Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
“MA LO SAPETE CHE SE UNO VIENE PROMOSSO CONTINUA A PERCEPIRE LA CIFRA PRECEDENTE PERCHE’ HANNO BLOCCATO I TETTI SALARIALI?”… “D’ORA INNANZI DOPO SEI ORE FINISCE IL SERVIZIO COME DA LEGGE: NO TAV, BLACK BLOC, STADIO, TRASPORTO IMMIGRATI? NOI CE NE ANDIAMO DOPO SEI ORE”
«Un poliziotto, in stato di indigenza, è stato costretto a dormire in macchina». Franco Maccari, segretario
del Coisp, racconta la vita in diretta dello “sbirro” costretto alla povertà .
«È un “agente scelto” di Milano, 20 anni di anzianità , 1400 di stipendio, il salario bloccato d 5 anni, l’impossibilità di fare un secondo lavoro. Dopo la separazione, è rimasto senza casa, assegnata alla moglie e ai figli, e con mezzo stipendio. Abbiamo dovuto soccorrerlo. E trovargli una stanza di emergenza».
Come l’”agente scelto” di Milano, ce ne tanti, tra le forze dell’ordine.
La guardia di finanza ha addirittura creato un sistema di welfare interno per soccorrere chi non ce la fa ad arrivare alla fine del mese.
A farne le spese anche un leader sindacale come Giuseppe Tiani, del Siap.
«Sono stato promosso da ispettore capo a ispettore superiore. Mi hanno “rapinato” 200 euro al mese su uno stipendio, dopo 29 anni di servizio, di 1800. Noi rischiamo la vita per pochi soldi al mese. Facciamo straordinari che non ci pagano».
Le divise sono in subbuglio e «chiedono le dimissioni dei ministri della Difesa Roberta Pinotti e dell’Interno Angelino Alfano».
A farle infuriare è stato l’ulteriore proroga del blocco dei tetti salariali previsto da una legge dell’ultimo governo Berlusconi che avrebbe dovuto congelare i salari solo per il triennio 2010-13.
«Poi, però – si lamenta Tiani – il blocco è stato prorogato per il 2014 e ora il ministro Madia lo ha annunciato per il 2015. Ciò che era provvisorio, sta diventando perpetuo».
Maccari risponde a Renzi, che accusa i poliziotti di fare ricatti.
«Noi non chiediamo – spiega – il rinnovo del contratto, fermo dal 2009. Ma lo sblocco dei tetti salariali, ovvero quel meccanismo perverso per il quale non possiamo guadagnare più dell’anno precedente. Questo vuol dire che se uno viene promosso, guadagna come quando aveva il grado inferiore».
Dal 2010, da quando è entrata in vigore la norma, 125 dirigenti superiori (questori o dirigenti di compartimento), hanno assunto l’incarico, le responsabilità , gli oneri, ma con lo stipendio che avevano prima.
Tra queste vittime del blocco che non percepiscono lo stipendio adeguato al loro attuale incarico, anche funzionari che oggi fanno i questori a Crotone, L’Aquila, Isernia, Arezzo, Siracusa, Catanzaro, Cagliari, Genova, Perugia, Cosenza, Matera, Pistoia, Reggio Emilia e Varese.
«Dal 2010 – rincara la dose Lorena La Spina, segretario dei Funzionari – al comparto sicurezza sono stati tagliati 5 miliardi di euro, 3,2 dei quali riguardano i nostri stipendi».
Lo sciopero, va detto, è vietato per legge agli uomini in divisa e con le stellette. Ma fatta la legge, trovato l’inganno.
Lo spiega Felice Romano, leader del Siulp. «Vero. Non possiamo fare sciopero. Ma è nostro diritto, però, applicare il contratto. E noi chiederemo di applicarlo alla lettera, senza più concedere deroghe».
Così, si bloccherà la giustizia. Ecco un esempio che spiega come e perchè.
«Da Reggio Calabria — dice Romano — parte un pullman con 50 migranti e 4 poliziotti diretti al Nord, un viaggio a volte di 18, 20 ore. Visto che Renzi e Madia sostengono che noi siamo statali come tutti gli altri, ci comporteremo da tali. Anzichè fare il viaggio tutto in una volta, allo scadere del nostro orario, dopo sei ore, ci fermeremo. E quindi, il viaggio di un giorno durerà due o tre. Con costi alle stelle perchè bisognerà dare alloggio ai poliziotti. Ma anche ai 50 migranti ».
Questo «no agli orari in deroga», come viene chiamato tecnicamente, è già scattato in mezza Italia, da Aosta a Varese, Verona, Vicenza, Genova, Bologna Brindisi Catania, Napoli Pavia e altre città . In questo modo sarà paralizzata la gestione dell’ordine pubblico.
«Partita di calcio? – chiosa Felice Romano – manifestazione No-Tav? Black bloc infiltrati nei cortei? Dopo sei ore, qualunque cosa succeda, fine del servizio: tutti a casa».
«I nostri uomini – denuncia Daniele Tissone, Cgil – non ne possono più. E l’indifferenza del presidente del Consiglio dimostra profonda ingratitudine nei confronti di chi serve il Paese».
«Ci fanno fare migliaia di ore di straordinari – sostiene Filippo Girella, dell’Ugl – ma lo straordinario ci viene riconosciuto la metà di quanto guadagna una colf, 7 euro e 50 centesimi. Dobbiamo gestire il fenomeno degli immigrati senza presidi sanitari adeguati per proteggerci da eventuali contagi. Di fatto siamo diventati mano d’opera a basso costo per garantire un minimo di presidio del territorio. Ma non è questa la nostra mansione di forze dell’ordine».
