Dicembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
IL CONSIGLIO AGLI STUDENTI: “RILEGGETEVI L’ART 92 DELLA COSTITUZIONE”
Il professore dell’università di Teramo Guido Saraceni, già applauditissimo per il suo status sulla privacy e sugli studenti di informatica giuridica, oggi decide di dedicarsi alla curiosa concezione di “presidente del consiglio non eletto dal popolo” che ha attraversato molti status di Facebook dopo la nomina di Gentiloni da parte di Mattarella.
Avviso agli studenti di Diritto Costituzionale
Chi tra di voi avesse pubblicato sulla propria bacheca la frase “un altro Presidente del Consiglio non eletto dal popolo” — o altre aberrazioni equivalenti — è pregato di chiudere per sempre l’account Facebook, onde evitare di cagionare danni a cose o persone, di abbandonare per sempre la Facoltà di Giurisprudenza e iscriversi a Scienze delle Piadine al Prosciutto presso l’Università della Vita.
Andiamo male, ragazzi. Molto, molto male.
Il professore fa chiaramente riferimento (e non dovrebbe essere nemmeno necessario verificarlo) all’articolo 92 della Costituzione, che chiarisce quale sia la procedura di nomina del presidente del Consiglio dei ministri, di competenza del Presidente della Repubblica.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
LA DIREZIONE PD…SPERANZA: “CI DICANO SE PER QUELLI CHE HANNO VOTATO NO C’E’ ANCORA SPAZIO NEL PARTITO”
Alla fine Matteo Renzi ha deciso di esserci. 
Verso le 12 il segretario Pd si è presentato al Nazareno per prendere parte alla Direzione nazionale del partito.
Come annunciato in apertura dal presidente del Pd Matteo Orfini, prima delle 14 è arrivata la fiducia – unanime – al premier incaricato Paolo Gentiloni. La direzione del Pd, infatti, ha approvato all’unanimità una mozione di sostegno alla proposta del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di incaricare Gentiloni a formare il nuovo governo. Lo stesso Gentiloni, concluse le consultazioni, ha annunciato che alle 17.30 salirà al Quirinale per incontrare il capo dello Stato.
Renzi: “Dopo il giuramento di Gentiloni il congresso”.
“Se vogliamo fare una discussione seria, la dobbiamo fare. Dobbiamo darci del tempo. Nel momento in cui il presidente Gentiloni giurerà , nostro compito sarà stabilire O si fa il congresso o non si fa. Io sarei dell’idea di rispettare lo statuto: domenica l’assemblea decide se farlo o no. Io vorrei farlo, ma sarà l’assemblea a deciderlo”, ha detto Renzi indicabndo che ‘”abbiamo un appuntamento imminente con le elezioni, è chiaro che nei prossimi mesi andremo a un passaggio di elezioni politiche”
Durissimo l’intervento di Roberto Speranza.
“Davanti alle manifestazioni organizzate e agli attacchi sul web io chiedo a Matteo Renzi di dirci se non c’è più spazio nel Pd per chi ha votato no, lo si dica con chiarezza. Io penso che bisogna recuperare un pezzo di elettorato che ha votato no. Il mio seggio è a disposizione, ho già dimostrato di non essere attaccato alla poltrona ma è inimmaginabile pretendere che si rinunci alle proprie idee”.
Secondo l’esponente della minoranza, dal voto sul referendum “arriva un segnale che riguarda tutti e da cui non è possibile sottrarsi, non possiamo mettere la testa sotto la sabbia”.
E ancora: “Non si può eludere il messaggio di fondo arrivato il 4 dicembre, che chiede una fortissima discontinuità , bisogna avere l’umiltà di ripartire con uno spirito diverso. Vedo ancora troppa continuità e troppa arroganza con chi si sente in tasca il 40%. E anche la convocazione del congresso”, anticipato in primavera, Speranza ammette di vederla come una prova di forza del capo: “quasi come a dire, avete sbagliato a votare no, ora vi faccio vedere io, una resa dei conti” del “capo irritato”.
