Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
L’ITALIA HA PAGATO 3,5 MILIARDI DI EURO DI MULTE ALLE UE PER AVER VIOLATO LE NORME…SE E’ COLPA DEI VARI PREMIER E MINISTRI, PERCHE’ NON VALE PER LORO LA RESPONSABILITA’ CIVILE?
“Chi sbaglia paga», annuncia trionfante Matteo Renzi presentando alla stampa le slide delle sue riforme della giustizia che, a parte quelle sul processo civile in forma di decreto, planeranno sul Parlamento a bordo di tanti disegni di legge per atterrare nel binario morto delle questioni “divisive” da non discutere nemmeno, per non offendere Berlusconi & Alfano.
Il premier ce l’ha ovviamente con i magistrati che — a suo dire — oggi non pagherebbero i loro errori.
Forse non sa che le toghe sorprese a delinquere finiscono in galera, diversamente dai parlamentari, coperti dallo scudo spaziale dell’immunità (appena regalata anche ai sindaci e consiglieri regionali che saranno nominati dalle Regioni nel nuovo Senato).
C’è poi la responsabilità disciplinare, già sanzionata dal Csm.
Quella civile — a cui si riferisce Renzi — riguarda i casi di “dolo e colpa grave”: quando cioè il magistrato sbaglia apposta, oppure è così insipiente da ignorare la legge o una prova macroscopica a discarico (ma anche a carico) dell’imputato.
Casi comunque rarissimi, su milioni di processi celebrati ogni anno.
Domanda: e la responsabilità civile dei politici?
Sarebbe una riforma interessante, anche se presupporrebbe che il tacchino si gettasse spontaneamente nella padella.
Da anni, per esempio, lorsignori la menano con le multe europee allo Stato italiano per le galere sovraffollate: la colpa grave, anzi il dolo, è dei governi e dei parlamenti che si succedono da decenni e si guardano bene dal costruire nuove carceri.
Eppure le multe le pagano i cittadini con le tasse.
In politica, chi sbaglia non paga e mette in conto a noi.
Altro esempio: a fine luglio la Cassazione ha dato ragione ad Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, sequestrata nel 2013 con la figlioletta di sei anni dalla polizia italiana, che le rinchiuse in un Cie e infine le fece deportare in patria, dove scattarono le manette.
«Il trattenimento illegittimo — scrive la Suprema Corte — determina il diritto al risarcimento del danno per la materiale privazione della libertà personale».
Ora i legali della donna preparano una mega-causa per chiedere i danni materiali e morali al ministero dell’Interno, colpevole di un rimpatrio viziato da “manifesta illegittimità originaria”: mamma e figlia avevano le carte in regola per soggiornare in Italia, ma nessuno s’è dato pena di tradurre i documenti che lo comprovavano (passaporto diplomatico del Centrafrica e due permessi di soggiorno rilasciati da Gran Bretagna e Lettonia).
Si spera che, nel governo del “chi sbaglia paga”, Renzi chieda al ministro dell’Interno Angelino Alfano di metter mano al portafogli per sborsare il risarcimento di tasca sua. O no?
Da quando esiste l’Europa unita, l’Italia ha scucito circa 3,5 miliardi di euro in multe per centinaia di violazioni di norme comunitarie.
E vanta tuttora il record continentale delle procedure di infrazione: al momento ne pendono 120. Tutte per responsabilità dei premier, dei ministri e delle maggioranze che hanno calpestato leggi e ignorato direttive, raccomandazioni e sentenze delle Corti europee.
Tutti casi di dolo e di colpa grave, visto che le procedure scattano dopo vari avvertimenti e messe in mora, seguiti da mesi o anni di inadempienze.
Le materie sono le più diverse: dall’emergenza rifiuti (in Campania, ma anche a Roma) ai debiti dello Stato verso le imprese fornitrici, dai rimborsi dell’Iva alle aziende a diverse leggi vergogna dell’èra berlusconiana (dalla Gasparri in giù), dal trattamento dei disabili ai diritti dei consumatori, dalla messa in sicurezza delle scorie nucleari agli scempi dell’Ilva di Taranto coperti da tutti i governi di ogni colore dell’ultimo ventennio.
Senza contare la mancata ratifica di trattati e convenzioni, regolarmente firmati e poi disattesi: la convenzione anticorruzione di Strasburgo, per dire, è lettera morta dal 1999.
Mentre Renzi e il ministro Orlando approntano la legge sulla responsabilità civile dei magistrati, facciano la cortesia: aggiungano tre paroline, “e dei politici”.
I cittadini, sentitamente, ringrazieranno.
