Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
MAURIZIO PASCALI PORTA IN TRIBUNALE TERESA BELLANOVA E UN ALTRO DEPUTATO PUGLIESE (CHE NEGANO)
Un accordo di lavoro, senza un contratto firmato, pagato mensilmente solo con una fattura. Impegno
massimo, anche nel weekend.
E’ la tesi a sostegno della causa di lavoro con la quale Maurizio Pascali, ex addetto stampa del Pd di Lecce, ha portato in tribunale due deputati del Partito democratico: Salvatore Capone e Teresa Bellanova, sottosegretaria al Lavoro del governo Renzi. Secondo quanto sostiene Pascali, che ha lavorato per i due parlamentari per oltre tre anni, riceveva 600 euro netti per lavorare tutto il giorno, ma soprattutto al nero. Ilfattoquotidiano.it ha cercato a lungo di avere una versione dei due parlamentari. Come risposta è arrivata una diffida da parte del loro avvocato Fernando Caracuta a “pubblicare notizie palesemente false“.
Secondo quanto spiega l’ex addetto stampa attraverso il racconto della sua legale Maria Lucia Rollo, la collaborazione con Bellanova e Capone è iniziata nel 2010.
Comunicati stampa, inviti a conferenze stampa, comunicazioni su iniziative di partito, dichiarazioni dei deputati, prese di posizione della segreteria provinciale del Partito democratico a Lecce.
Prima le elezioni regionali, poi quelle comunali, poi le primarie di partito e di coalizione. Le caselle di posta elettronica delle redazioni di giornali locali e nazionali ricevono email che partono dall’indirizzo personale di Pascali.
A fine mese Pascali, è la sua ricostruzione, emetteva fattura: aveva dovuto aprire una partita Iva e, quindi, dai 1500 euro lordi, doveva sottrarre contributi, tasse e altro.
Il risultato, come detto, erano i 600 euro al mese pagati a volte al termine dei 30 giorni, altre dopo 2-3 mesi.
Nel 2012 la legge Fornero — di cui la Bellanova fu relatrice in Aula — cambia le regole e stabilisce che le partite Iva, con monocommittenza, sono “finte”.
Le strade possibili erano due: o trasformare il contratto (magari a progetto) oppure stabilire un rapporto di lavoro subordinato.
Per Pascali, invece, non cambia nulla, racconta.
Fino al 2013, quando l’addetto stampa decide di dire basta.
L’onorevole Bellanova, al momento di lasciarsi, gli fornisce però una dichiarazione firmata e scritta su carta intestata della Camera dei Deputati, in cui conferma il lavoro svolto in quegli anni da Pascali, ritenendo la collaborazione “proficua” perchè fondata sulla “serietà , puntualità e professionalità con cui ha sempre svolto la sua attività ”.
Ma Pascali a quel punto decide di rivendicare i suoi diritti.
L’avvocato Rollo tenta prima una conciliazione. “In genere — spiega — si procede così. Tentando il dialogo per giungere ad un accordo pacifico e condiviso. Abbiamo chiesto un incontro al sottosegretario e all’onorevole Capone. Abbiamo incontrato l’avvocato da loro incaricato ma non siamo giunti ad alcuna soluzione”.
Il secondo tentativo è stata la conciliazione davanti all’ispettorato provinciale del lavoro. La richiesta avanzata da Pascali, come spiega il suo legale, è il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato, con contratto nazionale di categoria e con annessa differenza economica non corrisposta fino a quel momento: tfr, contributi, indennità , straordinario eccetera.
Ma non solo: l’ex addetto stampa racconta anche che il tesoriere del Pd di Lecce gli ha inviato la parcella per aver curato, in quegli anni, la parte contabile del suo accordo: 15mila euro.
Dalla sua la sottosegretaria Bellanova ha depositato una memoria in cui chiarisce che Pascali era e operava da lavoratore autonomo e che quella nota di merito (scritta sulla carta intestata di Montecitorio) era stata predisposta dallo stesso ex collaboratore, scritta per essere inserita nel curriculum e, quindi, “ottenuta con inganno e con raggiro carpendo la buona fede”.
Nella diffida dell’avvocato, invece, non si conosce niente di più nel merito.
La nota definisce “incredibile, scorretta sotto tutti i profili e a dir poco colpevolmente fantasiosa” la ricostruzione di Pascali.
Per capire chi ha ragione si dovrà aspettare la sentenza del giudice del lavoro.
Mary Tota
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE LO AVEVA PROMESSO: “SERVONO FATTI, NON PAROLE”.. E INVITA GLI ALTRI CLUB A SEGUIRLO
Lo aveva premesso, ancora grondante dopo aver preso parte dall’Ice Bucket Challenge, innaffiato dall’allenatore Sinisa Mihajlovic e dal portiere Viviano, prima della trasferta di Palermo. “Servono iniziative, non parole”.
