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I RENZIANI TEMONO PRODI E BAZOLI DIETRO DE BORTOLI

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

RENZI FURIOSO PER L’EDITORIALE DEL DIRETTORE DEL CORRIERE DELLA SERA…E’ CACCIA AL NEMICO: TRA I SOSPETTI ANCHE BAZOLI-PRODI

In Parlamento non si parla d’altro.
Il feroce editoriale del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli contro Matteo Renzi è una ‘bomba’ la cui deflagrazione arriva a New York, dove – guarda caso proprio oggi — il premier incontra Sergio Marchionne, l’ad Fiat, ovvero dell’azionista di maggioranza relativa del Corsera.
Renzi è inviperito, a dir poco. Con i giornalisti, commenta lapidario: “Auguri e in bocca al lupo al Corriere per la nuova grafica”.
Nel Pd renziano e non-renziano, si scatenano dubbi e interpretazioni, sospetti e indiscrezioni sulle opinioni di un giornalista, ancorchè direttore uscente di uno dei maggiori quotidiani italiani.
Quasi che quell’editoriale in prima pagina, crudele fin dal titolo “Il nemico allo specchio”, funzioni da specchio delle difficoltà  che sta attraversando il governo e, a ricasco, il Pd.
Uno specchio rotto in cui ognuno, a seconda dell’area di appartenenza, ritrova una sua risposta, un sospetto, un dubbio che rimbalza riga dopo riga dello stringato editoriale. E tra le varie interpretazioni c’è anche quella che si sofferma su una riga dell’ultimo paragrafo, dove viene posto “l’interrogativo più spinoso”.
Vale a dire: “Il Patto del Nazareno finirà  per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo dai vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria”.
Soprattutto l’ultima parola incuriosisce i più.
Nelle aree più vicine al premier c’è chi dietro De Bortoli vede il duo composto da Giovanni Bazoli (altro azionista del Corsera) e Romano Prodi.
Perchè, sarebbe la spiegazione, il professore avrebbe capito che il suo nome non è contemplato dal Patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi per l’elezione del prossimo inquilino del Colle.
Secondo questa chiave di lettura, l’attacco di oggi sarebbe un modo per indebolire il premier e il Patto che ha stretto con Berlusconi, in modo da influenzare l’elezione del prossimo capo dello Stato.
E poi c’è chi ricorda le critiche dell’ex amico Diego Della Valle, altro azionista del Corriere, abbastanza piccato con il governo dall’estate scorsa. “Ma il suo rapporto con Renzi è sempre stato altalenante”, dice un renziano doc.
C’è di più. Nel Pd, i renziani cercano la reazione ma non nascondono la preoccupazione. Lo specchio rotto rende anche l’immagine delle fratture che sono evidentemente intervenute tra un pezzo dell’imprenditoria-editoria italiana e il governo nato a febbraio.
Per non parlare della minoranza Pd, che si ritrova stretta tra la propria battaglia contro il Jobs Act e il rischio di essere usata inconsapevolmente per manovre anti-Renzi che scorrono al di sopra delle loro teste, almeno la maggior parte di loro.
Sullo sfondo, il terrore che dietro l’attacco di De Bortoli ci siano manovre per sostituire Renzi con un governo tecnico telecomandato dalla Troika.
Un incubo che i renziani tendono a scacciare “perchè, una volta caduto Renzi, non ci sarebbe un’altra maggioranza per un altro governo”, ti dicono, sapendo che sul Jobs Act Renzi potrebbe davvero far saltare il banco e puntare al voto anticipato, alle brutte anche con il Consultellum .
E infatti, le sue dichiarazioni da New York non lasciano intravedere grandi mediazioni con le minoranze: “Il primo obiettivo è cambiare il mercato del lavoro perchè è focalizzato sul passato e quindi ci sono troppi disoccupati. Lunedì presenterò in direzione le mie idee che sono condivise, ci sarà  un dibattito, si discute e alla fine si decide, si vota e si fa tutti nello stesso modo, si va tutti insieme”.
Tra l’altro, a Roma, già  da ora i suoi stanno lavorando per “fare il pieno” in direzione, per fare in modo che ci siano tutti, anche gli eurodeputati e puntare ad un mandato pieno che isoli le minoranze.
L’affondo di De Bortoli piomba in questo clima già  surriscaldato.
Tra i non renziani, il primo a commentare è Massimo Mucchetti, ex del Corriere della Sera, ora senatore del Pd.
Quella di De Bortoli “è una quasi sfiducia a Renzi. Renzi si trova nelle stesse condizioni del primo Berlusconi: padrone delle urne, ma poco credibile tra coloro che hanno le responsabilità  maggiori in Italia e all`estero. E come Berlusconi può essere tentato di reagire alla reprimenda attaccando i giornaloni cinici e bari, strumento cieco d`occhiuta rapina di innominati ‘salotti buoni’ ai danni del Paese. Se ascoltasse i più sofisticati tra i suoi consiglieri, Renzi potrebbe anche liquidare l’early warning del “Corriere” come l’estremo tentativo di battere un colpo da parte di un direttore in uscita (la Rcs Mediagroup ha annunciato il cambio di direzione per l’aprile 2015). Se poi ascoltasse anche i consiglieri più spregiudicati, potrebbe brigare per anticipare la sostituzione di De Bortoli da parte dell’azionista di maggioranza relativa della Rcs, che è poi la Fiat: quella Fiat marchionnesca non confindustriale e tanto, tanto filo governativa, forse in attesa di qualche supporto all’esportazione (probabilmente giusto), certo grata per il silenzio del premier (certamente sbagliato) sulla migrazione della sede a Londra e Amsterdam”.
Il segnale al governo è arrivato.

