Settembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
IL COCER, SINDACATO UNICO DEI MILITARI, INSISTE: “LA LEGGE LO IMPEDISCE? I GOVERNANTI SONO MOROSI, IL PREMIER È COSTRETTO AD ASCOLTARCI. SENZA RISPOSTE AGIREMO”
“La legge ci impedisce di scioperare? Non ci interessa: questo Stato è il primo a non rispettare le regole.
Questo Stato è moroso”.
Vincenzo Romeo, appuntato scelto dei Carabinieri e rappresentante del Cocer — sindacato unico dei militari — non contiene la frustrazione.
Sono passate meno di 24 ore dall’annuncio del ministro Madia sul mancato sblocco contrattuale per il pubblico impiego nel 2015.
Nessun aumento in busta paga. A caldo la maggior parte dei sindacati di polizia, insieme a vigili del fuoco e militari, aveva firmato un documento aggressivo, che evocava per la prima volta lo sciopero generale delle forze dell’ordine.
Il giorno dopo, nessun passo indietro .
La rabbia è ancora viva: “Continuano a bloccare gli scatti di grado — dice Romeo — e continuano a negarci gli assegni di funzione. Ci tolgono diritti acquisiti e ci fanno andare avanti con 1300 euro al mese. Renzi ci deve pagare lo stipendio. Punto. Si è vantato degli 80 euro, ma alle famiglie di poliziotti e carabinieri ne toglie almeno 250 ogni mese”.
Non basta la promessa del premier, che ha accettato di ricevere gli “uomini in divisa” (“non con questi toni, però”): “È costretto ad ascoltarci, ma non pensi di ripeterci le stesse parole di sempre”.
Altrimenti, appunto, sciopero generale “entro fine settembre”.
La norma che vieta l’interruzione di servizio è nell’articolo 84 della legge numero 121 del 1981: “Al personale di polizia non è riconosciuto il diritto di sciopero” o altre azioni “che possano pregiudicare le esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica”.
L’appuntato non ne vuole sentire. Esonda: “Il 60 per cento dei carabinieri è indebitato. Una signora per strada mi ha detto: ‘Almeno voi avete uno stipendio’.
Ai miei colleghi ho suggerito di prendere l’indirizzo di quella donna, perchè quando una sera le verrà svaligiata casa, allora capirà cosa succede se noi lavoriamo in queste condizioni”.
Lo sconforto e la collera sono unanimi.
La sofferenza dei lavoratori in divisa è spiegata nei numeri: 6 euro lordi per un’ora di straordinario, 4 per un’ora di lavoro notturno, 12 per i giorni festivi.
Il blocco dei contratti dal 2010 al 2014 ha prodotto una perdita salariale media di 4500 euro all’anno, più di 300 euro al mese.
Il blocco del turn-over (fermo al 55 per cento) negli ultimi 10 anni ha diminuito il numero di agenti in servizio di oltre 30 mila unità (14 mila solo nella Polizia di Stato).
Negli ultimi cinque anni, i tagli alle spese di polizia hanno prosciugato risorse superiori a 3 miliardi di euro.
Gli effetti sono concreti: ben oltre il ritornello dei poliziotti “che non hanno nemmeno i soldi per mettere benzina”. Figuriamoci per pagare i meccanici in caso di guasti.
“Un terzo delle auto in uso alle forze dell’ordine — spiega Massimo Montebove (Sap) — sono fuori uso perchè ferme da mesi dai meccanici che non vengono pagati. Poi ci sono 40 caserme sotto sfratto, i proiettili che mancano. Per le forze dell’ordine ogni anno si spendono circa 20 miliardi l’anno. Gli ultimi 4 governi hanno fatto tagli per circa 6 miliardi. Ma sono altri i modi per risparmiare”.
E avere le auto sembra quasi un privilegio.
Saro Indelicato, 33 anni di servizio in Sicilia, racconta la situazione “drammatica ” dell’isola. Altro che benzina: “Qui mancano direttamente le macchine. Qualche giorno fa a Catania sono rimasti senza. Questa regione deve affrontare da sola il crimine organizzato e le ondate migratorie, con una carenza d’organico che produce effetti devastanti. Siamo pochi e troppo anziani: il blocco del turn-over ha innalzato l’età media”.
Luigi, maresciallo della mobile di Napoli, racconta un altro territorio sull’orlo del tracollo: “Ci compriamo da soli le divise che indossiamo, ci rattoppiamo i pantaloni, organizziamo i turni per fare le pulizie in caserma. Si finisce quasi per fare a botte per un turno di notte o una trasferta, anche se sono pagati una miseria”.
