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PERCHE’ MUOIONO LE AZIENDE TOLTE ALLA MAFIA: L’85% FALLISCE

Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile

COLPA DELLA BUROCRAZIA E DELLE NORME DA RIVEDERE

Ce ne eravamo occupati due anni fa, Don Ciotti aveva lanciato l’allarme: “Così vincono loro”.
Ma niente da allora si è mosso, anzi, se possibile, le cose sono peggiorate.
Uno dei casi più recenti ha riguardato il gruppo 6Gdo di Castelvetrano, sequestrato nel 2007 a Giuseppe Grigoli (provvedimento confermato nel 2013), ritenuto il cassiere del capomafia Matteo Messina Denaro.
Dopo la confisca e ripetuti tentativi di rilancio, a fine maggio la società  è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Marsala.
Così, adesso, i 250 dipendenti del gruppo sono oggetto di licenziamento collettivo da parte della Anbsc, l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità  organizzata.
E le cose vanno ancora peggio al personale dell’indotto, privo di qualsiasi tutela.
La legge 109 del 1996 per il riutilizzo dei beni sequestrati alla criminalità  organizzata ha compiuto da poco 18 anni e il bilancio fa emergere diverse zone d’ombra.
La normativa ha consentito alla Stato di riprendersi migliaia di beni tra palazzi, appartamenti, terreni e aziende.
Ma su quest’ultimo punto i risultati sono stati al di sotto delle aspettative: quasi il 90% delle imprese confiscate ha chiuso i battenti.
Le vittime principali di questo sistema sono i lavoratori, costretti a fare i conti prima con il boicottaggio dei vecchi proprietari durante la fase del sequestro, poi con le lungaggini della giustizia e un rimpallo di competenze che durano anni e lasciano andare in malora le strutture e gli impianti.
Anche chi prova a costituire una cooperativa per rilevare l’attività  d’impresa, spesso impegnando il proprio Tfr, si scontra con un muro di gomma e lo sbocco è quasi sempre la liquidazione della società .
Un meccanismo che genera sfiducia verso le istituzioni e porta molti a rimpiangere le vecchie gestioni, “che, quanto meno, lo stipendio a fine mese lo garantivano”.
Perchè nelle terre martoriate dalla criminalità  organizzata, a maggior ragione in periodi di crisi come questo, è quasi impossibile trovare un’altra occupazione che possa garantire un’esistenza dignitosa.
Si salva solo il 15% delle aziende.
Transcrime, centro di ricerca che fa capo alla Cattolica di Milano e all’Università  di Trento, ha analizzato la situazione delle aziende confiscate dal 1983 a oggi.
Lo studio ha guardato sia il periodo prima del sequestro, quando ancora le imprese erano gestite dalle mafie, sia lo stato attuale di queste aziende.
I ricercatori ne hanno ricavato stime (per la presenza di informazioni spesso frammentarie) impietose: il 65-70% delle imprese è in liquidazione, il 15-20% è fallita, mentre ne restano attive il 15-20%.
Dati che si rivelano sostanzialmente omogenei per settori economici e territori di attività .
Un patrimonio da 1,8 miliardi
Occorre, dunque, prendere atto del fallimento? Per Michele Riccardi, docente alla Cattolica e tra gli autori dello studio, le ragioni sono essenzialmente due: “In molti casi le aziende mafiose non sono intrinsecamente competitive e quindi, una volta riportate sul mercato legale, faticano a sopravvivere”.
Dallo studio emerge che spesso queste imprese non nascono con finalità  imprenditoriali (massimizzare il profitto), ma per utilità  criminali (riciclare denaro, controllare il territorio).
Se restano sul mercato è solo grazie a mezzi illegali, dalla corruzione alle frodi negli appalti e contabili, dalle intimidazioni ai danni della concorrenza all’impiego di lavoratori in nero e materiali di scarsa qualità .
Inoltre si tratta di realtà  spesso piccole (nel 50% dei casi hanno un capitale medio tra 10 e 20 mila euro, per lo più Società  a responsabilità  limitata, Srl), giovani (in media dieci anni tra la costituzione e la confisca di prima istanza, ancora meno prendendo il sequestro), attive in settori a forte concorrenza (costruzioni, commercio al dettaglio, ristoranti e bar rappresentano circa il 60% di tutte le aziende confiscate) e in territori a basso sviluppo.
Con l’arrivo dello Stato le banche chiudono i rubinetti.
Dall’analisi di Transcrime emerge, inoltre, che la competitività  di queste aziende peggiora proprio negli anni precedenti il sequestro.
La sensazione è che l’imprenditore mafioso “annusi” l’imminente intervento dello Stato e cerchi di disinvestire il prima possibile: non è un caso che, in media, le imprese mafiose abbiano molto più circolante rispetto a quelle legali, non solo per il loro uso strumentale e non produttivo, ma anche per velocizzarne la liquidazione. Lo stesso fanno le banche, riducendo i prestiti già  diverso tempo prima del sequestro, come emerge dal paper “Aziende sequestrate alla criminalità  organizzata: le relazioni con il sistema bancario”, realizzato dalla Banca d’Italia.
Luigi Donato, Anna Saporito e Alessandro Scognamiglio, autori dello studio, fanno due ipotesi al riguardo: la prima è che gli istituti di credito, venuti a conoscenza dell’avvio di procedimenti penali o di prevenzione, procedano già  prima del provvedimento giudiziario – e proprio in vista dello stesso – a ridurre cautelativamente le proprie esposizioni.
Infatti gli intermediari possono venire a conoscenza dell’esistenza di procedimenti giudiziari in quanto destinatari – nell’ambito della cosiddetta “collaborazione passiva” – di richieste di accertamento penale disposte dalla magistratura inquirente per ricostruire la posizione bancaria degli inquisiti. Oppure sulla base di informazioni diffuse dagli organi di stampa. Un’altra ipotesi verosimile, ma non verificabile, è che la proprietà  criminale abbandoni o “svuoti le imprese oggetto di interesse da parte degli organi inquirenti”.
I costi della legalità .
Le vere difficoltà  nascono dopo. “Al momento del sequestro l’azienda – sia pure con le storture operative derivanti dall’infiltrazione mafiosa – è spesso una realtà  ancora vitale”, spiega lo studio della Banca d’Italia.
“In quel momento la rotta potrebbe forse ancora essere invertita, o perlomeno potrebbe essere assorbito il contraccolpo del provvedimento giudiziario”.
Ma dopo l’avvio dell’amministrazione giudiziaria, sottolinea Riccardi, “queste aziende si trovano a fare i conti con una serie di ostacoli (burocratici, legali, tecnici, economici, sociali) che complicano l’amministrazione ordinaria.