Massimo Ferrero, presidente della Sampdoria, ha mantenuto fede all’impegno assunto. E alla propria fama di personaggio che ama i colpi di teatro.
Ha deciso di destinare il 50% (al netto dell’Iva) dell’incasso del primo match casalingo di campionato della Sampdoria, domenica 14 settembre contro il Torino, alla Fondazione Vialli-Mauro che finanzia la ricerca contro la Sla.
“Invito tutti gli altri presidenti del calcio italiano a seguire l’esempio della Sampdoria e dei suoi straordinari, generosi tifosi — ha dichiarato Ferrero attraverso il sito ufficiale della società (www.sampdoria.it) -. Noi daremo un contributo concreto, come club e come squadra, e lo faremo insieme con la Fondazione rappresentata anche da uno dei simboli della nostra storia, il grande Gianluca Vialli. Per la partita con il Torino mi aspetto tantissima gente allo stadio, tutti colorati di blucerchiato per vincere insieme sul campo e contro la Sla”.
Anche la squadra, coll’allenatore Mihajlovic, raccoglierà fondi attraverso una colletta tra i calciatori blucerchiati.
La Sla, la sclerosi laterale amiotrofica, è una malattia neurodegenerativa che in Italia ha fatto vittime anche tra i calciatori: Signorini, Borgonovo e Lombardi.
La Sampdoria è finora l’unica società di serie A ad aver destinato denaro direttamente alla lotta contro la Sla.
In serie B il progetto B Solidale ogni anno destina fondi a 5 onlus che attraverso un bando di concorso si aggiudicano la possibilità di ricevere i fondi delle multe pagate dalle società a causa delle intemperanze dei tifosi.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA: “FILE DELL’OFFERTA MODIFICATO DOPO LA SCADENZA, VINCE UNA SOCIETA’ DELLA FAMIGLIA MARZOTTO, LEGATA AL MINISTRO DIANA BRACCO”….E A FARINETTI UN INTERO PADIGLIONE SENZA GARA
Quanti dolori per il cibo, nell’Expo sul cibo. 
Il tema dell’esposizione universale 2015 a Milano, si sa, è “Nutrire il pianeta, energia per la vita”.
Ma proprio la gara per gestire la ristorazione in tutta l’area è andata già due volte deserta.
E quella per la ristorazione nel padiglione Italia è bloccata da un ricorso al Tar.
“Ho partecipato a quattro Expo in giro per il mondo, ma sono stato buttato fuori proprio da quella che si tiene in Italia, a Milano. Ritengo che la gara non sia stata regolare. Per questo ho fatto ricorso e ho mandato una lettera a Raffaele Cantone, il presidente dell’Autorità anti-corruzione: c’è qualcosa che non va nella gara per la ristorazione al padiglione Italia”.
Piero Sassone nasce chef e diventa organizzatore e manager del cibo.
Ha un ristorante a Saluzzo, “Le quattro stagioni d’Italia”, e il suo Icif (Italian Culinary Institute for Foreigners) forma i migliori cuochi del Paese.
Collabora con 126 ristoranti stellati in Italia. Ha il quartier generale nel castello di Costigliole d’Asti, tra le Langhe e il Monferrato, ha sedi a Shanghai e in Brasile e uffici di rappresentanza in 24 Paesi nel mondo.
Ha gestito la ristorazione del Padiglione Italia alle Expo di Aichi 2005 (Giappone), Saragozza 2008 (Spagna), Shanghai 2010 (Cina), Yeosu 2012 (Corea del Sud).“Abbiamo partecipato anche alla gara per l’Expo di Milano 2015: con un progetto che coinvolgeva dodici ristoranti stellati e sette chef internazionali. Ma siamo arrivati secondi. Battuti da Peck”, racconta Sassone.
“A gara ancora aperta, il responsabile per l’Italia della San Pellegrino, Clement Vachon, ha telefonato alla nostra responsabile marketing per parlarle dell’eventuale fornitura dell’acqua minerale. Nel discorso, le ha detto che eravamo rimasti in due in gara. Come faceva a saperlo? Ma non basta: le sedute della commissione giudicatrice non sono state trasparenti e pubbliche, come invece prevedeva il bando, ed è stato reso noto un solo verbale, mentre le sedute sono state tre. E poi il file dell’offerta economica di Peck risulta modificato l’ultima volta il 3 aprile 2014 alle ore 17.37, quando il termine per la presentazione delle offerte era il 25 marzo e le buste sono state aperte dalla commissione alle 16.30 del 2 aprile”.
