Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
IL PRINCIPALE INDIZIATO SAREBBE SCHIFANI
C’è una fiche pesante che Silvio Berlusconi ha messo sul
tavolo, nel corso dell’incontro a palazzo Chigi con Matteo Renzi.
Ed è l’esistenza di una “pattuglia” di senatori di Ncd in trattativa per tornare a Forza Italia.
Al Senato, ha spiegato l’ex premier, il gruppo di Forza Italia è destinato ad allargarsi. È anche in nome di questo “peso” che si sostanzia l’offerta di “soccorso azzurro” sulle riforme: non solo istituzionali, ma anche fisco e giustizia.
Offerta, il cui primo atto si è manifestato in commissione lavoro al Senato, con l’astensione di Forza Italia sul jobs act.
Attualmente la maggioranza può contare su 169 senatori.
Ma se l’Opa lanciata verso il partito di Alfano dovesse andare a buon fine, allora l’aiuto azzurro potrebbe essere determinante: “Con una maggioranza a 160 si balla” dice una fonte informata.
I contatti li ha gestiti personalmente Silvio Berlusconi. Portandoli avanti tutta l’estate. L’Opa su Ncd porta al nome di Renato Schifani, la cui insoddisfazione per la gestione Alfano è ormai a livello di guardia.
L’ex presidente del Senato ed ex capogruppo del Pdl ha capito che non sarà lui, come gli era stato promesso, il futuro presidente dei senatori del gruppone di centro composto da Ncd, Udc, fuoriusciti di Scelta civica e dei Popolari per l’Italia. Annunciato in pompa magna da Alfano, ancora non vede la luce.
Proprio Schifani, nelle ultime settimane, ha avuto qualche contatto telefonico con Silvio Berlusconi all’insegna del disgelo e della ritrovata amicizia.
I segni del malessere del gruppo di Ncd sono rintracciabili ovunque.
E non sono sfuggiti neanche alle antenne del premier.
Tra i suoi fedelissimi, chiamati a verificare la consistenza della fiche berlusconiana che potrebbe indebolire la maggioranza, la convinzione è che la “trattativa” di Berlusconi con pezzi di Ncd sia reale.
Gli “schifaniani di ferro” sono particolarmente attivi nell’ambito della partita su Csm e Consulta, dando segnali che stanno facendo una partita “autonoma”, segno tangibile di chi ha una “trattativa” aperta.
Azzollini e D’Ali, non sono stati visti a tutte le votazioni. Mentre Giuseppe Esposito è stato avvistato mentre cercava di convincere altri parlamentari nel non rispettare le indicazioni date dai gruppi di votare Violante e Bruno.
Analoga insofferenza sulla linea del suo partito viene mostrata da Simona Vicari, sottosegretario all’Economia.
Proprio la Vicari, fedelissima di Schifani, ha ultimamente coinvolto nel suo staff l’ex portavoce di Nicola Cosentino, ben radicata nell’ambiente di Forza Italia.
E se il filone legato all’ex presidente del Senato — una decina di senatori in tutto — ha un canale “embedded” con Arcore, alla luce del sole dentro il partito di Alfano è venuta alla luce una frattura profonda.
Come effetto del patto del Nazareno.
Da un lato i filo-berlusconiani, che pensano alla ricucitura di un centrodestra con Berlusconi. E spingono per un posizionamento più critico nei confronti del governo per non morire ina sorta di terra di nessuno politica.
La chiamano l’alleanza dei quarantenni: la capogruppo Nunzia De Girolamo, la portavoce del partito Barbara Saltamartini, il ministro Lupi e il vice-ministro Casero. Dall’altro chi ormai teorizza la necessità di un rapporto organico con Renzi, anche nella prospettiva di alleanze future, all’insegna del “mai più con Berlusconi”: il capogruppo al Senato Maurizio Sacconi, l’ex saggio del Quirinale Gaetano Quagliariello, il ministro della Sanità Beatrice Lorenzin.
Gli ultimi due anche grazie al rapporto privilegiato che hanno costruito con Giorgio Napolitano.
In mezzo c’è Alfano. La rappresentazione plastica si è avuta l’altro giorno alla Camera nel corso dell’informativa del premier, nella quale non ha mai fatto appello alla sua maggioranza, nè ha mai nominato il partito che esprime il ministro dell’Interno.
Nel suo intervento la capogruppo di Ncd ha espresso delle critiche, posizionandosi su una linea “comune” di centrodestra.
Alfano ha poi vergato una nota prima dei Tg per lodare Renzi lodandolo come “coraggioso”.
È una frattura destinata secondo molti a diventare più profonda nelle prossime settimane: “Ncd — dice una fonte autorevole — è un’esperienza politicamente finita”. Col patto del Nazareno che regge, Forza Italia si allarga. E la trattativa con Berlusconi continua.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
NON SI BADA A SPESE: IL CAPO DI GABINETTO DEL MINISTRO HA DUE VICE E UN DIRETTORE… TRE PERSONE NELLA SEGRETERIA
Quasi 140mila euro, 138.768, per l’esattezza, per un capo della segretaria senza laurea, duplicazioni di ruoli e
poco meno di 350mila euro per tre componenti della segreteria del ministro che hanno appannaggi doppi rispetto alla media, 22 unità tra Gabinetto e uffici di collaborazione del ministro.
E’ questa in sintesi la fotografia dei dati relativi agli uffici del ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi.
Che, da quando si è insediata nel dicastero di via Veneto, non ha badato a spese. Perchè di decreto ministeriale in decreto ministeriale, per incarichi di vertice e altre collaborazioni dirette, ha messo assieme, tra conferme e nuove designazioni, un onere a carico delle casse pubbliche di poco inferiore a 1 milione di euro annui.
