Agosto 3rd, 2015 Riccardo Fucile
SONO 25 I RINVIATI A GIUDIZIO, SCAGIONATO SCAJOLA… SI AGGRAVA LA POSIZIONE DEL “VATE” LEGHISTA, VICE NAZIONALE DI SALVINI E ASSESSORE IN REGIONE… TOTI CIRCONDATO DA INQUISITI
La Procura di Genova ha chiesto il rinvio a giudizio per 25 fra consiglieri (o ex) regionali e tesorieri
dei vari partiti presenti nell’assemblea durante il periodo 2010-2015.
Sono accusati a vario titolo di peculato e falso e nel mirino del pubblico ministero Francesco Pinto sono finiti i rimborsi pubblici chiesti per spese che agli occhi degli inquirenti nulle avevano a che fare con l’attività politica.
In particolare, i pm chiedono di processare anche Edoardo Rixi (Lega Nord), eletto nel nuovo consiglio e nominato assessore allo Sviluppo economico nella nuova giunta di centrodestra guidata da Giovanni Toti, e Matteo Rosso (ex Forza Italia, ora Fratelli d’Italia), pure lui fresco di ri-elezioni e uomo di peso della nuova maggioranza. Accuse pesanti anche nei confronti di Francesco Bruzzone (Lega), che ha ri-conquistato il seggio alle ultime elezioni ed è il nuovo presidente del consiglio regionale.
La Procura ha invece chiesto l’archiviazione per Marco Scajola (Forza Italia, rieletto in consiglio e neoassessore all’Urbanistica) e Renzo Guccinelli (Pd), che nel periodo 2010-2015 aveva ricoperto il ruolo di assessore allo Sviluppo economico.
L’elenco dei politici raggiunti dalla richiesta di rinvio a giudizio
Michele Boffa, Massimo Donzella, Nino Miceli (Pd) e il tesoriere dei dem Mario Amelotti; Matteo Rosso (passato da Forza Italia a Fratelli d’Italia), Raffaella Della Bianca (passata al Gruppo misto e poi tornata in Forza Italia); Franco Rocca, Alessio Saso e Gino Garibaldi (Ncd), Rosario Monteleone e Marco Limoncini (Udc), Edoardo Rixi, Francesco Bruzzone e Maurizio Torterolo (Lega Nord); Aldo Siri (Lista Biasotti), Ezio Chiesa e Armando Ezio Capurro (Noi con Burlando), Matteo Rossi (per quasi tutto il mandato in Sel), Alessandro Benzi (da Sel al Gruppo misto), Giacomo Conti (Federazione della sinistra), Luigi Morgillo, Marco Melgrati e Roberta Gasco (Forza Italia); Stefano Quaini e Marylin Fusco per la militanza in Diritti e Libertà (accusa aggiuntiva a quella per il periodo trascorso nell’Idv).
La casistica delle spese contestate è infinita e spazia dai ristoranti di tutta Italia, agli alberghi, ai pacchetti di sigarette, ai gratta e vinci, a profumi, antiquariato, libri.
(da “il Secolo XIX”)
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Agosto 3rd, 2015 Riccardo Fucile
LA RETORICA DELLA CITTà€ COME IRRIMEDIABILE CASINO È DA INTERESSI OPACHI… IL SINDACO DEVE METTERE IN DISCUSSIONE IL MODELLO DI GOVERNO BASATO SOLO SULLA SPECULAZIONE
Attraverso la nebbia di polemiche interessate, se non in malafede, si possono vedere alcuni fatti utili a capire il presente e il futuro della capitale d’Italia.
Il primo è che la retorica di Roma come perenne e irredimibile casino è alimentata da interessi opachi.
Il secondo è che il sindaco Ignazio Marino è un marziano solo quando scollega i neuroni della ragion politica e si dimentica da dove viene.
Il noto chirurgo è stato portato al Campidoglio dalle cosche vincenti di una guerra per bande che da decenni si contendono il potere di spolpare le casse comunali e che l’inchiesta Mafia Capitale ha solo in parte smascherato.
Non risulta che Marino abbia sconfitto alle primarie del 2013 contendenti forti come Paolo Gentiloni e David Sassoli con i voti di un popolo di onesti in rivolta.
I gruppi di potere interni ed esterni al Pd che lo hanno sostenuto condividono con le bande rivali buona parte della responsabilità del debito accumulato negli ultimi 15-20 anni dal Comune, 10 miliardi di euro che lo Stato si è accollato solo in parte e grazie ai quali i 2,8 milioni di cittadini romani sono i più tassati d’Italia.
Il terzo fatto, corollario del secondo, è che la diffusa voglia di far fuori Marino non è provocata da una sua sfida aperta al malaffare politico-imprenditoriale che domina Roma, ma semplicemente dal suo rifiuto — episodico e talvolta addirittura inconsapevole — di assecondarne i disegni.
Ragione più che sufficiente, sia detto tra parentesi, per difendere Marino a oltranza, preferendolo di gran lunga a qualche compiacente prefetto che qualcuno starà già selezionando per normalizzare il Campidoglio (e sul significato di “normalizzare” ci siamo capiti).
Il quarto fatto è che la più grave colpa da attribuire a Marino è di non aver fatto — in mezzo a mille annunci a effetto — quelle poche e decisive cose che i suoi predecessori di ogni colore non hanno mai voluto fare per non mettere a rischio la “stabilità politica”delle loro amministrazioni e soprattutto non mettere in discussione un modello di governo basato sulla speculazione e contro il buon senso.
Che sia Marino o qualcun altro, il sindaco di Roma potrebbe rapidamente cambiare il volto della città realizzando un’agenda di cose urgenti, possibili e risolutive.
Ce le siamo fatte elencare da quattro persone competenti e autorevoli, non legate a interessi politici, che da anni osservano con passione e incredulità l’infinitamente occhiuta devastazione della Città Eterna.
Buche, stadio e piano regolatore
Paolo Berdini, ingegnere e urbanista, da sempre denuncia il secondo sacco di Roma perpetrato negli ultimi 15 anni che ha consentito alla speculazione fondiaria di far esplodere quartieri periferici senza servizi e senza collegamenti.