Ora saranno il Tar e l’Autorità anti-corruzione di Cantone ad analizzare la vicenda e a stabilire se questa è solo una manovra di disturbo di una cordata di imprenditori regolarmente sconfitti in una gara.
Ma intanto Sassone protesta. “A noi, che lavoriamo da 23 anni con esperienza internazionale , che abbiamo partecipato anche alle Olimpiadi invernali di Sochi, la commissione ha attribuito per il curriculum 21 punti. Ne hanno dati 20 a Peck, che non ha la nostra esperienza e fa gastronomia, non ristorazione. Il nostro progetto prevedeva 37 addetti, quello di Peck soltanto quattro. Il fatto è che Peck è controllato dalla famiglia Marzotto, che ha rapporti stretti con Diana Bracco, presidente di Expo 2015 e commissario del padiglione Italia”.
Quest’ultimo ha una sua gestione autonoma, rispetto alla società Expo 2015 spa di Giuseppe Sala che cura il resto dell’esposizione.
“Abbiamo partecipato in cinque, tra cui Gualtiero Marchesi. Dopo la proclamazione del vincitore, ci ha contattato più volte Lamberto Vallarino Gancia, commissario del padiglione Italia, che ha tentato di convincerci a non fare ricorso. Prima promettendo che ci avrebbe coinvolto in serate ed eventi presso il padiglione Italia durante i sei mesi di Expo, poi minacciando che, se fossimo andati avanti, avremmo avuto serie ripercussioni sotto il profilo delle relazioni commerciali”.
Se al padiglione Italia si mangerà Peck (salvo colpi di scena), nel resto dell’Expo sul cibo c’è il rischio di restare digiuni.
“Le due gare sono andate deserte. Così non sappiamo ancora chi gestirà i 120 punti vendita, tra chioschi, fast food, self service e ristoranti, che dovrebbero essere aperti dentro l’Expo. Nessuno ha partecipato: per forza”, spiega Sassone, “le condizioni imposte per la gara sono antieconomiche, non convenienti per un imprenditore. Io ho l’impressione che lo facciano apposta: mettono condizioni non sostenibili perchè le gare vadano deserte, così poi hanno la scusa per andare a trattativa diretta e decidere come vogliono loro. È un peccato, la meritocrazia non è più un valore in questo Paese. Chi si è fatto una grande esperienza in giro per il mondo non è messo in condizione di lavorare in Italia. Intanto a Eataly di Oscar Farinetti è stato dato un intero padiglione senza gara: ma vi pare possibile?” si chiede Sassone.
“Cantone e il Bureau International des Expositions non hanno niente da eccepire?”
Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
IN CONTATTO CON PUTIN, SI PROPONE PER UNA MEDIAZIONE: “A PAGARE SONO GLI IMPRENDITORI ITALIANI”
E’ un dialogo che oggi è più vivace che mai. Anche ieri Silvio Berlusconi ha sentito telefonicamente l’amico Vladimir Putin per cercare “di scongiurare”, dicono uomini di spessore nell’entourage del Cavaliere, che la crisi ucraina sfoci in una guerra nel cuore dell’Europa di cui “a pagare- sostengono sempre le stesse fonti — sarebbero prima di tutto gli imprenditori italiani, di cui ci sentiamo, in qualche modo, i principali garanti; un embargo ancora più duro verso la Russia di certo manderebbe molte imprese sull’orlo della chiusura”.
Sull’Ucraina, in verità , ora soffia finalmente un timido vento di pace. Ma sono solo i primi passi che Berlusconi vuole sfruttare a suo vantaggio.
Candidandosi ad ambasciatore di pace in Europa, forte della sua amicizia, “che può considerarsi unica tra i leader europei”, con lo zar Vlad.
Di questo, raccontano dentro Forza Italia, avrebbe parlato telefonicamente anche con il presidente del Consiglio Matteo Renzi, “mettendosi a disposizione del Paese”, dicono i suoi, per dare un aiuto “anche alla giovane e inesperta Lady Pesc Mogherini” nella soluzione della crisi.
Putin e la crisi Ucraina, insomma, usati da Berlusconi come “predellini” per riconquistare una visibilità a livello internazionale che più di altre gli manca da quando “le disgrazie giudiziarie” lo hanno costretto al cono d’ombra.
Ora, però, l’occasione è d’oro, secondo lui. E va sfruttata appieno.
