Agosto 8th, 2015 Riccardo Fucile
DOPO TANTI DISCORSI, ALLA DIREZIONE DEL PD IL PREMIER NON PRESENTA ALCUNA RICETTA
Alla fine il“piano Sud” non esiste.
Il segretario del Partito democratico Matteo Renzi aveva convocato la direzione dopo gli allarmanti dati del rapporto Svimez, sul Mezzogiorno condannato a un “sottosviluppo permanente” e dopo l’appello a fare qualcosa dello scrittore Roberto Saviano.
Il premier si limita a una dichiarazione di buonsenso: “Non ci sono bombe, non ci sono notizie a effetto, pensare di affrontare il tema del Sud con una notizia a effetto significa tradire un problema — ma anche una serie di opportunità — molto più complesso”.
Peccato che da giorni il governo facesse filtrare sui giornali anticipazioni di “bombe” miliardarie. Il quotidiano Repubblica, per esempio, ha rinunciato da tempo a usare i condizionali quando parla dell’azione del governo: “Ecco il piano per il Sud: soldi fuori da vincoli Ue solo a chi sa spendere”.
Poi nel dettaglio: “Oggi Renzi alla direzione del Pd su come sbloccare 100 miliardi. Si pensa a sgravi selettivi per chi assume”.
Chi aveva la pazienza di leggere i dettagli, scopriva che— ovviamente — non si trattava di 100 miliardi freschi, pronti da spendere, ma il titolo alludeva soltanto a una complessa trattativa da avviare con la Commissione europea su quali spese contare nel deficit e quali no.
Altre bombe miliardarie sono quelle del “Maxi-piano da oltre 12 miliardi” per la banda larga (apertura del Messaggero di ieri).
Qualcuno poi esagera nella sintesi e scrive “il governo stanzia 12 miliardi per la banda larga”. Sono dettagli il fatto che sette di questi miliardi arrivano dal pubblico — già stanziati? da trovare? Boh, quelli che esistono per il momento sono soltanto 2,2—e altri cinque dai privati.
Come se fosse un dettaglio stabilire tra i privati (leggi: Telecom) dove pagare e come.
Visto che già a marzo il governo aveva annunciato un piano banda larga, anzi una “strategia”, e poi non ha più fatto nulla, non deve essere così semplice.
Come dimostra il fatto che Renzi ha perfino licenziato i vertici della Cassa depositi e prestiti perchè non abbastanza collaborativi nel suo disegno di politica industriale che prevede forse l’ingresso di Cdp in Telecom, forse un’alleanza tra Telecom e l’Enel imposta da Palazzo Chigi forse altro ancora.
Le “bombe” miliardarie magari sono prese un po’ troppo sul serio dai giornali, ma non sono certo un’invenzione dei giornalisti. Sono uno “spin” di Palazzo Chigi, una precisa scelta di comunicazione politica per creare un rumore di fondo di cifre, tabelle, piani, roadmap che deve lasciare l’impressione di un grande attivismo da parte dell’esecutivo.
Emblematica la sequenza delle informazioni del 18 luglio: Matteo Renzi è a Milano all’assemblea del Pd dentro i locali dell’Expo, annuncia tagli fiscali su prima casa e altro, non scende nei dettagli.
Poi qualcuno — le solite “fonti vicine a Palazzo Chigi”—sussurra all’Ansa che il piano vale 50 miliardi di euro.
E il giorno dopo tutti igiornali provano a fare simulazioni, tabelle, editoriali, analisi su come saranno ripartiti questi 50 miliardi, si inizia a discutere delle coperture.
Ma nessun documento esiste di quel piano fiscale, la cifra non è mai stata neppure citata dallo stesso Renzi.
Ma le “bombe ” miliardarie hanno riempito i giornali per settimane.
Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 8th, 2015 Riccardo Fucile
NUOVI VERBALI: “PAGARE E’ UN’ASSICURAZIONE SULLA VITA”
“Io gli finanzio la campagna elettorale così se domani ho un problema lo chiamo e mi riceve, ti fai
un’assicurazione sulla vita, sul futuro”.
Per questo “ho dato 15 mila euro a Matteo Renzi,10 mila per Berlusconi (…) e abbiamo finanziato Veltroni, Alemanno e Marino: per avere rapporti”.
