Maggio 2nd, 2014 Riccardo Fucile
I DETENUTI CON UNA OCCUPAZIONE QUASI SEMPRE NON RIPETONO IL REATO
I rifiuti erano l’oro della camorra, adesso sono il tesoro dei detenuti del carcere napoletano di
Secondigliano.
Ogni mattina trenta reclusi selezionano le bottiglie di plastica, di vetro e le lattine di alluminio raccolte all’interno del penitenziario e in alcuni quartieri della città .
Nelle stesse ore anche dietro i cancelli di Rebibbia avviene l’identica scena. Frammenti di vita quotidiana tra condannati, alcuni con sulle spalle la sentenza “fine pena mai”, che così ottengono dignità e un’occasione di riscossa.
Lavorare dovrebbe essere un loro diritto, non l’eccezione: la strada maestra di quella rieducazione che per la Costituzione resta lo scopo della prigione.
Una missione ignorata: a sei mesi dal suo discorso al Parlamento, Giorgio Napolitano è tornato a chiedere misure urgenti per migliorare le condizioni dei reclusi. E la sentenza della Corte Europea che ha condannato il nostro sistema carcerario impone di dare risposte entro poche settimane. Offrire un impiego ai detenuti in un paese alle prese con una disoccupazione spietata può apparire come un’utopia, in realtà si tratta di una prospettiva sempre più apprezzata.
Anche perchè è l’unica che porta quasi sempre a un reale reinserimento quando si esce dalle mura dei penitenziari.
Più lavoro meno reati
Otto volte su dieci chi ha lavorato durante la detenzione non commette più crimini dopo la scarcerazione. Un risultato doppiamente positivo: quelli che non hanno questa opportunità , nell’80 per cento dei casi ricominciano a vivere di reati. Insomma, è la soluzione ideale. Ma per pochi. «Solo il 5 per cento lavora», spiega a “l’Espresso” Giovanni Tamburino, capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, «purtroppo il livello è ancora molto basso ma puntiamo a raddoppiarlo per il prossimo anno. Contiamo di creare duemila nuovi posti aumentando le assunzioni da parte delle cooperative sociali e delle aziende private e grazie alle convenzioni con gli enti locali per i lavori di pubblica utilità . Infine, potremo garantirne altri con gli impieghi per la manutenzione all’interno degli istituti di pena». Le statistiche sono spietate. Nelle carceri vivono 61.449 persone, ma soltanto 14 mila hanno una qualche occupazione. Di questi, solo un quinto ha un vero contratto con aziende o cooperative: più di novemila si occupano delle attività interne ossia fanno i portantini, i magazzinieri, i cuochi. Dieci anni fa la situazione era di gran lunga peggiore: i reclusi con un impiego retribuito erano 644. A farli quadruplicare è stata una legge speciale, “la Smuraglia”, che concede sgravi fiscali e contributivi agli imprenditori che li ingaggiano.
Nel 2013 è stata un’opportunità colta da 150 tra aziende e coop, che hanno assunto 1280 detenuti.
Si sono creati posti in tutti i settori: dall’agricoltura al tessile, dalla ristorazione all’informatica. Una ditta metalmeccanica di Bologna ha selezionato nell’istituto cittadino ben 16 part time.
Eppur si muove
Il fondo per incentivare i contratti negli ultimi due anni ha avuto a disposizione 20 milioni, calati a cinque nel 2014. Briciole, rispetto alla massa di persone costrette all’inattività nelle celle, che restano comunque una risorsa importante in una stagione di tagli feroci. Altre iniziative sono in cantiere.
Rita Ghedini del Pd ha appena presentato un disegno di legge che aumenta i vantaggi per chi assume i detenuti, con una previsione di spesa di quattro milioni annui. È già operativo invece il protocollo firmato tra il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Legacoopsociali e Confcooperative. «L’accordo ha permesso di avviare nuove esperienze», spiega Giuseppe Guarini portavoce dell’Alleanza Cooperative Sociali e presidente di Federsolidarietà (Confcooperative).
«E di dettare delle linee guida per diffondere le buone pratiche di alcuni istituti», continua. Guarini è al vertice di una rete di 150 cooperative, presenti nella metà delle carceri del Paese, che hanno dato occupazione a 1.500 detenuti.
Del network fa parte “Libera Mensa”, che ne impiega più di trenta: sotto la guida di cuochi professionisti, preparano piatti con prodotti del territorio e organizzano catering in matrimoni, congressi, riunioni di affari e cene private.
Tutto rigorosamente “fatto in casa”, nel carcere della Vallette di Torino. Dà lavoro anche agli stranieri reclusi, molti dei quali però non hanno il permesso di soggiorno. «Ed è un problema», denuncia Piero Parente responsabile della cooperativa, «perchè due nostri ottimi collaboratori, uno marocchino e uno albanese, esaurita la pena hanno dovuto lasciare il Paese».
Dal Piemonte alla Sicilia, passando per Umbria e Lazio proliferano esperienze di questo genere con nomi ispirati ironicamente al desiderio di fuga: una libertà però ottenuta con il sudore della fronte e non con rocambolesche evasioni.
A Ragusa la neonata “Sprigioniamo sapori” occupa tre detenuti. Producono dolci di mandorla e torroni tipici dell’isola che vendono in tutta Italia, e a breve partirà anche nel femminile di Catania. A Terni impastano pane e biscotti con il “Forno solidale”.
A Perugia la cooperativa Gulliver coltiva frutta e verdura nel “Podere capanne”.
E poi c’è la produzione di caffè a Pozzuoli, quella della birra artigianale a Saluzzo, le biciclette “Apiedelibero” montate a Firenze Sollicciano. «È ancora uno sviluppo disomogeneo, in alcune carceri è complicato portare a termine i progetti, altri invece sono ben disposti. Per colmare questo gap è necessario avere delle regole comuni da seguire», osserva il presidente di Federsolidarietà .
Ma bastano le “imprese sociali”? C’è chi le ritiene la migliore soluzione. Altri invece credono che per raggiungere numeri significativi serve l’appoggio dei colossi dell’economia nazionale, che con il loro turnover possono garantire la continuità delle mansioni anche dopo la fine della pena.
