnare legalità e mi sono detta: a cosa servono le parole se questi sono gli esempi di rappresenta le Istituzioni? Lo Stato c’era all’Olimpico e ha permesso che quel soggetto inneggiasse alla libertà di uno degli assassini di mio marito.
C’era il Premier Renzi, il Presidente del Senato Grasso. Nessuno le ha telefonato?
Sì, ieri mi ha chiamata Renzi, il Ministro dell’Interno Alfano, il portavoce del Presidente del Senato. Renzi si è scusato dicendo che non ha visto in tempo reale, ha promesso che si informerà e mi farà sapere. Tutti dispiaciuti ma a me non basta, io voglio sapere se quel soggetto è tornato a casa liberamente, quali provvedimenti adotteranno affinchè una simile vergogna non si ripeta. Per quanto una telefonata di solidarietà possa essere gradita, non cancella ciò che è stato permesso. Gli onesti non debbono subire, debbono pretendere il rispetto delle regole. Sto ricevendo manifestazioni di sdegno e di vicinanza da ogni parte d’Italia, mamme che hanno perso figli poliziotti e non solo, figli che hanno perduto i padri. Mio marito nei suoi 21 anni in Polizia ripeteva: i giovani si cibano di esempi e noi dobbiamo sfamarli.
Cosa pensa degli applausi ricevuti dagli agenti condannati per l’omicidio di Aldrovandi dai colleghi del Sap?
Che la divisa va indossata con onore e chi non merita questo onore non deve indossarla per rispetto alla stragrande maggioranza dei poliziotti che ho conosciuto che condividono i valori di mio marito.
Sandra Amurri
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Maggio 5th, 2014 Riccardo Fucile
MA PER LA FEDERAZIONE NON E’ SUCCESSO NULLA
Sabato è stato il giorno in cui i confini della legge — e della liceità della pratica sportiva nel nostro Paese — si sono incarnati nel parlamentino andato in scena allo stadio Olimpico di Roma tra il povero Marek Hamsik, capitano del Napoli, e il nerboruto Genny ‘a carogna, capotifoso partenopeo con maglietta inneggiante all’assassino di un poliziotto.
Testimoni: un paio di silenti funzionari (forse del Napoli, forse della sicurezza).
Coro greco: gli ultrà campani (con petardi e fumogeni).
Spettatori: le istituzioni della Repubblica — il presidente del Consiglio Matteo Renzi, quello del Senato Piero Grasso, una pletore di seconde e terze file del potere — a guardare dalla tribuna d’onore, indecisi a tutto, persino ad andarsene davanti allo scempio di quanto rappresentano (ma Grasso avrebbe tanto voluto, ha scritto su Facebook).
Se sabato è il giorno del ministro Genny e del prefetto Marek, domenica è quello della coda di paglia istituzionale: non siamo nemmeno all’esprit de l’escalier — quello di chi trova la risposta puntuta solo quando è sulle scale di casa — ma al tentativo di rimozione dei fatti attraverso una tecnica che, per rimanere alla metafora calcistica, si potrebbe definire “buttare la palla in tribuna”.
Comincia, di mattina, il Questore di Roma, Massimo Maria Mazza: “Non c’è stata nessuna trattativa tra Stato e ultrà per far giocare Napoli-Fiorentina, i 45 minuti di ritardo sono dovuti al fatto che la società campana ci ha chiesto tempo per far riscaldare i calciatori”.
Superiori esigenze atletiche, insomma. Ma non solo: c’era pure quel problema che “si stava diffondendo la notizia che il ragazzo ferito fosse morto” e “i tifosi hanno chiesto di avere un colloquio coi giocatori per avere informazioni”.
E così, invece di un annuncio dall’altoparlante, c’è stato il colloquio tra il buon Gennaro e Hamsik, il quale — interrotto il riscaldamento — s’è subito informato sul referto clinico di Ciro Esposito.
I telespettatori, per sovrammercato, hanno potuto godersi la maglietta “Speziale libero” del capo tifoso.
Quanto alla gestione dell’ordine pubblico, dice Mazza senza accenno di sorriso, “è andato tutto molto bene”.