Le circa mille pagine che racchiudono i cinque interrogatori integrali di Salvatore Buzzi tratteggiano un quadro della classe politica deprimente.
Appalti regalati in cambio anche solo di un orologio, emendamenti creati ad hoc per ottenere diecimila euro.
L’elenco dei beneficiari è quasi infinito. Dall’ex vicesindaco Luigi Nieri fino ad anonimi presidenti dei municipi, passando per schiere di assessori e dirigenti.
Appalti milionari, come sul Cara di Mineo, regalati anche solo per intascare qualche migliaia di euro.
Vale davvero così poco la classe politica del nostro Paese?
Questa è probabilmente l’unica domanda che il procuratore aggiunto Michele Prestipino e il sostituto Paolo Ielo non hanno posto al ras della cooperativa 29 giugno nel corso dei cinque interrogatori avvenuti tra giugno e luglio nel carcere di Nuoro, a Badu e Carros.
Magistrati che hanno tentato di far raccontare a Buzzi tutto ciò che poteva sapere partendo dai riscontri già trovati sin dalle intercettazioni. Ma su alcuni argomenti hanno dovuto desistere concludendo, come abbiamo scritto ieri, che il capo delle coop è reticente ed evasivo.
In particolare sui suoi rapporti con Massimo Carminati, il “re di Roma” di Mafia Capitale, quelli con l’amico ed ex compagno di cella Gianni Alemanno e con la ‘ndrangheta calabrese.
Secondo i magistrati Buzzi dunque è credibile quando parla. Tant’è che dei politici “comprati” molti sono già dietro le sbarre. Il punto è che non parla di tutto.
Eppure di cose dimostra di saperne molte. Come la vicenda del residence di Francesco Totti, svelata nel libro “I re di Roma” di Lirio Abbate e Marco Lillo per Chiare-lettere, alla quale Buzzi aggiunge ulteriori dettagli. “Francesco Totti praticamente si è comprato questo palazzo a Torremaura (…) che poi viene messo a bando (per le emergenze abitative del Comune per gli sfollati, ndr) quando esce il bando del comune di Roma per i residence … stiamo con la giunta Veltroni, quindi non so 2006 2007.. esce la gara e vince pure la gara con la società Ten”.
A raccontarglielo, riferisce Buzzi, è Luca Odevaine, ex membro del Tavolo di coordinamento nazionale sull’immigrazione e pedina fondamentale del sistema scoperto con l’inchiesta su Mafia Capitale.
“I rapporti tra Totti e Odevaine erano strettissimi. La Roma andava in trasferta, Odevaine andava con l’aereo della Roma”.
Per sottolineare ulteriormente quanto i due fossero vicini, Buzzi interrompe il pm: “Lo sa ai bambini di Totti chi faceva la sicurezza? Scusi ma questo è importante. Chi faceva la sicurezza? I vigili urbani del Comune di Roma… gli straordinari li pagava il Comune; c’era un rapporto strettissimo”.
Quindi“ gli da la notizia, gli dice:’comprati sto palazzo che poi esce la gara’”.
Il pm chiede quale è il meccanismo di redditività di questo tipo di assegnazione. “Elevato perchè tu non affitti un palazzo, o un appartamento, affitti i servizi, che sono quotati a metro quadrato. Quindi viene fuori che un appartamento di 50 metri quadri lo paghi uno sproposito, è un meccanismo che è ancora in essere”.
Particolari, circostanze riferite con precisione assoluta. Ma quando l’interrogatorio arriva sui rapporti con Alemanno e soprattutto con Carminati le risposte secondo i pm si fanno meno esatte. Più fumose.
Buzzi ricorda del resto che l’amicizia con loro risale al carcere, “al collegio”, come lo chiama lui. I magistrati pensano dunque che protegga i suoi vecchi amici. Lo mettono in contraddizione. Prestipino gli ricorda: “Sulle due giunte, la giunta Alemanno e la giunta Marino, lei ha detto:’prima era in un modo, poi era in un altro’, prima e dice ‘io prima i politici non li pagavo’, mentre poi, invece, abbiamo scoperto che già all’epoca pagava Tredicine”, uomo ritenuto vicino ad Alemanno, ex vicepresidente dell’assemblea capitolina e vice coordinatore di Forza Italia nel Lazio dopo una lunga carriera nel partito di Berlusconi, rampollo della famiglia di venditori ambulanti che detiene il monopolio sulle licenze di Roma: 200 delle 400 esistenti.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 7th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI TIRA DRITTO MA AD OGGI NON HA LA MAGGIORANZA
Uno spettro si aggira per i Palazzi.