Insieme ai poliziotti, protestano, compatti, anche i militari delle quattro forze armate, Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri, più la guardia di finanza.
«Quello che certamente non credevamo – dichiara Alessandro Rumore, del Cocer dell’Arma – è che venisse negata dai politici la riconoscenza a chi, per poco più di 1300 euro al mese, è disposto a sacrificare la propria vita per il Paese».
Alberto Custodero
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Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
AGLI STATALI SOTTRATTI 20 MILIARDI IN 5 ANNI
Qualche giorno fa avevamo scritto che il governo Renzi sembra il Letta bis. L’unica vera notizia uscita finora su come sarà la meravigliosa spending review prossima ventura ci dice che questo esecutivo è in realtà pure il Monti tris e il Berlusconi quater: i contratti dei dipendenti dello Stato, fermi al rinnovo 2008-2009, saranno bloccati anche l’anno prossimo e senza alcuna indennità di “vacanza contrattuale” (lo aveva già deciso — fino al 2018 — un previdente Enrico Letta).
Renzi, insomma, è in perfetta continuità con le politiche di austerità — o più correttamente di contrazione della domanda interna — imposte dall’Unione europea ai paesi periferici.
Non solo, si potrebbe dire che questo è davvero il primo atto del “Jobs act” come lo intendono a Bruxelles e Francoforte: sotto le formule complicate tipo “riallineamento dei salari alla produttività ”, c’è infatti un taglio degli stipendi, esattamente quello che i dipendenti del pubblico impiego subiscono dall’anno 2010.
Non sono spiccioli : lo dimostrano alcuni facili calcoli fatti dall’Unione sindacale di base (Usb) sui numeri dell’Aran (l’agenzia, attualmente inattiva, che si occupa di contratti pubblici) e dell’Istat.
Eccoli. Se si prendono gli stipendi tabellari medi (al netto, cioè, di straordinari e eventuali premi di risultato) dei dipendenti dei principali settori dello Stato si scopre che un astratto “travet-massa” guadagna 21.405 euro lordi l’anno.
Secondo i dati Istat, poi, la variazione media annua dell’indice Ipca (il livello dei prezzi, simile al tasso di inflazione, su cui si calcolano gli aumenti degli stipendi pubblici) tra il 2009 e il 2014 è stato all’ingrosso dell’1,9%.
Il danno inflitto agli statali è dunque facilmente calcolabile: chi guadagnava 21.405 euro nel 2009 oggi — solo per recuperare l’inflazione e cioè il potere d’acquisto — avrebbe dovuto portare a casa 23.510 euro circa.
Tradotto: il blocco degli stipendi ha causato un danno da 2.110 euro allo stipendio medio a fine 2014 (ovviamente, l’anno prossimo sarà ancora peggio).
Calcolando gli aumenti non percepiti anno per anno, invece, il conto fa 6.250 euro a testa in cinque anni.
Finita? Macchè. Spiega Luigi Romagnoli (Usb Pubblico Impiego): “Queste perdite sono irreversibili ed andranno sommate nel tempo fino alla pensione del singolo lavoratore, arrivando a sfiorare i 30.000 euro nel caso l’uscita dal lavoro dovesse avvenire per esempio nel 2024. E i nostri calcoli sono basati sul blocco dei contratti fino al 2014”.
Moltiplicando i dati singoli per i 3,2 milioni di lavoratori pubblici complessivi il monte complessivo dei mancati guadagni ammonta a circa venti miliardi totali.
Come si sa, il calvario non è finito visto che il governo — dopo averlo smentito in ogni modo — ha annunciato che il congelamento dei contratti continuerà anche l’anno prossimo “perchè non ci sono risorse per i rinnovi”.
Un voltafaccia che da ieri sera è tecnicamente corretto definire dilettantesco e patetico. Quando ad aprile, infatti, i giornali scrissero che gli stipendi pubblici sarebbero stati bloccati anche per i prossimi anni perchè così era scritto nel Documento di economia e finanza, il governo smentì sdegnato con apposita nota del sottosegretario Angelo Rughetti alla Funzione pubblica, Pd di rito renziano: il Def si scrive a legislazione vigente e quindi non può contenere il rinnovo dei contratti, quello sarà definito nella Finanziaria.
Ieri sera, però, un’apposita velina di palazzo Chigi ha smentito la smentita: “Il blocco degli stipendi pubblici era già nel Def, non c’è niente di nuovo”.
Allora, se è vero, tutti dovrebbero sapere che nel Def è previsto il blocco totale fino al 2018, anno in cui vengono stanziati i soldi per la sola indennità di vacanza contrattuale fino al 2020.
In una tabella è quantificato pure il risparmio: altri 21 miliardi e dispari totali nel quadriennio 2015-2018 (circa due e mezzo l’anno).
Il governo, come si sa, s’è impegnato a tagliare 20 miliardi di spesa pubblica strutturale nel 2015 e 32 l’anno dopo: sarà ormai chiaro a tutti che chi non siede al tavolo, è sul menù.
Secondo il ministro Madia, però, uno statale che con straordinari e tutto il resto guadagna 26mila euro l’anno è ricco, quindi deve pagare un po’ perchè il momento è difficile.
