Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile
IMPIEGHI E IDEE INNOVATIVE PER CREARE LAVORO
Per anni, l’impianto della Pfizer era una fabbrica dei sogni. I sogni sessuali di signori anziani, che compravano il Viagra prodotto nel casermone di mattoni di Brooklyn quasi fosse un elisir d’eterna giovinezza.
Ma quando l’ultima pillola blu uscì dalla catena di montaggio, nel 2008, l’edificio fu abbandonato ai graffiti, all’incuria e allo sfacelo.
Oggi, grazie al lavoro di finanzieri lungimiranti, lo stabilimento è ritornato a fabbricare sogni. Non di vecchi in cerca di un passato che non ritornerà mai più, ma di giovani imprenditori che stanno costruendo un nuovo futuro.
Lo stabilimento, di 54 mila metri quadrati, è uno dei più grandi «incubatori» degli Stati Uniti, un posto dove piccole imprese possono produrre, creare e vendere senza spendere troppo in affitto. E dove i capitani di queste piccole industrie possono condividere l’arduo sentiero dell’imprenditoria con altri compagni di strada.
Il mio viaggio nella ripresa economica degli Stati Uniti dopo la crisi finanziaria del 2008 incomincia qui, sulla linea «G» della metropolitana che a Manhattan nemmeno ci va.
Parto fuori dalla New York dei turisti, di Wall Street e di Broadway perchè uno dei temi-guida della ripresa americana, e la grande differenza con il ristagno europeo e italiano, è lo spirito camaleontico e rigeneratore dell’economia Usa, la capacità non solo di produrre nuovi posti di lavoro, ma di creare nuovi «tipi» di lavoro quando le industrie tradizionali non funzionano più.
Incontreremo altri mestieri nuovi durante la nostra spedizione nel cuore economico dell’America — dai petrolieri-contadini della Pennsylvania ai venditori di marijuana di Denver, ai guidatori di taxi di Uber —, ma il viaggio sotterraneo sulla «G» ci porta ad un gruppo di lavoratori nato dalle ceneri dell’industria manifatturiera di un tempo: i nuovi artigiani.
Per capire come gli Usa si sono ripresi dalla crisi bisogna analizzare le motivazioni, speranze e paure di gente che non vuole più fare l’impiegato, che preferisce essere il proprio capo e che per fare ciò, rischia molto di suo.
Lawrence Katz, professore di economia a Harvard, ha battezzato questo nuovo fenomeno «l’economia artigiana».
Nessuno sa quanto sia grande ma Etsy, un sito web che facilita la vendita di prodotti artigianali l’anno scorso ha mosso quasi 2 miliardi di dollari di merce per conto di 1,4 milioni di produttori.
Secondo Katz, questo nuovo settore non è solo una ribellione-yuppie alla tirannia dei salari, ma potrebbe salvare le classi medie americane, creando posti di lavoro che rimpiazzano quelli resi obsoleti dalla tecnologia o trasferitisi nei Paesi in via di sviluppo.
Ripartire da zero
Basta passare cinque minuti nei corridoi ampi della fabbrica Pfizer per capire di essere nel mezzo di una rivoluzione sociale. Dove un tempo c’erano formule chimiche, camici bianchi e guanti, ora ci sono forni, pezzi di stoffa e persino vegetali idroponici. Gli odori passano dal fragrante aroma dei croissant, all’attacco del kimchi — il pungente sott’olio amato dai coreani — al profumo Chanel delle modelle, magre muse di stilisti ancora sconosciuti.
La metafora è quella del passaggio delle consegne: gli spazi creati per una delle più grandi multinazionali del mondo sono stati invasi da decine e decine di piccole aziende con grandi ambizioni.
Da fotografa a pasticciere
E all’interno di quelli spazi, tante storie. Storie di emigranti come Antonella Zangheri, nata a Rimini, fondatrice della Krumville Bake Shop, una pasticceria artigianale per celiaci. Antonella mi offre uno dei suoi buonissimi biscotti senza glutine e racconta di come è diventata artigiana.
Faceva la fotografa di moda fino a quando non scoprì di essere celiaca: «Tutto d’un tratto, sono stata costretta a comprare pane congelato. Per gente come me, non c’era niente di fresco».
Aveva sempre avuto la passione per la pasticceria ma allora, per la prima volta, pensò che potesse essere un mestiere. Fondò Krumville tre anni fa con i suoi risparmi e un’impiegata.
Per ora, il fatturato è piccolo — 170 mila dollari nel 2014 — ma in crescita. E il lavoro è duro. Antonella, che ha 44 anni ma ne dimostra 30, fa tutte le consegne a bar e pasticcerie di New York da sola, la mattina presto, con la sua macchina. Sembra contenta.
«Quando fai il fotografo — spiega Antonella — non crei nulla, catturi semplicemente un momento. Non è molto creativo».
È interrotta da un bip sul computer, un ordine via internet da Amazon, esempio di come, nel 2015, anche un artigiano si debba appoggiare alla tecnologia. Antonella passa l’ordine alla cuoca — focaccia al rosmarino – e conclude: «In questo mestiere, la gente apprezza quello che fai».
La pasta di Gonzalez
Essere apprezzati, essere in contatto con i clienti, fare qualcosa di creativo e utile, è un refrain che echeggia nel palazzone della Pfizer.
Non si sente quasi mai parlare di soldi, una novità per chi, come me, di solito frequenta finanzieri e scrive di mercati.
Imprenditori come Steve Gonzalez, il patron dello Sfoglini Pasta Shop, i soldi li vogliono fare ma non è quello il motivo per cui si sono messi in proprio.
Steve, americano di origine messicana, ha scoperto la passione per la pasta in un giro peripatetico per le cucine italiane: Gorizia, Bergamo, le isole.
Quando è tornato negli Usa ha deciso di produrre pasta con farina biologica e ingredienti tutti provenienti dallo Stato di New York.
