Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
BLOCCATO IL DIBATTITO SULLE INFRASTRUTTURE, POI IL SERVIZIO D’ORDINE DEL PD RESPINGE L’ASSALTO
Tensione altissima e tafferugli tra una ventina di No Tav e i militanti del Pd alla Festa dell’Unità di Genova.
Un gruppo di antagonisti stasera ha letteralmente invaso lo spazio dibattiti alla Festa dell’Unità di Genova dove il vicesindaco Stefano Bernini e l’assessore regionale alle Infrastrutture Raffaella Paita stavano per iniziare il dibattito.
Dopo qualche momento di tensione con la sicurezza del Pd, guardati a vista dalla polizia – che però non è intervenuta, su indicazione stessa dei dirigenti democratici – il gruppo ha imbrattato con vernice rossa il cartellone della festa e hanno urlato slogan contro la Tav, il Pd e contro il procuratore di Torino Giancarlo Caselli.
A questo punto , mentre dal gruppo di No Tav salivano grida di “fascisti” agitando i bastoni delle bandiere, i militanti del Pd, tra cui i segretari regionale e provinciale Giovanni Lunardon e Alessandro Terrile, ma anche molti dei presenti, hanno letteralmente spinto fuori i contestatori dallo spazio dibattiti dove la discussione è ripresa mentre molti degli astanti gridavano “democrazia, democrazia” e sullo striscione imbrattato – sono state lanciate anche alcune uova – è stato aggiunto “Genova è democratica”.
I contestatori sono risaliti su per i vicoli lasciando l’area di piazza Caricamento, mentre gli uomini della sicurezza restano nella piazza, dove la maggioranza degli stand commerciali ha chiuso i battenti.
“E’ una cosa inaccettabile, le persone che hanno costruito queste feste sono le stesse che si sono battute per la democrazia – dice l’assessore regionale alle Infrastrutture Raffaella Paita, che insieme a Bernini era invitata a partecipare al dibattito.
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
NCD PREME PER EVITARE IL PROCEDIMENTO SULLA COMPRAVENDITA DEI SENATORI
Il governo Renzi ha appena approvato la riforma della giustizia penale — in realtà un insieme di deleghe che
richiedono diversi passaggi prima di diventare legge dello Stato — ma già scoppia la prima grana.
Non a caso, sul tema caldo della prescrizione.
Il testo approvato allunga i tempi di “scadenza” dei reati, pur con un farraginoso meccanismo a singhiozzo, ma con una clausola che potrebbe far comodo anche a molti politici sotto processo: le nuove norme riguarderanno solo i processi già conclusi in primo grado il giorno (al momento indeterminato) dell’entrata in vigore della legge.
Ma l’Ncd, a quanto racconta il Messaggero, non è soddisfatto e preme per mettere in sicurezza il processo per corruzione in corso a Napoli a carico di Silvio Berlusconi sulla compravendita di senatori.
Che con le norme attuali è destinato a morire nell’autunno del 2015, e non c’è speranza che per quella data arrivi una sentenza di Cassazione, ma con quelle nuove, in caso di condanna in primo grado, potrebbe resuscitare.
Così gli alfaniani punterebbero a cambiare la norma transitoria in modo che le nuove regole valgano solo per i reati commessi dopo l’entratata in vigore della legge.
“RIFORMA DELLA GIUSTIZIA”. MA I TESTI NON CI SONO.
Oltre al congelamento della prescrizione per due anni in caso di condanna di primo grado, i testi approvati dal cdm del 29 agosto prevedono lo stop ai ricorsi in Cassazione se un imputato ha avuto sentenze “conformi” in primo grado e in appello, sia in caso di doppia condanna sia di doppia assoluzione; limiti all’utilizzo e alla pubblicazioni delle intercettazioni telefoniche, con tutele ulteriori per chi è stato ascoltato senza essere indagato.
Almeno secondo le bozze diffuse dalle agenzia di stampa Public policy, dato che al termine del cdm sulla riforma della giustizia e sullo “sblocca Italia” il governo, di nuovo, non ha diffuso i testi approvati.
In più, sul fronte caldo della giustizia penale si tratta comunque di ddl delega, che il Parlamento dovrà approvare, dando appunto al governo la delega di legiferare in materia con un decreto legislativo.
Solo a quel punto i provvedimenti entreranno in vigore.
Di conseguenza i testi potrebbero cambiare, anche perchè, scrive Public policy, nei testi approvati dal consiglio dei ministri è apposta la clausola “salvo intese”. Significativo il commento di del consigliere politico di Forza Italia Giovanni Toti: “Nella riforma della giustizia ci sono alcuni passi nel senso giusto, ma molto timidi, come la responsabilità civile dei magistrati; altre cose che vanno nella direzione opposta come il blocco della prescrizione, il ritorno al falso in bilancio e l’autoriciclaggio che non sono utili alla giustizia”.
Sul fronte della prescrizione — oggetto di scontro perenne tra centrodestra e centrosinistra – le bozze confermano le alchimie emerse nelle ultime settimane.
Dal deposito della sentenza di primo grado, in caso di condanna, si prevede la sospensione del corso della prescrizione e la necessità di arrivare all’appello entro due anni, si legge all’articolo 3 della bozza di ddl sulla riforma del codice penale.
La bozza prevede che il tempo ricomincerà a correre, recuperando anche la sospensione, nel caso in cui la sentenza di appello sia di assoluzione.
Le nuove regole varranno soltanto per le sentenze di primo grado emesse dopo l’entrata in vigore della legge (ma su questo è già scontro).