E accompagnerà la torrida estate di Matteo Renzi che sabato, stando all’agenda, andrà in vacanza per tre settimane (con l’eccezione di un incontro all’Expo con Angela Merkel il 18 agosto).
Lo spettro della crisi di governo.
È più di una suggestione se più di un parlamentare che ha parlato col Colle racconta: “Mattarella partirà domenica, ma sta ‘studiando la situazione’.
La sensazione è che Renzi tirerà dritto senza mediare e che i numeri sono sul filo”. Ed è chiaro che andare sotto sulle riforme significherebbe che salta il governo.
Ecco: “Renzi rischia grosso” è la frase scivolata a margine del saluto di “buone vacanze” di qualche senatore del Pd, nello studio del presidente Grasso.
Per la prima volta, nell’era Renzi, nelle stanze che contano si discute dell’eventualità di una crisi. Perchè i numeri sono chiari, anche se il premier ostenta sicurezza: “I numeri — dice – ci sono e non sono mai mancati”.
Attorno al Senato elettivo, che smonta la sua riforma, avanza una maggioranza ampia. In grado di far saltare il tavolo.
Uno dei vietcong della minoranza Pd, Federico Fornaro, dice all’HuffPost: “Renzi, se vuole, ha di fronte a sè un’autostrada a quattro corsie: il Senato elettivo in una architettura costituzionale con la sola Camera che dà la fiducia. Se sceglie scorciatorie o alchimie numeriche rischia di andare a fare a sbattere il Pd e il governo. Scelga lui”.
Già , il governo.
Eccoli, i numeri di una conta che evoca già le più drammatiche del governo Prodi.
Con Luca Lotti nei panni di Arturo Parisi che, da palazzo Chigi, tiene il pallottoliere con l’obiettivo di stare sopra, anche di uno, ma senza mediare.
A favore del Senato elettivo ci sono, oltre ai 28 senatori della minoranza Pd: i 45 di Forza Italia, i 36 del movimento Cinque stelle, i 25 del misto che già in prima lettura votarono contro il ddl Boschi, i 12 della Lega, i dieci del gruppo di Fitto, otto o nove di Gal.
A cui aggiungere la novità : i 12 senatori delle autonomie. Il totale è 176.
Ovvero: governo sotto.
Si capisce allora perchè, anche se Renzi ostenta fiducia sui numeri, è già partito quello che Loredana De Petris, chiacchierando alla buvette, chiama “il mercato”.
È convinzione di Lotti, ad esempio, che i 12 delle autonomie non sono compatti. Fedelissimo a Renzi, Verdini ha già fatto ritirare i suoi emendamenti a Vincenzo D’Anna, che l’anno scorso era uno dei più fieri oppositori della riforma Boschi. Ma ora è uno dei responsabili di Verdini.
La conta, dunque. Numerica.
Perchè il premier, al momento, non ha alcuna intenzione di “aprire”.
Anzi, fa sapere in via riservata che, se salta tutto, si va al voto. La verità è che anche all’interno della war room del premier si è aperta una (minima) discussione.
Col premier che, in un primo momento, aveva fissato un solo paletto: “La cosa che mi interessa è che i senatori non vengano più pagati dal Senato”.
Paletto che consentiva parecchie mediazioni, come il “listino” dei senatori contestuale all’elezione dei consigli regionali. È stata Maria Elena Boschi ad indossare i panni del falco dei falchi: “La riforma non è modificabile”.
Un atteggiamento duro, dietro il quale i più maliziosi hanno visto la prima “sfasatura” col premier, e l’ambizione ad agire un ruolo politico con più autonomia. Chissà .
Per ora il Napalm ha raso al suolo ogni mediazione.
E lo spettro della crisi accompagnerà il premier in vacanza.
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 7th, 2015 Riccardo Fucile
SONO 15 SOPRA LA MAGGIORANZA
Matteo Renzi non ha i numeri per riformare la Costituzione. 