Il bonus Irpef, alla fine, è l’alfa e l’omega della visione di questo governo: “Noi — ha spiegato Madia alla Festa del Pd — siamo trasversali ai blocchi sociali ed elettorali tradizionali. L’alleanza è sulle persone. Non sono qui a difendere solo i lavoratori pubblici, sono qui a difendere i lavoratori della Repubblica Italiana”.
Vabbè.
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
LA RIVOLTA È IN DIVISA: POLIZIA, ESERCITO, MARINA, FORESTALI, MEDICI, VIGILI DEL FUOCO.IN SCIOPERO CONTRO RENZI… IL BLOCCO DEGLI STIPENDI ERA STATO NEGATO DA ALFANO E PINOTTI POCHI GIORNI FA
Il blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici (fino al 2020, dice il Def) scatena la furibonda reazione degli
uomini in divisa, che annunciano il primo sciopero della storia repubblicana.
Lo schiaffo più esplicito viene dalle Forze dell’ordine. “Per la prima volta siamo costretti a scioperare” dicono i sindacati di Polizia e il Cocer Interforze che rappresenta i militari.
Dichiarazione dura, a tratti inquietante, visto che si tratta di divise. Ma, in ogni caso, una sconfessione diretta della decisione del governo di bloccare ancora nel 2015, dopo un blocco che dura dal 2010, gli stipendi dei dipendenti pubblici.
Non a caso Matteo Renzi cerca di correre ai ripari annunciando una imminente convocazione, ma facendo sapere di “non accettare ricatti”: proclamare gli scioperi quando ci sono tanti disoccupati “non è giusto”, dice il premier.
Polizia e militari si dicono soddisfatti per la convocazione ma non abbassano i toni. Parlano di “maltolto” e rivendicano quanto scritto nella nota del pomeriggio: “Per la prima volta nella storia della nostra Repubblica siamo costretti, verificata la totale chiusura del governo, a dichiarare lo sciopero generale”.
Lo sciopero vero e proprio, in realtà , alle forze di polizia è precluso nel caso in cui venga interrotto il servizio.
Ma la posizione si carica di un forte valore simbolico.
Ai ministri Alfano e Pinotti, che si sono fatti garanti dello sblocco degli stipendi, ad esempio, chiedono di scegliere: “O state con noi oppure vi dimettete”.
In ogni caso, a Bologna i sindacati di polizia hanno dichiarato il blocco degli straordinari . Toni analoghi a quelli della Polizia penitenziaria, del Corpo Forestale dello Stato e del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco che definiscono le dichiarazioni della ministra Madia “l’ennesima umiliazione” che rischia di provocare una “frattura insanabile proprio per chi si sacrifica ogni giorno”.
Non parlano di sciopero o altre proteste eclatanti, ma si dicono “delusi e amareggiati” anche i medici del Servizio sanitario nazionale.
Il presidente del Sindacato dei medici, Cimo, Riccardo Cassi, si aspettava almeno qualche apertura mentre il segretario nazionale dell’Anaao Assomed, Costantino Troise, accusa il governo di “rastrellare risorse dai soliti”. Il segretario nazionale della Cgil Medici, Massimo Cozza, fa il conto dei giorni di blocco contrattuale “oltre 1800 giorni” e il vice presidente dell’Aaaroi-Emac Fabio Cricelli, teme l’estensione del blocco “anche per il 2016”.
Intervengono anche i medici veterinari della Fvm secondo i quali “ancora una volta il governo fa cassa attraverso il bancomat dei dipendenti pubblici”.
Sono solo le manifestazioni più irritate ed evidenti della protesta strisciante che corre lungo tutto il pubblico impiego e che si irradia verso le varie categorie sindacali. Fino a raggiungere i vertici confederali.
Il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, ad esempio, si dice profondamente deluso dall’atteggiamento del governo che comunica notizie come quella del blocco degli stipendi senza nemmeno “il minimo galateo” di convocare i sindacati.
“Nemmeno a Cuba succedono cose come questa”, sbuffa il leader della Cisl che giura di essere “il più inc… di tutti”. Più della Cgil che pure interviene con Susanna Camusso, segretario generale, definendo “incomprensibile” l’atteggiamento del governo finalizzato a colpire “i soliti noti” per tutelare altri interessi.
Interessi che più esplicitamente mette in rilievo Bonanni quando fa notare che le concessioni alle Autostrade vengono varate in fretta e furia mentre misure come il blocco degli stipendi o il taglio dei permessi sindacali vengono fatti senza nessuna discussione preventiva.
Il malumore cresce nei posti di lavoro e la realtà della prima mobilitazione sindacale contro il governo Renzi si fa sempre più concreta.
Non ci sono ancora date nè modalità . Le prime riunioni operative si terranno la prossima settimana ma sembra certo che si vedranno anche i segretari di Cgil, Cisl e Uil.
C’è il tema del Pubblico impiego ma anche nella Scuola si avverte il disagio di chi ritiene la riforma degli scatti stipendiali una limitazione delle prerogative degli insegnanti. “La buona scuola” di Renzi garantisce l’assunzione dei precari ma non piace a chi nella scuola pubblica già ci lavora.
Non dovrebbe però esserci uno sciopero generale. La Cisl non vuole e la Cgil punta alla massima unità . L’idea che circola è di imitare le proteste dei pubblici dipendenti dei comuni di Roma e Venezia che sono state molto massicce e molto visibili.
La modalità , quindi, potrebbe essere quella di una manifestazione nazionale da tenersi a Roma di sabato, quindi senza proclamare lo sciopero.