Basti pensare che in questi anni la popolazione residente al di fuori del raccordo anulare (un anello con circa 20 chilometri di diametro) è passata dal 18 al 30 per cento del totale: “Sono 800 mila persone, segregate in molti casi, dopo che l’Atac ha tagliato per ragioni economiche le linee di autobus, in quartieri di sepolti vivi”.
Secondo Berdini bisogna bloccare il piano regolatore fatto approvare dal sindaco Walter Veltroni nel 2008 dal consiglio comunale nell’ultima notte in cui era in carica .
“Molti danni sono già stati fatti, ma quel piano consente ancora di costruire in periferia 35 milioni di metri cubi, cioè abitazioni per 300 mila persone che non ci sono. E poi basta con le grandi opere, Marino ha dato il via libera al nuovo stadio della Roma, e per ripagare i costruttori del sacrificio ha autorizzato nuovi edifici per un milione di metri cubi. Adesso è ricominciata la novella delle Olimpiadi, grande abbuffata per la speculazione fondiaria con alla guida i soliti noti, da Giovanni Malagò a Luca di Montezemolo, quello dei grandi lavori di Italia ’90”.
Dopo i no, un grande sì alla sistemazione delle strade.
“Le mitiche buche che affliggono Roma derivano in parte dai rapporti perversi con le ditte che fanno la manutenzione, che arrivano a lucrare fino al 50 per cento dell’appalto. Ma rimane il fatto che il Comune da solo non ce la può fare”.
Roma ha il doppio degli abitanti di Milano, ma il comune è sette volte più grande.
Per la precisione il suo territorio è vasto come la somma di Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Catania e Palermo.
La rete stradale vale 5500 chilometri, quanto tutta la rete autostradale nazionale.
“Deve intervenire il governo, non c’è altro da fare, serve un miliardo all’anno per dieci anni, inutile girarci intorno, e sono soldi che un comune non avrà mai”.
Traffico, trasporti e pendolari
Anna Donati, esperta di trasporti, ex parlamentare verde, ex consigliere della Fs, oggi impegnata con il Kyoto Club, da oltre vent’anni osserva i tentativi di risolvere i problemi del traffico a Roma.
“Due cose in generale. Non ci sono scorciatoie, ci vogliono dieci anni. Poi, i problemi più grossi non li risolve il sindaco ma il governo: in Italia dal 2010 a oggi il contributo al trasporto pubblico locale è stato tagliato da 7 a 5 miliardi. Il contributo che dà la Germania al suo sistema è circa il doppio . Quanto alle Fs, si decidano a utilizzare i binari liberati dall’alta velocità . C’è la vecchia linea per Napoli, verso Pomezia: mettano un treno ogni 15 minuti. Chi vive fuori dal centro spesso è costretto a usare l’auto, bisogna fare qualcosa ricordando che ogni giorno i servizi pubblici su Roma portano 900 mila persone, tutta l’alta velocità in Italia 150 mila”.
Per scoraggiare il mezzo privato bisogna dunque che funzioni quello pubblico.
“Il consiglio comunale ha appena approvato il nuovo Piano generale dei trasporti per Roma. Ci sono cose buone, vanno attuate subito. Bisogna aumentare la velocità commerciale dei bus, quindi più corsie preferenziali, semafori intelligenti, car sharing, anche più biciclette, perchè no? E poi la cosa più complicata, il sistema della logistica urbana delle merci che aiuti i trasportatori a lavorare meglio ed eviti la coda dei furgoni fermi in doppia fila per scaricare”.
E le metropolitane?
“La Metro C va terminata perchè è utile. Ma attenzione: Roma è molto estesa, a bassa densità , la metropolitana si giustifica in poche zone, per il resto sono più utili i tram”.
Infine la cosa più urgente: “Bisogna che il comune predisponga subito un app per telefonini che organizzi l’accoglienza dei turisti per il Giubileo, che ti dica dove parcheggiare l’auto, con quali mezzi pubblici puoi entrare in città , che preveda l’addebito su carta di credito per parcheggi o biglietti. Tutto ciò che nelle altre grandi città è normale”.
Arte, cultura e patrimonio: ieri oggi e domani
Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte di fama internazionale, è molto presente nella discussione sul futuro dell’Italia. Le sue idee su Roma poggiano su due pilastri.
Il primo: la pedonalizzazione dei Fori imperiali va fatta ma non basta. Il secondo: il futuro della città va costruito valorizzando il passato e non distruggendolo.
Non si tratta di imbalsamare il centro storico facendone un museo. Al contrario: “Penso alla vita della città come sovrapposizione di strati che comincia nel passato e pensa al futuro. Roma ha la responsabilità di fondare la soluzione dei suoi problemi sulle impegnative eredità del passato”. Per questo la pedonalizzazione dei Fori non basta.
“Limitandosi a eliminare il traffico dall’area archeologica centrale si rischia di trasformarla in un suk travolto da venditori ambulanti e improbabili gladiatori. Serve invece una progettazione complessiva. Un architetto paesaggista deve ridisegnare spazi e funzionalità dell’area facendone un pezzo vivo della città capace di darle nuova linfa vitale. È un tema mai affrontato concretamente nella pluridecennale discussione sui Fori”.
Il secondo punto indicato da Settis riguarda il lavoro in corso per un accordo tra le due sovrintendenze, quella comunale e quella statale, che fino a oggi si sono divise si dividono la competenza sul patrimonio della Capitale: “Il rischio che vedo, e che comunque va evitato, è che in questo accordo la ricerca archeologica e la tutela non abbiano il primo posto ” .
U n esempio di attualità riguarda i lavori per la Metro C, destinata ad attraversare il centro storico da piazza Venezia fino al quartiere Prati: “A me piace esprimermi su questioni che conosco in dettaglio, e non è il caso della Metro C. Però posso dire, in linea di principio, che i ritrovamenti archeologici possibili in quell’area sono sicuramente di tale importanza che non ci si può permettere il rischio di distruggerli. Non si tratta di ostacolare la modernizzazione, semmai di ripensare il sistema della circolazione e il rapporto tra la vita dei cittadini e il corpo della città . Il trasporto veloce si può organizzare per esempio attorno a un sistema di metropolitane leggere di superficie di cui si parla da decenni”.
Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 3rd, 2015 Riccardo Fucile
DAL CONFLITTO D’INTERESSI AL REATO DI TORTURA, DALLO IUS SOLI ALLE UNIONI CIVILI: IL PROGRAMMA A COSTO ZERO CHE DESTRA E SINISTRA HANNO DIMENTICATO
Disperse nel mare magno dell’attività parlamentare; annunciate, presentate e poi ancora
annunciate e presentate come nuove.
Sono i disegni di legge desaparecidos, che da mesi, anni o decenni occupano le cronache politiche senza mai tradursi in realtà .
Qui di seguito ne elenchiamo alcuni a costo zero o quasi, di quelli cioè per cui non si può nemmeno dire che non ci sono i soldi: finiscono sul binario morto per disattenzione, forse, o più probabilmente per non irritare questo o quel partito, questa o quella corporazione. “Primo sopravvivere”, diceva Giulio Andreotti.
TORTURA
Se ne parla da sempre e almeno dal G8 di Genova 2001 dovrebbe essere una priorità per qualunque governo. Tanto più che il 7 aprile la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che quella della scuola Diaz di Genova fu tortura e ha condannato l’Italia perchè non punisce il reato.
Eppure, nonostante l’Italia abbia ratificato nel 1988 l’apposita convenzione Onu, il reato nel codice italiano non c’è. I ddl, infatti, naufragano di legislatura in legislatura: anche stavolta, quando sembrava tutto fatto, il testo arrivato in Senato per il via libera definitivo, è stato modificato il 7 luglio con un compromesso al ribasso (la tortura sussiste solo nel caso di “violenze reiterate”, e quando si produce una sofferenza psichica “verificabile”).
Il pm simbolo del G8, Enrico Zucca, ha definito il testo — a cui le forze dell’ordine si oppongono strenuamente — “inutile” perchè “non punirebbe la Diaz”.
Ora, ammesso che Palazzo Madama lo approvi, dovrà tornare alla Camera in autunno, quando il Parlamento sarà impegnato con la Finanziaria.
UNIONI CIVILI
Oggi, in Europa occidentale ci sono solo due Paesi che non hanno una legge che regolamenti il matrimonio o le unioni civili tra persone dello stesso sesso: Italia e Grecia.
Ormai se ne discute da 30 anni. La prima proposta di legge fu presentata nel 1988 dalla deputata socialista Alma Agata Cappiello: mai discussa.
L’8 febbraio 2007 il ministro della Famiglia Rosy Bindi e quello delle Pari Opportunità Barbara Pollastrini fecero approvare dal Cdm i “Dico” (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi): riconoscimento delle coppie omosessuali ed eterosessuali non sposate, e nuovi diritti per la successione, la pensione e i contratti di affitto.
Poca roba, ma tanto bastò per una manifestazione oceanica di cattolici contrari: il Family day a Roma (12 maggio 2007). Non se ne fece nulla.
In tempi più recenti, sotto Enrico Letta solo chiacchiere, mentre Matteo Renzi ne ha promesso l’approvazione a più riprese fin dalla campagna per le Primarie 2013. Oggi in Parlamento c’è — fermo almeno fino a settembre — il ddl Cirinnà .
Due settimane fa il premier ha promesso una soluzione entro l’anno, ma l’aveva fatto anche nel 2014. Non è neanche una questione di costi, visto che il Mef ha chiarito che per garantire la reversibilità della pensione bastano sei milioni l’anno.
E la legge sull’omofobia? Approvata alla Camera a settembre 2013, è dispersa in Senato.
IUS SOLI
Cècile Kyenge è stata massacrata da giornali e partiti della destra quando, appena nominata ministro per l’Integrazione da Enrico Letta, spiegò che la sua priorità sarebbe stata il passaggio dallo ius sanguinis (cittadinanza se figlio di un cittadino italiano) allo ius soli (cittadinanza per nascita) temperato: in sostanza si diventa italiani se si è vissuti qui fin da piccoli facendo le scuole e tutto il resto.
Se n’era già parlato nel governo Prodi del 2006-2008, ma ad oggi niente legge. E dire che il tema è sembrato assai caro a Matteo Renzi. Seguite la cronologia.
Nel marzo 2012,da sindaco di Firenze, firmò una legge di iniziativa popolare sul tema. “Chi nasce in Italia, deve essere cittadino italiano,il parlamento approvi lo ius soli”, diceva a giugno 2013.
Poi, a fine novembre,candidato alla segreteria Pd: “Ci sono battaglie che vanno fatte, lo ius soli è una di queste”.
E ancora, a gennaio 2014: “Sullo ius soli non ci tarperanno le ali”.
A febbraio, nel discorso di insediamento da premier alla Camera: “Lavoreremo per ottenere un compromesso sull’immigrazione”.
Maggio: “La soluzione che individueremo entro fine anno sarà un criterio che consenta lo ius soli legato ad un ciclo scolastico”.
Siamo al gennaio 2015: “Dopo le riforme costituzionali, toccherà allo ius soli temperato”.
Ad oggi siamo al testo base presentato in commissione, peraltro da una deputata della minoranza del Pd, Marilena Fabbri.
CONFLITTO D’INTERESSI
In teoria la legge ci sarebbe. In pratica è quella, approvata nel 2004, che porta il nome dell’ex ministro Franco Frattini: prevede — caso unico in Europa — che la punibilità per il conflitto d’interessi arrivi solo nel momento in cui subentra un conflitto, non se è già esistente all’assunzione della carica.
Il tema era già nell’agenda di Mario Monti, ma non se ne fece nulla visto che Berlusconi era in maggioranza, poi a marzo 2013 una proposta di riforma fu presentata dal deputato Pd Gianclaudio Bressa, seguita da altre quattro di Pd, M5s e Sel.
