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ABUSI SESSUALI SU UNA BIMBA: ARRESTATO CARABINIERE

Settembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

GIA’ SOSPETTATO DI AVER ABUSATO DELLA BIMBA HA VIOLATO LA MISURA DEL DIVIETO DI AVVICINAMENTO E DI DIMORA

Sospettato di aver abusato di una bambina un carabiniere cinquantenne, in servizio nel Grossetano, è stato arrestato in esecuzione di una misura di custodia cautelare.
Il militare è finito in carcere dopo aver violato la misura del divieto di dimora nello stesso comune e di avvicinamento alla piccola che il gip aveva emesso inizialmente nei suoi confronti.
L’inchiesta è partita dalla denuncia di una parente della bambina che ha meno di 10 anni. Per il militare l’accusa è di violenza sessuale aggravata.
Secondo quanto precisato dal procuratore capo Raffaella Capasso, del carabiniere arrestato “non vengono indicate le generalità  a tutela della minore e a salvaguardia dell’anonimato della stessa”.
Al militare la Procura ha contestato il reato di violenza sessuale aggravata. E’ stata “una stretta parente” della bambina, come hanno spiegato gli investigatori, a presentare denuncia contro le presunte violenze sessuali commesse dal militare cinquantenne.
Dopo la denuncia, sono partite le indagini del nucleo investigativo dei carabinieri di Grosseto che si sono concluse con le misure cautelari richieste dalla Procura e accolte dal Gip.

(da agenzie)

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CHIESTO IL RINVIO A GIUDIZIO DELLA RAGGI PER FALSO NELL’INCHIESTA SULLA NOMINA DI MARRA

Settembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

ARCHIVIATA L’ACCUSA PER ABUSO D’UFFICIO PER LA NOMINA DI ROMEO PER MANCANZA DI DOLO ANCHE SE NON SI POTEVA FARE

La procura di Roma ha chiesto   il rinvio a giudizio per falso per la sindaca di Roma Virginia Raggi nell’ambito dell’inchiesta per la nomina di Renato Marra (fratello di Raffaele, ex capo del personale capitolino già  a processo per corruzione).
La prima cittadina era indagata sia per abuso d’ufficio sia per falso per avere agevolato la candidatura del fratello del suo braccio destro.
L’accusa di abuso è stata archiviata perchè, secondo i magistrati, manca l’elemento soggettivo del reato.
In pratica la   nomina di Romeo non si poteva fare, ma è stata fatta senza dolo, ma resta comunquer illegittima
Rimane invece in piedi quella per falso anche se senza l’aggravante   di aver commesso il falso per occultare il reato. Il procuratore   aggiunto Paolo Ielo e il pubblico ministero Francesco Dall’Olio le contestano la falsa dichiarazione inviata alla responsabile   Anticorruzione del Comune in cui attestata che la scelta di nominare Marra era stata solo sua.
La stipula di una serie di polizze, nelle quali Romeo aveva indicato la sindaca quale beneficiaria in caso di morte del titolare, non e’ stata valutata come elemento di reato ma per gli investigatori la scelta di Romeo come capo della segreteria politica della sindaca si potrebbe spiegare anche con l’esistenza di un rapporto di amicizia e di vicinanza politica che legava i due, militanti dei Cinque Stelle della prima ora
Peccato che le indagini della squadra mobile abbiano dimostrato che così non fu.
I pm hanno chiesto l’archiviazione anche per il suo ex capo segreteria, Salvatore Romeo, mentre vogliono il processo per Raffaele Marra, accusato di abuso per la nomina del fratello Renato. I magistrati hanno chiesto l’archiviazione anche per Ignazio Marino e Gianni Alemanno, anche loro erano indagati per abuso d’ufficio per una serie di nomine fatte durante i loro mandati.
La richiesta di rinvio a giudizio dI   Raggi arriva subito in Assemblea Capitolina, dove e’ in corso la discussione del provvedimento di razionalizzazione delle societa’ municipalizzate, generando un battibecco tra consiglieri M5S e del Pd. La capogruppo Dem Michela Di Biase ha fatto un richiamo al regolamento per interrompere i lavori, ma il presidente dell’aula Marcello De Vito ha ritenuto “inammissibile il richiamo”. Poi il consigliere pentastellato ha aggiunto: “Ho ben capito che piega si vuol far prendere a questa discussione e non lo consento”. Sono seguite urla di protesta dai banchi dell’opposizione.

