Novembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
IL CLUB DAL KURD, FONDATO DA PROFUGHI TURCHI FUGGITI DA MARDIN, SI E’ FORMATO NEL 1984
Lo stemma appuntato sul petto, e i colori della maglia, sono quelli proibiti in Turchia:
giallo, rosso e verde. I colori del Kurdistan.
Ma sotto questo insolito caleidoscopio di tinte, il Dal Kurd FF, squadra curda fin dalla sua ragione sociale, è stata promossa nella massima serie del campionato di calcio nazionale. Una vera impresa. E nemmeno la prima, per questo club.
Che, adesso, riunisce i sostenitori di calcio curdi non solo in Iraq, Siria, Iran e Turchia (con toni più o meno accesi, a seconda del Paese dove si può manifestare in modo chiaro la propria fede sportiva), ma soprattutto fra le comunità curde sparse in tutto il mondo.
Il Dal Kurd, infatti, giocherà il prossimo Campionato in Serie A dopo ben 7 promozioni, di cui 5 addirittura consecutive.
Nella Svezia prossima avversaria della Nazionale italiana per la sfida alle qualificazioni dei Mondiali, parliamo ora di una società addirittura giovanissima, fondata appena 13 anni fa.
Nel 2004 nove rifugiati curdi misero le basi per il club a Borlà¤nge, nella contea di Dalarna, 200 chilometri a nord di Stoccolma. Come simbolo: i colori del Kurdistan iracheno, la terra da cui erano fuggiti.
Altri erano invece scappati da Mardin, la bellissima città storica nel sud est della Turchia, a causa della guerra fra l’esercito di Ankara e i guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan.
L’intento comune: costruire una “Nazionale” dei curdi, mettendo insieme il consenso globale che raccoglie l’immagine del calcio, con l’identità di un popolo del quale ormai tutti nel mondo conoscono l’esistenza.
Con il tempo il Dal Kurd FF ha preso forza ed è cresciuto come società e come squadra. Solo lo scorso anno l’associazione ha ceduto il 49% delle quote a due milionari, i fratelli Sarkat e Kawa Junad, anch’essi curdi e imprenditori nel settore delle comunicazioni.
E la sopravvenuta potenza economica, aggiunta alla decisione di richiamare l’allenatore svedese Andreas Brannstrom, ex calciatore che ha impostato un modulo d’attacco capace di sbancare il campionato cadetto, si sono rivelati la formula vincente.
L’altro giorno, vincendo in casa per 1-0 sul Gais, è arrivata anche la storica promozione nel massimo torneo della Svezia, con una giornata di anticipo sulla fine del girone.
I giocatori della “Nazionale” curda hanno le provenienze più diverse.
Molti gli svedesi, a partire dal portiere Frank Petterson. Ma poi ci sono americani (gli Stati Uniti sono il maggiore alleato dei curdi nella guerra contro i terroristi dell’Isis), un olandese, un giapponese, uno spagnolo, un serbo, un kosovaro, uno del Gambia e uno della Sierra Leone.
Ma fra gli svedesi, alcuni hanno nomi inequivocabilmente curdi. Il capitano, ad esempio, si chiama Peshraw Azizi, ed è figlio di un ex combattente peshmerga, nome dei “guerriglieri che guardano in faccia la morte”: “Mio padre — ha detto di recente in un’intervista – è stato per tanti in anni prima linea e io adesso continuo la sua battaglia, attraverso il calcio e non la guerra. Quando sono andato in visita ai ‘peshmerga’, mi hanno riconosciuto e mi hanno chiesto di farli felici col calcio. Per me, quella sportiva, è una lotta altrettanto importante per la questione curda”.
E la morte, alla squadra del Dal Kurd è stata davvero vicina. Il destino poteva prendere una piega diversa se nel 2015 il club, finito uno stage in Catalogna, avrebbe dovuto imbarcarsi sul volo Germanwings tragicamente precipitato sulle Alpi.