Un anno e mezzo dopo, i testi sono stati affossati tutti insieme.
Il 7 maggio scorso poi, euforica per aver incassato il sì all’Italicum, il ministro Maria Elena Boschi annunciò in pompa magna: “Il conflitto di interessi lo porteremo in Aula già nelle prossime settimane”.
Due settimane dopo fu più precisa: “A giugno alla Camera”. Il 16 luglio — stando a quanto trapela — si sarebbero conclusi i lavori del comitato ristretto incaricato di elaborare un testo. Quale? Dio solo lo sa.
DEPISTAGGIO
Il 24 luglio, Paolo Bolognesi, deputato Pd e presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna, ha ricordato le rassicurazioni ricevute negli ultimi due anniversari da Graziano Delrio e Giuliano Poletti sui risarcimenti ai familiari e sull’introduzione del reato di depistaggio: “Nessun governo si era mai permesso di venire il 2 agosto a Bologna a far delle promesse senza mantenerle.In trentacinque anni non è mai successo”.
Oggi, nessun esponente del governo parlerà nella piazza antistante la stazione, per ricordare i 35 anni della strage.
Un ddl peraltro — e Bolognesi ne è stato relatore — esiste ed è pure passato alla Camera: introduce il reato di depistaggio con le aggravanti se commesso da un pubblico ufficiale. Solo che dal Senato, dove sonnecchia da un anno, non uscirà tanto facilmente, anche se l’iter è ripartito giusto in questi giorni.
L’aria del 2 agosto, d’altronde, sembra svegliare il governo: giusto venerdì i superstiti delle stragi rimasti invalidi all’80% si sono visti riconoscere la pensione già prevista da una legge del 2004.
PRESCRIZIONE
A novembre 2014, all’indomani della sentenza della Cassazione sul disastro Eternit in Piemonte, Matteo Renzi prometteva: “Mai più prescrizione”.
Deve essersene dimenticato visto che l’unico — faticoso e parziale — intervento che ha portato a casa riguarda i reati di corruzione.
Sul tema Eternit, in realtà , il premier potrebbe rivendicare almeno la legge sugli ecoreati, che introduce il delitto di “disastro ambientale”: solo che secondo il pubblico ministero del processo, Raffaele Guariniello, il nuovo testo non cambia nulla (“il processo finirebbe comunque in prescrizione”).
Carlo di Foggia e Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 3rd, 2015 Riccardo Fucile
NON VUOLE MOLLARE IL MONOPOLIO E CHIEDE DI SPOSTARE LA LIBERALIZZAZIONE AL 2019… LA CONSEGNA DELLE CONTRAVVENZIONI VALE 300 MILIONI L’ANNO
Che pacchia le multe e i processi per le Poste.
Per consegnare le contravvenzioni agli sventurati automobilisti che se le sono beccate e i 28 milioni di atti giudiziari generati da 9 milioni di processi l’anno, le Poste ci guadagnano così tanto e per di più in beata solitudine, senza il disturbo di nessuna concorrenza imponendo il prezzo che vogliono, che ormai ci si sono affezionate come una madre con i figli.
Non vorrebbero perderli a nessun costo e in questo accaldato mese di agosto faranno di tutto per scongiurare la separazione.
L’amministratore Francesco Caio e i suoi, già impegnati con il tour de force della quotazione in Borsa prevista per l’inizio di autunno, saranno costretti a moltiplicare gli sforzi rinunciando alla sdraio e all’ombrellone per organizzare anche una disperata battuta di lobby all’ultimo politico per mantenere con le unghie e conidentilaconsegnadimulte e atti giudiziari.
Che sono un mercato ricco e sicuro del valore di almeno 300 milioni di euro l’anno, conosciuto in gergocome“riservalegalesugli atti giudiziari”.
E sulla cui sopravvivenza o soppressione il Parlamento voterà alla ripresa di settembre nell’ambito del decreto per la Concorrenza.
Le due cose, la quotazione e la riserva legale, sono intrecciate.
Per Caio la riserva significa non solo mantenere in casa un mercato comodo in regime di monopolio, ma creare condizioni migliori per la quotazione potendosi presentare agli investitori con un boccone appetitoso. In pratica e secondo la migliore tradizionale italiana, il viatico per la privatizzazione in corso è ancora una volta il consolidamento di un monopolio.
Proprio questa settimana l’amministratore di Poste consegnerà alla Consob il piano per la quotazione e c’è da giurarci che in quel documento la parte riguardante la faccenda della riserva legale sarà generica.
Perchè la partita è aperta e nonostante le cose non si stiano mettendo bene per le Poste, Caio spera di recuperare in volata.
Di recente, nel corso di un’audizione parlamentare davanti alle Commissioni Attività produttive e Finanze dedicata alla concorrenza, l’amministratore delle Poste si è fatto coraggio azzardando la richiesta: la possibilità di mantenere per altri 3 anni e fino al 2019 il monopolio sulle multe e gli atti giudiziari chedovrebbe scadere il 10 giugno 2016.
Caio sa benissimo che la sua richiesta rasenta la temerarietà . Per tanti motivi.
Il primo è che in Europa il mercato della consegna delle multe e dei documenti giudiziari è libero ovunque tranne in Italia e altri due paesi: Polonia e Portogallo.
Il secondo sta nel fatto cheda almeno 6 anni l’Antitrust considera un’anomalia il monopolio delle Poste, auspicando un suo superamento.
Proprio l’Antitrust nel 2013 ha approvato una delibera specifica sull’argomento (la numero 728) in cui chiarisce che il prezzo preteso dalle Poste per la consegna degli atti giudiziari è del 100 per cento superiore al costo.
I prezzi imposti ai comuni e alle amministrazioni pubbliche sono da amatori: si va da un minimo di 7euro ad un massimo di 19.
Dipende dal tipo di atto da consegnare, dal suo volume e peso, dalla zona interessata.
Costano di più, ovviamente, i recapiti in zone periferiche e di meno quelli nelle città e ancora di meno quelli nella stessa città di spedizione.
