Destra di Popolo.net

SLURPRAI

Agosto 5th, 2015 Riccardo Fucile

CONSIGLIERI RAI SCELTI TRA EX PORTABORSE, ADDETTI STAMPA E CANDIDATI TROMBATI

“Fuori i politici dalla Rai”, strillava Matteo Renzi un giorno sì e l’altro pure, promettendo “il modello Bbc”.
Infatti, a parte Carlo Freccero — che era troppo impegnato a fare televisione e a insegnarla all’università , dunque ne fu presto scacciato perchè troppo indipendente e competente — gli altri sei consiglieri Rai usciti ieri dal cilindro dei partiti travestiti da commissione di Vigilanza vengono tutti dalla politica o dal sottobosco politico.
E non è certo colpa della legge Gasparri che, sì, consegna il cosiddetto servizio pubblico nelle mani del governo di turno, ma non impone certo ai partiti di nominare portaborse, addetti stampa, ex deputati o candidati trombati.
Volendo, si possono sempre mandare nel Cda personaggi di alto profilo e soprattutto di provata indipendenza e competenza, come del resto prevedrebbe la legge; come ieri aveva suggerito Milena Gabanelli sul Corriere, dopo aver declinato ogni incarico, invocando candidati muniti di un curriculum di successo; come hanno fatto i 5 Stelle e Sel, votando l’ex direttore di Canale5, Italia1, La Cinq, Raidue, Raisat e Rai4, uno che in qualsiasi altro paese dirigerebbe il primo canale pubblico in attesa che arrivi qualcuno più capace di lui, cioè a vita; e come aveva tentato di fare la minoranza Pd, indicando Ferruccio de Bortoli, che ha diretto due volte il principale quotidiano italiano dimostrando assoluta indipendenza sia da B. sia da Renzi, e che proprio per questo è stato scartato a priori dal Politburo fiorentin-rignanese.
Il Pd, complici il duo Ncd-Udc e gli avanzi della destra, ha preferito una spartizione che più vecchia e squalificata non si può, perpetrando il peggior Cda mai visto in Viale Mazzini (dove pure s’era visto di tutto, o almeno così si pensava).
Una triste brigata di mediocri carneadi che fa rimpiangere persino la prima Rai berlusconiana della Moratti e di Billia: tutta gente che non distingue un televisore da una lavapiatti o da un forno a microonde.
I curricula (con rispetto parlando) dei Magnifici Sei parlano da soli.
Specialmente dei tre targati Pd, che avrebbero dovuto dare il segno della rottamazione e del cambio di passo del giovane Renzi.
La biografia di Guelfo Guelfi sfiora a stento le due righe: fiorentino, pubblicitario, ex Lotta continua amico di Sofri,spin doctor elettorale di Matteo, presidente del Teatro Puccini e direttore della società  di comunicazione della Provincia “Florence Multimedia”. Perbacco.
Rita Borioni sfugge proprio ai radar: laureata in storia dell’arte, pare che dia ripetizioni a Orfini; è stata pure portaborse di vari deputati e senatori Ds e Pd, oltrechè “autrice e conduttrice di Red Tv”, la tv clandestina del Pd, il che è di buon auspicio per gli ascolti futuri di Mediaset e di La7.
Franco Siddi è l’ex segretario della Federazione della stampa e ha scritto per varie testate sarde.
B. e i suoi servi optano invece per Arturo Diaconale, direttore del samiszdat L’Opinione di cui sfuggono i lettori ma non i fondi pubblici, editorialista de il Giornale, ma soprattutto commissario e presidente del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga nonchè ex candidato trombato del Pdl; ha anche “promosso la trasformazione della Stazione Vigna Clara di Roma in Pala Opinione dove ha presieduto oltre venti convegni”. Parbleu.
Sempre in quota FI ecco Giancarlo Mazzuca, anche lui giornalista, che fu al Giornale e a La Voce con Montanelli per poi passare con gran coerenza alla Camera con B. e candidarsi senza successo a governatore d’Emilia Romagna; ha pure diretto Il Carlino e il Giorno.
Completa il quadro il centrista Paolo Messa, nome nomen, docente nientemeno che di “Intelligence economica”, direttore del Centro Studi Americani, fondatore del mensile Formiche, ma soprattutto ex consigliere del Consorzio Nazionale Imballaggi che ne fa un magistrale esperto di tv, anche perchè ha curato una campagna elettorale di Fitto e diretto l’ufficio stampa dell’Udc di Casini, senza dimenticare un libro sulla Dc con prefazione di Andreotti. Mai più senza.
Se tutto ciò ancora non vi basta, state pronti per l’imminente arrivo alla direzione generale di Antonio Campo Dall’Orto, che si distingue da Raffaella Carrà  per la mancanza di talento ma non del caschetto biondo: quando Enrico Letta sembrava in auge, non mancava a un appuntamento del suo think tank “VeDrò”, salvo poi impalmare la più sicura Leopolda renziana.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL NONNO COMANDAMENTO E IL “MENEFREGHISTA DELL’ANNO”