Spesso le imprese sottratte alle mafie devono confrontarsi con il boicottaggio da parte di clienti, fornitori e popolazione, nonchè con problemi di gestione e regolarizzazione del personale (spesso in sovrannumero e in nero)”.
Così, stare sul mercato in maniera competitiva diventa difficile, se non impossibile. Anche perchè di pari passo, secondo le rilevazioni del Cerved, si chiudono ulteriormente i rubinetti del credito: tra il 2009 e il 2012, i finanziamenti assegnati alle imprese in amministrazione giudiziaria sono diminuiti mediamente del 5,4% annuo, mentre quelli concessi all’insieme di imprese operanti negli stessi settori e nelle stesse aree geografiche sono cresciuti dell’1,6%.
Come cambiare rotta. “L’azienda mafiosa è florida e rimane sul mercato perchè è una diretta promanazione dell’organizzazione criminale, perchè ricicla danaro proveniente da traffici illeciti e non sconta i costi della legalità  (fatturazione, regolarizzazione retributiva e contributiva dei dipendenti). In pratica, opera in un mercato drogato, non concorrenziale”, sottolinea Maria Luisa Campise, segretario della commissione del disciolto Consiglio nazionale dei commercialisti in materia di amministrazione giudiziaria e neo eletto consigliere nazionale del Cndcec.
“Dopo aver a lungo operato come monopolista, in seguito al sequestro si trova a fare i conti con un mercato concorrenziale, senza averne gli strumenti”.
Tutto ciò impedisce a queste aziende di rimanere competitive e proseguire l’attività . “Basti pensare che, relativamente alle aziende confiscate in via definitiva, su 1.707 realtà  aziendali, soltanto 22 risultano attive con dipendenti e soltanto pochissime sono state riassegnate per usi sociali alle cooperative di dipendenti”.
Per invertire la tendenza, “innanzitutto i beni aziendali, così come quelli immobili, dovrebbero essere immediatamente assegnati, senza attendere la confisca definitiva”, sottolinea Campise.
“Sarebbe poi auspicabile l’istituzione di un fondo di rotazione, a disposizione delle autorità  giudiziarie, per finanziare le aziende che presentano concrete possibilità  di rimanere sul mercato. In terzo luogo, per scongiurare l’azzeramento degli ordini, sarebbe utile prevedere una sinergia tra le aziende sequestrate e confiscate per la rotazione delle commesse, assieme a una rete virtuosa che, coinvolgendo le associazioni rappresentative degli imprenditori, faccia rientrare l’azienda mafiosa in un circuito virtuoso”.
Campise auspica anche “una completa rivisitazione della natura e delle funzioni dell’Agenzia nazionale che, per come oggi è strutturata, non funziona e necessita di un rigoroso restyling sia relativamente alle risorse umane impiegate, sia in materia di competenze attribuite, che andrebbero limitate alla gestione dei beni confiscati in via definitiva, ferma restando la fondamentale funzione di ausilio alla magistratura durante la fase giudiziaria”.
Per Riccardi la prima cosa da fare, anche se dolorosa, è invece evitare di salvare tutte le aziende sequestrate. “Alcune non lo meritano; anzi, i concorrenti legali avrebbero solo vantaggi dalla loro scomparsa. Altre sono in condizioni di bilancio tali da non poter essere salvate: in questi casi vanno liquidate il prima possibile, in modo da minimizzare i costi (compresi quelli dell’amministrazione giudiziaria) e liberare risorse, da concentrare sulle aziende meritevoli”. Gli sforzi andrebbero, dunque, puntati solo su un numero ristretto di aziende.
Albo degli amministratori in standby
Va segnalato poi che non è ancora partito l’Albo degli amministratori giudiziari, anche se il termine inizialmente previsto era di 90 giorni dall’entrata in vigore del DLgs. 4 febbraio 2010 n. 14.
“L’attesa continua”, lamenta Domenico Posca, presidente dell’Istituto nazionale degli amministratori giudiziari, che ricorda i compiti spettanti a questa particolare figura professionale: “Non si tratta di un normale amministratore privatistico.
La sua funzione deriva direttamente dall’autorità  giudiziaria, con la quale si interfaccia. Per questo motivo non è chiamato solo ad amministrare l’azienda, ma contestualmente svolge un ruolo volto a ripristinare la legalità , anche attraverso attività  informative”.
Dunque un ruolo vicino più a quello di un manager, che al generico incarico giudiziario da condurre attraverso lo studio di una controversia o di una perizia.
“Il dato di fatto è che fin quando le aziende sono nella fase del sequestro penale preventivo o di prevenzione, riescono a restare sul mercato, malgrado le difficoltà  finanziarie e organizzative. Ma spesso il passaggio di mano delle stesse aziende nella fase della confisca comporta una perdita di efficienza nella gestione, che inevitabilmente le porta alla scomparsa dal mercato con perdita di posti di lavoro e di asset importanti”.
L’anomalia
Posca sottolinea un’anomalia. “L’inventario dei beni confiscati da parte dell’Anbsc risale al gennaio 2013”. Del resto, la stessa Agenzia, più volte sollecitata in merito, non ha voluto contribuire a questa inchiesta giornalistica.
“Per affrontare i problemi, occorre quanto meno conoscerli, ma il direttore dell’Agenzia – in audizione al Parlamento – non ha saputo nemmeno dare una stima di massima del valore di quelle confiscate”.
Per Posca non resta che selezionare, tra le aziende in amministrazione giudiziaria, “quelle attive e profittevoli sulle quali investire risorse e alle quali riservare trattamenti fiscali/previdenziali privilegiati da quelle per le quali non conviene che liquidare immediatamente con una procedura speciale”.
Reperire risorse in una fase di spending review non sarà  tuttavia facile. “Ma questa strada è praticabile sotto il profilo fiscale se si considera che la durata del sequestro rappresenta un unico periodo d’imposta con la determinazione finale del dovuto, a seconda della confisca definitiva o della restituzione”, ribatte Posca.
“Tanto più se si pensa che al termine del procedimento dovrebbe intervenire la confisca, quindi per lo Stato non vi sarebbe nessuna perdita, anzi un saldo attivo se l’azienda sopravvive”. Interventi ai quali il presidente dell’Istituto chiede di abbinare una sanatoria delle sanzioni previdenziali ante-sequestro e il riconoscimento di sgravi contributivi per l’intera durata della procedura, oltre all’impegno del sistema bancario a mantenere inalterate le linee di credito.