Marco Travaglio
(da “L’Espresso”)
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Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
COME DARE PER CONCLUSO UN LAVORO APPENA AGLI INIZI…E LAVORARE SOLO SULLA PRESCRIZIONE NON PROMETTE NULLA DI BUONO
Mi ha colpito qualche tempo fa un tweet di Alessia Morani, responsabile giustizia del Pd. 
Dopo un voto in Consiglio dei Ministri, esultava per una presunta approvazione della riforma della giustizia, parlando di “promessa mantenuta”.
Per gli standard italiani con i suoi trentotto anni Morani è giovane, il che giustifica il suo curriculum quasi inesistente.
Per gli standard europei, invece, giovane non lo è affatto e la mancanza di titoli oltre la laurea in giurisprudenza — molti ritengono che sia stata catapultata nel ruolo -, forse aiuta a comprendere qualcosa in più della retorica del “ci penso io” abusata da Berlusconi e che purtroppo sembra appartenere anche a Renzi.
Quella fretta immotivata nel dare per conclusi percorsi riformatori, che magari non sono neanche iniziati, induce a pensare che la responsabile giustizia del Pd è forse un semplice specchietto per le allodole.
E questo riguarda a maggior ragione una riforma tanto complessa come quella della giustizia.
Una riforma difficile da comunicare, difficile da spiegare in poche parole, ma che di fatto ha ricadute pesantissime sulla vita di tutti.
Un terreno minato da venti anni di conflitto di interessi berlusconiano, da promesse di mutamenti strutturali che altro non erano che esche per attirare l’attenzione dei media, mentre nelle segrete stanze — con la utile cooperazione anche dell’attuale ministro degli Interni, all’epoca Guardasigilli — si approvavano i papocchi ad personam destinati a essere poi invalidati dalla Corte Costituzionale.
Leggere dunque di promessa mantenuta, dopo una semplice approvazione in Consiglio dei Ministri, fa pensare che dal pantano non usciremo mai.
Ad oggi, non sono affatto chiari i contenuti di una riforma che si preannuncia articolata, riguardando sia il processo civile che quello penale.
Ma emerge con forza la duplice anima di questo intervento legislativo: in ambito civile il tentativo di abbattere il contenzioso privatizzando la giurisdizione; in ambito penale la lotta alle lungaggini del processo pare appuntarsi sulla prescrizione del reato, utile (e ormai consunto) elastico del sistema.
Quando si parla di prescrizione nel procedimento penale non si può però non considerare che ben tre quarti dei procedimenti si prescrivono prima del giudizio, nel corso delle indagini preliminari.
In riferimento a questi “processi mai nati” — tradimento del principio di obbligatorietà dell’azione penale — il legislatore non dice nulla: dunque parlare di riforma della prescrizione per rendere più efficace il processo penale finisce per essere una mera petizione di principio.
Sembra una riforma che ancora una volta si affanna a mutare la posizione degli addendi nella speranza vana che la somma cambi.
Un caso esemplare di questa “tecnica legislativa” è la creazione del Tribunale di Aversa (Napoli-Nord), figlia della risistemazione della geografia giudiziaria voluta dal precedente Governo.
Nonostante l’opposizione dei magistrati della Dda, che paventavano un danno per la lotta alla criminalità organizzata molto forte sul territorio, e quella di buona parte degli avvocati del Foro di Santa Maria Capua Vetere (dalla cui costola è nato quello Aversa), si decideva di andare avanti.
Risultato: da una sede disagiata e in perenne carenza di organico, si è creato, a parità di personale, un nuovo Tribunale.
Oggi, a Santa Maria Capua Vetere, se una donna abbandonata dal marito prova a presentare una querela per il mancato versamento degli alimenti per i figli minori, può attendere anche sei mesi prima che il procedimento relativo venga iscritto.
Lo stesso se si denuncia un illecito sversamento di rifiuti: questa la realtà , al di là della retorica sulla Terra dei Fuochi (dove i fuochi continuano ad ardere).
Una riforma, senza le necessarie dotazioni economiche, può essere un fattore di inefficienza ancora maggiore, intervenendo in maniera nefasta su equilibri, magari precari ma esistenti, consolidatisi nel tempo.
Perchè invece una riforma abbia effetti, le risorse necessarie devono essere recuperate razionalizzando la spesa pubblica dove crea inefficienze.
Basterebbe guardarsi attorno per individuare le centrali dello spreco: è lì che bisogna intervenire per salvare la possibilità di cambiamento di questo Paese.
Roberto Saviano
(da “La Repubblica”)
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Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
“CI SONO AGENTI CHE VIVONO IN AUTO PERCHE’ NON POSSONO PERMETTERSI UN AFFITTO E SPESSO DEVONO PAGARE DI TASCA LORO ANCHE I BLITZ. QUEI SOLDI LI RIVEDONO DOPO 18 MESI”
Uno stipendio da 1300 euro al mese dopo 15 anni di servizio. È questa la situazione in cui vive il 70 % dei poliziotti italiani.