Seguiamo il ragionamento del Questore: alla fine s’è giocato (in ritardo, per carità , ma non è colpa nostra); gli scontri tra opposte tifoserie sono stati pochi; le magliette anti-Raciti vabbè, sono sfuggite, pure i petardi e i fumogeni, ma non si può avere tutto.
E la sparatoria? Quello “è stato un fatto imponderabile, fatto da una persona sola che ha agito a volto scoperto a dimostrazione che non si tratta di un agguato premeditato da parte di altre tifoserie”.
Il classico pazzo solitario, insomma, personaggio che apre il secondo atto — per così dire — della sceneggiata con cui già sabato la Questura ha comunicato ai media che la sparatoria non aveva alcun rapporto con la partita. Che la cosa sia stata innescata da odio tra i gruppi ultrà romanisti e napoletani, evidentemente, per il questore non rileva
Una volta che Mazza ha ricostruito i fatti da par suo, ci ha pensato Angelino Alfano a portare la discussione sulla Luna: “Nessuna trattativa tra Stato e ultrà . Non sta nè in cielo nè in terra”, mette a verbale il ministro dell’Interno negando l’evidenza.
Poi, già che c’è, butta lì il suo contributo: “Sto pensando al Daspo a vita, a divieti di accesso a vita allo stadio per chi viola determinati comportamenti. Ci sto veramente pensando”, rimarca come a sottolineare l’enormità della cosa.
Matteo Renzi, invece, non ritiene di intervenire. Il suo gesto simbolico — almeno quanto la sua impotente presenza all’Olimpico — è stato telefonare alla vedova Raciti: idea non originalissima, visto che ieri l’hanno fatto pure Alfano, Grasso e il capo della polizia Pansa.
I sindacati di polizia, comunque, non hanno gradito l’onore del proscenio concesso a Genny e alla sua maglietta: il Sap — quello degli applausi agli agenti condannati per la morte di Aldrovandi — ne ha approfittato per attaccare il capo della polizia e pure il Consap è stato della partita.
Pure la politica ha dato il solito, spiacevole spettacolo da campagna elettorale (Grillo se l’è presa con Renzi, Vendola con Grillo, Gasparri con Renzi e Napolitano ).
Fa eccezione, va detto, la nota di Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Pd: “È una sconfitta complessiva che pesa sul mondo dello sport, su noi che facciamo politica e su tutti i corpi dello Stato”.
Perfetto il riassunto: “Tre tifosi feriti, uno grave, sparatoria, fischi e petardi durante l’inno, la resa di tutto il sistema di sicurezza al benestare dei capi tifosi per l’inizio della partita, un campione del Napoli costretto a 15 minuti di trattativa con gli ultras, petardi in campo di cui uno contro un pompiere”.
Che dire di più?
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 5th, 2014 Riccardo Fucile
E’ VERO, NON C’E’ STATA ALCUNA TRATTATIVA, HA DECISO TUTTO IL FIGLIO DI UN CAMORRISTA
Ha ragione il questore di Roma: “Con gli ultras del Napoli nessuna trattativa”. 
Infatti l’altra sera all’Olimpico ha deciso tutto Gennaro De Tommaso, per gli amici Genny ‘a Carogna, figlio di un camorrista, un arresto per droga e vari Daspo all’attivo, troneggiante a cavalcioni sulla grata fra curva e campo, senza trattare con nessuno.
Non è tipo da negoziati, Genny. È un un riformista decisionista che non conosce mediazioni. Non perde neppure tempo a parlare, anche per oggettivi limiti espressivi. Gli basta gesticolare. E poi parlava per lui la scritta sulla t-shirt nera, inneggiante all’ultrà catanese condannato per l’assassinio del commissario Raciti.
Dunque pendevano tutti dalle sue labbra, a parte i Vip in tribuna Monte Mario che fingevano di non vedere.
