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L’ITALIA E’ IL PAESE CON PIU’ POVERI D’EUROPA, SEGUONO FRANCIA E ROMANIA

Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile

DATI EUROSTAT: IN EUROPA CIRCA 79 MILIONI DI PERSONE VIVONO IN POVERTA’, 10 MILIONI SONO ITALIANI

L’Italia è il Paese che ha più poveri in Europa. Sono loro quelli ad avere maggiori difficoltà  a far fronte a spese impreviste, a garantire che la propria casa sia sempre adeguatamente riscaldata, a far sì di avere almeno due paia di scarpe (estive e invernali), o ancora evitare di finire in arretrato con l’affitto o sostituire abiti lisi con capi più nuovi. Tutti indici di quelle che vengono definite «privazioni sociali e materiali», ma che al netto di espressioni politicamente corrette rilevano il grado di povertà  delle famiglie.
A livello europeo e nazionale il fenomeno si sta riducendo, ma nell’Ue ci sono ancora 78,5 milioni di persone che vivono stentatamente, e più di dieci milioni di loro sono italiani.
I dati Eurostat diffusi oggi e relativi al 2016 indicano il tasso di privazioni sociali e sociali.
Cifre percentuali che lette così come presentate vedrebbero l’Italia undicesima in questa graduatoria. Romania (49,7%) e Bulgaria (47,9%) sono gli Stati membri in condizioni più problematiche, dove praticamente una persona su due ha difficoltà  economiche.
Ma in termini assoluti, il 17,2% italiano indica più di 10,4 milioni di persone (10.457.600) alle prese coi sintomi di povertà .
Letti in quest’altro modo i numeri mostrano un’altra Europa, con l’Italia, sempre pronta a rivendicare la sua grandezze economica, a fare più fatica di tutti.
Gli italiani soffrono anche più dei romeni (9,8 milioni) che pure in termini percentuali si trovano davanti a tutti quanto a privazioni.
Salta all’occhio, in questa classifica, anche il dato francese. I cittadini d’oltralpe sono i terzi più in difficoltà  a livello Ue (8,4 milioni, dietro Italia e Romania).
Dati alla mano non c’è da stare allegri, ma ci sono comunque motivi per guardare la situazione con spirito ottimistico.
La buona notizia è che tutto questo, seppure a fatica, si sta invertendo.
A livello europeo il tasso di persone con privazioni sociali e materiali si sta riducendo, e questo vale anche per l’Italia.
Tra il 2015 e il 2016 si sono contati nel territorio dell’Unione europea circa 8,9 milioni di persone con difficoltà  economiche in meno.
Nello Stivale l’indice si è contratto del 4,4%, un dato che si traduce in 2,6 milioni in meno di cittadini alle prese con ristrettezze economiche. Un segnale che mostra come la ripresina per qualcuno c’è stata, ma che per qualcun altro deve ancora arrivare.

(da agenzie)

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IL SIMBOLO DI “LOTTA CONTINUA” NEGLI UFFICI DELLA QUESTURA A PISA: “E’ SOLO UN CIMELIO STORICO DI 40 ANNI FA”

Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile

AL SECONDO PIANO DEGLI UFFICI APPARE L’EFFIGIE DEL PUGNO CHIUSO SU SFONDO ROSSO DELLA FORMAZIONE DI SOFRI

Dietro la scrivania del funzionario di polizia, una donna, in un ufficio al secondo piano della questura di Pisa, un pugno chiuso su sfondo rosso “saluta” tutti coloro che entrano nella stanza.
E’ il simbolo di Lotta Continua, la formazione extraparlamentare che negli anni Settanta polarizzò parte della sinistra di orientamento operaista e rivoluzionario e fece lavorare non poco la Digos.
In quell’ufficio della questura, il simbolo di Lotta Continua è stato incorniciato in primaria evidenza, accanto a un gagliardetto del Pisa Calcio e del crocifisso.
Che cosa ci sta a fare?
«E’ un cimelio di una quarantina d’anni — rispondono fonti della Questura — nessun poliziotto lo ha appeso in quanto simpatizzante o nostalgico di quegli anni. E’ solo storia».
Resta il fatto che qualcuno quel cimelio, un po’ atipico per abbellire un ufficio della questura, lo ha fotografato e lo ha spedito ad alcuni siti e quotidiani. E la notizia in poco tempo ha fatto il giro della Rete.
Anche perchè Pisa è storicamente legata alla formazione extraparlamentare di cui leader è stato Adriano Sofri, accusato e condannato per l’omicidio del commissario Calabresi, delitto del quale Sofri si è sempre proclamato innocente.
Così, dopo le polemiche sulla bandiera del Secondo Reich appesa in una camerata nella caserma dei carabinieri di Firenze, ecco il Pugno Chiuso della questura di Pisa.
Sarebbe quasi un derby se non ci fossero dubbi sull’opportunità  e qualche sospetto (per il caso di Firenze) di simpatie.