Obiettivo Società per azioni
«Al momento mancano contatti con grandi aziende, più volte abbiamo tentato di portare dentro il carcere le catene di montaggio», racconta Tamburino, «ma dall’altra parte non c’è mai stata una risposta positiva. In prospettiva posso dire che i nostri sforzi andranno in questa direzione. Per ora in Italia nessuno vuole delocalizzare in carcere. A differenza di quanto avviene in Germania dove a Stoccarda la Mercedes impiega detenuti all’interno degli istituti».
Un tentativo è stato portato avanti con Fiat per la produzione di tergicristalli, ma il progetto si è arenato perchè andrebbe modificata la normativa. Eni invece vuole investire nella formazione dei reclusi per poi assumerli una volta scontata la sentenza. Lo ha fatto con Giuseppe, ex trafficante internazionale di droga, e ha intenzione di proseguire nel progetto. «Dovremmo diffondere queste esperienze anche al dì fuori delle imprese sociali», osserva Giuseppe D’Agostino funzionario del Garante dei detenuti del Lazio. «Solo così sarà possibile crescere. Non sono molte le grandi aziende che conoscono i benefici della Smuraglia. La soluzione è informare di più e meglio rispetto all’utilizzo di questi fondi».
Pronto? Qui Rebibbia
E quelle poche che hanno scelto di investire, con la crisi e le ristrutturazioni hanno tagliato. Come Telecom. Da dicembre, dopo 7 anni, ha chiuso il call center a Rebibbia lasciando in cella ventiquattro operatori che prima rispondevano alle chiamate del 1254.
Ma il merito è stato premiato: visto l’ottimo lavoro svolto, sei della squadra sono stati ricollocati e ora si occupano delle prenotazioni dell’ospedale Bambin Gesù. «Hanno risultati migliori, sono motivati dalla voglia di dimostrare a familiari e società che possono recuperare», sottolinea D’Agostino.
Nella casa circondariale di Civitavecchia c’è un altro esempio virtuoso. Da pochi mesi è attiva una falegnameria. Cinque fabbri assunti dal consorzio Solco – lo stesso dei call center di Rebibbia – si preparano a realizzare porte, laminati, mobili, per committenti esterni.
Puntano in alto, e stanno tentando di proporre a Ikea una collaborazione. «La legge Smuraglia è per noi vitale, ci permette di abbattere della metà il costo del lavoro e di avviare così progetti altrimenti impensabili», racconta Mario Monge, presidente di Solco che riunisce 37 imprese sociali. Tra queste c’è la New Horizons, nata alla fine degli anni 80 come officina meccanica dall’esperienza maturata all’Asinara da un detenuto. Oggi è specializzata nella raccolta dei vestiti usati. Da sei anni si è trasferita nel quartier generale del cassiere della banda della Magliana Enrico Nicoletti confiscato dallo Stato. Quello che era il luogo per antonomasia del romanzo criminale è diventato uno spazio dove ex detenuti e disabili costruiscono il loro futuro. Confrontarsi con la pubblica amministrazione spesso però significa essere pagati dopo un anno o in tempi ancora più lunghi.
Lo sa bene la coop 29 giugno, che dall’alto dell’ultimo fatturato di 60 milioni, vanta crediti per 20: una condanna a morte per le imprese sociali.
Anche la cooperativa Terre di Mezzo opera con per gli enti locali: impiega otto carcerati nella falegnameria delle Vallette e dà una seconda chance ai reclusi dell’istituto minorile di Cagliari. Tra i loro dipendenti c’è un ex trafficante di droga arrestato come socio del calciatore Michele Padovano, considerato un fenomeno nel suo nuovo mestiere di ebanista.
Il lavoro porta risparmio
C’è uno squadrone di 750 detenuti che fa risparmiare allo Stato oltre mezzo miliardodi euro. Si occupa della piccola manutenzione degli istituti e rispetto a operai esterni, che costano al mese 1500 euro al mese, la loro busta paga è la metà .
Questa manodopera low cost è richiesta dai Comuni, che affidano a semiliberi (vedi box qui sopra) la cura del verde, la raccolta dei rifiuti, il portierato e la manutenzione delle strade.
A Palermo la giunta ha firmato il mese scorso un accordo con il ministero per inserire i reclusi in percorsi di occupazione. E nei laboratori tessili femminili c’è grande fermento. Il successo di alcune iniziative – come Made in Jail a Rebibbia, Extraliberi alle Vallette e O’ Press a Marassi – ha spinto a creare anche un certificato etico per abiti e gadget prodotti dalle donne recluse: il marchio “Sigillo”.
Gatti Galeotti, Filodritto, Ora d’aria, Impronte di libertà : sono alcune delle coop nate tra San Vittore, Bollate, Enna, Como, Torino, Vigevano, Venezia. E stanno per partire nuove sartorie a Santa Maria Santa Maria Capua Vetere, Palermo, Catania, Genova e Monza.
Un settore in espansione, sul quale il ministero punta molto per far crescere l’occupazione nelle sezioni femminili, ancora a livelli molto bassi.
Per due motivi: «I direttori delle carceri ci segnalano principalmente uomini», spiega Carlo Guaranì, vicepresidente della cooperativa 29 giugno, «e poi ci sono lavori manuali, faticosi, che sono considerati più adatti agli uomini».
Solimene è una delle fortunate. All’alba di ogni mattina lascia Rebibbia per andare in uno dei mercati rionali della periferia romana. Ripulisce la zona dagli scarti di frutta e verdura: quelli che per altri sono rifiuti, per lei sono il futuro.
Giovanni Tizian
(da “l’Espresso”)
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Maggio 2nd, 2014 Riccardo Fucile
RAPPORTO CONSIGLIO D’EUROPA: L’ITALIA NELLA TOP TEN DEL MAGGIOR NUMERO DI DETENUTI PER POSTI DISPONIBLI
Solo la Serbia peggio dell’Italia per sovraffollamento delle carceri in Europa.
E’ uno dei dati pubblicati nel rapporto 2012 sugli istituti di pena del Consiglio d’Europa.
L’analisi non fa che confermare che l’Italia deve riuscire a risolvere il problema del sovraffollamento carcerario.