Secondo l’Antitrust i prezzi praticati dalle Poste sono da 4 a 5 euro superiori a quelli di un potenziale mercato. Detto in altro modo: con gli atti giudiziari le Poste guadagnano da metà a circa un terzo più del dovuto.
Caio sa inoltre che il governo per le Poste ha già abbondantemente dato nei mesi passati. L’amministratore dell’azienda pubblica e Matteo Renzi avevano concordato un patto non scritto: Renzi si impegnava a varare una serie di provvedimenti favorevoli alle Poste, compreso l’aumento delle tariffe.
In cambio Caio prometteva di rinunciare senza strepiti alla riserva sugli atti giudiziari tanto che il 20 febbraio, Renzi in conferenza stampa aveva annunciato fiducioso il suo superamento.
Il governo ha mantenuto gli impegni: ha garantito alle Poste altri 260 milioni di euro per lo svolgimento del servizio universale (la consegna della corrispondenza in ogni parte del paese, anche a costi superioriai ricavi) nonostante le Poste da anni snobbinoquesto impegno e lo trattino con la mano sinistra.
Poi il governo ha concesso che dal primo ottobre la posta ordinaria prenda il posto della prioritaria con un aumento tariffario da 0,70 a 0,95 centesimi, mentre la prioritaria diventerà un espresso (2 giorni per la consegna) costando fino a 3 euro.
Daniele Martini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 3rd, 2015 Riccardo Fucile
DOPO LA PETIZIONE DI 150.000 ABITANTI DELLA COSTA AZZURRA, IL RE SALMAN ABBANDONA LA FRANCIA E LA SPIAGGIA CHE AVEVA “PRIVATIZZATO”… CON LUI TORNANO IN ARABIA 600 PERSONE
Fa i bagagli prima del previsto Salman Bin Abdelaziz, re dell’Arabia Saudita che stava trascorrendo
le vacanze nella sua lussuosa villa di Golfe Juan, in Costa Azzurra. Probabilmente spinto dalle polemiche ricevute per la chiusura della spiaggia adiacente alla sua dimora, il sovrano è partito alla volta di Tangeri, Marocco, con un volo privato.
La permanenza del re saudita nel piccolo comune di Vallauris (Golfe-Juan) era infatti passata tutt’altro che inosservata: a pochi giorni dal suo arrivo, la rappresentanza diplomatica dell’Arabia Saudita aveva richiesto la chiusura della spiaggia di La Mirandole, posizionata subito al di sotto della villa del sovrano – insieme al permesso per costruire un collegamento diretto tra l’abitazione ed il lungomare.
Voluta a quanto pare per motivi di sicurezza, la privatizzazione a scopo personale di uno spazio pubblico non è andata giù ai francesi.
Piogge di critiche e proteste sono giunte da parte degli abitanti della Costa Azzurra e dei rappresentanti delle amministrazioni pubbliche, soprattutto dai sindaci dei comuni della zona.
Con una petizione online che ha raccolto più di 150.000 firme, l’opinione pubblica ha espresso il suo dissenso nei confronti delle scelte di Salman Bin Abdelaziz, e allo stesso modo si sono orientate le dichiarazioni degli esponenti politici. Jean Noel Falcou – esponente della lista civica Anticor06 e promotore della petizione riassume con queste parole il fulcro del problema: “Ricordiamo che questa zona naturale, come tutto il dominio pubblico marittimo è un bene comune inalienabile di cui devono poter beneficiare tutti, abitanti del luogo, turisti, francesi, stranieri”.
Secondo quanto riportato dall’ambasciata saudita in Francia, Salman aveva previsto di soggiornare in Costa Azzurra sino al 20 agosto.
Le critiche ricevute per la poco democratica gestione degli spazi sembrano aver sortito effetti positivi, almeno per i francesi: nonostante non si abbia ancora avuto conferma delle ragioni della sua partenza, decisamente in anticipo rispetto ai suoi piani il re saudita ha abbandonato la dimora francese, portandosi appresso buona parte del seguito di circa 1000 persone che lo stava accompagnando nelle sue vacanze.
La spiaggia di La Mirandole, recintata con delle transenne all’arrivo del re Salman, è stata quindi riaperta ai bagnanti – ora di nuovo pubblica, come sarebbe sempre dovuta essere.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile
INTERVISTA AL SINDACO DI FIUMICINO: “NESSUNO FA INVESTIMENTI”
Per chi non lo sapesse, il sindaco di Fiumicino è di fatto il sindaco dell’aeroporto. È un piddino ed è furibondo.
Si chiama Esterino Montino, da politico navigato ha attraversato le istituzioni a tutti i livelli, dal comune di Roma alla Regione Lazio, fino al Senato.
Sabato, dopo gli incendi, i blackout elettrici e i disservizi che hanno consegnato il primo scalo italiano alla lista nera degli aeroporti di tutto il mondo, Matteo Renzi lo ha chiamato promettendo che su Fiumicino il governo metterà le mani e la testa.
Ma le promesse al momento sono tali, e lo hanno placato fino a un certo punto.
Sindaco, contento di finire tutti i giorni in prima pagina?
Non per quello che succede dentro e fuori l’aeroporto. No.
Un guaio al giorno, perchè?
Perchè è durata troppo a lungo la latitanza del gestore dello scalo e quella dello Stato sugli investimenti.
Esempio.
Il Molo C, che avrebbe dovuto sostituire il T3 durante la ristrutturazione, prima dell’incendio naturalmente. Beh, hanno cominciato a costruirlo sette, otto anni fa e per sei anni è rimasto alle fondamenta.
Ed è ancora uno scheletro.
Certo, perchè dopo la ripresa dei lavori si è fermato tutto di nuovo quando si è scoperto che l’impresa era in amministrazione controllata. Cioè, mezza fallita. Dico io, ma la Atlantia del gruppo Benetton che ha la maggioranza di Aeroporti di Roma come può sbagliare l’assegnazione di un appalto in modo così clamoroso?.
Quindi, dimentichiamoci il Molo C per almeno altri due anni.