Lo dice Felice Romano, segretario generale del Sindacato italiano dei lavoratori della Polizia di Stato (Siulp), che descrive una situazione di difficoltà per la maggior parte degli agenti: “I continui tagli alla spesa per il corpo di polizia -spiega — hanno fatto sì che non ci siano nemmeno più alloggi per chi vive fuori sede. Altri, invece, una casa ce l’avevano ma l’hanno persa perchè lo Stato ha smesso di pagare gli affitti e, con poco più di mille euro, è difficile mantenere una famiglia. Ci sono casi di colleghi costretti a dormire in auto, una situazione inaccettabile”.
Le forze dell’ordine che hanno visto prolungarsi il blocco degli stipendi fino al 2015 rappresentano, come scrive Il Sole 24 Ore, il 16,6% dei dipendenti pubblici.
Sarà il primo sciopero generale congiunto di Carabinieri e Polizia nella storia della Repubblica. Lo stop all’aumento dei salari fino al 2015 ha scatenato le proteste delle forze dell’ordine che non possono usufruire di scatti di stipendio dal 2010.
Le sigle sindacali si sono unite per protestare contro la decisione del Governo, con i segretari delle sigle sindacali riunite che hanno alzato la voce.
Luigi Angeletti, segretario generale della Uil intervenuto alla Festa del Pd di Bologna, ha definito lo Stato “il peggior datore di lavoro”.
Intanto, a Bologna alcuni sindacati hanno già indetto lo stop agli straordinari e Polizia, Polizia Penitenziaria, Corpo Forestale dello Stato, Vigili del Fuoco e Cocer (Consiglio centrale di rappresentanza) minacciano dure proteste.
Un’astensione dal servizio sembra improbabile, visto che militari e poliziotti rischiano provvedimenti pesanti con conseguenze penali.
Le manifestazioni, però, sono annunciate e le “divise” chiedono le dimissioni del ministro della Difesa, Roberta Pinotti, e di Angelino Alfano, ministro dell’Interno.
“A volte succede — continua Romano — che i poliziotti si trovino a dover fare un blitz o un intervento e non ci son o i soldi per permetterlo. In quel caso sono gli agenti che, di tasca loro, si pagano le spese di trasporto, vitto e, se serve, alloggio. Quei soldi verranno restituiti dopo 18 mesi, ma intanto i poliziotti pagano le tasse su quella parte di stipendio che, in realtà , è come se non riscuotessero”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
VIA LIBERA DEI MINISTRI PINOTTI E LORENZIN
Lo Stato produrrà marijuana a uso terapeutico. 
Verrà coltivata dall’esercito, nello stabilimento chimico militare di Firenze. Il via libera è stato dato dai ministri della Difesa e della Salute Roberta Pinotti e Beatrice Lorenzin, dopo varie polemiche e rallentamenti.
La notizia, anticipata dal quotidiano La Stampa, verrà ufficializzata entro settembre. Oggi lo stabilimento fiorentino, nato con l’obiettivo di produrre medicinali per il mondo militare, ha esteso la sua attività anche al settore civile.
Ora preparerà anche i farmaci derivati dalla cannabis finora importati dall’estero a costi elevati.
In farmacia nel 2015.
Tra i ministeri della Difesa e della Salute era stato istituito un tavolo di lavoro, dove la questione è stata esaminata anche con l’Istituto farmaceutico militare. Adesso sono in via di stesura i protocolli attuativi.
A questo punto, non è escluso che entro il 2015 i farmaci cannabinoidi saranno già disponibili nelle farmacie italiane.
Nel nostro paese l’utilizzo di questi medicinali è consentito dal 2007, ma per ottenerli bisogna affrontare una procedura complessa e lunga. Per questo sono pochissimi i pazienti che accedono a queste cure.
Dopo anni di dibattito sull’uso della cannabis terapeutica, si tratta di un passo avanti. Il ministro Lorenzin si è sempre detta disponibile, a patto però di trattare la marijuana solo come farmaco.
Resta dunque in vigore, il divieto di liberalizzare questa sostanza a scopi ricreativi.
Le reazioni.
Secondo l’oncologo Umberto Veronesi, “è giustissimo usare e coltivare” la marijuana a scopo terapeutico. “La marijuana – afferma Veronesi – è un ottimo farmaco. Siccome è anche uno stupefacente, si ha sempre paura ad usarlo. Invece è ottimo contro il dolore, contro i malesseri, contro il vomito, è un sedativo. E’ la stessa cosa che è successa con la morfina, che per anni non sono riuscito a far avere a questi poveri diavoli che soffrivano. E’ giustissimo usarla e coltivarla. Io sono anche per la liberalizzazione, ma questo è un altro discorso”.