Inoltre, viene prevista una sospensione di un anno dopo la sentenza di appello in attesa del giudizio di Cassazione.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Giustizia | Commenta »
Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
LA NOSTRA SOCIETA’ SEMBRA AVER PERSO MORDENTE, SLANCIO, CAPACITA’ DI PROGETTO E DI PROTESTA
Nel Tramonto dell’Occidente – libro che negli anni Venti ebbe un enorme successo peril suo pathos epocale e il suo miscuglio di intuizioni geniali ed enfasi apocalittica zeppa di strafalcioni logici – Spengler annunciava che la civiltà occidentale – per lui sostanzialmente germanica – esaurito il suo slancio faustiano di espansione e di conquista sarebbe presto morta.
Il suo ultimo stadio sarebbe stata una sua pallida ed esangue copia collocata vagamente in Oriente, fra la Vistola e l’Amur, presto destinata a spegnersi.
Non è il caso di lasciarsi affascinare dai bagliori della decadenza – già la musica e il suono della parola «Occidente» hanno una seduzione di declino – nè dai profeti quasi sempre soddisfatti di proclamare sventure e impermaliti, come Giona, quando tali sventure non si avverano.
Se la nostra civiltà occidentale ha certo le sue gravi difficoltà , nelle altre parti del mondo e nelle altre culture non si sta molto bene.
È innegabile tuttavia che la descrizione di quella civiltà spenta e opaca, priva di passioni, che Spengler situa in un’Europa orientale semiasiatica, assomiglia all’atmosfera che, da non molto tempo ma sempre più diffusamente, si è creata nel nostro Paese.
La crisi economica sembra provocare non tanto una lotta per la sopravvivenza, quanto una fiacca rassegnazione.
Certamente vi sono molti individui che lottano, con le unghie e con i denti, per la loro esistenza e per la dignità della loro esistenza.
Sono essi i protagonisti, i combattenti di questa difficile battaglia. Quello che resiste è il più autentico capitalismo legato ancora all’iniziativa individuale, al rapporto diretto tra il lavoro e il profitto, alla piccola attività ed impresa, mentre il grande capitalismo dei tronfi ed inetti signori del mondo, sempre più anonimi e scissi dalla dura realtà del lavoro, è spesso largamente, talvolta criminosamente colpevole della crisi.
Ma la nostra società sembra aver perso, in generale, mordente, slancio, capacità di progetto e di protesta, passione.
Ciò che manca, da qualche tempo, è soprattutto la passione politica, che ha contrassegnato – con le sue lotte, i suoi furori, le sue faziosità , i suoi ideali – la vita del Paese dal Dopoguerra (i diversi antifascismi, lo scontro tra comunismo e democrazia liberale, la tumultuosa crescita economica che portava con sè tensioni, entusiasmi e progressi sociali) agli anni dei governi Berlusconi, che scatenavano ancora amori e odi.
L’ultima fiammata di irruente accensione degli animi è stato il Movimento 5 Stelle, che tuttavia non solo sembra affievolirsi, ma che non pare essere stato, a differenza di altre formazioni pur tendenti all’estremismo, una componente organica del Paese
L’Italia sembra vivere stanca, depressa ma senza drammi, indifferente alla politica ovvero al proprio destino, giacchè la politica è la vita della Polis, della comunità .
Un Paese senza.
Fra i negozi vuoti spiccano le trattorie e i ristoranti, decisamente più frequentati; la gola è l’ultimo appetito a morire, resiste alla depressione e alla mancanza di senso più del sesso.
Speriamo di non essere alle soglie di un abisso, come negli anni Venti; in ogni caso, manca quella frenesia trasgressiva e disperata di vita che c’era in quegli anni sciagurati ma vivi e che risuona nelle canzoni di Brecht o nelle musiche di Cabaret.
La nostra esistenza assomiglia piuttosto a quella di un personaggio di Gozzano, Totò Merùmeni: «E vive. Un giorno è nato, un giorno morirà ».
Claudio Magris
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: radici e valori | Commenta »
Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
IL VOTO NON E’ PIU’ UNA VIRTU’… IL COMPORTAMENTO MENO ACCETTABILE? GETTARE RIFIUTI IN STRADA
Esiste una ricchezza del Paese che non compare nelle statistiche ufficiali del Pil o negli indicatori che descrivono
lo sviluppo: il capitale sociale.
È quella ricchezza collettiva data dalla fiducia, dal senso di responsabilità verso gli altri e le istituzioni, dai comportamenti nei confronti dell’ambiente, della comunità , di ciò che appartiene alla collettività .
Si è progressivamente posta attenzione a questa dimensione perchè il capitale sociale costituisce una precondizione per lo sviluppo, è l’humus nel quale si possono coltivare le qualità sociali indispensabili per la crescita di una comunità .
Fra le molte disomogeneità che caratterizzano l’Italia, sicuramente anche quella relativa al capitale sociale non fa eccezione.
Lo possiamo osservare individualmente viaggiando lungo lo Stivale, lo troviamo analizzato da diversi studi socio-economici: rispetto delle regole, comportamenti civici, forme di solidarietà e mondi associativi sono diffusi in modo diversificato e con intensità diverse nel Paese.
L’indagine LaST (Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per La Stampa) ha provato a verificare in che misura un insieme di comportamenti che sul piano della collettività sono considerate accettabili, cercando di delineare una misura del grado di appartenenza a una comunità civica degli italiani.
Per marcare maggiormente la legittimazione sociale di taluni modi di agire, consideriamo qui quanti hanno espresso una totale inaccettabilità di quelli proposti.
La classifica che ne scaturisce vede, su tutti, svettare due condotte ritenute dalla quasi totalità assolutamente non accette: gettare rifiuti nei luoghi pubblici (96,3%) e compiere atti vandalici come forma di protesta (91,6%).
Sensibilità ambientale e rispetto delle proprietà (privata) costituiscono due dimensioni fondamentali nel definire il perimetro delle virtù civiche italiche.
Più staccate troviamo altre due azioni che paiono avere un grado maggiore di tollerabilità : fingere di essere ammalati per assentarsi dal lavoro (78,3%) e non pagare le tasse o cercare di pagarne meno del dovuto (72,3%).