“Il congresso serve eccome – riconosce – ma che ci rimetta in sintonia col mondo fuori dal Pd, un congresso sulla nostra collocazione politica, sul progetto da mettere in campo. Un congresso che non si riduca a un votificio della domenica mattina”.
Minoranza Pd: “Sostegno a Gentiloni ma serve vera discontinuità “.
Appoggio al governo guidato da Paolo Gentiloni, ma con la richiesta di una “sostanziale discontinuità ” rispetto all’esecutivo di Renzi.
È quanto si legge in un documento della minoranza dem che Speranza ha presentato oggi alla direzione nazionale del Pd. “Dalle elezioni amministrative e dal voto referendario – si legge nel documento – è arrivato un messaggio molto forte che deve essere alla base di tutte le valutazioni politiche di queste ore. Si tratta di una richiesta netta ed inequivocabile di discontinuità di cui è indispensabile farsi carico, se si vuol ricostruire un rapporto vero con il paese. Senza questa consapevolezza il Pd è destinato ad ulteriori e più gravi sconfitte. Giungono, invece, segnali di scelte improntate ad una sostanziale continuità , eludendo così pericolosamente la domanda di fondo emersa il 4 dicembre”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
RAFFAELLA SENSOLI, BECCATA A OFFRIRE PASSAGGI A PAGAMENTO TRA RIMINI E BOLOGNA, INCASSA GIA’ 1950 EURO AL MESE DI RIMBORSI VIAGGIO DALLA REGIONE… ORA DICE CHE ERA UN ESPERIMENTO
Lei si chiama Raffaella Sensoli e offre passaggi su Blablacar da Rimini a Bologna a 6 euro. 
Ottimo prezzo, se non fosse che la consigliera regionale del MoVimento 5 Stelle per quei viaggi percepisce già un rimborso di 1950 euro al mese (la somma è calcolata in base alla distanza da Bologna), che vengono erogati ogni volta in caso di almeno 12 presenze mensili.
Nel sito di Blablacar la Sensoli può vantare già una recensione positiva: è quella di una utente che aveva dimenticato lo zaino nella sua auto: la consigliera l’ha subito riportato alla viaggiatrice.
Racconta Il Resto del Carlino che la grillina si è iscritta a Blablacar un mese fa, ha già pubblicato vari annunci e ne ha lanciato uno anche per domani mattina, offrendo di condividere il suo viaggio di andata a Bologna (per i suoi impegni istituzionali) con altri, al prezzo di 6 euro.
Anche se quei viaggi a Bologna per partecipare a consigli e commissioni sono già pagati dalla Regione, che alla Sensoli (come agli altri consiglieri regionali che usano l’auto) passa ogni mese un cospicuo rimborso forfettario.
E con i rimborsi come la mettiamo?
«Ammetto di essermi iscritta a Blablacar da novembre e di aver pubblicato già alcuni annunci —dice ora la Sensoli — e in queste settimane ho già accompagnato una persona. Ma è stato, per così dire, un esperimento: volevo capire meglio come funziona questo sito, visto che come Movimento 5 stelle crediamo fermamente nella mobilità sostenibile.”
Ma come la mettiamo con i rimborsi della Regione? «E’ stato uno dei miei primi pensieri — assicura la consigliera — e ne parlerò presto con i funzionari della Regione”.
Chissà come mai non ne avrà parlato prima di essere beccata…
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
E LA RUOCCO LANCIA DI BATTISTA
“Tra me e Luigi Di Maio non ci sono visioni politiche diverse”. Così, in un’intervista al Corriere della Sera, il deputato M5S Roberto Fico smentisce la dichiarazione rilasciata da Di Maio a In Mezz’Ora, su RaiTre, secondo cui tra il vicepresidente della Camera e il presidente della Commissione di Vigilanza Rai avrebbero “visioni differenti”
“Credo sia stata una risposta affrettata, non ci sono visioni politiche diverse tra noi”, ha detto Fico.