(da “il Corriere della Sera”)

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RICCARDO BOSSI PAGA DUE MOTO D’ACQUA CON ASSEGNO SCOPERTO: A GIUDIZIO A NOVARA PER TRUFFA

Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile

IL FIGLIO MAGGIORE DEL SENATUR DI NUOVO NEI GUAI GIUDIZIARI PER TRUFFA

Sceglie due moto d’acqua, le va a provare sul litorale di Caorle, poi le acquista per conto di una società  novarese (che in realtà  era all’oscuro di tutto) e alla fine non paga il conto. Il figlio maggiore di Umberto Bossi sarà  processato a Novara per truffa.
In questi giorni Riccardo Bossi, 39 anni, di Gallarate, da poco condannato a Varese sempre per aver acquistato merce costosa senza pagare, ha ricevuto una citazione diretta a giudizio per l’udienza del 18 settembre 2018.
Con lui comparirà  in tribunale anche Calogero Plantera, 57 anni, catanese ora residente a Gravellona Toce.
A mandarlo a processo il pm Ciro Caramore.
Secondo l’accusa, nel settembre 2014 Bossi aveva allacciato dei rapporti con la darsena di Porto Santa Margherita, nel litorale veneto, e in particolare con la società  «Marina 4». Aveva messo gli occhi su una moto d’acqua super accessoriata, la SeaDoo Rxt X260 Rs. Uno dei modelli migliori.
Non gliene bastava una, ne voleva due. Conto finale: 33.630 euro.
Per l’acquisto, secondo quanto denunciato dall’amministratore della società  veneta, Bossi aveva detto di essere il delegato di un’impresa novarese, la Carpenteria M.L. Metal che ha sede a Castelletto Ticino e magazzini a Oleggio.
A tale ditta, aveva comunicato in darsena, doveva essere intestata la fattura.
Peccato che in carpenteria nessuno sapeva nulla. Il titolare, infatti, non aveva mai conferito a Bossi alcun mandato di acquisto, nè emesso ordini che potessero autorizzare l’emissione di fatture.
Anzi, quando le moto d’acqua erano arrivate da Porto Santa Margherita, l’imprenditore della M.L. Metal non era nemmeno presente.
C’era l’anziano padre, raggirato con una scusa: le moto venivano scaricate lì solo per comodità , per poter utilizzare il carroponte dell’impresa, ma l’acquisto non riguardava la carpenteria.
I mezzi erano stati poi caricati su un furgone, partito subito dopo.
Calogero Plantera, secondo quanto emerso dalle indagini, alla presenza di Riccardo Bossi aveva consegnato al fornitore l’assegno da oltre 33 mila euro, che poggiava sul conto della Plantera Edile, ditta a lui riconducibile.
Peccato che il conto era stato estinto qualche mese prima dell’acquisto.
Quando il rappresentante della Marina 4 era andato in banca a ritirare la somma, aveva scoperto la truffa. I soldi non c’erano. E anche le moto erano scomparse.
Si è cercato di rintracciarle senza successo: la pista d’indagine seguita si è poi bloccata nel Sud Italia. Ecco perchè la società  della darsena si costituirà  parte civile per chiedere il risarcimento dei danni.
Una truffa più o meno simile a quella per cui il figlio del «senatùr» è stato condannato qualche giorno fa a Varese a 9 mesi di reclusione: aveva comprato un impianto di illuminazione, pneumatici e benzina da alcuni commercianti senza poi pagare nulla.

(da “la Stampa”)

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IL LEGHISTA SOTTO PROCESSO DICHIARATO INDESIDERATO IN UCRAINA: ONORE AL GOVERNO DI KIEV CHE HA POSTO FINE AI VIAGGI A SPESE DEI CONTRIBUENTI LIGURI

Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile

SOTTO PROCESSO PER PECULATO A GENOVA PER LE SPESE PAZZE, L’ASSESSORE RIXI VOLEVA USARE IL COLBACCO ANCHE A KIEV, MA GLI E’ ANDATA MALE… TOTI E’ RIUSCITO INVECE AD ANDARE A STOCCOLMA CON LA CONSORTE ALLA PREMIAZIONE DEI NOBEL, AL SEGUITO DEI FIORI DI SANREMO