Fosse solo questo. Il problema è che al momento dentro l’aerostazione non è previsto alcun tipo di investimento, fatta eccezione per gli interventi sulle piste. La Tre in particolare, che poggia su banchi di torba e sprofonda in continuazione. Sul resto, zero.
Come è possibile?
Nel 2012 il governo Monti aveva stipulato un nuovo contratto di servizio con Aeroporti di Roma concedendo un aumento delle tariffe a fronte di un piano di investimenti.
Approvato nel 2013 e mai applicato. Parliamo di 1,8 miliardi per tre nuovi terminal, automatizzare il sistema attuale in tutta l’aerostazione, costruire una monorotaia per collegare i terminal tra loro e col parcheggio a lunga sosta….
Come succede in tutto il mondo.
Invece, pur di fare cassa, hanno affogato l’aeroporto di parcheggi e negozi. Fare cassa è stata la vera priorità di questi anni. Poi dicono che il sistema collassa.
Allora diciamolo: quello di Fiumicino è un aeroporto vecchio e inadeguato.
È così. Sia rispetto al volume di traffico che alle prospettive per il futuro.
Lei cosa farebbe?
Comincerei a svuotare tutte le costruzioni che non necessarie ai servizi diretti e trasferirei uffici, mense e parcheggi a ridosso dell’aerostazione restituendo questi spazi alla vita quotidiana dello scalo. Pensi che efficienza ritrovata se si riuscisse ad utilizzarli per selezionare il trasporto nazionale, continentale e intercontinentale, collegando queste strutture ai terminal e tra loro con nastri, scale mobili e monorotaia. Serve una riprogettazione globale, bisogna smontare e rimontare tutto l’aeroporto con una visione e un criterio. Invece qui stiamo parlando addirittura di mancanze gravi nella manutenzione straordinaria.
Un altro esempio, allora.
Tre anni fa andò a fuoco la scala mobile che collegava gli arrivi e partenze nel T3 e al tunnel per il treno ed è rimasta così. Bruciata, da tre anni. Poi se vogliamo parlare di problemi, cene è anche uno esterno. Enorme.
Quale?
Ora le faccio la fotografia della situazione. Lei sa che l’Hub nazionale è tutto dentro un unico comune, quello di Fiumicino?.
No, vada avanti.
Bene, questo comune ha ottantamila residenti e di fatto è la quarta città del Lazio dopo Roma, Latina e Guidonia. Ma ha un’area territoriale che è il doppio di Firenze ed è più grande di quella di Milano. Eppure a Fiumicino non ci sono presidi statali. Due anni fa ci hanno tolto pure i vigili del fuoco….
Quindi, se c’è un incendio chi dovete chiamare?
I vigili del fuoco di Ostia, di Cerveteri o addirittura di Roma. Per l’incendio della pineta sono dovuti venire i vigili dell’aeroporto e abbiamo aspettato tre ore. Ma se ci fosse stata un’emergenza nello scalo e non fossero potuti uscire?.
E la Forestale?
Non c’è mai stata, nonostante siamo il cuore del Parco nazionale del litorale romano. Parlo di 12mila ettari di macchia mediterranea, di cui mille solo a Maccarese. E’ come se il Circeo o il Parco d’Abruzzo fossero abbandonati al loro destino. Non è pazzesco? Ma se vuole le racconto dei carabinieri.
Non avete neanche i carabinieri?
Sì, ma sono ancora quelli di quando eravamo la XIV circoscrizione di Roma. La stazione di Fiumicino fa capo al comando di Ostia. La stazione di Passoscuro e Fregene fa capo a Civitavecchia e l’entroterra fa capo a Casalotti. Per non parlare dei nostri vigili urbani. Su 180 previsti ne abbiamo 86, di cui 30 adibiti in pianta stabile al controllo della viabilità e del servizio taxi nella zona dell’aeroporto.
Dove succede di tutto, tra abusivi e non.
È così. E per completare la fotografia le ricordo che l’accesso all’Hub aereo più importante d’Italia ha un’unica via d’accesso. Perciò quando c’è un incidente, e ce ne sono purtroppo in continuazione, la strada si blocca e blocca il sistema. Uno direbbe: ma io a Fiumicino ci vado in treno. Beato lei: quel trenino che chiamano express, per fare 20 chilometri da Termini all’aeroporto impiega 45 minuti. Infatti il settanta per cento dei passeggeri ci va in macchina.
Con questi guai, tra dentro e fuori, come pensa che se ne uscirà ?
Renzi, Alfano e il prefetto Gabrielli mi hanno garantito che ci metteranno la testa e le mani da subito, prendendosi la responsabilità della messa in sicurezza della parte esterna. E dentro? Il Giubileo è dopodomani, non so come finirà .
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile
A MAGGIO LA RAI TAGLIA I SALARI DEI DIRIGENTI, MA POI EMETTE UN BOND DA 350 MILIONI PER ELUDERE IL LIMITE DI 240.000 EURO
Sabato mattina il premier Matteo Renzi ha visto il candidato favorito a guidare la Rai: Antonio
Campo Dall’Orto, già a capo di La7 e Mtv, uno dei primi renziani.
E in serata ha visto Pier Carlo Padoan, formalmente azionista unico della Rai con il ministero del Tesoro. Domani i nomi della nuova squadra di vertice della tv pubblica dovrebbero essere ufficiali.
Quando le trattative sono così avanzate, di solito si comincia a parlare di soldi. Che nel caso della Rai sono un aspetto rilevante della questione: ormai quasi nessuna poltrona pubblica può ancora offrire gli stipendi che promette viale Mazzini.
Sia per il presidente che dovrebbe avere un minimo di 100-200mila euro (a salire in base a quante deleghe avrà ).
Ma soprattutto per il direttore generale, e poi destinato a trasformarsi in amministratore delegato, che è autorizzato a sfondare il tetto in teoria universale che fissa a 240mila euro lordi all’anno la retribuzione massima per i dirigenti pubblici.
La storia di questa eccezionalità è istruttiva.