(da “Huffingtonpost”)

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BERLUSCONI SENTE ARIA DI PATATRAC: “RENZI PUNTA AL VOTO PER EVITARE LA TROIKA”

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

E FORZA ITALIA FRENA SULLA LEGGE ELETTORALE

“Patatrac” è la parola che usa Berlusconi per descrivere la manovra spericolata di Renzi.
Parola che, nel ragionamento dell’ex premier, porta a un’eventualità  che negli ultimi giorni a palazzo Grazioli viene considerato il vero obiettivo di Renzi: il voto anticipato.
E c’è qualcosa di più di una suggestione nella battuta che il Cavaliere ha consegnato ad amici fidati: “Se succede il patatrac, Renzi va al voto senza la sua vecchia guardia di ex Pci. Noi andiamo con una lista Berlusconi e poi… poi governiamo assieme”.
Nella battuta c’è la convinzione che “Matteo” ormai sia alla ricerca di un incidente, proprio sul jobs act, per andare a elezioni anticipate prima di essere imbullonato a palazzo Chigi da una crisi che non aveva previsto.
Si spiegherebbe così la sua sfida all’ok Corral con la vecchia guardia e i sindacati sull’articolo 18.
Un “non tratto” che neanche Berlusconi ai bei tempi. Pronunciato ovunque. In Italia e nel corso del suo viaggio negli Usa.
È “una via d’uscita”, ragiona a voce alta chi raccoglie i pensieri del Cavaliere. Una via d’uscita diventata obiettivo politico.
Perchè la scommessa del giovane Matteo di agganciare la ripresa può considerarsi fallita visti i dati del Pil e tutti gli indicatori economici che annunciano mesi di lacrime.
E c’è il fantasma della Troika. Un fantasma che si è materializzato già  nell’incontro a palazzo Chigi, nel corso del quale Renzi è apparso particolarmente preoccupato in relazione alla prossima legge di stabilità .
Già , la Troika. A uno abituato a riconoscere le pressioni dei poteri forti come Berlusconi non è sfuggito il crescendo delle ultime settimane: le frequenti esternazioni di Draghi, l’ultima intervista, allarmata, del governatore di Bankitalia Ignazio Visco. E il fondo del direttore del Corriere Ferruccio De Bortoli, indicatore della ormai palese sfiducia verso il governo di quell’establishment che “tifa” per una “soluzione tecnica modello Troika”.
È uno scenario ben presente nella testa del premier, che non a caso ha chiesto un’accelerazione sull’Italicum: “Renzi — dice un azzurro di rango — sta usando il jobs act per far precipitare la situazione verso il voto ed evitare la Troika. Così può dire: io ci ho provato, ma me lo hanno impedito. Datemi il consenso per cambiare l’Italia”.
A questo si lega la grande frenata di Forza Italia sulla legge elettorale.
Con Berlusconi che tira il freno a mano proprio quando Verdini, il “vicepremier”, voleva spingere sull’acceleratore”.
Non è un caso che l’Italicum al Senato sia slittato almeno di una settimana. E che Berlusconi, sulle modifiche chieste da Renzi nell’ultimo incontro, si è mostrato freddino.
Al momento è il Consultellum la legge attorno l’ex premier articola la sua manovra: “Se Renzi vuole andare al voto, andiamo al voto col Consultellum e poi…”.
In una trama complessa in cui si intrecciano i fili della realtà  e quelli della fantasia, un punto è fisso nella strategia berlusconiana.
E riguarda l’elezione del prossimo capo dello Stato, tema fulcro del “patto del Nazareno”. Non è un mistero che Napolitano vorrebbe mollare al più presto.
E negli ultimi giorni le voci di una crescente “stanchezza” dell’inquilino del Quirinale si sono intensificate. Guarda caso, proprio il Quirinale è il cuore del ragionamento di De Bortoli.
È chiaro, sussurrano a palazzo Grazioli, che il “partito della Troika” vuole pesare nella successione di Napolitano.
Si spiega così la durezza del Corriere attorno al patto del Nazareno: “Hanno paura — dice un azzurro di peso – che il nuovo mondo si impossessi del Quirinale”.
Già , il nuovo mondo, ovvero il mondo del “patto del Nazareno”.
I numeri delle travagliate elezioni della Corte, dove il quorum è altissimo, dicono che — in questo Parlamento — Renzi e Berlusconi sono perfettamente in grado di eleggere un capo dello Stato condiviso.
Nel prossimo, invece, la garanzia per Berlusconi è il cosiddetto Consultellum, non una legge col premio di maggioranza.
Che fatalmente induce chi vince alla tentazione di mettersi il suo capo dello Stato.