Cgil, Cisl e Uil sono stati finora ampiamente provocate da Renzi e ora si trovano nel passaggio in cui scegliere se rispondere ai colpi subiti oppure condannarsi all’impotenza.
Una scelta che potrebbe aprire una nuova fase nella vita del governo Renzi.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
LETTERA APERTA AL PREMIER DI UN POLIZIOTTO DELUSO
Pubblichiamo la lettera che il segretario generale del Sap, Sindacato autonomo di polizia, ha scritto al premier Matteo Renzi.
Caro Presidente del Consiglio,
come poliziotto e come servitore dello Stato sento di essere stato tradito.
Ogni giorno e ogni notte poliziotti, carabinieri, penitenziari, forestali, vigili del fuoco e militari escono di casa per andare a lavorare e non sanno se potranno far ritorno dalle loro famiglie.
La nostra è una professione difficile, non un semplice “lavoro”, ma una vera e propria missione.
Pur con tutti i nostri limiti personali e umani, nonostante i tagli che la classe politica e di Governo non ci ha risparmiato negli ultimi dieci anni, noi garantiamo la sicurezza dei cittadini e della nazione.
Assicuriamo anche la sua sicurezza, caro Presidente. E la garantiamo pure a tutti quei ministri che dovrebbero occuparsi dei nostri problemi e che invece, mi pare, sono spesso ben attenti a mantenere intatta la propria ben pagata poltrona.
Ho parlato più volte col ministro Alfano e ho sentito spesso le dichiarazioni anche della sua collega Pinotti.
Da loro sono giunti sempre grandi apprezzamenti per il lavoro delle forze dell’ordine, grandi lodi per operazioni e arresti eccellenti, grandi promesse per evitare tagli al comparto sicurezza, fare una vera riforma del settore e dare un po’ di sollievo a stipendi fermi da cinque anni.
Tutte parole al vento, tutte belle intenzioni, tutte vane fole perchè il blocco stipendiale 2015 colpirà in misura doppia le donne e gli uomini in divisa: il danno derivante dal combinato disposto blocco contrattuale / tetto salariale ammonta a 400 / 500 euro netti per un operatore con 20 anni di servizio e qualifica intermedia.
Da mesi, attraverso chi nel suo partito si occupa di sicurezza, chiedo di essere ricevuto – e non ho mai avuto risposte – per portare alla sua attenzione una semplice, ma innovativa proposta: riformiamolo insieme questo carrozzone con sette forze di polizia, cinque nazionali e due locali, più vigili del fuoco e guardia costiera. Riduciamo i corpi, gli apparati, i dipartimenti.
Stronchiamo le burocrazie, le dirigenze, i vertici che guadagnano in un mese lo stipendio di 30 agenti.
Tutto questo porterebbe risparmi strutturali da 2 a 4 miliardi annui. Più o meno le cifre che lei conta di incassare con questo ennesimo blocco stipendiale, esteso a tutto il pubblico impiego.
Mi sento tradito dal mio ministro e dal mio capo ai quali domando adesso, con coraggio, di unirsi ai loro poliziotti che chiedono solo dignità e rispetto oppure di dimettersi senza ulteriore indugio.
Ma non posso, ad oggi, non sentirmi tradito anche da lei, stimatissimo Presidente del Consiglio, che ho sentito spesso parlare di scuola e insegnanti, poco o nulla di sicurezza e forze dell’ordine.
Cambiamo verso anche in questo settore, abbia la bontà di ricevermi, assieme agli amici della Consulta Sicurezza, per parlare di cose serie e di riforme vere. Non se ne pentirà .
Altrimenti, caro Renzi, lei sarà ricordato nei libri di storia come colui che, in un solo colpo, è riuscito a scontentare e soprattutto a deludere tutti i professionisti della sicurezza del nostro strano Paese, capace di dimenticarsi in India due straordinari servitori di questa nazione.
Gianni Tonelli
Sap
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
SARA’ IL CSM A NOMINARE I CAPI DELLE PROCURE CHE INCROCIANO I GUAI GIUDIZIARI DI SILVIO… BERLUSCONI PROPONE LA CASELLATI E LA RUSSA
Un Nazareno sul Csm e sulla Consulta. Anzi sul Csm e sulla Consulta che saranno in carica durante la
riforma della giustizia.
La trattativa è in fase avanzata.
Berlusconi ha già fatto sapere che il nome di Massimo Brutti come futuro vicepresidente non ha il suo veto.
E comunque lo convince di più rispetto alla rosa esaminata nei giorni scorsi. Dove compariva il nome dell’ex guardasigilli Paola Severino e di Giovanni Fiandaca su cui però non c’era molto gradimento neanche del Pd.
Perchè è vero che Brutti è “comunista” ma soprattutto è “garantista”, autonomo rispetto al partito dei giudici: “Perfetto per la pacificazione” dice uno dei pochi azzurri vicini al dossier.
Semmai le perplessità riguardano Renzi. E non solo perchè l’ex sottosegretario era vicino a Massimo D’Alema ma soprattutto perchè non rappresenterebbe quei criteri di “novità ” considerati necessari vogliono a palazzo Chigi.
Sia come sia la notizia è che c’è una rosa per il Csm. Ed è condivisa.
Con Renzi e Berlusconi che, come accaduto sulle riforme costituzionali, direttamente o per via degli ambasciatori — Letta e Verdini da un lato, Lotti dall’altro — esprimono il gradimento, indicano nomi, ne depennano altri.