La Sfoglini costa tanto — dai 7 ai 10 dollari al pacco — ma la gente la compra e tra pochi mesi la venderà anche il gigante Eataly.
Steve sembra un ragazzino, più giovane dei suoi 35 anni, con una faccia che non sembra mai aver avuto un pelo di barba, e una bandana rossa in testa. Ma quando parla del suo business, è serissimo.
«Amo la pasta e la volevo fare per bene. Per un pubblico americano, ma per bene», dice mentre guarda con attenzione i suoi impiegati sfornare un enorme vassoio di conchiglie allo zafferano.
La Sfoglini, come quasi tutte le imprese nella fabbrica Pfizer producono prodotti venduti in negozi — «business-to-business» nel gergo finanziario.
Molti dei nuovi artigiani, però, non «creano» nel senso vero della parola ma utilizzano tecnologie moderne per mettere in contatto produttori e consumatori («business-to-consumer», direbbero gli analisti di Wall Street).
«Il Nostro Raccolto»
Michael «Mike» Winik e Scott Reich fanno parte di questo gruppo. I due hanno fondato OurHarvest — Il Nostro Raccolto — una società che vende cibo prodotto da fattorie dello stato di New York.
A vederli, i due 32enni non sembrano tipici artigiani. Amici d’infanzia — «ci siamo conosciuti sullo scuola-bus delle elementari» dice Scott — laureati alla prestigiosa Wharton Business School, avevano scelto carriere «rispettabili: Scott in un grande studio legale e Mike in una banca d’affari.
«Dopo un po’, ci è venuta voglia di fare qualcosa che avesse più senso», ammette Mike mentre andiamo a prendere della merce nelle fattorie di Long Island. «Non volevamo arrivare a 60 anni e dire che avevamo fatto una carriera senza rischi».
E allora hanno preso dei bei rischi. Hanno deciso che se i newyorchesi non andavano più nelle fattorie, la frutta e la verdura gliela avrebbero portata loro. Hanno preso i soldi guadagnati a Wall Street, e hanno aperto «OurHarvest», un mercato «virtuale» dove i consumatori ordinano su Internet, i due amici vanno a prendere la merce e la consegnano in meno di due giorni.
«Più fresco di così, non si può», dice Scott, che certe notti dorme sul divano dei genitori per risparmiare.
«Lavorate moltissimo?» chiedo prima di ricordarmi che come apprendista-avvocato e apprendista-banchiere questi due si sono ammazzati di lavoro nelle loro vite precedenti. Mike capisce e sorride. «È più divertente. Qui vediamo subito l’impatto del nostro lavoro. Gli stimoli cambiano di secondo in secondo».
Osservando questi due giovani ex-rampanti toccare i pomodori e assaggiare le albicocche a Wickham’s Fruit Farm, una fattoria che ha iniziato a coltivare nel 1600, mi chiedo se questo sia solo il primo passo per Scott e Mike. Se vogliano fare «gli imprenditori seriali» stile-Silicon Valley che creano aziende, le vendono per poi crearne altre e così via. Scott scuote la testa. «Se non facciamo errori, non ce ne sarà bisogno», dice, con la fiducia e l’ottimismo che sono proprie di tanti nuovi artigiani. La riscossa delle donne
Il bello di questo nuovo settore è che è molto diverso dalle industrie del passato. Quando Etsy ha chiesto a quattromila venditori di identificarsi, i risultati sono stati sorprendenti: Otto su dieci sono donne, molto di più del 51% della popolazione americana; più della metà ha almeno un diploma universitario (nel resto degli Usa è meno del 30%) e il 40% vive in zone rurali, quasi il doppio della media nazionale.
È un identikit che non si trova in nessun altro mestiere e definisce un gruppo di persone che per decenni è stato ai margini del mercato del lavoro. Anche qui, la tecnologia aiuta.
La forza dei computer di oggi permette a milioni di persone di lavorare da casa, contattare clienti e distributori in maniera veloce ed efficace, fare il proprio marketing, senza tanto sforzo o costo.
È questa la speranza di economisti e politici: attrarre nuove categorie di lavoratori che fino ad ora non avevano contribuito granchè all’economia del Paese. È uno dei pochi obiettivi che unisce sia la democratica Hillary Clinton sia il repubblicano Jeb Bush, i probabili candidati alla Casa Bianca nel 2016.
L’eccezione americana
Ma la domanda, che formuleremo varie volte durante il viaggio, è: si tratta di un modello per altri Paesi o di un’anomalia americana?
L’idea che milioni di persone si possano mettere in proprio e dare il proprio contributo — economico, sociale e fiscale — in maniera non convenzionale, è esportabile o è il prodotto di un milieu e sistema prettamente made in Usa?
Gli imprenditori della Pfizer sono scettici. Olivier Dessyn, lo chef-padrone di Mille-feuille, una mini-catena di pasticcerie, è molto critico del suo Paese natale.
«Non lo avrei mai potuto fare in Francia». Nonostante abbia lavorato alla famosa scuola di cucina del Ritz, nonostante abbia fatto l’apprendistato con il leggendario Camille Lesecq e poi alla pasticceria Pierre Hermè di Parigi, lui è convinto che un dilettante che lavorava nei computer non sarebbe mai stato accettato dall’establishment culinario francese.
«No, no, no, – dice Olivier – devi conoscere qualcuno, lavorare per dieci anni dietro le quinte, fare la gavetta e allora, solo allora, ti permettono di aprire i tuo negozio». E a New York invece? «A New York, è tutta un’altra cosa. Se fai delle buone cose, la gente le compra e ti ama. Punto e basta».
È difficile non amare i croissant e i dolci di Olivier, prodotti tutti a Brooklyn, ma con una vista mozzafiato di Manhattan che ricorda a tutti gli imprenditori perchè sono lì. «Se ce la fai a New York, ce la fai ovunque», dice Olivier, citando, forse inconsciamente, Frank Sinatra.