Nel 2012, un anno prima della sentenza Torreggiani con cui la Corte di Strasburgo condannava il nostro Paese per il sovraffollamento carcerario infatti, l’Italia è risultata ancora una volta nella top ten di quelli con il maggior numero di detenuti per posti disponibili. In quel momento, con 66.271 detenuti e 45.568 posti disponibili, c’erano 145 carcerati per ogni 100 posti.
Peggio dell’Italia solo la Serbia, con un rapporto di quasi 160 detenuti per ogni 100 posti.
Il monito di Napolitano.
Nuovi dati che fanno riemergere la questione. Un problema quello del sovraffollamento degli istituti di detenzione che ha sollevato proprio da poco ancora una volta l’attenzione del capo dello Stato.
Giorgio Napolitano ha chiesto alle Camere di fare il punto sulle misure adottate e di rispettare la sentenza di Strasburgo. E a tenuto a ringraziare il Papa per la telefonata a Marco Pannella: il leader radicale che, come ha detto il presidente della Repubblica, “perora la causa dei detenuti anche a rischio della sua salute”.
Detenuti in attesa di giudizio.
Secondo il Consiglio d’Europa, l’Italia con 12.911 detenuti in attesa di giudizio (di cui 10.717 stranieri) è preceduta da Turchia (32.470) e Ucraina (16.281). Ma tra i paesi Ue il nostro paese precede Francia (12.870) e Germania (11.195). Non sono invece pervenuti i dati che riguardano invece la Grecia.
Gli stranieri.
L’Italia nel 2012 è stato il paese del Consiglio d’Europa con il maggior numero di detenuti stranieri nelle sue carceri.
In totale erano 23.773, e rappresentavano quasi il 36% dell’intera popolazione carceraria. Dopo l’Italia i paesi con più detenuti stranieri sono la Spagna (23.423), la Germania (19.303), la Francia (13.707) e l’Inghilterra e il Galles (10.861).
I suicidi.
Nelle carceri italiane nel 2011 si sono suicidate 63 persone e il nostro paese è secondo solo alla Francia, dove nello stesso anno si sono tolti la vita 100 detenuti. Seguono poi le carceri d’Inghilterra e Galles (57), Germania (53) e Ucraina (48).
L’Ucraina è invece lo Stato dove si registra il maggior numero di morti dietro le sbarre, 1009, seguono poi la Turchia (270), la Spagna (204) e Inghilterra e Galles (192).
Le fughe.
Il nostro è uno dei paesi del Consiglio d’Europa con il minor numero di fughe dal carcere o durante il trasporto in tribunale, ad altro istituto penitenziario o all’ospedale. In totale nel 2011 sono riusciti a evadere 5 detenuti.
Il primato per numero di evasioni spetta alla Svizzera (33), seguita dall’Austria (30), Francia (29), Belgio (28), Turchia e Scozia entrambe con 24 evasioni. La maggior parte dei detenuti fugge durante i permessi d’uscita o quando è sotto un regime di semi libertà . Le persone fuggite in Italia in queste circostanze sono state 148 nel 2011. Numero molto distante da quelli riportati per la Spagna (1.510), la Francia (888) o il Belgio (702).
Il costo.
L’Italia ha speso in media 123,75 euro al giorno per ogni detenuto nel 2011, quasi 7 euro in più rispetto all’anno precedente (116,68 euro).
Dallo stesso rapporto del Consiglio d’Europa emerge anche che tra il 2011 e il 2012 è aumentato il numero di guardie carcerarie, mentre al contempo scendeva il numero di detenuti.
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Maggio 2nd, 2014 Riccardo Fucile
MAXI PERDITE MA SUPER STIPENDI: LA CRISI COLPISCE SOLO CREDITO E SPORTELLI
Enrico Tomaso Cucchiani, accompagnato alla porta da Intesa Sanpaolo lo scorso settembre
dopo nemmeno due anni trascorsi al suo vertice, ha potuto consolarsi con 2,1 milioni di stipendio e 3,6 di penale per recesso unilaterale dal contratto.
Per un totale di 5,7 milioni, a cui vanno sommati i 2,6 milioni intascati nel 2012.
E Intesa ha dovuto mettere in conto anche gli 1,6 milioni di stipendio del nuovo amministratore delegato Carlo Messina.
Più sobrietà in casa Unicredit, dove l’amministratore delegato Federico Ghizzoni ha guadagnato, l’anno scorso, “solo” 2,3 milioni.
Niente a che vedere, comunque, con l’austerity che da un paio d’anni vige dalle parti del Monte dei Paschi di Siena (pronto a lanciare un aumento di capitale da 5 miliardi di euro): l’amministratore delegato e direttore generale Fabrizio Viola nel 2013 ha dovuto “accontentarsi” di poco meno di 1,8 milioni euro, mentre il presidente Alessandro Profumo — in passato il banchiere più pagato d’Italia grazie ai lauti bonus riconosciuti da Unicredit — si è fermato a poco più di 87mila euro.
Molti oneri e poco cash, soprattutto se, appunto, si confronta la busta paga con quella che Profumo riceveva quando era al timone dell’istituto oggi guidato da Ghizzoni: dal record di 9,4 milioni nel 2007 (l’anno della discussa acquisizione di Capitalia) ai 3,5 del 2008 ai 4,2 del 2009.
Fino alle dimissioni del 2010, quando ad alleviare l’addio ci pensarono i 38 milioni ricevuti come “incentivo all’esodo” e corrispettivo per l’impegno a non lavorare per altre istituzioni finanziarie nei 12 mesi successivi.
Insomma, basta una rapida somma per scoprire che, nel solo 2013, le prime tre banche italiane hanno versato ai propri amministratori delegati (Cucchiani, Ghizzoni e Viola) un totale di 9,8 milioni.
Cifre che fanno girare la testa. Soprattutto se si confrontano con l’andamento dei risultati di gestione degli istituti stessi: nel 2007 — prima della grande crisi finanziaria — Unicredit, Intesa e Mps avevano segnato a bilancio 16 miliardi di utili complessivi, mentre l’anno scorso, tra accantonamenti e pesantissime svalutazioni, hanno registrato perdite per quasi 20 miliardi (14 per Unicredit, 4,5 per Intesa e 1,4 per Mps).