Ai quali vanno aggiunti i 207mila euro di esborso per i capi segreteria dei tre sottosegretari Calenda, De Vincenti e Giacomelli e l’importo in via di definizione del capo segreteria del sottosegretario Vicari.
Con il risultato che il solo Gabinetto del ministro Guidi, retto oggi da 11 addetti, ha un costo complessivo annuo attorno a 700mila euro.
Che subiranno un ulteriore incremento non appena verrà determinato il compenso del portavoce.
Insomma non pare esserci crisi al ministero dello Sviluppo, che però la crisi la tocca ogni giorno con mano lavorando ad oltre 160 tavoli su altrettante imprese a rischio chiusura.
Dando poi uno sguardo all’organigramma degli uffici del ministro, balza in primo luogo agli occhi la presenza di ruoli che sembrano fotocopia l’uno dell’altro.
Come in tutti i ministeri, anche in quello retto dalla Guidi c’è un capo di gabinetto, ma esistono anche due vice e pure un direttore dell’ufficio di gabinetto.
Sono inoltre tre le persone che compongono la segreteria più stretta della Guidi, suddivisa tra “segretario particolare del ministro”, “capo della segreteria del ministro” e “capo della segreteria tecnica del ministro”.
Vale poi la pena di soffermarsi sugli appannaggi dei collaboratori diretti della Guidi. Come quello della segretaria particolare, accreditata di una remunerazione lorda annua di 69mila euro.
Cifra, questa, doppiata dal compenso del capo della segreteria, che gode di un trattamento economico lordo annuo pari a 139mila euro.
Si tratta di Elisabetta Franzaroli — dal 1996 fino a febbraio scorso segretaria della stessa Guidi nell’azienda di famiglia, la Ducati Energia -, “la cui designazione e il cui inquadramento salariale sono legittimamente avvenute — ci ha fatto sapere il ministro attraverso il suo portavoce — coerentemente con i criteri di cui al Dpr 198/2008”.
La Franzaroli peraltro, come si apprende dal relativo curriculum vitae, non solo non vanta alcuna esperienza nella pubblica amministrazione, ma dispone soltanto di un diploma di ragioneria.
Titolo che, in caso di concorso, non sarebbe sufficiente per ricoprire funzioni equiparate alla dirigenza, come è quello di capo segreteria di un ministro.
Peraltro lo stipendio della storica segretaria della famiglia Guidi — che prima di trasferirsi da Bologna a Roma ha deciso peraltro di mettersi in aspettativa — , non ha eguali in nessuno dei ministeri chiave.
E nemmeno per ruoli di segreteria tecnica, per i quali sono richieste competenze specifiche e talvolta alte specializzazioni.
Ad esempio, al ministero dell’Economia e delle finanze il capo della segreteria tecnica è costato 36mila euro annui; lo stesso ruolo, agli esteri, viene invece pagato 68mila euro.
Ciò peraltro, contro il super compenso, pari a 139mila euro, di Stefano Firpo, a sua volta capo della segretaria tecnica del ministro Guidi, ereditato dall’era di Corrado Passera.
E che però, a differenza della collega Franzaroli, vanta almeno un nutrito curriculum formativo e professionale.
“Le amministrazioni pubbliche […] possono conferire consulenze, incarichi diversi e dirigenziali, ad esperti di provata competenza per esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio”, si legge nella presentazione della pagina web del ministero dello Sviluppo dedicata alla trasparenza.
Sta di fatto che se da un lato il ministro Padoan annuncia una riorganizzazione del suo dicastero con il conseguente taglio di 139 posizioni dirigenziali, dall’altro emerge come le pratiche di proliferazione degli incarichi ad personam, anche nel governo Renzi, siano dure a morire.
Alberto Crepaldi
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Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
LO SCANDALO MOSE RISCHIA DI TRAVOLGERE ANCHE IL PD…VENEZIA SOFFOCATA DEVE TROVARE UN NUOVO DOGE
Il sindaco lo hanno arrestato mentre era in carica, nella città più bella e famosa del mondo.
È del Pd, anche se il partito si è affrettato a precisare che proprio iscritto non era. Quando Giorgio Orsoni ha vinto, tuttavia, è stato celebrato come se lo fosse.
Da quel giorno di giugno nelle stanze dei Dogi c’è un commissario, si chiama Vincenzo Zappalorto fa il prefetto e viene da Gorizia.
Un’intera classe politica è stata decapitata, 35 persone agli arresti e siamo — dicono in procura — all’inizio.
Nelle sedi dei partiti c’è silenzio. Bisogna trovare un sindaco nuovo, bisogna fare le primarie, non è ancora deciso nè come nè quando per la semplice ragione che non c’è chi decida: hanno tutti paura.
Un paio di nomi sussurrati ci sarebbero: sono Felice Casson e Nicola Pellicani, a domanda precisa hanno risposto qui che sarebbero disposti, sì, ma ad alcune condizioni. Liste civiche avanzano.
Vecchi potenti rivendicano gloria.
Il movimento Cinque stelle si scalda a bordo campo. A marzo, se si voterà a marzo, si farà trovare pronto. Lo spettro di Livorno incombe.
Massimo Cacciari, filosofo, ex sindaco: «Se va avanti così sei mesi quel che resta del Pd arriva sfibrato, esausto alla meta. E perde».
Siamo a Venezia, il mondo intero guarda e non capisce, domanda che succede. “Questa è l’Italia”, ha scritto il New York Times.
Quel che succede a Venezia è, in sintesi estrema, questo: c’era e c’è un sistema corruttivo di geometrica potenza e millimetrica precisione, un’agenzia di assegnazione delle mazzette senza paragone per longevità che per decenni ha preso soldi pubblici destinati a grandi opere e li ha distribuiti a tutti ma proprio a tutti — magistrati e generali della guardia di finanza, politici di ogni latitudine, costruttori, segretarie — in modo che non potessero mai aprir bocca e vivessero felici e contenti.