Il voto del Senato è lontano, e c’è tutta un’estate per far decantare la situazione.
Ma facendo la somma matematica di tutti i gruppi che si sono espressi per una Camera alta elettiva, la maggioranza rischia seriamente di andare sotto a settembre. Sarebbero almeno 176 i voti a favore.
Tanti sono i senatori che, ad oggi, hanno sottoscritto emendamenti su questo punto alla riforma costituzionale.
Una quota rilevantissima che ribalterebbe totalmente la maggioranza di governo di Renzi.
Determinanti oltre alla minoranza Dem anche i senatori del Gruppo per le autonomie guidato da Karl Zeller.
Dati alla mano: 45 di Forza Italia, 36 del Movimento 5 Stelle, 25 dal gruppo Misto (composto da esponenti di sel, ex grillini e varie altre componenti, come gli ex leghisti, che già nella prima lettura votarono contro la riforma Boschi), 12 della Lega, 10 del gruppo fittiano Conservatori e riformisti, almeno 8 o 9 dal gruppo Gal, poi ci sono i 28 senatori della minoranza Pd e, l’altra novità di oggi, i 12 senatori del gruppo Per le autonomie che sostiene la maggioranza ma che hanno presentato emendamenti simili a quelli della minoranza Pd.
Il totale fa 176.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 7th, 2015 Riccardo Fucile
PD 33,6%, M5S 22,7%, LEGA 15,7%, FORZA ITALIA 10%, SEL 4,4%, FDI 3,6, NCD 3,2%… SOLO IL 26% RITIENE CHE RENZI STIA MANTENENDO GLI IMPEGNI PRESI
Matteo Renzi non sta cambiando la situazione del Paese, ma il Partito Democratico rimane stabile nelle preferenze degli elettori italiani nella prima settimana di agosto, subendo una lieve flessione dal 33,9% al 33,6%.
Lo dice un sondaggio Ixè per Agorà , che ha registrato perdita limitata anche per gli altri partiti: il M5S scende dal 23% al 22,7%, la Lega Nord passa dal 15,9% al 15,7 %, Forza Italia dal 10,1% al 10%, mentre Sel guadagna uno 0,3%, salendo al 4,4% dal 4,1% della scorsa settimana.
Seguono Fratelli d’Italia al 3,6%, Nuovo Centro Destra al 3,2%, Rifondazione Comunista all’1,3%, Udc e Verdi allo 0,8%, Scelta Civica allo 0,3%.
Migliora intanto la disponibilità a votare: se si votasse oggi l’affluenza sarebbe del 64,5%, contro il 61,5% della scorsa settimana.
Ixè ha chiesto agli intervistati un giudizio sulle riforme: quasi due italiani su tre credono che Renzi non stia cambiando realmente le cose.
Mentre solo per il 26% il premier sta mantenendo gli impegni presi sulle riforme. Stessa sorte per la riforma della Pa, che cambia poco per il 66% del campione.
Si attesta al 28% la fiducia nel governo guidato dall’ex sindaco di Firenze, perdendo un punto dal 29% della scorsa settimana.
Il valore è sostanzialmente stabile da metà giugno.
Secondo il sondaggio, tutti i leader italiani perdono un punto nella fiducia degli italiani. Mattarella scende dal 61 al 60%; Renzi dal 31 al 30%; Salvini dal 23 al 22%; Grillo dal 22 al 21%; Berlusconi dal 14 al 13%.
L’unico che mantiene la posizione è Alfano, stabile al 12%.
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Agosto 7th, 2015 Riccardo Fucile
ERANO 112 MILIONI, ORA SOLO 32: “TRADITO IL TERRITORIO, I VERI NO TAV SONO I BUROCRATI”
Da 112,5 milioni a 32. Sulle compensazioni Tav si è abbattuta la scure del ministero dell’Economia. 
Un taglio che disattende e in modo clamoroso, le promesse fatte al territorio.
Annunci e rassicurazioni che avevano coinvolto il governo, il presidente della Regione, Chiamparino e il leader della Città Metropolitana, Fassino.
«La riduzione dei fondi per le compensazioni territoriali collegate alla realizzazione della nuova ferrovia Torino-Lione da 112,5 milioni di euro a 32 milioni di euro, così come previsti nella delibera del CIPE di approvazione del progetto definitivo pubblicata ieri in Gazzetta Ufficiale, costituisce un fatto gravissimo e inaccettabile, politicamente e giuridicamente» incalza il senatore del Pd Stefano Esposito che era intervenuto per garantire che fosse mantenute le promesse al territorio.