L’Italia, purtroppo è simile alla Francia, almeno stando a quanto dice Antonella Zangheri. Mi fissa con gli occhi azzurri e racconta come è stato facile aprire un business in America e come è diverso dall’Italia della burocrazia, del governo Azzeccagarbugli e delle pratiche infinite.
Vuole essere speranzosa Antonella e mi dice che quello che fa lei, quello che fanno Olivier e Steve, Mike e Scott potrebbe essere replicato in Europa e in Italia.
Ma poi si ferma e, nel suo inglese perfetto, con l’accento di New York, sussurra: «If it wasn’t so damn difficult».
Se non fosse così maledettamente difficile.
Francesco Guerrera
(da “La Stampa”)
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Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile
“GLI ITALIANI VIVONO TROPPO BENE PER RENDERSI CONTO DELLA SITUAZIONE ECONOMICA”…”LA MONETA UNICA E’ UNA ZAVORRA PER L’ITALIA”
“La Grande Bellezza non salverà l’Italia come auspica il premier Matteo Renzi, peggio, sarà “un
freno alla crescita. Il vostro stile di vita è fantastico. E’ addirittura troppo bello perchè ci si renda conto dell’emergenza che attraversa il Paese”.
Tyler Cowen, professore della George Mason University autore di La media non conta più. Ipermeritocrazia e futuro del lavoro (Università Bocconi Editore) inserito dalla rivista Foreign Policy tra i Top 100 Global Thinkers, è un fiume in piena: “I prossimi 60 anni saranno duri, ma il futuro sarà brillante. Stiamo vivendo una nuova rivoluzione industriale, come nel 19esimo secolo”.
Visto dagli Stati Uniti, poi, l’euro è stato un fallimento, ma non la causa della crisi: “La moneta unica è stata un fallimento, ma non è questa la causa della crisi. Piuttosto ha acuito i problemi generati da fenomeni ineludibili, come la globalizzazione e la crescita dei computer, delle macchine intelligenti”.
D’altra parte l’incipit del libro di Cowen lascia poco spazio alle interpretazioni: “Nel nostro futuro ci saranno più ricchi di quanti ce ne siano mai stati e più poveri e non sapremo come a tutto questo si possa porre fine”.
Quindi, che fare?
“Seguire – suggerisce l’economista – la cosiddetta opzione Donner, campione di scacchi cui fu chiesto quale strategia seguire in una partita contro un computer, che rispose: porterei un martello”.
Una provocazione certo, ma l’analisi è lucida: “Sono sempre meno i lavoratori con la formazione necessaria a stare al passo con i tempi. Capaci di fronteggiare l’evoluzione tecnologica e la spinta competitiva in arrivo da Est, probabilmente si tratta solo del 50% della forza lavoro, ma è un dato che varia a seconda dei paesi e delle regioni”.
Una visione che non lascia molte speranze ai giovani in cerca di lavoro.
La situazione non è semplice, ma sarà molto stimolante. Per essere competitivi serviranno eccellenze fuori dal comune. Capacità che molti oggi non hanno. Anche per questo la riforma più urgente da portare avanti è quella dei sistemi educativi. I ragazzi oggi vanno a scuola e imparano cose che importano sempre meno nel mondo del lavoro. Per aver un futuro bisogna fare qualcosa che le macchine non siano in grado di fare. Purtroppo questo non è possibile ovunque.
L’Italia come si posiziona?
E’ un paese molto diverso, ma non vedo grandi condizioni di crescita. E senza una forte accelerazione, con l’enorme debito pubblico, l’Italia è condannata alla bancarotta. E’ un grande paese per pensionati e per turisti, ma come fa a crescere? Servono più riforme strutturali, quelle fatte negli ultimi anni non bastano. Quanta gente lavora ancora nella pubblica amministrazione senza essere davvero produttiva? Mi rendo conto che spesso si tratta di dipendenti che faticherebbero a trovare un altro impiego, ma è una situazione che zavorra la ripresa.
Le eccellenze del Paese, però, sono molte.
Probabilmente sono anche il limite alla crescita. Il vostro stile di vita è incredibile, ma tutta questa bellezza in qualche modo allontana le preoccupazioni e il senso dell’emergenza. Se l’Italia fosse un sobborgo americano sarebbe tutto diverso. E’ come se mancassero quella fame e quella follia necessaria per cambiare passo. Penso anche a quelle piccole e medie imprese fiore all’occhiello del made in Italy: le adoriamo tutti, ma quante sono sono davvero in grado di aumentare di 10 volte le loro dimensioni nei prossimi anni? Forse nessuna. Se guardiamo la Cina, invece, le cose sono diverse. I grandi cambiamenti sono nel mondo e l’Italia resta in grave difficoltà .
In questo senso l’euro è un’ancora di salvataggio o un freno?
La moneta unica è un errore. La cosa migliora sarebbe tornare indietro. Il caso della Grecia è emblematico e Atene uscirà dall’Eurozona, resta solo da definire il come e il quando: nessuno però si fida più dal Paese, così come i greci non credono più all’Europa. D’altra parte restare agganciati alla moneta unica è un costo per alcuni Paesi insostenibile e gli interessi sono sempre più divergenti. Quello che potrebbe funzionare per la Spagna o l’Italia non andrebbe bene a Germania e Slovacchia e così via. Per l’Italia l’ideale sarebbe avere più inflazione, ma una ricetta genere è fumo negli occhi per i tedeschi. E comunque tra i Paesi problematici metto anche la Francia, che maschera bene, ma è più in difficoltà di come sembri.
Una battuta d’arresto dell’Eurozona metterebbe in difficoltà anche gli Usa. Altrimenti perchè il presidente Obama si sarebbe speso così per la Grecia?
La Casa Bianca voleva evitare il contagio del sistema bancario, ma gli Stati Uniti possono crescere bene anche senza l’euro. I nostri mercati di riferimento sono il Canada e l’Oriente. In Europa la preoccupazione degli americani era rivolta soprattutto all’Ucraina. I problemi fiscali dell’Eurozona interessano meno.