L’attesa da sostenere allo scalo di Dà¼sseldorf era stata giudicata eccessiva, così il portiere Petterson e i compagni, tutti già con i biglietti in mano, preferirono cambiare la prenotazione rientrando in Svezia dividendosi su tre aerei con destinazione Zurigo e Monaco di Baviera, evitando in modo inconsapevole di restare coinvolti nel disastro.
La cavalcata nella Serie B svedese è stata questa stagione un vero trionfo. E il successo finale del Dal Kurd ha provocato un’ondata di festeggiamenti sui social da parte di centinaia di migliaia di curdi, che hanno accolto la notizia con gioia da svariati angoli del pianeta.
Da New York a Parigi, da Cuba fino alle Hawaii, sulla pagina Instagram del club appaiono in continuazione foto di tifosi che mostrano la sciarpa rossa, bianca e verde. Spiega il creatore del profilo Instagram della società , Agri Ismail: “Il Dal Kurd è riuscito a creare una realtà che ha un legame forte con la comunità locale, ma fornisce inoltre un polo di aggregazione alla popolazione curda sparsa nel mondo”.
Uno studio dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, sostiene che trovare lavoro in Europa con un nome mediorientale è statisticamente difficile. “Ma ora — aggiunge Ismail – i giovani curdi non hanno solo una squadra da tifare, ma anche un modello di riferimento a cui ambire”.
Il sogno della squadra curda è adesso quello di sfidare un team turco. La Turchia non si è qualificata per i prossimi Mondiali di Russia, ma le sue formazioni sono ben note in Europa.
A partire dal Besiktas, oggi Campione di Turchia e club in testa al suo girone in Champions League, per non parlare del Fenerbahce o del Galatasaray.
Il Dalkurd dovrà assemblare ora una formazione adatta alla massima Serie in Svezia, e i suoi manager si dicono pronti a viaggiare, imparare, e incontrare società europee con cui possano scambiare esperienze e far crescere il loro progetto.
Idea nata per togliere i ragazzi curdi dalla strada, che ha seguito il modello di un’altra squadra scandinava, l’incredibile Ostersunds, in grado in pochi anni di scalare le posizioni nel calcio svedese partendo dai dilettanti.
Quest’anno addirittura, per scherzo del destino, ha esordito in Europa League eliminando proprio la corazzata turca del Galatasaray grazie a un rigore del suo centravanti Brwa Nouri, nato in Kurdistan e rilanciato
A Istanbul, Nouri si è preso gli insulti, ma ha poi zittito la contestazione segnando la rete.
Nella società si guarda già al prossimo anno. Non è infatti ancora chiaro dove la formazione disputerà ore le prime gare casalinghe nella nuova Serie. La dirigenza vorrebbe infatti lasciare la cittadina di Borlà¤nge, in polemica con la locale amministrazione comunale
Il club gioca attualmente le proprie partite casalinghe al Domnarvsvallen, stadio da circa 6.500 posti condiviso con l’altra squadra cittadina, l’IK Brage.
Un impianto vecchio, costruito nel 1925. Adesso, però, il Dal Kurd deve guardare al rinnovamento. E a uno stadio nuovo.
(da “La Stampa”)
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Novembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
CONDANNATO A SOLO UN ANNO E MEZZO: IL GIUDICE HA CONCESSO TUTTE LE ATTENUANTI AL MOLESTATORE… LA FAMIGLIA CHIEDE UN’ISPEZIONE AL MINISTRO ORLANDO
Si fidavano di lui, era un amico di famiglia, eppure proprio quel pasticcere con cui avevano ottimi rapporti approfittava delle ore in cui la coppia gli affidava il figlio disabile per abusare sessualmente di lui.
Il dettaglio ancora più inquietante, come racconta il Corriere della Sera, è che l’uomo, condannato a 22 mesi di reclusione, non andrà in carcere.
Per anni ha abusato sessualmente di un disabile al 100%, affetto da autismo, e se la cava senza fare nemmeno un giorno di carcere e con un risarcimento di appena 5 mila euro.