Immediate le reazioni.
Chiamparino ha sentito telefonicamente il ministro Del Rio, ottenendo rassicurazioni sulla volontà di onorare gli impegni.
Anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti ha garantito la propria disponibilità a reintrodurre quei fondi.
Paolo Foietta e Mario Virano invitano il Governo a reintegrare i fondi.
Imbarazzo sul fronte Sì Tav, mentre ribolle quello di quanti hanno sempre contestato l’opera.
La notizia ha fatto subito il giro della Valle di Susa: da Avigliana a Sant’Ambrogio, passando per Venaus , gli amministratori contrari all’opera parlano di esito scontato. Tranchant Sandro Plano, sindaco Pd di Susa: «Le promesse si stanno rivelando per quelle che sono».
I fondi previsti
Il progetto definitivo di LTF (ora TELT) aveva previsto per le misure compensative, ai sensi della normativa vigente, un importo di 112,5 M€ corrispondenti al 5% dell’importo delle opere lato Italia.
Tale soglia del 5% corrisponde all’aliquota disponibile per l’accompagnamento dei cantieri delle opere comprese nella Legge Obiettivo.
Solo dopo l’approvazione del Progetto Preliminare di LTF il legislatore aveva rivisto al ribasso la quota del 5% al 2% una circostanza che, anche in sede ministeriale e parlamentare, aveva messo al riparo dai tagli il progetto della Torino-Lione invece il CIPE ha ridotto i fondi promessi, più volte confermati dai diversi ministri susseguitisi al ministero delle Infrastrutture e Trasporti.
Burocrati sott’accusa
«Più volte nel passato i burocrati del ministero dell’Ambiente e del ministero delle Finanze avevano tentato dei blitz in tal senso, sempre sventati grazie all’intervento parlamentare — dice con rabbia Esposito – . Ora la mia convinzione che i veri nemici della Tav non si trovino tra le file del movimento No Tav, ma negli uffici ministeriali e nell’ottusità di taluni dirigenti e funzionari, trova dimostrazione in questa irresponsabile e grave decisione, che compromette il lavoro fatto negli ultimi anni dall’Osservatorio sulla Torino-Lione, dalle istituzioni locali, Fassino e Chiamparino, dai parlamentari per sconfiggere il fanatismo delle frange antagoniste e per far comprendere all’opinione pubblica non solo valsusina l’importanza strategica di questa infrastruttura e l’inconsistenza delle tesi ad essa contrarie».
«Si muova il ministro»
Conclude Esposito: «I 112,5 milioni di euro destinati alle compensazioni fanno seguito ad un preciso impegno politico assunto dai Governi, la verifica della normativa di riferimento è già stata più volte oggetto di approfondimento e sempre confermata ed il Parlamento ha più volte confermato l’impegno in tale senso. Pertanto, la riduzione dei fondi di compensazione costituisce un tradimento di tutti gli impegni fin qui assunti. Mi rivolgo al ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio affinchè intervenga immediatamente per porre rimedio a questa scellerata decisione garantendo il reintegro completo dei fondi previsti da LTF nel progetto definitivo».
Alessandro Mondo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 7th, 2015 Riccardo Fucile
PUBBLICA UNA BELLA FOTO DEDICATA AGLI SCAVI MA SBAGLIA LA DIDASCALIA
Sulla sua pagina ufficiale Facebook, il ministero dei Beni culturali (Mibact) pubblica una bella fotogallery dedicata agli scavi archeologici di Cuma.
Ma, nella breve descrizione contenuta nel post, commette un errore, che non sfugge alle critiche e frecciatine degli utenti.
“Ecco la a prima delle colonie di popolamento greche in Occidente – si legge nella didascalia sul social network- fondata nell’ottavo secolo avanti Cristo da euboici-calcidesi precedentemente stanziatisi nell’emporion di Pithekoussai (poi Aenaria nell’isola di Ischia)”.
E fin qui, tutto bene. Poi la gaffe.
“Sono attualmente visitabili l’acropoli con i templi di Apollo e di Giove, più il cosiddetto Antro della Sibilla”.
