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PROVINCE, A VIBO “L’ACCURDUNI” DEGLI IMPRESENTABILI BIPARTISAN

Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile

PER LA TORNATA DEL 28 SETTEMBRE IN CAMPO INDAGATI E AMICI DI BOSS

A Vibo Valentia lo hanno già  chiamato “l’accurduni”.
Alle elezioni provinciali del 28 settembre, infatti, Forza Italia ha presentato una lista unica assieme ai renziani, a Fratelli d’Italia e a pezzi di Ncd.
Il Pd è spaccato e il simbolo del partito di Renzi lo hanno utilizzato i cuperliani che, a Vibo, fanno riferimento al deputato Bruno Censore.
Proprio la corrente che fa capo al parlamentare calabrese è riuscita nell’impossibile: tra i candidati a consigliere provinciale c’è un incandidabile.
Si tratta di Salvatore Vallone, ex assessore del Comune di Mileto sciolto per infiltrazioni mafiose.
Ma se questo può essere considerato uno scivolone del partito di Renzi in Calabria, tra chiacchierati e soggetti finiti nel mirino dell’autorità  giudiziaria, le tre liste presentate non si sono fatte mancare nulla.
Il rischio è che il prossimo Consiglio provinciale di Vibo Valentia possa trasferirsi al palazzo di giustizia.
Basta pensare che due candidati alla presidenza (Sergio Rizzo del Pd e Giuseppe Raffele dell’Udc-Ncd) e tre aspiranti consiglieri (Giovanni Macrì, Carmine Mangiardi e Pasquale Fera, tutti nella lista composta dai renziani e da Forza Italia) sono coinvolti nell’inchiesta sui presunti fondi illegittimi elargiti a tutti i gruppi politici dalla Provincia dal luglio 2010 al febbraio 2012.
Per loro l’ipotesi di reato è falso e peculato: avrebbero sottratto, secondo la Procura, circa 100 mila euro da altre poste del bilancio e spese anti-racket comprese.
Pasquale Fera è inoltre indagato insieme al candidato cuperliano Francesco Bartone nell’inchiesta sulla non potabilità  dell’invaso dell’Alaco.
Secondo il pm Michele Sirgiovanni, in qualità  di sindaci di San Nicola da Crissa e di Soriano, i due aspiranti consiglieri provinciali non avrebbero predisposto i controlli necessari per evitare l’avvelenamento delle acque.
Ma nel Pd c’è posto per tutti.
Ed ecco che, oltre all’incandidabile Vallone, i cuperliani hanno inserito in lista Leoluca Curello, negli anni 90 coinvolto in un’indagine per usura ed estorsione.
Un’inchiesta che, però, è naufragata tra assoluzioni e reati prescritti.
Curello peraltro è imparentato con la famiglia Barba di Vibo Valentia, travolta dall’inchiesta antimafia “Nuova Alba” e vicina alla cosca Mancuso di Limbadi.
A proposito dei Mancuso, nella lista Udc-Ndc, compare il candidato a consigliere Gianfranco Ranieli, il cui nome è inserito in un’informativa dell’inchiesta “Black money”, redatta dai carabinieri del Ros.
Ranieli, infatti, gestisce a Rombiolo un agriturismo assieme al fratello Michele che, però, è ritenuto in rapporti con Giuseppe Mancuso, figlio del boss Pantaleone detto “Vetrinetta”.
Nella stessa lista, in quota Ncd, c’è anche il consigliere comunale di Vibo Giancarlo Giannini finito in una nota dell’inchiesta “Libra” coordinata dal sostituto della Dda di Catanzaro Pierpaolo Bruni.
Secondo gli investigatori, Giannini (che non è indagato, ndr) è “in rapporti di cointeressenza con soggetti appartenenti al sodalizio Tripodi-Mantino”.
La Dda è arrivata a lui seguendo il filone dell’indagine sulla realizzazione dell’area polifunzionale della protezione civile.
Fratello di un pregiudicato per associazione mafiosa e armi, il candidato dell’Ncd è pure socio della “Azzurra srl”, impegnata nel turismo e nelle forniture balneari, assieme a Giovanni Colace, fratello di Nazareno Colace, storico elemento di spicco del clan Tripodi-Mantino.
I nomi dei candidati alle provinciali riempiono anche i verbali dei pentiti.
Come quello di Domenico Cricelli il quale ha riferito al pm Marisa Manzini che Giovanni Macrì, detto “Nino” era in rapporti con il boss Giuseppe Mancuso. Macrì è candidato assieme al vicesindaco di Sorianello Carmine Mangiardi indicato, dal collaboratore di giustizia Enzo Taverniti nell’inchiesta “Luce nei boschi”, come vicino al defunto boss Damiano Vallelunga.
“Insieme per la provincia di Vibo” è il nome della lista presentata dai renziani e da Forza Italia.
La guida Andrea Niglia, ex sindaco di Briatico imparentato con Pino Bonavita, vicino al boss Antonino Accorinti.
E il 28 settembre si vota.

Lucio Musolino
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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L’INELEGGIBILE, L’EX SOTTOSEGRETARIO E L’EX MINISTRO: ECCO IL NUOVO CSM

Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile

SCELTI CON CURA: LA BENE (PD) NON HA NEANCHE   I TITOLI NECESSARI

Ieri sera, dopo la notizia che nè Luciano Violante nè Donato Bruno hanno conquistato la Corte costituzionale, altri tre nomi per il Consiglio superiore della magistratura: sono i “laici” – nel senso che li elegge il Parlamento e non una delle magistrature – Elisabetta Alberti Casellati (in quota Forza Italia), Renato Balduzzi (Scelta Civica) e Teresa Bene (Partito democratico).
Tutti passati a un pelo dal quorum di 482 voti del settimo scrutinio (i tre quinti degli 802 votanti): Casellati ha raccolto 489 voti, gli altri due 486. Il trio si aggiunge ai colleghi Giovanni Legnini (Pd), Antonio Leone (Ncd) e Giuseppe Fanfani (Pd), eletti la scorsa settimana
Oea all’appello mancano gli ultimi due componenti “laici” del Csm: dovrebbero essere Luigi Vitali per Forza Italia e Nicola Colaianni, proposto dal Movimento 5 Stelle, hanno portato a casa rispettivamente 418 e 125 voti.
Per loro servirà  l’ottava votazione, che andrà  di pari passo con quella per i due membri della Consulta di nomina parlamentare.
Fin qui la cronaca, ma analizzando i tre nuovi nomi regalati al Csm dal nostro Parlamento c’è più di un dato da sottolineare.
Partiamo da Teresa Bene, giurista di area democratica.
La professoressa è stata infatti eletta nonostante non abbia i titoli per sedere nel Consiglio superiore: Bene è docente universitaria, ma associato e non ordinario come prevede la norma; è anche iscritta all’Ordine degli avvocati da più di 15 anni, ma non risulta esercitare la professione legale come invece prescrive la legge per essere eletta al Csm.
Sarà  un’apposita commissione nominata nella prima seduta del nuovo Consiglio a dover sbrigare la pratica e decidere se Bene può o no sedere nell’organo di autogoverno della magistratura (la stessa situazione potrebbe verificarsi per Vitali, sotto inchiesta a Napoli).
Gli altri due presentano problemi meno rilevanti: Renato Balduzzi è l’ex ministro della Salute di Mario Monti, che però di suo è professore (ordinario) di diritto costituzionale.
Dal febbraio 2013, sempre in area montiana, il nostro è stato eletto pure deputato: cattolico assai ben introdotto nelle gerarchie vaticane, titolo non secondario nemmeno al Consiglio superiore della magistratura.
Elisabetta Alberti Casellati, veneta, senatrice di Forza Italia, come primo atto della sua nuova vita al Csm ha voluto sottolineare la sua indipendenza: ha fatto immediatamente sapere di aver telefonato a Silvio Berlusconi, noto pregiudicato. Esperta in diritto canonico e ecclesiastico, in Parlamento dal 1994, nei governi del fu Cavaliere è stata sottosegretario alla Salute (2004-2006) e alla Giustizia (2008-2011). Da eletta o da membro del governo, ovviamente, non s’è risparmiata sulle leggi ad personam e questo la rende perfetta per il Consiglio superiore.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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“JOBS ACT ENTRO 30 OTTOBRE, SENZA RIFORME SI VOTA”: COSI’ PARLO’ IL LEADER DELLA DESTRA ECONOMICA RENZI

Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile

IL PREMIER SCATTA SULL’ATTENTI DI FRONTE ALLE RICHIESTE DEI POTERI FORTI EUROPEI … CRITICO FASSINO: “QUESTO E’ IL PROGRAMMA DELLA DESTRA”

Matteo Renzi lo ripete anche all’uscita dall’Aula, scherzando con i cronisti: “Il titolo di domani è il lavoro. Che altro vi devo dire?”. Già , il titolo.
Segno che è questo il messaggio che il premier vuole recapitare non tanto alla sua maggioranza, ma innanzitutto all’Europa che chiede riforme strutturali e che considera quella sul mercato del lavoro la madre di tutte le riforme.
Il titolo è che il governo è pronto a varare un decreto, se la discussione andrà  per le lunghe: “Se saremo nelle condizioni di avere dei tempi certi e serrati per la riforma del lavoro — dice Renzi in Aula – allora rispetteremo il lavoro del Parlamento e ci attrezzeremo per la delega altrimenti siamo pronti a intervenire con provvedimenti d’urgenza, perchè non possiamo perdere un secondo di più”.
La data cerchiata in rosso è il 30 ottobre. Se entro quel giorno il jobs act sarà  legge dello Stato, bene, altrimenti via libera al decreto.
Proprio di questa road map il premier ha parlato in mattinata con i capigruppo del Pd di Camera e Senato Roberto Speranza e Luigi Zanda.
E ne ha parlato nei giorni scorsi col ministro Poletti. Il lavoro è in fase avanzata se è vero, come raccontano fonti informate, che sulla scrivania del responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, si sono già  i “testi”, frutto già  di un confronto con i gruppi e i tecnici del ministero.
Nel momento cioè in cui in Parlamento è in discussione la legge delega, il governo ha già  pronti i decreti legislativi. È chiaro che, di fronte a un qualunque intoppo parlamentare, basta un copia incolla per trasformare il decreto legislativo in decreto legge.
Stefano Fassina, un critico loquace, spiega così l’accelerazione: “Al di là  della retorica contro l’establishment italiano e europeo, è evidente l’adesione di Renzi all’agenda europea della destra e della Merkel”.
E si spiega all’interno di questa trama il motivo per cui, al termine della discussione parlamentare Angelino Alfano diffonde una nota particolarmente morbida, “sdraiata” dicono i critici di Ncd, dopo che la sua capogruppo Nunzia De Girolamo aveva fatto un intervento critico: “Su giustizia e lavoro — dice Alfano – Renzi coraggioso e riformatore. Solo un governo con dentro il Nuovo Centrodestra può e potrà  realizzare queste svolte”.
Sono le parole di chi teme il voto anticipato. E vuole evitare finchè si può, diversamente dalla sua capogruppo, di costruire alleanze con Forza Italia e Berlusconi. Perchè voto e riforme viaggiano in parallelo.
Nel senso che in molti hanno letto nel discorso di Renzi il tema delle elezioni anticipate: “Ci ha detto — spiega un Pd di rango — ecco quello che ci chiede l’Europa e quello che si deve fare. Se non me lo fate fare, si vota”.
E non sarebbe un caso che, se per la riforma del lavoro la dead line è il 30 ottobre, sulla legge elettorale ha usato l’aggettivo “subito”. Subito, in modo da avere una pistola sul tavolo in vista della complicata trattativa autunnale.
Non è un caso che, nel discorso pomeridiano a palazzo Madama, il premier evoca la minaccia: “Andare a votare dal punto di vista utilitaristico potrebbe essere una buona idea, ma prima delle esigenze particolari di un partito politico e di un gruppo dirigente viene l’interesse del paese”.
Ed è proprio attorno a questa minaccia che si è accesa l’attenzione di Silvio Berlusconi. La parole di fuoco pronunciate da Brunetta non corrispondono al suo pensiero, come non corrisponde al suo pensiero la proposta, comparsa sul Mattinale, di un governo di salute pubblica.
Però il Cavaliere vuole capire meglio che orizzonte vuole dare Renzi alla legislatura, visto che il Patto del Nazareno si fonda sulla rinuncia a elezioni anticipate, per le quali, evidentemente, Forza Italia non è pronta.
E sebbene Verdini vada ripetendo che quella di Renzi è solo tattica per “spaventare i suoi e non avere problemi interni sulla riforma del lavoro e su quella elettorale”, l’ex premier non ha capito l’accelerazione.
E non è un caso che l’incontro con Renzi non è ancora in agenda.