Nomi di sinistra “graditi” al centrodestra. E nomi di centrodestra “graditi” al Pd di Renzi. È così che si è arrivati anche all’indicazione dei due nomi della Consulta. Antonio Catricalà in quota Gianni Letta, considerato più digeribile per il Pd di Donato Bruno.
E Luciano Violante su cui, alla sua terza volta, sarebbe caduto il veto di Silvio Berlusconi. Altro sdegnale di “pacificazione”.
E allora restano da comporre le ultime caselle del Csm. È il dossier più delicato. Più “politico”.
E su cui l’ex premier ha raccolto le preoccupazioni di Ghedini. Perchè il Csm avrà un potere enorme nei prossimi mesi.
Non solo sarà in carica mentre il Parlamento discute di riforma della giustizia. Ma sarà chiamato a nominare la nuova tolda di comando di comando di parecchie procure.
Già , perchè con la norma che abbassa l’età pensionabile dei magistrati da 75 a 70, prevista nel decreto sulla PA vengono “decapitati” i vertici dei più importanti uffici giudiziari, come Milano, Venezia, Torino, Napoli e Roma.
Per fare un esempio a Milano, nel luogo che Berlusconi considera più ostile, andranno in pensione Edmondo Bruti Liberati, il presidente Livia Pomodoro, il presidente della Corte d’Appello Giovanni Canzio e il pg Manlio Minale.
Ecco il punto. Sarà il Csm a nominare i nuovi. E sarà il Csm a nominare capi degli uffici giudiziari, membri di Cassazione e Corti d’Appello che incrociano i guai giudiziari del Cavaliere.
Per questo l’ex premier vuole garanzie da Renzi: nomi equilibrati, non ostili.
Forza Italia, a cui ne spettano due, ha indicato l’ex sottosegretario Elisabetta Casellati e vedrebbe bene al Csm anche Ignazio La Russa, che pur essendo di Fratelli d’Italia gode della stima e dell’amicizia del Cavaliere.
Anche se però il principale ostacolo all’operazione pare essere soprattutto La Russa che preferirebbe essere indicato alla Consulta.
Si capisce così perchè tra gli azzurri aleggi il sospetto, anzi la convinzione, che l’opposizione fantasma di Forza Italia a Renzi sia una delle contropartite del patto di reciproco sostegno: “Silvio ci sacrifica per difendere le sue ragioni”.
Prima ha sacrificato il Senato, ora rinuncia a fare opposizione sull’economia pur di stare al tavolo della trattativa con Renzi. E di tutelare i dossier che gli stanno a cuore.
Come il Csm e come la riforma della giustizia, dove chi ha visto i testi sul falso in bilancio — o meglio, le bozze perchè i testi non sono ancora all’attenzione della Camere — li definisce particolarmente “blandi”.
L’ultimo sondaggio è da brivido. Ma pare non abbia impensierito molto Berlusconi. Forza Italia è al 14, mentre Renzi sale.
Ma l’ordine di scuderia è sempre lo stesso: “Non attaccate”.
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
“CHIEDEREMO LE DIMISSIONI DI TUTTI I CAPI DEI VARI CORPI E DI CHI CI GOVERNA: O RESTANO LORO O NOI”… PROTESTE ANCHE DI MEDICI E INFERMIERI
Non solo la sospensione degli straordinari, come minacciano alla questura di Bologna. Ma un vero e proprio sciopero generale delle forze dell’ordine.
E’ quello che minacciano sindacati di polizia e Cocer Interforze (le organizzazioni che rappresentano i militari) che oggi, 4 settembre, si sono riuniti per fare il punto della situazione dopo le dichiarazioni del ministro per la Pubblica amministrazione Marianna Madia, sul proseguimento del blocco contrattuale nel 2015.
“Per la prima volta nella storia della nostra Repubblica — dicono i sindacati — siamo costretti, verificata la totale chiusura del Governo ad ascoltare le esigenze delle donne e degli uomini in uniforme per garantire il funzionamento del sistema a tutela della sicurezza, del soccorso pubblico e della difesa del nostro Paese, a dichiarare lo sciopero generale”.
Per i sindacati delle forze dell’ordine “il governo ha tradito il personale in uniforme”. Così i sindacati della Consulta sicurezza si schierano contro i “contratti degli statali bloccati sino al 2015, compresi quindi forze di polizia e vigili del fuoco”.
E annunciano una prima forma di protesta: #piazzapermanente, che vedrà un camper itinerante informare i cittadini in tutta Italia sulla situazione e un presidio permanente a Montecitorio, oltre allo “stato di agitazione permanente con ulteriori proteste eclatanti”.
Dopo poco arriva la replica del presidente del Consiglio Matteo Renzi: “Riceverò personalmente gli uomini in divisa ma non accetto ricatti”. In un momento di crisi per tutti, fare sciopero perchè non ti danno l’aumento quando ci sono milioni di disoccupati è ingiusto”.
Come se lui avesse rinunciato a metà del ricco stipendio a favore dei disoccupati…
Ha solo rovinato il bilancio statale facendo la marchetta degli 80 euro per vincere le elezioni europee.