In realtà , quest’ultima struttura, forse la più celebre di tutta l’area archeologica è chiusa da oltre un anno, per cedimenti interni.
Il percorso non è stato ancora ripristinato ed è possibile osservare l’antica galleria (quasi certamente un tunnel militare, più che grotta della profetessa cumana) soltanto dall’esterno: “Possibile che il ministro Franceschini non ne sia stato informato?” scrive ironicamente Eleonora qualcuno.
E aggiunge: “Il sito di Cuma è una perla, sottovalutata, dell’archeologia italiana. Sarebbe ora che si intervenisse concretamente per ripristinare l’antro della Sibilla, prima di reclamizzarlo su Facebook”
Paolo De Luca
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 7th, 2015 Riccardo Fucile
LA DIRETTRICE DELL’AGENZIA AMMETTE: “MAI TANTO RITARDO”
“Progetti retrospettivi”. E’ questo il “trucco” con cui il governo Renzi conta di riuscire a spendere
entro fine anno i 12,3 miliardi di fondi europei, di cui 9 per il Sud, che altrimenti Bruxelles ci revocherà .
In pratica Roma li rendiconterà come se li avesse utilizzati per opere in realtà già in costruzione e finanziate con soldi dello Stato o delle Regioni.
Mentre le risorse Ue verranno, se tutto va bene, usate in futuro per progetti in forte ritardo.
Ad ammetterlo è stata, qualche giorno fa, Maria Ludovica Agrò, da dicembre direttrice della nuova Agenzia per la coesione incaricata di “supportare” e “monitorare” l’uso dei fondi comunitari.
La Commissione storcerà il naso, visto che già tre anni fa in una nota di orientamento ha avvertito che “non caldeggia l’assistenza retrospettiva poichè si tratta di una procedura ad alto rischio di mancata ottemperanza alle regole”.
Peraltro questa scorciatoia vanifica l’effetto di stimolo economico sul territorio, almeno nel medio periodo.
Ma tant’è: da gennaio a maggio, quando è stato fatto l’ultimo monitoraggio ufficiale, sono stati spesi per progetti nelle aree svantaggiate solo 1,3 miliardi sui 13,6 rimasti dalla programmazione 2007-2013.
Che ammontava a 46,6 miliardi totali. Più del 50% della dotazione del Fondo europeo di sviluppo regionale per la Sicilia e la Calabria, per esempio, è inutilizzata. E adesso bisogna correre.
L’Agenzia nata nel 2013 attende ancora il regolamento di organizzazione
La stessa Agrò ha fatto presente che “un ritardo così rilevante non si è mai visto”, nonostante le performance della Penisola nel trarre vantaggio dai fondi Ue non abbiano mai brillato.
Non ha certo aiutato il fatto che la numero uno si sia insediata solo lo scorso dicembre, due anni e mezzo dopo il decreto del governo Letta che ha creato l’agenzia e cinque mesi dopo la nomina da parte del Consiglio dei ministri.
Peraltro ancora oggi la struttura non è a regime, perchè manca il regolamento di organizzazione necessario per definirne la struttura e i compiti dei singoli uffici.
La speranza è che arrivi entro l’autunno. Nel frattempo l’agenzia che dovrebbe accompagnare l’attuazione dei programmi e garantirne la qualità sta ancora selezionando esperti esterni. Di questo passo, sarà pienamente operativa non prima dell’anno prossimo.
Un uomo solo al comando dei fondi
Renzi, alla luce dei dati preoccupanti dello Svimez e dopo la polemica con Roberto Saviano a proposito dei “piagnistei” sul Sud, ha convocato una direzione del Pd per presentare l’ennesimo piano ad hoc e magari riesumare il ministero del Mezzogiorno.
Ma quello che manca non è certo un’ulteriore “cabina di regia”.
Il premier, a partire dalla scorsa estate, ha di fatto accentrato nelle proprie mani la maggior parte delle competenze sulla programmazione dei fondi europei proprio per accelerarne la spesa.
Con il decreto Sblocca Italia si è attribuito “potere sostitutivo” sull’utilizzo dei fondi in caso di inadempimento da parte dei governatori delle Regioni e da aprile ha anche la delega sul Fondo di sviluppo e coesione, che per il periodo 2014-2010 vale 54 miliardi di cui l’80% per il Mezzogiorno.