Insomma lo scenario che dipinge per i prossimi anni è piuttosto fosco.
Nel lungo periodo però il futuro sarà radioso. I cambiamenti saranno verso l’alto. Siamo nel mezzo del guado, dovremo superare la nuova rivoluzione industriale. L’avanzamento della tecnologia, come è successo nel 19esimo secolo, stravolgerà il mondo del lavoro, forse dovremo passare anche attraverso un periodo in cui i tassi di disoccupazione saliranno ancora. Poi arriverà il nuovo boom economico.
Giuliano Balestreri
(da “La Repubblica“)
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Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile
LA RICETTA: “TRE GIORNI DI GALERA PER CHI AGGREDISCE”
Torna il bigliettaio sul bus.
L’assessore Esposito farà partire la sperimentazione durante il Giubileo: verranno individuate 15 linee di collegamento tra periferia e centro.
Ancora, i mezzi in periferia a rischio aggressioni saranno presidiati dai vigili urbani e, se occorre, anche dal servizio privato.
Intanto il sindaco Marino ha chiesto al prefetto di precettare i macchinisti il 7 agosto, giorno dello sciopero proclamato dall’Usb.
«Riporterò i bigliettai a bordo per risolvere insieme due problemi: l’evasione e le aggressioni ai controllori ».
L’assessore ai Trasporti Stefano Esposito prende subito di petto l’sos lanciato dal direttore generale dell’Atac Francesco Micheli, sulle linee periferie senza controllo perchè gli agenti accertatori hanno paura delle aggressioni. «Bisogna fare una scelta», dice.
I bigliettai comporteranno costi ulteriori per Atac?
«Neanche per sogno. Prendiamo le persone dietro le scrivanie e gli facciamo un bel corso di formazione. Cominciamo dagli assunti senza concorso di Parentopoli. Mi sembra una buona pratica »
Quali saranno le linee con il bigliettaio a bordo?
«Ne ho già parlato con il sindaco Marino. Individueremo 15 linee e faremo una sperimentazione per il Giubileo. Saranno le grandi linee di collegamento tra centro e periferia. E poi bisogna investire risorse».
In che modo?
«Portando i vigili urbani sui bus e se non bastano i vigili garantire la sicurezza con il servizio privato. Ho chiesto che il Git, il gruppo intervento traffico dei vigili, torni sotto di me, per disporre del gruppo direttamente. In questo modo cominceremo a dare un segnale. Se qualcuno aggredisce sul bus noi lo ingiacchiamo ».
Ingiacchiamo?
«Voce del verbo ingiaccare. Lo teniamo agli arresti per tre giorni, così gli passa la voglia».
L’unione sindacale di base ha proclamato sciopero per il 7 agosto. Saranno precettati?
«Il sindaco Marino ha già inviato la richiesta al prefetto Gabrielli e io sono d’accordo. Voglio dialogare con tutti ma ad un certo punto ci vogliono le maniere forti».
Ci spieghi.
«Ai sindacati va riconosciuto un gran merito: hanno reso possibile una scelta storica con la riorganizzazione dei turni. Ora però bisogna vigilare sui finti sindacati che vogliono difendere privilegi arcaici usando i cittadini. Non possiamo battere in ritirata. Questo lo fa una politica debole, clientelare. Quei sindacati non hanno diritto di cittadinanza. Se, una volta stabilita una linea comune, loro continueranno ad opporsi, cominceremo a licenziare un po’ dei macchinisti infedeli. Siamo noi che dobbiamo aiutare i sindacati veri, che hanno fatto una scelta coraggiosa».
A settembre l’Atac preparerà un bando europeo per cercare un partner industriale come ha indicato il sindaco.
«Prima di procedere con il partner industriale io voglio verificare fino in fondo la proposta di Cgil, Cisl e Uil di un’azienda unica regionale del trasporto, con Atac, Cotral e Fs. Anche se ho fatto presente ai sindacati che anche le Ferrovie dello Stato sono un partner privato, non sono la mammella a cui attingere. Qualsiasi partner per entrare deve vedere che nell’Atac c’è reddittività . In ogni caso, sul tema dell’azienda unica la settimana prossima vedrò il presidente della Regione Zingaretti ed insieme verificheremo se il progetto è praticabile».
Cecilia Gentile
(da “La Repubblica”)
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Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile
FACEVA I SUOI BISOGNI TRA I RUDERI DELL’ANTICO ANFITEATRO
L’area archeologica del Colosseo utilizzata come un bagno a cielo aperto: è accaduto ieri mattina
intorno alle 11 quando un turista francese è stato sorpreso a fare i suoi bisogni corporali tra i ruderi che circondano l’antica arena dei gladiatori.
Ad allertare una pattuglia di vigili in servizio in quel momento a piazza del Colosseo sono stati altri turisti infastiditi e increduli davanti a quella scena.
Gli agenti del I gruppo Trevi sono quindi arrivati sul posto, hanno invitato l’uomo a ricomporsi e l’hanno accompagnato al comando di via della Greca, dove è stato denunciato per atti osceni in luogo pubblico.
È F. G., 38 anni residente a Parigi, in visita nella capitale dallo scorso lunedì insieme alla moglie.
La donna ha tentato di giustificare il marito: “Stavamo camminando ma non si sentiva bene” ha detto agli agenti: “Pensavamo che nessuno lo avrebbe notato, non credevamo fosse un gesto tanto grave”.
L’uomo è rimasto in silenzio e non ha dato alcuna risposta ai caschi bianchi che chiedevano spiegazioni: “Dopo la denuncia abbiamo inviato una squadra dell’Ama a ripulire l’area dove il visitatore è stato sorpreso a defecare” ha detto uno dei vigili che si è occupato del caso: “In tanti anni di servizio al Colosseo non avevo mai visto nulla di simile”.
Quanto successo ieri è solo l’ultimo episodio di sfregio al Colosseo.