La vittima delle violenze oggi ha 21 anni, ma per i medici avrebbe un’età mentale di un bambino di appena 6 anni. Il processo a carico del responsabile delle violenze, un ex pasticcere di 60 anni della provincia di Cuneo, si è concluso il 23 ottobre.
Nonostante durante il processo siano state presentate prove schiaccianti contro il 60enne, il magistrato ha accolto la richiesta di patteggiamento, ha concesso tutte le attenuanti e fissato la pena a 1 anno e mezzo di reclusione. I genitori del disabile, però, non ci stanno.
“Quello che non capisco è come mai poi la magistratura non ne abbia ordinato l’arresto. Nessuna misura, neanche gli arresti domiciliari. […] il giudice Alberto Boetti ha ridotto la pena per la violenza sessuale, che secondo il nostro codice è da 5 a 10 anni, partendo dalla pena minima di 5 anni e poi applicando tutte le attenuanti, al punto che da 5 anni la pena concordata è scesa a 22 mesi, quindi non farà nemmeno un giorno di carcere. […] Vogliamo giustizia per nostro figlio e spero scatti anche un’ispezione del ministero”.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
INIZIANO I DISTINGUO: LA RAI NO, ANZI FORSE SI’, MA VESPA O LA BERLINGUER? LA 7 IN ATTESA… COME SE ALLA MAGGIORANZA DEGLI ITALIANI IL CONFRONTO TRA DUE SPACCIATORI DI FUMO FREGASSE QUALCOSA
Ieri Luigi Di Maio ha sfidato a un confronto tv Matteo Renzi, che ha accettato e
proposto la data del 7 novembre, subito dopo le elezioni in Sicilia.
Ma c’è già baruffa sul ring.
Di Maio ha infatti proposto di vedersi a La7 da Giovanni Floris durante DiMartedì, l’unico che non si era proposto mentre Bruno Vespa con Porta a Porta e Corrado Formigli con PiazzaPulita avevano proposto le loro candidature per tempo.
Renzi però preferirebbe la RAI, e quindi Cartabianca di Bianca Berlinguer.
Racconta Goffredo De Marchis su Repubblica che i portavoce Rocco Casalino (Di Maio) e Marco Agnoletti (Renzi) si stanno cercando per concordare non la data ma il contenitore.
Viene contattato Giovanni Floris per buttare giù le regole d’ingaggio. Ma ai renziani non va bene il conduttore di DiMartedì.
«Facciamola sulla Rai, la tv dei cittadini che pagano il canone», è la controproposta.
Nello scontro che probabilmente sancirà l’inizio della più lunga campagna elettorale per le elezioni politiche della storia. Mario Orfeo intanto propone uno spazio dopo il TG1 condotto da Bruno Vespa, che solleverebbe le sorti di Rai1.
La sfida lanciata nelle settimane scorse dalla sottosegretaria Maria Elena Boschi a Di Maio sulla vicenda banche, che il capo politico dei Cinque stelle avrebbe accettato solo se si fosse fatta in piazza ad Arezzo, tra i risparmiatori di Banca Etruria, sembra quindi ormai finita nel dimenticatoio.
La causa scatenante della richiesta di Di Maio è stata l’intervista rilasciata da Matteo Renzi alla Stampa, nella quale l’ex premier accusava i grillini di diffondere fake news. Non è una coincidenza che però l’offensiva mediatica del M5S sia scattata dopo il caso del candidato condannato scoperto nelle liste M5S.
La prospettiva adesso è cambiata e i risultati delle elezioni in Sicilia passeranno in secondo piano vista l’importanza della sfida politica: e questo non può non far piacere a Renzi e al suo PD, destinato ad ottenere non un grande risultato sia nell’isola che a Ostia, dove si vota per il municipio.