Sindacati di polizia e Cocer: “Chiederemo le dimissioni di tutti i capi dei corpi”
Per sindacati e Cocer “qualora nella legge di stabilità sia previsto il rinnovo del blocco del tetto salariale — spiegano le organizzazioni di categoria — chiederemo le dimissioni di tutti i capi dei vari Corpi e Dipartimenti, civili e militari, e dei relativi ministri poichè non sono stati capaci di rappresentare i sacrifici, la specificità , la professionalità e l’abnegazione del proprio personale. La frattura che si creerebbe in tale scenario — sottolineano — sarebbe insanabile; o restano loro oppure tutti quelli che si sacrificano, ogni giorno e in ogni angolo del Paese e dell’intero mondo per garantire sicurezza e difesa”.
“Quando abbiamo scelto di servire il Paese, per garantire Difesa, Sicurezza e Soccorso pubblico — proseguono — eravamo consci di aver intrapreso una missione votata alla totale dedizione alla Patria e ai suoi cittadini con condizioni difficili per mancanza di mezzi e di risorse. Quello che certamente non credevamo è che chi è stato onorato dal popolo italiano a rappresentare le Istituzioni democratiche ai massimi livelli, non avesse nemmeno la riconoscenza per coloro che, per poco più di 1.300 euro al mese, sono pronti a sacrificare la propria vita per il Paese”.
I segretari generali Gianni Tonelli (Sap, Polizia di Stato), Donato Capece (Sappe, Polizia Penitenziaria), Marco Moroni (Sapaf, Corpo Forestale) e Antonio Brizzi (Conapo, Vigili del Fuoco), riuniti nella Consulta sicurezza contestano “la doccia fredda del ministro Madia che smentisce clamorosamente i colleghi di governo”.
Per i sindacati il danno è dovuto alla “specificità delle carriere del nostro personale” e determina promozioni con assunzioni di responsabilità senza però “corresponsione di nessun aumento retributivo”.
Il danno — si legge in una nota — si aggira, per le qualifiche intermedie, sui 400 euro netti mensili in meno per il personale. I segretari chiedono “una vera riforma della sicurezza che riorganizzi le troppe forze di polizia salvaguardando le rispettive specificità e professionali” ed accorpi i dipartimenti ministeriali per una minore spesa pubblica”.
Prosegue la Consulta: “Sono riforme che avrebbero consentito non solo maggiore sicurezza dei cittadini e taglio di spesa pubblica da destinare alle famiglie, ma anche lo sblocco del tetto stipendiale del personale”.
I sindacati rivolti al governo chiedono al presidente del Consiglio Renzi e ai ministri competenti Alfano, Pinotti, Martina e Orlando, da addetti ai lavori, “di ascoltare le nostre proposte di riforma e di risparmio oltre a di riconoscere con i fatti la specificità lavorativa sancita con la legge 183 del 2010″.
Protestano anche medici e infemieri
E ora alle proteste si aggiungono anche medici e infermieri. “Un nuovo blocco delle retribuzioni — commenta Annalisa Silvestro, senatrice del Pd e presidente della Federazione dei collegi Ipasvi — non è tollerabile per professionisti che garantiscono i livelli di salute dei cittadini. Quello della sanità è un servizio pubblico essenziale e a colpi di tagli, blocchi di organici, impossibilità di carriera, aumento dei carichi di lavoro e demotivazione degli operatori non può farcela più”.
Non parlano di sciopero o altre proteste eclatanti, ma i medici del Servizio sanitario nazionale sono delusi e amareggiati dalla proroga del blocco dei contratti della Pubblica amministrazione. C’è chi, come il presidente della Cimo Riccardo Cassi, si aspettava almeno qualche apertura e chi, come il segretario nazionale dell’Anaao Assomed Costantino Troise accusa il governo di “rastrellare risorse dai soliti”.
C’è poi ancora chi, come il segretario nazionale della Cgil Medici Massimo Cozza, fa il conto dei giorni di blocco contrattuale “oltre 1800 giorni” e chi, come il vice presidente dell’Aaaroi-Emac Fabio Cricelli, teme l’estensione del blocco “anche per il 2016″.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
LA PROTESTA RIGUARDERA’ ANCHE I CONTROLLI IN PIAZZA VERDI, IN STAZIONE E ALLO STADIO
I sindacati di polizia di Bologna non concederanno più deroghe di orario per l’ordine pubblico nè rinnovi
delle deroghe agli orari non contrattualizzati.
Lo annunciano Siulp, Siap, Silp-Cgil, Ugl polizia, Coisp, Consap-Adp e Uil Polizia.
“Sappiamo che si tratta di una decisione grave – spiegano le organizzazioni sindacali degli agenti – ma è assolutamente necessaria. E’ solo il primo passo” di una nuova fase di lotta “anche in risposta alle dichiarazioni fatte ieri dal Ministro Marianna Madia che annunciano il protrarsi del blocco dei contratti”.
“E’ sotto gli occhi di tutti come le condizioni lavorative ed economiche dei poliziotti stiano raggiungendo livelli sempre più insostenibili”, scrivono i sinbdacati.
Alle problematiche rimaste irrisolte da tempo si sono aggiunte negli ultimi tempi “nuove e delicate questioni che minano e mortificano in maniera oltremodo pesante l’attività lavorativa del personale. Sono anni, infatti che denunciamo il profondo stato di malessere dovuto al prolungamento di un blocco stipendiale che dura ormai da anni”
I sindacati spiegano che è “ora di dare il nostro messaggio forte e chiaro al Dipartimento e pertanto, anche nella provincia di Bologna, come è già in corso in altri capoluoghi, finchè non riceveremo risposte rapide ed esaustive, quale forma di protesta incisiva a carattere nazionale, non concederemo più, con effetto immediato: le deroghe di orario relative all’ordine pubblico (P.zza Verdi, Stadio, Stazione e accompagnamenti da e per il Cara etc.etc), i rinnovi delle deroghe agli orari non contrattualizzati”.