L’agenzia prende il nome di Consorzio Venezia Nuova ed è stata concepita nella metà degli anni 80 da due politici i cui nomi diranno poco ai più giovani, Gianni De Michelis per il Partito socialista e Carlo Bernini per la Dc: erano all’epoca autentici fuoriclasse del ramo.
Quasi subito il Consorzio stabilì che fra le grandi opere bisognava fare per prima, senz’altro, il Mose.
Si tratta di un’opera monumentale che sulla carta pretende di impedire all’acqua alta di allagare la città , fenomeno foriero di notevoli disagi per chi non vada a sposarsi in gondola ma debba magari entrare in ufficio ogni mattina alle otto.
Si è pensato dunque di costruire cassoni grandi come palazzi di sette piani, inabissarli in prossimità delle tre bocche di porto e aprirli all’occorrenza, cosicchè il lavoro combinato di aria/acqua impedisca alle correnti di spingere in città la marea.
È più complicato di così — scettici in grandissimo numero, in questi trent’anni, sulla possibilità di fermare il mare con tre enormi bicchieri — e assai più costoso di quanto si possa immaginare, ma è per intendersi.
Sta di fatto che le uniche correnti che il Mose ha per ora governato sono quelle politiche.
Non ha fermato la marea (sarà pronto forse con anni di ritardo nel 2016) ma ha intanto portato in carcere o comunque fuori partita per sempre i califfi della città e i loro discepoli.
Dal faldone dell’inchiesta della Procura sul sistema delle mazzette due formule si stagliano luminose: gli “impegni non trasferibili in atti statutari” che il presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati illustra a Piergiorgio Baita nel passaggio di consegne. Una formula elegantissima che indica quel che si deve fare ma non si può scrivere: mazzette per tutti.
Come darle e perchè? Sempre, per un “fabbisogno sistemico”, indipendentemente dall’utilità di quella persona in quel momento. Laura Puppato, a lungo capogruppo Pd in consiglio regionale: «Andavo a chiedere conto di certe stranezze a magistrati, autorità , finanzieri. Mi tranquillizzavano, minimizzavano. Ora capisco: erano tutti a libro paga».
Il Magistrato alle acque, i giudici contabili, l’ex comandante della Finanza generale Speziante, il “tesoriere” del Pd Giampietro Marchese, l’onnipotente ex governatore berlusconiano Galan.
Felice Casson, ex magistrato e senatore Pd, area Civati: «Ora capisco perchè il Pd non ha mai votato un documento sul Mose. Prendevano soldi tutti».
Non tutti, ma molti.
Il sindaco Orsoni ha patteggiato, dopo essersi dimesso, e ha fatto sapere che la somma per la campagna elettorale messa a sua disposizione dal Consorzio lui l’ha lasciata sul tavolo, era per il partito, qualcuno è passato a ritirarla.
L’uomo di fiducia di Bersani a Venezia è stato a lungo Davide Zoggia, già presidente della Provincia e fidatissimo consigliere del segretario, per lui responsabile Enti Locali del partito.
Con Errani e Penati il terzo degli uomini di riferimento in Emilia Lombardia e Veneto.
«Zoggia ha sempre negato ogni addebito, ma un sistema è un sistema e a non conoscerlo, da posizioni di vertice, si passa quanto meno da ingenui», dice Casson.
A lui si sono avvicinati anche i grillini: gli hanno chiesto se si voglia candidare, in questo caso potrebbero forse confluire.
I sondaggi riservati lo danno 11 punti avanti al primo degli avversari. Lui dice che sta bene a Roma, dove vive da 9 anni e dove lavora, in Senato.
Gli si illuminano gli occhi, tuttavia, a parlare di Venezia: «Credo che se mi candidassi, alla fine, molti altri rinuncerebbero. Ma dovrei e vorrei farlo semmai con una lista civica, non col Pd. Vorrei carta bianca sulla squadra, e non credo proprio che me lo lasceranno fare»
Casson, che ha un curriculum limpido di magistrato antiterrorismo e ambientalista (Gladio, neofascisti, petrolchimico, servizi) ha 61 anni ed è di Chioggia.
Anche di lui Massimo Cacciari parla come di «un esponente di una stagione finita». Dice, Cacciari: «In una situazione come questa l’unica strategia possibile per il Pd è trovare una soluzione di grande rinnovamento. Persone giovani e possibilmente competenti, non sarò certo io a fare un discorso da rottamatore ma a Venezia davvero si deve rompere col passato. Noi non abbiamo un Renzi, nessuno che abbia quell’aggressività potente, quella comunicativa. Serve un gruppo. Bisogna indicare subito la squadra, assessori compresi. I giovani ci sono, si facciano avanti. Si dovrebbe votare subito, a novembre. Un elettrochoc ha più possibilità di successo dell’agonia».
L’uomo a cui pensa Cacciari è Nicola Pellicani figlio di Gianni, fondatore della fondazione che porta il suo cognome e animatore del Festival della politica.
Pellicani è capo della redazione di Venezia- Mestre della Nuova Venezia, ha 53 anni, è mestrino.
Giorgio Napolitano, amico carissimo di suo padre, è andato almeno cinque volte a trovarlo di recente, da ultimo ad agosto — unica volta resa nota al pubblico.
Famiglia riformista. La storia ha sempre un risvolto familiare: «Quando ci fu il celebre scontro Casson-Cacciari, che Casson vinse al primo turno e Cacciari al secondo, nel 2005, mio padre sostenne Casson. Anche io lo votai», racconta Nicola.