“Siamo tutti d’accordo sul non strutturarci, sul fatto che non siamo un partito, sull’assenza di leadership e sulla struttura orizzontale”.
Secondo Fico, infatti, “Grillo è capo politico e garante, ma non è un leader in senso classico […]. La persona sola al comando non va bene”.
Fico ha poi confermato la sua disponibilità a candidarsi alle primarie, pur specificando: “la mia risposta rimane generica, non penso che sia una questione interessante. Do il mio un percento al Movimento: farò tutto ciò che è utile”.
Tra le fila dei Cinque Stelle c’è chi spera in una discesa in campo per la premiership anche di Alessandro Di Battista.
Lo ha auspicato apertamente Carla Ruocco, deputata M5S, che in un’intervista a Repubblica ha dichiarato: oltre a Di Maio e Fico, “spero si candidino anche altri, magari Alessandro Di Battista che ha dato tanto”.
Quanto a lei, “non ci sto proprio pensando, ma mi auguro che una donna lo faccia”.
(da agenzie)
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Dicembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
ECCO CHI E’ LA NUOVA FIRST LADY
Se Agnese Renzi ha fatto parlare poco di sè durante la presidenza del marito, la nuova first lady
italiana promette un profilo ancora più bassa.
Si chiama Emanuela Mauro, moglie del nuovo presidente del consiglio Paolo Gentiloni, è un architetto.
Poco mondano, nel 1988 Gentiloni sposa Emanuela Mauro, architetta ed ex scout. Non hanno figli. Li accomuna la passione per le vacanze in montagna, ma li divide la refrattarietà ai ciclomotori di lui a fronte di una disinvoltura sulle due ruote di lei.
Coinciso l’affresco sulla Mauro, le premesse sono quelle di una vita privata che resterà lontana dai riflettori, nonostante il nuovo incarico del marito Paolo che toglierà anche tempo al loro hobby preferito.
La nuova first lady condivide con il marito, nobile di antico lignaggio, l’aristocratico passatempo delle lunghe passeggiate in montagna.
Non è chiaro invece se anche a lei piaccia il tennis come al nuovo premier, che univa all’amore per questo sport una scaramantica consuetudine insieme all’amico e politico Francesco Rutelli
Nelle due volte che Rutelli si candidoÌ€ al Campidoglio, la mattina delle elezioni comunali, in una specie di rito scaramantico, si ritrovavano sul campo da tennis, l’ex sindaco di Roma, l’attuale premier incaricato, Ermete Realacci e Chicco Testa.
La consuetudine, però, fu interrotta nella sfortunata candidatura di Rutelli a premier nel 2001.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
“FURONO I BARBARI AD ARRIVARE LI’, OGGI E’ UNA DELLE REGIONI MIGLIORI D’EUROPA”
Nella cornice del Cinema Farnese di Roma è lo storico Salvatore Bono l’ospite della rassegna “Mediterraneo al Cinema” organizzata dall’Unimed (QUI il programma), in collaborazione con la libreria Fahrenheit 451, la casa editrice Castelvecchi e il Fatto Quotidiano in qualità di media partner.
Tema del secondo incontro: “Schiavi e corsari nel Mediterraneo“.
“I rifugiati come nuovi schiavi moderni? Direi di no, ma certo sono la realtà di oggi così com’era ieri. Ma nei secoli scorsi chi arrivava come schiavo, riusciva a scalare la società , fino ad arrivare anche a cariche alte. L’Europa oggi non sa integrare i rifugiati, ma l’integrazione avverrà lo stesso”.
“Perchè la storia è integrazione”, spiega Bono ai microfoni del fattoquotidiano.it.