Nel bilancio 2014 della Rai, approvato il 25 maggio scorso dall’assemblea degli azionisti (cioè dal ministero del Tesoro), si legge che “L’art. 13 della Legge n. 89/2014 ha riferito il limite massimo ai compensi degli amministratori con deleghe e alle retribuzioni dei dipendenti delle società controllate dalle pubbliche amministrazioni all’importo di 240.000 euro annui”.
E la Rai si adegua. Nei giorni successivi il direttore generale Luigi Gubitosi e altri top manager fanno il bel gesto di adeguare al ribasso il proprio compenso.
Differenze non di poco conto, visto che il capo azienda ha sempre incassato attorno ai 600mila euro lordi annui, tranne Lorenza Lei che riuscì a trovare il modo di portarlo a 750mila.
Secondo quanto ricostruito da Leandro Palestrini e Aldo Fontanarosa su Repubblica.it il 18 maggio, l’ufficio del personale Rai convoca 42 alti dirigenti “perchè firmassero una lettera.
C’era scritto che il loro stipendio veniva tagliato a partire da subito. Con la busta paga di maggio, questi dipendenti (Giancarlo Leone, Antonio Marano, Lorenza Lei, tra gli altri) avrebbero ricevuto il corrispettivo mensile di 240 mila euro lordi annui”. Qualcuno prova a obiettare che la Rai è un’azienda normale, anche se controllata dallo Stato, e quindi il tetto non si può applicare. Ma vince la linea dell’austerità . O così sembra.
Perchè il bilancio Rai stabilisce anche che l’azienda “potrà procedere all’attuazione dell’iter propedeutico all’emissione in una o più tranches di un prestito obbligazionario non convertibile, fino a un importo massimo di 350 milioni di Euro, destinato a investitori istituzionali, da quotare nei mercati regolamentari”. La parola chiave è “quotare”.
Tutte le norme che si sono succedute dal governo Monti (2011) in poi in materia di tetti agli stipendi pubblici hanno sempre escluso le aziende controllate dallo Stato che emettono titoli di debito quotati.
Lo spirito doveva essere che quelle con una struttura finanziaria complessa devono poter assoldare i migliori professionisti sul mercato, che costano.
Ma nella pratica l’effetto è che basta fare le giuste scelte finanziarie. Il 20 maggio 2015, due giorni dopo che Gubitosi aveva convocato i dirigenti per tagliare i loro stipendi, l’agenzia Reuters comunica che la Rai ha avviato il collocamento di un bond da 350 milioni. Addio tetto.
La nuova riforma renziana non si pone il problema: si limita a stabilire che “il consiglio di amministrazione, su indicazione dell’assemblea, determina il compenso spettante all’amministratore delegato”.
Quindi decide di fatto il governo, senza limiti. Antonio Campo Dall’Orto può sperare di avere anche lui 5-600mila euro come i predecessori.
Il fatto che il governo abbia deciso di procedere con le nomine usando la vecchia legge Gasparri del 2004 invece che aspettare l’approvazione anche alla Camera della riforma apre poi interessanti opportunità per Campo Dall’Orto.
Secondo un’usanza inimmaginabile nel settore privato, i direttori generali della Rai si facevano anche assumere a tempo indeterminato.
Quando cambiava il partito al potere, venivano accantonati ma non perdevano lo stipendio.
La riforma prevede espressamente che non può essere dipendente della Rai: se anche lo fosse al momento della nomina, prima deve dimettersi e poi accettare la carica di amministratore delegato.
Ma la riforma, appunto, non vige ancora. Quindi Campo Dall’Orto in teoria può ancora fare in tempo a farsi assumere.
Dal centrodestra c’è chi suggerisce, come alternativa a Capo dall’Orto, il nome di Giancarlo Leone, attuale direttore di Rai1, attivissimo su Twitter.
Sarebbe un direttore generale di transizione in attesa dell’approvazione della riforma e non dovrebbe neppure dimettersi finchè restano in vigore le vecchie regole.
Ma è una soluzione che per Renzi diventerebbe un’ammissione di debolezza.
Vedere Campo dall’Orto prima di partire per il Giappone — il premier rientrerà a nomine fatte — è stato un segnale chiaro.
E l’ex manager di La7 e Mtv è così consapevole delle proprie possibilità che nei giorni scorsi, come rivelato dal Fatto, si è fatto rilasciare un parere da un importante studio legale romano per essere sicuro che fosse possibile la trasformazione in corsa da direttore generale ad amministratore delegato quando sarà approvata la riforma. Sarebbe spiacevole trovarsi a guidare la Rai solo per pochi mesi e poi dover lasciare il posto a un altro.
Anche se Campo Dall’Orto dunque sembra sicuro, è tutto ancora aperto, bisogna trovare l’incastro tra le varie tessere, a cominciare da quella del presidente.
Silvio Berlusconi si consulterà con i suoi sherpa e prenderà le sue decisioni, lunedì si riunisce la commissione di vigilanza che, con la maggioranza dei due terzi, deve approvare l’indicazione del presidente che arriva dal cda ma di fatto dal governo. Chissà se Campo Dall’Orto — o i suoi sfidanti, Andrea Scrosati di Sky e Marinella Soldi di Discovery — appena arrivati a viale Mazzini rimetteranno il tetto agli stipendi, incluso il proprio.
Il passato consiglia scetticismo.
Stefano Feltri e Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile
PER I CONTI DELL’OSPEDALE DI ALESSANDRIA SCELTO UN COMMERCIALISTA CHE VIVE AD AVOLA
«Tagli? Macchè, sono sprechi evitati». Diceva così la ministra Beatrice Lorenzin. Illustrava il nuovo piano di spesa sanitaria: 10 miliardi in meno in 5 anni. Ma niente paura, va via il superfluo.
Diceva così e intanto procedeva in direzione opposta, perchè proprio nelle stesse ore dal suo ministero partiva la nomina, quale revisore dei conti dell’azienda ospedaliera di Alessandria, in Piemonte, non già di un valente e disponibile professionista scelto secondo il criterio solitamente valorizzato della prossimità , ma di Luca Cannata.
E chi è Cannata? È anche, se non soprattutto, il sindaco di Avola, in Sicilia.