Per circa un quarto degli italiani la dimensione dell’evasione (dal lavoro e dalle tasse) può avere una giustificazione.
Appaiate, poi, troviamo un gruppo di azioni che vede ulteriormente allargarsi l’alone di plausibilità : denigrare l’avversario politico (53,2%), bloccare i lavori di interesse pubblico (52,0%), farsi raccomandare (51,3%).
Sicuramente il clima politico surriscaldato che il Paese ha vissuto in questi anni e il peso di visioni particolaristiche influiscono nel rendere ragionevoli simili modi di agire.
Lo stesso (mal) funzionamento del mercato del lavoro nazionale, poi, induce a cercare forme di aiuto informali per ottenere un’occupazione. Infine, al fondo della classifica si colloca la forma di partecipazione politica per eccellenza: votare alle elezioni.
Solo un terzo (34,8%) degli italiani considera questo come un atto assolutamente dovuto al quale non è opportuno sottrarsi.
Una volta di più, troviamo conferma del distacco che serpeggia nei confronti della politica da parte degli italiani.
Per cercare una sintesi delle diverse valutazioni e individuare un profilo del senso di «comunità civica» degli italiani si sono sommate le diverse risposte e individuati così 4 gruppi prevalenti.
Il primo è costituito dai «civici rigorosi» (42,8%) ovvero da quanti hanno considerato tutte le opzioni proposte assolutamente inammissibili. Seguono i «civici accomodanti» (30,8%) ovvero coloro che ritengono talvolta ammissibili solo alcuni dei comportamenti elencati.
Infine, quasi appaiati, abbiamo i «civici permissivi» (15,2%) e gli «anomici» (11,2%).
Si tratta, rispettivamente, di chi ritiene legittimati almeno due fra le condotte ipotizzate e quanti ne avallano almeno la metà . In generale, questi esiti differenziano in modo sufficientemente netto gli orientamenti della popolazione.
Un senso di «comunità civica» è più diffuso fra le donne, i più adulti (oltre i 50 anni), i non attivi sul mercato del lavoro e ha un basso livello di studio. Viceversa, un maggior grado di permissività e «anomia» è rinvenibile fra i maschi, le generazioni più giovani (fino a 34 anni), chi possiede un titolo di studio medio-alto.
È opportuno rilevare come altri fattori siano discriminanti. In primo luogo, l’appartenenza geografica. I residenti del Nord (soprattutto a Nord Est) hanno un più spiccato senso civico rispetto a quanti vivono nel Centro-Sud.
Tuttavia, in queste aree non mancano i «civici rigorosi» che sono in misura analoga a quelli del Nord. Piuttosto, a pesare è la quantità degli «anomici» che è più elevata della media. In altri termini, nel Centro-Sud gli orientamenti della popolazione risultano più polarizzati.
Infine, la dimensione della morale religiosa e dell’interesse verso la politica rappresentano, una volta di più, un sostrato fondamentale per coltivare le virtù civiche.
Daniele Marini
Università di Padova
argomento: Ambiente | Commenta »
Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
ECATOMBE DI BAR, LIBRERIE, RISTORANTI E NEGOZI DI ABBIGLIAMENTO: MIGLIAIA DI ESERCIZI COMMERCIALI NON RIALZERANNO PIU’ LE SARACINESCE
“È una disperazione, tristissimo. Le cose stanno addirittura peggiorando. Ci vuole qualcuno che inverta la rotta”. Ma chi?
La risposta alla signora Maria, commerciante storica nel centro dello shopping romano, non ce l’ha nessuno.
A causa della crisi, in tutte le città italiane, è un’ecatombe di bar, librerie, ristoranti, negozi di abbigliamento e di cosmetici.
Tanto che oggi, 1° settembre, migliaia di esercizi commerciali non rialzeranno più le saracinesche dopo la chiusura estiva.
“Vede — spiega Maria, commerciante dallo spirito battagliero che negli ultimi anni si è dovuta scontare con una burocrazia sempre più insidiosa e una soffocante pressione fiscale — laggiù ci sono due negozi e un bar che hanno affisso sulla vetrina ‘chiuso per ferie’, ma so per certo che non riapriranno”
I numeri ufficiali ancora non ci sono per confermare questa che è più di una sensazione e che si percepisce camminando per le vie del commercio lungo lo Stivale. Ma i dati previsionali di Confesercenti non lasciano dubbi.
A luglio e agosto hanno cessato l’attività circa 5.463 imprese, contro appena l’apertura di appena 2.603.
In altre parole: ogni 2 chiusure, c’è stata una sola apertura con la situazione più grave che si registra nelle regioni meridionali, dove si concentra quasi un terzo delle chiusure complessive.
Ma le nuove attività sembrano, comunque, destinate ad avere una vita sempre più breve. Previsioni, che se dovessero essere confermate, confermerebbero un trend negativo da oltre un anno, in linea con quello registrato nell’estate del 2013, fino ad ora l’annus horribilis per il commercio al dettaglio.
Sempre secondo l’Associazione degli esercenti, a giugno 2014 oltre il 40% delle attività aperte nel 2010 (circa 27mila imprese) è già sparito, bruciando un capitale di investimenti di circa 2,7 miliardi di euro. E un’impresa su quattro dura addirittura meno di tre anni.
ROMA
Amara realtà , certificata sul campo, anche da un altro negoziante di via Cavour, arteria commerciale sempre nel cuore di Roma. “Dopo la pausa estiva — ci ha raccontato — resteranno chiusi un paio di locali che, comunque, espongono il cartello con le indicazioni delle ferie”.
Quello che, infatti, non c’è scritto sui cartoncini (affissi obbligatoriamente per legge) è tutta un’altra storia ancora più mortificante.
Chiudono imprese che hanno anche una lunga attività familiare alle spalle e che per pudore non riescono ad ammettere la propria sconfitta, schiacciati tra tasse, contributi all’Inps, l’apertura dei centri commerciali e il calo di clienti.