“Berlusconi — conferma infatti Daniela Santanchè — ha sempre avuto ottimi rapporti con Putin, e il presidente di Forza Italia è molto preoccupato per quello che sta succedendo. Il germe di questo estremismo islamico è già nei nostri Paesi e noi mandiamo i paracadutisti in Ucraina? Se giovedì verranno inasprite le sanzioni contro la Russia, sarà un colpo mortale per le imprese italiane. Ci sono tante ragioni per cui dovremmo essere dalla parte di Putin, e non schierarci in questa maniera”.
Così, per avvalorare questa possibile investitura del Cavaliere ad ambasciatore di pace in Europa, senza dismettere in alcun modo gli abiti di “costituente” della nuova Repubblica che Renzi gli ha gentilmente concesso in barba ad ogni buon senso, ecco che dentro Forza Italia la macchina della propaganda rilancia ancora più in alto. Rispolverando Pratica di Mare 2008, quella che, secondo il Mattinale, il foglio diretto da Renato Brunetta,“fu un successo di Berlusconi statista”.
“Troppi politologi e analisti di impronta marxista — si legge sempre nel dispaccio azzurro — riducono la politica a puri rapporti di forza e interessi, Berlusconi invece ha sempre creduto nella forza dell’amicizia e dei rapporti personali, che inducono a riflessioni più aperte e a vedere il bene di tutti. Il suo lavoro da premier è stato soprattutto questo, far incontrare, far ragionare, cogliere il meglio delle persone, e mostrare che hanno un compito di pace per il bene dei loro popoli”.
Chi, insomma, meglio di lui per far ragionare Putin e convincerlo a più miti consigli come accadde per la Georgia proprio nel 2008, quando Berlusconi “scongiurò l’invasione — è la lettura prospettica degli azzurri più fedeli — grazie ai suoi rapporti personali e alla sua amicizia, che ancora oggi è profonda e solida”? Già , chi?
Se, insomma, l’Europa si trova oggi in questo guaio, secondo Forza Italia è solo perchè “si è considerata la Russia come avversario, se non addirittura un nemico; sbagliato, sbagliatissimo. Renzi riprenda la logica pacificatrice operosa di Berlusconi; l’amicizia e l’evidenza dell’incisività internazionale di Berlusconi indussero Putin a rinunciare all’invasione della Georgia, mentre si trovava a pochi chilometri da Tbilisi (2008), occorre anche in questo caso d’intraprendere una chiara volontà di dialogo”.
E Berlusconi è pronto “a fare la sua parte — è ancora la ‘pazza idea’ del Cavaliere — sulla scia di una storia che lo ha consacrato leader indiscusso sul palcoscenico internazionale negli ultimi 20 anni, unico in grado di avviare mediazioni proficue per il processo di pacificazione in Medio Oriente e in Ucraina”.
Aprire a Mosca è, dunque, il suggerimento di Berlusconi e sarà più facile attraverso la sua mediazione, ovviamente.
Strategia che ha mandato a dire anche a Renzi, via Verdini, rinnovando la sua pressione perchè si eviti un conflitto armato “che sarebbe quanto di peggiore potrebbe capitare alla regione e all’Europa”.
Così come il possibile inasprimento delle sanzioni verso la Russia che, secondo il Cavaliere, non sarebbero in grado “di dettare un cambiamento nel conflitto in corso, piuttosto coalizzerebbero i filorussi intorno a Putin”.
E, allora, eccolo lì, da Arcore con i telefono in mano (visto che non può lasciare il Paese) pronto a rispolverare la sua nota vena diplomatica, di dialogo, di ulteriore apertura a Mosca: “Renzi riprenda, se ne è capace — ha detto ieri, parlando con i suoi — l’Ostpolitik e la logica pacificatrice operosa che è stata sempre la mia cifra”, proprio come a Pratica di Mare (stavolta siamo nel maggio 2002) quando la Nato strinse una partnership con la Russia nella guerra al terrorismo.
Insomma, Silvio Berlusconi vero uomo di pace, vero Mr Pesc, nel nome della sua amicizia con Putin, che non può non essere sfruttata “per favorire la pace in Europa”, perchè “il dialogo non deve mai venire meno”.
Esattamente come la volontà di Silvio di riacquistare al più presto la visibilità politica perduta. Ovunque.
Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
UN ARGOMENTO IN MENO AI SOLITI SCIACALLI DELLA POLITICA
Tutto è iniziato quando il leader del Movimento Cinque Stelle, Beppe Grillo, ha lanciato l’allarme: “Il
contagio di Tbc di 40 poliziotti finora accertati è caduto nel nulla come se fosse un problema nazionale il ritorno di malattie debellate da secoli in Italia”.
Sono passate poche ore e la polemica è montata, con tanto di inserimento della cronista di Repubblica Annalisa Cuzzocrea che aveva scritto sul caso, nella lista dei giornalisti del giorno. Tutto nella norma, se non fosse però che un errore in questo caso Grillo lo ha commesso.