La giunta regionale della Liguria notoriamente vive di immagine: come c’e’ una telecamera accesa, ecco fiondarsi il governatore Toti (quello per cui Novi Ligure stava in Liguria) per declamare il solito rosario di luoghi comuni, sia che si tratti di parlare di alluvioni che del pesto, della disoccupazione che di tartufi, di sicurezza che di gardenie.
E’ un vero tuttologo, sempre in viaggio alla ricerca della inquadratura migliore, possibilmente non di profilo.
E’ appena tornato dalla consegna dei Nobel a Stoccolma: in attesa che lo riconoscano anche a lui per “il maggior numero di apparizioni in TV”, è riuscito a imbucarsi tra i fiori di Sanremo che hanno allietato la cerimonia svedese, nella veste di accompagnatore dei petali.
E come ogni accompagnatore che si rispetti ha colto l’occasione per farsi accompagnare anche dalla moglie.
Presenza migliore certamente di quando è piombato ad Amatrice con mezza giunta per consegnare un assegno di 50.000 euro ai terremotati, frutto di una sottoscrizione dei liguri, con ampi servizi tv al seguito.
Ovviamente era gia’ stato anche a Mosca, come testimonia la foto a fianco, con l’assessore leghista Rixi, sotto processo per peculato a Genova per aver posto a carico della Regione spese personali (compresi viaggi in località  amene nel fine settimana).
Rixi per l’occasione sfoggiava un leggiadro colbacco, copricapo che gli avrebbe fatto comodo anche in Ucraina, dove aveva programmato un’altra escursione istituzionale.
L’Ucraina gli ha però vietato l’ingresso nel Paese per cinque anni forse perchè si è recato in Crimea al Forum economico internazionale di Jalta lo scorso aprile.
Lo rende noto lo stesso Rixi pubblicando sulla sua pagina Fb l’informativa dell’Ambasciata d’Ucraina in Italia.
Nell’informativa si legge: “La decisione è stata presa in conformità  con una legge dell’Ucraina sullo status giuridico di stranieri e apolidi secondo cui l’ingresso nel territorio può essere vietato ai fini della sicurezza nazionale e della protezione dell’ordine pubblico”.
Resta da comprendere se in Ucraina non vogliono politici sotto processo per peculato o politici che hanno rapporti con la Crimea, visto che la Ue non l’ha riconosciuta.
In entrambi i casi hanno fatto un servizio ai contribuenti liguri e a se stessi.
Onore al popolo ucraino.

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DUE CASI DI FAKE NEWS: M5S E LEGA BECCATI CON LE MANI NELLA MARMELLATA

Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile

I LEGAMI TRA LA PAGINA “ADESSO BASTA” E GLI ACCOUNT DI SALVINI… IL NETWORK DELLE PAGINE NON UFFICIALI DEL M5S

I legami tra il sito di disinformazione politica ‘Adesso Basta’ e gli account social ufficiali di Matteo Salvini, ma anche i collegamenti tra alcune pagine non ufficiali dei 5 Stelle e gli amministratori delle stesse pagine, che sono identificati con militanti e parlamentari dello stesso Movimento.
La denuncia del Pd è circostanziata, frutto evidente del lavoro di esperti, e incastra Lega e 5 Stelle e ai rispettivi leader, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, si chiede di “chiarire”.
La fake news del video dell’incontro Renzi-Zuckerberg e il ruolo dei 5 Stelle
La bufala che il Pd cita per tirare in ballo il Movimento 5 Stelle è quella dell’incontro tra Matteo Renzi e il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg.
E’ una fake news che nasce da una pagina satirica (“Generatore di immagini gentiste di bassa qualità “) che conta circa 50k fans e “che gioca sul filo della verosimiglianza”.
Il video, spiega il report, mostra le immagini di un incontro tra Renzi e Zuckerberg realmente avvenuto ad agosto 2016 a Palazzo Chigi e “ne trasforma i contenuti facendolo passare come un incontro avvenuto questo mese nella ‘villa’ di Renzi a Firenze in cui i due avrebbero parlato di come censurare la libera informazione sul web”.
Il Pd ricostruisce così la genesi della bufala.
“Il video viene immediatamente ripreso, di certo non umoristicamente, da 3 pagine unofficial del M5S (Virus5Stelle, M5SNews, Vogliamo il Movimento 5 Stelle al Governo).
Due di queste (Virus5Stelle e Vogliamo il Movimento 5 Stelle al Governo), peraltro, sono amministrate dalle stesse persone: Daniele Ferrari e Adriano Valente.
Ferrari è anche admin di M5SNews, mentre Virus5Stelle è la stessa pagina che pubblicò in data 22 novembre la card sul funerale di Riina dove comparivano autorevoli rappresentanti istituzionali e del Pd: David Sassoli, Maria Elena Boschi, Laura Boldrini e Francesco Verducci e che in realtà  si riferiva a tutt’altra cerimonia: il funerale di Emmanuel Chidi Namdi”.
Secondo il report, Valente è anche admin di M5Snews. “Uno strano intreccio di rimandi che sfrutta la buona fede di chi non sa giudicare nè la veridicità  dei contenuti, nè tantomeno ne conosce l’origine “satirica”.
“Il dato interessante è che si rileva una sistematicità  nella condivisione di questo tipo di contenuti: le 3 pagine costituiscono una sorta di rete. Il contenuto, infatti, è stato ripreso ‘a catena’ da tutte e 3 le pagine a un minuto di distanza l’una dall’altra.
Le tre pagine unofficial M5S pubblicano in media dall’uno ai due post all’ora ogni giorno, 24 ore su 24. Quale attivista o sostenitore disinteressato può sostenere questi ritmi? Nessuno. Questa è roba da professionisti”, aggiunge il report.
I legami tra ‘Adesso basta’ e gli account Facebook e Twitter di Salvini
La seconda fake news citata dal report del Pd è quella dei presunti legami tra gli account ufficiali (Facebook e Twitter) di Matteo Salvini e la pagina di disinformazione politica ‘Adesso basta’.
“Da un’analisi più attenta sulle attività  di Adesso Basta – si legge nel report – emerge qualche dubbio sulla sua natura spontanea e indipendente. Negli ultimi mesi ci sono infatti state reciproche condivisioni tra account ufficiali TW e Facebook della Lega Nord e il sito AdessoBasta”.
L’esempio che viene preso in considerazione dal Pd è la vicenda di nonna Peppina.
“Un account Twitter o Facebook ufficiale come quello della Lega che condivide l’articolo di Adesso Basta su un tema molto caro al Partito di Salvini come il caso di Nonna Peppina (per rendere l’idea, Il Populista – di cui è condirettore lo stesso Matteo Salvini – gli ha dedicato ben 12 articoli) ha delle conseguenze economiche e politiche”, spiega il report.
“Condividendo, infatti, si dirottano i propri elettori e i propri sostenitori su un sito di discutibile integrità  e correttezza informativa. Prima della condivisione dell’articolo di Adesso Basta da parte degli account social di Lega Nord, il Populista aveva già  provveduto a pubblicare un pezzo sul caso di Nonna Peppina, peraltro citato proprio come fonte da Adesso Basta (link adessobasta.org/link ilpopulista)”, prosegue lo studio del Pd.
“Non sarebbe stato più semplice e più logico condividere un articolo del Populista dal proprio account ufficiale? Perchè pescare da un sito che con la Lega non dovrebbe avere niente a che fare? A maggior ragione poichè, così facendo, si indirizza traffico (e quindi introiti) su un sito altrui a scapito del proprio. Altrettanto singolare è il fatto che questo favore è stato contraccambiato da Adesso Basta, il cui sito ha più volte condiviso post Fb sia di Matteo Salvini che della pagina FB ufficiale Noi con Salvini”, si legge ancora.

(da “Huffingtonpost”)

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“GOVERNI EUROPEI COMPLICI DEI TERRIBILI ABUSI CONTRO I PROFUGHI IN LIBIA”: IL DOCUMENTATO ATTO DI ACCUSA DI AMNESTY INTERNATIONAL

Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile

L’OSCURO INTRECCIO DI COLLUSIONI TRA GUARDIA COSTIERA, TRAFFICANTI E POLIZIA CARCERARIA… GENTILONI E MINNITI DOVREBBERO ESSERE PROCESSATI DAVANTI ALL’ALTA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA

In un rapporto pubblicato oggi, all’indomani dello scandalo suscitato dalle immagini relative alla compravendita dei migranti in Libia, Amnesty International ha accusato i governi europei di essere consapevolmente complici nelle torture e nelle violenze ai danni di decine di migliaia di rifugiati e migranti, detenuti in condizioni agghiaccianti nel paese nordafricano.
Il rapporto, intitolato “Libia: un oscuro intreccio di collusione”, descrive come i governi europei, per impedire le partenze dal paese, stiano attivamente sostenendo un sofisticato sistema di violenza e sfruttamento dei rifugiati e dei migranti da parte della Guardia costiera libica, delle autorità  addette ai detenuti e dei trafficanti.
“Centinaia di migliaia di rifugiati e migranti intrappolati in Libia sono in balia delle autorità  locali, delle milizie, dei gruppi armati e dei trafficanti, spesso in combutta per ottenere vantaggi economici , ha detto John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l’Europa – decine di migliaia di persone sono imprigionate a tempo indeterminato in centri di detenzione sovraffollati e sottoposte a violenze ed abusi sistematici. I governi europei – ha aggiunto – non solo sono pienamente a conoscenza di questi abusi, ma sostengono attivamente le autorità  libiche nell’impedire le partenze e trattenere le persone in Libia. Dunque, sono complici di tali crimini”.
La politica di contenimento.
Dalla fine del 2016 gli stati membri dell’Unione europea e soprattutto l’Italia hanno attuato una serie di misure destinate a sigillare la rotta migratoria attraverso la Libia e da qui nel Mediterraneo centrale, con scarsa attenzione alle conseguenze per le persone intrappolate all’interno dei confini della Libia, dove regna l’anarchia.
La cooperazione coi vari attori libici si è sviluppata lungo tre assi:
1) –   la fornitura di supporto e assistenza tecnica al Dipartimento per il contrasto all’immigrazione illegale (DCIM), l’autorità  libica che gestisce i centri di detenzione al cui interno rifugiati e migranti sono trattenuti arbitrariamente e a tempo indeterminato e regolarmente sottoposti a gravi violazioni dei diritti umani, compresa la tortura;
2 ) – la fornitura di addestramento, equipaggiamento (navi incluse) e altre forme di assistenza alla Guardia costiera libica per metterla in grado di intercettare le persone in mare;
3) – la stipula di accordi con autorità  locali, leader tribali e gruppi armati per incoraggiarli a fermare il traffico di esseri umani e a incrementare i controlli alla frontiera meridionale della Libia.
Detenzione, estorsione e sfruttamento.
La presenza, nella legislazione libica, del reato d’ingresso irregolare, unita all’assenza di norme o centri per la protezione dei richiedenti asilo e delle vittime del traffico di esseri umani, fa sì che la detenzione di massa, arbitraria e a tempo indeterminato sia il principale mezzo di controllo dell’immigrazione in Libia.
I rifugiati e i migranti intercettati in mare dalla Guardia costiera libica vengono trasferiti nei centri di detenzione gestiti dal DCIM dove subiscono trattamenti orribili.
In questi luoghi sovraffollati e insalubri si trovano attualmente fino a 20.000 persone. Rifugiati e migranti intervistati da Amnesty International hanno riferito dei trattamenti subiti o di cui sono stati testimoni: detenzione arbitraria, tortura, lavori forzati, estorsione, uccisioni illegali che chiamano in causa autorità , trafficanti, gruppi armati e milizie.
Collusione fra polizia carceraria, trafficanti e guardia costiera.
Decine di rifugiati e migranti hanno descritto il devastante ciclo di sfruttamento in cui colludono le guardie carcerarie, i trafficanti e la Guardia costiera.
Le guardie torturano per estorcere danaro e, quando lo ricevono, lasciano andare le vittime o le passano ai trafficanti.
Costoro organizzano la partenza, col consenso della Guardia costiera libica.
A indicare che un’imbarcazione è oggetto di accordi tra trafficanti e Guardia costiera, lo scafo viene contrassegnato in modo che non venga fermato.
A volte la Guardia costiera scorta tali imbarcazioni fino alle acque internazionali.
Se non è dato sapere quanti funzionari della Guardia costiera libica collaborino coi trafficanti, è evidente che nel corso del 2016 e del 2017 questo organismo ha incrementato la sua operatività  grazie al sostegno ricevuto dagli stati dell’Unione europea.
Di conseguenza, è aumentato il numero delle operazioni in cui rifugiati e migranti sono stati intercettati in mare e riportati sulla terraferma libica.
L’infinito meccanismo dell’estorsione.
Nel 2017, finora, la Guardia costiera libica ha intercettato 19.452 persone, che sono state riportate sulla terraferma e trasferite in centri di detenzione dove la tortura è la regola. Un uomo del Gambia, detenuto per tre mesi, ha raccontato della fame e delle percosse in un particolare centro di detenzione: “Mi picchiavano con un tubo di gomma perchè volevano i soldi per rilasciarmi. Telefonavano ai miei a casa mentre mi picchiavano, per costringerli a mandare i soldi”.
Dopo che la famiglia ha pagato il riscatto, l’uomo è stato messo su un’automobile diretta a Tripoli. L’autista ha chiesto ulteriori soldi: “Diceva che fino a quando non avessi pagato avrei dovuto rimanere con lui, oppure mi avrebbe venduto”.
Ciò che dovrebbero fare subito le autorità  libiche.
“Per migliorare subito le sorti dei rifugiati e dei migranti nei centri gestiti dal DCIM, le autorità  libiche dovrebbero riconoscere ufficialmente il mandato dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite sui rifugiati, firmare la Convenzione Onu sullo status di rifugiati e adottare una legge sull’asilo. Dovrebbero inoltre annullare l’applicazione della detenzione automatica dei rifugiati e dei migranti, che è esattamente il contesto nel quale avvengono le peggiori violenze”, ha commentato Dalhuisen.
Le intimidazioni alle Ong. La Guardia costiera libica mette a rischio vite umane e intimidisce le Ong
Funzionari della Guardia costiera libica operano notoriamente in collusione con le reti dei trafficanti e ricorrono a violenze e minacce contro rifugiati e migranti che si trovano su imbarcazioni alla deriva. Immagini filmate, fotografie e documenti esaminati da Amnesty International mostrano una nave donata dall’Italia nell’aprile 2017, la Ras Jadir, protagonista di un’operazione sconsiderata che nel novembre 2017 ha causato l’annegamento di un numero imprecisato di persone.
Ignorando i più elementari protocolli, la Ras Jadir ha avvicinato un gommone in avaria a circa 30 miglia nautiche dalle coste libiche.
Non ha lanciato in acqua gli scafi semirigidi di salvataggio per facilitare i soccorsi, costringendo i naufraghi ad arrampicarsi sugli alti bordi della nave, col risultato che molti sono finiti in acqua.
Ciò che mostrano alcune immagini.
La Sea-Watch 3, una nave di una Ong che era nelle vicinanze, si è diretta verso la zona mettendo in azione gli scafi di salvataggio. Come mostrano le immagini, a quel punto il personale a bordo della Ras Jadir ha iniziato a lanciare oggetti costringendo gli scafi ad allontanarsi.
Altre immagini mostrano persone già  a bordo della Ras Jadir venir colpite con una corda ed altre gettarsi in mare per cercare di raggiungere gli scafi della Sea-Watch 3. Anche se azioni sconsiderate e pericolose della Guardia costiera libica erano state documentate già  in precedenza, questa pare essere stata la prima volta in cui in un’operazione del genere è stata utilizzata una nave fornita da un governo europeo.
La reale priorità  dei governi europei.
“Aiutando le autorità  libiche a intrappolare le persone in Libia senza chiedere che pongano fine alle sistematiche violenze contro rifugiati e migranti o, come minimo, che riconoscano l’esistenza dei rifugiati, i governi europei stanno mostrando quale sia la loro reale priorità : la chiusura della rotta del Mediterraneo centrale, con poco riguardo per la sofferenza che ne deriva”, ha sottolineato Dalhuisen.
“I governi europei devono ripensare la cooperazione con la Libia in materia d’immigrazione e consentire l’ingresso in Europa attraverso percorsi legali, anche attraverso il reinsediamento di decine di migliaia di rifugiati. Essi devono insistere che le autorità  libiche pongano fine all’arresto e alla detenzione di natura arbitraria di rifugiati e migranti, rilascino tutti i cittadini stranieri che si trovano nei centri di detenzione e consentano piena operatività  all’Alto commissariato Onu per i rifugiati”, ha concluso Dalhuisen.
Le cerimonie di donazione della Ras Jadir.