(da “Huffingtonpost”)

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ALLARME FONDI CINQUESTELLE: MANCANO I SOLDI PER LA FESTA NAZIONALE AL CIRCO MASSIMO

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

RACCOLTI SOLO 69.700 EURO, PER L’EVENTO NE SERVONO 500.000

Soltanto dodici giorni fa avevano avuto finalmente ilvia libera per la loro festa al Circo Massimo dal 10 al 12 ottobre, ma adesso – secondo quanto rileva l’agenzia Adnkronos – i dirigenti del Movimento 5 Stelle sarebbero preoccupati: la raccolta fondi per la kermesse politica nell’area archeologica di Roma non decolla.
Sarebbe ferma a poco più di 69.700 euro, appena il 14% del traguardo prefissato. In media, sul blog di Beppe Grillo le donazioni si aggirano attorno ai 5.300 euro al giorno
Lontani i 436 mila euro per l’Europa
Lontani i tempi delle politiche, quando il M5S raccolse ben 750 mila euro.
E lontano l’obiettivo da raggiungere per il raduno di tre giorni al Circo Massimo: M5s dovrebbe mettere insieme 500mila euro in pochi giorni.
E’ vero che per le europee il Movimento di Grillo raggiunse quota 436mila euro e poco più, ma c’era più tempo e l’obiettivo era più significativo: la rappresentanza a Bruxelles, non una semplice festa, seppure di popolo, dei grillini.
Sottoscrizioni al via l’11 settembre
La raccolta è partita l’11 settembre, il giorno prima del via libera giunto dal tavolo tecnico del ministero per i Beni e le attività  culturalialla festa del Circo Massimo.
Una decisione che aveva chiuso la polemica innescata da Beppe Grillo quando, attaccando il sindaco di Roma Ignazio Marino, aveva minacciato: «La nostra festa nazionale si farà  al Circo Massimo anche senza permesso».
Adesso, a meno di un mese dal mega evento nell’antico circo romano, la raccolta fondi diventa una corsa contro il tempo.
Sull’asse Roma-Milano si ragiona a come «accelerare» e incentivare le donazioni.
Alla Casaleggio associati si studiano iniziative ad hoc e si confida in Grillo e nella sua capacità  di parlare alla pancia della galassia grillina.
Per i due cofondatori del Movimento, la tre giorni al Circo Massimo deve essere un successo senza precedenti, vietati i passi falsi.
Roberta Lombardi, in prima linea nell’organizzazione dell’evento, si mostra tranquilla: «Noi siamo bravi a usare bene i nostri soldi – dice – faremo il passo proporzionale alla gamba – dice ad Adnkronos -. Ciò vuol dire che struttureremo tutto in base alle disponibilità  economiche che avremo».

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L’EX SINDACO SCERIFFO DELLA LEGA COSTA 15.000 EURO AI CONTRIBUENTI

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

NEGO’ IL MATRIMONIO TRA UNA ITALIANA E UN ALBANESE E IMPEDI’ L’APERTURA DI UN SEXY SHOP:.. HA PERSO LA CAUSA E ADESSO DEVE PAGARE IL COMUNE DI TRADATE

Sindaco sceriffo, con i quattrini degli altri.
Alle casse pubbliche costeranno più o meno 15mila euro le crociate dell’ex primo cittadino leghista di Tradate (Varese).
A tanto ammontano infatti i risarcimenti riconosciuti in due distinti episodi, come effetto dei ricorsi effettuati contro degli atti compiuti da Stefano Candiani, ex primo cittadino della Lega Nord oggi senatore della Repubblica.
Il primo caso risale all’estate del 2008, le bandiere del Carroccio sventolano alte sui pennoni di gran parte dei comuni del nord, il ministro dell’Interno si chiama Roberto Maroni e il tema delle unioni di comodo è parecchio dibattuto.
Sulla bacheca del comune di Tradate viene affisso un annuncio di matrimonio destinato a fare parecchio rumore.
Lei è una ragazza italiana al sesto mese di gravidanza, lui un venticinquenne albanese che ha in tasca un permesso di soggiorno scaduto.
Quando arriva il giorno del fatidico ‘Sì’, giunti nella sala delle cerimonie in abiti eleganti e con i parenti al seguito, la coppia si vede negare le nozze dal sindaco Candiani per via della mancanza dei documenti di soggiorno (che, ricordiamo, non sono necessari per contrarre matrimonio). L’atto viene rinviato in attesa di chiarire la posizione del giovane “clandestino”.
La settimana successiva i ragazzi ci riprovano. Al secondo tentativo i due non riescono nemmeno ad accedere al municipio, a sbarrare la strada c’è la polizia locale che chiede al ragazzo albanese di esibire i documenti che ancora non ha.
Il ragazzo viene prima accompagnato in questura, poi al Cie di Bologna, da dove viene espulso in tempo record.
Per la promessa sposa sono giorni angoscianti. Dopo mille peripezie vola in Albania per raggiungere il giovane (padre del bebè che porta in grembo), lì contraggono matrimonio all’ambasciata Italiana.
Espletate le formalità  e passati i tempi di legge rientrano finalmente a casa.
La vicenda chiaramente non si chiude, anzi.
I novelli ‘Renzo e Lucia’, assistiti da un legale, iniziano una battaglia giudiziaria, prima nei confronti del Comune, poi dello Stato.
La battaglia si è conclusa alcuni giorni fa con la proposta risarcitoria formulata dalla Prefettura di Varese e accettata dal ministero dell’Interno e dall’Avvocatura di Stato.
La coppia riceverà  8mila euro, spese legali regolate a parte.
Toccherà  allo Stato decidere se rivalersi sull’ex sindaco di Tradate.
Come dicevamo non è l’unico atto dell’ex sindaco leghista che viene contestato in questi giorni. Nel gennaio del 2011 l’amministrazione di Stefano Candiani (giunta Lega+Pdl) nega l’apertura di un sexy shop, motivando la scelta con ragioni di opportunità , vista la vicinanza alla chiesa della cittadina.
Il sindaco emana in fretta e furia una specifica ordinanza (sostituita alcuni mesi dopo da una seconda ordinanza a carattere temporaneo in attesa dell’approvazione del nuovo regolamento comunale).
La commerciante in questione, vistasi negare l’apertura del negozio, ha denunciato l’amministrazione e ieri è arrivata la sentenza del Tar della Lombardia che ha condannato il Comune a pagare 5mila euro di risarcimento, oltre ad interessi e alle spese legali (2500 euro).
Anche in questo caso il senatore leghista conferma la propria decisione: “Era una questione di decoro urbano, io ho fatto una scelta politica che rifarei anche oggi, non arretro di un passo”, peccato che, anche in questo caso, a pagare siano i cittadini (oggi governati da una giunta di segno opposto).
L’attuale sindaco, Laura Cavalotti, non ci sta: “Un sindaco quando emette ordinanze e atti deve agire nell’ambito della normativa, principio che deve prevalere su tutto, sia come capo dell’amministrazione che come ufficiale di governo. Ognuno deve essere consapevole fino a dove si può muovere la propria azione. Chiaramente sulle conseguenze finanziarie faremo una rivalsa sui responsabili dell’atto, non è giusto che a pagare siano cittadini di Tradate”.
Il primo cittadino poi continua: “E non sono gli unici problemi di carattere finanziario di cui ci siamo trovati a rispondere. Le scelleratezze compiute in passato ci sono costate negli ultimi due anni 700mila euro solo per le sanzioni del mancato rispetto del patto di stabilità  così oggi siamo costretti ad applicare la Tasi, cosa che avrei evitato volentieri”.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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SULL’ADDIO DI BONANNI ALLA CISL VELENI E DOSSIER SUI 4.800 EURO DI PENSIONE

