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INTERVISTA AL PATRON DI PRADA: “NON E’ CERTO L’ART 18 IL NODO CHE BLOCCA LA CRESCITA”

Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile

“INVECE CHE INVOCARE NUOVE REGOLE, GLI IMPRENDITORI RITROVINO IL CORAGGIO DI INVESTIRE”

Dottor Bertelli, lei che guida un grande gruppo come Prada, ritiene che Matteo Renzi abbia fatto bene a mettere in campo la contrapposizione sull’articolo 18?
«Era abbastanza prevedibile che sull’articolo 18 si sarebbe aperta una contesa forte e ora occorre trovare una soluzione. Ma se, come qualcuno dice, l’articolo 18 è diventato un simbolo che in Europa chiedono di togliere in cambio di una maggiore flessibilità  sulle regole di bilancio, allora penso che dovremmo andare in questa direzione».
È sicuro che senza articolo 18 si riuscirà  ad avere più crescita e più lavoro in Italia?
«Su questo ho miei dubbi, poichè l’articolo 18 riguarda un numero molto limitato di lavoratori. Io credo che invece di invocare nuove regole per il lavoro le imprese dovrebbero puntare di più su sè stesse. Per rimettere in moto la crescita occorre che gli imprenditori ricomincino a investire, trovino il coraggio di conquistare nuovi mercati all’estero mettendo a rischio una parte dei loro capitali».
Ma lo scontro in atto tra le forze politiche sul lavoro rischia di provocare una crisi di governo. Renzi deve andare avanti lo stesso?
«La realtà  è che molti politici hanno paura che Renzi riesca a fare le riforme prendendosi tutti i meriti e diventando così troppo forte e troppo autonomo. Ecco perchè il disegno sarebbe quello di fare cadere il governo ma senza andare a elezioni e promuovere un nuovo esecutivo che distribuisca il merito delle riforme su un più ampio spettro politico».
La critica più ricorrente è che il governo abbia messo troppa carne al fuoco e rischia di non portare a casa niente. È così?
«È normale che con tanta carne al fuoco qualche bistecca si brucerà . Ma io dico che per fare le riforme dello Stato occorre lo sforzo di tutti, remando nella stessa direzione, e che queste saranno sicuramente perfettibili.
Anche all’interno del Pd stanno crescendo i malumori.
«Essendo il Pd nato con tante anime diverse, che Bersani e D’Alema siano uniti e che non abbiano la stessa visione di Renzi mi pare abbastanza scontato».

Giovanni Pons

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REINTEGRATI IN EUROPA E’ LA REGOLA, ALTRO CHE LE BALLE DI RENZI

Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile

LA LEGGE ITALIANA NON E’ UN’ANOMALIA: DOSSIER DEL MINISTERO DEL WELFARE…DA NOI PESANO I TEMPI LUNGHI DELLE VERTENZE GIUDIZIARIE

Licenziati e poi reintegrati.
Accade in Italia, ma anche in tanti altri paesi europei: Austria, Germania, Grecia, Irlanda, Olanda, Portogallo, Svezia e pure in Gran Bretagna, paese del common law.
E il ritorno nel posto di lavoro non è del tutto escluso nemmeno in Francia, Finlandia, Spagna o Lussemburgo, in caso di licenziamento illegittimo.
Insomma la reintegra, come la chiamano i giuslavoristi, «non costituisce un’anomalia tutta italiana».
Così scrivono i ricercatori di “Italia Lavoro”, il braccio operativo del ministero nelle politiche attive per il lavoro, in un dossier, “La flessibilità  in uscita in Europa”, che fa un’analisi comparativa dettagliata sulle regole dei licenziamenti individuali e collettivi nei paesi europei.
Ne esce un quadro di tutele piuttosto estese sulla base di un principio sancito nella Carta sociale europea: i lavoratori licenziati senza valido motivo hanno diritto «ad un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione ».
Con il suo reintegro in versione ridotta dopo la legge Fornero (vale per i licenziamenti discriminatori e quelli camuffati da motivi economici) l’Italia è in buona compagnia nel prevedere la possibilità  che un lavoratore ingiustamente licenziato possa tornare al proprio posto di lavoro. In genere spetta al giudice (anche questa non è un’anomalia italiana) decidere, ma sono previsti casi di ricorso ad un arbitro per la conciliazione (possibile pure da noi).
Ciò che distingue molto l’Italia dagli altri paesi è, piuttosto, la durata dei procedimenti giudiziari: in media intorno ai due anni contro i quattro-cinque mesi della Germania, stando ad un’indagine dell’Ocse.
È questo che genera incertezza per gli imprenditori.   Più che il reintegro in sè, le imprese temono l’incertezza che può condizionare non poco la loro operatività .