Non solo: nello stesso periodo il deterioramento delle condizioni dell’economia reale ha fatto lievitare da 40 a oltre 160 miliardi i crediti in sofferenza (cioè difficili o impossibili da riscuotere) in pancia agli istituti.
Dire che gli stipendi dei vertici sono totalmente slegati dai bilanci, però, sarebbe una bugia: nel 2007 — complice il maxi emolumento di Profumo — gli ad dei tre istituti guadagnavano nel complesso quasi 15 milioni.
Quindi il taglio c’è stato, e a colpi di mannaia più che di forbici. Negli ultimi anni, poi, la parte fissa della retribuzione è diventata preponderante rispetto ai bonus. Tuttavia l’abitudine a elargire “premi” non è del tutto tramontata.
Per esempio Carlo Messina – che a onor del vero prende meno della metà del suo predecessore Corrado Passera che ha guidato la banca negli anni di operazioni di sistema come Telecom e Alitalia – per un anno da direttore generale e tre mesi (ottobre-dicembre 2013) da amministratore delegato di Intesa Sanpaolo ha guadagnato 1,2 milioni di euro più 480mila euro di bonus.
E ha preso 640mila euro in più oltre allo stipendio base anche il direttore generale Gaetano Miccichè, responsabile della divisione corporate (credito alle aziende) e investment banking.
Non c’è dubbio poi sul fatto che i valori assoluti restino imponenti. Fattore aggravante, lamentano i sindacati, è che quei valori sono sempre più lontani dalla busta paga di chi in banca, più modestamente, ci lavora come sportellista o impiegato. Come emerso nei giorni scorsi, l’ufficio studi del sindacato di settore Uilca ha calcolato che l’anno scorso il rapporto è stato di 62 a uno: un banchiere, cioè, ha guadagnato mediamente come 62 bancari. Nel 2000 “bastavano” gli stipendi di 42 impiegati per fare quello dell’ad.
La disparità ha poi avuto un picco nel 2007 e 2008, quando la proporzione è stata di 119 a uno e 72 a uno, per ridursi lievemente negli anni successivi, fino al rapporto di 53 a uno del 2012.
Senza arrivare alla cosiddetta “regola Olivetti” (recentemente rispolverata dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi), in base alla quale nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte il salario minimo, i sindacati ritengono che il valore corretto sarebbe di venti a uno.
Per di più gli stessi posti di lavoro dei dipendenti sono sempre più a rischio, visto che, messe alle strette dalla crisi e complice il boom dell’home banking, le banche tagliano anche su questo fronte. Intesa prevede di chiudere 800 sportelli nei prossimi tre anni, arrivando a 3.300 dai 6.100 del 2007, Unicredit (che pure ha già pesantemente dismesso sedi negli anni scorsi) punta a ridurli da 4.100 a 3.600 e Mps vuol fare a meno di almeno 200 filiali su 2.300.
“La strategie attuate finora dalle banche italiane e incentrate soltanto su un taglio lineare del costo del lavoro e degli sportelli e sull’outsourcing di attività non hanno portato a un rilancio del settore”, commenta Lando Maria Sileoni, segretario generale della Federazione autonoma bancari italiani (Fabi), definendo i tagli previsti “una iattura” e sottolineando che questi non riguardano solo le aree dove c’è maggior concentrazione di sportelli, ma anche le zone in cui c’è meno sovrapposizione, “proprio dove, fino a pochi anni fa, si diceva che bisognava aprire sportelli per scongiurare l’arrivo di banche straniere”.
La dubbia gestione degli istituti italiani pesa anche sulla disponibilità di credito per famiglie e imprese: nel dicembre del 2007 il totale dei prestiti concessi ammontava a 1.279 miliardi, l’11% in più rispetto a un anno prima, ma dal dicembre 2012 le somme prestate dalle banche (allora a quota 1.474 miliardi) hanno cominciato a calare mese su mese fino ai 1.434 miliardi di febbraio 2014.
Per quanto riguarda i finanziamenti alle famiglie, il calo è evidente soprattutto per i prestiti finalizzati, quelli mirati all’acquisto di un bene specifico.
Un’analisi realizzata da Crif decision solutions, specializzata nelle informazioni creditizie, rivela per questo tipo di finanziamenti una contrazione su scala nazionale del 35% dal 2007 a oggi.
Le banche si difendono ricordando l’aumento delle sofferenze, che zavorrano i bilanci. Ma “se sono in questa situazione, la responsabilità è soprattutto dei vertici”, denuncia il Fabi.
In che senso? A chiarirlo ci pensa uno studio di Unimpresa su dati della Banca d’Italia, che mostra come le somme difficili da recuperare siano legate per la maggior parte non ai piccoli prestiti, bensì (per ben il 66,1%) ai finanziamenti superiori ai 500mila euro.
Detto in altri termini, oltre il 66% dei crediti dubbi fanno capo a una piccolissima percentuale di debitori: il 3,9% del totale.
“Le banche fanno credito senza le dovute garanzie ai soliti noti (vedi Carlo Tassara, gruppo Ligresti e così via)”, è l’accusa del Fabi, “dimenticandosi delle piccole medie imprese. E poi pretendono di fare pagare il conto delle loro inefficienze ai lavoratori”.
Chiara Brusini e Francesco Tamburini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 2nd, 2014 Riccardo Fucile
L’ATTACCO IMMOTIVATO A PAPA FRANCESCO SUSCITA DISAPPROVAZIONE UNANIME TRA I CARDINALI
“È stato messo a confronto lo spazio del ‘mio’ appartamento con la presunta ristrettezza della residenza del Papa”. Il cardinale Tarcisio Bertone non riesce a restare in silenzio davanti agli attacchi subiti per il “modesto” attico, a due passi dalla residenza papale di Casa Santa Marta, dove si appresta a traslocare per trascorrere la sua pensione.
L’ex Segretario di Stato ha preso carta e penna e ha inviato una lettera ai settimanali delle diocesi che ha guidato, Vercelli e Genova, prima di essere chiamato, nel 2006, a Roma da Benedetto XVI come suo “premier”.