(da agenzie)
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Novembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
A CINQUE MESI DALLA TRAGICA NOTTE CHE PROVOCO’ 1500 FERITI E LA MORTE DI UNA DONNA, LA PROCURA DI TORINO NOTIFICA VENTI AVVISI DI CHIUSURA INDAGINE
La procura di Torino sta per inviare una decina di avvisi di garanzia per i fatti di piazza San Carlo, dove la sera del 3 giugno scorso una crisi di panico improvvisa generò paura e delirio tra i 40mila che stavano assistendo alla finale di Champions League tra Real Madrid e Juventus.
Alla fine furono 1500 i feriti, tra quelli gravi e meno gravi, e una donna, Erika Pioletti, nei giorni successivi perse la vita.
Gli avvisi saranno notificati al Comune, alla Questura, ai vigili del fuoco e alla prefettura.
Tra questi dovrebbe esserci anche la sindaca Chiara Appendino, già indagata insieme a Maurizio Montagnese e al dirigente Danilo Bessone per atto dovuto in seguito alla presentazione delle querele da parte di alcuni dei feriti.
Quello di oggi però è il filone principale dell’inchiesta, quello per omicidio colposo in relazione alla morte di Erika Pioletti.
Spiega oggi La Stampa che la prima fase dell’inchiesta, coordinata dal pm Antonio Rinaudo, dall’aggiunto Vincenzo Pacileo e dal procuratore capo Armando Spataro, è entrata nella fase conclusiva e ai reati già contestati, lesioni e omicidio colposo, si aggiungerebbe anche l’aggravante di avere agito in concorso tra più persone: “Un’accusa che, se provata, una volta conclusi tutti i gradi di giudizio di un eventuale processo, comporterebbe un aggravamento delle pene fino anche a dodici anni di carcere nei casi più gravi, condanna massima prevista per il reato di omicidio colposo, oltre alla possibile interdizione dai pubblici uffici per gli amministratori coinvolti in quel disastro”.
Ai tre si sono aggiunte altre figure per ipotesi di reato più pesanti:
Ogni aspetto sensibile è stato scandagliato dagli investigatori. Ne è emersa una catena di responsabilità che coinvolge alcune figure ai vertici della città e, con loro, funzionari e «operativi» dei principali enti coinvolti nell’organizzazione e nella gestione della piazza: Comune, questura, prefettura. Chi doveva dare le direttive e chi doveva attuarle. Chi non ha valutato tutti i profili di rischio e chi, pur magari consapevole delle lacune che si stavano creando, non ha agito per correggerle e, così facendo, ha contribuito a trasformare un’ondata di panico in una tragedia.
I magistrati devono individuare i responsabili dei vari aspetti della manifestazione e a chi toccavano i vari compiti nella gestione della piazza.
Non basta aver firmato un documento con cui si delega a qualcuno un incarico: è necessario che la legge riconosca quella procedura, trasferendo la responsabilità da una persona all’altra.
Per questo si studia anche il ruolo svolto dalla Commissione di vigilanza sui pubblici spettacoli. Alle 15 del 3 giugno, la Commissione ha ispezionato le strutture installate in piazza San Carlo. E le ha dichiarate idonee, a patto di rispettare 19 prescrizioni: dalle misure antincendio, alla capienza massima consentita (40 mila persone), alla presenza di personale sanitario, alle vie di fuga.
A breve la Procura notificherà gli atti giudiziari messi a punto in queste ultime ore. Nei prossimi giorni, quindi, gli indagati potranno presentarsi davanti ai magistrati, con l’assistenza degli avvocati di fiducia, alcuni (nel caso di chi era già iscritto), già nominati da tempo
L’indagine su piazza San Carlo è cambiata dopo la morte di Erika Pioletti.
Il Comune ha disatteso la circolare del capo della Polizia, Franco Gabrielli. Il 25 maggio Gabrielli aveva stabilito le nuove linee guida da seguire per la gestione di questi eventi.
Nella circolare il Capo della Polizia imponeva che venissero svolti controlli agli accessi delle manifestazioni tramite il prefiltraggio del pubblico.