L’ultimo colpo di coda per la dignità di un piccolo imprenditore — fabbrica o negozio che sia lo spirito italico è sempre lo stesso — che preferisce chiudere senza clamore, magari approfittando delle ferie.
Così come conferma Confesercenti: “Solo a fine anno, con il mancato rinnovo della tessera all’associazione, scopriamo che un socio ha chiuso e che la sua attività è scomparsa
PALERMO
“Sopravviviamo a stento, è un fallimento. Se non arriva un aiuto, siamo una barca che sta andando a fondo”, si confessa Roberto, titolare di un negozio a Palermo che sottolinea: “Anche sulla saracinesca della storica gioielleria Fiorentino è affisso un cartello con cui si comunica alla clientela che l’attività rimarrà chiusa per ferie dall’1 agosto al 15 settembre. Mi sembrano delle ferie eccessivamente lunghe per il momento economico che stiamo vivendo. Mi sembra più un escamotage per nascondere con pudore il fallimento”.
TORINO
E capita anche a chi era aperto da 83 anni di abbassare per l’ultima volta la serranda. È la storia della storica libreria Dante Alighieri di Torino, fondata da Giovan Battista Fogola. In questi giorni di ritorno dalle vacanze, i fratelli Nanni e Mimmo Fogola faticano a trovare le parole per spiegare ai clienti increduli il perchè di questa decisione.
“Negli ultimi anni — si confessano — gli affari sono diminuiti, le spese sono aumentate e il contesto generale di crisi non ha aiutato. Forse avremmo dovuto chiudere già negli scorsi anni, ma era una scelta troppo sofferta”.
Così dal 30 di settembre, la libreria che ha ospitato poeti come Giuseppe Ungaretti, presidenti della Repubblica e attori del calibro di Vittorio Gasmann chiuderà .
FIRENZE
E fra i commercianti in crisi, neanche i saldi estivi hanno aiutato. “I clienti entrano, guardano, chiedono il prezzo e vanno via. In passato c’era la fila fuori, quest’anno niente”.
Anche a Firenze, passeggiando per le vie del centro storico sono tanti i cartelli “chiuso per ferie”. E un barista a 200 metri dal Duomo annuncia: “Chiudo tutto e me ne vado all’estero, non ce la faccio più”.
Un altro ammette: “Ho tenuto alzata la saracinesca anche per tutto il mese di agosto. Era la prima volta che lo facevo, sperando di far quadrare i conti. Meglio sarebbe stato andare in vacanza”.
Andamento fotografata dall’Istat con le vendite al dettaglio ferme nel mese di giugno 2014 rispetto a maggio. E in discesa del 2,6% su base annua. Il bonus di 80 euro del governo Renzi non ha avuto effetti immediati sui consumi degli italiani.
Intanto, per gli esercenti che da oggi riaprono i battenti la strada si fa in salita.
“C’è la doppia batosta Tari/Tasi da pagare e le consuete tasse che vanno saldate a settembre dopo la pausa estiva”, spiega Mauro Bussoni, segretario generale Confesercenti. “Come se non bastasse, sui piccoli commercianti si è abbattuta dal 2012 anche la liberalizzazione delle aperture del commercio.
Introdotta dal Salva-Italia con lo scopo di rilanciare consumi e occupazione, è stata un vero flop: i previsti effetti benefici sono tuttora ‘non pervenuti’ e il settore ha perso tra il 2012 e il 2013 oltre 100mila posti di lavoro tra imprenditori e dipendenti, registrando allo stesso tempo 28,5 miliardi di minori consumi di beni da parte delle famiglie”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: denuncia | Commenta »
Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
QUATTROMILA SOLDATI, TRUPPE DI INTERVENTO RAPIDO SUPPORTATE DA MARINA, AVIAZIONE E BASI A EST
L’aggressione della Russia in Ucraina ormai è palese e la violazione degli impegni internazionali è “sfacciata”. 
E mentre l’Europa si chiede come rispondere sul terreno della guerra economica con Mosca, con Angela Merkel che ormai vede le sanzioni come un male minore rispetto all’aggressione russa, la Nato alza le difese a est.
Il vertice dei leader dell’Alleanza Atlantica, che giovedì e venerdì prossimo “in un mondo cambiato” si incontreranno in Galles per quello che il segretario generale Anders Fogh Rasmussen definisce “un summit cruciale nella storia della Nato”, darà il via libera al cosiddetto Rap (Readiness Action Plan, piano di intervento rapido) che riscrive le regole di risposta della Nato: una cura dimagrante delle linee di comando, con più esercitazioni, più integrazione, più preparazione di scenari, più prontezza di reazione, anche a quelle che i militari Nato chiamano “guerre ibride” o “guerre alla Putin” fatte pure di propaganda, destabilizzazione politica ed uso dei social media
Ma il nodo focale sarà la creazione di quelle che Rasmussen definisce ‘punte di lancia’ (spearhead).
Forze di intervento immediato che, nell’ambito della già esistente Forza di risposta, saranno in grado di intervenire “ovunque ci sia una minaccia” nel giro di due giorni: minieserciti pronti all’impiego in 48 ore, con il supporto di aviazione, marina e forze speciali.
Avranno a disposizione basi permanenti, con i depositi di munizioni e tutte le necessarie infrastrutture, nei paesi dell’est.
“Questa forza potrà viaggiare leggera, ma colpire duro se necessario” spiega Rasmussen.
Ufficialmente non si fanno ancora numeri, ma fonti Nato spiegano che dovrebbe avere una consistenza attorno a 4.000 soldati (una brigata), costituita con truppe a rotazione. Una struttura che sarà complementare ai corpi di spedizione Jef prospettati dal premier britannico David Cameron
Metteranno ‘paura’ alla Russia le ‘punte di lancia’?