Per poi provocare il leader della Lega Nord, Matteo Salvini: “Vorrei dire a un noto politico legato alla Lombardia: si ricorda mai perchè la Lombardia si chiama così? Erano i barbari ad essere arrivati lì, in una regione che oggi è tra le migliori d’Italia”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
IL 70% TRA 25 E 34 ANNI HA DATO UN SEGNALE DI RIFIUTO: PIU’ CHE UN SENTIMENTO ANTI-RENZI, UN VOTO DI RI-SENTIMENTO CONTRO CHI NON RISOLVE I LORO PROBLEMI
Il post-referendum procede rapido. Dopo le dimissioni di Matteo Renzi, il premier incaricato,
Paolo Gentiloni, ha già iniziato le consultazioni. E presto presenterà il programma e la compagine del nuovo esecutivo.
Tuttavia, conviene valutare bene il voto referendario, prima di riprendere a governare. E a fare opposizione. Insomma, a “far politica”.
Perchè il risultato ha, sicuramente, “punito” Renzi, che, per primo, aveva “personalizzato” questo voto. Ma è difficile individuare il vincitore. Meglio “un” vincitore.
Visto che i partiti del No sono diversi. Anzi, diversissimi… per storia, progetto, identità . Per questo, è impossibile, sulla base di questo voto, individuare una nuova e diversa maggioranza “elettorale”.
Conviene, invece, ragionare ancora — e di più – sul significato di questo voto. Da dove origina, che destinazione e che bersagli abbia. Oltre a Renzi.
L’analisi del risultato ha già offerto alcune indicazioni chiare ed evidenti. Riguardo al “retroterra” — letteralmente — del No.
Le radici territoriali del rifiuto, infatti, affondano anzitutto e soprattutto nel Mezzogiorno. Nel Sud il No ha, infatti, superato il 70%, nelle Isole. E vi si è avvicinato altrove. In Campania e in Calabria, in particolare.
Più del sentimento contrario al Pd e anti-renziano, in alcuni casi (come in Campania) difficile da sostenere, hanno pesato altre ragioni di ri-sentimento.
Collegate al malessere sociale che pervade quelle aree. Sul piano economico e occupazionale.
Si tratta di un’indicazione utile a valutare un’altra “frattura”, che ha caratterizzato il voto referendario in modo evidente. Quella generazionale. Com’è già stato osservato, il No è stato espresso, in misura largamente superiore alla media, soprattutto dai giovani.
L’indagine dell’Osservatorio di Demos-Coop, condotta giusto alla vigilia della consultazione, lo conferma.
Ma fornisce alcune ulteriori precisazioni. Importanti. In particolare, sottolinea come il dissenso verso la riforma e verso il Pd di Renzi sia meno ampio presso i giovanissimi, che hanno fra 18 e 24 anni.
Mentre ha raggiunto il livello più elevato (7 su 10 No) tra i “fratelli maggiori”, fra 25 e 34 anni. I “giovani adulti”, come vengono spesso definiti.
Per sottolineare la “difficoltà ” di affrancarsi dai vincoli della giovinezza.
In particolare, dalla dipendenza dalla famiglia. Sotto il profilo economico, ma anche “domestico”.
Due su tre, fra loro, vivono (meglio: risiedono) ancora con i genitori.
Il doppio rispetto ai coetanei francesi e tedeschi. Ricordo ancora quando, dieci anni fa, a Parigi, chiesi ai miei studenti i motivi della protesta giovanile — allora dilagante – contro la riforma sul Contrat première embauche (primo impiego), che agevolava alle aziende la possibilità di licenziare i giovani senza giustificazione, nei primi due anni.
Gli studenti mi risposero, senza imbarazzo: «Non siamo italiani come lei. Quando andiamo a lavorare, poi non rientriamo. A casa e in famiglia. Andiamo a vivere — e ci manteniamo – da soli».
In realtà , anche in Italia i giovani vorrebbero diventare autonomi. Dalla famiglia. Come i coetanei di altri Paesi europei. Ma non se lo possono permettere.