Nel suo blog, in realtà , non ha fatto altro che riportare una dichiarazione e delle informazioni riferite da un sindacato di polizia, il Consap, che già a giugno aveva lanciato l’allarme di agenti a contatto con la Tbc.
Ma avrebbe dovuto verificare la notizia, come viene spesso ricordato ai cronisti che riportavano fatti senza accertarne la veridicità .
I 40 poliziotti di cui si parla, non sono coloro che hanno contratto la Tbc, bensì quelli che sono risultati positivi al test di Mantoux (il test cutaneo della tubercolina).
Questo vuol dire che risultano positivi, devono stare sotto osservazione per evitare che con gli anni la malattia si manifesti.
Il 10 per cento degli italiani, spiegano gli esperti, risulterebbe positivo a questo test.
“I casi di poliziotti affetti da Tbc a nostra conoscenza — afferma il presidente nazionale del sindacato di polizia Sap Gianni Tonelli — sono solo tre”.
Insomma, l’allarme non esiste in Italia, e lo conferma il direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità , Giovanni Rezza.
“L’Italia è un Paese a media- bassa incidenza di casi di tubercolosi. Calcoliamo 4.500/5.000 casi in Italia e si tratta soprattutto di anziani e giovani stranieri che arrivano nel nostro territorio.” Giovanni Rezza spiega anche che l’Istituto Superiore della Sanità “non ha riscontrato conseguenze sulla popolazione giovanile italiana, anzi c’è un leggero decremento dei casi. Il punto è ribadire che non c’è una situazione di allarme, anche se è necessario lasciare alta la vigilanza”.
Per gli agenti che entrano a contatto con persone che hanno contratto la Tbc la questione prevenzione infatti è fondamentale.
Per mesi le forze dell’ordine hanno lavorato a fianco dei migranti senza alcuna protezione finchè il ministero ha fornito loro delle mascherine che tuttavia non arrivano a tutti, anzi.
“Ad accogliere i migranti è la polizia di Stato. Segue la polizia scientifica per la segnalazione e i colleghi dell’immigrazione che li interrogano — spiega il segretario del Sap Sicilia, Rosario Indelicato — Poi interviene la squadra mobile che si occupa degli scafisti. Per lungo tempo i contatti sono avvenuti senza alcuna protezione. Abbiamo chiesto guanti, mascherine e tute e siamo arrivati al punto di doverli comprare da soli. Il ministero non ci forniva questo materiale per mancanza di risorse anche se alla fine hanno fatto delle spedizioni, che però non sono arrivate a tutti”.
E infatti ancora oggi, da Pozzallo a Siracusa, molti agenti continuano a lavorare senza alcuna protezione.
Valeria Pacelli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
TENSIONE NEL PD, IN 54 CONTRO IL FISCAL COMPACT… SILVIO: “APPOGGIAMO MATTEO, TANTO IL VICEPREMIER E’ VERDINI”
Un patto sulla giustizia. A sentire Silvio Berlusconi, è nel bel mezzo della telefonata con Matteo Renzi che il nodo più controverso del dossier governativo ha fatto capolino sul tavolo del confronto: «Si può fare, basta che il Pd dica di sì».
Dal quartier generale renziano, in realtà , la circostanza è negata con decisione.
Eppure l’ex premier va raccontando un film assai diverso: «Se il governo modifica quello che non va, a partire dal falso in bilancio, noi ci siamo».
D’altra parte, è la tesi del Cavaliere, «è innegabile che la responsabilità civile dei magistrati sia un nostro cavallo di battaglia».
Il terreno è scivoloso. Così insidioso che difficilmente il Pd potrà accettare lo scomodo abbraccio di Forza Italia.
Per questo, l’esecutivo ara comunque il terreno, senza tenere in conto l’eventuale soccorso azzurro.
E non a caso ieri il ministro della Giustizia Andrea Orlando è volato a Bruxelles per incassare l’appoggio dell’Unione sulla giustizia civile.
«Si tratta di una riforma — ha assicurato il commissario europeo Martine Reicherts,al termine di un faccia a faccia con il Guardasigilli – frutto del buon senso e molto coraggiosa, in grado di far avanzare l’Italia sulla via della crescita e della semplificazione »
Il dialogo tra il premier e il leader di Arcore, naturalmente, non si esaurisce sui dossier ucraino e sulla giustizia.
È l’intero pacchetto di riforme a “stuzzicare” il Cavaliere, “marcato” a uomo da Gianni Letta, Nicolò Ghedini e Denis Verdini nel corso del colloquio telefonico di martedì.