Luigi dell’Oglio

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PD, I RISCHI DI UN DIVORZIO

Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile

POTREBBE ESSERE IL TERRENO DELLO SHOWDOWN DECISIVO TRA RENZI E I SUOI OPPOSITORI

La riforma del lavoro non è cosa astrusa come la riforma elettorale o quella costituzionale. È materia viva.
Se c’è una questione su cui la minoranza del Pd potrebbe rompere è questa.
Non si rompe sulle soglie dell’Italicum o sulla elezione diretta o meno dei futuri senatori. Cose incomprensibili ai più.
L’articolo 18 è una questione identitaria. È questo che alza la posta in gioco per la sinistra del partito
Ma non è affatto detto che comunque si arrivi a una scissione.
Intanto, c’è da mettere in conto che per una parte degli attuali oppositori di Renzi l’unità  del partito è un valore.
Altri temono che una scissione porti a elezioni anticipate e, quindi, a un futuro politico incerto.
Altri ancora — a ragione — si chiedono se di questi tempi ci sia uno spazio elettorale significativo per un partito di sinistra.
E poi chi guiderebbe il nuovo partito? Dove è il leader capace di prendere voti di questi tempi?
Insomma, una scissione è cosa complicata e rischiosa. Ma potrebbe succedere.
Molto dipenderà  da Renzi
Anche le questioni identitarie si prestano a compromessi. E sulla riforma del lavoro se ne possono immaginare diversi sia all’interno dell’articolo 18 che tra l’articolo 18 e altri aspetti della riforma.
Ma per arrivare a un compromesso occorre essere in due. Posto che la minoranza Pd sia disponibile, lo è Renzi?
Un altro modo di porre la questione è chiedersi quale interesse potrebbe avere il premier a spingere fuori dal partito i suoi critici.
Per ragionare su questo occorre fare un po’ di conti
È possibile che nonostante le defezioni il governo riesca a conservare la maggioranza alla Camera, ma è molto difficile che possa farlo al Senato.
Se così fosse, una crisi di governo sarebbe inevitabile. Gli esiti potrebbero essere due: una diversa maggioranza o il voto anticipato.
Ma una diversa maggioranza con chi? Con Berlusconi? È d difficile.
Ma è complicato anche il ricorso al voto.
Tanto per cominciare non si sa se si voterebbe con l’attuale sistema elettorale, quello della Consulta, o con l’Italicum che è in lavorazione.
Più probabile che si voti con il primo che è — ricordiamolo — un proporzionale.
E cosa potrebbe succedere? Il Pd da solo non può arrivare alla maggioranza assoluta dei seggi. Avrebbe bisogno di alleati.
Il Ncd di Alfano però avrebbe un piccolo problema. Alla Camera la soglia di sbarramento per chi va da solo è al 4 per cento.
Il Ncd potrebbe superarla e portare così un pacchetto di seggi al governo con il Pd.
Ma al Senato la soglia è l’8 per cento. Solo per chi si allea diventa il 3 per cento.
E con chi si allea Alfano per avere lo sconto? Con il Pd o con Forza Italia? Difficile che si possa alleare con Forza Italia e poi fare il governo con il Pd.
Ma alleandosi con il Pd quanti voti prenderebbe? E in ogni caso basterebbero i suoi seggi a garantire a Renzi una maggioranza di governo?
È vero che in caso di elezioni anticipate l’offerta politica cambierebbe e quindi potrebbe venir fuori un esito oggi imprevedibile.
Ma il punto è che un sistema elettorale proporzionale, pur con le soglie che ci sono, non può assicurare che dalle urne esca una maggioranza.
Il governo si farebbe dopo il voto. Se il Pd fosse il partito di maggioranza relativa dovrebbe presumibilmente scegliere tra Grillo, sinistra e Berlusconi.
Una prospettiva comunque complicata, anche se Renzi avrebbe il vantaggio di avere un gruppo parlamentare scelto da lui.
Il quadro non cambierebbe molto nemmeno se l’Italicum venisse approvato definitivamente prima di andare alle urne.
Infatti, il nuovo sistema elettorale vale per la Camera ma non per il Senato. Il Senato attuale dovrebbe essere superato.
Ma è del tutto improbabile che la riforma arrivi in porto prima di un eventuale voto anticipato.
Quindi si voterebbe per la Camera con l’Italicum e per il Senato con il Consultellum. Un pasticcio. La differenza con lo scenario precedente è che in questo caso il Pd avrebbe la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera, ma l’esito al Senato sarebbe comunque legato alle incognite che abbiamo descritto in precedenza
Fatti i conti, il divorzio tra Renzi e i suoi oppositori interni non conviene nè all’uno nè agli altri.
Ma in politica i conti fatti a tavolino, o sulle pagine dei giornali, non sempre colgono nel segno. Il caso ha sempre un suo peso. E così le passioni.
Alla fine il gioco potrebbe scappare di mano. Per il paese sarebbe un salto nel buio.

Roberto D’Alimonte
(da “Il Sole24ore“)

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TRATTATIVA, LA CORTE A NAPOLITANO: “SU DEPOSIZIONE DECIDE IL GIUDICE, NON IL TESTE”

Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile

NON BASTA UNA LETTERA IN CUI SI ANTICIPA DI NON AVER NULLA DA RIFERIRE AI GIUDICI PER EVITARE DI DEPORRE AD UN PROCESSO

Non basta una lettera in cui si anticipa di non avere nulla da riferire ai giudici per evitare di deporre ad un processo. Anche se il processo è quello sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, e la lettera è firmata dal presidente della Repubblica in persona.
È per questo motivo che Giorgio Napolitano dovrà  comunque giurare di dire tutta la verità  e testimoniare davanti alla corte d’Assise che sta processando politici, boss mafiosi e alti ufficiali dei carabinieri.
“La Corte ha già  ritenuto che la testimonianza del capo dello Stato, oltre che ammissibile appare nè superflua nè irrilevante” scrive il presidente Alfredo Montalto nell’ordinanza con cui ha ammesso la testimonianza del capo dello Stato.
“La superfluità  o irrilevanza — continua il giudice — di una prova testimoniale deve essere valutata dal giudice esclusivamente in relazione ai fatti oggetto dell’articolato e alla sua riferibilità  al teste indicato e non già  in relazione a o in previsione di ciò che il teste medesimo può sapere o non sapere”.
Il riferimento è proprio per la missiva inviata dal Quirinale alla corte d’Assise palermitana il 31 ottobre 2013. “Per quel che riguarda il passaggio della lettera del consigliere D’Ambrosio cui fa riferimento la richiesta di mia testimonianza ammessa dalla Corte, non ho da riferire alcuna conoscenza utile al processo” scriveva Napolitano ai giudici quasi un anno fa.
I pm avevano chiesto di sentirlo come teste in relazione ad un’altra missiva, questa volta scritta da Loris D’Ambrosio e indirizzata proprio al capo dello Stato. Il 18 giugno del 2012, poco dopo la chiusura delle indagini sulla Trattativa e il deposito delle intercettazioni tra Nicola Mancino (oggi imputato per falsa testimonianza) e lo stesso consulente giuridico del Colle, infatti, D’Ambrosio prese carta e penna per esporre al presidente i suoi dubbi sulle possibilità  di essere stato “utile scriba di indicibili accordi” tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, ai tempi in cui lavorava all’Alto Commissariato Antimafia.
I pm vorrebbero dunque chiedere al capo dello Stato particolari ulteriori su quella singolare condizione di apprensione manifestata da D’Ambrosio, che nel frattempo è deceduto.
Napolitano, però, dopo aver già  sollevato nel luglio 2012 il conflitto d’attribuzione davanti la Consulta contro la procura, ottenendo la distruzione delle quattro intercettazioni in cui colloquiava con Mancino, nell’ottobre scorso manifestò alla corte di non avere “nulla da riferire” su quella missiva ricevuta da D’Ambrosio, chiedendo ai giudici di “valutare nel corso del dibattimento, il reale contributo che le mie dichiarazioni, sulle circostanze in relazione alle quali è stata ammessa la testimonianza, potrebbero effettivamente arrecare all’accertamento processuale in corso”.
In pratica il Colle chiedeva di cancellare la deposizione chiesta dai pm e già  accordata dai giudici.
La medesima richiesta era arrivata in aula, durante il dibattimento, sia dall’Avvocatura dello Stato che dai legali di Marcello Dell’Utri: è per questo che il 17 novembre 2013 Montalto annunciava la decisione di riservarsi sulla possibile testimonianza di Napolitano.
Riserva che ha sciolto un anno dopo: Napolitano deve essere sentito dato che “non si può di certo escludere il diritto di ciascuna parte di chiamare e interrogare un testimone su fatti rilevanti per il processo sol perchè quel testimone abbia, in ipotesi anche e persino, in una precedente deposizione testimoniale, escluso di essere informato dei fatti medesimi”.
L’ordinanza della corte, in pratica, mette nero su bianco come non possa bastare una semplice missiva autografa (ma in alternativa anche una dichiarazione formale) in cui si annuncia di non avere nulla da riferire in aula per sottrarsi alla deposizione.
“Sia — spiega Montalto — perchè il suo contenuto rappresentativo non è utilizzabile nel processo in assenza di accordo acquisitivo della stessa. Sia, soprattutto ed in ogni caso, perchè, come si è già  detto in premessa, ove anche si volesse prendere atto del diniego di conoscenze già  espresso dal teste, ciò nonostante, non potrebbe di per se solo ritenersi che sia venuto meno l’interesse della parte richiedente ad assumere la testimonianza”.
È per questo motivo che nonostante la missiva di un anno fa, Napolitano testimonierà  comunque al processo sulla Trattativa.
“Non ho alcuna difficoltà  a rendere al più presto testimonianza, secondo modalità  da definire, sulle circostanze oggetto del capitolo di prova ammesso” ha dichiarato il Presidente che sarà  dunque sentito al Quirinale, dopo aver concordato una data utile. In mancanza di leggi che disciplinano un caso simile, Montalto ha fatto cenno all’articolo 502 del codice di procedura penale: l’audizione del capo dello Stato sarà  dunque preclusa al pubblico e agli imputati, questi ultimi rappresentati soltanto dai legali.
Sempre secondo la norma citata da Montalto, però, basterebbe che anche uno solo degli imputati faccesse richiesta di assistere all’udienza e il giudice non potrebbe opporsi: gli imputati detenuti sarebbero collegati come sempre in video, mentre quelli a piede libero potrebbero accedere direttamente in aula.
Che questa v volta dal bunker dell’Ucciardone di Palermo si sposterà  direttamente sul Colle più alto di Roma.

Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano“)

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INTERVISTA AL PROF. DEL CONTE: “SIAMO PIU’ FLESSIBILI DELLA GERMANIA, IL MODELLO TEDESCO E’ SOLO UN MITO DA SFATARE”

Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile

IL DOCENTE DI DIRITTO DEL LAVORO DELLA BOCCONI SMENTISCE RENZI: “IN MATERIA DI LICENZIAMENTI COLLETTIVI ABBIANO NORME TRA LE PIU’ ELASTICHE DEL MONDO, L’IMPRENDITORE PAGA POCHISSIMO”

Maurizio Del Conte è professore di diritto del lavoro alla Bocconi di Milano. Lui, dopo la Banca d’Italia, ha fatto cambiare idea all’Ocse: l’organizzazione internazionale, considerando il Tfr al pari di un indennizzo a beneficio del lavoratore in caso di licenziamento, aveva assegnato all’Italia un punteggio più alto nella classifica dei paesi con i lavoratori più tutelati: «Da lì nasce il mito del modello tedesco», spiega il professore.
Mito sbagliato, dunque, perchè «il mercato del lavoro tedesco ha elementi di rigidità  anche più forti del nostro» e non è vero «che il mercato del lavoro tedesco è un mercato dove si licenzia liberamente».
L’indice di tutela, una volta corretto il dato, è 2,51 in Italia e 2,87 in Germania. Questo senza considerare altri aspetti che, per il professor Del Conte, dovrebbero incidere sulla valutazione: «Non è indifferente ai fini della tutela», ad esempio, «il meccanismo tedesco dei sindacati in azienda e dei consigli di fabbrica, con una struttura partecipativa, non solo di facciata ma sostanziale, negli organi di governance».
Il tutto senza contare che l’Italia è invece un campione assoluto nei licenziamenti collettivi: «La nostra normativa in materia di licenziamenti collettivi è una delle più flessibili al mondo».
Se invece di considerare il caso di un singolo lavoratore si considera quello di 5 o più lavoratori, o di tutti i lavoratori di un’azienda, «l’imprenditore italiano che decide di licenziare paga pochissimo». E al lavoratore non va nulla.
Altro luogo comune da sfatare. Al contrario di quando viene ripetuto, «il nostro mercato del lavoro è flessibilissimo».
Anzi, l’idea del contratto a tutele crescenti, proprio per questo, può non essere male. Ci sono però delle condizioni da rispettare. Bisogna ridurre il numero di contratti sì, ma siccome «ne servono comunque diversi», bisogna «prevedere un regime di tutela valido per tutti i contratti e non rendere un contratto più conveniente dell’altro».
Come si può pensare, altrimenti, che l’imprenditore ricorra al contratto a tutele crescenti invece di preferire il contratto a tempo determinato senza causale riformato dal ministro Poletti? Non solo: vanno garantiti gli ammortizzatori e l’orientamento. Copiando i tedeschi, magari, in questo caso: «In Germania hanno 100 mila dipendenti addetti al servizio per l’impiego, un numero impensabile in Italia, dove meno del 3 per cento delle nuove assunzioni passa per i centri».
Insomma, ben venga la flexsecurity, «se riusciamo ad avere un sistema di ricollocamento facile», garantito da investimenti e orientamento, «e non traumatico», con gli ammortizzatori universali. Ma bisogna sapere che «nel mondo reale il sistema funziona solo in realtà  ricche e piccole», come la Danimarca. E che se si vuole esportare la pratica, bisogna investire seriamente. Non bastano certo i due miliardi di cui parlano il giuslavorista Tiziano Treu e il responsabile economia del Pd Filippo Taddei: «L’intenzione del governo, per esser credibile, ha bisogno dei famosi dieci miliardi»
Occhio poi agli interventi sul demansionamento e sulla videosorveglianza: sull’articolo 13 dello statuto dei lavoratori che il governo vuole ritoccare.
«Sarebbe sbagliato», secondo Del Conte, «intervenire lasciando mano libera alle aziende, sia sulle mansioni che sui controlli». Molto meglio seguire l’esempio tedesco, sì, «ma sui consigli di fabbrica e la partecipazione alla governance».
Professore, urge chiarire un mito. Il mercato del lavoro italiano è più rigido di quello tedesco, spesso portato ad esempio, o no?
«No. Il mercato del lavoro tedesco ha elementi di rigidità  anche più forti del nostro. Soprattutto se non consideriamo solo i parametri presi normalmente in considerazione dalle grandi statistiche, come quella elaborata dall’Ocse. Non è indifferente, nel determinare la rigidità  del sistema, il meccanismo tedesco dei sindacati in azienda e dei consigli di fabbrica, con una struttura partecipativa, non solo di facciata ma sostanziale, negli organi di governance. Nei fatti un imprenditore tedesco, quando si tratta di licenziare, ha difficoltà  analoghe o superiori a quelle di un imprenditore italiano».
Un lavoratore a tempo indeterminato, quindi, è più tutelato in Germania che in Italia?
«Bisogna diffidare di questo gioco, della comparazione di due sistemi molto diversi, ma sì: non è vero che il mercato del lavoro tedesco è un mercato dove si licenzia liberamente. Poi dobbiamo dire che il problema, in Italia, semmai è quello dei licenziamenti collettivi, non di quelli individuali: la nostra normativa in materia di licenziamenti collettivi è una delle più flessibili al mondo. L’imprenditore italiano che decide di licenziare non uno ma tutti i lavoratori, o almeno 5, paga pochissimo, basta che dica che intende procedere a una riduzione del personale per ragioni economiche e lo fa con un costo minimo, 6 mensilità  di contributi al fondo Inps, e al lavoratore non va nulla, salvo gli eventuali ammortizzatori sociali».