(da agenzie)

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VOLEVANO IMPEDIRE INGRESSO DI FAMIGLIA ITALO-ERITREA IN UNA CASA POPOLARE: ARRESTATI CINQUE ESPONENTI DI FORZA NUOVA

Settembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

FERITI TRE POLIZIOTTI COLPITI DA PIETRE… RIPRISTINATA LA LEGALITA’: LE CASE SI ASSEGNANO IN BASE ALLA LEGGE, NON AL COLORE DELLA PELLE

Scontri tra polizia e militanti Forza Nuova nella Capitale.
I tafferugli sono iniziati durante la protesta dei militanti di estrema destra per la consegna di un’abitazione popolare a una famiglia di origine eritrea al Trullo, in uno degli stabili di via Giovanni Porzio, 55.
Cinque persone sono state arrestate al termine degli scontri. Tra loro c’è anche il leader del movimento di estrema destra ‘Roma ai romani’, Giuliano Castellino.
Nel corso dei disordini tre appartenenti alle forze dell’ordine sono rimasti feriti perchè colpite alla testa da sampietrini.
Secondo una prima ricostruzione durante le operazioni di sgombero della precedente assegnataria, un gruppo di circa 30 persone si è radunato per protestare davanti alla casa popolare dell’Ater, nel quartiere di Trullo, alla periferia di Roma.
I manifestanti avrebbero impedito l’ingresso dei nuovi assegnatari lanciando oggetti contro le forze dell’ordine presenti.
La famiglia assegnataria, composta da madre, padre e un bambino piccolo, dopo gli scontri è andata via dal quartiere.
Sono al vaglio degli inquirenti le immagini della polizia scientifica per individuare altre responsabilità 
Non è la prima volta a Roma che si verificano scontri ed episodi di intolleranza per l’assegnazione di case popolari agli stranieri.
A giugno un uomo di origine bengalese, ancorchè con cittadinanza italiana, è stato aggredito con calci e pugni a Tor Bella Monaca da alcuni ragazzi italiani ai quali stava chiedendo informazioni per raggiungere l’abitazione popolare assegnatagli dal Comune. “Qui non c’è posto per te. Lascia stare le case popolari”, avrebbero detto i ragazzi strappandogli le carte che aveva in mano prima di aggredirlo brutalmente.
A dicembre dello scorso anno alcuni abitanti di via Filottrano, a San Basilio, erano scesi in strada per evitare che la famiglia assegnataria, marito e moglie marocchini con tre bambini, prendesse possesso di un alloggio Ater. “Non vogliamo negri nè stranieri qui, ma soltanto italiani” ripetevano i manifestanti ai caschi bianchi del gruppo sicurezza pubblica emergenziale e gruppo Tiburtino. La famiglia ha poi ottenuto un alloggio a Tor Sapienza.
A gennaio alcune decine di militanti di estrema destra hanno organizzato un picchetto bloccando, di fatto, l’ingresso al condominio a una famiglia egiziana, legittima assegnataria di un alloggio Ater, e facendo intanto rientrare nella casa i due giovani italiani che la occupavano abusivamente.

(da agenzie)

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SEREGNO, IL VICESINDACO LEGHISTA INDAGATO NELL’INCHIESTA SULLA ‘NDRANGHETA ORA SI DIMETTE

Settembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

GUAI GIUDIZIARI NON FINISCONO MAI PER LA LEGA: DOPO IL BLOCCO DEI CONTI A GENOVA E IL CONSIGLIERE ARRESTATO PER SPACCIO DI COCAINA