Fino al passaggio di Graziano Delrio al ministero delle Infrastrutture la competenza faceva capo al sottosegretario di Palazzo Chigi, ma non è mai stata trasferita al successore Claudio De Vincenti.
Nè per ora Delrio se l’è vista “restituire” come sperava.
E la stessa Agenzia per la coesione, che ha preso il posto del Dipartimento omonimo del ministero dello Sviluppo, è soggetta alla vigilanza della presidenza del Consiglio.
Le leve per far funzionare la macchina in modo efficiente, dunque, sono saldamente nelle mani del premier.
Lo stesso che il 24 febbraio 2014, rispondendo alle critiche di chi faceva notare la totale assenza della “questione meridionale” nel suo discorso programmatico al Senato, ribatteva: “Avrei dovuto utilizzare le solite frasi fatte che da decenni usiamo per il Mezzogiorno? Bastano veramente parole in libertà per avere la fiducia, o forse non è il momento di iniziare a usare i fondi strutturali?”.
Alla fine dello stesso anno, il premier ha deciso di sottrarre ben 3,5 miliardi al Piano di azione e coesione, quello destinato agli investimenti nel Sud, per finanziare gli sgravi contributivi per i neoassunti (ovviamente di tutta Italia) previsti dalla legge di Stabilità .
Il nodo del patto di Stabilità interno
Il fatto è che il vero problema sono i vincoli di bilancio previsti dal patto di Stabilità interno.
Come è noto, i fondi europei vanno affiancati da un cofinanziamento nazionale o regionale. Che però, come evidenziato dall’Ance, è di fatto incompatibile con i tetti di spesa previsti dal patto: quest’anno Puglia e Molise, per riuscire a usare tutte le risorse Ue disponibili, dovrebbero azzerare qualsiasi altra uscita.
Comprese quelle per gli stipendi dei dipendenti. Per questo da più parti si chiede che il primo intervento sia una riforma delle regole di finanza pubblica.
Ad auspicarlo sono sia Confindustria sia le regioni. Peccato che se gli enti locali vengono esonerati dal rispetto di quei “paletti” si rischi di sforare anche i limiti fissati da Bruxelles a livello nazionale. Infatti il governo, nonostante gli annunci, non ha mai ottenuto l’auspicata esclusione della quota di cofinanziamento dal calcolo del deficit.
Al massimo, grazie alla maggiore flessibilità concessa a tutti i 28 Paesi dallo scorso gennaio, può invocare la cosiddetta clausola di salvaguardia per gli investimenti.
Ma sempre nel rispetto del tetto del 3% per il rapporto deficit/Pil.
E’ tutto da vedere, poi, se la Commissione Ue accetterà senza battere ciglio una “fattura” in cui sono indicate opere già fatte.
Chiara Brusini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 7th, 2015 Riccardo Fucile
SU UN CAMPIONE DI 1000 PERSONE SONO EMERSI REDDITI NASCOSTI PER 850 MILIONI E 153 DI IVA EVASA
Tra il 2009 e il 2014 sono stati movimentati tra Italia e San Marino oltre 33 miliardi, più di una “finanziaria”.
Lo ha scoperto la Guardia di Finanza che ha avviato uno specifico piano operativo nei confronti degli oltre 58mila soggetti che hanno trasferito il denaro dal nostro paese alla Repubblica del Titano o viceversa.
Gli accertamenti della Guardia di Finanza non sono affatto conclusi: lo screening avviato sulle prime mille posizioni verrà infatti allargato a molti degli oltre 58mila soggetti che hanno movimentato denaro tra S. Marino e l’Italia.
Gli approfondimenti investigativi, sulla base della documentazione acquisita nel corso delle indagini, continueranno ad essere svolti dai reparti speciali della Gdf, in stretto coordinamento con il Nucleo di polizia tributaria di Forlì e con la Procura.
I risultati sono comunque incoraggianti: le prime verifiche condotte dalla Guardia di Finanza nei confronti di oltre 1.050 posizioni, sulla base delle risultanze preliminari delle indagini, hanno consentito di constatare redditi nascosti al fisco per oltre 850 milioni di euro e un’Iva evasa per più di 153 milioni di euro.
(da agenzie)
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