Quindi il mito va sfatato. Ma come si è potuto consolidare questo luogo comune?
«C’è il caso che era già  stato segnalato da Banca d’Italia e che noi in Bocconi abbiamo ripreso, in uno studio, del Tfr considerato al pari di un indennizzo, mentre non lo è, essendo una porzione del salario che invece di esser versata al lavoratore viene trattenuta, una volta in azienda ora nei fondi. Ma non è l’unico esempio. Il punto, putroppo, è che il mito è rimasto nonostante le ultime riforme abbiano pesantemente cambiato il quadro».
Ecco, appunto. Il ministro Fornero ha già  ridotto l’applicazione dell’articolo 18. Che effetti possono avere ulteriori interventi?
«Si tratta di capire l’obiettivo e i dettagli della legge delega. Se la linea è quella di dire “facciamo ordine”, creando uno strumento universale di tutela, questo potrebbe avere un effetto positivo, in senso di semplificazione e equità . Perchè questo è il vero punto: noi oggi abbiamo una platea di lavoratori soggetti a regole e tutele troppo differenziate».
Lo dice anche il premier, questo. Però ancora non si capisce, rispetto alla rimodulazione del contratto a tempo indeterminato, quanti contratti precari spariranno. Di quanto dovrà  esser la riduzione dei contratti?
«La riduzione deve esserci ma non è tanto quello il punto, perchè certo non si può immaginare di fare un solo tipo di contratto. Servirà  l’indeterminato a tutele crescenti, ma servirà  anche il determinato, l’apprendistato, l’autonomo. Il punto è prevedere un regime di tutela valido per tutti i contratti e non rendere un contratto più conveniente dell’altro. Altrimenti resterà  la tendenza allo shopping delle forme contrattuali, favorendo quelle con meno oneri».
Altro luogo comune da sfatare, quindi, è che l’Italia abbia un mercato del lavoro scarsamente flessibile in entrata. Troppi vincoli, si dice. Troppi oneri, per assumere.
«Assolutamente: il nostro mercato del lavoro è flessibilissimo. Offriamo ogni genere di possibilità ».
Eppure vengono sempre citati i mini-job tedeschi, come una grave lacuna nell’offerta. «Io direi che dovremmo seguire la Germania nelle cose virtuose, e che la soluzione non sono i mini-job. Se li facciamo in Italia, senza il resto del sistema tedesco, collassa tutto. In Germania, oltre agli ammortizzatori, c’è un fortissimo apparato di orientamento e avviamento al lavoro, in particolare per i giovani.   È un sistema efficiente, che interviene fin dalle scuole. In Germania hanno 100 mila dipendenti addetti al servizio per l’impiego, un numero impensabile in Italia, dove è tutto frammentato e demandato alle regioni, e dove meno del 3 per cento delle nuove assunzioni passa per i centri».
Il modello della flexsecurity, professore, può funzionare nel mezzo di una crisi, quando non si creano posti di lavoro e sembra quindi difficile immaginare l’ideale, rapida, ricollocazione di un lavoratore?
«No, non può funzionare. Intendiamoci, la flexsecurity è un ottimo obiettivo verso cui tendere, ma lo è se riusciamo ad avere un sistema di ricollocamento facile, garantito da investimenti e orientamento, e non traumatico, con gli ammortizzatori universali. Allora siamo tutti felici. Ma non ci sono le risorse per farlo. Nel mondo reale il sistema funziona solo in realtà  ricche e piccole, come il classico esempio della Danimarca che pure, nonostante abbia subito la crisi molto meno di noi, ha dovuto restingere le varie misure».
In momenti di crisi una riforma del genere potrebbe anche aggravare la situazione?
«Sì. Perchè o si fanno i famosi investimenti per lo sviluppo, che però oggi non sembrano alle porte, e si investe nelle politiche attive e negli ammortizzatori, oppure si peggiorerà  la situazione dei lavoratori. L’intenzione, insomma, per esser credibile, ha bisogno di quei famosi dieci miliardi».
Dal Pd dicono che ne bastano «due, per cominciare».
«Bisogna fare attenzione a mettere meno risorse: il rischio è che siano sprecate come è stato per l’esperienza di Garanzia giovani. Lì c’erano i soldi ma non abbastanza, e infatti non hanno fatto massa critica sufficiente e quel progetto non sta dando gli sbocchi che ci si aspettava».
Oltre l’articolo 18, il governo vuole intervenire sulle mansioni del lavoratore, per garantire «mobilità  interna alle aziende», rivedendo cioè l’articolo 13 dello statuto dei lavoratori. Sembra un’apertura al demansionamento. Cosa può accadere?
«Nella lege delega c’è la revisione della mansione, e c’è, altro punto molto delicato, la questione del controllo a distanza e della videosorveglianza dei posti di lavoro. Sbagliato, per l’uno e per l’altro tema, sarebbe intervenire lasciando mano libera alle aziende, sia sulle mansioni che sui controlli. L’intervento giusto sarebbe quello di delegare in via sussidiaria alla contrattazione collettiva. È sul luogo di lavoro che si capiscono meglio i processi. Si risponderebbe a quella che è effettivamente un’anomalia italiana che sta nel non concedere abbastanza spazio alla contrattazione collettiva, ed ecco ancora l’esempio tedesco dei consigli di fabbrica. Affidare ancora di più al solo datore di lavoro le funzioni organizzative avrebbe, come sanno perfettamente le imprese, un impatto negativo sulla produttività , abbattendola».

(da “L’Espresso”)

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SMENTITA LA BALLA DI RENZI: IL MERCATO DEL LAVORO IN ITALIA E’ MENO RIGIDO CHE IN GERMANIA

Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile

NON E’ VERO CHE IN ITALIA CI SONO PIU’ TUTELE E RIGIDITA’ CHE IN GERMANIA, LUOGO COMUNE NATO DA UN ERRORE OCSE

Tutta colpa del Tfr. E di un errore dei ricercatori dell’Ocse.
Perchè la diffusa convinzione che il mercato del lavoro italiano sia più rigido tra quelli dei paesi più sviluppati nasce da lì.
Dal fatto che all’inizio degli anni Novanta l’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico con sede a Parigi, considerò il Tfr, il trattamento di fine rapporto, istituto sconosciuto in tutti gli altri ordinamenti, come una sorta di indennizzo per il licenziamento.
Cosa che invece non è.
Il peso (e il costo) del Tfr condizionò però tutti i dati con il seguente, stranoto risultato: in Italia ci sono troppi vincoli al licenziamento; il mercato del lavoro è troppo rigido.
Poi, quasi dieci anni dopo, l’Ocse ritornò sui suoi passi, senza alcun clamore però, dopo che l’errore era stato denunciato dalla Banca d’Italia e anche da un giovane studioso del diritto del lavoro della Bocconi di Milano, Maurizio Del Conte.
L’Ocse ricalcolò l’indice di rigidità  del mercato del lavoro italiano.
Per scoprire, fin da allora, che il livello di protezione, articolo 18 dello Statuto dei lavoratori compreso, non è affatto superiore a quello di molti nostri concorrenti.
Non lo è di certo rispetto alla Germania, al cui modello ora tutti dicono di ispirarsi. Ma anche all’Olanda e alla Svezia.
Mentre può fare poco testo il Portogallo che comunque ha maggiori rigidità  di noi.
«Il luogo comune, però, è rimasto. Noi continuiamo ad essere il paese dei luoghi comuni sul mercato del lavoro», commenta Emilio Reyneri, sociologo del lavoro all’Università  di Milano Bicocca
Torniamo all’Ocse, alle tabelle dell’organizzazione parigina.
Nel 2013 l’Ocse assegna un indice 2,51 all’Italia relativamente alla protezione che viene accordata a un lavoratore con contratto a tempo indeterminato.
Protezione che riguarda soprattutto le tutele di fronte al licenziamento. Più l’indice è alto, più rigido è il mercato.
Bene, la Germania ha un indice pari a 2,87, superiore al nostro. E superiori a quello italiano sono pure gli indici dell’Olanda (2,82), uno dei paesi della cosiddetta flexsecurity, e della Svezia (2,61), classico paese nordico dal welfare pesante.
Ed è interessante osservare che tra il 2012 e il 2013 l’indice è rimasto invariato in Germania, Olanda e Svezia, mentre è calato proprio da noi (era stabile a 2,76 fin dal 1985) per effetto della legge Fornero sul lavoro che ha modificato non poco, e per la prima volta, la vecchia versione dell’articolo 18, lasciando la possibilità  del reintegro automatico nel posto di lavoro solo nel caso di licenziamento discriminatorio e affidando al giudice l’eventualità  di decidere il reintegro anzichè l’indennizzo monetario nel caso di licenziamento motivato con ragioni economiche evidentemente fasulle.
Ma ad incrinarsi nelle tabelle dell’Ocse è anche un altro luogo comune: quello sulla scarsa flessibilità , rispetto agli altri paesi, dei nostri contratti per entrare nel mercato del lavoro.
In particolare l’Ocse ha preso in considerazione i vincoli che un datore di lavoro si trova davanti quando intende ricorrere al contratto a tempo determinato.
L’Italia – prima però dell’ultimo intervento legislativo del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, che ha liberalizzato i contratti a tempo, abolendo le causalità  e consentendo tre proroghe in cinque anni – è (era, probabilmente) poco sopra la media Ocse: 2 contro 1,75.
Ma ben più rigida è ancora la Francia (3,63), mentre la Germania si colloca esattamente un punto sotto l’Italia. La Norvegia è a 3 come la Spagna. Quella dell’Italia è stata una discesa ripida verso la flessibilità  se si pensa che prima del pacchetto Treu (1997) il relativo indice Ocse era 4,75.
«Il problema cruciale è dunque un altro», spiega Reyneri. Ed è evidenziato anche questo in uno studio dell’Ocse del 2009 dove si analizzano i tempi di durata dei processi nelle cause di lavoro.
In Italia durano in media circa 24 mesi, 12 mesi in più circa che in Francia o in Svezia.
Sopra l’asticella dei 20 mesi siamo insieme a Slovacchia e Repubblica Ceca. In Germania durano intorno ai quattro mesi.
In Italia si va in appello in più del 60 per cento dei casi, in Germania in meno del 5 per cento.
E se fossero queste le vere anomalie italiane?
E se fosse per queste ragioni che gli investimenti esteri arrivano con il contagocce in Italia e la colpa non fosse dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori?

Roberto Mania
(da “La Repubblica”)

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LE DUE FACCE DI RENZI: AMBIENTALISTA A NEW YORK, TRIVELLATORE IN ITALIA

Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile

ALLA CONFERENZA SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI FA L’ECOLOGISTA, AL GOVERNO IN ITALIA PENSA SOLO AD AUTORIZZARE ATTIVITA’ ESTRATTIVE E A BLOCCARE LE RINNOVABILI

“Bellezza è la parola che voglio introdurre nel dibattito sul climate change“.
La stessa bellezza che in Italia non vogliamo tutelare, trivellando i nostri mari.
“Il cambiamento climatico è la sfida del nostro tempo. Lo dice la scienza: non c’è tempo da perdere, la politica deve fare la propria parte“.
È per questo che abbiamo deciso di snellire, con il decreto “Sblocca Italia“, i processi di autorizzazione di nuove attività  estrattive a mare, prevedendo per molti progetti l’irrilevanza della valutazione di impatto ambientale e impedendo a cittadini, “comitatini” e governi regionali di esprimere la propria opinione.
“L’impegno dell’Italia continua sui numeri: ad agosto 2014, il 45% delle elettricità  in Italia proveniva da fonti rinnovabili“.
Per questa ragione abbiamo deciso di bloccare lo sviluppo delle rinnovabili, attaccandole addirittura retroattivamente, con il decreto “spalma-incentivi”, scoraggiando così qualsiasi investimento nel settore.
E infine: “È fondamentale raggiungere a Parigi nel 2015 un accordo globale e vincolante in difesa del clima. I nostri figli si attendono che questo accordo sia vincolante“.
Ed è per questo che l’Italia, Presidente di turno dell’Unione Europea, non si è ancora espressa in favore di tre obiettivi ambiziosi e vincolanti per l’Ue al 2030; tutto questo alla vigilia del decisivo Consiglio Europeo del 23-24 Ottobre.
Queste contraddizioni in libertà  — ai limiti della commedia dell’assurdo — non sono altro che lo specchio del panorama energetico italiano.
A pronunciarle, il capo del governo Matteo Renzi, ieri a New York per la conferenza Onu sui cambiamenti climatici.
Evento durante cui si è vantato del ruolo delle rinnovabili in Italia, affermando che la lotta ai cambiamenti climatici è urgente e fondamentale, e che i nostri figli si aspettano che si faccia qualcosa subito.
Ha però omesso di spiegare quello che si sta facendo realmente in Italia: attaccare retroattivamente le rinnovabili, allontanando così dal nostro Paese qualsiasi investimento in tecnologia verde e innovazione, per puntare dritti sulle trivellazioni — in particolare in mare — per tirare fuori quelle poche gocce di petrolio che, secondo i dati dello stesso Ministero dello Sviluppo, non coprirebbero neppure due mesi dei consumi nazionali di petrolio.
Sono forse queste le azioni che i nostri figli si auspicano per mantenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi centigradi?
Sono questi i provvedimenti che oltre un milione di persone, scese solo tre giorni fa in strada in tutto il mondo, hanno chiesto per difendere il Pianeta su cui viviamo?
È definendo “comitatini” le popolazioni locali che si oppongono alle fonti fossili, poichè ne vivono ogni giorno sulla propria pelle gli effetti, che si vuole dare un futuro migliore ai cittadini?
Non sappiamo se il Presidente del Consiglio sia stato fulminato sulla via di New York, e abbia davvero compreso la delicatezza del momento, come tristemente suggerito anche dalle ultime alluvioni nel Gargano e a Firenze.
Noi ci limitiamo a giudicare i fatti — che per ora testimoniano solo la svolta fossile del governo Renzi — e a opporci con tutte le nostre forze all’uso del carbone e del petrolio. Perchè, come dice il premier, “la lotta al cambiamento climatico è un segno di responsabilità  verso il futuro“.
E, aggiungiamo noi, il futuro non è fossile.
Il futuro è rinnovabile.