Matteo Salvini ci prova a far credere ai suoi elettori che la Lega sia un partito tutto nuovo. Un partito che non ha nulla a che fare con quello che ha fatto fallire una banca (pensate, era la sua), che per vent’anni se l’è presa con i terroni e il cui fondatore — e attuale Presidente — è stato condannato in primo grado assieme all’ex tesoriere del partito Francesco Belsito.
Umberto Bossi è sotto processo a Genova per il reato di appropriazione indebita e truffa allo Stato nell’ambito del processo sulle irregolarità  nell’uso dei fondi pubblici della Lega.
Ma così come non si possono cancellare in un colpo solo vent’anni di storia politica e di ampolle d’acqua del Po’. Salvini potrà  pure chiudere il giornale del Partito, far spegnere i ripetitori di Radio Padania o mettere in cassa integrazione 70 dipendenti della sede storica di Via Bellerio ma i problemi della Lega non si risolvono con un maquillage e cambiando un po’ l’immagine del partito.
Ad esempio Salvini potrebbe pensare di risolvere i problemi giudiziari degli amministratori della Lega. Della Lega di oggi e non solo di quella di ieri.
A cominciare ad esempio da Seregno dove ieri è stato arrestato il sindaco Edoardo Mazza finito agli arresti   domiciliari con l’accusa di corruzione a causa delle relazioni con Antonio Lugarà , imprenditore edile legato alla ‘ndrangheta.
Secondo gli inquirenti i favori di Lugarà  sarebbero stati determinanti per consentire l’elezione di Mazza a sindaco di Seregno (Monza) nel 2015.
Mazza, 38 anni, è iscritto a Forza Italia ed in precedenza è stato assessore all’Urbanistica di Giacinto Mariani sindaco a Seregno per Lega Nord fino al 2015 e attuale vicesindaco della cittadina lombarda.
Dall’indagine sarebbe emerso — scrive il pm di Monza Salvatore Bellomo — “un totale asservimento del sindaco di Seregno nei confronti dell’imprenditore indagato” il quale avrebbe procurato a Mazza i voti necessari ad essere eletto in cambio dell’impegno da parte di Mazza a garantire gli interessi di Lugarà .
Ieri sera Mariani ha lasciato l’incarico e si è dimesso dalla Lega Nord durante una riunione del partito ad Albiate alla quale era presente anche Matteo Salvini.
Mariani ha detto che le dimissioni erano l’unica cosa che poteva fare.
Anche Mariani risulta attualmente indagato per abuso d’ufficio nella maxi inchiesta sulle infiltrazioni dell’Ndrangheta nel mondo della politica e dell’imprenditoria in Brianza.
Nei prossimi giorni è attesa la decisione del gip del Tribunale di Monza, subordinata ad interrogatorio di garanzia, sull’interdizione dai pubblici uffici o servizi chiesta dalla Procura per Mariani.
Nell’inchiesta, iniziata sette anni fa, è indagato anche l’ex vicepresidente di Regione Lombardia Mario Mantovani (Forza Italia).
A Febbraio era invece stato arrestato Maurizio Agostini, consigliere circoscrizionale leghista a Mattarello, è stato arrestato insieme a un cittadino albanese, Stefan Dushku, 38enne in Italia senza fissa dimora.
La cocaina era “coperta” con il talco. La storia è raccontata da L’Adige e da Il Dolomiti. I due si trovavano su una Hyundai Atos e sono stati fermati al casello di Trento Sud. Vista l’agitazione dei due fermati i carabinieri hanno deciso di perquisire il mezzo e hanno trovato la cocaina, avvolta in involucri e ricoperta da talco mentolato per cercare di ingannare i cani antidroga.
Agostini è stato successivamente espulso dalla Lega Nord. Proprio quel partito che quando uno straniero commette un reato inizia ad urlare — per bocca del suo Segretario — che gli immigrati sono tutti spacciatori e criminali.
Chissà  come mai la stessa cosa non vale anche per la Lega.

(da “NextQuotidiano”)

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“LA POLITICA E L’INCUBO DELLA GIUSTIZIA”: CONVEGNO DI FORZA ITALIA? NO DEL PD

Settembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

INTERCETTAZIONI? DA ABOLIRE… MAGISTRATURA? POLITICIZZATA… L’URGENZA? RIPRISTINARE L’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE

Le intercettazioni? Vanno abolite. Le carriere dei magistrati? Separate. La magistratura? Chiaramente politicizzata. E la prima riforma da fare dunque quale sarebbe? Semplice: ripristinare l’autorizzazione a procedere per i parlamentari, quella abolita nel 1993 sotto i colpi delle monetine lanciate all’hotel Raphael.
Sembra un dibattito di Forza Italia dei tempi d’oro: Cesare Previti, Marcello Dell’Utri e magari Nicola Cosentino a discutere di come riformare la giustizia, mentre la stessa giustizia si stava occupando di loro.
E invece no: al contrario è il contenuto del surreale convegno andato in scena niente poco di meno che sulla terrazza del Nazareno, la sede del Partito democratico.
Nel giorno in cui il governo di Paolo Gentiloni fa approvare il Codice Antimafia, contestatissimo perchè estende il sequestro dei beni anche ai corrotti, il partito di Matteo Renzi pareggia gli equilibri ospitando un dibattito che già  dal titolo chiarisce verso dove vogliono andare i dem : “Giustizia e politica: l’incubo della Repubblica giudiziaria“.
L’elenco dei relatori, poi, azzera gli eventuali dubbi residui sulla qualità  del confronto: a interrogarsi su un tema tanto cruciale ecco due sopravvissuti alla Prima e Seconda Repubblica, e cioè Luciano Violante e Giuliano Ferrara.
A moderare, invece, c’è l’agguerritissima Annalisa Chirico, sedicente portavoce del garantismo più estremo, che esordisce subito con una doppia gaffe: prima definisce “peso da Novanta” il non certo esile Ferrara, poi fa notare che il manifesto di “Fino a prova contraria” (la sua associazione) “alla parola Luciano Violante è crollato“. Grasse risate e anche qualche scongiuro.
Pronti via ed ecco che l’opinionista pugliese annuncia entusiasta: “Pochi secondi fa Ottaviano Del Turco è stato assolto nel processo bis della Sanitopoli abruzzese. Bene, non c’era associazione a delinquere“.
E la condanna a tre anni e 11 mesi per induzione indebita a dare o promettere utilità ? Niente, sulla terrazza del Pd evidentemente i lanci d’agenzia arrivano monchi.
Il livello è tale che a ristabilire la verità  giudiziaria su Del Turco è addirittura Ferrara: caso più unico che raro.
Niente paura, però: l’ex direttore del Foglio pareggia subito il conto ricordando la stima che lo lega all’ex governatore dell’Abruzzo.
Quindi rispolvera il repertorio di sempre.
Primo: “Non è giusto che la magistratura possa sciogliere parlamenti e far cadere governi“. Quando mai la magistratura ha sciolto parlamenti? Mistero.
Secondo: “Non è possibile che le procure siano privi di vertice: i procuratori devono avocare le inchieste. Chi giudica e chi inquisisce devono fare carriere separate”. Evidentemente Ferrara non sa che i procuratori avocano di continuo inchieste in tutta Italia.
Terzo: “Non esistono intercettazioni pubblicate sui giornali del resto del mondo. Se in Italia questo non si può ottenere, allora bisogna vietare le intercettazioni“.
E in che modo, di grazia?   “Bisogna abolire la pubblicazione delle intercettazioni sui giornali. Si resiste alle campagne sulle leggi bavaglio di Repubblica, del Fatto Quotidiano, di metà  del Corriere della Sera e si fa quel che si deve: punto. E poi loro si conformano.
La legge è la legge ed è uguale per tutti”, è la linea di Ferrara, che da anni vorrebbe vedere le notizie scomparire dai principali giornali italiani.
La discussione si fa monotona, e Chirico prova quindi a stuzzicare Violante: “Ripristino dell’articolo 68 della Costituzione nella sua forma totale: lei è d’accordo, presidente?”.
Il riferimento è per la vecchia autorizzazione a procedere per i parlamentari: per poter indagare su un deputato o un senatore, i pm dovevano chiedere il “permesso” al Parlamento.
È troppo persino per uno come Violante. “C’è stato un abuso dell’articolo 68 negli anni ’60, ’70, ’80. Non credo ci siano le condizioni politiche per ripristinarlo”, dice l’ex presidente della commissione Antimafia, che anche lui ha un chiodo fisso.
Quale? Ma sempre lo stesso: le intercettazioni. “Ricordate il caso del ministro Federica Guidi? Ha dovuto dimettersi per un’intercettazione che non c’entrava niente. Sono cose che ho visto solo in Centro America“, dice Violante quasi inciampando in una battuta involontaria. Era proprio la Guidi, infatti, che intercettata si lamentava col suo compagno Gianluca Gemelli, reo di trattarla come “una sguattera del Guatemala“: uno Stato che per l’appunto si trova in Centro America.
La folla, però, è tiepida.
Chirico pare annoiarsi e allora rilancia: “Presidente Violante, ci sono delle fazioni della magistratura politicizzate, che perseguono scopi politici attraverso i processi?”. Risposta: “Per quello che vedo non c’è dubbio che sia così. Guardando alcune inchieste puoi capire su quali giornali finiranno le intercettazioni e quali giornalisti faranno le interviste a quel magistrato: su questo bisogna intervenire con grande durezza“.
Chi si chiedeva quali fossero le urgenze del Pd in campo di giustizia ora ha le idee chiare: colpire duramente i giornalisti che intervistano i magistrati. Un reato davvero insopportabile.
Finito? Ma neanche per idea.
A Ferrara non par vero di essere stato invitato a casa di quello che — in teoria — dovrebbe essere l’erede del Pci, uno dei tanti partiti in cui ha militato.
E allora ecco che trova il modo di citare addirittura Enrico Berlinguer. “Fu Berlinguer a iniziare la solfa, e il giovane D’Alema continuò la cantilena”.
Di cosa parla? “Diceva che Craxi era l’iniziatore di una mutazione genetica della sinistra. Ecco magari combattere Craxi per via politica andava bene ma farne un ladro mi sembra un po’ troppo”.
Uno si aspetta: ora dalla platea si alza qualche vecchio compagno e spiega a Ferrara che Craxi ladro ci è diventato da solo, che Berlinguer non c’entra niente e che quella che lui definisce “solfa” era la questione morale. E invece niente.
E infatti l’ex direttore del Foglio può chiudere in bellezza: “I tre che hanno indagato su Mafia capitale — dice riferendosi a tre pm — sono uno siciliano, l’altro milanese e l’altro fiorentino: non sanno niente di Roma“.
Che poi sarebbe la stessa tesi di Ippolita Naso, l’avvocato di Massimo Carminati. Forza e coraggio dunque: non è detto che prima o poi sulla terrazza del Nazareno non ci sia spazio pure per il Cecato.
Basterà  aspettare che esca di galera.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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COMMISSIONE BANCHE ROTTE: L’ETERNO RITORNO DI PIERFERDINANDO CASINI

Settembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

“E’ UNA COMMISSIONE INUTILE E DEMAGOGICA”, PER QUESTO NE E’ IL PRESIDENTE

“Un impasto di demagogia e pressappochismo che, al di là  delle migliori intenzioni, non produrrà  nulla di buono per le istituzioni”: così Pierferdinando Casini giudicava la commissione sulle banche qualche tempo fa.
Viste le premesse, non suona strano che sia stato proprio lui ad essere nominato a capo della commissione che avrà  il compito di guidare l’inchiesta parlamentare sugli istituti di credito.
Marco Palombi racconta l’eterno ritorno dell’ex presidente della Camera berlusconiano così:
Il compito affidato alla potestà , alla canizie, alla consumata esperienza del nostro è, in sostanza, quello che il Conte zio dava al Padre provinciale nei Promessi sposi:“Sopire, troncare, padre molto reverendo, troncare, sopire”. E, se ci scappa, permettere ai seguaci del segretario dem di dare qualche colpetto ai nemici. Scrive, non senza ragioni, il blog di Beppe Grillo: “Lui, amico di Cesare Geronzi, genero del banchiere Francesco Gaetano Caltagirone, socio della Fondazione Carisbo, azionista di Intesa, indirizzerà  i lavori: è un atto di guerra al Paese reale”.
Ma il più cattivo nel riepilogare le molte virtù di Pierferdy è Filippo Ceccarelli su Repubblica:
È difficile riepilogare 40 anni e rotti di presenza sulla scena pubblica. Ma già  la longevità  e ancor più l’adattabilità  del personaggio, specie al cospetto dell’odierna e degradata classe politica, spiegano come il personaggio sia ritenuto buono per qualche incarico e per qualche poltroncina; soprattutto quando occorre smussare, prendere e perdere tempo, inventarsi soluzioni che scontentino quante meno persone possibili. Questa sua attitudine arrivò addirittura a farlo ballare per 24 ore come possibile successore di Napolitano. O almeno: lo voleva Alfano, altro democristoide ma più giovane e sprovveduto, al posto di Mattarella.
Ma Casini, il cui marcato accento bolognese fa suonare i suoi toni sempre un po’ più enfatici ed accalorati del dovuto, lo dissuase: «Ma dà i, Angelino, che non ce la facciamo, credimi, è meglio così, io sono contento perchè per un giorno la storia mi ha fatto una caressa, ma vedi che la candidatura Mattarella avanza come un treno, spostiamoci in tempo!».
Con Renzi va bene, al referendum Pierfurby ha votato Sì con la motivazione: «Bisogna dare una mano a questo ragazzo».
Con Berlusconi pure va bene, l’ha salutato di recente a Malta, a una riunione del Ppe: «Stai bene, vecchio mio!».
Ai suoi tempi Bossi non lo sopportava e infatti lo chiamò, fantasticamente: «Carugnit de l’uratori». Ma pure i leghisti sono cambiati.
La definizione più severa è del suo ex amico e democristiano (non democristoide), Marco Follini: «Esprime un rassicurante vuoto di pensiero che non dovrebbe accompagnarsi al pieno della sua prosopopea».
Insomma, un grande acquisto per la Commissione Banche Rotte.