Roberto Mania
(da La Repubblica”)

argomento: denuncia | Commenta »

POTERE FORTE CON RENZI. CALTAGIRONE: “BRAVO MATTEO A NON CEDERE ALLA MEDIAZIONE”

Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile

E UNO DEGLI UOMINI PIU’ RICCHI D’ITALIA DIFENDE ANCHE MARINO

Francesco Gaetano Caltagirone si schiera con Matteo Renzi. “Sta mostrando pochissima disponibilità  ad essere manipolato, e gli va riconosciuto. È dotato poi di una grande energia e di un forte desiderio di risolvere i problemi. Ed è giusto che non si arrenda a quella continua mediazione tipicamente italiana. A tavola c’è un bicchiere per l’acqua e uno per il vino. Se si mescolano i due liquidi, si ottiene una bevanda assai mediocre. Insomma, l’assidua mediazione è nemica dell’eccellenza. Soprattutto se si tratta non di idee, ma di interessi”.
In un’intervista al Corriere della Sera l’imprenditore, uno degli uomini più ricchi del Paese, patron dell’omonimo gruppo, attivo su diversi fronti dall’edilizia all’editoria (ad esempio Il Messaggero), nonchè vice presidente di Generali Assicurazioni, parla dell’Italia, ma soprattutto della sua città , Roma.
“I mali di Roma fanno parte dei mali d’Italia, e in più Roma ha i mali di Roma”. Caltagirone afferma di “soffrire assistendo alla sua attuale decadenza”, che è questione di lunga durata.
Se La Grande Bellezza è “un gran film” su Roma, la bellezza “non basta per una città  contemporanea”.
Per Caltagirone “io posso avere la più bella Ferrari del mondo, ma senza carburante non mi serve a niente. Roma è sicuramente la più bella città  del pianeta, ma oggi le manca il carburante. Un tempo era per esempio la sede dell’Iri, dell’Ina, della Stet, della terza banca italiana, cioè il Banco di Roma. Oggi Roma ha meno banche di una capitale di un piccolo Paese, come Lisbona o Atene”.
L’imprenditore osserva a Roma da un lato “la fine di una cultura industriale” e dall’altra “la riduzione del peso dello Stato centrale, della devoluzione di molte mansioni alle Regioni e l’emigrazione di grandi realtà  fuori Roma forse non difesa abbastanza dai precedenti sindaci. Meglio Milano — aggiunge Caltagirone — al declino dell’industria ha risposto attirando terziario e servizi. Applausi”.
Caltagirone non affonda la sua critica nei confronti del sindaco Ignazio Marino.
“Quando seppi di Marino, mi sembrò l’ennesima scelta verticistica di un partito che mandava lì un proprio uomo per poterlo manovrare. Non è stato così”.
Questo perchè sebbene lo abbiano chiamato “il Marziano a Roma”, conoscendolo “non è certo un marziano. Penso — prosegue — che possa rappresentare un valore per Roma se continuerà  con la sua indisponibilità  a essere manovrato, se si circonderà  di persone di livello che ha cominciato a fare. Sono insomma convinto che possa contribuire a moralizzare questa città , per togliere di mezzo le famose incrostazioni, dalle piccole ai grandi sistemi”.
Non apprezza tuttavia la scelta di pedonalizzare i Fori Imperiali: anzi, si dice “dispiaciuto”, perchè “poter passare ogni giorno di fronte alle radici stesse della città  e di una così grande civiltà  sprona a grandi cose e ne mantiene un legame vivo, attuale”.