Oltre ai presidenti e ai patron di Napoli e Fiorentina e agli eterni padroni del calcio e dello sport specializzati da una vita nell’arte dello struzzo, erano riconoscibili la seconda e la quarta carica dello Stato, cioè i presidenti del Senato Piero Grasso e del Consiglio Matteo Renzi, e la presidente dell’Antimafia Rosi Bindi.
Diversamente dagli altri tifosi, rassicurati da versioni edulcorate della sparatoria per evitare altro sangue, sapevano benissimo che in quei minuti, al Policlinico Gemelli, lottava tra la vita e la morte un ragazzo “sparato” da un altro ultrà , per l’occasione romanista.
Sapevano che la partita si giocava soltanto per motivi di ordine pubblico, cioè per scongiurare una seconda e ancor più grave carneficina.
Vedevano — come tutti, in diretta, in mondovisione — che per giocarla occorreva il nullaosta decisivo di Genny e di tutti quelli come lui, capaci di scatenare l’inferno a un cenno convenuto. Vedevano che la Prefettura, la Questura, la Polizia e le autorità sportive, emblemi di uno Stato impotente e inesistente e di un calcio sotto ricatto permanente, avevano affidato all’energumeno l’ordine pubblico e le loro poltrone.
Sentivano le bordate di fischi all’inno nazionale. Assistevano al lancio di razzi e bombe carta sulle forze dell’ordine e sui vigili del fuoco.
Ma a nessuno è venuto in mente di alzarsi e andarsene, di dissociarsi da quello spettacolo indegno e dimostrare all’Italia, o almeno al resto del mondo, che esiste ancora uno Stato e che la classe politica è un filo migliore di Genny ‘a Carogna.
Invece niente, nemmeno un plissè. Un po’ meno a disagio dei calciatori, le “autorità ” confabulavano, ridacchiavano e consultavano nervosamente gli orologi, in attesa spasmodica di godersi lo spettacolo “sportivo”.
Lo statista Grasso, quello che se Napolitano è fuori diventa capo dello Stato, twittava a scarico di coscienza una frase memorabile, degna di Biscardi: chi ha sparato al ragazzo “non è un tifoso, è un delinquente”. Gliele ha cantate chiare.
Poi, a favore di telecamera, dichiarava: “Sono stato più volte in procinto di abbandonare il campo, ma dobbiamo stabilire se i fatti sono legati alla partita o no, e comunque bisogna fare una riflessione perchè questi episodi in futuro non si ripetano. Spesso il malessere sociale trova in queste occasioni il modo per esplodere in violenza senza senso. Non possiamo accettarlo e bisogna reagire. Il messaggio di Papa Francesco avrebbe dovuto far riflettere, ma se le reazioni sono state queste c’è da riflettere”.
Ecco, lui era in procinto, però ora occorre una riflessione e soprattutto una reazione, e poi il malessere sociale, e Papa Francesco. Certo, come no.
Anche Angelino Jolie, presunto ministro dell’Interno, twitta: “Nessuna trattativa tra Stato e ultras. Come Stato, siamo e saremo in grado garantire l’ordine pubblico”.
Il che, detto da uno che non s’è accorto del sequestro di una dissidente e della sua bimba deciso nel suo ufficio mentre lui era chissà dove, è pienamente coerente.
In un paese decente, dopo quelle scene, salterebbero all’istante il prefetto e il questore di Roma, infatti in Italia non accade nulla.
Qui le massime cariche dello Stato legittimano o coprono la trattativa con la mafia, figurarsi con gli ultras.
Poi ci sono le cosiddette autorità sportive, mummificate. L’eterno Giancarlo Abete, presidente Federcalcio, trova che “il calcio è vittima di situazioni che vanno oltre. Siamo pronti a fare la nostra parte per invertire la tendenza, senza se e senza ma. Riflettiamo sull’idea di dare ai club il potere di vietare a vita lo stadio a certi tifosi”.
Ma certo: a cacciarli dagli stadi dovrebbero essere gli stessi club che foraggiano e vezzeggiano tutti i Genny ‘a Carogna con biglietti omaggio e trasferte gratis, essendone ostaggi spesso in preda alla sindrome di Stoccolma. Le classiche volpi a guardia del pollaio.