La Ras Jadir è stata donata dall’Italia alle autorità  libiche in due cerimonie: la prima nel porto di Gaeta il 21 aprile 2017 e la seconda in quello di Abu Sittah il 15 maggio.
La nave risulta ben in evidenza nelle immagini filmate dei due eventi, cui ha preso parte il ministro dell’Interno italiano Marco Minniti.
Alla fine del settembre 2017 l’Organizzazione internazionale delle migrazioni aveva identificato 416.556 migranti presenti in Libia, oltre il 60 per cento dei quali proveniente dai paesi dell’Africa subsahariana, il 32 per cento da altri paesi nordafricani e circa il 7 per cento dall’Asia e dal Medio Oriente. Secondo dati forniti dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), alla data del 1° dicembre 2017 44.306 persone presenti in Libia erano ufficialmente registrate come rifugiati o richiedenti asilo.
Il numero effettivo è senza dubbio assai più alto.

(da agenzie)

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TAURIANOVA REGNO DI ‘NDRANGHETA, 48 ARRESTI, COMPRESO L’EX SINDACO

Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile

OPERE PUBBLICHE, EDILIZIA PRIVATA, SETTORE ALIMENTARE, INTERMEDIAZIONI IMMOBILIARI, ENERGIE RINNOVABILI: TUTTO IN MANO A DUE CLAN