Per farlo gli organizzatori devono mettere in campo degli steward, svolgere verifiche preliminari dei luoghi e predisporre un piano per le emergenze. In piazza San Carlo però non c’erano gli steward ma solo 300 uomini delle forze dell’ordine (tra Polizia, Carabinieri e Vigili Urbani). Il tutto a fronte di una piazza che può contenere fino a 30 mila persone. Mancavano inoltre i punti di soccorso per eventuali feriti: l’unico punto di soccorso era in un angolo della piazza.
Che la Appendino fosse a Cardiff invece che in città quella sera è un dettaglio folkloristico che dovrebbe al massimo interessare Beppe Grillo, il quale si lamentava sempre dei politici in tribuna autorità durante i grandi eventi.
Invece il fatto che il suo entourage e i responsabili dell’ordine pubblico abbiano colposamente sottovalutato la vicenda non è folklore. Attiene invece alle capacità (o all’incapacità ) di gestire la cosa pubblica.
All’epoca il senatore Alberto Airola sostenne che le segnalazioni dei feriti in piazza San Carlo erano un complotto contro la sindaca.
Chissà se anche gli avvisi di garanzia saranno un complotto.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
DOMENICA SI VOTA, LA TAVERNA CHIEDE PIU’ IMPEGNO… CENTRODESTRA UNITO
“Ma che davero?”. Il distacco dei residenti di Ostia dalle elezioni che si terranno nel loro
municipio, dopo due anni di commissariamento dovuto all’inchiesta Mafia Capitale, è tutto nel siparietto a cui danno vita una manciata di ragazzi (in età da elettorato attivo) di fronte a un busto in gesso di Pier Paolo Pasolini, collocato nottetempo da ignoti ammiratori sul tetto di uno stabilimento abbandonato.
Ragazzi che ignorano — e ci può stare – l’identità dell’intellettuale e il fatto che l’installazione avesse a che fare con l’anniversario della sua tragica morte, avvenuta 42 anni fa proprio sul litorale romano. Ma che letteralmente cadono dalle nuvole quando un passante tenta un ardito collegamento tra l’iniziativa dello scultore abusivo e la tornata elettorale, tanto da chiedergli se si tratti di uno scherzo.
In effetti Ostia sembra tutto, in questi giorni, fuorchè un municipio alla vigilia di elezioni: di manifesti se ne vedono veramente pochi, fatta eccezione per quelli di Casapound nell’area delle case popolari, e qualche gazebo ha fatto timidamente capolino sul lungomare nella giornata di mercoledì, complice la festività e il tempo primaverile.
I candidati, che si stanno dannando l’anima più con i giornalisti che con gli elettori chiedendo copertura mediatica per un evento allo stato “quasi clandestino”, sanno benissimo che, senza il traino rappresentato dall’elezione per il sindaco di Roma, potrebbe essere il partito degli astenuti a guadagnare la maggioranza relativa al primo turno.
Ma questo stato di cose, suffragato dai sondaggi che stanno circolando nelle ultime ore, sta inquietando più di ogni altro la pattuglia grillina raccolta attorno a Giuliana Di Pillo, che fino a qualche settimana fa veniva considerata una sorta di presidente di municipio in pectore.
Non a caso, la sindaca Raggi aveva scelto lei per la figura di delegato al litorale, ruolo considerato propedeutico a quello di minisindaco.
Qualcosa, però, non sta andando secondo i piani, e non solo a causa dello scarso interesse dei residenti per le elezioni.
C’è di più: nei confronti sempre più serrati tra tutte le anime del movimento romano, sta emergendo la presa di coscienza del fatto che, a prescindere da torti, ragioni o responsabilità pregresse, 17 mesi sono un lasso di tempo sufficiente per instillare, nell’elettorato, la percezione di M5s capitolino come di un soggetto di governo. Perseverare nella strategia comunicativa di attribuire ai predecessori ogni inefficienza, potrebbe dunque non pagare, ed è per questo che la linea, in modo discreto ma fermo, sta cambiando, quel tanto da porre l’accento su quanto si sta mettendo in campo per invertire il degrado della Capitale e non è stato finora adeguatamente comunicato.