Un agente romano racconta delle nuove camicie della polizia: “Ora le prendono in poliestere. In pratica, sono di plastica. Immagini cosa vuol dire indossarle d’estate, pensano di risparmiare così”.
Valeria Pacelli e Tommaso Rodano
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
VIAGGIO NEL QUARTIERE DEL RAGAZZO UCCISO DA UN CARABINIERE… IL VOLONTARIO: “PARTE DI QUESTE STRADE E’ TERRA DI NESSUNO E DEI SOLITI NOTI, DOVE LO STATO HA RINUNCIATO AD ENTRARE”
«Devi fare il servizio?» Alla risposta negativa l’uomo con cappellino da baseball e pitbull d’ordinanza al guinzaglio replica con una via di mezzo tra la domanda e l’affermazione. «Ah, allora hai già fatto».
Davide Bifolco è morto a trenta metri da uno slargo tra i palazzi grigi di via Catone che è una delle sette piazze di droga del rione.
Lo spacciatore fa l’offerta avvicinandosi al finestrino dell’auto in movimento che per forza deve rallentare in mezzo a strade che sembrano budelli.
Il suo sguardo rivela un misto di curiosità e stupore. Qui un forestiero può solo comprare droga, non c’è altra ragione per la sua presenza. Gli indirizzi li conoscono tutti, nessuno si nasconde. Tutto avviene all’aria aperta, mentre mamme con passeggino e pensionati camminano sui marciapiede di fronte.
Il rione Traiano
Alla fine le facce feroci dei ragazzi e le loro parole di rivolta producono l’anta di un mobile in finto legno chiaro appoggiata a terra per nascondere le macchie di sangue, sul quale sono appiccicati con lo scotch un mazzo di gigli bianchi e la foto di Marek Hamsik, il centrocampista del Napoli.
Nient’altro, di più non si può. A rione Traiano la democrazia è un concetto piuttosto etereo.
«Ci hanno detto che non possiamo farlo» spiega Michele Guarracino, che ha diciassette anni, era un amico, e abita alle «case degli sfollati», così si chiama il blocco verso il quale stava fuggendo Davide, perchè all’inizio degli anni Settanta ci misero dentro i rifugiati politici libici in fuga dal colpo di Stato del colonnello Gheddafi.
La rabbia non deve intralciare gli affari, le barricate e i roghi attirerebbero gli «sbirri» come mosche sul miele, si metterebbero di traverso anche all’unica vera attività produttiva della zona.
Rabbia e frustrazione
C’è sempre qualcuno che decide, a rione Traiano, che dispone della rabbia e della frustrazione altrui come fosse proprietà privata.
Inutile chiedere a Michele il nome e il cognome di quelli che hanno ordinato che non si può. Li conoscono tutti e si fanno anche riconoscere.
Uno di loro, un certo Massimo, sulla cinquantina, capelli bianchi ben curati, distribuisce perle di saggezza, buon senso e vittimismo a taccuini e microfoni, conditi con un aspetto elegante, mocassini da vela e polo firmata.
È un ex tossicodipendente salito di grado, che rifornisce le piazze di clienti e di materia prima quando finisce.
Anche lui, come gli altri rimasti nel rione, conta poco. I capi veri, i camorristi delle famiglie Puccinelli-Perrilla che si contendono in un’eterna faida con i Grimaldi di Soccavo il controllo della più grande centrale di spaccio d’eroina di Napoli e forse d’Europa, vivono lontano da questa periferia non distante dal centro della città .
Un posto dove hai torto anche quando hai ragione
«Qui non c’è niente. Questo è un posto dove hai torto anche quando hai ragione». All’ingresso c’è la statua della Madonna, subito dopo un tavolo da biliardo e una stanza dove si gioca a carte.
Dall’altra parte di corso Traiano c’è il circolo Aldo Moro dell’associazione Maria Santissima dell’Arco.
Carmine Garnieri lo aprì nel 1969, ne è il presidente, ancora oggi che ha 84 anni. «Volevo tirare via i ragazzi dalla strada». Lui era qui fin dall’inizio. Lavorava come impiegato all’università quando alla fine degli anni Cinquanta cominciarono a costruire le piccole palazzine in mattoni rossi, che dovevano dare un tetto a chi non ce l’aveva più per i bombardamenti in tempo di guerra e viveva nella baraccopoli di via Marina.
Doveva essere la prima periferia moderna d’Italia
Ogni fallimento urbano nasce dalle buone intenzioni, e questo non fa eccezione. I migliori architetti napoletani disegnarono e progettarono aree verdi e collegamenti urbani, doveva essere la prima periferia moderna d’Italia.
Fecero le case, sempre più alte, si dimenticarono del resto.