Era il 16 luglio quando il calciatore bulgaro Blagoy Georgiev (che milita nella squadra russa del Rubin Kazan) fu denunciato per aver inciso le proprie iniziali sulle mura dell’Anfiteatro aperto nell’80 dopo Cristo.
E non era stato il primo a farlo.
Flaminia Savelli
(da “La Repubblica”)
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Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile
A RIGNANO SULL’ARNO LA PISCINA CHE INGUAIA IL SUCCESSORE DI TIZIANO RENZI, PADRE DI MATTEO
“Se non è turbativa d’asta questa”. Franco Bonciani lo scrive chiudendo la mail con la quale ha appena illustrato a Gianni Gross il “sistema” per mettere le mani sull’appalto del Comune di Firenze del polo sportivo Arrigo Paganelli.
Il messaggio di risposta di Gross, all’epoca dirigente della Fin, è altrettanto chiaro: “L’idea mi pare volpina, ma bisogna mettersi d’accordo che le buste si chiudono sullo stesso tavolo e si portano insieme al protocollo”.
Lo scambio risale all’agosto 2010.
E il “sistema”, nel frattempo, è andato a buon fine: il polo è stato affidato all’Ati capitanata dalla società Acquatica guidata da Bonciani.
E come previsto è scattata l’inchiesta della procura di Firenze: indagati con l’accusa di turbativa d’asta Bonciani ed Elena Toppino, presidente della commissione giudicatrice e dirigente del servizio sport di Palazzo Vecchio.
La Guardia di Finanza ha perquisito gli uffici del Comune e sequestrato numeroso materiale .
La vicenda preoccupa non poco il sindaco Dario Nardella perchè all’epoca dei fatti lui era assessore allo Sport e fu uno dei maggiori sostenitori dell’affidamento all’Ati, schierandosi pubblicamente anche contro il vice di Matteo Renzi, Stefania Saccardi (oggi vicepresidente della Regione Toscana) e altri uomini di primo piano del giglio magico .
Nardella la spuntò. Bonciani, del resto, non è un imprenditore qualsiasi.
Oltre a essere di Rignano sull’Arno è anche amico di famiglia del premier. Del padre, in particolare.
Tanto che quando nel settembre 2014 Tiziano Renzi finì indagato per bancarotta fraudolenta a Genova e decise di lasciare la guida del Pd di Rignano, il testimone finì nelle mani di Bonciani. Incarico che, come Renzi senior, anche lui ha lasciato perchè indagato. Ieri si è autosospeso.
Dopo la pubblicazione dell’indagine che lo riguarda su LaNazione. Ma il Pd di Rignano non l’ha presa bene. E ha accusato la stampa.
“Constatiamo che Rignano è particolarmente attenzionata dai media” e “rifiutiamo di prendere la verità giornalistica come verità fattuale”.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile
RISSA VERBALE TRA IL SENATORE PD MUCCHETTI E IL DIRETTORE D’ANGELIS
“Caro direttore, perchè non ti fai un paio di giri da noi, ai gruppi Pd del Senato e della Camera”.
Inizia così una lettera al vetrioli indirizzata dal senatore Democratico Massimo Mucchetti al direttore dell’Unità Erasmo D’Angelis.
“Sai – continua l’ex vicedirettore del Corriere della Sera – i primi giorni della tua direzione hanno suscitato un certo stupore in chi crede che un giornale italiano – anche un giornale di partito – non debba mai dare impressione di imitare la Pravda. E invece il commento di oggi alla bocciatura della delega al governo sul canone Rai ha indotto un mio vecchio collega a chiedermi: “Ma quel Frulletti lì non sarà mica stato a scuola da Cernenco?”. Cernenko, capisci, non Stalin o Breznev: Cernenko”.
“Il direttore de l’Unità – ho ricordato all’immemore – è passato dalla redazione del Manifesto – chiosa Mucchetti – i brividi dell’eresia li ha provati in gioventù. Adesso segue l’etica della responsabilità . I lettori vanno formati, non informati; vanno galvanizzati, mica depressi”.
Pronta la risposta di D’Angelis: “Carissimo Massimo, io ti vorrei tanto al giornale e in giro per le Feste dell’Unità . Vuoi mettere con i divanetti del Senato. Forse al nostro vecchio collega dalle stravecchie frequentazioni converrebbe comprare e leggere ogni giorno l’Unità , magari abbonarsi. […] Perchè gli eretici oggi sono coloro che non rallentano e non fermano le riforme, quelle riforme che proprio tu, da grande giornalista quale sei, invocavi un giorno sì e l’altro pure e con grande energia e autorevolezza dalle colonne del tuo giornale.
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile
“NON SOLO LA GRECIA, COSI’ SCHAEUBLE VUOL IMPORRE LA TROIKA ANCHE A ROMA E PARIGI
“Il sadico dispotismo dell’ideologia dominante”. “La lettura morale di questa crisi”. “L’abbraccio mortale del debito”.
Yanis Varoufakis accoglie El Paàs nella sua casa al centro di Atene; la sua ormai celebre moto è parcheggiata all’angolo della strada, pronta a ripartire rombando alla fine dell’intervista.
Visto da vicino, Varoufakis è amabile, attento e disinvolto.
Offre al giornalista una tazzina di caffè preparato di fresco, e subito si capisce perchè la sua lingua è considerata una delle più affilate d’Europa.
Parlando a mitraglia, usa toni tra il solenne e il drammatico, con l’economia e la politica come generi letterari al servizio di un alibi: la Grecia epitome della crisi europea, e quest’ultima vista non come una fase transitoria, ma come uno stato tendente a perpetuarsi.
Alcuni giorni fa ha lasciato il ministero. Come è cambiata la sua vita quotidiana?
“I giornali pensano che io sia deluso per aver lasciato il governo. Di fatto però io non sono entrato in politica per far carriera, ma per cambiare le cose. E chi cerca di cambiarle paga un prezzo”.
Quale?