Agosto 5th, 2015 Riccardo Fucile

L’AGGRESSIONE OMOFOBA A GENOVA E L’AUTISTA CHE “SI FA I CAZZI SUOI”

Gentile signor Furfaro, autista della linea 1 di Genova, a nome dell’associazione «Tengo famiglia» vorrei congratularmi per il premio Menefreghista dell’Anno da lei vinto con pieno merito.
Ricorderò i fatti che hanno portato la giuria ad assegnarle il prestigioso riconoscimento.
Saranno state le tre e mezza di notte sul suo autobus fermo al capolinea, quando dei bulli, aizzati dalla ragazza del capo, hanno ridotto in fin di vita a suon di sprangate un passeggero che avevano preso per gay.
Durante l’aggressione, lei è sceso a mangiare un panino.
Tornando sull’autobus lo ha trovato sporco di sangue, ma ha pensato fosse birra: immagino birra rossa, irlandese.
Interpellato dalla questura sulle ragioni del suo distacco dalle miserie terrene, ha spiegato di avere seguito l’aureo consiglio del nonno, quello di farsi sempre i fatti propri.
Forse lo ignora, ma il suo disinteresse assoluto per i destini di qualsiasi comunità  diversa dalla «famigghia» di appartenenza si inserisce in una luminosa tradizione che percorre i secoli e i racconti di mafia, attraversa gli osti dei «Promessi Sposi» e passando da suo nonno e dal senatore Razzi arriva fino a lei.
Se avesse affrontato la banda a mani nude sarebbe stato un eroe e a nessuno francamente si può chiedere tanto.
Ma se avesse fatto una telefonata al 113, magari mentre aspettava che le farcissero il sandwich, sarebbe stato un cittadino.
Troppa fatica.

Massimo Gramellini
(da “la Stampa“)

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MONICA MAGGIONI A UN PASSO DALLA PRESIDENZA RAI

Agosto 5th, 2015 Riccardo Fucile

PROBABILE ACCORDO SUL DIRETTORE DI RAINEW24

Alessandro Campo Dall’Orto e Monica Maggioni.
Sono questi, salvo sorprese dell’ultim’ora, i nuovi direttore generale e presidente della Rai.
L’assemblea degli azionisti della tv pubblica che avrebbe dovuto riunirsi in mattinata è slittata al pomeriggio.
In queste ore il presidente del Consiglio ha portato avanti colloqui e trattative per cercare un accordo sui nomi.
Per la poltrona di dg c’è l’accordo sull’ex manager di Mtv e La7.
Per la poltrona di presidente del cda, invece, è spuntata a sorpresa il nome della direttrice di RaiNews24 Monica Maggioni.
La proposta sarebbe stata fatta dal Pd a Forza Italia e il nome, si apprende in ambienti forzisti, sarebbe gradito a Berlusconi.
L’obbiettivo è trovare un accordo con Forza Italia, Ncd e i verdiniani dato che Il presidente dovrà  essere eletto dai due terzi dei quaranta componenti della Vigilanza: il Pd ha 22 voti, ed è per questo che si punta all’elezione di un candidato condiviso.
Sul tavolo delle trattative tante le ipotesi delle scorse ore.
Tra i nomi: Antonella Mansi, vice presidente di Confindustria; Barbara Palombelli, consorte di Francesco Rutelli e attualmente a Mediaset; Piero Ostellino; Marcello Sorgi.
L’ex direttore de La Stampa e del Tg1 è in assoluto il candidato meno ostile sia per Renzi che per Berlusconi: una qualità  che potrebbe pesare nel gioco dei voti incrociati.
Il nome di Sorgi come presidente della Rai è ben visto anche da ambienti del Quirinale.
L’impressione è che Renzi adotti la stessa politica messa in campo con Mattarella: una serie di nomi da bruciare per poi piazzare all’ultimo il candidato buono.