Sui giornali di inizio anni Settanta la parola «ghetto» veniva già accostata a rione Traiano. La strada con il nome dell’imperatore romano divide il quartiere in due. Davide ha avuto sfortuna.
Il motorino scendeva da via Cinthia, che è Traiano inferiore, la zona che confina con Fuorigrotta e un commissariato poco distante.
Ogni tanto, non molto spesso, una volante si affaccia a dare un’occhiata, come accaduto la scorsa notte. Traiano superiore è invece terra di nessuno e di soliti noti, dove lo Stato risulta non pervenuto, non si impegna neppure ma getta la spugna senza troppa dignità .
Dentro queste vie strette a comandare sono quelli come il distinto Massimo la «mazzamma» della camorra, i pesci di poco valore che si acquistano al mercato.
Promesse e delusioni
Il nonno di Davide si chiamava Tommaso, vendeva gli stracci al mercato ed era socio del circolo a suo tempo dedicato alla memoria di Moro.
I suoi avventori sono di una certa età , nessun ragazzo, poche persone sotto la quarantina. Era nato come un presidio, sembra un rifugio. Garnieri si ricorda ancora di quando al posto di via Cinthia c’era un fiume. Alle pareti ci sono le sue foto con i politici in visita, nelle più recenti si riconoscono Paolo Cirino Pomicino e Antonio Di Pietro.
«Quante promesse, quante delusioni, quanto abbandono». Accanto al circolo di viale Traiano c’è un recinto di lamiere che delimita un cantiere abbandonato che contiene uno scheletro in cemento armato alto dieci metri.
Sono i resti della stazione Cumana, mai portata a termine. «Se ci fossero le strutture, se ci fosse qualcosa, forse questi ragazzi potremmo salvarli».
Nell’uso del condizionale c’è già l’ammissione di una sconfitta, il segno di una resa.
Vista da rione Traiano, come è lontana l’Europa.
Marco Imarisio
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
NON ESISTONO PIU’ NE GUARDIE, NE’ LADRI: OLTRE LA DINAMICA DEI FATTI IL PROBLEMA DI NAPOLI E’ PIU’ COMPLESSO
Un inseguimento che finisce in tragedia. Non esistono più nè guardie, nè ladri. Nè bene nè male. Tutto è
assai complesso, difficile non solo da comprendere ma anche e soprattutto da raccontare.
Quando accadono tragedie come questa, si tende a focalizzarsi sulla dinamica. Anche il sindaco De Magistris, nel primo messaggio di cordoglio per la morte di Davide Bifolco, ha assicurato che in breve tempo si sarebbe fatta chiarezza.
Ecco, questa è Napoli (e questa è l’Italia), un luogo in cui l’etichetta è rispettata, in cui tutto verrà fatto (almeno così assicurano) secondo le procedure, ma poi nulla viene realmente chiarito
Tre persone su uno scooter, (a Napoli è la prassi) di cui una latitante e una con precedenti (questo ovviamente è stato appurato poi), che non si fermano all’alt della pattuglia dei carabinieri.
C’è chi giurerà che non potevano le forze dell’ordine lasciar correre quell’infrazione. Che bisogno c’era però di sparare? Nessuno, e infatti il carabiniere ha dichiarato che il colpo gli è partito per sbaglio. Per sbaglio?
È dagli anni ’70 che si usa l’espressione “colpo accidentale”, comunicazione che non fa altro che generare diffidenza verso chi la pronuncia.
Non bisogna aver maneggiato la Beretta Mod 92 semiautomatica e conoscerne il peso di quasi un chilo con proiettili 9 millimetri, per capire che un colpo accidentale può partire (cosa che accade raramente) se l’arma cade o se impugnandola senza sicura e con il colpo in canna il dito nello sforzo della corsa fa scattare il grilletto: ma in quel caso è difficile che il proiettile vada a segno.
Nulla di tutto questo, a quanto sembra. E quindi bisognerebbe smettere di usare l’espressione accidentale e iniziare a chiedere solo silenzio e attesa delle indagini.
Ma questi discorsi, che occupano pagine e pagine di carta e del web e che coinvolgeranno molti italiani indignati per l’ennesimo morto bambino, questi discorsi “belli, tondi e ragionevoli”, non restituiscono affatto la realtà di Napoli.
Questi discorsi restano in superficie. E nascondono un tema molto più importante, un tema che non è più possibile ignorare eppure viene costantemente, quotidianamente ignorato: Napoli è una città in guerra.
Ad agosto del 2013 il conducente di una Smart inseguì e investì, uccidendoli, due presunti rapinatori (presunti perchè non c’è alcuna evidenza che la rapina sia realmente avvenuta), oggi è una pattuglia dei carabinieri a ingaggiare un inseguimento per bloccare uno scooter “sospetto”, come è stato definito il motorino che guidava Davide
Potremo scoprire (forse) le dinamiche di questa ennesima tragedia annunciata, ma i cittadini continueranno ad avere paura, le forze dell’ordine a essere tesissime e il territorio a essere attraversato da un’assenza totale di regole.