(da “NextQuotidiano”)

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FINCANTIERI-STX, COSA C’E’ SCRITTO NELLE RIGHE PICCOLE

Settembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

PRIMA DI ESULTARE PER LA “VITTORIA” I GIORNALI FAREBBERO BENE A LEGGERE COSA C’E’ SCRITTO NEI CODICILLI E CLAUSOLE

Quando Zio Paperone voleva fregare Paperino gli faceva firmare un contratto, sicuro che non avrebbe letto le “righe piccole”.
Oggi i giornali italiani ci raccontano della grande vittoria conseguita dall’Italia nel dossier Fincantieri-STX con toni — e soprattutto titoli — assai eloquenti: Fincantieri sbarca a Saint Nazaire, Stx diventa italiana, nasce un colosso da 10 miliardi di fatturato e 50 miliardi di ordini. Una grande vittoria, si direbbe ad occhio.
Non tanto, a voler prendere la lente d’ingrandimento per leggere le righe piccole dell’accordo.
Il compromesso su Saint-Nazaire, suggellato ieri al termine del bilaterale, soddisfa tutti: in primo luogo, il governo italiano che porta a casa per Fincantieri il controllo e la governance di STX France, ma, soprattutto, l’agognato 51%, sebbene grazie a un 1% di azioni oggetto di un “prestito durevole” da parte francese, che avrà  un timing di dodici anni e che sarà  subordinato a precisi impegni industriali per il gruppo triestino.
Nel consiglio d’amministrazione Fincantieri avrà  4 membri (incluso il presidente e il direttore generale-ceo, anche se Parigi conserverà  un diritto di veto), 2 per Ape, un componente per NG e l’ultimo ai lavoratori.
Con il presidente, di nomina italiana, che avrà  un voto preponderante.
Ma, spiega il Sole 24 Ore, con molte zone d’ombra:
Su STX l’assetto finale vedrà , come detto, Fincantieri al 51%, grazie al “prestito” francese che sarà  sottoposto a un controllo periodico (con quattro scadenze distinte) sul rispetto da parte del gruppo triestino di una serie di obblighi in materia di regole di governance, di salvaguardia della proprietà  intellettuale e del savoir-faire, come pure della difesa dell’occupazione e della parità  di trattamento in seno al gruppo.
Nel caso in cui la Francia decidesse di porre fine al prestito durevole, ci sarà  una consultazione tra i due governi.
Fincantieri, dal canto suo, disporrà  di tutti i diritti legati alle azioni in prestito, compresi i diritti di voto e quelli ai dividendi, e, in caso di ritiro anticipato del prestito da parte francese, il gruppo triestino avrà  la facoltà , nei tre mesi successivi alla decisione, a cedere la totalità  delle sue azioni «a un giusto valore di mercato».
In più, è interessante leggere cosa scrive oggi Roberto Mania su Repubblica:
Ci sarà  anche un secondo tempo di questa sfida Italia-Francia. E riguarderà  la trattativa per estendere, entro il prossimo anno, l’alleanza industriale anche nel campo militare. Il rischio è che nel secondo tempo con l’equilibrio delle forze a favore dei francesi che potranno schierare Naval Group e Thales contro la nostra Leonardo (ex Finmeccanica), Macron possa prendersi la rivincita in un settore più redditizio. «Puntiamo ad una partnership industriale più ampia nella cantieristica navale militare», ha detto ieri il presidente francese. E il risultato che conta – come è noto – è quello che si registra al termine del secondo tempo
Insomma, è un accordo per un prestito della durata di 12 anni che la Francia può interrompere se non vengono rispettati gli impegni.
Una grande vittoria. O no?