Nella replica di Bertone, però, più di qualcuno in Vaticano ha letto un attacco a Papa Francesco.
Cosa intende il porporato salesiano quando scrive della “presunta ristrettezza della residenza di Bergoglio”? È la domanda che quasi in modo frenetico viene sussurrata in questi giorni nei sacri palazzi.
Lo stile pauperistico di Francesco, a Buenos Aires prima e a Roma poi, dopo l’elezione al pontificato del 13 marzo 2013 è sotto gli occhi del mondo ed è incontestabile.
E la “santa spending review” messa in atto dal Pontefice argentino insieme al suo “G8” di cardinali è abbastanza evidente.
In Vaticano la disapprovazione per le affermazioni di Bertone è pressochè unanime. “In questo modo — confida un alto prelato — si danneggia il clima nel quale, non senza difficoltà , sta lavorando il Papa per riformare la Curia romana”.
C’è anche chi mette a confronto il comportamento dei due emeriti del precedente pontificato: Benedetto XVI e Bertone. Entrambi, al termine dei loro incarichi di governo, sono rimasti a vivere nel “recinto di San Pietro”, come disse Ratzinger dopo le dimissioni, annunciando che non sarebbe ritornato “a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera”.
Bertone, invece, subito dopo l’inizio della pensione, si è concesso a tutte le interviste dei media, spesso anche da lui sollecitate, intervenendo a numerosi convegni e presentazioni e annunciando l’intenzione di scrivere e pubblicare un libro sulla fede e lo sport (è nota la sua passione calcistica per la Juventus) e un volume di memorie. Quest’ultimo annuncio ha fatto storcere più di un naso all’interno dei sacri palazzi, come se il porporato salesiano volesse riscrivere la storia della vicenda Vatileaks, rispondendo punto su punto alle critiche che gli sono state mosse, dentro e fuori la Chiesa, anche da cardinali molto influenti e vicini a Benedetto XVI, Camillo Ruini in primis, che più volte hanno chiesto invano a Ratzinger di rimuovere Bertone dal vertice della Segreteria di Stato.
Qualche altro osservatore fa notare che la presenza di Bertone viene “tollerata” soltanto alle mega celebrazioni di piazza San Pietro o nella Basilica Vaticana presiedute da Francesco.
Quando, infatti, il 23 dicembre scorso, Bergoglio visitò l’ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Roma, di proprietà della Santa Sede, dallo staff papale non fu apprezzata la presenza di Bertone che si fece trovare ad accogliere Francesco accanto al suo successore, all’epoca non ancora cardinale, Pietro Parolin.
Il porporato salesiano comprese subito che la sua presenza non era gradita e lasciò l’ospedale quasi in punta di piedi a metà della lunga visita del Papa che durò quasi tre ore.
L’attenzione di Bertone al mondo sanitario è, infatti, abbastanza nota.
Sua fu la regia del tentativo, poi andato in fumo, di salvare l’ospedale “San Raffaele” di don Luigi Verzè.
All’ex Segretario di Stato era andato meglio con l’ospedale di padre Pio a San Giovanni Rotondo, “Casa Sollievo della Sofferenza”, dove è riuscito a sistemare un uomo a lui vicino, Domenico Francesco Crupi, alla direzione generale
Francesco Antonio Grana
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 1st, 2014 Riccardo Fucile
DAVANTI A UN MILIONE DI PERSONE AL CONCERTO DEL PRIMO MAGGIO, IL CANTANTE ATTACCA IL PREMIER: “FA ELEMOSINE DA 80 EURO QUANDO IN ITALIA C’E’ BISOGNO DI LAVORO”
«Non vogliamo elemosine da 80 euro, vogliamo lavoro». 
L’attacco di Piero Pelù in piazza San Giovanni a Matteo Renzi è diretto: «Il non eletto, ovvero il boy-scout di Licio Gelli, deve capire che in Italia c’è una grande guerra interna, e si chiama disoccupazione, corruzione, voto di scambio, mafia, camorra, ‘ndrangheta. Il nemico è dentro di noi, forse siamo noi stessi. Gli unici cannoni che ammetto sono quelli che dovrebbe fumarsi Giovanardi».
Questa è solo una delle “posizioni forti” manifestate al Primo Maggio organizzato dai sindacati confederali, davanti a una folla che riempie piazza San Giovanni già dalla tarda mattinata.
Alle 21 c’era una platea di 700mila persone, e un’ora dopo erano già un milione.
Uno dei momenti più toccanti ha per protagonisti gli Statuto che ricordano le vittime della Thyssen Krupp e chiedono anche «un applauso per Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi per il coraggio con cui sta affrontando il dolore».
Ma il più clamoroso è stato l’intervento di Piero Pelù.
Che non ha risparmiato Berlusconi: «…maledette toghe rosse, ai servizi sociali l’avete mandato: giù le mani da Silvio e giù le mani da Marcellino Dell’Utri… Ti prego Marcellino torna in Italia ti aspettiamo a braccia aperte».
Il rocker fiorentino sale sul palco chiedendo un minuto di silenzio per i morti sul lavoro, per i disoccupati, per i lavoratori di Piombino, di Porto Marghera, del Sulcis, dell’Ilva per Mancini, quel poliziotto morto per fare veramente il suo dovere e per scoprire nelle terre dei fuochi quali erano i veleni che venivano interrati».
Appena tornato in camerino, Pelù spiega le sue dichiarazioni sul palco: «Pagherò le conseguenze di quello che ho detto ma non me ne frega nulla. Questi ragazzi hanno bisogno di sentire qualcuno che dica certe cose. Ormai i mezzi di distrazione di massa sono compatti sulla propaganda. Ci vuole una voce fuori dal coro».
E aggiunge con ironia: «Stasera non ho detto nulla, ero posseduto dal ribelle che è dentro di me e comunque la cartina di tornasole è mia madre: mi ha chiamato e mi ha confermato “hai detto tutto bene”»
Sandra Cesarale
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 1st, 2014 Riccardo Fucile
C’E’ ANCHE L’IDEA DI DARE PIU’ VISIBILITA’ A FRANCESCA PASCALE
Un “colpo grosso”. Da sparare negli ultimi dieci giorni di campagna elettorale, per tentare una
rimonta che, al momento, non c’è.