Qualcuno dovrebbe domandarsi: cosa significa essere un cittadino al Rione Traiano? Cosa significa essere un carabiniere al Rione Traiano? Chiedetelo pure a loro.
Rione Traiano, anello fondamentale per il traffico di coca. Rione dove manca quasi completamente ogni genere di servizi, dove la fermata della Cumana fa paura anche a mezzogiorno.
Era il regno di Nunzio Perrella, capo di una delle famiglie di narcotrafficanti più note, il clan Puccinelli.
Ora è entrato in crisi, lasciando però a comandare sul territorio i propri eredi, ma il territorio è un budello conteso tra le famiglie di Soccavo, i Grimaldi, e quelle di Miano ossia i mille rivoli dei Lo Russo e i dissidenti dei Zaza di Fuorigrotta e tutti i gruppi che sanno che basta una partita di coca da appena 1 chilo (guadagno circa 210milaeuro) per assicurarsi decine e decine di stipendi di disperati e ambiziosi ragazzini da affiliare.
Un coacervo incredibile di interessi che ha reso questo quartiere sempre difficilissimo da vivere.
Rione Traiano è terra di faide da sempre: nel 2012 fu gambizzata Maria Ivone, figlia di un boss e fu ferita anche una donna incensurata.
Nel luglio scorso, in pieno pomeriggio, due ragazzini di 17 e 18 anni sono stati feriti alla mano e alla spalla. Stiamo parlando di un luogo che aveva creato un polo criminale rivale all’Alleanza di Secondigliano, la cosiddetta “Nuova Mafia Flegrea” che si è dissolta in faide interne e arresti, generando guerre su guerre: ce n’è stata persino una tra i Rioni Traiano “di sopra” e “di sotto”.
Immaginate la tensione che si vive in un territorio come questo?
Qui ogni leggerezza ti condanna a morte, un’amicizia sbagliata ti segna per sempre, persino camminare a fianco a chi in quel momento è nel mirino può essere fatale. Davide Bifolco è morto a 17 anni per aver commesso una serie di leggerezze, era alla guida di un motorino su cui viaggiavano in tre, non si è fermato all’alt per paura perchè non aveva assicurazione e patentino, era insieme a due ragazzi non incensurati, ma a Davide non è stata data una seconda possibilità .
Questo accade dove c’è guerra perenne, non ti va bene mai, non esistono seconde possibilità . Un errore ti marchia a vita o ti uccide.
Sono tantissimi gli adolescenti che vivono di illegalità , sono tantissimi gli adolescenti che prima di diventare maggiorenni hanno già la vita rovinata.
“Je so’ nato e so’ cresciuto ind’a nu quartiere addò o arruobbi o spacci o te faje na pera” (sono nato in un quartiere dove o rubi o spacci o ti fai una pera di eroina) cantava Raiz negli anni ’90 oggi ad esser cambiato è nulla o quasi.
Quando le loro storie arrivano nei salotti buoni della città ci si commuove, ci si indigna, ma alla fine è lo sdegno di un momento, solo apparenza.
La città non reagisce. Tutto sembra essere sempre in balia di polizie e giudici, nulla di quello che avviene sembra sfuggire al tanfo della corruzione e dello scambio.
Questa era ed è oggi, ancora di più, Napoli.
Questo è il clima in cui si vive, questo è un territorio dove tutto diventa impossibile.
E dove il diritto non esiste, vince il più forte e dove vince il più forte, c’è guerra. Quando viene esploso un proiettile, che sia esecuzione, che sia errore o che sia necessità militare (e in questo caso non ve n’era alcuna), è importante ricostruire le dinamiche e accertare le colpe.
Ma concentrare tutte le discussioni, le dichiarazioni e le energie solo su questo, non è altro che lo strenuo tentativo di chiudere gli occhi di fronte a una realtà che fa paura e che non si vuole vedere.
Adesso anche l’Italia ha la sua Ferguson, anzi peggio, perchè in questo caso non c’era stata nemmeno una ipotesi di rapina.
Questa è Napoli, terra di guerra. Questo è il Sud.
E rende ancora più grave ciò che è accaduto solo qualche settimana fa quando il primo ministro Renzi è stato in Campania e non ha posto alcun accento sulla centralità del contrasto alla camorra, e quando è stato in Calabria alla ‘ndrangheta, in una sorta di timore che parlare di questi problemi spenga la voglia di rinascita.