Cacciari indica oggi come candidato chi allora sostenne il suo avversario. «Il problema è che Venezia ha davvero bisogno di buttarsi alle spalle quarant’anni di corruzione endemica. Il porto governato dall’ex sindaco Costa a Nord, l’aeroporto in mano a Enrico Marchi, uomo di Galan, a Sud: la città è stretta in una morsa, nuovi progetti monumentali avanzano, scavare in Laguna un tema all’ordine del giorno, per far passare le grandi navi, e l’ombra del Mose che nessuno sa se funzionerà davvero, di cui nessuno dice chi spingerà il bottone».
Quello che serve a Venezia — dice Pellicani — «è un po’ di decoro, un po’ di buon senso, un po’ di serietà . Sarebbe già molto, per ripartire».
Non convinti che sia abbastanza i movimenti civici preparano le loro liste. Si mormora della candidatura del libraio della Toletta, storica e unica libreria rimasta a Venezia, Giovanni Pelizzato.
A destra Brunetta pensa a un listone di “salute pubblica” in cui far confluire grandi nomi dell’impresa.
«Lasciano Venezia morire del sistema corruttivo che le hanno cucito attorno come un cappio di trina — dice Casson — Un solo doge in mille anni è stato decapitato. Un solo sindaco arrestato. Forse è meglio così: che non se ne occupino, che lascino che la forza delle cose si imponga all’improvviso ».
Come l’acqua alta quando arriva, e vediamo cosa potrà il Mose contro il dio del mare. “Sei ore sale, sei ore scende”, si dice in città — in lingua — della corrente e della vita. Tutto passa, basta aspettare.
Il prossimo matrimonio hollywoodiano a giorni.
Il prossimo sindaco è senz’altro meno importante, ai fini della rassegna stampa internazionale, dunque chi dovrebbe se ne occuperà quando avrà tempo, vedremo.
Concita De Gregorio
(da “La Repubblica”)
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Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
L’ESPERTO: “LE MAZZETTE DATE ALL’ESTERO NON SI GIUSTIFICANO DICENDO CHE LO FANNO TUTTI, NON E’ COSI'”
“Ascoltando il premier alla Camera mi pareva di vedere un padre che si lamenta di un piccolo rimbrotto della
maestra: ‘Non me la posso mica prendere con mio figlio solo percheÌ viene sgridato’. Ma se Renzi vuole essere credibile — spiega il professor Alberto Vannucci, esperto di corruzione — deve pubblicamente rassicurare la maestra, cioeÌ€ la magistratura e noi cittadini. E deve garantire che gli amministratori pubblici coinvolti nella vicenda Eni-Nigeria non verranno coperti per l’ennesima volta”.
Quand’eÌ€ che il rimbrotto della maestra diventa un’accusa grave abbastanza da far saltare le poltrone?
EÌ€ proprio questo il punto. Come dice Piercamillo Davigo, la presunzione d’innocenza c’eÌ€ fino alla Cassazione, ma se il mio vicino di casa viene indagato per pedofilia io gli affiderei mia figlia? Ecco, di fronte a reati gravissimi come la corruzione vogliamo davvero lasciare la gestione della principale impresa pubblica di questo Paese nelle mani di soggetti coinvolti in vicende opache?
Anche percheÌ i tempi della giustizia italiana sono interminabili.
Infatti parliamo di un mandato di fiducia, di una responsabilità politica prima ancora che penale, e che per questo non può aspettare la Cassazione, o peggio ancora la prescrizione. Invece il premier non ha messo paletti.
Infatti riecheggia un discorso già sentito: non sarà la magistratura a dettare le nostre scelte, o a decidere i nostri candidati .
Dicono: le vicende sono complesse.
PeroÌ€ alcuni fatti sembrano appurati: sappiamo che era stata creata una riserva di fondi neri e un faccendiere nigeriano sostiene che serviva anche a pagare commissioni a referenti italiani dell’Eni. E uno di questi, ipotizza la magistratura, potrebbe essere l’attuale amministratore delegato.
Claudio Descalzi, nominato proprio da questo governo.
Di fronte a una vicenda cosiÌ€ intricata forse Renzi dovrebbe essere piuÌ€ cauto nel difendere le recenti nomine governative, tra l’altro realizzate in perfetta continuitaÌ€ con la gestione precedente. Il che eÌ€ tutto dire, basta pensare al coinvolgimento dell’Eni proprio negli ultimi anni in altre vicende di corruzione in Algeria e Nigeria. Ci dica allora il premier: quand’eÌ€ che il quadro probatorio saraÌ€ sufficiente a fargli cambiare idea? Secondo lei?
Magari basterebbe prendere alla lettera il codice etico dell’Eni, che prevede provvedimenti disciplinari contro chiunque pone in essere ‘pratiche di corruzione, favori illegittimi, comportamenti collusivi’. Ma se i vertici dell’azienda fanno orecchie da mercante, allora toccherebbe al governo intervenire, magari prima della Cassazione. O della prescrizione.
Altrimenti?
C’eÌ€ una sensazione sgradevole che emerge: una sorta di rassicurazione che certe prassi — secondo le inchieste piuttosto diffuse, vedi i casi Finmeccanica, Eni, Saipem e cosiÌ€ via — continueranno a essere considerate giustificabili, che ci saraÌ€ ancora una protezione politica. In cambio di cosa? EÌ€ un pessimo segnale.
Si giustificano: dobbiamo reggere la concorrenza con gli altri Paesi.
Invece questi atti sono profondamente distorsivi, impoveriscono l’economia, rafforzano eÌlite antidemocratiche. EÌ€ vero che la corruzione nell’immediato sembra avvantaggiare le imprese italiane, ma in realtaÌ€ trasferisce i danni sui Paesi dove andiamo a corrompere, e nel lungo periodo fa male anche a noi. PercheÌ abituandoci a vincere solo con questi mezzi sleali, investiamo sempre meno in innovazione, qualitaÌ€ del prodotto e dell’organizzazione aziendale. CosiÌ€ saremo sempre meno competitivi, e piuÌ€ vincolati al ricorso alle tangenti.