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MEZZO CDA RAI RISCHIA GIA’ LA POLTRONA: SONO PENSIONATI E LA LEGGE GLI VIETA INCARICHI PUBBLICI

Agosto 5th, 2015 Riccardo Fucile

RIGUARDA 4 CONSIGLIERI SU 7: GUELFI, FRECCERO, DIACONALE E MAZZUCCA… POTRANNO RIMANERE IN CARICA SOLO UN ANNO E SENZA STIPENDIO

Un Cda in bilico. E non per le polemiche politiche, che pure gli sono piovute addosso abbondanti.
Ma per un impedimento normativo che, evidentemente, nessuno degli sherpa che ha gestito la partita della nomina dei sette consiglieri Rai di competenza parlamentare aveva messo in conto.
Un problema che si chiama “pensionati” e che, come rivelato dal sito dell’Unità , si traduce in incompatibilità  per la metà  dei consiglieri freschi freschi di nomina.
Ossia: Carlo Freccero, Guelfo Guelfi, Arturo Diaconale e forse anche Giancarlo Mazzucca.
Insomma, come si vede, una falsa partenza bipartisan dal momento che si tratta, rispettivamente, di consiglieri nominati da M5s, Pd e Forza Italia.
La materia è di quelle da azzeccagarbugli, alquanto controversa, ma la portata politica dell’inghippo è invece di tutta evidenza.
Dunque, un’occhiata alla legge. Si tratta di un provvedimento del ministero della Pubblica amministrazione e della Semplificazione del febbraio del 2015 che richiama a un’apposita circolare che chiarisce le norme sull’applicazione degli “incarichi dirigenziali a soggetti in quiescenza”.
Il senso della legge è quello di “evitare” l’uso da parte delle pubbliche amministrazioni di soggetti, appunto, in quiescenza in modo da “assicurare il ricambio e il ringiovanimento del personale pubblico.
“In particolare — si legge — il divieto riguarda gli incarichi di studio e di consulenza, incarichi dirigenziali o direttivi, cariche di governo nelle amministrative e negli enti e società  controllati”.
Una regola, questa, che si applica anche alla tv di Stato sebbene non rientri nella categoria “pubblica amministrazione”.
Inoltre — spiega una qualificata fonte di governo — quelle fatte dalla Vigilanza sono sì nomine che hanno un percorso parlamentare, ma formalmente è il ministero del Tesoro a nominare i membri Cda”.
Una via d’uscita all’impasse totale è data dalla legge sulla riforma della Pubblica amministrazione che proprio ieri è stata approvata in via definitiva e che stabilisce come l’incarico non sia incompatibile se svolto in maniera gratuita e comunque per non più di un anno.
Carlo Freccero si è già  detto disponibile. “Non ne so nulla, sono stato convocato domani mattina”, spiega Guelfi.
A questo punto però la decisione è politica e, tra l’altro, secondo alcune fonti del ministero dell’Economia, non è da escludere che si ponga anche un altro problema: quello delle quote rosa non rispettate.
Ma anche qui ci si scontra con la competenza parlamentare: come è possibile, con quel sistema di elezione, garantire una giusta rappresentanza femminile?
Il garbuglio, quindi, è evidente.
A sentire un consigliere uscente come Antonio Verro, la materia è ostica tanto che già  in passato ci si era trovati nell’impasse.
“L’orientamento prevalente è quello di considerare la Rai come un soggetto disciplinato da una legge speciale. Ma già  nel caso dell’allontanamento dalla direzione di Augusto Minzolini — ricorda — si applicarono le norme del pubblico impiego”.