Ma di quale rinascita parliamo se l’economia più significativa nel nostro Paese è quella criminale e gli imprenditori che non si piegano sono abbandonati?
Sta affondando l’Italia, a stento respira. E affonda come sempre da Sud.
Il pianto della famiglia di Davide ci parla di un male antico, di un male terribile.
Non solo il dolore, quello reale, per la perdita di un figlio, di un fratello, di un amico, ma la necessità di doverlo mettere in scena come unico strumento rimasto per attirare attenzione e quindi per chiedere giustizia.
Le sedie in strada, tutta la famiglia che fa dichiarazioni: il dolore nella mia terra non è mai privato.
È pubblico e rumoroso, vuole invadere, celebrarsi, teme di essere sottovalutato, ignorato, isolato.
È un dolore costretto alla teatralità per provare ad essere accolto.
E senta il governo intero, il peso delle parole di una ragazzina: «La camorra non avrebbe mai ucciso un ragazzo di 16 anni lo Stato sì».
Frase ingenua, falsa, ma difficile da sopportare. Questo dice la cugina stravolta di Davide. Lei non sa che la camorra ha ucciso e uccide non solo sedicenni, ma ragazzi e bambini ancora più piccoli.
Questa sua ingenuità mostra la necessità di parlare della camorra e che anzi è proprio il silenzio che porta a fraintendimenti di questo genere.
I clan ne sono felici. «La camorra ci protegge lo Stato no» ripetono a Rione Traiano. «Le mafie fanno il loro lavoro, mentre voi istituzioni, voi pubbliche persone mentite, rubate, oltraggiate. Voi, i veri criminali, camorra, mafia, ‘ndrangheta, infondo, sono palesi nel loro essere fuori legge, sono oneste in questo».
Ecco cosa drammaticamente leggo in decine di blog, in migliaia di commenti.
La tragedia è accorgersene solo quando muore un ragazzino ucciso da un carabiniere. È sempre stato così: c’è bisogno di sangue per ricordare che dall’inferno a Napoli non si è mai usciti.
Roberto Saviano
(da “la Repubblica“)
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Settembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
IL GIOVANE UCCISO A NAPOLI AVEVA 16 ANNI, IL CARABINIERE 22
Il ragazzo ammazzato a Napoli aveva sedici anni. Il carabiniere che lo ha ucciso, ventidue. Meno di quarant’anni in due.
Cosa ci facevano su una strada della periferia di Napoli alle tre del mattino?
Il ragazzo ammazzato era fino a prova contraria un bravo ragazzo, ma girava in compagnia di un ladruncolo con precedenti penali e di un latitante evaso dai domiciliari: in tre su uno scooter senza assicurazione nè patentino.
Prima di accusarlo di cattive frequentazioni, bisogna domandarsi se il contesto in cui era cresciuto gli avesse offerto la possibilità di scegliersene di migliori.
Di bravate a sedici anni ne abbiamo combinate tutti: ma nelle nostre cattive compagnie era statisticamente più difficile incontrare latitanti che accelerassero ai posti di blocco.
Anche il carabiniere omicida è fino a prova contraria un ragazzo perbene, ma lo hanno spedito a presidiare un quartiere che ogni notte ospita regolamenti di conti tra bande rivali.
È probabile che davanti allo scooter in fuga abbia perso il controllo di sè: la paura e l’inesperienza gli hanno armato la mano provvista di pistola da cui al termine dell’inseguimento è partito il colpo: «accidentale» quanto chirurgico nel colpire al cuore.
Dovrà pagare per ciò che ha fatto. Però dovrà riflettere anche chi lo ha mandato allo sbaraglio, a un’età in cui non si ha ancora l’equilibrio per gestire un simile carico di tensione.
Da sempre in prima linea vanno i più giovani e inadeguati.
Ma il fatto che accada da sempre non significa che debba accadere per sempre.
Che un ragazzo possa uccidere, e un altro possa morire, solo perchè si trovano in un posto dove non dovrebbero stare.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
UNA SERIE DI BALLE E FOTO FALSE PER ISTIGARE ALL’ODIO RAZZIALE SMENTITE DAI FATTI
A Belluno un piccolo gruppo d’immigrati un paio di giorni fa ha inscenato una protesta.
Non per le strade della città ma dentro al comprensorio dove sono ospitati (prima balla raccontata dai media)
La protesta non è stata causata dal cibo, ma dal tipo di sistemazione, due stanzoni malamente attrezzati (seconda balla)
La foto (terza balla) che accompagnava molti degli articoli (ora rimossa e sostituita con altre sempre generiche e riferite a fatti di anni addietro) si riferiva a proteste di oltre 5 anni fa e riguardava i fatti di Rosarno, dove dopo un attacco da parte di due balordi contro i braccianti nordafricani della zona era scoppiata una rivolta degli immigrati ( la riproduciamo per Vs. documentazione)
Rivolta partita dall’attacco di due italiani che si erano divertiti a sparare con un fucile ad aria compressa contro il campo dove stavano gli immigrati, ferendone tre di cui uno in maniera seria.