Inoltre, da domani, le sigle sindacali “non parteciperanno ai lavori delle Commissioni”.
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
LA CRITICA AL CAPITALISMO MODERNO DELL’ECONOMISTA FRANCESE THOMAS PIKETTY FA DISCUTERE
Il successo internazionale del libro dell’economista francese Thomas Piketty non ha precedenti.
Le 952 pagine di storia delle diseguaglianze e di critica al capitalismo contemporaneo sono diventate nel corso di quest’anno le più citate (anche se magari non sempre lette) da media, esperti, politici, soprattutto dopo la trionfale tournèe dell’autore negli Stati Uniti, quando il columnist del «New York Times» David Brooks gli ha dedicato un editoriale dal titolo The Piketty Phenomenon evocando (con ironia) la Beatlemania. Piketty ha raccolto gli elogi incondizionati dei premi Nobel Paul Krugman e Joseph Stiglitz, le critiche del «Wall Street Journal» e del «Financial Times» (quest’ultimo protagonista di una contesa sui dati proposti da Piketty), l’approvazione dell’«Economist».
L’accoglienza nel mondo anglosassone ha generato un ritorno di interesse anche in Francia, dove il volume era uscito sei mesi prima suscitando meno clamore.
In patria alcune voci a destra sono state severe (Nicolas Bavarez aveva dato a Piketty del «Karl Marx da sotto-prefettura») ma soprattutto Piketty, ex consigliere economico di Sègolène Royal, da sempre schierato a sinistra, è sembrato infastidire i suoi compagni, la gauche di governo, quella del presidente della Repubblica.
In campagna elettorale Hollande aveva promesso una «rivoluzione fiscale» ampiamente ispirata agli studi di Piketty sulle diseguaglianze, ma una volta eletto ha abbandonato il progetto.
Le ricette – ormai ribattezzate Pikettynomics – prevedevano la trattenuta alla fonte (in Francia si paga dopo) e una tassazione progressiva dei redditi e dei capitali insieme, ma il presidente le ha ben presto accantonate.
Anzi, la crisi di governo degli ultimi giorni e la nascita dell’esecutivo Valls II ha reso ancora più distanti le posizioni di Hollande e Piketty, che già non stimava il presidente («vale poco», è il suo giudizio).
L’idea di fondo del Capitale nel XXI secolo attira consensi più delle soluzioni che ne discendono: Piketty critica una struttura economica del capitalismo ridiventata ottocentesca, dopo due guerre mondiali che avevano distrutto grandi fortune e creato enormi opportunità .
Oggi, secondo Piketty, siamo tornati a un’era in cui non vale la pena lavorare, perchè il mondo si fonda sui patrimoni accumulati senza fatica e non sui redditi frutto di merito e talento.
Fin qui, l’interesse è grande, in America e in Europa.
Quando però si passa ai rimedi concreti proposti da Piketty, le cose si complicano. Specie in Francia, dove il governo potrebbe tenere conto del suo lavoro e non lo fa.
Il partito è spaccato, l’ala sinistra responsabile della fronda è stata cacciata dall’esecutivo.
Piketty, profeta inascoltato in patria, conferma la sua avversione a Hollande.
«Che penso dei deputati socialisti che si sono ribellati? Avrebbero dovuto farlo prima».
Stefano Montefiori
(da “il Corriere della Sera“)
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
EVITATA L’APOCALISSE MARXISTA, OCCORRE CHE LE SOCIETA’ RIPRENDANO POTERE SULL’INTERESSE PRIVATO, MA SENZA PROTEZIONISMI
La questione della distribuzione delle ricchezze è oggi una delle più rilevanti e dibattute. Ma che cosa si sa,
davvero, del suo sviluppo sul lungo termine?
La dinamica dell’accumulazione del capitale privato comporta inevitabilmente una concentrazione sempre più forte della ricchezza e del potere in poche mani, come pensava Marx nel XIX secolo?
Oppure le dinamiche equilibratrici della crescita, della concorrenza e del progresso tecnico determinano, nelle fasi avanzate del processo economico, una riduzione spontanea delle disuguaglianze e un’armonica stabilizzazione dei beni, come pensava Kuznets nel XX secolo?
Che cosa sappiamo realmente del processo di distribuzione dei redditi e dei patrimoni dal XVIII secolo in poi, e quali lezioni possiamo trarne per il XXI
Sono queste le domande alle quali tento di rispondere.
Diciamolo subito: le risposte da me suggerite sono imperfette e incomplete. Ma sono fondate su dati storici e comparativi più ampi rispetto a quelli offerti da tutti i lavori precedenti, e trovano posto entro un quadro teorico rinnovato che consente di comprendere meglio le tendenze e i meccanismi messi in campo.
La crescita moderna e la diffusione delle conoscenze hanno permesso di evitare l’apocalisse marxista, ma non hanno modificato le strutture profonde del capitale e delle disuguaglianze, o non nella misura in cui si è immaginato potessero farlo nei decenni di ottimismo del secondo dopoguerra.
Quando il tasso di rendimento del capitale supera regolarmente il tasso di crescita del prodotto e del reddito – come accadde fino al XIX secolo e come rischia di accadere di nuovo nel XXI – il capitalismo produce automaticamente disuguaglianze insostenibili, arbitrarie, che rimettono in questione dalle fondamenta i valori meritocratici sui quali si reggono le nostre società democratiche.