Non è questo lo scopo, spiegano alla Nato, dove prima di tutto sottolinenano che “non minacciamo alcuna escalation, semmai ci prepariamo a rispondere a quella di Mosca”, poi ricordano che l’idea del Rap e delle ‘punte di lancia’ è sì nata per la situazione in Ucraina, ma esse potranno essere impiegate “ovunque nel mondo”.
Le basi però saranno all’est. Ed è lì che la Nato “sarà molto più visibile, per tutto il tempo necessario”, scandisce Rasmussen.
Che si dice “sicuro” che le ‘punte di lancia’ “avranno l’effetto deterrente necessario” per sconsigliare attacchi agli alleati.
Ma intanto Kiev annuncia che è cominciata la “grande guerra patriottica contro la Russia”.
Ed il premier polacco e futuro presidente del consiglio europeo Donald Tusk evoca lo spettro del 1939 che scatenò la seconda guerra mondiale.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Esteri | Commenta »
Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
LA PROVOCAZIONE DOPO MESI DI PROVVEDIMENTI DISCIPLINARI E DI DENUNCE ALLA PROCURA… CERTIFICATI MEDICI A RAFFICA CHE PORTANO ALA PARALISI DELL’AMMINISTRAZIONE
“Siamo nelle mani di Dio”. Non sapendo più a che santi votarsi contro l’assenteismo dei dipendenti comunali, Giovanni Calabrese ha scritto direttamente a Gesù Cristo per chiedere un “miracolo”.
La singolare provocazione è opera del sindaco di Locri, ormai disperato dalla paralisi in cui versa la macchina amministrativa a causa dei “fannulloni”.
Così, dopo le denunce ai Carabinieri, alla Guardia di finanza, alla Procura della Repubblica e un numero corposo di provvedimenti disciplinari senza alcun esito, si è rivolto “ai piani alti” per chiedere un’intercessione contro “continue e ripetute condotte di alcuni dipendenti comunali che immobilizzano l’apparato burocratico e si comportano in maniera poco corretta sul posto del lavoro, tralasciando il senso del dovere”.
“Mi rivolgo a te – scrive Calabrese ormai disperato – non sapendo a chi altro rivolgermi. Sono costretto ad affermare che solo una minima parte dei dipendenti comunali lavora in modo serio e onesto, mentre tanti altri stanno a guardare in attesa che arrivi il fatidico “ventisette” per potersi vedere accreditato in banca l’importante, ma non sudato stipendio”.
Stando al racconto del primo cittadino, su 125 dipendenti comunali quelli realmente disponibili e impegnati “non sono mai più di 20-25”.
Gli altri sono pronti ad esibire certificati medici a raffica. Uno stillicidio che andrebbe dalla depressione, al mal di schiena, dall’impossibilità di stare in piedi per troppe ore all’incapacità fisica di svolgere lavori pesanti.
Così la città è ferma al palo. Non ci sono vigili urbani, gli uffici sono semideserti, nessuno cambia le lampadine dell’illuminazione pubblica, e anche le buche sull’asfalto restano in attesa di un gesto di “buona volontà “.
Ogni volta che il sindaco alza il telefono per chiedere a un dipendente di darsi da fare arriva puntale la “malattia”.
Racconta il primo cittadino: “Sono mesi che segnalo la rottura di un semaforo in pieno centro, ma nulla. Nessuno che abbia voglia di metterci mano. Chiedono ordini di servizio specifici, negli uffici si rimpallano la competenza e comunque il problema resta”.
Un esempio? “Mi si diceva che l’elettricista comunale, che ancora oggi continua a lavorare con modalità di libero professionista all’interno della pubblica amministrazione non poteva sostituire le lampadine perchè non c’erano soldi per comprarle e dovevano provvedere i cittadini. Grazie a qualche buon amico sono riuscito ad avere 15mila lampadine gratuitamente, ma non mi sembra che niente sia cambiato. Le lampadine sono tutte stipate in un deposito, molte zone della città continuano a rimanere al buio e l’elettricista continua ad essere “uccel di bosco””.
E ancora. I controlli sull’abusivismo edilizio non esistono e “il personale addetto alla raccolta dei rifiuti continua ad essere colpito da improvvisa malattia ed il carico di lavoro ricade solo ed esclusivamente su pochissimi addetti ai quali va il ringraziamento della città “. Insomma, costretti a far da sè quotidianamente. Calabrese, ad esempio, nei mesi scorsi si è messo alla guida del pulmino che accompagna i ragazzini diversamente abili, perchè chi doveva fare da autista era “malato”.
Una volta ha comprato 30 sacchetti di bitume a freddo e con il vicesindaco e un unico volenteroso operaio si è messo a tappare le buche nell’asfalto.
Capitolo a parte quello dei vigili urbani. Su sette due non possono stare in piedi più di tre ore, uno può lavorare solo da seduto e gli altri non sono più efficienti.
Racconta il sindaco: “Dopo aver verificato personalmente centinaia di effrazioni, ho chiesto ai vigili per iscritto di iniziare a fare multe alla gente che parcheggia sui marciapiedi. Risultato? In un mese intero, zero. Niente di niente”.
Inutili anche le denunce. Una mattina Calabrese arriva in municipio alle 8.30 e non trova nessuno. Vuote le stanze, vuoti gli uffici. Deserto. Chiama la Guardia di finanza e chiede una verifica. Dopo poco arriva qualcuno, ma nella sostanza non cambia niente.
Altri certificati e lo stesso lassismo di sempre. Non c’è medicina che tenga, forse serve davvero solo un miracolo.
Da qui lo sfogo di Calabrese: “Dovrei dimettermi e darla vinta a questa gente? No, non esiste. Ci sono bravi dipendenti che meritano il mio rispetto, operai che farei diventare dirigenti per il loro impegno. Poi ci sono i più che invece non hanno alcun amore per la loro città , nè per i cittadini che li pagano. Si parla tanto di rendere la pubblica amministrazione efficiente, ma qualcuno dovrebbe spiegarmi come fare visto che non abbiamo strumenti”.