“L’avversione, l’odio profondo dell’establishment. Chi entra in politica senza voler far carriera finisce per crearsi questo tipo di problemi”.
Intanto la Grecia continuerà a subire la tutela della Troika…
“Noi avevamo offerto all’Fmi, alla Bce e alla Commissione l’opportunità di tornare ad essere le istituzioni che erano in origine; ma hanno insistito per ripresentarsi come Troika. Ma l’ultimo accordo si basa sulla prosecuzione di una farsa, ma si tratta solo di procrastinare la crisi con nuovi prestiti insostenibili, facendo finta di risolvere il problema. Ma si può ingannare la gente, si possono ingannare i mercati per qualche tempo, non all’infinito”.
Cosa si aspetta nei prossimi mesi?
“L’accordo è programmato per fallire. E fallirà . Siamo sinceri: il ministro tedesco Wolfgang Schaeuble non è mai stato interessato a un’intesain grado di funzionare. Ha affermato categoricamente che il suo piano è ridisegnare l’eurozona: un piano che prevede l’esclusione della Grecia. Io lo considero come un gravissimo errore, ma Schaeuble pesa molto in Europa. Una delle maggiori mistificazioni di queste settimane è stata quella di presentare il patto tra il nostro governo e i creditori come un’alternativa al piano di Schaeuble. Non è così. L’accordo è parte del piano Schaeuble”.
La Grexit è ormai scontata?
“Speriamo di no. Ma mi aspetto molto rumore, e poi rinvii, mancato raggiungimento di obiettivi che di fatto sono irraggiungibili, e l’aggravamento della recessione, che finirà per tradursi in problemi politici. Allora si vedrà se l’Europa vuole davvero continuare a portare avanti il piano di Schaeuble oppure no”.
Schaeuble ha suggerito di togliere poteri alla Commissione, e di applicare le regole con maggior durezza. Se sarà lui a vincere la Grecia è condannata?
“C’è un piano sul tavolo, ed è già avviato. Schaeuble vuole mettere da parte la Commissione e creare una sorta di super-commissario fiscale dotato dell’autorità di abbattere le prerogative nazionali, anche nei Paesi che non rientrano nel programma. Sarebbe un modo per assoggettarli tutti al programma. Il piano di Schaeuble è di imporre dovunque la Troika: a Madrid, a Roma, ma soprattutto a Parigi”.
A Parigi?
“Parigi è il piatto forte. È la destinazione finale della Troika. La Grexit servirà a incutere la paura necessaria a forzare il consenso di Madrid, di Roma e di Parigi”.
Sacrificare la Grecia per cambiare la fisionomia dell’Europa?
“Sarà un atto dimostrativo: ecco cosa succede se non vi assoggettate ai diktat della Troika. Ciò che è accaduto in Grecia è senza alcun dubbio un colpo di Stato: l’asfissia di un Paese attraverso le restrizioni di liquidità , per negargli l’imprescindibile ristrutturazione del debito. A Bruxelles non c’è mai stato l’interesse di offrirci un patto reciprocamente vantaggioso. Le restrizioni di liquidità hanno gradualmente strangolato l’economia, gli aiuti promessi non arrivavano; c’era da far fronte a continui pagamenti a Fmi e Bce. La pressione è andata avanti finchè siamo rimasti senza liquidità . Allora ci hanno imposto un ultimatum. Alla fine il risultato è uguale a quando si rovescia un governo, o lo si costringe a gettare la spugna”.
Quali gli effetti per l’Europa?
“Nessuno è libero quando anche una sola persona è ridotta in schiavitù: è il paradosso di Hegel. L’Europa dovrebbe stare molto attenta. Nessun Paese può prosperare, essere libero, difendere la sovranità e i suoi valori democratici quando un altro Stato membro è privato della prosperità , della sovranità e della democrazia”.
Anche se è vero che la Grecia ha cambiato i termini del dibattito, in politica si devono ottenere dei risultati. I risultati la soddisfano?
“L’euro è nato 15 anni fa. È stato concepito male, come abbiamo scoperto nel 2008, dopo il tracollo della Lehman Brothers. Fin dal 2010 l’Europa ha un atteggiamento negazionista: l’Europa ufficiale ha fatto esattamente il contrario di quanto avrebbe dovuto fare. Un Paese piccolo come la Grecia, che rappresenta appena il 2% del Pil europeo, ha eletto un governo che ha messo in campo alcuni temi essenziali, cruciali. Dopo sei mesi di lotte siamo davanti a una grande sconfitta, abbiamo perso la battaglia. Ma vinciamo la guerra, perchè abbiamo cambiato i termini del dibattito”.
Lei aveva un piano B: una moneta parallela, in caso di chiusura delle banche. Perchè Tsipras non ha voluto premere quel pulsante?
“Il suo lavoro era quello di un premier. Il mio, nella mia qualità di ministro, era di mettere a punto i migliori strumenti per quando avremmo preso quella decisione. C’erano buoni argomenti per farlo, come c’erano per non premere quel pulsante”.
Lei lo avrebbe fatto?
“Chiaramente, e l’ho detto pubblicamente, ma ero in minoranza. E rispetto la decisione della maggioranza”.
Tsipras ha ribadito che non esistevano alternative al terzo riscatto; mentre lei, col suo piano B, sosteneva che un’alternativa c’era.
“Fin da quando ero giovanissimo, ho sempre respinto nella mia concezione politica il discorso thatcheriano dell'”assenza di alternative”. C’è sempre un’alternativa”.
Quale sarà l’eredità di Angela Merkel per l’Europa?
“L’idea europea non era quella di punire una nazione orgogliosa per intimorire le altre. Non è questa l’Europa di Gonzales, Giscard o Schmidt. Abbiamo bisogno di ricuperare il significato di ciò che significa essere europei, trovare le vie per ricreare il sogno di prosperità condivisa nella democrazia. L’idea che la paura e l’odio debbano essere le pietre a fondamento della nuova Europa ci riporta al 1930. l’Europa corre il rischio di trasformarsi in una gabbia di ferro. Spero che la cancelliera non voglia lasciarci un’eredità come questa”.