Ma eÌ€ vero che all’estero fanno piuÌ€ “squadra” rispetto a noi?
Per nulla. Ricordiamo che nell’Italia dell’economia sommersa e della creativitaÌ€ contabile eÌ€ molto, molto piuÌ€ facile creare fondi neri. E poi in Italia non abbiamo ancora reintrodotto il reato di falso in bilancio. Quello delle imprese italiane corruttrici eÌ€ un gioco sporco: non eÌ€ giustificabile dicendo che se non lo facciamo noi lo fanno gli altri percheÌ non eÌ€ cosiÌ€. O almeno: negli altri Paesi rischierebbero molto di piuÌ€, e non troverebbero coperture politiche.
Beatrice Borromeo
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Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
PERCHE’ L’AD DI ENI, DA LUI NOMINATO, AGGIORNAVA IL FACCENDIERE SULLO STATO DELLE TRATTATIVE DELL’AFFARE NIGERIANO?
Con la difesa di Claudio Descalzi, Matteo Renzi ha definitivamente gettato la maschera.
Il premier si era presentato come un rottamatore, ma ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di innovare la politica e l’economia italiane.
Non a caso, l’applauso piuÌ€ fragoroso alla difesa di Descalzi contro i pm e i giornali eÌ€ arrivato da Daniela SantancheÌ€, raccomandata da Luigi Bisignani percheÌ l’Eni concedesse alla sua societaÌ€, la Visibilia, un contratto pubblicitario.
Erano gli anni del berlusconismo al massimo del potere.
Gli stessi anni dell’affare nigeriano che ha portato la Procura di Milano a indagare l’Eni, Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni per corruzione internazionale. Allora Gianni Letta dominava sulle partecipazioni statali, Bisignani era il suo fidato consigliere e Scaroni era un grande amico di Bisignani e si raccomandava a lui prima di andare ad Arcore a parlare del gas di Putin con l’allora premier.
Bisignani contava molto e Descalzi era un manager in ascesa con pochi agganci in politica. Il suo comportamento nell’affare nigeriano, illustrato dalle telefonate pubblicate in questi giorni sul nostro giornale, era gradito a Scaroni e Bisignani.
Quello che è davvero incomprensibile è che sia gradito a un premier del Pd che si professa alternativo a quel sistema di potere.
Alla fine del 2009, Bisignani segnala a Scaroni l’affare nigeriano del blocco OPL 245 che Eni aveva disdegnato fino ad allora.
Quando Scaroni gli gira la pratica, Descalzi come un soldato si mette a disposizione. Il manager è indagato per corruzione internazionale, ma non è questa la ragione per la quale Renzi non avrebbe dovuto difenderlo.
Non c’eÌ€ bisogno di una sentenza per capire che Descalzi con le sue telefonate a Bisignani nel 2010 si eÌ€ messo a disposizione della cordata di alcuni privati (il nigeriano Obi e il duo Gianluca Dinardo e Bisignani stesso) aiutando a piuÌ€ riprese i ‘mediatori’ che gli erano stati raccomandati da Scaroni, a fare l’affare della vita.
Il fatto che Bisignani non ci sia riuscito o che Dinardo non ci sia riuscito subito non cambia le carte in tavola.
Il punto eÌ€ che Descalzi li ha aiutati e dovrebbe spiegare percheÌ lo ha fatto.
PercheÌ Descalzi ha tenuto aggiornato Bisignani sullo stato delle trattative se non era un mediatore incaricato da Eni?
PercheÌ gli ha garantito che non avrebbe trattato direttamente con il venditore scavalcando il mediatore Obi, che era stato ingaggiato formalmente non da Eni ma da Malabu?
Alla fine della storia i dati sono questi: Eni ha speso nel 2011 un miliardo e 192 milioni di dollari per comprare una concessione (formalmente transitata dal governo nigeriano) che apparteneva a un ex ministro nigeriano, Dan Etete, poco raccomandabile.
Un tipo condannato per riciclaggio in Francia che aveva assegnato alla sua societaÌ€ per un paio di milioni di dollari nel 1998 una concessione poi venduta a un prezzo 500 volte maggiore all’Eni
Nessuno voleva trattare con un soggetto simile percheÌ temeva i rischi legali dell’operazione.
Infatti ora il Parlamento nigeriano ha proposto al governo di annullare la concessione pagata un miliardo e 92 milioni da Eni.
Dopo l’intervento di Bisignani su Scaroni, improvvisamente l’Eni mette da parte i dubbi e scopre di essere interessata a trattare con Etete.
Descalzi sa che Scaroni eÌ€ amico di Bisignani e probabilmente immagina che se l’affare nigeriano andasse in porto l’amico del suo capo potrebbe guadagnare un po’ di milioni.
Inoltre dai giornali sa bene che Bisignani è molto potente ed è in ottimi rapporti con Gianni Letta e Silvio Berlusconi. Il punto centrale di questa storia, dal punto di vista di Matteo Renzi, non è accertare se Descalzi abbia commesso un reato.
Quello è compito dei magistrati.
Il presidente del Consiglio prima di difendere Descalzi dovrebbe accertare se l’ex numero due di Eni, da lui promosso a numero uno, abbia fatto l’interesse dell’Eni in una delle acquisizioni piuÌ€ costose e rischiose degli ultimi anni.
Descalzi asseconda Bisignani nelle telefonate e lo tiene aggiornato sulle trattative. Gli garantisce che i suoi amici mediatori non saranno scavalcati: “EÌ€ impossibile”.
A noi sembra invece “impossibile” che un segretario del Pd difenda un manager tanto disponibile con Bisignani.