(da “NextQuotidiano”)

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IL CONCORDATO PREVENTIVO PER ATAC PER LA RAGGI SAREBBE “UN CLAMOROSO SUCCESSO”

Settembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

MA I CITTADINI VOGLIONO UN SERVIZIO EFFICIENTE, SE NE FREGANO DELLE PROCEDURE

Ieri Virginia Raggi ha inanellato il 255esimo successone della sua Giunta («Guarda, papà ! Senza mani!») perchè il tribunale ha ammesso ATAC al concordato preventivo in continuità .
L’ammissione al concordato avviene prima del giudizio di merito sul piano e ancor prima del voto dei creditori ma per Raggi questa è «una vittoria dei cittadini».
Poco importa se i cittadini del concordato ATAC se ne fregano e vorrebbero invece più autobus, più corse, più efficienza e la possibilità  di utilizzare i mezzi pubblici invece delle automobili, mentre sono invece stanchi delle promesse di miglioramento del servizio mai mantenute dalla politica.
Giusto per riepilogare: la decisione di portare l’azienda al concordato preventivo in continuità  è del MoVimento 5 Stelle e arriva quando i numeri di ATAC, secondo la propaganda dello stesso M5S, erano in miglioramento: serve a bloccare il rischio che siano fornitori o partner industriali a portare l’azienda in tribunale a causa dei debiti non ripianati.
E poggia su una scelta dei grillini indipendente dal bilancio 2016, dove rispetto al 2015 i ricavi delle vendite e delle prestazioni di Atac sono aumentati di 8,4 milioni di euro, passando da 818,9 a 827,3 milioni mentre il totale delle passività  si riduce di quasi 60 milioni, passando da 1.660 a 1.606 milioni.
È stato infatti il Comune, come racconta oggi Daniele Autieri su Repubblica Roma, a portare l’azienda al rosso:
L’azienda sta meglio, ma questo non basta per tranquillizzare l’amministrazione capitolina che, in tempo di campagne elettorali, teme che il bubbone Atac possa scoppiare assottigliando ulteriormente il consenso, già  esiguo, della sindaca e della sua giunta.
Serve una exit strategy che – rivela una fonte interna all’azienda – «si manifesta il 23 agosto quando arrivano le due lettere di disconoscimento dal parte del Comune dei debiti che in passato lo stesso Campidoglio aveva riconosciuto come suoi». Si tratta di due partite (quella del lodo con Roma Tpl e quella dei contributi aggiuntivi al contratto nazionale di lavoro) che insieme valgono 173 milioni di euro.
Il bilancio 2016 le riporta come segue: 121 milioni sotto forma di svalutazione crediti e 52 milioni sotto forma di accantonamenti a fondi rischi. Oltre al danno la beffa perchè il Campidoglio pretende da Atac anche la restituzione dell’acconto di 16,9 milioni di euro già  pagato a Roma Tpl.
I numeri sono numeri e nelle partite del bilancio basta questo per far andare il patrimonio netto dell’azienda sotto zero e giustificare la corsa al tribunale.
A denunciarlo è lo stesso collegio sindacale ribadendo che – senza le lettere di disconoscimento del Comune – la perdita annuale di Atac si sarebbe fermata a 39,9 milioni, inferiore a quella dello scorso anno.
Con il concordato preventivo in continuità  si dovrebbe tutelare sia l’azienda sia il suo creditore. Il debitore paralizza ogni possibile azione esecutiva nei suoi confronti mantenendo l’amministrazione dell’impresa (con limiti) mentre i creditori possono ricevere soddisfazione del proprio debito evitando i tempi lunghi del fallimento.
Con il concordato preventivo il tribunale autorizza qualsiasi atto e approva un piano di rientro: la gestione dell’azienda diviene puramente contabile e in alternativa c’è il fallimento.
Sarà  il commissario a decidere cosa fare degli attivi e come verranno soddisfatti i creditori. Se i creditori rimanessero insoddisfatti potrebbero chiedere il fallimento dell’azienda. Il Cda ha affidato l’incarico di advisor finanziario e industriale alla società  Ernst & Young, di supporto alla procedura di soluzione della crisi. Il vantaggio principale del concordato rispetto al fallimento è che il commissario che gestisce il concordato viene nominato dall’azienda.
Il tribunale alla fine omologa il risultato ma ha un ruolo molto più marginale, lasciando alle parti molta più libertà  di azioni.
La richiesta di concordato in bianco, una volta presentata al Tribunale, deve essere approvata dalla maggioranza dei creditori di Atac,che verranno divisi in classi diverse, con priorità  diverse per il recupero dei crediti. Il via libera dei creditori, però, non è scontato.
Il controllo del tribunale, è un’arma a doppio taglio: nel 2013, quando la nuova formula era stata battezzata da poco e la crisi trascinava migliaia di aziende in tribunale, il Cerved rivelò che la metà  di quei piani di rientro si risolveva comunque con un fallimento.
«I numeri non sono cambiati se non di alcuni decimali», conferma un esperto del settore fallimenti. Andrea Palazzolo, docente di Diritto delle società  alla facoltà  di Giurisprudenza della Luiss e coordinatore del master in Diritto d’impresa, dice a Repubblica Roma: «Non è detto che servirà  a salvare l’azienda dal baratro». . «Trascorsi i 120 giorni — prosegue il docente — l’Atac dovrà  presentare al giudice il piano in base al quale indicherà  quando e quanto pagherà  i singoli creditori». «Se il voto sarà  favorevole, l’Atac dovrà  corrispondere ai creditori almeno il venti per cento del debito — spiega Palazzolo — un importo elevato, a cui si aggiungono le cifre dei creditori privilegiati».
Insomma, spiega il Corriere Roma, una strettoia che dovrà  soprattutto raccogliere il consenso dei creditori (oltre 1.000 soggetti, 350 milioni di debiti) che giocheranno un ruolo cruciale nel definire il buon esito della partita accettando o meno le condizioni di «rimborso» proposte.
Tra gli altri, Trenitalia e Cotral — che reclamano rispettivamente 21 e 62 milioni di euro di incassi dei biglietti Metrebus non corrisposti da ATAC avevano già  imboccato la strada del decreto ingiuntivo, accolto dal giudice nel caso di Cotral. In realtà  l’ammissione al concordato avviene quando un’azienda dimostra di avere i requisiti minimi per potervi accedere, ovvero non è completamente al collasso.
Questo, grazie a chi ha gestito l’azienda prima del M5S, è stato possibile. Ora però arriva il voto dei creditori, che se dovesse essere positivo contribuirà  a mettere a posto i conti.
I conti, non il servizio.