Uno dei primi a suggerire la coltivazione della cannabis in strutture gestite da autorità competenti, come lo stabilimento chimico di Firenze, era stato il senatore del Pd e presidente della Commissione per i diritti umani del Senato, Luigi Manconi. “L’utilizzo di questi farmaci è consentito nel nostro paese dal lontano 2007, eppure, nel corso del 2013 appena qualche decina di pazienti ha potuto farvi ricorso – commenta Manconi – . Questo per una procedura lenta e farraginosa che prevede il seguente percorso: medico curante, farmacia ospedaliera, ministero della Salute, ancora farmacia ospedaliera, quindi importazione e infine paziente. L’acquisto all’estero di questi farmaci comporta tempi infinitamente lunghi per la loro disponibilità e costi abnormi per singolo prodotto. E questo ha fatto sì che a tutt’oggi non una sola azienda farmaceutica italiana abbia chiesto la licenza per questa produzione. Da qui la mia proposta di affidare allo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, che già produce presidi sanitari e medicinali, l’incarico di provvedere al fabbisogno nazionale, nelle condizioni di massima sicurezza”.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
CHI RICEVE GLI 80 EURO PERDERA’ IL 4,1% DEL SALARIO, GLI ALTRI IL 9%
Con la sua estensione al 2015 annunciata mercoledì dal governo, il lungo blocco dei contratti pubblici arriverà a costare in media l’anno prossimo il 9% dello stipendio netto; per le fasce di reddito più basse, interessate quindi dal «bonus» di 80 euro introdotto a maggio dal decreto Irpef, il costo cumulato delle manovre non si azzera, ma scende sensibilmente fino ad attestarsi al 4,1 per cento.
Si possono sintetizzare così gli effetti del lungo stop contrattuale, che nel pubblico impiego ha fermato i rinnovi dal 2010, quando la crisi che si era estesa alla finanza pubblica e al debito convinse il Governo Berlusconi-Tremonti a fermare i rinnovi contrattuali: uno stop confermato da Monti e Letta, secondo un filone che ora segue anche Matteo Renzi com’era prevedibile dalla lettura del Def di primavera e soprattutto dallo stato della finanza pubblica italiana.
Per pesare il costo effettivo, calcolato naturalmente in termini di mancati aumenti, che la fila indiana di manovre sul pubblico impiego ha imposto alle buste paga dei dipendenti statali e locali bisogna far riferimento all’Ipca, cioè l’«indice dei prezzi al consumo armonizzato» che l’Istat comunica ogni anno e che avrebbe dovuto misurare dal 2010 gli aumenti di ogni tornata contrattuale.
Con la nuova puntata del 2015 (la legge di stabilità si occuperà del triennio, ma vista la temperatura politica sul tema è prematuro ora esplorare orizzonti più ampi del prossimo anno), il congelamento dei rinnovi contrattuali si tradurrebbe in un taglio cumulato dell’11,8% sugli stipendi lordi (l’Ipca 2015 per ora previsto è dell’1,3%).
In termini effettivi, cioè al netto delle tasse, la manovra si rivela un po’ meno pesante, soprattutto perchè la corsa del Fisco regionale e locale avrebbe assorbito una parte degli aumenti contrattuali: tenendo presente questo fattore, il costo effettivo si rivela del 9 per cento.
In altri termini, se crisi finanziaria e Governi non avessero fermato la macchina contrattuale, lo stipendio 2015 degli statali sarebbe stato mediamente del 9% più alto rispetto a quello che sarà scritto nei cedolini reali.
Per i vertici delle agenzie fiscali si tratta in media di quasi 10.100 euro all’anno in meno, per un dirigente medio ministeriale la “perdita” netta si avvicina ai 4.600 euro all’anno mentre per un impiegato con anzianità media di Palazzo Chigi supera di poco i 2.500 euro.
I valori in gioco cambiano però per i tanti dipendenti pubblici che, lontani dalle fasce dirigenziali e soprattutto con poca anzianità , rientrano nel raggio d’azione del «bonus» da 80 euro che il Governo ha intenzione di rendere strutturale con la legge di stabilità . Nel confronto fra «bonus» e rinnovo contrattuale evocato dal ministro della Pa Maria Anna Madia, il primo è sicuramente vincente se si guarda solo al 2014-2015: riavviare la macchina contrattuale, senza ovviamente recuperare gli arretrati anche perchè questa ipotesi è esclusa espressamente dalle vecchie manovre, porterebbe a uno stipendio netto da 17.100 euro poco più di 200 euro netti all’anno (275 euro lordi), mentre il bonus ne promette per il prossimo anno 960.