Gli investigatori nel trascrivere le telefonate lo avevano scambiato per Scaroni fino a quando questi non ha detto ai pm: “Guardate che quello che parla con Bisignani eÌ€ Descalzi”.
Sarebbe ora che qualcuno lo spiegasse anche a Renzi.
Marco Lillo
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Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
PASSA IN COMMISSIONE MA IL PD SI SPACCA…FORZA ITALIA SI ASTIENE
Il livello della tensione è fotografato da un gesto. È quello di Erica D’Adda, senatrice del Pd, che si alza e
chiede di essere sostituita dalla commissione Lavoro che si troverà a dare il via libera all’emendamento che delegherà il governo a mettere mano all’articolo 18.
Lei, quella norma non la vuole proprio votare. “Un gesto costruttivo – spiega – per consentire al mio partito di andare avanti e avere la tranquillità dei numeri per andare avanti”. Vero.
Ma anche il segnale simbolico che una buona parte del partito il via libera alla legge delega sul lavoro non la vuole dare.
Basta sentire cosa dice Corradino Mineo: “Noi una delega in bianco, senza che prima ci sia stato un chiarimento, non la votiamo”.
Questa volta l’ex direttore di RaiNews24 non è il portabandiera solo dei quattordici senatori che, sulla riforma del Senato, Matteo Renzi accusò di volersi contrapporre a milioni di italiani.
Basta sentire Pier Luigi Bersani, che parla di “intenzioni surreali da parte del governo”.
O addirittura il presidente dei Democratici, Matteo Orfini, che gela Matteo Renzi su Twitter: “I titoli del Jobs Act sono condivisibili. Lo svolgimento meno: ne discuteremo in direzione, ma servono correzioni importanti al testo”.
L’esito della riunione di maggioranza di ieri è stata deflagrante all’interno degli uomini del Nazareno.
Appena ieri un gongolante Maurizio Sacconi, confortato dalle parole del vicepresidente dei senatori Dem Stefano Lepri, spiegava che “l’applicazione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti avverrà per le nuove assunzioni. Con un indennizzo proporzionato all’anzianità e dunque senza il reintegro dell’articolo 18. A regime sarà per tutti quello”.
In poche parole, via l’obbligo di riassunzione per gli assunti dal giorno dopo dell’entrata in vigore delle nuove regole.
Il Pd è entrato in ebollizione, fino alla convocazione, questa mattina, di un’assemblea dei senatori.
“Una riunione kafkiana”, la definisce uno dei presenti, stretta tra le esigenze dei lavori parlamentari e le votazioni in corso alla Camera per l’elezione dei membri di Consulta e Csm.
“Luigi Zanda, il capogruppo, si è alzato a metà e se ne è andato, non c’era nessun membro della segreteria”, spiega un senatore, riferendosi alla rumorosa assenza di Filippo Taddei, responsabile Dem del dossier, che pure si trovava qualche minuto prima al Nazareno proprio per partecipare ai lavori della nuova squadra di Renzi.
“Ho fatto una relazione a tutto il gruppo, poi abbiamo aggiornato la discussione a martedì prossimo. È ovvio che ci sia un confronto dialettico” taglia corto Annamaria Parente, uno degli sherpa della maggioranza sul provvedimento.
I suoi la accusano di “una relazione che non è stata una relazione”, “un intervento che non prendeva posizione in un senso o nell’altro, che voleva prendere tempo”.
Uno dei presenti racconta che la senatrice si sarebbe spinta a “incolpare i giornali per aver dato una descrizione delle intenzioni del governo non veritiere, neanche fossimo nel Movimento 5 stelle”.
Dopo quaranta minuti la riunione è stata aggiornata a martedì prossimo.
Anche senza la D’Adda, oggi l’emendamento del governo avrà il via libera in Commissione.
Ma la minoranza interna sta organizzando la battaglia in vista del passaggio in aula. “Che senso ha presentarci una delega in bianco, come facciamo a votarla?” è sbottata Maria Cecilia Guerra”.
“Ci fate fare incontri interlocutori, in cui non si prendono decisioni, e intanto voi andate avanti come caterpillar”, le ha fatto eco Walter Tocci”.
Parole alle quali ha indirettamente risposto Giuliano Poletti: “Non è previsto che facciamo correzioni sul testo. Adesso c’è il lavoro parlamentare e il parlamento farà la propria parte”. Strada chiusa, dunque.
La tensione è palpabile. Palazzo Chigi si aspettava sì resistenze, ma aveva concentrato le attenzioni sulla Camera, dove l’opposizione Pd in commissione Lavoro è più ampia e battagliera.
Da quelle parti anche il mite professore Carlo Dell’Aringa spiega con cautela che “l’aspetto politico della delega è da precisare”.
Ma è stato costretto ad allargare il raggio d’azione dei radar fino a Palazzo Madama. I quattordici senatori più critici rispetto al governo dell’ex sindaco di Firenze stanno facendo il punto.
Alle viste – probabilmente martedì sera – una riunione, alla quale stanno invitando in queste ore anche i colleghi di Montecitorio, da Stefano Fassina a Cesare Damiano fino a Pippo Civati.
Tra di loro circola già un canovaccio di possibile mediazione con il governo: inserire nella delega l’obbligo di procedere contemporaneamente la riforma delle regole contrattuali con quella degli ammortizzatori sociali e delle Agenzie per il lavoro.
“Il punto – spiega uno dei senatori critici – è che la pars destruens, quella che cancellerebbe di fatto l’articolo 18, è a costo zero, mentre la pars construens, quella che metterebbe mano alle tutele per i lavoratori e ai cenntri per l’impiego, ha un costo notevole”.
E, siccome toccherà al governo – senza necessità di ulteriore passaggio parlamentare se non consultivo – emanare i decreti che daranno seguito alla delega, il possibile punto di caduta potrebbe essere proprio quello di impegnare esplicitamente l’esecutivo a far andare i due pilastri di pari passo.