(da “Huffingtonpost”)

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CAMPO DALL’ORTO, IL MANAGER DEL FLOP A LA7; ECCO CHI E’ IL PREFERITO DI RENZI COME DG DELLA RAI

Agosto 5th, 2015 Riccardo Fucile

UN PASSATO DA DIRETTORE DI RETE, POI IN MTV E ALLE POSTE… MA ASSIDUO FREQUENTATORE DELLA LEOPOLDA

I giornali e i retroscenisti ne sono convinti: per il ruolo di direttore generale della Rai, Matteo Renzi farà  il nome di Antonio Campo Dall’Orto, un passato a La7 (con risultati discutibili) e a Mtv, presenza fissa alla Leopolda.
Ecco il ritratto del possibile dg
Sette anni fa, la carriera di Antonio Campo Dall’Orto sembrava finita, in queste ore attende la nomina a direttore generale della Rai renziana.
Quando nel 2008 la Telecom cambia azionisti e top manager, da Marco Tronchetti Provera a Franco Bernabè, anche nella controllata Ti Media, cioè La7 finisce un’era. A Campo Dall’Orto vengono offerte due opzioni: andarsene subito con una buonuscita minima immediatamente o provocare lo scontro totale con i nuovi padroni, anche legale se necessario.
Campo Dall’Orto se ne va, si sposta nella provincia più lontana dell’impero, Mtv.
Nei bilanci di Ti Media si trovano i numeri dietro questo divorzio.
Nel 2007, Campo Dall’Orto ha una retribuzione complessiva di 1,2 milioni.
L’anno successivo prende 35 mila euro come consigliere d’amministrazione, 502 di “bonus e altri incentivi”, 1,9 milioni come incentivo all’esodo.
In totale 2,4 milioni, poco come congedo da quello che avrebbe dovuto essere il terzo polo televisivo. Ma le perdite erano pesanti: 103,6 milioni di rosso nel 2007, 104 nel 2008.
La nuova gestione di La7 nel giro di un anno dimostra che si poteva fare meglio: il rosso scende a 67,6 milioni.
Ma il cambio più rilevante si nota nell’Ebitda, cioè quello che misura l’andamento della gestione caratteristica dell’azienda: con Campo Dall’Orto era negativo di 42,5 milioni, con Gianni Stella solo di 7,3.
Campo Dall’Orto non commenta, “io mi concentro sempre sul domani”, dice da Liverpool dove si tengono gli Mtv Music Awards.
La televisione musicale è residuale come numeri, e un passo indietro di dieci anni per il manager di Conegliano che ha studiato ambizione al master di Publitalia e aveva lanciato Mtv in Italia alla fine degli anni Novanta. Ma tutto serve.
Ci sono intere pagine del bilancio di TI Media del 2009 dedicate alla sua nomina come advocate (una specie di ambasciatore) delle Nazioni Unite per aver mandato in onda una serie di concerti dedicati all’ambiente.
A La7 i giornalisti non esultano per l’arrivo di Gianni Stella, visto che debutta chiedendo il licenziamento di 25 giornalisti.
Ma neppure rimpiangono Campo Dall’Orto. La vicenda di Daniele Luttazzi aveva chiarito il suo stile: il programma del comico venne chiuso all’improvviso, pare per uno sketch non gradito su Giuliano Ferrara.
“Ha deciso e mi ha dato la notizia mandandomi un sms: non mi sembra molto corretto”, dice all’Ansa Luttazzi l’8 dicembre 2007.
Non solo: il telegiornale di La7, allora diretto da Antonello Piroso, dimentica di dare la notizia. Il comitato di redazione, la rappresentanza sindacale dei giornalisti, protesta.
Campo Dall’Orto si rifugia in Viacom International, la società  cui fa capo il marchio originale Mtv e attiva in Italia con una sua controllata.
Quando lascia l’azienda nel 2013, il presidente Bob Bakish dice che “recentemente aveva acquisito sotto la sua guida anche lo sviluppo del business in Africa e nei territori del Medio Oriente”.
Nessuno sa esattamente cosa faccia, Viacom è un gruppo complesso e articolato, ma lavorare per gli americani è sempre apprezzato.
E Campo Dall’Orto continua a frequentare la politica italiana forte di questo suo profilo internazionale, i bilanci in rosso di La7 sono dimenticati. Il manager non manca di farsi vedere a VeDrò, la convention di Enrico Letta, e non si perde una Leopolda, quella fiorentina di Renzi che diventerà  il serbatoio per la squadra dirigente del renzismo.
Ricorda di aver “seguito l’avventura politica di Obama” per una questione di “affinità ”.
Pur essendo considerato un leader, uno carismatico, legge i suoi interventi dagli appunti, con gli occhiali sulla punta del naso.
“Matteo ha fatto e fa un lavoro enorme, ha messo dentro al camper le speranze di milioni di persone che non volevano la solita alternativa che rassicura rispetto al fatto che non cambierà  niente e il populismo”, dice nel 2012 in uno spot per le primarie di Renzi (perse) di quell’anno.
Il suo grado di renzismo è tale che nel 2014 ottiene una poltrona nel cda di Poste Italiane, sul cui business non risulta abbia competenze specifiche. E ora gli tocca la Rai.