Questa spinta, però, non basta a recuperare tutte le risorse lasciate sul campo negli anni passati: dal 2010 a oggi, con la macchina contrattuale a regime, lo stipendio iniziale da 17mila euro netti di un dipendente a inizio carriera sarebbe salito verso quota 18.800 euro, mentre il «bonus-Renzi» non riesce ad alzarlo oltre quota 18.100. L’effetto-congelamento, insomma, riguarda anche le fasce di reddito basse, anche se fermandosi al 4,1% è più che dimezzato rispetto al 9% “pagato” dagli altri.
Gianni Trovati
(da “Il Sole24ore”)
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Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
I PROVENTI DELLA CAUSA CIVILE DESTINATI DAL FOTOGRAFO OLIVIERO TOSCANO AL PARTITO DI PANNELLA…E ORA ANCHE I QUATTRO MODELLI DELLA FOTO PORTERANNO FDI IN TRIBUNALE
Sapete chi finanzierà la prossima campagna dei radicali sui diritti delle famiglie omoparentali? 
Il partito di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, cioè Fratelli d’Italia.
La notizia, data come divertissement-provocazione, appare sulla newsletter del movimento di Pannella.
Oliviero Toscani, scippato recentemente di un suo manifesto pro coppie gay, cui i Fratelli d’Italia (sia pur non l’establishment) hanno cambiato verso, trasformandolo in un messaggio omofobo, annuncia il destinatario della sua causa.
«In caso di vittoria, i soldi dovranno essere devoluti al Partito Radicale per pagare una campagna a favore delle adozioni per i gay».
Dunque niente beneficenza, come sembrava nelle prime dichiarazioni, ma una perfida triangolazione…
E non finisce qui.
A quanto pare anche i quattro modelli del manifesto faranno ricorso.
«Tutto ciò è semplicemente geniale!», commentano i radicali.
E Pannella ringrazia online la Meloni.
Alessandra Longo
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Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
GLI APPARTAMENTI COSTRUITI DAL GOVERNO BERLUSCONI DOPO IL SISMA NON SONO AFFATTO SICURI…. DOPO IL CROLLO DI TRE GIORNI FA, IL SINDACO HA EMANATO UN’ORDINANZA DI DIVIETO
A Preturo, a soli undici chilometri da L’Aquila, una delle frazioni devastate dal sisma del 2009, di finanziamenti pubblici ne sono arrivati molti per l’aeroporto, dove sono sbarcati i Grandi della Terra, oggi di aerei che decollano e atterrano neppure l’ombra.
Mentre, anche per mancanza di manutenzione, crollano, come fossero di carta pesta, i balconi delle C.a.s.e. costruite per dare un tetto agli sfollati.
“Abbiamo sentito un boato e la prima cosa a cui abbiamo pensato è stato il terremoto e siamo usciti in strada” raccontano i condomini di via Volontè, una delle 19 new town volute dall’allora premier Silvio Berlusconi, che ospitano oltre 16 mila famiglie.
Molte di loro, da ieri, come recita l’ordinanza emessa dal sindaco, non potranno più affacciarsi sui balconi finchè non terminerà il sopralluogo che ne dovrà constatare la non pericolosità .
La causa? “Tutta da accertare” ci spiega il Procuratore capo Fausto Cardella che ha assegnato il fascicolo dell’indagine appena aperta alla dottoressa Roberta D’Avolio.
Reato ipotizzato: crollo colposo di costruzioni.
Nel frattempo che vengano accertate le responsabilità penali, il sindaco Massimo Cialente punta il dito sulla mancanza di risorse per la manutenzione delle C.a.s.e. realizzate con 500 milioni di finanziamento dell’Unione europea che dallo Stato sono passate di proprietà del Comune.
A realizzare i 23 palazzi dislocati tra Preturo, Collebrincioni, Sassa e Arischia era stato un raggruppamento di imprese su bando indetto dalla Protezione civile allora capeggiata da Bertolaso.
Ma “la ditta che ha realizzato la palazzina dove è avvenuto il crollo del balcone è fallita” come fa notare il sindaco.
Tra i condomini c’è chi ancora ricorda quel 19 agosto 2009 quando Silvio Berlusconi con le braccia aperte rivolte alla folla al di là delle transenne “benedì” il cantiere incassando un fiume di applausi.
“Eravamo disperati e lui ci restituiva una casa, dovevamo fischiarlo? Ma se tornasse oggi la musica sarebbe diversa”.