Proprio all’ex coordinatore toscano è affidato il complicatissimo puzzle dell’Italicum. Che, pare, non sarà risolto in tempi brevi a causa delle crescenti fronde interne a Pd e Forza Italia
I rispettivi entourage, in ogni caso, già lavorano a un incontro.
Potrebbe tenersi intorno a metà settembre, ma l’agenda di Renzi resta fitta.
Così piena che il presidente del Consiglio diserterà anche il forum Ambrosetti di Cernobbio. Nessun atto ostile, giurano da Palazzo Chigi.
Eppure il recente forfait al meeting di Cl lascia intravedere una strategia precisa, che fa il paio con il duro affondo contro i «soliti noti dei salotti buoni».
In attesa di fare i conti con l’establishment, Renzi deve affrontare anche nuove tensioni interne.
Cinquantaquattro parlamentari dem hanno infatti aderito al Comitato di sostegno al referendum per abrogare la legge attuativa del Fiscal compact.
E alcuni di loro hanno pure annunciato un emendamento sulle riforme per eliminare l’obbligo del pareggio di bilancio.
Di fatto, una nuova trappola sul cammino dell’esecutivo.
Anche per queste ragioni, allora, Renzi non abbandona la strada del dialogo con Berlusconi. Il Cavaliere, però, è costretto a districarsi nella selva di questioni irrisolte che rischiano di soffocare via dell’Umiltà .
Non si tratta solo del rapporto ormai logoro con Raffaele Fitto — ieri il big pugliese si è dovuto accontentare di un colloquio con Verdini, che lavora anche a un’intesa con il Ncd per le Regionali calabresi — ma soprattutto della linea ostentatamente filorenziana di Forza Italia.
Un afflato governista che non convince molti dirigenti e, soprattutto, non paga nei sondaggi.
Al Nord, per dire, Forza Italia arranca, sorpassata dalla Lega.
Ciononostante, il Cavaliere non cambia idea: «Renzi non deve cadere, non c’è alternativa ».
E ogni tanto scherza così: «Andiamo avanti, tanto il vicepremier è Verdini…».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
LA MADIA SMENTISCE SE STESSA: “BLOCCO DEGLI STIPENDI PUBBLICI ANCHE NEL 2015”… E I PROF SI PAGANO IL COSTO DELLA RIFORMA DA SOLI
Anche nell’era renziana l’avvicinarsi dell’autunno impone una revisione delle promesse: “I contratti del
pubblico impiego verranno sbloccati con la riforma della Pa”.
Eravamo a maggio, e Marianna Madia rassicurava i sindacati inferociti. Ironia della sorte, ieri è toccato proprio al ministro della Funzione Pubblica smentire se stessa, Matteo Renzi e il governo: il blocco ci sarà anche il prossimo anno.
“C’è la crisi”, “le risorse non ci sono”, e per questo “tutti, governo e parti sociali, devono lavorare per il Paese”, ha spiegato ieri Madia in commissione Affari Costituzionali del Senato: “Pensiamo a chi più ne ha bisogno, quindi confermiamo gli 80 euro, che vanno anche a molti dipendenti pubblici”.
I sindacati annunciano mobilitazioni. Secondo il segretario della Fiom, Maurizio Landini, un nuovo blocco vorrebbe dire che “i contratti nazionali non esistono più”. Coincidenza ha voluto che il triste annuncio per 3,3 milioni di statali — che dal 2010 aspettano di vedere rivalutato il loro stipendio — arrivasse nelle stesse ore dell’annuncio dei “150 mila precari della scuola assunti da settembre 2015”.
Tra le pieghe delle slide, però, si fa strada un sospetto.
Per gli insegnanti, infatti, è previsto il blocco degli scatti di anzianità per il periodo 2015-2018: verranno sostituiti da quelli “di competenza” basati sul merito, che però partiranno solo dal 2018“perchè così ne potranno beneficiare anche i precari neoassunti”.
E fino ad allora? Nessun aumento per tutti.
In questo modo si ricaveranno risorse per gli incentivi al merito togliendole per tre anni dagli stipendi dei docenti.
Il comngelamento dei contratti è storia che va avanti ormai da una decade — dalle manovre “lacrime e sangue” di Giulio Tremonti (anno 2010) – e ha permesso finora allo Stato di risparmiare circa 12 miliardi di euro (stime della Ragioneria) grazie alle proroghe di volta in volta approvate.
Quella annunciata ieri per il 2015 ne vale altri 2-3. A dicembre scorso, la legge di stabilità targata Letta-Saccomanni aveva confermato anche per il 2014 il blocco dei rinnovi contrattuali e degli stipendi individuali compreso il comparto sanitario.