È un commercialista, certo, ma ha pur deciso, riuscendoci, di dedicarsi all’amministrazione del suo piccolo seppur noto Comune.
Chi, anche tra i sobri, non ha mai sentito parlare del Nero d’Avola?
Ma una cosa è il vino, la sua promozione come risorsa locale, un’altra è il controllo della spesa pubblica. Si può far tutto, contemporaneamente, e bene?
Alfredo Monaco, il puntiglioso consigliere regionale del Piemonte che ha sollevato il caso, ha fatto qualche calcolo geo-amministrativo.
Avola dista da Alessandra 1.500 chilometri. E di mezzo c’è anche il mare.
Un viaggio in auto, andata e ritorno, con annesso attraversamento dello Stretto, può durare anche 30 ore, e tra le spese bisogna calcolare almeno 110 litri di carburante e 200 euro di pedaggi autostradali.
Un biglietto aereo, invece, costa 550 euro, ma da Catania a Genova, Torino o Milano, poi bisogna calcolare le prime e le ultime miglia, quelle da e per gli aeroporti. Insomma, perchè tutto questo giro d’Italia?
Anche a voler pensar male, e cioè a uno scambio elettorale o a un favore ricambiato, non si poteva trovare una soluzione meno «movimentata»?
La Sanità regionale, dalla ministra di recente censurata in polemica con l’ex assessore Borsellino, non necessita di bravi revisori?
«Sprechi evitati», dice il ministro. Come no.
Marco Demarco
(da “il Corriere della Sera“)
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Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile
LA CAPITALE DELLA CULTURA 2019: NON VOGLIAMO DIVENTARE UNA CARTOLINA
E poi c’è Matera. Eccezione delle eccezioni. Capitale europea della cultura nel 2019. Dove tornano
giovani andati a studiare al Nord o all’estero.
Dove arrivano gli stranieri a fare impresa. E dove a fronte di 60 mila abitanti l’anno scorso (dunque anche prima del successo della candidatura, sancito il 17 ottobre), i turisti sono stati 153mila persone per 244mila pernottamenti.
Raddoppiati in cinque anni eppure, anzichè esultare, a Matera si stanno preoccupando perchè i turisti stanno diventando troppi e crescono a ritmi troppo sostenuti (+16,5% in un anno), con il rischio di diventare «città cartolina».
Mordi e fuggi, perdendo l’anima.
Matera è un miracolo che non nasce all’improvviso. È il frutto di pensieri lunghi.
Dei giovani come l’urbanista Pietro Laureano che quarant’anni fa immaginarono di far entrare i Sassi nel circuito dei beni Unesco, primo sito del Sud.
E dei giovani come la sociologa Ilaria D’Auria, che nel 2009 immaginarono la candidatura a capitale europea, telefonarono a un professore italiano che insegna in Gran Bretagna e si fecero spiegare come si fa.
Ecco uno dei tratti peculiari (e originali, nel panorama italiano e non solo meridionale) del caso Matera: i tempi lunghi.
Il secondo è la capacità di attrarre capitali e persone da fuori.
I più conosciuti come l’attore Mel Gibson, che nei Sassi alla fine del 2002 girò il film sulla Passione di Cristo, o il milanese Daniele Kihlgren, che ha impiantato un albergo diffuso con tassi di riempimento costantemente sopra l’80%.
E i meno noti, ma non meno significativi: l’inglese che produce gioielli tra i Sassi con materiali di riciclo del territorio; l’architetto irlandese che restaura case nei centri storici lucani; la traduttrice americana che organizza il festival di letteratura rosa più importante d’Europa.
Terzo elemento: il turismo a Matera è destagionalizzato (una chimera in gran parte d’Italia), tanto che gli albergatori hanno chiesto di anticipare di due settimane il festival organizzato con Radio3, «perchè a fine settembre siamo già pieni».
Il fatto è che a Matera – altra eccezione – la parola turista non piace.
Nel dossier 2019 risuonano altre espressioni. Come «cittadino temporaneo», perchè l’obiettivo è trasformare chi arriva per un weekend in una persona che vive a Matera per un tempo più lungo, ci ritorna, si radica in quello che Vittorio Sgarbi definisce «un luogo assoluto».
Un’altra espressione chiave è «abitante culturale», riferito a una persona che non aspetta lo Stato ma si occupa personalmente del patrimonio culturale cittadino sentendosene proprietario e responsabile.
Per questo la vulcanica soprintendente Marta Ragozzino (una che due minuti prima dell’inaugurazione di una mostra trovi fuori sotto il sole a spostare le transenne, non dentro a stringere le mani alle autorità ) ha deciso di affidare ai materani le opere del museo di Palazzo Lanfranchi, consentendo di portarsele a case, per diventare «ambasciatori» della cultura nel quartiere.
«Tutto questo esisteva già , noi l’abbiamo trasformato in una narrazione – dice Paolo Verri, capo della struttura organizzativa – guardare tra vent’anni è l’unico modo per arrivare in tempo, se pensiamo a recuperare il tempo perduto non ce la faremo mai».
Quindi non solo b&b, festival, pub.
Tra due mesi arriveranno i primi venti allievi della scuola di restauro, per fare «export di competenze culturali» e partecipare nel tempo a progetti anche all’estero.
E una delle idee più forti del dossier di candidatura attiene al capitolo «open data e open democracy» con investimenti sugli studenti tra 8 e 12 anni, nella regione con il più basso tasso di lettura d’Europa.
Poi, certo, senza treni nazionali e aeroporti Matera resta lontana. Nei giorni scorsi la Regione Puglia ha stanziato 20 milioni per eliminare i cinque passaggi a livello che portano il viaggio delle ferrovie locali Bari-Matera a 75 minuti.
Chissà se fino al 2019 questa «grande opera» sarà completata e consentirà di viaggiare da Bari a Matera in treno in tre quarti d’ora (meno che in auto).
Ma in ogni caso quella che si presenterà all’Europa come capitale della cultura sarà una città tutt’altro che disconnessa.
Giuseppe Salvaggiulo
(da “La Stampa”)
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