Due diverse famiglie di ‘ndrangheta, espressione del medesimo clan ma divise da contrastanti appetiti.
Due satelliti della stessa galassia, che per quasi dieci anni hanno scippato la democrazia a Taurianova, piccolo centro in provincia di Reggio Calabria, in cui tutto, dall’amministrazione, all’economia, all’ordine pubblico, è stato per anni in mano alla criminalità .
È questa la storia – desolante – ricostruita con l’inchiesta Terramara-Closed, coordinata dal procuratore aggiunto Gaetano Paci, che questa mattina ha portato all’arresto di 48 persone, di cui 44 in carcere e 4 ai domiciliari, tutte accusate a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione, danneggiamento, trasferimento fraudolento di valori, procurata inosservanza di pena e porto illegale di armi.
In manette sono finiti anche l’ex sindaco, Domenico Romeo, insieme al fratello, entrambi accusati di concorso esterno, e un ex assessore, Francesco Sposato, cui viene contestata invece l’associazione mafiosa.
Un’indagine complessa, sviluppata da Polizia, Guardia di Finanza e Carabinieri, “che conferma la capacità  della ‘ndrangheta di opprimere i territori dal punto di vista economico, amministrativo, sociale e finalmente – dice il procuratore aggiunto Paci – riesce a fare chiarezza su una situazione complicata”.
La provincia di Taurianova è da sempre regno degli Avignone-Zagari-Fazzalari-Viola, che qui hanno steso la rete di complicità  – oggi individuata e disarticolata – che ha permesso al boss Ernesto Fazzalari la sua ultraventennale latitanza.
La città , quindicimila abitanti, è sempre stata “affidata in gestione” a due famiglie di ‘ndrangheta: gli Sposato-Tallarida da una parte e i Maio-Cianci dall’altra.
Due facce della medesima medaglia di sopraffazione e violenza, che per anni si sono spartite tutto: il Comune e i suoi appalti. Anche l’amministrazione – ha svelato l’indagine – è sempre stata equamente divisa e “improntata a soddisfare gli interessi e le istanze provenienti dalle cosche della ‘ndrangheta”.
Quando a fare il sindaco era Francesco Romeo, che con una serie di ingiustificabili autorizzazioni avrebbe favorito le imprese dei clan, il suo assessore allo Sport, Turismo e Spettacolo era Francesco Sposato, espressione dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta.
Un rapporto blindato fino al 2009, quando il primo cittadino si è opposto alla realizzazione del progetto imprenditoriale della famiglia Sposato: pretendeva di gestire il cimitero di Iatrinoli, ma soprattutto aveva messo gli occhi sull’affare delle energie rinnovabili.
Un business troppo grosso per essere gestito in esclusiva, ma che gli Sposato pretendevano. E così per il sindaco sono iniziati i guai e le intimidazioni. Cavalli uccisi, ordigni nelle sue proprietà , minacce.
Accreditatosi come vittima della violenza mafiosa, Romeo dopo il commissariamento si è nuovamente presentato alle elezioni, lasciando fuori dalla coalizione il suo ex braccio destro, Francesco Sposato appunto, passato con l’opposizione.
Tutta una manovra, per gli investigatori, perchè di fatto i due – quando l’accordo fra le famiglie di ‘ndrangheta è stato nuovamente trovato – hanno continuato a governare di comune accordo.
Il quadro viene confermato da dichiarazioni, intercettazioni e rapporti societari e imprenditoriali da cui emerge come a Taurianova tutto fosse direttamente o indirettamente in mano ai clan.
Tramite le sue famiglie di riferimento, la ‘ndrangheta era amministrazione grazie ai suoi uomini collocati all’interno, faceva da banca gestendo abusivamente il credito e controllava l’intera economia locale, pubblica e privata, legale e illegale. In mano alle famiglie erano finite non solo tutte le opere pubbliche,ma anche l’edilizia privata, il settore alimentare, le intermediazioni immobiliari, le produzioni serricole e le energie rinnovabili.
Un patrimonio di aziende, imprese, terreni e stabilimenti individuato dalla Guardia di Finanza che oggi ha messo sigilli a beni per oltre 25 milioni di euro.

(da agenzie)

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SCAFARTO E SESSA SOSPESI DAL SERVIZIO PER DEPISTAGGIO

Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile

I DUE UFFICIALI DEI CARABINIERI AVREBBERO MANOMESSO WHATSAPP DAI CELLULARI PER SVIARE LE INDAGINI

Il maggiore Gianpaolo Scafarto e il colonnello Alessandro Sessa, ex ufficiali del Nucleo operativo ecologico, sono stati sospesi dal servizio per la durata di un anno.
La misura interdittiva, firmata dal gip Gaspare Sturzo, è stata richiesta dalla Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sulla fuga di notizie legate al caso Consip.
Per Scafarto, già  indagato per falso e rivelazione del segreto d’ufficio, è scattata anche l’ipotesi di depistaggio. Stessa ipotesi per Sessa, già  iscritto sempre per depistaggio in relazione alle false dichiarazioni rese al pm.
La nuova accusa di depistaggio si riferisce all’eliminazione delle comunicazioni intercorse tra i due al fine di sviare, secondo l’accusa, le indagini della procura sulla fuga di notizie riguardanti l’inchiesta a suo tempo aperta a Napoli su Consip.
Secondo le accuse, Sessa avrebbe chiesto aiuto a Scafarto per eliminare il backup automatico dell’applicazione Whatsapp, usata dai due per scambiare informazioni sull’inchiesta.
Il tutto avvenne quanto Scafarto era già  indagato e il suo smartphone era già  stato sequestrato dagli inquirenti.
Scafarto reinstallò l’applicazione sullo smartphone del suo superiore dopo aver distrutto messaggi e documenti indispensabili all’indagine sulla fuga di notizie che ha coinvolto esponenti di spicco dell’Arma.
Per il gip il comportamento dei due fu deliberatamente volto alla distruzione di prove.
Per questo entrambi sono stati sospesi dal servizio per un anno, come chiesto dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal pm Mario Palazzi, responsabili del fascicolo.