Perchè la legislazione in materia non li aiuta. Mentre i tassi di disoccupazione giovanile non hanno pari, in Europa. Così, quando finiscono gli studi, spesso defluiscono nel mondo dei Neet. Quelli che non studiano e non lavorano. Non perchè non vogliano, ma perchè non trovano occupazione. Si muovono, invece, nella selva oscura dei lavori intermittenti e precari.
Dove riescono a sopravvivere grazie all’appiglio familiare. Al quale ricorrono in caso di emergenza. Cioè, spesso. Così si spiega la ragione per cui fra i giovani-adulti si osservino i picchi di incertezza nel futuro (62%), ma anche la convinzione generalizzata della necessità di “emigrare” all’estero, per fare carriera (73%).
Mentre la maggioranza di essi (63%) è consapevole che difficilmente riuscirà a raggiungere — non dico a superare – la posizione sociale dei genitori. D’altronde, solo il 21% di loro pensa che esistano opportunità e possibilità adeguate.
Così, nonostante l’età , circa il 40% dei “giovani adulti” ammette di sentirsi spesso “solo”. Molto più, rispetto ai genitori e ai nonni. Ma anche rispetto ai fratelli minori, che hanno meno di 25 anni. Sono “le pene del giovane adulto”. Che, perlopiù, ha concluso gli studi, oppure li prosegue, per non sentirsi “disoccupato”.
Magari intermittente o precario. Come, inevitabilmente, avverrà . I giovani nati negli anni Ottanta. Sono divenuti “invisibili”. Mimetici. In continua fuga. Alla ricerca di un lavoro. Un futuro.
Così, non è difficile comprendere le ragioni del No al giovane Renzi. Proprio perchè “giovane”. Perchè aveva “promesso” di rottamare i vecchi e di dare più spazio ai più giovani. Ma i “giovani adulti” vivono sospesi. Non più giovani e non ancora adulti. Confusi. Perchè nella nostra società , tutti, o quasi, si dicono giovani. E all’improvviso diventano vecchi. Senza mai conquistare l’età adulta. La maturità .
Così “giovani adulti” si sentono vicini al M5s. E hanno votato No perchè non hanno speranza. Non vedono il futuro. Ma senza speranza e senza futuro anche la famiglia diventa una prigione. Anche l’Italia. E a loro non resta che la speranza di “fuggire” dal Paese. E dalla solitudine che incombe. Tanto più quando vivono in mezzo ad altri giovani. In-sofferenti come loro.
Ma senza dare loro risposta neppure l’Italia può avere un futuro. È destinata a restare un Paese “giovane adulto”.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
EFFETTO JOBS ACT: C’E’ CHI HA PERSO IL POSTO MENTRE ERA IN MALATTIA O PER CONTESTAZIONI SENZA PROVE
Da un anno e mezzo, dal marzo 2015, il Jobs Act sta ridisegnando i rapporti di lavoro in Italia.
Tra gli effetti rilevati dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps, l’innalzamento dei licenziamenti disciplinari (+ 28% nei primi 8 mesi del 2016).
Per capire se sia una conseguenza inevitabile della riforma, La Stampa ha messo a confronto storie di lavoratori che quest’anno hanno perso il posto con esperienze sul campo di consulenti, avvocati, economisti ed imprese.
«Il Jobs Act rappresenta un forte deterrente nelle relazioni aziendali e ciò ha indubbiamente provocato un cambio di paradigma – spiega l’avvocato Giorgio De Stefani che da trent’anni a Roma offre assistenza legale civile anche nel diritto del lavoro -. Con l’introduzione delle nuove norme, nel mondo del lavoro è mutato il clima psicologico-culturale. Soprattutto in aziende medio-grandi in crisi, nelle situazioni nelle quali prima si soprassedeva o si cercava una mediazione, adesso il datore di lavoro è più portato ad andare per le spicce perchè dispone dello strumento tecnico per poterlo fare. Si tollera di meno, specie se non c’è un rapporto di conoscenza col dipendente».