A queste si aggiungeva un’ulteriore diluizione dei tempi per incassare le buonuscite (il Tfr), con importi erogati in più tranche e più piccole.
Cosa cambia? Che nel frattempo i soldi tenuti in caldo dallo Stato non si rivalutano, e questo comporta una perdita per il dipendente fino al 6-7 per cento del totale, e che solo la deflazione (i prezzi che scendono) può rendere meno dolorosa .
Il risparmio dello Stato fa da contraltare al salasso pagato dagli statali.
A fronte di una retribuzione pro capite di 34.576 euro, secondo la Cgil il mancato adeguamento dei contratti è costato in media ai lavoratori pubblici 4.800 euro, 600 dei quali solo per il 2015.
Calcoli generosi se si considera che la Uil e il sindacato di base stimano una perdita media di 3000 euro l’anno.
Secondo il Sole 24 Ore , gli insegnanti hanno perso 3.300 euro, i docenti universitari 9.500 (4.598 i ricercatori) e i medici 7.500.
Questo se si parla di impiegati. Ma l’austerità è costata anche ai dirigenti, da quelli di prima fascia della presidenza del Consiglio (11.661 euro) a quelli degli Enti non economici (21.203 euro).
Soldi che non torneranno mai più, e che ovviamente avranno un riflesso negativo anche sulla condizione previdenziale (con minori contributi versati e quindi, pensioni più basse).
Negli ultimi cinque anni le buste paga sono rimaste praticamente ferme grazie al congelamento delle retribuzioni individuali, con alcune eccezioni (Regioni autonome e magistratura).
Il primo campanello d’allarme per il 2015 era arrivato ad aprile: nel Documento di economia e finanza non erano previsti soldi per il rinnovo, ma veniva assicurata solo – fino al 2017 — “l’indennità di vacanza contrattuale”, basata però sui valori in vigore al 2013.
Entro la fine dell’anno potrebbe essere fissata la prima udienza della Consulta per valutare i ricorsi avanzati nell’ultimo anno dai sindacati.
Lo scenario che si aprirebbe per il governo Renzi in caso di sentenza positiva sarebbe catastrofico.
Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
IL PREMIER AMMETTE IL FLOP DELLA SPENDING REVIEW: IN ARRIVO SFORBICIATE LINEARI DEL 3% AI MINISTERI
Per una volta la notizia non sono gli annunci ma un’ammissione, quasi una confessione di insuccesso: in una lunga intervista al Sole 24 Ore, il premier Matteo Renzi ammette che dovrà fare ricorso ai tagli lineari per oltre 20 miliardi.
Soltanto così, tagliando le risorse invece che i fantomatici “sprechi” potrà sopravvivere alla legge di stabilità .
E la politica economica torna indietro di anni, ai tempi delle forbici orizzontali di Giulio Tremonti (che poi incidevano assai poco, perchè tagliare senza specificare dove di rado porta risultati). “Ho qui il bilancio dello Stato, questa estate me lo sono studiato bene, sono più di 800 miliardi di spesa pubblica e credo sia arrivato il momento di cambiare metodo”, dice Renzi al direttore del Sole Roberto Napoltano.
È lo stesso argomento sempre usato a suo tempo da Silvio Berlusconi: che volete che siano 20 miliardi su 800?
E poi il premier annuncia: “Lunedì incontrerò i ministri con il ministro dell’Economia Padoan e valuterò con loro tagli del 3 per cento per ciascun ministero”.
Lo scopo: trovare 20 miliardi di coperture per la legge di Stabilità , 3 in più dei 17 già previsti a bilancio.
A fare i conti ci pensa Stefano Fassina, da qualche giorno tornato a fare opposizione interna dentro al Pd al renzismo egemonico: tolta la spesa per gli interessi sul debito pubblico, degli 800 miliardi di cui parla Renzi ne restano 660.
Tagliare il 3 per cento in modo orizzontale permette di recuperare giusto 20 miliardi ma, avverte Fassina, “vuol dire tagliare di circa 10 miliardi la spesa per pensioni, di quasi 5 miliardi la spesa per il personale, di oltre 3 miliardi la spesa sanitaria”.
Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, sempre abile a presidiare il suo ministero, una settimana fa aveva lasciato intuire cosa stava arrivando: “Addio sanità per tutti se ci saranno altri tagli”, era il titolo di una sua intervista al Messaggero che era sembrata un po’ fuori contesto. In teoria il lavoro del commissario per la revisione della spesa Carlo Cottarelli doveva servire proprio a evitare tagli lineari, eliminando le voci di spesa meno prioritarie invece di una riduzione indiscriminata di risorse che colpisce allo stesso modo ministeri virtuosi e spreconi e che, soprattutto, indica la rinuncia della politica a stabilire come si spendono i denari pubblici. Saranno le singole strutture ministeriali a prendere le decisioni.