La situazione, che si va surriscaldando di ora in ora, per il momento lascia intravedere questo come unico, fragile, punto di caduta.
Sono Lorenzo Guerini e Deborah Serracchiani, i due vicesegretari del Pd, a far capire che l’intenzione del segretario-premier è quella di non mollare di un millimetro.
“Può darsi – ha ricunosciuto la governatrice del Friuli Venezia Giulia – che non saremo tutti d’accordo ma questo non significa che non siamo in grado di trovare una sintesi, non è Fassina a dettare l’agenda”.
“È giusto che il Pd discuta e definisca la propria posizione. Il Partito democratico si troverà assolutamente unito, stiamo lavorando per questo”, ha aggiunto Guerini. Parole nelle quali, oltre la preoccupazione, si intravede la consapevolezza che nel partito si è aperto un fronte solido intenzionato a non fare sconti al governo.
Un fronte che è potenzialmente assai più solido e ampio di quanto l’entorurage di Renzi non si aspettasse.
(da “Huffintonpost”)
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Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
LA SOCIETA’ COINVOLTA E’ STATA INTESTATA IN PASSATO ANCHE AL PREMIER
Tiziano Renzi, padre del presidente del Consiglio Matteo, è indagato per bancarotta fraudolenta dalla procura di Genova.
Un’indagine avviata da tempo e collegata al fallimento di una società di distribuzione di giornali.
Nei giorni scorsi ha ricevuto un avviso di prosecuzione delle indagini e dunque l’iscrizione nel registro degli indagati risale verosimilmente a diversi mesi fa.
La società è fallita nel 2013, quando il padre di Renzi l’aveva già ceduta a un imprenditore genovese.
La stessa società risulta essere stata intestata proprio a Matteo Renzi e alle sue sorelle tra il 1999 e il 2004.
Risultano anche contributi figurativi versati all’attuale presidente del consiglio.
Questo l’articolo che Marco Grasso scrisse per Il Secolo XIX l’8 maggio del 2013:
Debiti e cause, i danni genovesi di papà Renzi
Non è proprio elegante andarsene via senza pagare tre mesi di affitto, lasciare gli uffici sottosopra e portarsi via persino le barriere di plastica che negli open space delimitano una scrivania dall’altra.
E non è nemmeno consentito dalla legge, ha poi riconosciuto il tribunale. Peccato che per i creditori la sorpresa sia al momento del risarcimento: l’azienda nel frattempo è stata venduta, svuotata, e poco dopo avviata al fallimento.
Mentre un’impresa gemella, guidata dai precedenti titolari, è nata altrove. È passato qualche anno da quei fatti, il contenzioso inizia nel 2006, e gli ex proprietari della Chil Srl (7 milioni fatturati nel 2007, diventata poi Chil Post srl), ditta che si occupava di distribuzione di giornali e campagne pubblicitarie radicata anche sotto la Lanterna, sono ben più noti di allora.
Il fondatore Tiziano Renzi, padre del sindaco di Firenze Matteo, ha ceduto definitivamente le quote a un imprenditore genovese poco prima che questi fallisse.
E proprio Chil srl è già stata fonte di mille polemiche e oggetto due interrogazioni comunali perchè il rottamatore, nel 2003, a 11 giorni dalla discesa in campo per l’elezione a presidente della Provincia del capoluogo toscano, fu assunto come dirigente della società , appena dopo averne ceduto il 40% di quote, una mossa che gli ha consentito di incassare i relativi contributi per 9 anni, a spese dello Stato.
Per capire come inizia questa storia bisogna ritornare al biennio tra il 2003 e il 2005. È questo il periodo in cui Tiziano Renzi, vulcanico impresario ed ex amministratore democristiano, sbarca in Liguria. Chil srl, sede a Rignano sull’Arno, apre una filiale nella centralissima via Fieschi, dove per un periodo collabora anche con Il Secolo XIX, per cui cura il servizio porta a porta.
L’inizio di quell’avventura coincide con il primo exploit del figlio, che a soli 29 anni, riceve l’endorsement dell’Ulivo per la corsa alla presidenza della Provincia di Firenze.
Attenzione ai tempi.
L’annuncio della candidatura è del 7 novembre 2003.
Poco prima, anche la ditta cambia pelle. Dal 1999 al 2004 era stata intestata a Matteo e a una delle sorelle.
Il 17 ottobre 2003 il futuro golden boy del Pd cede le sue quote al padre Tiziano e alla madre Laura Bovoli. Il 27 ottobre diventa dirigente.
Il 13 giugno dell’anno successivo è eletto e accede al distacco. La vicenda, sollevata dal Fatto Quotidiano, è anche oggetto di un’azione formale di alcuni consiglieri dell’attuale opposizione di centrodestra fiorentino.
La risposta: «Alla società di cui risulta dipendente il dottor Renzi sono erogati i contributi previsti all’art. 86 comma 3 del Testo unico enti locali».
Ma torniamo alla Chil srl. L’avventura genovese ha una svolta nel 2005, quando abbandona gli uffici di via Fieschi, occupati oggi da una lavanderia.
Il proprietario dei muri però, la società Genovapress, di Vittorio Caporali, lamenta che i locali sono stati lasciati in pessime condizioni. Non solo.
L’affittuario se n’è andato senza pagare gli ultimi tre mesi, per un totale di 8mila euro. Parte un decreto ingiuntivo e il tribunale condanna Chil srl a risarcire 11mila euro, il conto più le spese legali. Non è finita qui.
C’è un’altra questione che finisce di fronte al giudice. Caporali, assistito dall’avvocato Ernesto Rognoni, afferma che oltre al mancato pagamento, Renzi senior si è lasciato dietro di sè impianti elettrici devastati, controsoffitti sfondati e si è tenuto anche parte dell’arredamento, in particolare le barriere divisorie.