Il segnale, chiaro, è arrivato dalla senatrice Paola Taverna, che con la sua proverbiale schiettezza ha già messo le mani avanti, parlando della necessità di “più impegno” per tutti, qualora la performance di domenica dovesse essere “un po’ meno” brillante di quella del 2016.
Quando M5S aveva sbaragliato il campo più che in qualsiasi altro municipio, incassando al primo turno il 44 per cento come lista e al ballottaggio, attraverso Virginia Raggi, addirittura il 76 per cento.
Che i numeri non saranno questi, è cosa data per scontata anche dal più ottimista dei grillini romani, ma è nell’entità dello scarto negativo tra le cifre delle due tornate che si misurerà la reale portata del risultato.
È per questo che i big del partito non impegnati nella chiusura della campagna elettorale siciliana convergeranno oggi pomeriggio sul litorale, a partire ovviamente dalla sindaca, che si sta prodigando pubblicamente e privatamente per ottenere una partecipazione degna di questo nome.
Così sta facendo anche il dominus del Movimento ostiense, il capogruppo in Campidoglio Paolo Ferrara, che si è assicurato la replica dell’abbraccio tra l’ortodossa Lombardi e la sindaca Raggi già andato in scena a Marino in occasione dell’investitura della deputata a candidata alle Regionali.
Ferrara si sta anche incaricando di contrastare sul piano politico quella che sembra la rivale più accreditata della Di Pillo per il ballottaggio, la candidata di tutto il centrodestra Monica Picca, per la quale scenderanno ad Ostia leader nazionali come Matteo Salvini e Giorgia Meloni, che faranno la spola con la Sicilia, a differenza di Di Maio e di Battista.
La convinzione di farcela da soli, di fronte al rassemblement messo in campo a destra, comincia a incrinarsi, anche perchè al ballottaggio molti sono i bacini ai quali Picca potrebbe attingere, e vanno dai neofascisti di Casapound (accreditati di un exploit clamoroso) fino ai centristi appoggiati dal ministro Beatrice Lorenzin.
Passando per gli elettori Dem più conservatori, che a meno di sorprese enormi non ritroveranno il consigliere comunale di lungo corso Athos De Luca sulla scheda al secondo turno.
Le carte in mano a Ferrara, se si escludono gli attacchi alla Picca, che viene accusata di ambiguità nei confronti di Casapound, non sono molte: è verosimile che tra il primo e il secondo turno possa esserci un abboccamento con Don Franco De Donno, ex-sacerdote paladino della legalità sostenuto dalla sinistra anti-renziana, ma la strada maestra rimane quella della splendida ma rischiosa solitudine. In attesa dei pezzi da novanta per la campagna per il ballottaggio, magari confidando in un’onda lunga siciliana.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
BERLUSCONI, SALVINI, MELONI: UNITI SOLO DALL’INTERESSE DI VINCERE IN SICILIA
Finisce a notte fonda con una grande torta bianca panna e fragoline, sulla quale campeggiano i volti dei tre leader Berlusconi, Salvini e Meloni riprodotti in foto.
Oltre a quello del padrone di casa, il candidato governatore Nello Musumeci.
Loro che lo mostrano ai fotografi prima di addentarla, dopo essersi appartati in veranda per parlare delle questioni più delicate, a cena terminata. Una cena assai allargata, con tanti dirigenti locali dei partiti. Troppi per farne il vertice del rilancio della coalizione. La leader di Fdi lo battezza già “patto dell’arancino” in uno slancio di entusiasmo, per Berlusconi come al solito “è andata benissimo”. Salvini è molto più cauto e rinvia i nodi a dopo le elezioni.
Sta di fatto che quanto meno una cena alla fine, in qualche modo, va in porto, terminata all’1,15, dopo due ore a tavola e una serie di rinvii.