Claudi Perez
(da “El Pais”)
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Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile
ORMAI HA FINITO IL SUO CICLO, GLI ELETTORI NON GLI CREDONO PIU’
Sarà vero, come scrive il Financial Times, che “il vento che spingeva Renzi si è già fiaccato”? 
A leggere i sondaggi, si direbbe di sì. E anche a giudicare dai continui errori da pugile suonato che commette il premier da quando ha perso le prime elezioni della sua vita: le amministrative.
La sua sintonia e sincronia con gli umori popolari sembrano evaporate nel giro di due mesi: mentre suonano nuove campane a morto sull’occupazione e l’annunciata ripresa (85 mila posti di lavoro persi durante il suo governo), lui si occupa di occupare la Rai; mentre persino Mattarella annusa l’aria e ripete che la priorità assoluta è la lotta alla corruzione e all’evasione, lui imbarca dieci impresentabili al seguito del plurimputato Verdini e si prodiga per salvare dall’arresto uno come Azzollini; e mentre l’Italia viene continuamente richiamata dalla Corte di Strasburgo e dalla Consulta ai suoi doveri di legiferare in materie sensibili che la vedono ultima ritardataria in Europa, lui cerca voti per una riforma del Senato che interessa solo a lui per cancellare le elezioni dei senatori e farli nominare dalle sputtanatissime Regioni.
Ma ci sono altre questioni più sostanziali che mettono a repentaglio il suo governo, sempre più precario come un trapezista senza rete:tutti ne osservano le evoluzioni aeree e si domandano se e quanto manca allo schianto.
Che però, per fortuna (dei trapezisti e di Renzi) non sempre si verifica.
La squadra. L’allora amico Diego Della Valle, due anni fa, gli aveva suggerito di non avere fretta di conquistare Palazzo Chigi e di usare il plebiscito delle primarie che l’aveva issato alla guida del Pd per costruirsi un team di collaboratori validi e competenti, ma anche per girare l’Europa, accreditarsi, studiare, imparare il mestiere di premier e prepararsi per le prossime elezioni.
Così Renzi avrebbe potuto presentarsi con la sua squadra e il suo programma agli elettori e, se questi — com’era prevedibile — l’avessero premiato, sarebbe salito a Palazzo Chigi con una maggioranza omogenea e compatta.
Renzi invece scelse di bruciare le tappe senza passare dalle urne, portando al governo un’Armata Brancaleone di bassissimo profilo.
E in Parlamento si ritrovò tre Pd: qualche decina di veri fedelissimi; altrettanti nemici giurati; e una pletora di volta gabbana bersaniani convertiti al renzismo per puro opportunismo, dunque pronti a tradirlo al primo inciampo.
I quali per giunta, essendo stati eletti in base a un programma opposto al suo, se gli votano contro non possono essere accusati di tradimento.
Perchè a tradire il mandato è proprio Renzi con le sue politiche berlusconiane su lavoro, giustizia, scuola, Costituzione, sanità e così via.
L’Europa. Giunto al governo come un parvenu spuntato dal nulla, Renzi ha sprecato il semestre europeo in chiacchiere inconcludenti, restando a livello internazionale quello che era all’inizio: un peso piuma, un pelo superfluo delle cancellerie comunitarie.
Il suo vacuo agitarsi fra la contestazione degli euroburocrati, le polemiche inconcludenti con i partner sull’immigrazione, l’oscillare frenetico tra i bacetti alla Merkel e gli ammiccamenti a Tsipras, fra i give me five a Obama e le genuflessioni a Putin, fra la tentazione di sforare il parametro del 3% e la guardia montatagli da un’occhiuta sentinella del rigore come Padoan (messo lì da Napolitano e chi per lui) hanno vieppiù peggiorato le cose, replicando — con qualche volgarità in meno — le pantomime del Cavaliere oltre la cinta daziaria.
L’economia. Puntare tutto sugli 80 euro (11 miliardi all’anno buttati dalla finestra per una mancia a pioggia che non sposta i consumi di un decimale) e sull’effetto drogante del Jobs Act (incentivi alle imprese per assumere a tempo indeterminato, ma con la libertà di licenziamento che trasforma i contratti stabili in precari) si è rivelato un tragico errore di agenda: le poche risorse disponibili potevano essere impiegate in politiche più forti sullo Stato sociale, tipo quel reddito minimo o di cittadinanza che esiste in tutta Europa fuorchè — guarda caso — in Italia e in Grecia; e da un primo taglio fiscale alle piccole e medie imprese.
Ora la coperta è corta, anzi è strappata e ogni annuncio sul fisco suscita l’ilarità generale perchè lo sanno tutti che è già un miracolo se le tasse non saliranno ancora.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 1st, 2015 Riccardo Fucile
DOPO LA DENUNCIA DI SAVIANO ORA SI INVENTA UN MINISTERO AD HOC… E DEL RIO PARLA DI GRANDE OFFICINA PER IL MERIDIONE
Tra i parlamentari Pd più sensibili al tema già si sogna un “Piano Marshall” per il Sud. In grado di mettere insieme i fondi europei e i cofinanziamenti, sfuggendo anche agli angusti limiti del Patto di Stabilità .
Di certo, la decisione di Matteo Renzi di convocare una direzione Pd il 7 agosto interamente dedicata all’agonia del Mezzogiorno ha sorpreso un po’ tutti.
Compresi quei 70 parlamentari che dopo il tragico rapporto Svimez avevano fatto pressione sul premier-segretario affinchè la questione meridionale entrasse finalmente nell’agenda del governo e del partito.
Renzi ha deciso secondo il suo stile. Di sabato mattina, 1 agosto, dopo aver letto la lettera appello di Roberto Saviano su Repubblica che gli ricordava come “lei ha il dovere di intervenire e prima ancora ammettere che nulla è stato fatto”.