(da agenzie)

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CENTRODESTRA, PROVE TECNICHE DI MASOCHISMO

Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile

DAVANTI AL DINAMISMO POLITICO DI BERLUSCONI, SALVINI E MELONI SI FANNO CONTAGIARE DALLA SINDROME DI AUTOSUFFICIENZA… AVEVANO DATO PER SPACCIATO IL CAVALIERE, ORA I PIANI SONO SALTATI

Quella frase di Matteo Renzi, gettata là , in una conversazione con un amico, sembrava un omaggio al tatticismo.
“Non abbiamo portato lo “ius soli” in aula al Senato” spiegava il segretario del Pd in quella circostanza “anche perchè, sia in caso di vittoria, sia in caso di sconfitta avremmo dato una tribuna a Salvini. E gli avremmo dato la possibilità  di crescere a scapito di Forza Italia”.
In realtà  quest’analisi, a prima vista contraddittoria, risponde a una vera e propria strategia: anche gli avversari hanno capito che dentro il centrodestra la competizione tra i diversi soggetti della coalizione alle elezioni politiche rischia di essere foriera di grossi guai, per cui spingono su quel tasto.
C’è una sorta di sindrome da autosufficienza, infatti, che ha contagiato Matteo Salvini e, per alcuni versi, anche Georgia Meloni.
Un atteggiamento che li porta a privilegiare il risultato del partito a quello della coalizione e, come conseguenza, a far prevalere i distinguo e le differenze nel rapporto con gli alleati rispetto alle posizioni comuni.
Per cui all’orizzonte comincia a profilarsi un pericolo tutt’altro che peregrino: giocando sulla propria autosufficienza, i partiti del centrodestra rischiano di non rendere autosufficiente la coalizione.
La logica dei leghisti e di Fratelli d’Italia discende, soprattutto, da una previsione sbagliata e da una presa d’atto: sia Salvini, sia la Meloni, da un anno davano per scontato il tramonto di Silvio Berlusconi, per cui puntavano, tra una polemica e una riconciliazione, ad assorbire l’elettorato di Forza Italia; ora il ritrovato dinamismo del Cav e la centralità  degli azzurri, ha mandato all’aria quel processo che consideravano irreversibile, e ha scompigliato i loro piani.
Piani, diciamoci la verità , che si basavano su un paradosso: al di là  delle fumisterie e delle elucubrazioni politiciste, per vincere il centrodestra ha bisogno che Forza Italia raggiunga almeno il 20 per cento (ed è un calcolo per difetto); ostacolare o, peggio, sabotare un obiettivo del genere, significa mettere a repentaglio il successo dell’alleanza.
Per cui se Salvini, e in misura minore la Meloni, non asseconderanno il Cav, delle due l’una: o stanno commettendo un errore madornale, o non puntano a vincere.
Per essere più chiari, convinti che questa legge elettorale non dia chance di vittoria a nessuno, danno l’impressione di pensare più al risultato del loro partito, che non a quello della coalizione.
C’è, insomma, in embrione, una sorta di masochismo che somiglia in qualche modo, sia pure con conseguenze meno letali, a quello che sta andando in scena a sinistra.
I segnali di una simile “involuzione” non mancano.
I “niet” di Salvini ai tentativi di allargare il campo della coalizione al centro: prima il “no” ai reduci di Scelta Civica, poi quello a Flavio Tosi.
E ancora, se per la coalizione il leader leghista ha scelto uno schema “non inclusivo”, per la Lega, invece, è tutto il contrario: si è già  visto alle elezioni siciliane l’apertura alla destra; e, ora, per le politiche, Salvini punta a ripetersi, aprendo le porte ai superstiti di Alleanza Nazionale.
E, altra contraddizione, la disponibilità  verso Gianni Alemanno e soci, cozza con il trattamento brusco che il leader leghista sta riservando a Umberto Bossi, accusato di filo-berlusconismo.
“A volte Salvini non lo capisco proprio” conferma il capogruppo dei senatori leghisti, Gian Marco Centinaio. “Se lui apre agli ex-An, scelta che considero un errore, non può, poi, fare lo schizzinoso sugli alleati di Berlusconi”.
La prova del nove si avrà  quando si arriverà  alla scelta delle candidature per i collegi uninominali: se Salvini non si farà  carico anche delle esigenze dell’ala centrista dello schieramento, vorrà  dire che ha maturato l’idea che per lui arrivare al governo del Paese ha un senso, solo come conseguenza del suo successo personale, in quella sorta di primarie in cui si sono trasformate le elezioni politiche dentro il centrodestra.
“Non penso che sia così” è il commento laconico di Paolo Romani, “ma se Salvini non vuole governare, vorrà  dire che governeremo con altri”.

(da “Panorama”)

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