Iniziata con un abbraccio un po’ forzato tra Berlusconi e Salvini, rivisti un anno dopo. E proseguita col menù a base di pesce, il Cavaliere seduto accanto a Giorgia, lei con Vittorio Sgarbi a sinistra (assessore in pectore ai beni culturali), Salvini di fronte, di fianco a Musumeci e col centrista Lorenzo Cesa – col quale nemmeno parla – poco più in là . Gianfranco Miccichè che in un’intervista in questi giorni aveva definito “Matteo meno simpatico di Bossi” invitandolo a tagliarsi la barba, presente anche lui, dal leghista non viene salutato nemmeno.
A un certo punto della sera sembra che la cena sia destinata a saltare.
I tre che giocano a nascondino. Salvini che se la prende comoda, dà forfait all’appuntamento delle 21, rinvia. L’anziano leader forzista che si indispettisce per “questi giochini”, resta in albergo a rivedersi in tv da Costanzo.
Finchè prima Meloni, poi Berlusconi, infine lo stesso leghista si materializzano dopo le 23 alla Trattoria del Cavaliere, quartiere Belillo, centro storico di Catania.
Il tutto, al termine di una giornata convulsa fatta di tre distinti comizi in sostegno di Musumeci, su palchi rigorosamente separati.
Berlusconi per evitare altri equivoci pretende che almeno a notte fonda escano tutti insieme, dopo aver mangiato cernie all’acqua pazza, arancini, bevuto bianco.
All’uscita una sfilza di selfie. Berlusconi si piazza in mezzo a camerieri e cuochi, “ora fate così: alzate tutti le braccia”
Come è andata? “Benissimo, molto bene. Come sempre quando ci incontriamo” risponde ai giornalisti l’ex premier lasciando il locale al fianco di Meloni. “E’ vero o no, Giorgia?” “Andiamo d’accordo…”, dice lei. E lui riprende: “Ma tra noi non c’è mai stato niente, sono stati i giornali a inventare lontananze che non ci sono mai state. Ci sentiamo per telefono, ci incontriamo e quando ci incontriamo stiamo molto bene insieme. Il patto? “Era già siglato, abbiamo gettato le basi del percorso per vincere le elezioni”, sono le ultime parole di Berlusconi prima di risalire in auto all’1.30.
Salvini evita toni trionfalistici, rinvia le partite delicate alle prossime settimane. “Non abbiamo mai parlato di ministri, viceministri, Consiglio dei ministri: è l’ultima cosa che mi interessa. Io ero qui per Musumeci, che sarà il prossimo governatore della Sicilia – spiega l’eurodeputato milanese quando lascia la trattoria sotto una luna piena – Con Silvio? Non ci vedevamo da un anno. Per gli accordi ci sarà tempo, torneremo a vederci dopo le regionali siciliane”.
Le ultime ore della campagna siciliana le trascorre nell’isola, passando da Augusta prima di rientrare a Roma e spostarsi a Ostia per chiudere anche lì la campagna ma per le comunali.
La fondatrice di Fratelli d’Italia, venuta con Ignazio La Russa, si mostrerà la più entusiasta al termine. “E’ ancora presto per dire che abbiamo chiuso l’accordo sul programma di governo. Quello che volgiamo costruire è un programma serio e concreto che non si esaurisce in una cena alle 11 di sera. Credo che la volontà di dare all’Italia un governo di patrioti sia comune – spiega Giorgia Meloni – Non abbiamo di parlato premiership, di nomi, ma di obiettivi da darci”.
E il patto dell’arancino? “E’ un’idea mia. Gli arancini ce li siamo anche mangiati quindi assolutamente patto dell’arancino”.
Spenti i riflettori sui big, adesso la partita si gioca tutta in Sicilia, in quello che appare – ultimi sondaggi alla mano – sempre più come un braccio di ferro tra grillini e un centrodestra che tenta il colpaccio per risalire la china e tornare al governo.
A Palermo come a Roma.
(da “La Repubblica”)
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