Greenpeace
Organizzazione internazionale no profit

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INTERVISTA A DE FALCO: “SCHETTINO IN CATTEDRA E IO SPEDITO IN UFFICIO. QUESTO PAESE STORTO PUNISCE I SUOI SERVITORI”

Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile

IL CAPITANO DEL “TORNI A BORDO CAZZO” RIMOSSO DAL SETTORE OPERATIVO DELLA CAPITANERIA: “PAGO PER TUTTO QUELLO CHE HO FATTO LA NOTTE DELLA CONCORDIA”

«Sono amareggiato e sto riflettendo su molte cose, comprese le stellette che porto addosso».
Stacca le parole, le intervalla ai silenzi, il capitano Gregorio De Falco, l’eroe della notte della Concordia, quello che ordinò a Francesco Schettino il celebre e rabbioso «torni a bordo cazzo».
Lo stesso che dalla sala operativa della capitaneria di Livorno sospettò prima di tutti gli altri, assieme al collega Alberto Tosi, che il black out a bordo della grande nave da crociera fuori rotta, fosse una colossale bugia.
Il capitano di fregata è stato informato ieri che dovrà  lasciare il settore operativo della Capitaneria di Livorno: a fine settembre infatti sarà  trasferito in altri uffici, sempre della Direzione marittima di Livorno. Uffici amministrativi.
Lui non ci sta e sta meditando in queste ore anche di abbandonare la divisa.
Cosa è accaduto?
«Il comandante Faraone mi ha chiamato nel suo ufficio per comunicarmi che devo lasciare il servizio operazioni perchè vengo destinato a un ufficio di carattere amministrativo ».
È stato lei a chiederlo?
«No di certo, da dieci anni la mia ragione professionale è nel settore operativo, credo di aver maturato lì una professionalità … ma sono un militare».
Quindi obbedirà ?
«Il 28 settembre mi presenterò al nuovo ufficio che deve ancora probabilmente essere individuato dal comando. Sono molto amareggiato, sto riflettendo su tante cose… ».
Anche di lasciare la divisa?
«Sono molto turbato. Questo cambio di incarico non mi era neppure stato prospettato».
Schettino va in cattedra alla Sapienza, rilascia interviste, si fa fotografare sui rotocalchi, lei invece…
«Io no». Silenzio.
Schettino in vetrina, lei levato dal servizio operativo. Qualcosa penserà  di questo?
«Mi fa riflettere sulla circostanza che questo Paese è storto, privo di riferimenti corretti in cui le persone rispondano per il ruolo e la responsabilità  che hanno».
Pensa che ci sia un collegamento fra il suo spostamento di incarico e quello che accadde la notte di Concordia?
«Penso di sì, mi sono fatto questa idea: che ci possa essere un collegamento col lavoro che ho fatto per il soccorso e forse nelle indagini».
In che senso?
«Preferisco non rispondere».
Le hanno rimproverato un’esposizione mediatica o qualcos’altro?
«Formalmente nessuno mi ha rimproverato mai niente».
Eppure…
«Eppure queste conseguenze non sono coerenti con i riconoscimenti formali. Lo Stato su di me ha speso soldi per formarmi come responsabile del soccorso marittimo, responsabilità  di cui mi sono fatto carico anche quando non mi competeva, come per esempio nella notte di Concordia».
Può spiegare perchè non le competeva?
«Ero a capo dell’unità  costiera di guardia a Livorno che ha un ambito geografico coincidente con le acque antistanti la provincia. Il naufragio avvenne a Grosseto e io sono stato chiamato dalla sala operativa della direzione marittima regionale: ho risposto subito salendo in sala e assumendo ogni decisione operativa».
Ripensando al 13 gennaio 2012 ha qualcosa da rimproverarsi?
«Proprio niente. Le faccio un esempio: al comandante della guardia costiera americana, chiesero se gli Stati Uniti fossero pronti a intervenire in caso di evacuazione di navi molto grandi e lui rispose che avevano fatto 37 esercitazioni, quando gli chiesero se avesse avuto qualcosa da suggerire alla guardia costiera italiana, disse: nulla, tutto era stato fatto correttamente».
Ad un certo punto è sembrato che lei stesse per scendere in politica…
«Lo scrisse un giornale, io non fui contattato. Era lontano da me. Ma sto cercando di valutare tante cose per capire se ci possano essere relazioni tra i fatti e le conseguenze di oggi».
Comandante, a lei nemmeno una promozione.
«Non era nel profilo di carriera, mi dovevano valutare quest’anno semmai. Il punto non è la promozione… ».
Quale è il punto?
«Per esempio il fatto che un anno fa non fui destinato ad alcun incarico di comando come invece è successo a tutti gli altri miei colleghi. Io non mi sono lamentato, ma ora il trasferimento è un’altra cosa».
Chi sono i suoi nemici?
«Non ho nemici. Probabilmente c’è qualcuno che non vede il servizio come lo vedo io. Mi viene in mente un’espressione di Zagrebelsky, “l’eterogenesi dei sì”, camminiamo nella stessa direzione, ma ciascuno ha finalità  differenti. Quella notte io la ricordo bene, non sapevamo nemmeno esattamente quante persone ci fossero sulla nave e i vertici di Costa alla domanda di un giornalista tre giorni dopo il naufragio su quante persone fossero sulla Concordia risposero di chiedere alla Protezione civile… il filmato è su youtube, tutti lo possono vedere. Quando ho fatto scendere le persone dalla biscaggina, ordinai di mettere sotto le zattere gonfiabili e in questo modo salvammo due bambini che caddero dalla scaletta».
Comandante torniamo alle indagini.
«Preferisco di no. Le posso dire soltanto che nei giorni immediatamente successivi mi chiamò il procuratore capo di Grosseto e io ebbi difficoltà  a distaccarmi dal mio comando per raggiungere la procura perchè mancava un atto di richiesta formale… ma non so se c’è una relazione… Forse no, farò i miei accertamenti ».
Se lasciasse la divisa ha pensato a cosa farà ?
«Se dovessi lasciare sarebbe una brutta, brutta giornata»
Però a quel punto potrebbe accettare un incarico dalla politica se arrivasse…
«Io sono un militare».

Laura Montanari
(da “La Repubblica”)

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MARCHIONNE SPARA SULL’ART. 18, RENZI SPARA AL PD: “VOTATE SÌ E ZITTI”

Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile

L’AD DI FIAT E CHRYSLER DAGLI USA AIUTA IL PREMIER: TROPPE TUTELE CREANO ”DISAGI SOCIALI”. .. INTANTO LA CGIL PROVA A TRATTARE SULLE TUTELE CRESCENTI