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RENZI PIU’ POVERO SENZA I SOLDI MONDADORI

Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile

DICHIARAZIONE REDDITI 2013: 70.000 EURO DI DIRITTI D’AUTORE IN MENO…LE SORELLE SOTTOPAGATE NELL’AZIENDA DI FAMIGLIA

Senza i diritti d’autore garantiti dalla Mondadori, controllata, dalla famiglia Berlusconi, e dalla Rizzoli, la vita a casa Renzi si fa più dura.
Lo dicono le dichiarazioni dei redditi pubblicate, come prevede la legge, sul sito web della presidenza del Consiglio. Matteo Renzi, dopo avere messo on-line il 21 maggio la sua dichiarazione 2013 a fine luglio ha caricato, nel disinteresse generale, quella 2014, per i redditi del 2013.
Inoltre ha pubblicato tutte le dichiarazioni dei parenti: mamma, padre, figli, fratello e sorelle, persino le nonne.
Balza agli occhi il crollo dei redditi dell’ex sindaco di Firenze.
Nell’anno di imposta 2012 guadagnava ben 145 mila e 272 euro.
Mentre nel 2013 il reddito è sceso a 98 mila e 961 euro.
I 47 mila euro mancanti all’appello sono dovuti alla fine della sua produzione libraria.
Sono rimasti invariati i redditi da sindaco, pari a 90 mila e 962 euro ma sono crollati i diritti d’autore per i libri.
Nel 2012 le opere di Renzi gli hanno fruttato ben 72 mila e 883 euro mentre nel 2013 soltanto 11 mila e 933 euro.
Meno anche del 2011, quando erano 31 mila e 324 euro. complessivamente, dal 2011 al 2013, Renzi ha incassato per i suoi libri 116 mila e 90 euro.
Difficile stabilire quanti soldi siano arrivati da Mondadori.
Renzi ha pubblicato Fuori nel febbraio 2011 e Stil Novo, nell’aprile 2012, per Rizzoli mentre il suo maggior successo Oltre la rottamazione, è uscito per Mondadori nel maggio 2013, ed è stato nella top ten della saggistica per un mese.
Scorrendo la dichiarazione di Renzi si scopre che il premier si ostina a pagare l’Imu sulla sua metà  dell’abitazione di Pontassieve.
Con un comportamento apparentemente bizzarro dal punto di vista fiscale.
Renzi nel 2012 e nel 2013 ha dichiarato ‘utilizzo 10’ e cioè ‘abitazione data in uso gratuito a un proprio familiare’.
Non aveva altra scelta perchè era residente fino al 23 gennaio scorso in via dell’Alfani a Firenze nella casa affittata (e pagata) dal suo amico Marco Carrai.
Nel 2012 e 2013, sul suo 50 per cento del villino di Pontassieve, Renzi ha pagato 1746 euro all’anno.
Assoggettandosi a un salasso di 3 mila e 500 euro per dichiarare di essere residente a Firenze. La moglie Agnese Landini, invece ha pagato solo 699 euro nel 2012 e addirittura solo 76 euro, grazie all’abolizione dell’Imu prima casa imposta a Enrico Letta da Berlusconi e Brunetta, nel 2013.
Interessanti anche le scoperte che si fanno leggendo le dichiarazioni depositate dai parenti.
La famiglia Renzi ha dimostrato una trasparenza invidiabile. Solo il fratello più piccolo, Samuele, pediatra trentunenne all’ospedale di Mendrisio in Svizzera, dichiara di essere “residente all’estero e iscritto all’AIRE e di non avere al momento alcun obbligo dichiarativo” in Italia.
La sorella maggiore, Benedetta, 41 anni, dichiara un reddito di 21 mila e 64 euro guadagnati come co.co.co. della società  di famiglia, la Eventi 6.
Anche la sorella minore, Matilde Renzi, 30 anni, è una co.co.co. di Eventi 6 e dichiara un reddito annuo per il 2012 di 12 mila e 181 euro.
Eventi 6 ha fatturato 1 milione e 965 mila euro nel 2013 (in calo netto rispetto ai 3,1 milioni del 2012) ma non è molto generosa con le sorelle Renzi.
Anche Matteo dichiarava solo 14 mila euro come co.co.co. dell’azienda di famiglia nel 2003. Poi, come i lettori del Fatto sanno bene, la Margherita decise di candidarlo il 28 ottobre 2003 e la società  di famiglia decise di assumerlo un giorno prima.
In quel caso però non fu assunto con gli stipendi da fame delle sorelle bensì con uno stipendio da dirigente.
Tanto i contributi pensionistici poi li hanno pagati per 9 anni la Provincia e il Comune di Firenze, mica la società  di famiglia.
La mamma di Matteo Renzi, la signora Laura Bovoli, 64 anni, è socia e presidente della Eventi 6 e ha pubblicato la sua dichiarazione del 2013.
Mamma Renzi guadagnava nel 2012 ben 19 mila e 685 euro grazie alla sua baby pensione agguantata nel 1995 quando aveva 45 anni.
Da allora percepisce una pensione commisurata al suo vecchio stipendio da insegnante piuttosto che ai contributi versati.
In più dichiara un reddito da lavoro dipendente da 53 mila e 670 euro, probabilmente come presidente della società  di famiglia.
Con 73 mila e 355 euro complessivi è la colonna finanziaria della famiglia.
Il babbo di Matteo, Tiziano Renzi, dichiara solo 4 mila e 952 euro per l’anno 2013.
Meglio di lui fa persino la nonna paterna, Anna Maria Pandolfi, 83 anni, che dichiara 10 mila e 616 euro grazie alla sua pensione minima.
Mentre la nonna materna, Maria Violanti, 93 anni: dichiara un imponibile di 37 mila e 397 euro grazie alla pensione di reversibilità  del marito.
Un beneficio di cui il nipote ha parlato in tv nel 2013 così: “Mio nonno è morto 41 anni fa. Giustamente è scattato il meccanismo della reversibilità . Oggi, dopo 41 anni continua ancora a prendere la reversibilità  di 3 mila euro ed è già  bisnonna. È giusto? Secondo me questo è un meccanismo sul quale possiamo intervenire”.
Poi è diventato premier e ha preferito riformare il Senato.

Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano”)

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SPESE PAZZE, I PARTITI LOMBARDI NON HANNO MAI RESTITUITO QUEL MILIONE DI EURO: LA LEGA CON 597.535 EURO E IL PDL 297.721 EURO I PRINCIPALI BENEFICIATI

Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile

CONDANNATI 15 MESI FA DALLA CORTE DEI CONTI ANCORA ADESSO PROVANO A RINVIARE IL RIMBORSO, SPERANDO IN UN COLPO DI SPUGNA

Tocca a loro, no tocca a noi, alla fine la sostanza è che la melina andrà  avanti per almeno altri quattro mesi.
Come se i 15 mesi precedenti non fossero bastati per arrivare al dunque.
Così il milione di euro di rimborsi dei gruppi consiliari della Regione Lombardia che – secondo la Corte dei conti – andavano restituiti perchè utilizzati per spese non regolari o non giustificate in modo adeguato, restano nel limbo.
Oggi l’Ufficio di presidenza del consiglio regionale vota le cosiddette «determinazioni relative alla prosecuzione e conclusione del procedimento relativo ai rendiconti dei gruppi dell’anno 2012».
La “determinazione” è che spetterà  al collegio dei revisori dei conti del Pirellone valutare se davvero i partiti dovranno ridare indietro i soldi oppure no.
E allora, ecco la tempistica: 60 giorni ai presidenti dei gruppi per presentare una nuova relazione (che di fatto avevano già  presentato ai giudici contabili, basterà  un copia e incolla); e poi altri 60 giorni ai revisori per esaminare la questione e relazionare all’Ufficio di presidenza.
Le cifre contestate nel maggio 2013 e relative all’anno precedente erano così suddivise: 597mila 525 euro della Lega Nord; poi 297mila 721 euro del Pdl; “medaglia di bronzo” per l’Udc con 48mila 886 euro; ancora, il Pd con 46mila 256 euro, l’Idv con 12mila 365, Sel con 10mila 308 e infine i Pensionati con 827 euro.
Se i revisori della Regione decideranno che comunque i conteggi della Corte dei conti erano corretti, niente paura: «Per importi superiori a 90.000 euro» i partiti (in questo caso il Carroccio e i berluscones) potranno avvalersi della facoltà  di rateizzare il tutto in cinque anni, così recita il secondo punto all’ordine del giorno della seduta dell’Ufficio di presidenza.
Poi ci sarebbero anche le richieste di restituzione di parte dei fondi di inizio 2013, cioè alla fine della scorsa legislatura, a lavori d’aula praticamente chiusi: 16mila euro dell’Udc, quasi 6mila della Lega, 1.400 euro di Sel e 580 euro del Pdl.
Il collegio dei revisori si pronuncerà  anche su questi.
Le somme erano riferite più che altro alle richieste di rimborsi sulle spese di viaggio e di ristorazione presentate da diversi consiglieri, chissà  se per sbadataggine o furbizia: spese già  coperte dall’indennizzo forfettario e dalla diaria e che quindi gli eletti non avrebbero dovuto nè richiedere e nè ricevere.
Subito dopo il pronunciamento della sezione lombarda della Corte è cominciata la guerra dei ricorsi e controricorsi: compresa una legge regionale del dicembre 2013 che trasferiva la competenza nella procedura ai revisori interni.
Si prende tempo sperando che arrivi il colpo di spugna definitivo.

Matteo Pucciarelli

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BACK TO SCHOOL CON RENZI L’AMERICANO: UN MODELLO CHE HA GIA’ FATTO DISASTRI NEGLI STATES

Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile

IL “SOCIAL IMPACT BONDS” A BENEFICIO DEI PRIVATI…E IL PRESIDE MANAGER SARA’ COSTRETTO A TROVARSI UNO SPONSOR

Rem tene, verba sequen ­tur, si diceva tanto tempo fa.
E allora ana ­liz ­ziamo le parole e rico ­struiamo indut ­ti ­va ­mente il para ­digma cul ­tu ­rale sot ­teso alla recente pro ­po ­sta del Governo sulla scuola.
Il docu ­mento, da sot ­to ­porre nei pros ­simi due mesi a con ­sul ­ta ­zione online e offline, è tutto un flo ­ri ­le ­gio di angli ­smi: la scuola deve uscire dalla com ­fort zone e diven ­tare l’avamposto del rilancio del made in Italy.
Dotarsi di inse ­gnanti men ­tor capaci di pro ­porre for ­ma ­zione online ma anche blen ­ded. Pro ­durre piat ­ta ­forme spe ­ri ­men ­tali con un design chal ­lenge lan ­ciato pre ­sto ­da un
hac ­ka ­ton mirante alla crea ­zione di una app.
Attrez ­zarsi per sfide di gover ­nance e policy a colpi di data school nazio ­nali, design di ser ­vizi e ope ­ning up edu ­ca ­tion, ovvia ­mente rife ­rita alle best prac ­ti ­ces.
Ma non basta: final ­mente arriva la good law e il nud ­ging sbarca al Miur per ­chè «assi ­cu ­rare piena com ­pren ­sione e chia ­rezza su quanto il Miur pub ­blica è un’azione di aper ­tura e tra ­spa ­renza di pari dignità  rispetto all’apertura dei dati».
La buona scuola pro ­muove il CLIL, cioè il Con ­tent and Lan ­guage Inte ­gra ­ted Lear ­ning, e alle ele ­men ­tari inse ­gna il coding attra ­verso la gami ­fi ­ca ­tion.
Valo ­rizza il pro ­blem sol ­ving, il deci ­sion making e, ove neces ­sa ­rio, poten ­zia
l’agri-business.
Gli stu ­denti diven ­te ­ranno digi ­tal makers, si supe ­rerà  il digi ­tal divide e riu ­sci ­remo a intrat ­te ­nere gli early lea ­vers, ovvero quei «gio ­vani disaf ­fe ­zio ­nati» (sic) che la scuola oggi non rie ­sce a tenere con sè.
Per fare que ­sto adotta il BYOD, bring your own device, ovvero «por ­tati il tuo pc da casa».
Ma, non paga, la buona scuola del governo pro ­porrà  school bonus, school gua ­ran ­tee, cro ­w ­d ­fun ­ding, emet ­tendo all’occorrenza social impact bonds a bene ­fi ­cio dei pri ­vati che vor ­ranno appro ­fit ­tare del suc ­cu ­lento ban ­chetto dell’istruzione imban ­dito da Renzi.
Good appe ­tite.
Ma l’anglofilia del docu ­mento non si esau ­ri ­sce nella patina les ­si ­cale e nel regi ­stro
lin ­gui ­stico.
La buona scuola di Renzi è quella ame ­ri ­cana, auto ­noma nell’organizzazione, nella didat ­tica e nei finan ­zia ­menti.
È la scuola intesa non come isti ­tu ­zione della Repub ­blica, costi ­tu ­zio ­nal ­mente garan ­tita a tutti e che offre pari oppor ­tu ­nità  di accesso cri ­tico alla cono ­scenza e al sapere, bensì come espres ­sione dif ­fe ­ren ­ziata, cul ­tu ­ral ­mente mar ­cata e com ­pe ­ti ­tiva, delle realtà  e delle comu ­nità  locali: la scuola che si fa il suo pro ­getto for ­ma ­tivo e si cerca sul
mer ­cato qual ­cuno che abbia inte ­resse a pagarlo.
La scuola, in Ame ­rica, è nata prima degli Stati Uniti, quando i coloni strap ­pa ­vano le terre ai Nativi e costrui ­vano pri ­gioni e saloon.
Comi ­tati locali le orga ­niz ­za ­vano, spesso in case pri ­vate, si pro ­cu ­ra ­vano gli inse ­gnanti, met ­te ­vano a dispo ­si ­zione i libri e la Bib ­bia non man ­cava mai.
Oggi i comi ­tati si chia ­mano Con ­si ­gli Diret ­tivi, sono com ­po ­sti da cit ­ta ­dini eletti e man ­ten ­gono gli stessi com ­piti: adot ­tano pro ­grammi didat ­tici e gesti ­scono il bilan ­cio. L’autonomia sco ­la ­stica con ­sente alle fami ­glie ame ­ri ­cane il con ­trollo sui con ­te ­nuti dell’insegnamento e per ­mette ai fun ­zio ­nari eletti di imporre con ­te ­nuti e metodi di inse ­gna ­mento nei loro distretti scolastici.