Stefano Feltri e Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)

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RAGUSA, VUOLE DONARE 2 MILIONI ALL’OSPEDALE: LO FANNO ASPETTARE TROPPO E SE NE VA

Agosto 5th, 2015 Riccardo Fucile

DOPO UNA LUNGA ANTICAMERA, IL BENEFATTORE ITALO-AMERICANO PERDE LA PAZIENZA E SI ALLONTANA… CHISSA’ CHE AVEVA DA FARE IL MANAGER DELLA ASL

Una donazione da due milioni di euro andata in fumo a causa della lunga anticamera davanti l’ufficio del manager.
Succede a Ragusa, dove l’azienda sanitaria provinciale stava per incassare la ricchissima donazione da parte di Giuseppe Giuffrè, imprenditore di origini ragusane ma trapiantato da anni negli Stati Uniti.
I soldi sarebbero serviti per comprare apparecchiature mediche e migliorare i servizi del nuovo ospedale Giovanni Paolo II.
Una donazione che avrebbe fatto comodo, visti i disastrosi conti regionali, che vedono il settore sanitario in profondo rosso da anni. Solo che il manager dell’Asp Maurizio Aricò doveva probabilmente avere di meglio da fare, dato che ha costretto il benefattore ad una lunga anticamera: talmente lunga che Giuffrè ha perso la pazienza ed è andato via. Inutili le scuse successive di Aricò: l’imprenditore italo-americano al momento sembra non avere più intenzione di procedere alla donazione.
La parlamentare regionale del M5S Vanessa Ferreri, dopo aver saputo della fuga del potenziale generoso donatore, ha richiesto la convocazione urgente di Aricò in commissione Sanità , per chiarire la vicenda.
Ferreri si scusa pubblicamente, da segretario della commissione sanità  dell’Assemblea regionale siciliana, con il signor Giuffrè, confidando in un suo ripensamento: “A pagarne le conseguenze — dice — sarebbero solo i cittadini”.
Il presidente della Commissione sanità  Pippo Digiacomo prova a trovare una giustificazione: “Apprendo con rammarico l’incidente accaduto nei locali dell’Asp di Ragusa che avrebbe fatto desistere il signor Giuseppe Giuffrè dall’annunciata decisione di donare una cospicua somma all’ospedale della città  iblea. Sono certo che si sia trattato di un semplice disguido e che possa essere superato”.
“Avevo incontrato Giuffrè — aggiunge — proprio all’ingresso dell’edificio e avevo avuto modo di ringraziarlo del suo affetto e della sua generosità  nei confronti della terra natia e sono profondamente dispiaciuto. A nome mio e della commissione Sanità  all’Ars voglio chiedere al nostro fortunato conterraneo di scusare l’incidente assolutamente estraneo al garbo e all’ospitalità  della bella terra iblea. I particolari dell’incidente verranno certamente chiariti nelle sedi opportune”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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PRIMA PIANGE, POI VIETA IL PIAGNISTEO