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

NELLA SEDE ROMANA DEL SINDACATO GIRAVANO LETTERE ANONIME CHE CONTESTAVANO IL SUO OPERATO

Necessità  di un rinnovamento, secondo il diretto interessato.
Veleni su una pensione lievitata a 4.800 euro netti, secondo voci e dossier che circolano da tempo in via Po.
In piena bufera sull’articolo 18 e alla vigilia   Raffaele Bonanni lascia la guida della Cisl dopo 8 anni e attorno alle sue improvvise dimissioni si scatena una ridda di voci. ”Non è una decisione presa all’improvviso. Avevo già  indicato Furlan come mio successore. Quando si fa così vuol dire che il tempo per il segretario generale è scaduto. Era assolutamente necessario un segno di rinnovamento”, spiegava ieri sera l’ormai ex segretario generale ai microfoni del Tg1.
Ma dalle cronache che diversi giornali fanno della vicenda emergerebbe che le motivazioni alla base della decisione sarebbero altre.
“Dalla società  sale una richiesta di rinnovamento e io ho deciso di raccoglierla accelerando il rinnovamento”, spiega Bonanni in un’intervista ad Avvenire.
Ma secondo La Repubblica, nelle ultime settimane nei corridoi della sede romana del sindacato avrebbero ricominciato a girare “vecchi veleni, dossier e lettere anonime. Al leader si sono fatti i conti in tasca. Sono sembrati troppi i 4.800 euro netti di pensione (circa 7.000 euro lordi) maturati nel retributivo poco prima che entrasse in vigore la riforma Fornero“.
Accuse cui si aggiunge quella “di essersi aumentato lo stipendio per aumentare l’importo dell’assegno”, accusa respinta “facendo notare che gli anni di contributi sono 47″.
Anche Il Messaggero parla di uno “scontro” alla base delle dimissioni di Bonanni.
Il quotidiano romano parla di “un documento interno che mette in discussione anche in termini pesanti l’operato del segretario generale (alludendo anche al suo trattamento previdenziale), documento che avrebbe convinto la dirigenza Cisl a premere per le dimissioni anticipate di almeno otto-nove mesi rispetto alla scadenza attesa”.
Quel che pare certo è che dietro la decisione di lasciare c’è un forte malcontento diffuso nella base, che non apprezza e non capisce più la linea del sindacato.
Alla vigilia della trattativa sull’articolo 18 con il governo (che tuttavia non ha ancora convocato le sigle sindacali), la strategia di Bonanni fatta di contrattazioni separate (specie con i governi di centrodestra), strappi con la Cgil e aperture alla posizioni del governo Renzi proprio sull’articolo 18 non convince più le categorie, nemmeno tra le file del pubblico impiego che rappresentano lo zoccolo duro dei 4,7 milioni di tesserati della Cisl.
Il 30 settembre anche i metalmeccanici dell Fim protesteranno davanti a Palazzo Chigi con tutte le rappresentanze dell’azienda in sofferenza.
“Con la scelta di Annamaria Furlan diamo un segnale di discontinuità  nella gestione organizzativa, pur nella continuità  della cultura sindacale Cisl”, spiega ad Avvenire Bonanni, secondo cui ”oggi indicare alla guida del sindacato una donna è una scelta che ha un valore aggiuntivo”.
Sul suo possibile futuro in politica, “non ho mai avuto una grande passione per l’attività  politica, soprattutto nelle sue forme attuali”, dichiara Bonanni.
“Questo non significa disinteresse, soprattutto riguardo all’organizzazione delle espressioni culturali a me più vicine”.
Tutto lascia pensare che, come per i suoi predecessori Marini, D’Antoni e Pezzotta, anche per Bonanni si aprano le porte di un futuro in politica.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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ABOLISCANO I NOTAI E POI PENSINO ALL’ART.18: COME SI MODERNIZZA ALL’ESTERO