“L’articolo 18 crea disagi e disuguaglianze”. È Sergio Marchionne a schierarsi senza se e senza ma al fianco di Matteo Renzi.
“Lasciatelo lavorare non ci sono alternative”, dice a New York dove il presidente del Consiglio ha appena tenuto un discorso davanti al Council on Foreign Relations.
Un’altra occasione e un’altra vetrina per chiarire il suo punto sulla riforma del lavoro. Che è “irrimandabile”.
Dice Renzi: “Lunedì presenterò in direzione le mie idee” che “sono condivise”, poi “ci sarà  un dibattito, si discute e alla fine si decide, si vota e si fa tutti nello stesso modo, si va tutti insieme”. Per chi non se lo ricordasse, in direzione i renziani sono la maggioranza schiacciante.
Il voto dunque, è piuttosto pleonastico.
E ancora un attacco alla sinistra che vuole lo status quo: “Le persone della sinistra, leader della mia parte politica e non della destra, pensano che va a ogni costo mantenuto lo Statuto dei lavoratori e che questo è l’unico modo per essere uomini di sinistra”.
Che Renzi, al di là  delle parole, non abbia alcuna intenzione di mediare più del minimo indispensabile, lo dicono un po’ tutti, renziani e non.
A Roma fervono le riunioni tra le minoranze e le ricerche di trattativa con la maggioranza.
Ma l’impressione è che fino a quando il premier torna dagli Stati Uniti non si andrà  lontano. Nel frattempo, le posizioni a sinistra diventano meno granitiche: il segretario della Cgil Susanna Camusso, mentre tuona contro la volontà  di Renzi di non trattare, indica il terreno possibile per la mediazione: “Se si vuole discutere delle tutele crescenti lo possiamo fare. Sono mesi che lo diciamo”.
Gli emendamenti presentati dalle minoranze in Senato chiedono che l’articolo 18 entri in vigore dopo tre anni, il governo era pronto a discutere di inserirlo dopo i 12 o 13, potrebbe arrivare a     10. Alla sinistra interna potrebbero bastare sei anni, ma lui in realtà  non è tanto di quest’idea.
E così ci sono i pontieri in azione.
Riunione informale ieri in Transatlantico tra Guglielmo Epifani (piuttosto moderato), Alfredo D’Attorre (duro e puro, per ora) Davide Faraone (renziano).
E poi, tra lo stesso Epifani, Roberto Speranza (pontiere), Matteo Orfini (Giovane Turco, tessitore), Enzo Amendola (dialogante) e Francesco Verducci (anche lui Turco, tessitore). Speranza sta lavorando per portare almeno tutta la sua componente, Area riformista sulla linea del dialogo.
E la maggior parte dei dem ribelli comunque sono pronti a seguirlo.
Orfini insieme a Verducci stanno cercando un punto di mediazione concreto.
In Senato hanno presentato tre emendamenti, che riguardano la semplificazione delle forme contrattuali per disboscare la selva di lavori atipici, la prevalenza del contratto a tempo indeterminato e il demansionamento legato alla concertazione con sindacati e imprese.
Il punto resta sempre l’articolo 18. Difficile anche per i Giovani Turchi votare una legge che lo abolisce del tutto.
Ma se si riescono a ottenere altre cose, diventa più digeribile. Il punto di caduta potrebbe essere anche diverso, con un po’ di soldi per le politiche del lavoro e gli ammortizzatori sociali. Non a caso l’appello di Beppe Grillo alla sinistra del Pd per “mandare definitivamente a casa Renzi” è caduto nel vuoto.
Con un post del giurista a Cinque Stelle, Aldo Giannuli, i 5s hanno invitato la minoranza ribelle dei democrat a reagire contro “l’infame riforma” del lavoro “con l’azione parlamentare e con l’azione di piazza, con gli scioperi”.
Coro di no da parte di tutte le sotto correnti dem.
Su tutti, ecco il muro di Bersani (e lui lo sa bene, che con i Cinque Stelle cercò di formare il suo governo mai nato): “Beppe Grillo lasci stare le provocazioni. Credo all’autonomia del Pd, che deve trovare le soluzioni senza dare la parola, tantomeno l’ultima parola, nè alla destra nè a Grillo. Questo è il punto”.
La battaglia interna continua, le tentazioni di andare al muro contro muro diminuiscono di giorno in giorno.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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AUTORICICLAGGIO STOP: ORLANDO? NO I SOLITI GHEDINI & BOSCHI

Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile

APPLICABILE SOLO PER REATI SOPRA I 5 ANNI DI CONDANNA: “FATTA COSI’ NON SERVE A NULLA”

Tutto in poche ore: stop all’autoriciclaggio e via libera alla responsabilità  civile dei giudici.
Sconfitti coloro che nel Pd avevano lavorato per varare più efficaci norme contro la corruzione (il deputato Pippo Civati, la senatrice Lucrezia Ricchiuti, il capogruppo in commissione Finanze della Camera Marco Causi).
A vincere è la strana coppia Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme, e Niccolò Ghedini, avvocato-parlamentare di Silvio Berlusconi.
Ieri, mercoledì, era annunciato come il giorno cruciale per la riforma della giustizia: in commissione Finanze si sarebbe dovuto approvare definitivamente il testo che introduceva il reato di autoriciclaggio e varava la “voluntary disclosure”, cioè le norme per favorire il rientro dei capitali nascosti all’estero. Invece l’appuntamento è stato rimandato di una settimana, a mercoledì 1 ottobre.
In compenso, ieri pomeriggio il ministro Boschi ha presentato in Senato il disegno di legge sulla responsabilità  civile dei magistrati: chi sbaglia paga, anche se questo renderà  le toghe psicologicamente più deboli di fronte agli imputati potenti che hanno mezzi per rivalersi contro i loro giudici.
È un segnale chiaro: mentre si frena il varo di norme più efficaci per combattere corruzione ed evasione fiscale, si accelera nelle misure punitive nei confronti dei magistrati.
Resta la responsabilità  indiretta, cioè sarà  lo Stato a pagare le spese per gli errori giudiziari, ma cambiano le modalità : non ci sarà  più il filtro iniziale di ammissibilità  delle cause, con il probabile esito di moltiplicare i procedimenti contro i giudici; e aumenterà  la quota di rivalsa dello Stato nei confronti delle toghe, che in caso di errore, pur senza dolo, dovranno ripagare la pubblica amministrazione con i loro soldi, rinunciando fino al 50 per cento dello stipendio.
Nelle linee guida presentate dal ministro della giustizia Andrea Orlando già  si leggeva che “uno degli obiettivi del progetto è il superamento di ogni ostacolo frapposto all’azione di rivalsa, nei confronti del magistrato, che lo Stato dovrà  esercitare a seguito dell’avvenuta riparazione del pregiudizio subito in conseguenza dello svolgimento dell’attività  giudiziaria”.
Inoltre “l’azione di rivalsa nei confronti del magistrato, esercitabile quando la violazione risulti essere stata determinata da negligenza inescusabile, diverrà  obbligatoria”.
E “sarà  innalzata la soglia dell’azione di rivalsa, attualmente fissata, fuori dei casi di dolo, a un terzo dell’annualità  dello stipendio del magistrato: il limite verrà  incrementato fino alla metà  della medesima annualità ”.
“Resterà  ferma l’assenza di limite all’azione di rivalsa nell’ipotesi di dolo”.
Intanto è sparito di scena l’autoriciclaggio (cioè il reato che punisce chi ripulisce e mette in circolo i soldi incassati commettendo un reato). Se ne parlerà  mercoledì prossimo.
Ma già  ieri era comparso un testo del governo, diverso e peggiorativo rispetto a quello discusso dalla commissione Finanze della Camera sulla base di un progetto proposto dalla commissione di studio presieduta dal magistrato di Milano Francesco Greco.
Il nuovo testo introduce il “comma del godimento”: “L’autore del reato non è punibile quando il denaro, i beni o le altre utilità  vengono destinate alla utilizzazione o al godimento personale” .
Ma soprattutto alza la soglia di applicabilità : non c’è autoriciclaggio quando il reato presupposto (quello che ha prodotto i soldi sporchi) è punibile con una pena inferiore a 5 anni.
Vuol dire che resteranno fuori reati come la truffa, l’appropriazione indebita, la dichiarazione fiscale infedele, l’elusione fiscale.
“Tutti i casi concreti che noi incontriamo nel nostro lavoro quotidiano”, constata un magistrato della procura di Milano.
“Fatta così, la norma sull’autoriciclaggio non serve a niente”.

Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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