Agosto 5th, 2015 Riccardo Fucile

IL POTERE AI TEMPI DI RENZI

Dunque riassumiamo: “Basta piagnistei”. Una variante.
L’ennesima, del “basta piangersi addosso”, rimbocchiamoci le maniche, basta lamentarsi e ognuno aggiunga a piacere fino a esaurimento scorte (peraltro inesauribili).
C’è qualcosa di nuovo, anzi, di antico, nella nuova polemica del Caro Leader, eccezionalmente lanciata dal Giappone.
È più di una frecciatina a questo o quello (i giannizzeri del Capo si affannano a dire che la frase non era rivolta a Saviano) ed è persino più di una filosofia contingente, quelle piccole pillole di saggezza renzista di cui è disseminato il cammino del governo.
Dietro, accanto, sopra e sotto l’esortazione a non lamentarsi, a non fare piagnistei, c’è l’essenza stessa del potere.
Chi ricorda i burbanzosi nuovisti renzisti alla vigilia della “scalata” (cit.), avrà  la sporta piena di lamentazioni.
Era un piagnisteo continuo, uno stillicidio di acide lamentazioni: e non ci fanno votare alle primarie come vorremmo, e sono antichi, e sono cattivi con noi che siamo il nuovo, e ammazzano un’intera generazione, e le rubano il futuro con le loro pensioni da favola (e mica parlavano delle pensioni d’oro, sia chiaro).
I palchi della Leopolda pre-marcia erano essenzialmente questo: il grido di dolore di una generazione in camicia bianca e ritratti di Blair che lamentava e denunciava l’inverecondo complotto ai suoi danni: ecco, ci bloccano!
Un piagnisteo in piena regola che toccava vette di lirismo epico quando si innestava sulla questione generazionale: nugoli di trenta-quarantenni affranti dal non avere il potere e le possibilità  che avevano avuto i trenta-quarantenni prima di loro.
Mano ai fazzoletti, si piangeva un bel po’.
Poi, cambiato verso, basta. Il piagnisteo non vale più, perchè adesso comandano loro e lamentarsi è diventato gufismo applicato, reato federale.
Che ci sia in effetti da lamentarsi un po’ lo vedono tutti (la questione del Sud, mai messo così male dai tempi dello sbarco dei Mille e forse pure da prima è da manuale), ma ogni visione della realtà  con non collimi con le sorti luminose e progressive che arrivano (arrivano? Stanno arrivando? Arriveranno? E lasciatelo lavorare, no?) è considerata attività  antipatriottica.
Dunque non un meccanismo del renzismo — pfui — ma un meccanismo intrinseco del potere: quando erano di là , “calpesti e derisi”, come dice l’Inno, riempivano fazzoletti di lacrime come alla prima di Love Story, ora che sono di qua, nella stanza dei bottoni, chi piange, o anche solo segnala quello che non va è uno che “sa solo lamentarsi”.
Tracciata questa linea filosofica del “non piangete, bambine”, il resto viene da sè come naturale corollario.
Esempio di scuola, il mirabolante ministro Franceschini,che inaugurando la Palestra Grande di Pompei (apertura al pubblico in ritardo di duemila anni) si toglie alcuni sassolini delle scarpe e chiede provocatoriamente se questa buona notizia avrà  sui giornali lo stesso spazio di quando Pompei crolla in testa ai turisti.
E’ più che una domanda peregrina: è scema.
Perchè nei paesi civili, e giustamente, la gente considera quel che funziona normale e quel che non funziona degno di segnalazione, nota e denuncia.
E dunque nessun giornale titolerà  mai “Traffico regolare sull’A1”, ma magari scriverà  mezza pagina nel caso di “Ingorgo spaventoso in autostrada”.
Dunque, il ribaltamento, assai bislacco, è questo: si invoca la normalità  chiedendo di fare una cosa anormale: celebrare l’ovvio e censurare o silenziare l’eccezione.
Con in più la consegna dell’illusione alle masse: “ehi, rimboccatevi le maniche!”. Bello, edificante, un po’ coreano del Nord.
Ma quando si rimboccano le maniche, i nemici del piagnisteo, mica risollevano l’economia del Sud o fanno decollare l’occupazione, no.
Al massimo puliscono qualche muro dalle scritte.
Senza piagnistei.