È questo che Silvio Berlusconi ha chiesto ai suoi, nelle riunioni continue che si sono svolte ad Arcore anche nel giorno della festa dei lavoratori.
L’intervento al Tg5 e a Studio Aperto in tema di lavoro, proprio nel giorno delle celebrazioni del Primo Maggio per un frontale sui sindacati, è solo l’inizio di una campagna elettorale non più tarata sui giudici.
Ai Tg Mediaset l’ex premier affida una proposta già lanciata durante la scorsa campagna elettorale: “Detassazione totale delle nuove assunzioni, zero tasse e contributi per chi assume giovani, disoccupati, cassintegrati”.
E’ il primo segnale che attesta un cambio di copione rispetto a quello anti-istituzionale dei giorni scorsi.
Perchè ormai a Berlusconi è chiaro che, se continua ad attaccare Napolitano e toghe, lo mettono sotto chiave.
Pare che la paura abbia indotto l’ex premier alla ragionevolezza: “Non vi preoccupate — ha detto ai suoi — d’ora in poi farò il bravo”. Ma serve altro.
Quello che nelle riunioni ristrette ha chiamato “colpo grosso”.
Su questo è concentrata la sua fervida fantasia. Perchè l’allarme rosso è già scattato: la campagna non decolla. I sondaggi sono “inchiodati” al 19 per cento. E le prime uscite televisive non sono servite se non a confermare che stavolta il “marchio” tira di meno. Per non parlare delle limitazioni negli spostamenti che gli impediscono di fare i comizi. E il fatto che, contrariamente alle previsioni, non può usare Cesano Boscone come un set da campagna elettorale.
Ecco la necessità di trovare qualcosa che, come ha detto ai suoi, “faccia il botto”.
È una novità assoluta. Perchè, nel corso di tutto il ventennio, l’ex premier ha utilizzato questo schema solo in occasione di elezioni politiche: il milione di posti di lavoro (e il contratto con gli italiani) nel 2001, l’abolizione dell’Ici (2006), l’abolizione dell’Imu (2013).
Mai, in occasione di elezioni europee, ha usato una mossa ad effetto che riguarda la politica nazionale. Non per garbo. Ma perchè è rischioso.
Gli elettori non sono fessi e sono consapevoli che una sparata del genere rischia di apparire fuori contesto, visto che i parlamentari eletti andranno a Strasburgo e non a Roma.
Ma stavolta è diverso. E il Cavaliere sente che è già l’ora del “tutto per tutto”.
Tutti i big sono mobilitati per fornire idee, spunti di riflessione, trovate creative.
Nel vertice di mercoledì a Grazioli, i capigruppo gli hanno suggerito una linea più dura sul governo e su Renzi anche senza mettere in discussione le riforme.
È soprattutto Renato Brunetta l’inarrestabile macchina di idee per cercare un frontale col premier.
Il suo suggerimento è di smontare gli “80 euro di Renzi” e di andarci giù come una clava sulla Tasi. Mentre l’altro falco, Daniele Capezzone, suggerisce sul fronte economico di sbandierare la promessa di innalzare le pensioni minime a 800-1000 euro e di andarci pesante sull’immigrazione.
Tutto utile, per carità . Ma l’ex premier ha spiegato che puntare tutto sull’opposizione dura al governo potrebbe essere un boomerang.
I report della Ghisleri dicono che non c’è niente da fare: Renzi piace all’elettorato di centrodestra. Attaccarlo un po’ sull’economia va bene (“Aumenta le tasse su casa e risparmi famiglia” dice al Tg5), ma troppo potrebbe addirittura risultare dannoso per Forza Italia.
E allora serve ben altro. Una fonte di rango dice a microfoni spenti: “L’idea ancora non c’è. Ma sarà qualcosa di enorme che faccia scandalo, costringendo tutti a parlarne per una settimana”.
Tra le tante suggestioni che circolano, ce ne è anche una che coinvolge Francesca. Non è quello “super”, ma è un “colpo” che il Cavaliere medita da giorni.
Proprio nel momento in cui Berlusconi rischia di apparire “recluso” a causa di spostamenti limitati, potrebbe risultare utile “aprire la casa”, puntarci i riflettori in modo da suscitare l’interesse pubblico.
E dunque sovraesporre l’angelo del focolare, la cui popolarità è elevatissima.
Il come è in via di definizione, ma l’idea di dare più ruolo e più visibilità a Francesca è un punto fisso.
In attesa del colpo vero: “Vedrete, vedrete — ha ripetuto Berlusconi si suoi — cosa vi combino negli ultimi dieci giorni”. Già .
(da “Huffingtonpost“)
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Maggio 1st, 2014 Riccardo Fucile
“LE OFFESE AI MAGISTRATI CONTRASTANO CON IL PROGRAMMA”… LA PROCURA: COSI’ SI AVVICINA A UNA RICHIESTA DI REVOCA
Sono una cosa seria i servizi sociali, l’affidamento in prova di un condannato definitivo non è una scampagnata ma una forma di esecuzione della pena.
Invece Silvio Berlusconi, con le sue esternazioni e con il proprio comportamento successivi all’ottenimento del beneficio dell’affidamento in prova ai servizi sociali, «sta dimostrando incuranza» del significato di questa misura alternativa alla detenzione in carcere, ne «sminuisce la rilevanza», e così segnala che «non ne comprende la portata e i limiti»: ecco perchè il giudice di Sorveglianza di Milano ha respinto l’istanza con la quale l’ex premier e capo di Forza Italia si era spinto a chiedere ulteriori spazi di libertà personale e margini di manovra politica ancora maggiori di quelli concessigli dalle prescrizioni sottoscritte in aprile e già ampiamente comprensive delle sue esigenze elettorali di politico.
Berlusconi – per nulla imbarazzato dalle polemiche sollevate dalle sue affermazioni televisive contro la sentenza che l’ha condannato («un colpo di Stato»), contro i servizi sociali che pure ha cercato per non finire arrestato («ridicoli»), o contro il presidente della Repubblica («profondo rosso») – aveva prospettato un calendario di appuntamenti elettorali ai quali voleva partecipare benchè essi fossero in programma o fuori Milano (dove può fare ciò che desidera dalle 6 alle 23) o fuori Roma, o a Roma ma in giorni diversi dal martedì-mercoledì-giovedì consentitigli negli stessi orari.