Mario Pescante, membro del Cio dopo aver presieduto il Coni degli scandali e fatto il deputato e il sottosegretario allo Sport, non trova di meglio che dare la colpa alla Costituzione: “Occorre più severità , ma quando portai la legge in Parlamento nel 2004, la ritirai frettolosamente per la ribellione trasversale, tra chi invocava la Costituzione, la più bella Costituzione del mondo com’è noto, e chi il garantismo, ed ecco i risultati”.
Signori, pietà : tappatevi la bocca e sparite. Non prima, però, di aver tributato il giusto riconoscimento istituzionale a Genny ‘a Carogna.
È vero, ha inneggiato a un assassino, ma l’han fatto anche un ex premier (con Mangano) e decine di agenti del Sap (con gli omicidi di Aldrovandi).
È vero, ha precedenti penali, ma in Parlamento è in buona compagnia.
In più, diversamente da Alfano, è sempre al posto giusto nel momento giusto. E decide, senza inutili concertazioni, da vero uomo del fare.
La nomina a ministro dell’Interno gli spetta di diritto.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 5th, 2014 Riccardo Fucile
GLI ANELLI DI CONGIUNZIONE TRA TIFOSERIA E CAMORRA
Le vicende accadute allo Stadio Olimpico – dentro e fuori – hanno dell’incredibile, e non semplicemente per il grado di violenza raggiunto.
Genny ‘a carogna è diventato il simbolo mediatico di Napoli-Fiorentina per il suo soprannome buffo e feroce, per le foto che lo ritraggono cavalcioni sulle transenne dello stadio, che ricordano le immagini di Ivan Bogdanov, detto “Ivan il Terribile”, l’ultrà serbo che a Marassi il 12 ottobre 2010 guidò gli scontri che portarono all’interruzione di Italia-Serbia.
Ma la fama di Genny ‘a carogna dipende da altro: è lui che ha evitato una vera e propria rivolta dopo la sparatoria fuori dall’Olimpico.
C’è tutta una parte di società civile e di istituzioni che è stata letteralmente salvata dalle decisioni di Genny ‘a carogna. Perchè la diffusione delle notizie avrebbe potuto far insorgere la tifoseria mettendo a ferro e fuoco una Roma impreparata.
Il questore di Roma, Massimo Mazza, dice che non c’è stata trattativa.
È ovvio che formalmente non è stato chiesto a Genny ‘a carogna se svolgere o meno la partita ma che semplicemente è stato accordato a Marek Hamsik il permesso di informare la curva del Napoli sulla situazione del tifoso ferito, visto che giravano voci che fosse morto.
E dover avvertire un capo ultras del calibro di Genny ‘a carogna non è trattare?
Come se ciò non bastasse, Genny ‘a carogna non sarebbe solo un uomo che ha precedenti per droga e un Daspo, ma è segnalato più volte dai pentiti come una sorta di anello di congiunzione tra camorra e tifoseria.
Emiliano Zapata Misso, che è nipote di Giuseppe Misso, capo storico della camorra napoletana, parla di una tifoseria eterodiretta dai clan e fa riferimento proprio a Genny, che è figlio di Ciro De Tommaso, ritenuto affiliato al clan Misso.
E in passato Genny aveva fatto parte dei Mastifss, i mastini, storico gruppo napoletano. D’improvviso ora ci si accorge che nelle tifoserie organizzate la camorra ha un ruolo importante. Eppure basta leggere le inchieste degli ultimi anni, le dichiarazioni dei pentiti.
Testimonianze che parlano di un altro gruppo ultrà chiamato Rione Sanità , comandato da Gianluca De Marino, non un tifoso qualsiasi, ma il fratello di un membro dell’ala militare del clan Misso.
E potremmo raccontare ancora dei rapporti tra il gruppo Masseria Cardone e il clan Licciardi, o dell’infiltrazione dei Mazzarella nei Fedayn o nelle Teste matte.
Secondo le forze dell’ordine, a sparare a Ciro Esposito, il trentenne di Scampia ora in pericolo di vita, sarebbe stato un ultrà della Roma, Daniele De Santis, detto Gastone.