(da “Huffingtonpost“)

argomento: economia | Commenta »

LAVORO, RESA DEI CONTI NEL PD

Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile

BERSANI: “NON CI SARA’ NESSUNA SCISSIONE”… CAMUSSO: “STAVOLTA RENZI PERDERA'”

Renzi «stia sereno», il rischio di scissione «non esiste proprio», dice Pier Luigi Bersani.
«Una mediazione si può fare, è solo una questione di volontà  politica», scrive Cesare Damiano.
Sembrano rassicuranti le dichiarazioni dei principali esponenti della minoranza Pd in vista della Direzione sul Jobs Act, oggi alle 17 in diretta streaming.
Ma l’opposizione interna non ha alcuna intenzione di accontentarsi del reintegro del lavoratore nel solo caso del licenziamento discriminatorio
Norma che neanche ci sarebbe bisogno di scrivere, sottolineano in coro i sindacati: è già  nella Costituzione.
E anche nella «Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea», ricorda Stefano Fassina, aggiungendo che neanche l’affidamento dei licenziamenti impugnati a un arbitro piuttosto che a un giudice può essere un compromesso accettabile.
«Chi ha responsabilità  di dirigere deve cercare una sintesi», insiste Bersani, chiarendo che non accetterà  «prendere o lasciare sull’articolo 18» e tanto meno «uno slittamento di destra nel merito dei problemi»
Dalla parte opposta il leader Ncd Angelino Alfano, che nel programma di Maria Latella “L’Intervista”, su SkyTg24, taglia corto: «Renzi sta proponendo delle cose giustissime. Io non voglio giocare al rilancio, ma la riforma del lavoro dovremmo farla subito e per decreto».
I sindacati stamane si riuniscono per cercare una posizione comune nella battaglia a tutela dell’art.18.
Battaglia che ha concrete possibilità  di successo, dice la leader della Cgil Susanna Camusso: «Credo che ne abbiamo, perchè credo che il Paese ne abbia bisogno», risponde a Lucia Annunziata nel programma “In mezz’ora” su RaiTre.
La Cgil fa asse con la Fiom di Maurizio Landini: tutti pronti, se serve, per lo sciopero generale.
Mentre il leader della Uil Luigi Angeletti suggerisce a Renzi, per uniformare le tutele sul lavoro, di «non togliere niente a nessuno e dare a quelli che non hanno».

Rosaria Amato
(da “La Repubblica”)

argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »

IL QUAQUARAQUA’ CHE FINGE DI ELIMINARE COCOCO, COCOPRO E COCCODE’

Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile

RENZI SI VENDE PURE IL TFR COME SE I SOLDI FOSSERO SUOI

“Cancelleremo i cococo, i cocopro, i coccodè e tutto quello che è stato il precariato in questi anni, daremo contratti con più diritti e chi vuole avere un figlio avrà  le stesse tutele degli altri”.
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi usa il salotto di Fabio Fazio su Rai3, a Che tempo che fa, per sparare le ultime cartucce: oggi la direzione del Partito democratico, mercoledì torna in aula al Senato il Jobs Act.
La linea è chiara: a parole nessun compromesso con la minoranza del partito, nessuna soluzione intermedia come quelle circolate in queste settimane.
I dissidenti del Pd sono battaglieri ma prudenti. L’ex segretario Pier Luigi Bersani nega l’ipotesi di scissioni, ma lo fa con una formula minacciosa: “Stia tranquillo, Renzi, stia sereno”.
E quando Renzi twittò #Enricostaisereno, sappiamo che fine ha fatto il governo di Enrico Letta pochi giorni dopo.
Dal Corriere della Sera Massimo D’Alema lamenta che il premier concorda le riforme soltanto con la “vecchia guardia del centrodestra” di Silvio Berlusconi e Denis Verdini e poi impone quegli accordi al partito “con il metodo del centralismo democratico”.
Il premier è determinato a procedere come uno schiacchiasassi, sa che sostituire i contratti precari con un contratto unico a tutele crescenti privo di articolo 18 (i licenziati senza giusta causa possono sperare solo in un risarcimento ma non nel reintegro al loro posto, a meno che non ci sia stata discriminazione) serve a lanciare un messaggio simbolico alla finanza internazionale.
Erik Nielsen, il capo economista di Unicredit, nella sua nota domenicale scrive: “L’Italia è indietro rispetto ad altri Paesi che hanno implementato buoni compromessi di riforme, ma si prepara a recuperare il tempo perduto”.
Lo schema è questo: dimostrare forza e controllo piegando le resistenze sull’articolo 18 e poi ottenere dall’Europa margini di manovra per riformare gli ammortizzatori sociali.
Il premier ha capito che nella comunicazione deve abbinare i due messaggi: aboliamo l’articolo 18 per aiutare le imprese ma aboliamo anche i contratti precari, rendendo tutti precari.
Simona Bonafè in tv arriva a dire che il Pd può fare quello che vuole perchè ha preso “il 48 per cento” (in realtà  il 40,8, e nei sondaggi l’intervento sull’articolo 18 non è molto popolare, è contrario il 65 per cento degli italiani, secondo Ixè).
Angelino Alfano, ministro dell’Interno e leader di Ncd, per creare un po’ di scompiglio invoca il decreto legge — che spaccherebbe il Pd — mentre il sindacato prova a dare segni di vita.
A In mezz’ora di Lucia Annunziata su Rai3 Susanna Camusso, della Cgil, ammette però di non riuscire neppure a parlare con il premier: quando gli telefona “ci sono sempre segretarie molto gentili che rispondono” e lui invece di richiamare risponde via lettera.
Il lavoro è il punto politicamente più delicato, ma la legge di stabilità  non sarà  da meno.
Renzi conferma una misura su cui erano circolate indiscrezioni nei giorni scorsi: la possibilità  di mettere parte del Tfr, il trattamento di fine rapporto, in busta paga.
Per come lo accena il premier, funzionerà  così: le banche prendono i prestiti straordinari dalla Bce, sono incentivate (o costrette) a darli alle imprese che, a quel punto, avendo liquidità  possono rinunciare a parte di quel prestito mascherato dal lavoratore che è il Tfr.
E chi vuole potrà  averne subito una parte da spendere. Così saliranno i consumi.
Ma la misura è complessa e i numeri ancora incerti.

Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano)

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ALLA SILICON VALLEY RENZI HA SNOBBATO L’UNIVERSITA’ PUBBLICA DI BERKELEY PER ANDARE IN QUELLA DEI RICCONI

Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile

E NELL’ESCLUSIVA SINGULARITY UNIVERSITY CHI C’ERA TRA GLI ORATORI? LA FIGLIA DEL LOBBISTA BISIGNANI

Un paio di amici che lavorano in una delle famose start-up della Silicon Valley — peraltro non molto sospettabili di essere gufi, rosiconi o anziani dalemiani — mi hanno fatto notare un po’ incazzati due cosette sulla recente visita di Renzi in zona che, in effetti, mi erano sfuggite e che forse vale la pena di condividere.
La prima è che il premier — a San Francisco per parlare alla comunità  dei geek e per portare investimenti in Italia — ha snobbato centri come l’Università  della Californa di San Francisco e Berkeley (andando a Stanford solo per una cena esclusiva).
In particolare ha stupito il bidone a Berkeley, un’università  pubblica, da sempre nelle primissime posizioni del ranking mondiale, che forse avrebbe reso bene il messaggio di un ateneo non privato che funziona.
Renzi ha scelto invece di incontrare i ricercatori alla Singularity University, una piccola università  privata, molto costosa e che non rappresenta granchè la realtà  della ricerca.
Insomma, un’ovattata bomboniera per ricchi.
Poi Renzi ha fatto sapere dagli Stati Uniti che vorrebbe “importare il modello universitario americano”: anche qui, non esattamente un esempio e un messaggio d’amore per le pari opportunità  per chi proviene dai gradini più bassi della piramide sociale, ecco.
By the way, alla Singularity, tra gli oratori selezionati, c’era un’allieva d’eccezione, Lucrezia Bisignani, figlia del potente lobbista Luigi: cosa di cui la ragazza non ha ovviamente alcuna responsabilità  — ci mancherebbe — ma anche questa scelta non è stata esattamente un messaggio di chi ci tiene far emergere i ‘venuti dal nulla’ sui ‘nati bene’, ecco.
E lasciamo stare che il giorno dopo Luigi sia scagliato contro Della Valle e per Renzi, nella nota rissa dei salotti nostrani, che naturalmente non c’entra niente, almeno si spera.

(“da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it”)

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