E in particolare domandava l’autorizzazione a poter essere presente fisicamente (e non soltanto su un videoschermo o via telefono) sia a prossimi comizi o eventi di partito a Bari, Genova e Parma, sia a interviste giornalistiche negli studi di In mezz’ora di Lucia Annunziata su Rai3 e di Virus di Nicola Porro su Rai2.
Non è proprio aria per ulteriori deroghe, è però il succo che si può trarre dalla risposta del giudice di Sorveglianza.
E non soltanto perchè Berlusconi, sebbene appena all’inizio del percorso, già vuole di più. Ma soprattutto perchè a danneggiare il condannato Berlusconi è il politico Berlusconi.
Il giudice Beatrice Crosti, infatti, richiama e condivide alcune delle perplessità esposte dal procuratore generale Antonio Lamanna nel parere contrario: le «continue offese all’ordine giudiziario» in tv e sui giornali appaiono al pg «in aperto contrasto con presupposti e finalità » del programma di reinserimento sociale di un condannato per frode fiscale a 4 anni di reclusione, ridottisi a 10 mesi e 15 giorni solo a causa dello sconto di 3 anni dell’indulto del 2006 e di altri 45 giorni di liberazione anticipata.
Chi (come Berlusconi) definisce «mostruosa» la sentenza che l’ha condannato in via definitiva, o «ridicoli» i servizi sociali per un uomo politico del suo rango, fa qualcosa che «equivale a non rispettare le prescrizioni impostegli» e «le regole della convivenza civile», al punto da dare l’impressione di «una adesione più formale che sostanziale» al progetto di reinserimento sociale. In linea con questi rilievi del pg, il giudice di Sorveglianza non ammette dunque deroghe, per il futuro, alle prescrizioni-standard date al condannato Berlusconi al momento del suo affidamento ai servizi sociali, deroghe che altrimenti per il pg avrebbero avuto l’effetto di «vanificare la misura».
Per il presente, invece, nessuna autorità giudiziaria milanese aziona sinora alcun intervento peggiorativo delle condizioni di Berlusconi, pur se si può cogliere una sfumatura di differenza tra la Procura generale, per la quale i margini di manovra lasciati a Berlusconi «sono sinora mal utilizzati» dall’ex premier e perciò lo starebbero «avvicinando sempre più a una richiesta di revoca del beneficio», e invece il giudice di sorveglianza Crosti, che sul punto per ora non si esprime.
Luigi Ferrarella
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Maggio 1st, 2014 Riccardo Fucile
LE CONFIDENZE AI FEDELISSIMI: “AVETE VISTO? DICEVANO CHE AVREI FATTO L’ANIMATORE”… IL TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA GLI BLOCCA IL COMIZIO A BARI… INVADERà€ LE TELEVISIONI
Lo show mancato del Condannato. È questo innanzitutto che brucia a Silvio Berlusconi, appena
informato della decisione sullo svolgimento dei suoi servizi sociali.
L’Alzheimer è un dramma a porte chiuse, da affrontare con pudore e impegno. Niente cravatta, niente bagno personale, l’ingresso con un badge, il servizio a tavola, niente scorta. A caldo, ha incassato la notizia in silenzio. Uno choc dal sapore surreale.
L’ex Cavaliere alle prese, per quattro ore a settimana, con venti suoi coetanei malati di Alzheimer.
E senza poter spendere una sola immagine di questa assistenza per una campagna elettorale rivolta soprattutto agli anziani (e ai proprietari di cani e gatti).
“Avete visto? Dicevano e scrivevano che avrei fatto l’animatore, raccontato barzellette, che sarebbe stata una buffonata, una passerella divertente. Invece dovrò occuparmi di persone colpite da demenza senile, avete capito?”.
I servizi sociali saranno pure una misura soft. Ma lo svolgimento scelto a Cesano Boscone è decisamente hard. Per B., la solita rabbia venata di amarezza e rassegnazione. “Io sono innocente ma vogliono zittirmi e umiliarmi. Non ci riusciranno, vedranno chi è Silvio Berlusconi”.
Ed è per questo che un berlusconiano di rango spiega: “La vera reazione di Berlusconi potremo saperla solo il 9 maggio. Lui è uno abituato a tutto, vedrete riuscirà ancora a sorprenderci”.
Arrivato a Roma, nella sua residenza di Palazzo Grazioli, l’ex Cavaliere ha anche riunito un vertice di partito. I capigruppo parlamentari, Brunetta e Romani, Verdini e Gianni Letta, finanche due ex an come Gasparri e Matteoli.
Il punto sul voto del 25 maggio e soprattutto sulle riforme con Renzi. Per il patto del Nazareno, riferiscono i presenti, “la fumata continua a essere bianca”. Si vedrà , alla prova dei fatti in Senato.
La campagna elettorale, invece, rischia di diventare una via Crucis, a causa delle restrizioni della condanna e dei permessi negati dai magistrati.
Il comizio a Bari, previsto domenica prossima, sarebbe già saltato.
Un forfait imposto che fa aumentare la rabbia provocata dall’assistenza ai malati di Alzheimer. I suoi fedelissimi parlano pubblicamente di “campagna elettorale già falsata”.
Al contrario, sono confermate le ospitate da Virus domani sera, su Raidue, e domenica da Lucia Annunziata, su Raitre. Una campagna tutta in video, tra programmi televisivi e messaggi da registrare (anche oggi) e spedire in varie parti d’Italia.
Resta l’incognita, fortissima, sui toni da usare contro la sentenza, contro i magistrati e contro Napolitano. L’ex Cavaliere già una settimana fa aveva promesso ai suoi legali di rispettare i vincoli del tribunale di Sorveglianza. Poi è andata come è andata.
Come dicono i suoi “Berlusconi in campagna elettorale è sempre stato uno squalo che sente il sangue a miglia di distanza”.