Le tifoserie romane e laziali non sono libere da pressioni criminali, tutt’altro. Non esiste curva che non raccolga un tifo organizzato in continua dialettica con la criminalità .
Ricordate la scena del nipote di Giuseppe Morabito “U Tiradrittu”, Giuseppe Sculli, durante la partita Genoa-Siena del 22 aprile 2012?
Quando gli ultras del Genoa, per protesta, chiesero ai giocatori di levarsi le magliette, fu Sculli in persona ad andare a mediare con loro. Giuseppe Sculli viene spesso considerato vittima del nonno, capo ‘ndranghetista indiscusso, ma in realtà non ha mai preso le distanza dalle ‘ndrine di San Luca, anzi, ha ribadito in diverse occasioni la fedeltà a suo nonno e al suo sangue
Due anni prima fece discutere la fotografia che ritraeva Antonio Lo Russo, figlio di Salvatore, capo dell’omonimo clan camorristico, a bordo campo al San Paolo di Napoli nel corso della partita Napoli-Fiorentina del 13 marzo 2010.
Lo Russo è appena stato arrestato a Nizza, era latitante e ora attende l’estradizione. Quindi non stupiamoci se si è scelto di andare a parlare (o a trattare, la sostanza cambia poco) con chi ha più potere delle istituzioni in quel contesto, perchè ha una struttura organizzata.
Lo Stato c’era, ma era nascosto dietro le spalle di Hamsik. Il calcio è intoccabile, ogni critica genera tifo, non analisi. Qualsiasi riferimento sembra essere contro una squadra o a favore di un’altra.
Ma gli ultras sono molto più che persone talvolta violente: hanno un ruolo di consenso e di business. Una parte della tifoseria organizzata fa sacrifici e si svena per seguire i propri idoli, ma i vertici cosa fanno? Chi vende hashish, erba e coca?
Ogni domenica gli stadi diventano mercati di droga, teatri di guerra non controllati in cui gli ultras portano bombe carta e bengala.
Eppure questo non si può dire, per la solita, ingenua storia che continuiamo a raccontarci sul calcio che unisce. Al calcio tutto è concesso e tutto è permesso e in un Paese dove la corruzione ha travolto tutto.
L’inchiesta partita da Napoli di Giuseppe Narducci e Filippo Beatrice cercò proprio di individuare i punti di contatto tra calcio corrotto e potere dei clan. Poi tutto si fermò.
Ora, gli ultras dello sport sono i primi ad agire: ma cosa succederà quando gli ultras della rabbia politica si riverseranno nelle strade?
Ci si rivolgerà al Genny ‘a carogna della situazione per non far accadere il peggio?
Il presidente del Senato Pietro Grasso che consegnava le medaglie ha suggellato il senso della serata. Una sparatoria, feriti, bombe carta su calciatori e forze dell’ordine. E le istituzioni consegnano medaglie.
Sapete come si chiama, ad esempio, il presidente della Figc, quell’organo che un ruolo nella riforma del calcio pure avrebbe dovuto averlo? Forse non ne conoscete il nome, ma il volto sì, poichè predilige essere intervistato al termine delle partite della nazionale: nei momenti fatui. Giancarlo Abete, nominato presidente della Figc il 2 aprile 2007, due mesi dopo la morte di Filippo Raciti a Catania.
Da allora sono passati sette anni, un’eternità . Nulla è cambiato e ciò che è accaduto descrive lo stato comatoso dello sport più importante in Italia.
Perchè c’è bisogno di un presidente della Figc se il risultato è questo? Perchè, come sempre in Italia, i vertici non hanno alcuna responsabilità dei fallimenti?
Chiedetevi chi è Giancarlo Abete e quali sono stati i risultati del suo lavoro. Altrimenti De Andrè avrà per sempre ragione e continueremo ad assisteremo inermi all’ennesima occasione in cui lo “Stato si costerna, si indigna e si impegna, poi getta la spugna con gran dignità ”.
Roberto Saviano
(da “La Repubblica“)
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