Così crescono soprattutto i licenziamenti individuali per ragioni disciplinari, proprio quelli cioè sui quali è intervenuto il Jobs Act con il contratto a tutele crescenti.
E per i nuovi assunti niente reintegra nel posto di lavoro in caso di ingiusto licenziamento.
«L’aumento registrato dall’Inps non è dovuto tanto alla legge in sè, quanto all’abuso che ne viene fatto», sottolinea la consulente del lavoro Monica Melani.
In un anno i licenziamenti per giusta causa e giustificato motivo soggettivo sono passati da 36.048 a 46.255, con un aumento appunto del 28%.
Intanto i sindacati ricevono molte richieste di aiuto e i tribunali si riempiono di ricorsi.
Dimissioni imposte
Tra questi casi c’è quello di Domenico Rossi, che per 35 anni ha lavorato come ausiliare alle vendite e cassiere al supermercato Carrefour di via XXI settembre, nel centro di Roma.
Mai richiami, contestazioni o situazioni di conflitto fino allo scorso 3 giugno, quando è stato licenziato.
Secondo l’azienda «è stato sorpreso, con merce non regolarmente acquistata, nell’atto di lasciare il punto vendita». Eppure, racconta Rossi, «quando i poliziotti hanno visionate le immagini delle telecamere interne, non hanno trovate niente di irregolare».
Infatti, aggiunge, «come facciamo sempre noi dipendenti, ero passato dietro le casse per evitare la coda dei clienti, ho pagato tutto e alla vigilanza che mi ha fermato ho mostrato lo scontrino della spesa che avevo nella busta».
Continua: «Mi hanno perquisito e lasciato in piedi per due ore davanti ai clienti che passavano, poi mi hanno ripetuto più volte che l’unica cosa che mi restava da fare era presentare immediatamente le mie dimissioni per non andare incontro a conseguenze peggiori. Possono fare una cosa del genere?».
L’azienda gli contesta di aver abbandonato nel supermercato confezioni di cibo aperto e di non aver pagato due prodotti.
Carrefour assicura di non licenziare con leggerezza (visti i «risvolti sulla vita delle persone») e che contro Domenico Rossi ci si è basati «esclusivamente su quanto comprovato dalle risultanze aziendali».
Situazioni che ripetono analoghe in tutta Italia. «Non vengono spalancate indiscriminatamente le porte d’uscita, nè si assiste a esodi di massa, ma senza lo spauracchio della reintegra molte aziende medie e grandi si arrischiano in licenziamenti che prima del Jobs Act avrebbero evitato» afferma Giovanni Guizzardi, consigliere dell’ordine dei consulenti del lavoro di Bologna.
Il cinquantenne Antonio Ettore Ambrosini per 28 anni ha lavorato come cameriere ai piani e poi come maitre d’hotel in uno storico albergo di Roma, il Victoria, a due passi da via Veneto.
In seguito alla separazione della moglie nel 2011 aveva usufruito di 6 mesi di aspettativa non retribuita per un esaurimento nervoso.
«Tornato in servizio non ho più avuto problemi finchè, nell’ultimo periodo, il nuovo direttore dell’hotel mi ha preso di mira rimproverandomi pubblicamente per qualunque cosa, anche per come disponevo le tazze sui tavoli della prima colazione – ricostruisce Ambrosini -. Per il continuo stato di stress e di ansia ho avuto un collasso sul lavoro e sono stato soccorso da un’ambulanza».
Ad agosto è stato «licenziato e liquidato con il Tfr e con due buste paga da 1400 euro: l’azienda sostiene di avere testimoni per dimostrare che sono stato trovato ubriaco in servizio e che mi sono addormentato mentre aspettavo le ordinazioni ai piani».