La fram ­men ­ta ­zione della scuola pub ­blica ame ­ri ­cana ha pro ­dotto e pro ­duce risul ­tati sco ­la ­stici così sca ­denti da indurre oggi il Con ­gresso a forme di con ­trollo cen ­tra ­liz ­zato ex post.
Stan ­dard e obiet ­tivi di appren ­di ­mento nazio ­nali da misu ­rare con bat ­te ­rie di test dai cui risul ­tati dipende la soprav ­vi ­venza o la chiu ­sura delle scuole.
Un rime ­dio peg ­giore del male, per ­chè tra ­sforma l’insegnamento in adde ­stra ­mento e, soprat ­tutto, non sol ­leva gli stu ­denti ame ­ri ­cani dalle ultime posi ­zioni nelle clas ­si ­fi ­che inter ­na ­zio ­nali.
La buona scuola di Renzi è quella di un paese, l’America, in cui le scuole migliori sono pri ­vate e costo ­sis ­sime; un paese in cui anche le scuole pub ­bli ­che, finan ­ziate con la fisca ­lità  muni ­ci ­pale, pos ­sono avere rette molto ele ­vate e dove le più acces ­si ­bili si tro ­vano nei quar ­tieri depri ­vati e accol ­gono i poveri, gli svan ­tag ­giati, i discri ­mi ­nati.
Un paese in cui la dispa ­rità  eco ­no ­mica è diret ­ta ­mente pro ­por ­zio ­nale alla dispa ­rità  educativa.
C’è un pas ­sag ­gio, nel docu ­mento, in cui si dice che «ogni scuola dovrà  avere la
pos ­si ­bi ­lità  di schie ­rare la squa ­dra con cui gio ­care la par ­tita dell’istruzione», ossia la libertà  di sce ­gliere i docenti che riterrà  «più adatti» per rea ­liz ­zare la pro ­pria offerta for ­ma ­tiva.
La meta ­fora cal ­ci ­stica di ber ­lu ­sco ­niana memo ­ria, rivela esat ­ta ­mente qual è la
dire ­zione del governo: por ­tare a com ­pi ­mento il pro ­cesso di pri ­va ­tiz ­za ­zione della gestione della scuola intra ­preso da Ber ­lin ­guer con la legge sull’autonomia e,
con ­tem ­po ­ra ­nea ­mente, com ­ple ­tare il per ­corso di arre ­tra ­mento dello stato inau ­gu ­rato da Tre ­monti, fino alla com ­pleta dismis ­sione della scuola pub ­blica.
Il preside-manager, costan ­te ­mente in cerca di spon ­sor per finan ­ziare la sua scuola, sce ­glierà  e licen ­zierà  discre ­zio ­nal ­mente i suoi docenti, affian ­cato in que ­sto da un nucleo di valu ­ta ­zione in cui la pre ­senza di esterni garan ­tirà  forme di con ­trollo politico-culturale ma soprat ­tutto il ritorno eco ­no ­mico degli inve ­sti ­menti pri ­vati. L’esperienza di Chan ­nel One, che in Ame ­rica ha un con ­tratto con 12.000 scuole, impo ­nendo a milioni di stu ­denti in classe dosi quo ­ti ­diane della sua pro ­gram ­ma ­zione tele ­vi ­siva e pub ­bli ­ci ­ta ­ria, dovrebbe indurre i cit ­ta ­dini ita ­liani a una rifles ­sione seria.
Il resto del docu ­mento è pura dema ­go ­gia.
La pro ­po ­sta del ser ­vi ­zio civile a scuola, la col ­la ­bo ­ra ­zione con il terzo set ­tore, l’ingresso del volon ­ta ­riato: un omag ­gio dell’esecutivo a certa cul ­tura scou ­ti ­sta e demo ­cri ­stiana; il rife ­ri ­mento alla sus ­si ­dia ­rietà , una striz ­zata d’occhio a Com ­pa ­gnia delle Opere e a Comu ­nione e Liberazione.
E infine, l’impegno di assun ­zione di 150.000 pre ­cari nel 2015, accom ­pa ­gnato dall’ignobile ricatto a milioni di inse ­gnanti di ruolo che impone di rinun ­ciare al loro attuale sta ­tus giu ­ri ­dico e di restare inchio ­dati fino alla pen ­sione al loro mise ­re ­vole
sti ­pen ­dio ini ­ziale.
Un impe ­gno spac ­ciato come scelta e come testi ­mo ­nianza della volontà  del governo di inve ­stire nella scuola, in realtà  ine ­lu ­di ­bil ­mente impo ­sto dalla pro ­ce ­dura d’infrazione avviata a Bru ­xel ­les con ­tro l’Italia per la vio ­la ­zione della nor ­ma ­tiva comu ­ni ­ta ­ria sulla rei ­te ­ra ­zione dei con ­tratti a termine.
Una pro ­messa da far tre ­mare i polsi in tempi di tagli dra ­co ­niani e di riforme feu ­dali impo ­ste dalla Troika: ma forse, l’ennesima vel ­leità  di chi, assai peri ­co ­lo ­sa ­mente, «vuo’ fa’ l’americano».