Un messaggio durissimo, quello dell’autore di Gomorra. Ma anche dentro il partito il tema stava diventando incandescente: con una interpellanza alla Camera in cui i due leader della minoranza Speranza e Cuperlo parlavano di un’attenzione “marginale” del governo verso il meridione, di una spesa dei fondi Ue “ancora al palo” e di “promesse disattese”.
Così Renzi ha telefonato al presidente dem Matteo Orfini e i due hanno deciso di convocare la direzione nel pomeriggio del 7 agosto.
Quando ormai tutti i parlamentari Pd pensavano di poter essere in partenza per le vacanze. Una scelta “alla Renzi” anche per quanto riguarda la logistica, dunque. E anche perchè l’inizio della settimana sarà occupato quasi integralmente dalle decisioni sui nuovi vertici Rai.
Il premier-segretario sa bene però che il tema è assai delicato. E dunque ha intenzione di arrivare all’appuntamento della direzione con alcune parole chiave molto chiare, con una serie di proposte da concretizzare alla ripresa autunnale.
Magari con un Consiglio dei ministri ad hoc gli ultimi giorni di agosto. Ma un segnale va dato immediatamente.
Per questo il premier ha intenzione di annunciare già venerdì la nascita di un ministero per il Mezzogiorno, tutto dedicato al rilancio occupazionale e industriale.
E di battersi in sede europea per ottenere il risultato che finora ha mancato, e cioè slegare il cofinanziamento del piano 2014-2020 dai paletti del Patto di Stabilità , almeno per quanto riguarda gli investimenti delle regioni.
Alla direzione si faranno sentire anche i parlamentari e i governatori del Sud, a partire dai pugliesi.
Dario Ginefra, primi firmatario dell’appello firmato da una settantina di parlamentari Pd di tutte le aree per convocare una direzione sul Sud, si rallegra della decisione di Renzi e spiega: “Il Pd governa in questa fase tutte le regioni del meridione, si tratta di una occasione storica che non può essere sprecata.
Occorre avviare una seria riflessione che porti all’immediata apertura di un tavolo di lavoro che veda protagonisti i governatori del mezzogiorno e l’intera classe dirigente del Pd e che metta al centro lo sviluppo del Sud come priorità economica e sociale dell’intero Paese”.
Ancora più netto il governatore della Puglia Michele Emiliano: “Le regioni del Sud devono scatenare l’inferno, dopo il primo governo Prodi nessun esecutivo ha più inciso realmente sullo sviluppo del mezzogiorno. Non si capisce perchè investire su una terza variante di valico o sulla Tav quando Matera non è neppure raggiunta dalla ferrovia”.
In termini operativi, gran parte del lavoro cadrà sulle spalle del ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio che parla della nascita di una “Grande Officina del Sud” e spiega che “il governo ha una chiara strategia: puntiamo su agricoltura, turismo, industria specializzata”.
Opere infrastrutturali, a partire da una “cura del ferro” che vede in primo piano l’Alta velocità in Sicilia e la ferrovia Napoli-Bari-Taranto, ma anche investimenti sulle autostrade A3 e Jonica, e ai collegamenti marittimi con lo sviluppo dei porti di Palermo, Catania, Taranto e Napoli.
“Il piano c’è già ”, spiega ad Huffpost il ministro Delrio, ”abbiamo già fatto un accordo quadro con Bruxelles sul completamento dei corridoi europei”.
Per quanto riguarda il capitolo risorse, Delrio parla di “40 miliardi di fondi europei più 30 miliardi di fondi italiani del Fondo di sviluppo e coesione, destinati a colmare ilo gap infrastrutturale tra Nord e Sud”.
“Il piano c’è già , ora bisogna solo attuarlo”, sostiene il ministro.
Difficile che una manovra di questa portata possa essere pronta tra 6 giorni: la direzione però servirà a lanciare un segnale di marcia.
E soprattutto, spiegano al Nazareno, a spostare la discussione dentro il Pd dalla lotta tra renziani e minoranza a un tema concreto: “Basta parlarsi addosso tra correnti, dobbiamo confrontarci sul merito sulle vere emergenze del Paese”, è il messaggio che Renzi ha recapitato ai suoi stretti collaboratori.
Un tentativo che appare in salita, visto che dopo il voto sul canone Rai il clima dentro il partito resta incandescente. Il deputato prodiano Franco Monaco arriva addirittura ad ipotizzare una “separazione consensuale” dentro il Pd, con il ritorno a due partiti simili a Ds e Margherita.
Vannino Chiti attacca: “Minacciare elezioni anticipate è un’arma spuntata, irresponsabile e arrogante. Spuntata perchè spetta al presidente della repubblica decidere sulle elezioni politiche. Irresponsabile perchè non guarda alle condizioni del Paese”.
Il bersaniano Davide Zoggia parla del Pd come di “un’esperienza che segna il passo, visto che lo spirito ulivista si è smarrito”.
Ma boccia l’ipotesi di Monaco: “Noi non intendiamo tornare a Ds e Margherita, lavoriamo perchè il progetto del Pd non muoia”.
In questo quadro, l’”operazione Sud”, si sussurra al Nazareno, potrebbe avere anche altri risvolti positivi: e cioè quello di rafforzare l’asse con un partito sudista come Ncd e di attrarre altri parlamentari del mezzogiorno in uscita dal centrodestra, a partire dai senatori del gruppo Gal.
Nei piani di Renzi, dunque, l’operazione dovrebbe servire a sedare la guerra in corso nel Pd e anche ad allargare la maggioranza. Due obiettivi decisamente ambiziosi.
Anche perchè la figura dell’eventuale nuovo ministro (Quagliariello?) e le sue deleghe sono tutte da definire, a partire dalla gestione dei fondi Ue che ora sono in capo a palazzo Chigi. Ma dopo il rapporto Svimez e la lettera di Saviano il rottamatore non poteva restare fermo.
(da “Huffingtonpost”)
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