Ma «non è vero», protesta, «dovevano tagliare il personale e le spese, così sono finito io nel mirino».
Aria più pesante nelle ditte
Il manager dell’hotel, Filippo Guzzardi oppone un «no comment» alla richiesta di un chiarimento sulla vicenda. «Rossi è accusato di furto e Ambrosini di ubriachezza in servizio: mancanze gravi se accertate, ma in entrambi i casi i datori di lavoro sembrano avere prove piuttosto labili», osserva l’economista Giuliano Cazzola, tra i massimi esperti di lavoro e previdenza: «Nel Jobs Act c’è uno scambio tra contratti più stabili e minore rigidità nella risoluzione del rapporto di lavoro – evidenzia Cazzola, che ha insegnato all’università di Bologna ed è stato vicepresidente della commissione lavoro della Camera -. Finora i giudici sono stati di manica larga anche di fronte a responsabilità vere dei lavoratori».
Ambrosini ha gli occhi lucidi e si commuove: «Ora tiro avanti con il trattamento di fine rapporto che mi stanno pagando in tre tranche, ho sempre pagato gli alimenti per mia figlia – scuote la testa. Mi hanno tolto il lavoro, la dignità . Al momento della contestazione mi sono sentito male e sono stato licenziato durante malattia, cosa che non si può fare. L’azienda sostiene che il licenziamento per giusta causa supera anche il divieto di cacciare un lavoratore mentre è malato».
È cambiata l’aria o è solo più pesante?
«Nelle riorganizzazioni dovute alla crisi, i margini di sopportazione delle aziende sono ormai all’osso – testimonia Paolo Stern, coordinatore del Centro studi dei consulenti del lavoro di Roma -. La ripresa c’è solo in alcuni segmenti imprenditoriali ed è a macchia di leopardo. Prima nella ditte c’erano dei “tesoretti” con cui si potevano ripianare le inefficienze, oggi no».
Perciò «in situazioni di sofferenza, se si incrina un rapporto di fiducia con un dipendente, il datore di lavoro è spinto a rischiare il giudizio dei magistrati pur di recuperare efficienza liberandosi di chi è poco produttivo – chiarisce Stern -. Prima si poteva ovviare con margini più alti, adesso mancano i mezzi per farlo».
Un quadro allarmante «non direttamente imputabile al Jobs Act», accade lo stesso «nella rinegoziazione dei contratti di consulenza e per la fornitura servizio». Insomma, quando si tratta di occupazione, mal comune non fa mezzo gaudio.
Giacomo Galeazzi
(da “La Stampa”)
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Dicembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
“DEFINIRLO BRUTTO E’ FARGLI UN COMPLIMENTO”
Un eccesso di sobrietà o semplice bruttezza? 
Il nuovo albero di Natale addobbato (si fa per dire) in Piazza Venezia a Roma e “acceso” giovedì dal sindaco Virginia Raggi sta facendo discutere i romani.
Persino i bambini, naturalmente più predisposti a sorprendersi, al momento dell’inaugurazione non hanno nascosto una certa delusione.
Da parte sua il Comune ha fatto sapere che l’illuminazione sarà fornita gratuitamente da Ace tramite sponsorizzazione e lo smaltimento sarà a carico del Coreine (Consorzio Recupero Inerti), ma nonostante il tentativo di minimizzare costi e sprechi, le decorazioni natalizie sono ridotte al minimo e senza particolari fantasie.
E sulla pagina del Comune di Roma, che ha pubblicato una foto, fioccano già i commenti di delusione.
“Era meglio non metterci nulla, che sto schifo!!! Poi dici perchè i turisti scelgono altre città !!!”, commenta qualcuno raccogliendo oltre 159 mi piace.
” Definirlo brutto, vuol dire fargli un complimento. Bassi costi, non è un sinonimo di bruttezza”, commenta un altro utente.
(da agenzie))
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