Anna Angelucci
Asso ­cia ­zione Nazio ­nale Per la Scuola

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LE PROMESSE MANCATE DEL PRIMO GIORNO SUI BANCHI

Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile

TRA DOCENTI CHE MANCANO E PALESTRE INAGIBILI: LA “SCUOLABUONA” PUO’ ATTENDERE

Inizio d’anno in una scuola elementare di Torino, città  che si fregia della definizione di “educativa”. Stremati dalla lunga estate i genitori si rallegrano che, almeno per chi non frequenta la prima, già  dal primo giorno funzioni il tempo pieno.
Meraviglie di una scuola ben organizzata.
Peccato che ci sia subito la prima doccia fredda: la palestra è inagibile perchè richiede manutenzione e non ci sono soldi per farla, con buona pace delle promesse di Renzi di investire prioritariamente nell’edilizia scolastica.
Se si vorrà  far fare ginnastica ai bambini, occorrerà  chiedere ospitalità  a qualche scuola vicina, rassegnandosi a prendere le ore lasciate libere dalle classi di questa e perdendo prezioso tempo per andare e venire tra una scuola e l’altra (certo, anche questo è un modo di fare esercizio motorio…).
Non è tutto, però. Posto che si trovino gli incastri giusti tra le due scuole nella fruizione della palestra, i bambini “ospiti” potranno fruirne effettivamente solo se, per ogni classe, accanto alla maestra ci sarà  un genitore disposto ad accompagnare i bambini nel tragitto di andata e ritorno.
Non è chiaro come si pensi di trovarlo: chiedendo che i genitori a turno prendano mezza giornata di permesso o ferie?
Costringendo chi non ha un lavoro, perchè casalinga o disoccupato/a, a mettersi a disposizione? Precettando qualche nonno/a?
Ma non è finita qui. In una quinta elementare finalmente la classe quest’anno ha entrambe le maestre di ruolo, dopo quattro anni di sistematico turn over della maestra di italiano. O meglio, le ha sulla carta.
La maestra appena assunta in ruolo due giorni prima dell’inizio della scuola è andata in congedo di maternità  anticipato. Per ora, quindi, tempo pieno, ma, come gli anni scorsi, attesa non si sa quanto lunga di un/una supplente, in più niente ginnastica. Questo in una classe in cui un buon numero di scolari è, non solo straniero, ma da poco in Italia; quindi avrebbe più bisogno di continuità  nell’insegnamento.
È questa la #buona scuola che è stata promessa?
Il rispetto dovuto ai bambini, l’attenzione necessaria per non spegnere in loro la fiducia nella scuola e l’entusiasmo di imparare cose nuove?
Ovviamente, la maestra in maternità  ha tutti i diritti e probabilmente avrà  tirato un sospiro di sollievo nell’apprendere che poteva mettersi in congedo di maternità  senza timore di perdere punti in graduatoria come quando era supplente.
Sicuramente avrà  buoni motivi di salute per averlo chiesto anticipato e il medico che glieli ha certificati avrà  agito con scrupolo e non chiudendo un occhio.
Sono anche sicura che il Comune di Torino, o qualsiasi ente sia responsabile dell’edilizia scolastica, ha avuto priorità  più urgenti (tetti che crollano, servizi igienici rotti e simili) di una palestra su cui concentrare le risorse disponibili per la manutenzione (se pur sono arrivate).
Ciò non impedisce di rimanere sconfortati di fronte allo scarto tra le promesse e la realtà  e al semplicismo delle prime.
Lasciamo pure stare la questione della palestra, anche se poi è inutile lamentarsi che i bambini italiani fanno poco moto e praticano poche attività  sportive, se anche quelle che dovrebbero fare a scuola dipendono dalla disponibilità  di tempo dei genitori, oltre che dal fatto che un’altra scuola possa cedere parte delle proprie attrezzature, senza ridurre il servizio per i propri studenti.
La faccenda della maestra di ruolo in maternità  (una eventualità  non remota in una professione al 90% femminile) mostra come la stabilizzazione, l’immissione in ruolo dei supplenti possa essere un passaggio necessario e doveroso, specie per coloro che fanno supplenze da anni, talvolta nella stessa scuola e stessa classe.
Ma non risolve la questione di come garantire agli studenti continuità  e qualità  didattica e neppure il diritto minimo ad avere un insegnante annuale stabile, se non il primo, almeno il secondo giorno di scuola.
Su questo punto anche i sindacati sono troppo silenti.
Eppure, se non lo si affronta, insieme a quello della qualità  dell’insegnamento, il nostro continuerà  ad essere un sistema scolastico che troppo si affida alla supplenza non solo degli insegnanti “supplenti”, ma delle famiglie.
Se si può chiudere un occhio sulle richieste di contributi per il materiale didattico o la carta igienica; si possono imbiancare i muri delle aule e tagliare l’erba in giardino; ma non si può accettare che la solidità  dell’istruzione dei bambini e ragazzi sia affidata alla capacità  e disponibilità  delle famiglie di integrarla quando questa è mancante, o intermittente.
In questo modo la scuola, invece di essere strumento di compensazione delle disuguaglianze, le conferma, quando non le acuisce.

(da “La Repubblica”)

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NIENTE SCONTRINI NÈ DIARIE: I CINQUESTELLE A BRUXELLES SI TENGONO LO STIPENDIO DI 18.000 EURO

Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile

E NON VERSANO NEANCHE I 1.000 EURO DESTINATI AL FONDO PER LA COMUNICAZIONE

Volevano evitare la guerra degli scontrini almeno in Europa, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio.
Dopo le liti sulla diaria da restituire — «abbiamo un problema di cresta», aveva confessato il fondatore sul blog — per Bruxelles e Strasburgo si era deciso di fare diversamente.
I 17 parlamentari europei del Movimento — a differenza di deputati e senatori grillini — possono tenersi i loro stipendi.
Guadagnano 8000 euro lordi al mese, più 304 al giorno di diaria (corrisposti quando sono nelle sedi europee), e 4299 per le spese generali (telefono, computer, attività  degli uffici).
Oltre, ovviamente, ai rimborsi per le spese di viaggio.
Il totale oscilla tra i 17mila e i 19mila euro lordi al mese.
Cui si aggiungono i 21.200 del fondo che serve loro ad assumere 6 collaboratori, 3 italiani e 3 a Bruxelles, gestito direttamente dal Parlamento europeo.
E però, il regolamento che hanno firmato per potersi candidare qualche richiesta la faceva: affidare la comunicazione a un gruppo di lavoro scelto dalla Casaleggio Associati (quello guidato da Claudio Messora), pagarne gli stipendi attraverso il fondo per i collaboratori (ognuno dei 17 europarlamentari ha assunto due persone).
Infine, devolvere 1.000 euro per il funzionamento di quel gruppo.
È qui che il meccanismo si è inceppato. Finora quei soldi non sono arrivati, con grande irritazione degli uomini di Casaleggio inviati a Bruxelles.
I parlamentari si sono insediati il primo luglio, i collaboratori sono stati assunti, ma del fondo da creare per la comunicazione neanche l’ombra. Anzi.
«Il 12 agosto gli eurodeputati sono andati a chiedere la testa di Messora », racconta chi ha parlato con lo staff. Ignazio Corrao, trentenne di Palermo, capogruppo dei 5 stelle nella delegazione che condividono con l’Ukip di Nigel Farage, la spiega diversamente:
«Le nostre indennità  sono più basse di quelle italiane, e calcolate in modo diverso. Dobbiamo solo trovare un modo di donare questi soldi senza che qualche strano organismo tra 5 anni venga a chiederci la restituzione di migliaia di euro. Non è facile, abbiamo consultato degli avvo…dei funzionari che stanno studiando la questione». Assicura, Corrao, che lo stesso staff della Casaleggio sta cercando una soluzione.
Non conferma la diversità  di vedute sul gruppo di comunicazione, anche se dice: «Io sono uno stakanovista, lavoro 16 ore al giorno, ognuno di noi ha una visione diversa di come deve funzionare una struttura, ma rispetteremo l’impegno, evitando di far sorgere problemi».
Alla riunione del 12 agosto c’era anche lui: «Si è parlato solo della linea operativa per i prossimi mesi, su cosa spingere di più comunicativamente. Nient’altro».
I militanti vicini a Messora non la pensano così: la voce è che gli europei vogliano far da sè, che considerino perdente la linea comunicativa a 5 stelle.
In questi giorni, però, guru e fondatore hanno altro a cui pensare: la clausola imposta per le candidature alle prossime regionali, la necessità  di non essere indagati, è vista come un tentativo di far fuori il capogruppo in Emilia Romagna, Andrea De Franceschi (finito come gli altri responsabili dei gruppi nell’inchiesta Spese pazze, e appoggiato dal sindaco di Parma Federico Pizzarotti).
Mezzo partito in regione, e parecchi deputati e senatori, sono pronti a dar battaglia. Giulia Sarti chiede che su una regola del genere si decida tutti insieme («Anche io e Di Maio siamo stati querelati, non potremo ricandidarci?»).
E chiede che sulle votazioni del blog — chiamato ora ad eleggere i candidati in regione — vigili sempre un organismo terzo.

Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)

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E IL PD NON OBIETTA SU BRUNO, BERLUSCONIANO DOC E AMICO DI PREVITI

Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile

L’ESPERTO IN TRANSAZIONI D’AFFARI E AMICO DI TUTTI

Il segreto di Donato Bruno, che l’ha portato fin quasi sulla soglia della Consulta, è questa sua aria ammiccante, da gran furbacchione.
Lo incontri e subito lui, cordialmente, corre incontro e ti saluta.
Gli rivolgi la parola e, anzichè guardare l’orologio, si mostra paziente, col sorriso sulle labbra.
Ha un vocione dal timbro baritonale che rassicura. Raramente si sbilancia nei giudizi, specie se tranchant; in compenso ascolta come se fosse un confessore o, perlomeno, ne dà  l’impressione…
Di politici così alla mano ne circolano pochi, più facile incontrare personaggi tronfi o narcisi.
Per cui già  questo sarebbe sufficiente a fare di Bruno un beniamino, amatissimo dai peones di Forza Italia che l’hanno portato sugli scudi, al punto da vincere i dubbi di Berlusconi.
Perfino a sinistra l’uomo risulta simpatico, tanto che da quella parte nessuna voce si è levata per contestare il ticket con Luciano Violante.
E a pensarci un attimo è ben strano questo sostegno afasico del Pd, forse addirittura è la dimostrazione di quanto quel partito sia mutato in fretta, perchè fino a poco tempo fa nessuno si sarebbe sognato di dare via libera a una candidatura così marchiata, anzi il solo ipotizzarla avrebbe provocato scandalo e proteste tra i più timorati in quanto tutti sanno che Bruno è un vecchio sodale di Previti, che ha difeso «Cesarone» in Parlamento, che i due tuttora si frequentano, si consultano, agiscono di conserva.
La circostanza in sè non deve meravigliare: entrambi in fondo sono berlusconiani (Previti ormai un po’ meno), tutti e due esercitano la professione di avvocati, l’uno e l’altro prosperano sulla piazza di Roma.
Bruno viene dalla Puglia, per l’esattezza nacque 65 anni fa a Noci che si trova nelle Murge baresi, ma da tempo immemore si è trasferito nella Capitale.
Ha uno studio elegante in Via Veneto con tre segretarie e otto associati, tra i quali il figlio Nicola balzato agli onori delle cronache (con grande tormento di papà ) nell’ambito dell’inchiesta recente sulle baby-squillo dei Parioli.
Più che di cause civili, lo studio Bruno è fulcro di transazioni e di affari che vanno a gonfie vele, se è vero che 3 anni fa il candidato bipartisan alla Consulta aveva dichiarato redditi per la bellezza di 1 milione 751 mila euro.
Chi frequenta il noto ristorante «Da Tullio», in via San Nicola da Tolentino, spessissimo lo incontra in compagnia dei suoi facoltosi clienti, a cominciare da Stefano Ricucci, l’immobiliarista che 9 anni fa era sotto i riflettori per la love story con la Anna Falchi e per l’inchiesta giudiziaria sui «furbetti del quartierino».
Un altro immobiliarista che Bruno considera più d’un fratello è Renato Della Valle. Trascorrono le vacanze insieme, qualcuno sostiene che abbiano pure interessi in comune. Di sicuro è grazie a Della Valle che Bruno conobbe Berlusconi.
Accadde nel 1996 e da allora gli prese la passione per la politica. Per 4 volte il nostro Donato è stato eletto alla Camera e una quinta, l’ultima, in Senato.
Si è già  parlato di lui per la Consulta nel 2008 e anche per il ministero della Giustizia che gli fu soffiato da un altro amico di «Cesarone», vale a dire Francesco Nitto Palma, oggi sospettato magari a torto di essere tra i «franchi tiratori».
Ricapitolando: berlusconiano doc, amico di Previti, avvocato di Cassazione ma senza speciali benemerenze sul piano accademico.
È un curriculum che potrebbe prestare il fianco a critiche. Ciò nonostante, il Pd non solleva obiezioni…
Il mistero trova una risposta, secondo chi ben conosce Bruno, nella sua natura consociativa, cioè ecumenica, alla Gianni Letta per capirsi, che lo rende amico di tutti e di nessuno, una figura senza spigoli e accomodante, quasi un «omino di burro» nel paese dei balocchi. In tutti gli anni che è stato presidente della Commissione affari costituzionali, mai che Bruno abbia preso una decisione sgradita alla sinistra, o che si sia reso responsabile di un minimo sgarbo.
Quando lasciò quella presidenza, invitò a cena tutti i commissari senza distinguo tra destra centro e sinistra.
La fedeltà  nei confronti del Cavaliere è stata temperata da una filosofia politica che si riassume nel «volèmose bene».
E che stasera potrebbe valere a Bruno uno scranno tra i custodi della Costituzione.

Ugo Magri
(da “La Stampa“)

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