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

CHI HA CREATO IMPRESA ALL’ESTERO NON CI PENSA PROPRIO A TORNARE IN ITALIA E NON CERTO PER L’ART 18

Domenica ho comprato online una macchina usata. Lunedì sera era già  sotto casa. Ho fatto tutto online, compreso il permesso di parcheggio e l’assicurazione (tagliando spedito via email e stampato a casa). Non ho pagato tasse, marche da bollo, passaggi di proprietà  o altro.
Non ho avuto bisogno di Aci, nè di notaio.
È bastato andare a casa del tizio che vendeva l’auto, un tipico inglese che mi ha anche offerto il thè, dargli l’assegno, scambiarsi i dati, firmare un tagliando con la variazione dei dati e spedirlo alla motorizzazione. Fine.
Entro un mese arriverà  per posta il nuovo certificato. Forse ho comprato un bidone, ma almeno non ci ho pagato sopra il salasso del passaggio di proprietà  italico.
Se volessi aprire un’attività  a Londra, stasera potrei comprare online una società .
Come ho fatto con l’auto. I prezzi vanno dalle 25 alle 250 sterline, a seconda della tipologia e di quello che devo fare.
Domattina potrei iniziare a lavorare.
Le prime tasse le pagherei tra un anno e mezzo. E l’Iva, se il mio business ha un giro inferiore alle 85 mila sterline, non la pagherei proprio.
Leggendo i resoconti della visita del premier italiano a San Francisco pensavo proprio alla mia macchina usata.
I 150 giovani imprenditori italiani della Silicon Valley hanno detto a Renzi le stesse cose. Vittorio Viarengo, uno dei maghi dell’hitech italico all’estero, gli ha chiesto: “Possibile non si possa fare come qui, dove con 200 dollari crei la partita Iva online e puoi pagare le tasse via Internet?”.
Per far ripartire l’economia italiana il problema non è certo il reintegro di un lavoratore licenziato, perchè c’è poco da reintegrare quando una fabbrica chiude.
In una lista di problemi, l’articolo 18 viene all’ultimo posto, dopo burocrazia, tasse, criminalità  e mancata certezza del diritto (e non è detto che vadano prese nell’ordine in cui le ho messe).
Chiedetelo a qualsiasi imprenditore in fuga, se tornerebbe in Italia.
Io ho parlato con tanti italiani a Londra. Imprenditori e no.
E ho fatto la fatidica domanda in varie occasioni: Italia Yes o Italia No? Il verdetto è sempre unanime: “No, non tornerei in Italia a lavorare”. “Yes, per vacanze e per ritirarsi in pensione”.
Ha ragione Renzi: il problema non è farli tornare. Non torneranno comunque.
Il problema è non farli partire. Rendiamogli la vita più semplice.
Ma con questo l’articolo 18 non c’entra proprio nulla.
Però Renzi va all’attacco del sindacato proprio sull’articolo 18 e dice: “Arriva il momento in cui bisogna far arrabbiare qualcuno per cambiare le cose che non vanno”.
Ha sicuramente ragione. Almeno dal punto di vista mediatico, avere un nemico è più facile che fare le cose stando zitti, senza annunci e senza straparlare. Ma ci sono tante cose che si possono fare prima, senza far arrabbiare nessuno.
Per esempio fare in modo che uno come Vittorio Viarengo possa aprire una società  su Internet. O possa pagare le tasse online. O possa comprare una macchina usata in 12 ore, senza spendere una lira.
“Dobbiamo far arrabbiare qualcuno per far andare avanti tutti”, sostiene Renzi.
Perfetto. Allora perchè non comincia a far arrabbiare qualcun altro?
Gli suggerisco i notai. In Inghilterra non esistono neppure.
E non credo neppure nella Silicon Valley.
Se ha bisogno di far fuori un simbolo di vecchio, di corporazione e di staticità , cominci da loro.
Ci sarà  tempo per mettere mano all’articolo 18.

Caterina Soffici

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INTERVISTA AL PRESIDENTE DEL SENATO GRASSO: “MATTEO, SULLA GIUSTIZIA STAI SBAGLIANDO”

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

“NON SI FA UNA RIFORMA CONTRO I MAGISTRATI: GLI ARBITRATI NON FUNZIONANO, MEGLIO LIMARE APPELLO E RICORSI IN CASSAZIONE”