In primo grado vince Renzi, difeso da Luca Brida. In secondo il verdetto è parzialmente ribaltato: effettivamente Chil srl si appropriata di materiale non suo.
Il conto da pagare, ingrossato dai processi, è lievitato a circa 8mila euro. I creditori bussano alla porta della ditta ma ormai è cambiato tutto.
Tiziano Renzi nel dicembre del 2010 ha ceduto un ramo d’azienda alla nuova sigla di famiglia, Eventi 6 srl (4 milioni di euro di fatturato nel 2011), che fa sostanzialmente le stesse cose e ha sede nella natia Rignano sull’Arno. Chil Post srl passa nelle mani di Gian Franco Massone, 75 anni, originario di Castelletto d’Orba e residente a Varazze.
Di lui si sa che fino al 1990 ha avuto una piccola impresa che si occupava di «commercio ambulante e vendita al minuto di mercerie, chincaglierie, scampoli, tessuti».
Dal 2009 è vicepresidente della Delivery Service Italia, società cooperativa di Firenze. Il resto è nella relazione del curatore fallimentare, il commercialista Maurizio Civardi. Chil srl lascia all’asciutto i creditori (non solo l’ex proprietario dei muri) a marzo del 2013 è dichiarata fallita.
Anche se la nuova sede, una stanza di un appartamento in Galleria Mazzini 3, era già abbandonata nell’ottobre 2011.
(da “il Secolo XIX”)
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Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
TREDICESIMO BUCO NELL’ACQUA: L’ACCORDO CON SEL NON BASTA A FAR PASSARE VIOLANTE… RENZI AZZOPPATO NON CORRE PIU’, SE NE RIPARLA MARTEDI
Neanche l’accordo con Sinistra Ecologia e Libertà sul nome di Violante è bastato a sbloccare lo stallo. 
Ancora una fumata nera – la tredicesima – dal Parlamento in seduta comune per eleggere i due giudici mancanti della Corte costituzionale. Il candidato del Pd Luciano Violante – alla quinta bocciatura da quando è candidato – si sarebbe fermato a quota 542, quello di Forza Italia Donato Bruno – giunto alla terza bocciatura – a quota 527.
La prossima riunione in seduta comune del Parlamento per la nuova votazione per i giudici della Consulta e dei componenti mancanti del Csm si terrà “martedì alle ore 12”.
Lo ha annunciato il capogruppo dl Misto alla Camera Pino Pisicchio, a margine della conferenza dei capigruppo.
Il capogruppo Pd alla Camera Roberto Speranza ha escluso la possibilità di rinunciare al ticket per la Consulta Violante-Bruno, nonostante la nuova bocciatura da parte del Parlamento.
“Andiamo avanti sicuramente su Violante e Bruno”, ha detto Speranza al termine della conferenza.
I prossimi giorni, tuttavia, serviranno necessariamente per studiare un’alternativa, dopo la frustrata con cui ieri il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rimproverato le Camere di avanzare “pretese settarie”. Un monito che è stato recepito, almeno a parole, dal premier Matteo Renzi.
“Ha ragione nel merito e nel metodo il presidente della Repubblica”, ha detto Renzi. “Spero che oggi o nei prossimi giorni il parlamento troverà una soluzione di alto livello”.
Sull’elezione dei giudici della Consulta e sui componenti ‘laici’ del Csm si incontreranno oggi a Roma tra il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, e la Lega Nord, rappresentata dal vicepresidente del Senato Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti.
Si starebbe lavorando a un accordo dopo le ‘proteste’ del Carroccio, che oggi ha votato per Mario Bertolissi, ordinario di diritto costituzionale a Padova, per entrambi gli incarichi.
Alza la voce anche il Movimento Cinque Stelle, che lamenta l’insistenza su Violante. “Pd e Pdl sono ormai accorpati e blindati. Se le facciano di notte queste spartizioni, ieri abbiamo votato scheda bianca e loro, come risposta, si sono incontrati a palazzo Chigi. La nostra disponibilità l’abbiamo data, la nostra pazienza è finita, votino di notte e ci facciano lavorare di giorno”, è la dichiarazione di Luigi Di Maio, M5S, a Radio24, su un possibile sblocco delle nomine alla Consulta.
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Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
SECONDO I PRIMI SONDAGGI ALL’USCITA DEI SEGGI, I NO IN VANTAGGIO CON IL 53%, I SI’ FERMI AL 47%
Sono cominciate in Scozia le operazioni di voto per il referendum sull’indipendenza.
I seggi rimarranno aperti fino alle 22 di questa sera (le 23 in Italia).
“Dovrebbe la Scozia essere un paese indipendente?” è il quesito che viene sottoposto agli scozzesi cui sono chiamati a rispondere ‘Si o ‘No’.
Sono circa cinque milioni gli aventi diritto al voto, ovvero tutti i residenti in Scozia. Voteranno anche i sedicenni .
È prevista un’alta affluenza dopo che il 97% si è registrato nelle liste elettorali.
Ieri sera attraverso l’account della Casa Bianca il presidente americano Barack Obama ha fatto sapere di essere a favore dell’indipendenza:
Un sondaggio Ipsos sul referendum che potrebbe sancire l’indipendenza della Scozia misura i “no” al 53%.
I sostenitori della permanenza della Scozia nel Regno Unito sono in vantaggio di sei punti percentuali nell’ultimo sondaggio sull’indipendenza, diffuso mentre gli elettori si stanno recando alle urne per il referendum.
Il sondaggio Ipsos Mori per il quotidiano London Evening Standard dice che i no sono al 53%, i sì al 47%.
Secondo la rilevazione, il 4% degli scozzesi che hanno deciso di votare sono comunque ancora indecisi.
(da “Huffingtonpost“)
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