Erano quelli i tempi della distribuzione delle dentiere e dello spumante sul tavolo della cucina da stappare appena varcata la soglia della nuova vita offerta dal governo Berlusconi.
L’importante è fare e il “come” lo vede chi si trova di nuovo senza una casa.
Monica spinge il passeggino della sua piccola Cristina, nata tre anni dopo il terremoto.
È giovane ma i suoi occhi sono tristi nel guardare il palazzo dove è venuto giù il balcone a pochi metri da quello dove abita lei.
Occhi che la morte l’hanno vista troppo da vicino, sotto le macerie ha perduto la sua più cara amica, per poterla dimenticare: “Sono indignata e allo stesso tempo stanca di indignarmi”.
Rabbia e rassegnazione due sentimenti che si respingono e si mescolano fino a togliere la forza per sperare ancora in una vita dignitosa e soprattutto sicura.
Ne sa qualcosa il signor Leonardis, 88 anni, che dorme nella camera che dà sul balcone su cui si è schiantato quello del piano di sopra.
“Era appena mezzogiorno quando sono rientrata in casa e poco dopo un boato ci ha riportato indietro di cinque anni” racconta la figlia Luciana Leonardis proprietaria di un noto ristorante.
“Mio padre è vivo per miracolo, era stato sul balcone fino a qualche minuto prima come fa ogni giorno per annaffiare le piante. Questo è quello che dobbiamo continuare a sopportare, un’angoscia senza fine”.
Due famiglie di nuovo sfollate e molte altre costrette a vivere con la paura finchè tutti i sopralluoghi disposti non accerteranno che non vi è pericolo di altri crolli.
E dire che sono state realizzate senza guardare a spese visto che le C.a.s.e., acronimo di antisismiche, sostenibili, ecocompatibili, sono costate 2.800 euro al metro quadrato.
Case dove vengono giù i balconi, dove anche le caldaie non sono a norma, dove volano via pezzi di tetto, dove gli isolatori antisismici (cilindri posti alla base delle case per rafforzare l’effetto antisismico) sono difettosi come ha dimostrato l’inchiesta sui Grandi Rischi.
A Sassa , altra frazione terremotata, ne sono state evacuate 30 perchè ritenute inagibili. Un dono della Protezione civile di Guido Bertolaso, costruite attraverso un bando di 500 milioni di euro finanziato dall’Unione europea.
È una furia l’assessore al bilancio Lelio De Santis: “Il crollo conferma quello che in tanti avevano detto sul progetto C.a.s.e.: costi pesanti, realizzazioni superficiali e fatte con i piedi, sicurezza poco e nulla e affari per le imprese” che pensa a come mettere in sicurezza le persone prima che vengano giù altri balconi visto che la pioggia continua a cadere e le previsioni non sono benevoli.
E infine si rivolge al governo, reo di non aver stanziato risorse per la manutenzione: “Noi abbiamo messo in bilancio un milione di euro, ma c’è bisogno di fondi straordinari. Poi dobbiamo accelerare le procedure per il soggetto che deve gestire per una manutenzione seria altrimenti il patrimonio cadrà a pezzi”.
Manutenzione ordinaria che il Comune aveva affidato alla società Manutencoop e che richiede almeno nove milioni.
Mentre il tempo continua a dimostrare che il terremoto non è stata la sola disgrazia che si è abbattuta su L’Aquila.
Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
ENTRO IL 12 OTTOBRE VERRANNO RINNOVATI 64 CONSIGLI E COSTITUITE 8 CITTà€ METROPOLITANE: NIENTE ELETTORI, SOLO LOGICHE DI PARTITO… AZZERATE LE LISTE CIVICHE
Un po’ ristrette, un po’ insolventi, molto disordinate, però le Province stanno bene.
E tra un paio di settimane, senza che le piazze siano invase da ingombranti palchetti per i comizi e senza consultare i cittadini con relativo scrutinio notturno e le proiezioni dei sondaggisti, saranno persino rinnovate, rimpinguate.
Ci saranno presidenti (64), consiglieri (760); presidenti di città metropolitane (8) e consiglieri di città metropolitane (162): una carovana un po’ ridotta, rispetto all’epoca di elezione di primo livello, questa è di secondo livello, politici votati votano politici: ce n’erano 2500, adesso saranno 986, ma si scelgono tra loro.
Entro il 12 ottobre e non vi sentite in difetto se la notizia non vi tocca, sparse e con regole miste, ciascuna applica un decreto su misura, le Province si fanno simbolicamente più snelle (anche di democrazia).
Così “leggere” che Vincenzo Bernazzoli di Parma non riesce a scovare 30.000 euro (trentamila euro, avete letto bene) per la manutenzione ordinaria di fatiscenti edifici scolastici.