Presidente Grasso, quand’era magistrato quanti giorni di ferie faceva?
«Ha trovato la persona sbagliata. Al maxiprocesso non ho preso un giorno di ferie per tre anni, sono stato 35 giorni in camera di consiglio senza uscire dall’aula bunker e senza comunicare con nessuno, neppure con la famiglia. Mia moglie sapeva che ero vivo perchè arrivava la biancheria sporca. Poi sono stato 8 mesi chiuso in casa a scrivere la sentenza. Un isolamento che all’epoca mi costò il rapporto con mio figlio. Si tratta di un caso eccezionale; ma è evidente che il vero problema della giustizia italiana non sono le ferie»
Certo, però 45 giorni sono tanti, o no?
«I giorni sono 30, come per tutti gli statali; se ne aggiungono 15 per la stesura delle motivazioni delle sentenze. Si possono togliere, purchè si sospendano i termini di deposito dei provvedimenti. Ma non mi sembra il punto centrale…»
Le ferie dei magistrati come i permessi dei sindacalisti?
«C’è la tendenza a concentrare il dibattito su elementi di consenso popolare immediato, perdendo di vista la complessità  delle riforme. Il consenso è importante; ma poi i testi vanno discussi e votati dalle Camere».
Resta il fatto che ogni corporazione è impopolare. Lo è anche la magistratura?
«La magistratura viene raffigurata come una classe che ha potere e privilegi; ma ci sono giudici che non hanno neppure l’ufficio, lavorano a casa. In realtà , la magistratura non può avere consenso, perchè è destinata a scontentare sempre qualcuno: l’imputato, i suoi familiari, i suoi avvocati. Anche nel civile, c’è sempre una parte che perde. La prova sono i regali di Natale. I burocrati li ricevono, i politici pure. I magistrati, almeno quelli che conosco io, no».
Ma la riforma della giustizia è urgente, non crede?
«Sono 15 anni che ne discuto. Quand’ero magistrato andavo ai convegni sempre con lo stesso testo. È ancora valido».
La riforma della giustizia civile punta sulle composizioni extragiudiziali, in particolare sui collegi arbitrali formati da avvocati. Lei che ne pensa?
«Non posso entrare nel merito: il presidente del Senato non deve soltanto essere imparziale, deve anche apparire imparziale. Faccio solo notare che si è già  tentato di ridurre il contenzioso attraverso il giudice di pace o forme di soluzione extra-giudiziale, come la conciliazione; che però non hanno eliminato i milioni di processi arretrati. Si può anche mettere un termine entro cui decidere: ma se non lo si rispetta, cosa succede? Chi vince la causa, chi la perde? Chi è disposto a cedere alle ragioni dell’altro?»
In Italia ci sono troppi avvocati?
«Temo di sì. Di sicuro ce ne sono molti più che negli altri Paesi. Ricordo un avvocato che mi diceva: “Causa che pende, causa che rende”. Si potrebbe porre un limite, introducendo il numero chiuso agli esami di abilitazione. Ma la riforma della giustizia non può essere punitiva nei confronti delle varie categorie. Non si può fare contro gli avvocati, e tanto meno contro i magistrati».
Come si fa allora ad abbreviare le cause?
«È fondamentale riformare i motivi del ricorso in Cassazione, che troppo spesso oggi viene fatto per ritardare i tempi. Si possono poi semplificare le motivazioni, che altri Paesi non hanno o sintetizzano in forme estremamente concise; mentre in Italia il difetto di motivazione è una delle cause del ricorso in Cassazione, che così diventa un terzo grado di giudizio di merito».
È possibile riformare o anche abolire l’appello?
«Da tempo sostengo che è assurdo consentire di impugnare le sentenze di patteggiamento. Si può pensare di escludere l’appello anche in altri casi. L’importante è che accusa e difesa restino ad armi pari. In passato si tentò di abolire l’appello solo per i pm nel caso di assoluzione, ma la Corte Costituzionale annullò quella legge».
Non pensa a quante condanne di primo grado vengono ribaltate in appello?
«Dobbiamo creare un sistema di pesi e contrappesi che limiti gli errori giudiziari. Nei Paesi anglosassoni la giuria composta da cittadini stabilisce con un verdetto solo se l’imputato è colpevole o no. Ma appena una piccola percentuale dei casi sfocia in un processo e in una sentenza. Soltanto da noi i processi si fanno tutti, perchè abbiamo l’obbligatorietà  dell’azione penale”.
Va eliminata anche quella?
«No, ma la si può rivedere ad esempio per tenuità  dei fatti».
Altri punti importanti?
«Interventi seri per colpire la corruzione, l’economia sommersa, l’evasione, i delitti societari e finanziari, il riciclaggio; per rafforzare le indagini finanziarie sui patrimoni illegali; per moralizzare la gestione delle risorse pubbliche; per ostacolare con la presenza dello Stato il radicarsi socio-economico del potere criminale. Il mio primo giorno da senatore avevo presentato un disegno di legge su questi temi: credo sia un modo per dimostrare che la politica interpreta il suo servizio per il bene comune e dei più deboli, non per interessi di parte».
Al Senato Renzi ha espresso l’intenzione di chiudere vent’anni di scontro tra giustizia e politica.
«Concordo. Ma vedo che nelle reazioni popolari e mediatiche, fortunatamente non in quelle politiche, si continua a parlare di giustizia a orologeria…».
Si riferisce all’avviso di garanzia al padre del premier?
«No, al caso Eni. Bisogna considerare che c’è anche un orologio della giustizia, tempi da rispettare, e convenzioni internazionali sulla corruzione cui l’Italia ha aderito».
Sulla Consulta lo stallo continua. Le candidature di Bruno e Violante sono bruciate, non crede?
«Vedremo. Ma non si possono bloccare all’infinito i lavori parlamentari. Ci sono provvedimenti indifferibili e urgenti da esaminare».
Il primo è la riforma del lavoro. Qual è la sua posizione sull’articolo 18? La reintegra deve restare o può essere abolita?
«Mi limito a ricordare che l’articolo 18 di cui si discute oggi non è quello dei tempi di Cofferati; la riforma Fornero l’ha già  reso più flessibile. In ogni caso, credo sia essenziale proteggere tutti i lavoratori nei loro diritti, anche quelli che oggi non ne hanno, ma senza ideologismi; a cominciare proprio dal diritto al lavoro che non coincide con il diritto a uno specifico posto di lavoro».
Il secondo provvedimento che arriverà  al Senato è la legge elettorale. Cosa pensa del ritorno delle preferenze?
«Le preferenze richiamano tempi segnati dai rapporti clientelari. Nel mondo dei miei sogni ci sono primarie regolamentate per legge e collegi uninominali, con i cittadini che scelgono il loro rappresentante tra candidati che risiedono nel collegio da almeno dieci anni. E che sono candidati solo lì, non altrove».
Nel mondo dei suoi sogni c’è ancora spazio per cambiare la riforma del Senato?
«Molto è già  cambiato, e in meglio, rispetto al progetto iniziale del governo. Resto convinto che, per garantire in parte la rappresentanza, sarebbe meglio consentire agli elettori di indicare i consiglieri regionali che andranno a Palazzo Madama, magari con una semplice preferenza».
I dipendenti delle Camere, con le loro decine di sigle sindacali, protestano contro i tagli. Come se ne esce?
«Decideranno gli uffici di presidenza. La proposta mia e della presidente Boldrini è ampia e tocca tutti i dipendenti: se si mette un tetto allo stipendio massimo, è equo prevedere “sotto-tetti”, un meccanismo di gradualità  che impedisca ai dipendenti di guadagnare più dei vertici. Penso poi che arriveremo presto, d’intesa con la presidente della Camera, ad unificare organici e servizi, oltre a provvedimenti sugli ex parlamentari».
Quali provvedimenti?
«Togliere i vitalizi ai condannati per mafia, corruzione e altri reati».
Com’è il suo rapporto con i 5 Stelle?
«Gli scontri con loro contribuiscono molto al mio corso di formazione alla politica…C’è in molti una passione autentica. Spero che la usino anche per costruire. Nelle discussioni sul lavoro e sulla legge elettorale garantirò la libertà  di espressione di tutti; ma farò rispettare tempi certi. Il Paese non può aspettare sine die».
Il suo rapporto con Renzi?
«Quello istituzionale è ottimo. Per il resto, uso poco sms e twitter. Abbiamo ancora una sfida a calcetto in sospeso».
E com’è oggi il rapporto con suo figlio?
«L’ho recuperato dopo l’assassinio di Falcone. Giovanni non aveva figli e amava stare con i figli degli amici, con Maurilio giocavano a ping-pong. Nel ’92 lui capì che si può anche morire facendo il magistrato antimafia, ma senza la ricerca della verità  la vita non è degna di essere vissuta. Oggi fa il funzionario di polizia».

Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera”)

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WHY NOT, CONDANNATI DE MAGISTRIS E GENCHI: “ACQUISIRONO TABULATI DI PARLAMENTARI”

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

GIUDICATA ILLEGITTIMA LA RICHIESTA DELL’ELENCO DELLE TELEFONATE DI MASTELLA, RUTELLI E ALTRI PARLAMENTARI

Il rinvio a giudizio per l’affaire Why not e l’acquisizione di tabulati telefonici di politici e parlamentari, tra il 2006 e il 2007, era arrivato il 21 gennaio 2012.
L’ex pm, oggi sindaco di Napoli Luigi de Magistris è stato condannato, a Roma, ad un anno e tre mesi di reclusione a conclusione del processo.
Stessa condanna per il consulente informatico Gioacchino Genchi. Tra i numeri analizzati da quest’ultimo finirono l’allora ministro di Giustizia Clemente Mastella (indagato in Why Not e prosciolto dopo la sottrazione del fascicolo a de Magistris), il deputato Francesco Rutelli, il senatore Giancarlo Pittella, i deputati Beppe Pisanu (ex ministro dell’Interno di un governo Berlusconi), Marco Minniti, Antonio Gentile, Sandro Gozi.
Per un breve periodo fu indagato, come atto dovuto, anche l’ex premier Romano Prodi, poi archiviato.
Il pm aveva chiesto l’assoluzione per l’ex magistrato.
Il pm di Roma Roberto Felici — il 23 maggio 2014 — aveva chiesto l’assoluzione per l’ex magistrato: ”Chiedo l’assoluzione per Luigi de Magistris perchè il processo ha dimostrato che non era a conoscenza che stesse compiendo atti illeciti”.
Per Genchi invece era stata sollecitata una condanna ad un anno e sei mesi di reclusione. Cuore del processo l’acquisizione di utenze di alcuni parlamentari. Una vicenda che risale al 2006 quando l’attuale primo cittadino era pubblico ministero a Catanzaro, titolare dell’inchiesta Why Not.
I due imputati sono accusati di abuso d’ufficio per aver acquisito le utenze senza le necessarie autorizzazioni parlamentari, di Prodi, Rutelli, Mastella, Minniti e Gentile.
Nel corso della requisitoria, il pm Roberto Felici aveva spiegato come pur essendo stato de Magistris a dare “carta bianca ” al suo consulente tecnico, indagando sui contatti trovati nell’agenda di Antonio Saladino (un imprenditore indagato) fu Genchi a trasformarsi in “dominus” dell’inchiesta e a disporre non solo i decreti di acquisizione degli atti, poi firmati dal magistrato.
Per l’accusa Genchi arrivò a scegliere i nominativi, con le utenze telefoniche, di chi doveva entrare a far parte dell’inchiesta.
La difesa, invece, sosteneva che i tabulati erano stati acquisiti ignorando chi utilizzasse quei telefoni visto che le utenze, in molti casi, erano intestate a società  e terze persone. Di fatto si indagava su utenze delle quali non potevano sapere a priori le intestazioni.
Scoperte, per l’appunto, soltanto dopo l’acquisizione dei tabulati e delle notizie richieste alle compagnie telefoniche.
Disposto il risarcimento per gli onorevoli di cui erano stati acquisiti i tabulati. Un modus operandi che, secondo il pubblico ministero, rappresentava “una violazione e una indebita intrusione nella vita privata” dei parlamentari.
Per il pm capitolino, in sostanza, il sindaco di Napoli ebbe un ruolo secondario nella gestione dell’indagine e dagli esiti processuali emerge che non fosse a conoscenze che quelle utenze si riferivano a parlamentari in carica.
Nel chiedere l’assoluzione il pm, riferendosi a de Magistris, ha affermato di “non apprezzare quelli che erano i suoi metodi, la sua ansia ed euforia investigativa e l’uso eccessivo di strumenti come le perquisizioni. Non ho trovato elementi, però, — aveva detto Felici — per dire che lui fosse a conoscenza che si stava commettendo un illecito acquisendo quei tabulati”.
Il Tribunale, presieduto da Rosanna Ianniello, però non ha accolto la richiesta della Procura e ha emesso un verdetto di condanna per entrambi gli imputati.
Il giudice, pur concedendo le attenuanti generiche ha inflitto anche l’interdizione per un anno dai pubblici uffici.
La pena comunque è stata sospesa ed è stata disposta la non menzione nel casellario giudiziario. È stato anche disposto il risarcimento danni materiali e morali dei parlamentari che si videro sequestrare i tabulati telefonici. Si tratta degli onorevoli Sandro Gozi, Romano Prodi, Marco Minniti, Clemente Mastella e Giancarlo Pittelli, dei senatori Francesco Rutelli e Antonio Gentile. In via provvisionale il Tribunale ha stabilito un risarcimento danni di 20mila euro ciascuno per questi personaggi presenti nel processo come parte civile.
Luigi de Magistris: “Ho subito la peggiore delle ingiustizie”.
“La mia vita è sconvolta, ho subito la peggiore delle ingiustizie. Sono profondamente addolorato per aver ricevuto una condanna per fatti insussistenti. Ma rifarei tutto, e non cederò alla tentazione di perdere completamente la fiducia nello Stato” dice Luigi de Magistris dopo la condanna.
”In Italia, credo, non esistano condanne per abuso di ufficio non patrimoniale. Sono stato condannato per avere acquisito tabulati di alcuni parlamentari, pur non essendoci alcuna prova che potessi sapere che si trattasse di utenze a loro riconducibili. Prima mi hanno strappato la toga, con un processo disciplinare assurdo e clamoroso, perchè ho fatto esclusivamente il mio dovere, dedicando la mia vita alla magistratura, ed ora mi condannano, a distanza di anni, per aver svolto indagini doverose su fatti gravissimi riconducibili anche ad esponenti politici. Non avendo commesso alcun reato, ho la speranza che si possa riformare, in appello, questo gravissimo e inaccettabile errore giudiziario“, sottolinea ancora de Magistris.
“Vado avanti con onestà  e rettitudine, principi che hanno sempre animato la mia vita e che una sentenza così ingiusta non può minimamente minare. La Giustizia è più forte della legalità  formale intrisa di ingiustizia profonda”, conclude il sindaco di Napoli.
“La sentenza emessa oggi dal tribunale di Roma rende piena giustizia agli uomini politici tra i quali Francesco Rutelli e Clemente Mastella” dicono i legali dei due esponenti politici, gli avvocati Titta e Nicola Madia oltre a Cristina Calamari. “La grave violazione delle prerogative dei parlamentari in questione determinò una violentissima campagna di stampa contro il governo all’epoca in carica”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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L’INCHIESTA SU TIZIANO RENZI SI ALLARGA ANCHE ALLA MADRE DEL PREMIER