Usarla per articoli di 5 anni dopo denota solo la malefede delle testate che li pubblicano.
Poco importano i fatti, l’importante è che i lettori siano schifati, l’importante è far odiare questa gente per fini politici, anche stravolgendo le notizie.
La struttura dove sono ospitati questi 40 profughi ha un tetto massimo di 32 persone (ma normalmente ne accoglie una ventina) e al momento sono circa 40.
Non vengono fatti corsi per aiutarli ad imparare almeno una base d’italiano ed alcuni sono tenuti nella struttura da oltre 4 mesi.
Le loro richieste sono semplicemente analoghe a quelle degli altri profughi accolti nell’area di Belluno.
I benefit richiesti non sono pasti migliori, ma migliori condizioni igenico sanitarie, corsi d’italiano e la possibilità di cercare lavoro.
Hanno anche chiesto se fosse possibile agganciare il segnale satellitare per vedere (nell’unica tv del centro dove sono accolti) qualche programma nella loro lingua, cosa al momento impossibile.
Nessuna richiesta di una Tv in ogni stanza, è una balla.
Chi li ha accolti intasca lo stesso assegno che intascano le altre strutture, ma con un servizio al ribasso.
Questi sono i fatti realmente accaduti.
Spiace che anche nella destra più evoluta si cada nelle falsificazioni poste in essere da quella associazione a delinquere che quotidianamente sui social istiga all’odio razziale per far dimenticare i ladrocini di Stato e i lingotti d’oro padagni.
Noi siamo tra i pochi che verificano le notizie e siamo felici di essere scomodi, come lo siamo stati tutta la vita, pagando sempre di persona.
Chi ha il coraggio di andare controcorrente non ha paura della verità .
E non guarda in faccia nessuno.
Forse qualcuno all’interno del dibattito in corso sulla “destra che non c’e'” farebbe bene a trattare anche il tema del’informazione, non solo ad essere interessato a trovare un posto da titolare in squadra.
Certe volte meglio avere le idee chiare iniziando dalla panchina.
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Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
MEDICI SENZA FRONTIERE: “ALLARMISMO BASATO SU PAURA E IGNORANZA”… E ANCHE L’OMS SMENTISCE LE BALLE FATTE GIRARE ARTATAMENTE
Non si ferma la campagna online di Beppe Grillo sul presunto aumento dei casi di tbc, che svolta però con la smentita da parte di Medici senza frontiere, secondo la quale i casi in Italia sarebbero addirittura in diminuzione.
Ci aveva provato la presidente della Camera Laura Boldrini a gettare acqua sul fuoco dell’allarmismo, scatenato in questi giorni da Beppe Grillo, sul ritorno della tubercolosi in Italia che, secondo quanto scrive il comico genovese sul suo blog, sarebbe da imputare al flusso di immigrati provenienti dal Nord Africa.
«I migranti – ha detto Boldrini – arrivano sfiniti, stanchi, con problemi di disidratazione, ma sono sani».
Le sue parole, però, non sono bastate al leader del Movimento 5 Stelle, che dopo i post dei giorni scorsi accompagnati dall’hashtag #tbcnograzie è tornato oggi a parlare di Tbc lanciando su Twitter #PoliziottoStaiSereno, subito ripreso da simpatizzanti e attivisti 5 Stelle.
La risposta di Medici senza frontiere
A smentire Grillo, però, è Medici senza frontiere.
L’ong ha diramato, infatti, un comunicato nel quale parla di «allarmismo basato sulla paura e l’ignoranza piuttosto che sui fatti».
«I nostri operatori umanitari – si legge – sono sulle coste della Sicilia per fornire assistenza. Nei primi mesi del 2014 abbiamo effettuato, insieme all’Azienda sanitaria provinciale di Pozzallo, il primo screening sanitario per circa 12 mila persone appena sbarcate. Sono generalmente giovani, in buono stato di salute. La quasi totalità delle malattie diagnosticate all’arrivo è legata alle difficili condizioni di vita e del viaggio che devono affrontare: infezioni dermatologiche, dolori articolari, piccole ferite, debilitazione generale e così via. La maggior parte di loro viene da paesi in guerra, come la Siria e la Somalia, o da paesi in cui vengono perseguitati, come l’Eritrea».