Giuseppe Baldessarro
argomento: denuncia | Commenta »
Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
IL CONO DI GROM, IL GOURMET FARINETTI, MISTER TECNOGYM: TUTTI GLI IMPRENDITORI CHE BENEFICIANO DELLA PUBBLICITA’ DEL PREMIER E CHE RICAMBIANO CON DONAZIONI E COMPLIMENTI
Mangia il gelato, ordina un panino gourmet, si allena sul tapis roulant, saluta il piumino, tornato finalmente di
moda.
Il tutto, ovviamente, in favore di camera.
Matteo Renzi è il primo premier che usa se stesso, e l’istituzione che rappresenta, per promuovere alcuni prodotti, e con loro, dice, «il made in italy».
Quello che sembra ormai normale, però, e che nel piano del premier è un tassello dell’operazione simpatia, nel cinema, si chiama product placement: lo sponsor paga, e in una scena del film compare il suo logo, così, nel modo più naturale possibile.
Una perfetta scena di product placement, è il carretto di Grom, la catena di gelaterie, che entra nel cortile di palazzo Chigi, convocato dal premier per replicare alla copertina dell’Economist.
Un foglio di carta copriva i loghi più appariscenti, sulle fiancate del triciclo, ma le “G” erano comunque scoperte, e il gelataio aveva grembiule e cappellino brandizzati, ignorati dalla disattenta censura.
Grom non ha pagato per lo spot e la visibilità ottenuta, ma grazie alla comparsata nel mezzo di una conferenza stampa istituzionale è finito sui giornali di mezzo mondo.
Il premier voleva promuovere «il gelato artigianale», dice, ma perchè ha scelto Grom e non una delle tante altre gelaterie, magari ancora più «artigianali»?
Perchè Grom, così come Eataly o Technogym, è un’azienda che gode di ottima reputazione, sicuramente, che piace a molti, perfetta per un governo sempre in cerca di un consenso plebiscitario.
E poi, però, perchè Guido Martinetti, patron delle gelaterie, con Federico Grom, ha sempre speso buone parole per il premier: «Con Renzi c’è un linguaggio comune, la stessa velocità , la voglia di andare incontro a cose nuove».
Lo disse, pubblicamente, già ai tempi delle primarie con Bersani, incurante di esser stato per mesi dato come possibile candidato del centrodestra berlusconiano.
Non una tariffa, dunque, ma un endorsement, sembra garantire la comparsata in una delle tante gag che il premier confeziona per la stampa.
Renzi coinvolge il più possibile aziende amiche, fan di sempre, punti di riferimento. Oscar Farinetti, ovviamente, è il più citato.
Il patron di Eataly sostiene Renzi da tempo, dalla prima Leopolda. È sempre prodigo di complimenti, e si è dimostrato pronto ad aprire il portafoglio, per sostenere l’ascesa del fiorentino: a Torino, nel 2012, non ci pensò due volte a saldare il conto del PalaIsozaki, “lingoto” di Renzi. 5 mila euro.
E Renzi ricambia. Ancora sindaco di Firenze ma già segretario del Pd, si presenta all’inaugurazione del nuovo store cittadino (oggi al centro delle cronache per lo sciopero dei dipendenti, contro i molti contratti non rinnovati), si fa fotografare con le insegne belle grandi dietro le spalle.
Pubblicità gratuita. E poi, a chi altri avrebbe potuto ordinare il pranzo per i membri della segreteria del partito, riunita ancora a Firenze. A Eataly, ovvio.
E il «pranzo al sacco» finisce su tutti i giornali.
Renzi lo fa per promuovere le eccellenze italiane, dice.
Per promuovere i piumini della Moncler, Renzi usò l’assemblea del Pd: «Io i paninari non li ho mai sopportati» disse simpatico il premier, prima di infilare una serie di complimenti per l’azienda, prima francese e ora italiana.
Un bell’assist, sicuramente, alla vigilia della quotazione in borsa. L’uomo dei piumini, Remo Ruffini ringrazia: «sono parole che fanno piacere».
Le aziende scelte per gli spot, però, hanno spesso dimostrato, in un modo o nell’altro, di sostenere le causa.
Come Tecnogym, marchio di attrezzi e macchine da palestra.
Il premier, in piena campagna elettorale per le europee, in favore di decine di telecamere, sale di prima mattina sulla ciclette. Indossa una magliettina gialla aderente. Il logo è ben visibile. Technogym, appunto.
È la prima volta che un premier si fa fotografare in ciclette. È la prima volta che lo fa brandizzato.
Technogym è un’eccellenza, sicuramente, è un leader mondiale. «Gli americani hanno inventato il fitness, noi abbiamo inventato il wellness”, ha detto una volta Nerio Alessandri, mister Technogym. Dove? Alla Leopolda, ovviamente.
Sul canale Youtube della fondazione del premier, Bigbang, ancora si trova il video: «caro Matteo» dice Alessandri, «questo paese non ci sta più facendo sognare». Alessandri tifa, supporta, interviene, organizza.
Una volta riuscì quasi a regalare a Renzi l’occasione per uno scatto insieme a Bill Clinton.
Sarebbe stato utilissimo, ai tempi delle primarie contro Pier Luigi Bersani, ma saltò perchè qualcuno anticipò la notizia.
Luca Sappino
(da “L’Espresso“)
argomento: denuncia | Commenta »
Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
UNA VISIONE DEL POTERE SENZA GABBIE ETICHE E SENZA AVERE CAPACITA’ DI RIEMPIRLO DI IDEE E CONTENUTI
È adatto Matteo Renzi al compito che si è preso? “Is he fit to govern?”.