E ancora covano nei bilanci gli effetti dei continui mancati trasferimenti statali, e ancora le buche attendono una toppa, e i servizi un po’ di carburante: all’improvviso, oggi il problema non è risolto, bensì scomparso.
Il governo di Matteo Renzi, che ha spinto la Costituzione in sala operatoria con l’assistenza di un (ex) Cavaliere, non promette (pardon, non annuncia) nulla sul destino di queste 64 Province: forse un domani saranno abolite davvero, adesso i presidenti si prendono un mandato di 4 anni, i consiglieri s’accontentano di un biennio e sindaci, assessori e sconosciuti membri dei comuni s’apprestano a spartirsi un piccolo, desolante, eremo di potere.
Anche se le piazze non pullulano di manifesti, la campagna elettorale è cominciata da settimane.
E le campagne elettorali locali, proverbialmente faticose e cervellotiche, svolte dai politici per i politici non sono nient’altro che riunioni condominiali per distribuire le poltrone con maggiore comodità .
Lo spirito riformista accompagna le trattative di queste ore, al centrosinistra (cioè al Partito democratico) e al centrodestra (cioè a Forza Italia) non pare vero: possono dividersi la Puglia e la Liguria, siglare patti più o meno segreti, senza temere la bocciatura popolare.
Azzerate le liste civiche: pesano poco.
A Taranto il sindaco è di Sel, Ippazio Stefano, la Regione di Sel, di Nichi Vendola. E allora democratici e forzisti, giocando a campo largo sull’intera regione, volevano assegnare la Provincia tarantina al partito di Berlusconi, al primo cittadino di Massafra, Mario Carmelo detto Martino Tamburrano.
Il coordinatore Michele Emiliano ha protestato, i dem pugliesi l’hanno seguito, e l’inciucio pare evitato.
A La Spezia, dove i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni detengono egregie quote elettorali e la concorrenza è fragile da qualsiasi punto di vista e per chiunque (nessuno ha voglia di prendersi questa incombenza), i dem hanno cercato l’approccio con i forzisti: reazione freddina.
Neanche quattro mesi fa, i padovani hanno incoronato sindaco il leghista Massimo Bitonci: dopo il centrodestra e il centrosinistra, la città ha scelto un leghista.
A Forza Italia non piace più. E così Manuel Bianzale, capogruppo di Forza Italia al Comune di Padova, rivendica la presidenza.
Per spaventare il Carroccio, i forzisti minacciano alleanze con il Nuovo Centrodestra di Alfano: direte, che minacce pericolose. Sbagliato, perchè il movimento di Angelino sarà quasi ininfluente se votano i cittadini, ma determinante se votano i politici.
A Bergamo, anche per continuità storica, i democratici sostengono il consigliere uscente Matteo Rossi che, commosso, ha presentato il simbolo e divulgato un messaggio (non ai cittadini, semmai ai colleghi): “Fin dall’oratorio, la mia passione è quella di tenere insieme e di fare insieme”.
I leghisti dovevano ratificare la linea di Matteo Salvini, il segretario contestatore che, appunto, voleva contestare la farsa di queste Province mezze vive e mezze morte: il partito locale l’ha smentito.
E la Lega lancia Giuseppe Pezzoni da Treviglio, quasi 30.000 abitanti.
Occhio alla Toscana, dialogo fitto tra i democratici e l’emissario di Denis Verdini, Massimo Parisi. Nessun ostacolo, come abitudine, a Firenze: i forzisti si apparentano con i leghisti.
I sindaci capoluogo di 8 città metropolitane (mancano Reggio Calabria e Venezia commissariate) si prendono l’intera provincia, estendono il territorio.
Il chirurgo Ignazio Marino potrà operare sino a Frascati. I grandi vincono dove lo spazio è grande, i piccoli s’azzuffano.
Chi vuole conquistare la Provincia di Avellino deve trattare con Ciriaco De Mita, 86 anni, sindaco di Nusco, elettore.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
LO SCOOTER NON SI ERA FERMATO ED ERA NATO UN INSEGUIMENTO… PER I CARABINIERI E’ PARTITO ACCIDENTALMENTE UN COLPO… IL FRATELLO DELLA VITTIMA ACCUSA “E’ STATO SPERONATO E UCCISO”
Un colpo sparato da un carabiniere durante un inseguimento e un ragazzo di 17 anni morto.
La tragedia è avvenuta nel Rione Traiano di Napoli durante la notte e gli abitanti del quartiere sono scesi in strada per protestare.