I dati sulla tbc in Italia
Medici senza frontiere, oltre a smentire le affermazioni di Grillo, secondo il quale gli immigrati che arrivano sulle coste italiane non vengono sottoposti a controlli medici, nega la tesi secondo cui la tubercolosi sarebbe stata debellata in Italia da anni.
La tubercolosi è una malattia presente in Italia da decenni: nell’ultimo cinquantennio, inoltre, il numero annuale di casi di Tbc registrati dal sistema di notifica nazionale è diminuito da 12.247 a 4.418 unità . Un trend confermato anche dall’Istituto superiore di sanità .
La diminuzione dei casi di Tbc non riguarda solo il nostro Paese, ma è confermata anche dall’Organizzazione mondiale della sanità .
Nel rapporto “Tuberculosis surveillance and monitoring in Europe 2014”, pubblicato dall’Ufficio europeo dell’Oms, si legge che nel 2012 nei 53 Paesi si sono verificati un numero stimato di nuovi casi di tubercolosi pari a 353mila (circa il 4% del totale mondiale), che equivale a un’incidenza media di 39,4 casi per 100.000 abitanti.
I dati sull’incidenza della malattia all’interno dell’Oms Europa mostrano, per l’ultimo decennio, una riduzione annuale del 5% nell’incidenza della Tbc.
Nei Paesi dell’Unione europea (Ue) e dello Spazio economico europeo (See) la riduzione annua è stata del 6% (68 mila casi segnalati nel 2012).
Confermata, quindi, la tesi di Medici senza frontiere, secondo cui «non si può parlare di un riemergere della malattia».
Francesco Zaffarano
(da “La Stampa”)
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Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
VINCEREBBE SU HOLLANDE, MA NON SU UN CANDIDATO DI CENTRODESTRA
Hollande precipita ancora di più nei sondaggi, e la sua vera avversaria Marine Le Pen si prepara al
rimpasto.
La leader del Front National in un’intervista a “Le Monde” si dice pronta a fare il ministro per il presidente francese. A sostenerla sono ancora i numeri.
Se si svolgessero adesso, le presidenziali francesi in programma per il 2017 vedrebbero la Le Pen emergere in testa al primo turno.
Con un ampio vantaggio, chiunque fosse il suo avversario a destra.
E — per la prima volta — la presidente del Front National batterebbe Francois Hollande in un eventuale ballottaggio.
Questo quanto emerge da un sondaggio Ifop realizzato per conto di ‘Le Figaro’ il 3 e 4 settembre.
Al primo turno, se il candidato dell’Ump fosse Nicolas Sarkozy, otterrebbe il 25% contro il 28 di Le Pen.
Se si candidasse Alain Juppè, la forbice sarebbe più ampia con il 24% contro il 30 della leader Front National.
Con Francois Fillon candidato dell’Ump i punti percentuali di scarto sarebbero di più (17% contro 32%).
A sinistra, Francois Hollande otterrebbe tra il 16 ed il 17% delle preferenze.
Se al ballottaggio l’attuale presidente dovesse trovarsi confrontato a Marine Le Pen, ne uscirebbe sconfitto (46 a 54%) ma Le Pen verrebbe invece battuta in caso di ballottaggio dal candidato dell’Ump se questo fosse Alain Juppè (64 contro 36%). Vincerebbero un duello con Marine Le Pen al secondo turno anche Francois Sarkozy (60 a 40) e Francois Fillon (57 contro 43%).
E’ evidente che neanche di fronte al minimo storico della popolarità di Hollande e alla crisi dell’Ump, Marine Le Pen riesca a superare la barriera del 50% dei consensi in un eventuale ballottaggio con l’Ump.
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Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
IL SIULP PROPONE IL CAPOLUOGO TOSCANO PER UNA MANIFESTAZIONE CHE POTREBBE PORTARE 20.000 AGENTI NEL REGNO DEL PREMIER
Una manifestazione nazionale di tutti i sindacati di polizia a Firenze, per “bloccare la città del Presidente del Consiglio”.
A proporla è il segretario del Siulp fiorentino Riccardo Ficozzi.
Secondo le stime del sindacato, in caso di mobilitazione generale arriverebbero nel capoluogo toscano circa 20.000 poliziotti.
“La prossima settimana proporrò la cosa al consiglio generale del sindacato che si terrà a Roma. Penso a una manifestazione articolata su più giorni – spiega ancora – per aumentare i disagi e i disservizi”.
Quanto allo sciopero generale minacciato da sindacati di polizia e Cocer, “se ci sarà questa decisione a livello nazionale allora noi aderiremo – afferma -. Anche se lo sciopero non è previsto nel nostro contratto, la voce che gira in questo momento, e che io condivido, è di farlo ugualmente. Che ci denuncino tutti”.