Mi sembra che si stia avvicinando il tempo di farsi anche su di lui la domanda che ha dannato tanti altri premier italiani, e non solo, in questa crisi che dura da ormai sei anni
Diamo per scontato la risposta da parte delle artiglierie dei Renzi-fan, diventati oggi così radicali e insultanti da far sembrare i grillini dei perfetti gentiluomini.
Intorno all’inquilino di Palazzo Chigi si è formato infatti un dogma di “infallibilità “, una narrativa che passa da trionfo a trionfo , una vulgata del genere “durerà venti anni”, il mantra “a lui non c’è alternativa” ripetuto da amici e ancor più da nemici.
In una sorta di sindrome di Fukuyama, autore de “la fine della storia”, presto smentito dalla storia stessa.
Un leader tuttavia dura tanto quanto è efficace la sua azione di governo.
E al momento Matteo Renzi , a dispetto dei molti fuochi d’artificio che circondano la sua persona, è in un punto molto critico della sua forza politica.
Non è questione nè di immagine nè di buone maniere, di cui non ci interessa assolutamente nulla.
Si tratta di risultati – materia che rimane molto ostica per il giovane presidente.
Il più atteso dei suoi provvedimenti, lo Sblocca Italia, è intanto stato giudicato quasi unanimemente inferiore alle esigenze della drammatica situazione del paese.
E se una parte di inadeguatezza era da mettere in conto, visto che Renzi è in sella da soli sei mesi, e non ha la colpa di una difficile situazione che dura da anni, non è invece giustificabile la inadeguatezza del metodo con cui il premier si sta confrontando con le reali condizioni del paese.
Fa testo di questa inadeguatezza il percorso di preparazione e le conclusioni del primo Cdm d’autunno – insieme sono purtroppo la fotografia di un governo segnato dalla approssimazione amministrativa.
Abbiamo assistito a vicende incredibili, che per qualunque altro esecutivo avremmo stroncato sul nascere.
Surreale il percorso della riforma della scuola. Non c’è nulla di meno serio di un premier che su un argomento così delicato per le famiglie e le decine di migliaia di lavoratori del settore, non lavori insieme al suo ministro; un premier che pochi giorni prima di proporre questa riforma scenda in campo con pirotecniche affermazioni tipo “vi stupirò”, salvo poi ritirare l’intero progetto evidentemente non pronto, con la flebile scusa dell’ingorgo.
Surreale anche il percorso della riforma del lavoro, che ha subito lo stesso travaglio di quella della scuola, con un ministro, Poletti, che un giorno annuncia, un giorno nega quel che ha detto. E il riemergere di un tema, l’abolizione o meno dell’articolo 18, che ha a lungo diviso il paese, e che certo meritava di essere trattato , non fosse altro per capire cosa ne pensa il governo, e che è stato però seppellito sotto un aggettivo, in questo caso “superato”.
Ma se la voce lavoro è dispersa, la voce giustizia, la più delicata da vent’anni a questa parte, è finita dritta dritta di nuovo nelle secche dello scambio politico, irretita nelle fibrillazioni della maggioranza e delle preoccupazioni di Silvio Berlusconi.
Stesso destino per le risorse fresche, i milioni promessi per il rilancio dell’economia, passati da 43 miliardi, oppure 30, altre cifre vaganti, a infine solo a 3,8.
Nel complesso, persino le azioni giuste, che riguardano soprattutto la semplificazione normativa, sbiadiscono in rapporto a tutta la retorica dei mesi passati – Renzi, ricordate, è lo stesso leader che solo sei mesi fa accusò il suo predecessore Enrico Letta di usare “il cacciavite” laddove, disse, per cambiare l’Italia ci voleva “una rivoluzione”.
Altro che cacciavite – al suo primo incontro con il mondo reale della vita dei cittadini Renzi ha fatto soprattutto manutenzione.
La nomina della Mogherini a Lady Pesc sembra segnare invece l’azione internazionale del premier di ben altra caratura di quella mediocre nazionale.
Ma, parlando appunto di guerra, come in Italia, così a Bruxelles non abbiamo sentito nessun discorso di contenuti accompagnare la nomina.
Non sappiamo oggi più di ieri perchè abbiamo chiesto il posto di Lady Pesc.
Perchè vogliamo creare un nuovo detente contro la Russia, perchè temiamo una seconda guerra fredda, perchè pensiamo che solo noi Italiani possiamo essere un ponte fra russi e Occidente, perchè pensiamo che i russi possano aiutarci in Medioriente – o forse sono essenziali solo a noi italiani perchè così abbiamo una leva in più in Occidente?
Di quale di queste opzioni si tratta? Esattamente per cosa ci batteremo sul cosiddetto scacchiere mondiale? Siamo con Kissinger che chiede di ridefinire tutti gli strumenti di intervento, siamo per definire una nuova frontiera occidentale, siamo per un ribaltamento di alleanze in Medioriente, o per nuovi fronti militari? Siamo per i diritti umani o per la realpolitik? Siamo per bombardare Isis con Assad, e l’Iran, e vogliamo pagare per gli ostaggi, o liberarli impiegando le forze speciali? Insomma cosa pensa Renzi, premier del nuovo mondo?
Per ora abbiamo soltanto sentito ripetere la frase “mediazione” a ogni angolo. Speriamo che basti.
Ma se non ha parlato di politica estera, Renzi ha però fatto un commento per festeggiare la nomina di Mogherini: “questa nomina indica che c’e’ una nuova generazione al potere”. E questa frase è in fondo il vero cuore della sua identità politica- il raggiungimento del potere.
Un potere formale, materiale, riconoscibile in una serie di posizioni per sè e per tutti i suoi associati.
Non c’è nessun disprezzo in quel che dico. Il potere è l’anima della competizione pubblica da sempre. Non per tutti, non sempre, ma afferrarlo e esercitarlo è la ragione per cui si scende – o non si scende – in politica.
O, almeno, in un certo tipo di politica .