Alessandro Robecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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BUZZI ACCUSA: “DA ZINGARETTI A MARINO, SOLDI A TUTTI I PARTITI”

Agosto 5th, 2015 Riccardo Fucile

MAFIA CAPITALE, I VERBALI DEL FACCENDIERE TIRANO IN BALLO ANCHE STORACE

Salvatore Buzzi, ras della cooperativa “29 giugno” e uomo di spicco, insieme a Massimo Carminati, di Mafia Capitale ne ha per tutti.
E dal carcere accusa tutti i politici di aver preso soldi, a partire dall’entourage dal presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, a quello del sindaco di Roma, Ignazio Marino.
Lo riporta un articolo pubblicato sul quotidiano “la Repubblica”.
Buzzi parla in particolar modo dell’ex sindaco della capitale Gianni Alemanno e di Marino.
E poi del presidente della regione Zingaretti.
Ed è sul governatore che muove con maggior decisione. A cominciare dalla gara da poco meno di 1 miliardo di euro bandita nel 2014 per il centro unico di prenotazioni ospedaliere, di cui Buzzi vincerà  un lotto (prima che la gara venga annullata).
“La gara era in quattro lotti. Tre andavano alla maggioranza e una all’opposizione. Era l’accordo che Storace aveva fatto con Zingaretti. Poi, al posto di Storace, noi mettiamo in pista Gramazio (Luca, arrestato lo scorso giugno, ndr ). E Zingaretti dice: “Non ti preoccupare, fai questa cosa con Venafro (ex capo di gabinetto del governatore, ora indagato, ndr ), ci penso io con lui”.
Da quel momento in poi, si parla solo con Venafro. Fatto l’accordo politico a monte con il Presidente, poi parli con il capo di gabinetto. Il capo di gabinetto fa l’accordo con Gramazio, il quale, per essere sicuro che venga rispettato, chiede un membro in commissione aggiudicatrice di gara”.
C’è dell’altro. Buzzi indica un uomo chiave nell’entourage di Nicola Zingaretti. Peppe Cionci. “Gravita intorno a Zingaretti. È l’uomo dei soldi. Quando abbiamo fatto la campagna elettorale per lui, siamo andati da Cionci. Non ha un ruolo politico. Ha un ufficio vicino alla sede della redazione di Repubblica. È un imprenditore. Se uno deve fare una campagna elettorale e deve dare dei soldi al comitato Zingaretti, ti rivolgi a Cionci. Tutti a Cionci”.
Sempre su Repubblica, Zingaretti si difende in un’intervista affermando: “Una macchina del fango contro di me. Non c’è mai stata un’intesa con la destra per dividersi gli appalti: la prova è che in due anni nessuna gara è stata vinta da quelle cooperative”.
Lasciando la Regione Lazio e passando al Comune, Buzzi afferma che con Marino erano cambiate le regole.
“Con Alemanno – spiega – comandavano gli assessori. Con Marino, i dirigenti dei dipartimenti”. Mentre l’aula consiliare Giulio Cesare era diventata un suk dove la facevano da padrone i due capi-bastone del Pd, l’allora presidente dell’Assemblea Mirko Coratti e l’allora capogruppo Francesco D’Ausilio (a quest’ultimo, Buzzi sostiene di aver fatto arrivare, attraverso il suo capo segreteria Salvatore Nucera, una tangente da 6.500 euro per una gara per la pulizia delle spiagge di Ostia).
“La regola era che si pagava la tangente sul valore del 50 per cento dei lotti di gara. E che, un lotto era indicato dalla politica. Era la politica che decideva a chi doveva essere assegnato”. “Pagavate quanto?”, chiede Ielo. “Il 3, 4, 5 per cento”, risponde Buzzi.
L’ex capo della coop “29 giugno” aggiunge:
“Con D’Ausilio ci venne imposta per la prima volta una tassazione sulle gare per il servizio giardini e il V dipartimento (assistenza immigrati ndr). Diceva D’Ausilio: ‘Dovevate pagare tutto’. Avemmo una discussione. Gli dissi: “Non puoi entrare a gamba tesa sulle coop sociali’. Anche perchè non potevo andare da una piccola coop sociale e dirgli ‘paga D’Ausilio’. Per questo ci accordammo con Nucera che si pagava solo sul 50 per cento dei lotti”.