Per quanto riguarda la situazione della polizia a Firenze, dice ancora il segretario del Siulp, “cominceremo a denunciare al giudice del lavoro tutte le inadempienze contrattuali e i problemi di salubrità degli ambienti”.
“Per fare alcuni esempi – aggiunge – nella notte tra martedì e mercoledì scorsi dovevano uscire in strada cinque volanti, ma ne sono potute uscire solo due perchè mancavano le auto. Tre equipaggi sono dovuti rimanere in caserma. I primi di agosto – continua -, due agenti impegnati in un accompagnamento hanno lavorato per quasi 48 ore”.
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Settembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
QUANDO LA SINISTRA IMPONE LE RIFORME DELLA DESTRA LIBERISTA: “VALORI BERLUSCONIANI APPLICATI AL PD”
Chiamatela riforma Renzi-Gelmini. PercheÌ ieri l’ex ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, colei che
ha tagliato 8,4 miliardi di euro alla scuola e 1,1 all’universitaÌ€ nel 2008, ha assimilato il «patto educativo» proposto dall’attuale presidente del Consiglio e dal suo ministro dell’Istruzione Stefania Giannini alla «tradizione di Forza Italia»
«Alla fine il tempo ci ha dato ragione: dopo anni di battaglie per risollevare un sistema educativo intorbidito dalla coda del ’68, ora anche la sinistra finalmente ha dovuto dare atto ai governi Berlusconi di aver agito nella direzione giusta per riportare la scuola italiana ai fasti che merita – ha detto Gelmini – Parole quali merito, carriera dei docenti, valutazione, premialitaÌ€, raccordo scuole-impresa, modifica degli organi collegiali della scuola, sono state portate alla ribalta dal centrodestra, seppur subendo le censure e le aspre critiche da parte di sinistra e sindacati».
Nel 2008, quando presentoÌ€ la doppia proposta di riforma dell’universitaÌ€ e della scuola (la legge Aprea) il centro-sinistra era d’accordo.
Ma cambiò idea solo perchè milioni di insegnanti, maestri, studenti scesero in piazza. Stesso discorso vale per la seconda parte di una vicenda che terminò con il voto in Senato del 23 dicembre 2010.
Invece di contestare il voto irregolare su alcuni emendamenti, autorizzati da una memorabile Rosi Mauro (Lega Nord) allora in presidenza dell’aula, la capogruppo Pd Anna Finocchiaro si distinse per un lungo discorso auto-critico sul 68.
Quello della «sinistra» non eÌ€ dunque uno «sdoganamento» dell’ideologia del merito e della valutazione, ma il compimento di un lungo percorso iniziato nel 2006 quando a viale Trastevere c’era Fabio Mussi.
Forza Italia resta scettica sulle coperture finanziarie per l’assunzione di 150 mila precari nel 2015, in tempi in cui il governo non riesce a trovare 416 milioni per mandare in pensione i «Quota 96».
«Se Renzi pensa di cavare un solo centesimo da nuove tasse – sostiene Gelmini – troveraÌ€ in Fi un’opposizione irriducibile».
Gelmini riesce anche a identificare una vecchia regola delle politiche dell’istruzione, del lavoro e della conoscenza in Italia.
Le “riforme” ci sono quando eÌ€ la sinistra a stare al governo. Quella “sinistra” che si vanta ancora di avere un rapporto di concertazione o contiguitaÌ€ con i sindacati, o comunque un potere di interdizione. Senza contare – particolare non secondario – che molti degli insegnanti come dei precari continuano a votarla.
Nelle prossime settimane si capiraÌ€ se reggeraÌ€ questo legame con le “vestali del ceto medio”, citando il titolo dispregiativo di un’analisi in realtaÌ€ classica di Marzio Barbagli sulla scuola italiana negli anni Sessanta.
Ci sono altri fattori da considerare. Nel 2008 il mondo dell’istruzione insorse, ma c’era al governo Berlusconi (da poco tornato a Palazzo Chigi) e l’anti-berlusconismo (e le campagne anti-casta) stavano diventando la grammatica dell’opposizione.
Oggi c’eÌ€ Renzi che gode di una buona salute mediatica, sebbene gli editorialisti di tutti i giornali non abbiano nascosto critiche e perplessitaÌ€ sul suo modo di governare.
Nel frattempo l’opposizione studentesca e sindacale eÌ€ stata fiaccata, anche dalla crisi e dalla precarietaÌ€ dilagante.
Elementi problematici che non lascerebbero, al momento, spazio per un movimento paragonabile al 2008 e, ancor più, al 2010.
In ogni caso, gli studenti medi confermano la loro prima data di contestazione: il 10 ottobre in centinaia di piazze in tutto il paese.
Roberto Ciccarelli
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