A Renzi Cottarelli non è mai piaciuto: un po’ perchè è stato scelto da Enrico Letta, un po’ perchè sosteneva che doveva essere il governo e non un commissario a decidere interventi da miliardi di euro.
Risultato: le proposte di Cottarelli vengono snobbate (inclusa la richiesta di chiudere molte aziende partecipate dal pubblico in perdita fissa, le norme c’erano nel decreto Sblocca Italia, ma sono sparite).
Ma Renzi non ha idee migliori e quindi ricorre ai tagli lineari.
Ma sarebbe sbagliato stupirsi: in fondo anche il bonus fiscale degli 80 euro per il 2014 era stato finanziato in parte con tagli lineari (700 milioni di euro in meno sia allo Stato che agli enti locali, riducendo in modo orizzontale la spesa per beni e servizi).
Idem per la Rai: nessuna riforma per legge, semplicemente una sforbiciata al canone da 150 milioni di euro, poi tocca al direttore generale Luigi Gubitosi decidere se ridurre i costi in modo drastico o lasciar fallire l’azienda.
Il programma economico di Renzi nell’intervista al Sole ha numeri mirabolanti: copertura duratura del bonus degli 80 euro (10 miliardi), misteriose privatizzazioni (almeno 7 miliardi, ma il premier non vuole cedere quote di Eni ed Enel, quindi che farà ? mistero), nessun accenno ai 12 che mancano per rispettare gli obiettivi europei e ai 3,5 di aumenti di tasse che stanno per scattare per clausole di salvaguardia presenti nelle leggi di stabilità del passato.
Anche sul lavoro il premier ondeggia.
Introdurrete sì o no il contratto unico a tempo indeterminato flessbile ma con tutele crescenti?, chiede il direttore del Sole Napoletano.
Risposta vaga: “Introdurremo in Italia il modello di lavoro tedesco, non quello spagnolo”.
E in Germania ci sono i mini job a tempo parziale pagati 400 euro al mese, non il contratto unico.
Tremonti ne aveva fatto una proposta di legge nel 2012, ignorata dai più.
Se Renzi chiedesse a Tremonti che fine hanno fatto le altre sue ricette di politica economica, forse, un po’si preoccuperebbe: nel 2011 Tremonti si congedò lasciando una riforma del fisco (la famosa delega fiscale tuttora in Parlamento) mai attuata che doveva trovare 20 miliardi di risparmi.
In assenza della riforma, scattava un taglio lineare di pari entità alle agevolazioni fiscali. Non è successo niente di tutto questo ma da tre anni quattro governi diversi si sono arrabattati per trovare quelle risorse che le forbici orizzontali facevano sembrare a portata di mano.
I tagli lineari, nella storia recente, non funzionano mai.
Stefano Feltri
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
A CHI MERITA DECIDERE SU CHI MERITA DI PIU’?
A sentire Renzi inneggiare al merito, il gufo che è in me si trasforma di colpo nell’usignolo più trillante: viva
viva San Matteo.
Solo un dispensatore di miracoli può pensare di introdurre in Italia la meritocrazia. L’idea di modulare lo stipendio di un dipendente pubblico in base alle sue capacità si è sempre scontrata con una difficoltà insormontabile: la totale sfiducia degli italiani nei meccanismi di selezione e nelle persone deputate a guidarli.
Si può dire che proprio i sospetti che avvolgono in una nube di disincanto l’imparzialità dei «superiori» abbiano autorizzato le burocrazie sindacali a favorire la stesura di regolamenti labirintici che rendono la selezione impossibile.
Oltre alla superficialità arbitraria dei quiz, penso alla follia dei «punteggi», che garantiscono avanzamenti di carriera non ai più bravi, ma ai più assidui nel seguire corsi completamente inutili che tolgono a chi li frequenta il tempo per migliorare davvero sul lavoro.
Nella scuola pubblica che Renzi, marito di una insegnante precaria, vorrebbe trasformare nel tempio del merito, solo i presidi hanno l’autorevolezza per decidere chi è bravo e chi no.
Ma se questo accadesse, gli esclusi comincerebbero a denunciare favoritismi e raccomandazioni.
E il guaio è che talvolta avrebbero pure ragione.
Ignoriamo come il santo premier pensi di risolvere un problema contro cui cozziamo la testa da duemila anni.
Ma appena ho sentito parlare di una commissione ministeriale incaricata di redigere un regolamento mi sono subito tranquillizzato: di meritocrazia potranno agevolmente continuare a riempirsi la bocca i governi dei prossimi duemila anni.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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