Tuttavia, esistono strumenti in grado di far sì che la democrazia e l’interesse generale riprendano il controllo del capitalismo e degli interessi privati, senza peraltro fare ricorso a misure protezionistiche e nazionalistiche.
Questo libro tenta di avanzare proposte in tal senso, appellandosi agli insegnamenti che si possono trarre dalle esperienze storiche. Il racconto di tali esperienze costituisce la trama principale dell’opera.
Un dibattito senza fonti?
Per lungo tempo i dibattiti intellettuali e politici sulla distribuzione delle ricchezze sono stati caratterizzati da troppi pregiudizi e pochissimi fatti.
Sarebbe certo sbagliato sottovalutare l’importanza delle conoscenze intuitive che ciascuno, nella propria epoca, in assenza di qualsiasi quadro teorico e di qualsiasi statistica significativa, ha sviluppato in materia di redditi e patrimoni.
Vedremo per esempio come il cinema e la letteratura, in particolare il romanzo del XIX secolo, abbondino di informazioni assai precise sui livelli di vita e di ricchezza dei differenti gruppi sociali, e soprattutto sulla struttura profonda delle disuguaglianze. (…)
I romanzi di Jane Austen e di Balzac, in particolare, ci offrono quadri assai esaurienti della distribuzione delle ricchezze nel Regno Unito e in Francia nel periodo 1790-1830.
I due narratori dispongono di una conoscenza profonda della gerarchia dei patrimoni in vigore alla loro epoca. Ne sanno cogliere i segreti confini, ne conoscono le implacabili conseguenze sulla vita degli uomini e delle donne di allora. Ne ripercorrono le implicazioni con una potenza evocativa che nessuna statistica, nessuna dotta analisi, saprebbero uguagliare. (…)
Rimettere la questione della distribuzione al centro dell’analisi economica
La questione è importante, e non solo per ragioni storiche. A partire dagli anni Settanta del XX secolo le disuguaglianze all’interno dei Paesi ricchi – in particolare negli Stati Uniti, dove nel primo decennio del XXI secolo la concentrazione dei redditi ha raggiunto, o leggermente superato, il livello record del decennio tra il 1910 e il 1920 – si sono di nuovo accentuate: per cui diventa essenziale comprendere bene perchè e come esse siano diminuite la prima volta.
È vero che la crescita fortissima dei Paesi poveri ed emergenti, in particolare della Cina, costituisce un notevole potenziale fattore di riduzione delle disuguaglianze a livello mondiale, così com’è accaduto per la crescita dei Paesi ricchi durante i Trente glorieuse .
Ma è anche vero che tale processo solleva forti inquietudini in seno ai Paesi emergenti, e ancor più tra i Paesi ricchi.
Tra l’altro, gli squilibri impressionanti osservati negli ultimi decenni sui mercati finanziari, petroliferi e immobiliari possono suscitare comprensibili dubbi circa il carattere ineluttabile del «percorso di crescita equilibrata» descritto da Solow e Kuznets, secondo il quale tutto deve presumibilmente crescere allo stesso ritmo.
La domanda che preoccupa è: non sarà che il mondo del 2050 o del 2100 finirà nelle mani dei trader, degli alti dirigenti e dei detentori di patrimoni rilevanti, o dei Paesi produttori di petrolio, o della Banca della Cina, o addirittura dei paradisi fiscali che faranno da copertura, in un modo o nell’altro, a tutti costoro?
E secondo noi sarebbe assurdo non porla, continuando a pensare, per principio, che la crescita sia per sua natura a lungo termine «equilibrata».
In un certo modo, oggi, agli inizi del XXI secolo, ci troviamo nella stessa situazione degli osservatori del XIX secolo: assistiamo a trasformazioni impressionanti, ed è ben difficile sapere fin dove potranno portare e come si presenterà la distribuzione delle ricchezze nell’arco di qualche decennio, tra un Paese e l’altro e all’interno del medesimo Paese.
Gli economisti del XIX secolo hanno avuto un merito immenso: hanno posto il problema della distribuzione al centro dell’analisi, e hanno cercato di studiarne le tendenze sul lungo periodo.
Le loro risposte non sono sempre state soddisfacenti, ma almeno rispondevano a delle buone domande.
Invece, oggi, non abbiamo alcuna ragione di credere nel carattere automaticamente equilibrato della crescita.
Oggi è più urgente che mai rimettere la questione delle disuguaglianze al centro dell’analisi economica e tornare a porre le domande lasciate senza adeguata risposta nel XIX secolo.
Per troppo tempo il problema della distribuzione delle ricchezze è stato trascurato dagli economisti, in parte a seguito delle conclusioni ottimistiche di Kuznets, in parte a causa di un’eccessiva simpatia della professione per i modelli matematici semplicistici, i cosiddetti modelli «a parametri rappresentativi».
E, per rimettere la questione della distribuzione al centro dell’analisi, bisogna cominciare con il raccogliere il massimo numero di dati storici, in modo da capire meglio gli sviluppi del passato e le tendenze del presente.
Perchè è stabilendo con pazienza fatti e costanti, è confrontando le esperienze dei diversi Paesi, che possiamo sperare di individuare meglio i meccanismi in gioco e chiarirci le idee per il futuro.
Stefano Montefiori
(traduzione di Sergio Arecco )
© EDITIONS DU SEUIL, 2013
2014, BOMPIANI/ RCS LIBRI
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