(da “NextQuotidiano”)

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LA LOMBARDI DIVENTA FANS DI DI MAIO: COSA NON SI FA PER GARANTIRSI LA CANDIDATURA IN REGIONE LAZIO

Settembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

PRIMA ERA CRITICA SU TUTTO, ORA FA LO ZERBINO: “DI MAIO NON E’ UN CAPO A TEMPO, IL VOTO DEGLI ISCRITTI VA RISPETTATO”… MA QUALI ISCRITTI? HA VOTATO SOLO IL 20,6% DEGLI AVENTI DIRITTO

“Grillo è sempre il garante, ma come ha detto quando ha tolto il nome dal simbolo, adesso il MoVimento deve camminare sulle gambe delle persone che se ne faranno carico”.
Queste le parole di Roberta Lombardi, del Movimento 5 Stelle, a Repubblica.
A proposito della sovrapposizione delle cariche di candidato premier e capo politico ha commentato:
Era un’esigenza di legge. Ricordo bene il 2013, quando eravamo in fila per il deposito del contrassegno e serviva un capo. In quel momento era Grillo e i giornali ci attaccarono definendoci antidemocratici. Ora le primarie hanno affidato a una persona la responsabilità  di portarci alle elezioni.
Lombardi smentisce che Di Maio sia un capo a tempo:
No. A Luigi i nostri iscritti hanno affidato il compito di portare avanti l’indirizzo politico e la guida del Movimento. Il voto va rispettato.
Sulla scelta di candidarsi alla presidenza della Regione Lazio, fa sapere:
In Parlamento mi è mancato il rapporto diretto col territorio. Mi sono occupata di politiche abitative e sicurezza, ma la volta in cui ho sentito più utile la funzione che ricopro è quando ho potuto usare il mio domicilio parlamentare per salvare una famiglia dallo sfratto. Inutile nascondere che ho avuto qualche mese difficile – dice sul rapporto col sindaco di Roma, Virginia Raggi – Ma se non fossi profondamente convinta della bontà  dell’azione politica del Movimento, non mi metterei in gioco.
Afferma quindi di non aver più parlato con la prima cittadina:
Non c’è stata occasione. Credo sia piuttosto impegnata. Sui migranti – aggiunge quindi Lombardi – possono esserci umori diversi, ma il nostro approccio è sempre stato chiaro: chi ha diritto deve essere accolto e rientrare nella ripartizione per quote, chi no deve essere rimpatriato. Sulle Ong credo non si debba generalizzare: sarà  la magistratura ad appurare i fatti.
Sull’ “abusivismo di necessità ” di cui ha parlato il candidato Giancarlo Cancelleri in Sicilia, Lombardi prende le distanze:
Le parole di Giancarlo sono state strumentalizzate. In ogni caso io credo nella legalità , come tutto il M5S, e se qualcuno commette un abuso è giusto che le autorità  intervengano.

(da “Huffingtonpost”)

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