Due auto della polizia sono state incendiate e altre sei sono state danneggiate. Ressa di persone anche all’ospedale San Paolo dove si trova la salma di Davide Bifolco. Secondo la prima ricostruzione dei fatti tre persone non si sono fermate all’alt dei carabinieri e nella fuga a un agente è partito in maniera accidentale un colpo con la pistola di ordinanza. In caserma è stato invece fermato Salvatore Triunfo, ragazzo di 18 anni che era a bordo dello scooter.
Mentre la terza persona sarebbe un latitante evaso pochi giorni fa.
E’ stato identificato e le forze dell’ordine lo stanno cercando.
“E’ stato un omicidio, non s’inventassero scuse. E’ stato un omicidio”, ha commentato tra le lacrime il fratello Tommaso Bifolco, fratello di Davide. “Non è caduto durante l’inseguimento, è stato speronato e ucciso“. I familiari e conoscenti sono scesi in strada per protestare.
“Davide è scappato”, ha continuato il fratello, “perchè guidava uno scooter non suo, non era assicurato e non aveva il patentino. La mia famiglia non aveva soldi per comprare un motorino a Davide. Forse si è spaventato, forse voleva evitare il sequestro del mezzo e per questo non si è fermato davanti alle forze dell’ordine. E’ stato colpito al cuore. E dopo, quando lui era a terra, i carabinieri hanno anche avuto il coraggio di ammanettarlo e di mettergli la testa nella terra. Aveva la polvere in bocca, mio fratello. Io mi vergogno di essere un italiano. Ora lo Stato, chi ci chiederà scusa per quello che è successo? Mio fratello era un ragazzo d’oro, mai droga, mai rapine, mai nulla. Non voleva proseguire gli studi e io lo stavo convincendo a fare il mio stesso lavoro, l’ascensorista. Stava facendo solo un giro nel quartiere con il suo motorino, e per questo a Napoli si deve essere uccisi? Qui di morti ne vediamo tanti ma stanotte un intero rione è sceso in strada e sapete perchè? Perchè non è stato ucciso un camorrista ma un ragazzo innocente”.
Rabbia anche nelle parole della madre. “Quando gli ha sparato non l’ha visto in faccia?”, ha detto la mamma di Bifolco. “Quel carabiniere non ha visto che Davide era un bambino? Ieri sera è venuto da me, aveva freddo e mi ha chiesto un cappellino mi ha detto: ‘Mamma, faccio l’ultimo giro col motorino e torno a casa’. Poi, mi sono venuti a chiamare, volevano i documenti. Sono scesa in strada e ho visto Davide a terra. Ho cercato di muoverlo, l’ho preso per il braccio, ma non si muoveva più. Era già morto. Ora, se ha il coraggio, quel carabiniere deve uccidere anche me, perchè mi ha ucciso mio figlio”.
Durante un servizio per il controllo del territorio, i carabinieri del Nucleo Radiomobile di Napoli hanno notato tre persone in sella ad uno scooter che stavano percorrendo con fare sospetto viale Traiano.
Secondo quanto riferito dai carabinieri i tre non hanno risposto alla richiesta di fermarsi ed è nato un inseguimento che si è concluso su via Cinthia, quando il conducente dello scooter in corsa ha preso un’aiuola perdendo il controllo del mezzo, urtando l’auto dei carabinieri e cadendo a terra.
Secondo alcuni testimoni sul posto invece il mezzo sarebbe caduto dopo essere stato speronato dalla vettura dei carabinieri.
Subito dopo la caduta uno dei sospetti, inseguito da un carabiniere, è riuscito a fuggire a piedi facendo perdere le tracce.
Mentre l’altro militare stava procedendo a bloccare e a mettere in sicurezza gli altri due, avrebbe accidentalmente esploso un colpo con la pistola d’ordinanza che ha raggiunto uno dei sospetti, un ragazzo di 17 anni.
Il giovane è stato soccorso e portato all’ospedale San Paolo, dove è deceduto. L’Autorità Giudiziaria, subito intervenuta sul posto, sta sentendo alcune persone per ricostruire l’esatta dinamica dei fatti.
Gli scooter secondo i testimoni erano due. A raccontarlo è Enrico, un amico della vittima che ripete, quasi a memoria, quel che ha vissuto stanotte. Era a bordo di un motorino insieme ad un amico.
“Stavamo percorrendo un viale quando ad un certo punto una macchina dei Carabinieri è andata contro lo scooter di Davide. E’ iniziato l’inseguimento, è stata puntata la pistola e Davide è stato ucciso — dice ancora — l’hanno ammanettato come il peggior dei criminali, nonostante fosse già stato colpito”.
“Davide era un bravissimo ragazzo — aggiunge Enrico — per me era un fratello. Giocavamo a calcio, scherzavamo tra di noi. Non eravamo delinquenti, stavamo soltanto facendo un ultimo giro prima di tornare a casa”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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