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

LAURA BOVOLI POTREBBE ESSERE CONVOLTA NELLA BANCAROTTA FRAUDOLENTA

Anche la madre del presidente del Consiglio Matteo Renzi, Laura Bovoli, potrebbe essere coinvolta nell’inchiesta per bancarotta fraudolenta in cui è indagato Tiziano Renzi.
Secondo il Messaggero, al centro delle verifiche che la Procura di Genova, guidata da Michele Di Lecce, sta portando avanti per fare luce sul fallimento della Chil Post, ci sarebbe il passaggio di proprietà  dell’azienda indebitata.
Per il quotidiano romano, il procuratore aggiunto Nicola Piacente e il pm Marco Airoldi stanno investigando sul ruolo della Bovoli e delle sorelle del premier Matilde e Benedetta, “non solo perchè in quanto membri della famiglia potevano conoscere le intenzioni di babbo Tiziano e l’effettivo stato di salute della Chil Post che tre anni dopo la vendita ha fatto bancarotta con debiti che arrivano a circa un milione e trecentomila euro”.
Anche se, il 2 agosto 2007, fondano la società  Eventi 6, fino a metù 2009, quindi un anno prima della vendita, Laura Bovoli e le due figliole possiedono la totalità  del capitale sociale della Chil Post.
Mamma Laura è socio di maggioranza con 30.200 euro in tutto.
Nella seconda parte dell’anno, le tre vendono tutte le loro quote a babbo Tiziano che l’8 ottobre deciderà  di cedere il ramo principale della ditta, La Chil Promozioni, proprio alla moglie.
Di lì a sei giorni il 14 ottobre 2010 c’è il passaggio di consegne incriminato: per soli 2000 euro Renzi passa quel che resta della Chil a Gian Franco Massone, anche se a gestire l’affare sarebbe stato il figlio di quest’ultimo, Mariano Massone.
Difficile dire cosa sapessero moglie e figlie di babbo Renzi al momento del passaggio cruciale, ma è su questo che stanno cercando di far luce i magistrati genovesi.
L’altro punto dell’inchiesta è capire quando il buco di un milione e trecentomila euro sia stato creato.
“Si sa – scrive ancora il Messaggero – che il mutuo della Banca di credito cooperativo di Pontassieve è precedente alla vendita ed era stato intestato a mamma Laura dall’istituto di credito che vedeva tra i soci un fedelissimo dell’attuale premier, Matteo Spanò.

(da “Huffingtonpost“)

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