Adesso, però, la campagna per le Europee gli riserva lo scomodo ruolo del “cane bastonato” (si chiama effetto underdog) costretto a inseguire i battistrada davanti. Altri due veri “animali” della propaganda elettorale: Matteo Renzi e Beppe Grillo.
A differenza loro, Berlusconi, per la prima volta, sembra avere un carisma appannato. Nell’analisi dei flop televisivi a preoccupare non è tanto il crollo dello share nei talk-show specializzati (l’elettore medio berlusconiano in genere guarda altro ma poi vota lo stesso B.) ma quello registrato domenica pomeriggio su Canale 5, nel contenitore di Barbara D’Urso.
Quello è il pubblico di Berlusconi, fatto per lo più di anziani.
Un segnale molto pericoloso.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 1st, 2014 Riccardo Fucile
E A MICROFONI SPENTI L’IRRITAZIONE E’ GRANDE
L’irritazione è grande, ma deve essere contenuta. Un primo maggio in chiaroscuro per i sindacati.
Da un lato un governo che aggiunge 80 auro alle buste paga dei lavoratori e che vuole riformare mercato del lavoro e pubblica amministrazione non può essere preso di petto.
Dall’altro l’annuncio di Palazzo Chigi che non ci sarà nessun tavolo di concertazione per mettere a punto il provvedimento di svolta sulla Pa è stato come gettare un sasso in un vespaio.
“La riforma della pubblica amministrazione ancora non c’è – ragionano i vertici della Cgil – per ora solo slogan e misure propagandistiche”.
Guai a parlare di arrabbiatura, perchè il livello dello scontro non può essere alzato fino al punto di non ritorno. A microfoni spenti si parla di “un’operazione alla Marchionne”, una volontà di “lottizzazione dei dirigenti della pubblica amministrazione”, una serie di “annunci di cose senza contenuti, perchè senza i lavoratori quelle riforme non le puoi fare”, “un’operazione di marketing, perchè se rinnovavi i contratti fermi da sei anni altro che 80 euro in busta paga”.
Quando li accendi, il limite invalicabile è quello di uno scetticismo propositivo. Riforme vere, non “sorrisi e annunci”. E investimenti, “buona economia per creare lavoro, non più solo tagli e profitti.
I leader di Cgil, Cisl e Uil incalzano il governo usando le sue stesse parole d’ordine: “Cambi davvero marcia”. E incalzano un sistema imprenditoriale giudicato assente, concentrato su tagli e dividendi, miope nel non creare sviluppo e futuro, pronto più a delocalizzare che a investire.
È il ministro del lavoro Giuliano Poletti a rispondere, dicendo di comprendere i timori dei sindacati ma ribadendo di voler cambiare norme sulla carta buone ma che producono in realtà effetti non positivi.
La priorità del governo è “la disoccupazione giovanile”, ricorda il ministro, altrimenti la ripresa del paese non arriverà e il governo andrà comunque avanti con il Jobs Act dopo il decreto lavoro che alla Camera non è stato stravolto con gli emendamenti proposti dalla Commissione Lavoro.
A Pordenone si sono così svolti corteo e manifestazione, dove il vicino stabilimento Electrolux di Porcia diventa il “caso esemplare” per rappresentare la crisi industriale del Paese, di tutte le crisi aperte, un simbolo per quella che quest’anno è ancora “la Festa del lavoro che non c’è”.
Servono un governo e una politica che siano fatti “non solo di annunci ma di riforme per cambiare a fondo il Paese”, servono “qualche sorriso in meno e qualche speranza in più per il mondo del lavoro”, chiede la leader Cgil Susanna Camusso: “Il governo non pensi che si possa continuare, come è stato fatto in questi anni, con una politica che scarica i costi sui lavoratori e sui pensionati, che non ha creato posti di lavoro e che continua a impoverire il Paese”.
Servono investimenti e non nuove regole per il mercato del Lavoro dicono con forza i tre leader dei sindacati confederali: “Smettiamola di creare leggi. Una legge non crea lavoro, una legge può anche cancellare la speranza di lavoro”, avverte Camusso.
“Il lavoro non si crea con le nuove norme ma con la buona economia. Sono bugiardi se dicono il contrario”, dice per la Cisl Raffaele Bonanni.
E Per la Uil Luigi Angeletti insiste: nelle regole e nelle scelte di politica industriale “pessime idee hanno fatto troppi danni, creato molti disagi, danneggiato migliaia di persone”.
Bene il bonus in busta paga del Governo Renzi: “Un pò di redistribuzione fiscale” è la strada giusta, ma ora bisogna pensare anche a incapienti, precari, pensionati, avvertono i sindacati.
Renzi pensi anche “ai lavoratori più poveri, calpestati, sfruttati: un milione di persone abbandonate”, avverte Bonanni.
Non mancano le stoccate alle imprese. “Non può esserci crescita e sviluppo senza fabbriche”, dice Angeletti. Così non si esce dalla crisi “pensando che si impoveriscono ancora i lavoratori e si arricchiscono i profitti”, dice Camusso: bisogna superare “l’idea che per affrontare la crisi e per investire bisognava togliere risorse dai lavoratori con il risultato che abbiamo tanti imprenditori che vogliono togliere soldi ai lavoratori ma non mettono un soldo negli investimenti”.
E poi “che idea di Paese c’è se si va avanti solo con l’annunciare esuberi e ristrutturazioni per far aumentare il valore dei titoli in Borsa e distribuire maggiori dividendi”.
I sindacati si candidano ad un ruolo di alleati del governo per le riforme, ma chiedono “basta teatrini che non aiutano l’Italia”, come dice Bonanni: “Qual’è la discussione che c’è oggi nel Paese? C’è una idea vera? C’è una iniziativa per rendere la vita più facile per le nostre produzioni? Chi vuol rinnovare il Paese o fa questo o ci sta prendendo in giro”, avverte il leader Cisl.
Serve un esecutivo “che le cose le faccia”, insiste Angeletti, perchè “cambiare il Paese si deve e si può” ma si deve fare “insieme ai cittadini”, con “rispetto, umiltà , vera conoscenza dei problemi”.
Così anche per Susanna Camusso ora “bisogna avere il coraggio di passare ad una stagione vera di investimenti per il lavoro”.
(da “Huffingtonpost“)
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