E nella piattaforma renziana, fin dall’inizio, il potere ha un ruolo centrale, sotto forma di rottamazione, annuncio di un ricambio generazionale fatto con maniere decise. Obiettivo del tutto legittimo, parte della dinamica dell’evoluzione, e base molto forte della popolarità che ancora gonfia la bandiera renziana.
Su questa piattaforma Renzi si è rivelato geniale, e degno erede di quella grande scuola della Dc che ha visto in Andreotti il suo maggior e più pragmatico rappresentante, quello del potere che logora solo chi non ce l’ha.
Come un treno, ha saputo cogliere le debolezze del suo partito, del sistema burocratico romano, delle classi dirigenti italiane prima e quelle europee dopo.
È riuscito a intimidire con insulti alcuni di loro, altri li ha invece piegati con la seduzione della sua energia, altri ancora facendo leva sull’opportunismo di chi ama i vincenti.
La sua è stata una visione del potere senza gabbie etiche, solo e puramente funzionale. Non ha mai avuto dubbi infatti sulla natura tattica delle alleanze, e così come non ha esitato a far fuori Enrico Letta, così ha risdoganato e rimesso al centro senza nessuna spiegazione l’arcinemico del suo stesso partito, Silvio Berlusconi; o ha distrutto e rivivificato carriere a seconda dei voti che aveva necessità di raccogliere su questo o quel provvedimento.
Che la priorità assoluta dei primi sei mesi della sua attività di governo sia stata la riforma del Senato ha senso solo in questo percorso.
Non è in sè sbagliato. Come si diceva è una idea che viene da una onorata e molto lunga tradizione – il potere si giustifica col potere perchè solo il potere autorizza il cambiamento. Renzi in questo sfoggio di forza ha infatti affascinato e addomesticato quasi il 50 per cento del paese.
C’è un solo problema in questo schema, e che ora si presenta alla sua porta.
Dopo la conquista, il potere occorre riempirlo di fatti, di idee, di proposte.
E su questo Renzi arriva tardi e male. E non solo perchè non ha i soldi. Anzi.
Arriva tardi e male perchè in questi mesi non ha saputo o voluto raccordarsi davvero con il paese, e la sua crisi.
Il suo orizzonte è stato il più politicista di tutti i leader più recenti. Proprio perchè concentrato sulla presa dei centri di potere.
Ma non ha saputo mai spiegare a tutti noi perchè si sta sempre peggio, cos’è che non funziona nelle nostre città e come mai l’Italia ha continuato a scivolare verso dati economici negativi.
Non lo abbiamo visto parlare con nessun poveraccio, salvo i suoi giri veloci e le sue pacche sulle spalle. Ha visitato a mala pena qualche fabbrica, della lunga vicenda della Alcoa non ha preso mai nota, ha fatto i suoi gesti di potere disprezzando Squinzi e i sindacati, ma ha visto Landini che è ‘nuovo’ e cool ma non sembra avergli parlato a sufficienza da capire che lui e Landini vivono in luoghi diversi.
Parla tanto di quote rose, ma non parla mai di aborto, di diritti, di bambini uccisi da madri a da padri in depressione.
Non ha mai fatto una filippica sull’onestà collettiva, sulla evasione fiscale, in compenso abbiamo tante filippiche su gufi e invidiosi e specie altre.
Non ha mai detto una parola sul disagio dei giovani, sul degrado che alcol droga e bassi affitti hanno scatenato questa estate sul nostro territorio nazionale, in compenso fa docce gelate, e prepara una mossa smart via l’altra, un permanente girotondo di discorsi, conferenze stampa, convegni – oggi sappiamo già della conferenza stampa di mercoledì e poi del convegno europeo di venerdì e poi della la visita all’Onu prima anticipata da quella – e dove altro? – alla Sylicon Valley.
Ma soprattutto sembra non aver mai albergato nella sua testa l’idea che un paese in gravissima crisi c’è bisogno di un qualche misura speciale.
Forse di una idea di unità nazionale che non sia solo il suo patto con Berlusconi e Ncd a fini di raccattare i voti che gli servono.
Roosvelt fece i lavori pubblici, Marshall finanziò la ripresa europea, Mussolini risanò le paludi.
E lui ha qualche compito cui tutti noi possiamo concorrere, ha in mente una chiamata alla responsabilità di lavoratori e imprenditori, come in Germania ad esempio, o la ripresa viene automaticamente fuori dal suo inarrestabile presenzialismo?
Si è mai chiesto Renzi perchè i suoi 80 euro non hanno funzionato? Dove li ha messi la gente che li ha ricevuti? Sotto il materasso? Ha saldato i debiti pregressi? Nemmeno con quei dieci milioni di Italiani che ha concretamente e generosamente aiutato lo abbiamo mai visto parlare.
Il premier si fa sempre un punto di far sapere di fregarsene delle opinioni dei suoi critici. Ma le cambiali arrivano anche per lui.
E nel caso di questi ultimi giorni la conseguenze del suo stile di lavoro si sono viste
Alla fine di questa girandola di gestione di potere, arrivato al dunque delle misure da decidere per il paese, i tanti suoi progetti sono poi stati filtrati, messi in ordine e limitati da uomini più saggi e più vecchi di lui.
Le sue ambizioni meravigliose si sono scontrate con la fermezza del ministro del Tesoro nel tenere i piedi per terra nei conti, nella fermezza di Napolitano di non prestarsi a giochi di illusionismo politico, e con la figura imponente di Mario Draghi diventato ormai il real player politico anche per l’Italia, oltre che per l’Eurozona.
Alla fine, spenti i fuochi artificiali, il Renzi che esce da Palazzo Chigi e naviga nel mondo reale è nei fatti un premier tenuto continuamente a balia da altri.
Un premier decisamente messo al suo posto di ragazzino. E non solo dalla copertina dell’Economist.
Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost“)
argomento: Renzi | Commenta »