(da “Huffingtonpost”)

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SILVIO NON SI FIDA, VUOLE UN PATTO SULLA RAI: “NOI DETERMINANTI SUI NUMERI”

Agosto 4th, 2015 Riccardo Fucile

UN NAZARENO SULLA RAI: BATTAGLIA SULLA NOMINA DI ANTONELLA MANSI

È un Nazareno sulla Rai il prezzo per chiudere l’accordo sul presidente.
Soprattutto in piena discussione sulla riforma di viale Mazzini. Perchè Silvio Berlusconi si sente determinante. E, a vedere i numeri, lo è.
E Renzi, spiegano i suoi, non può permettersi di rinviare tutto a settembre. Già  è molto pesante, a livello di immagine, lo “smacco” di aver rinnovato i vertici con quella legge Gasparri su cui pronunciava strali in tv fino a poco fa.
E pesante è pure lo smacco di un partito che si spacca sull’elezione dei membri del cda. E per colpa delle spaccature prende tre invece che quattro consiglieri.
Fosse per il premier, che ci metterà  la testa rientrato dal Giappone, si chiuderebbe su Antonella Mansi, ex Mps, donna, espressione, col direttore generale in pectore Campo Dall’Orto, della Rai fiorentina.
Ma occorre “costruire” una maggioranza sulla Mansi. Questo è il tentativo in atto. Perchè Berlusconi, al momento, tiene alta la trattativa: “Nessuna fretta — sussurrano a palazzo Grazioli — è Renzi che ci perde la faccia, non noi”.
Non è un “no” secco, ma come un lupo che sente l’odore del sangue, dopo lo psicodramma del Pd sui nomi per il cda, l’ex premier gioca al rialzo: “Senza di noi, Renzi non riesce a eleggere il presidente. Ora deve mettere i piedi per terra e trattare. Noi, quando governavamo, indicammo Garimberti, mostri un uguale fair play”.
Per ora l’ex premier chiede “un nome di garanzia”, un “Garimberti moderato” per usare l’espressione di Gasparri.
Altrimenti, “non si chiude”. I numeri parlano chiaro. Su 27 voti necessari per eleggere il presidente (la maggioranza di due terzi) senza i cinque di Forza Italia è una roulette russa.
Soprattutto perchè quel che è accaduto con la spaccatura a sinistra ha scavato un solco nel Pd.
Ma più in generale su tutto il dossier si sono riequilibrati i rapporti di forza: “In consiglio — dice un azzurro che segue la trattativa – il Pd ne ha tre, col membro del Tesoro 4. Forza Italia ne ha due, ma Paolo Messa, indicato da Alfano non è uno ostile al centrodestra, mentre Freccero farà  le pulci al centrosinistra”.
Il primo ad aver capito che è stata una mezza sconfitta è Renzi. Per questo i suoi prevedono sul presidente una “renzata”, in grado di far recuperare il danno di immagine. E la Mansi ben si presta.
È più “ad effetto” degli altri nomi circolati, come gli ex direttori Marcello Sorgi, Stefano Folli e Giulio Anselmi.
Il punto è il “prezzo” dell’accordo. Il Nazareno sulla Rai. Che Renzi non ha mai messo in discussione, non considerando i Cinque Stelle degli interlocutori neanche dopo l’indicazione di Freccero.
E che, per Berlusconi, significa – attraverso il nome – garanzie sul mantenimento del duopolio, proprio ora che si discute di riforma Rai.
Nell’ambito del partito Mediaset il Cavaliere è quello che ha le idee più rigide sui punti che impattano sulle sue aziende.
E riguardano, come sempre, la raccolta pubblicitaria, lo stop a un processo di privatizzazione della Rai, e una politica gestionale che non induca la Rai a fare investimenti sul prodotto.
Sono tutte questioni su cui, con la riforma, deciderà  l’amministratore delegato.
Ma al presidente resta comunque un ruolo politico. E resta, di qui all’approvazione, che sarebbe bizzarro vedere che il Parlamento approva una riforma della Rai con la contrarietà  del presidente.
Insomma, il Nazareno, come garanzia per l’oggi e per il futuro.

(da “Huffingtonpost”)

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