Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
DOPO CHE LA LEGA AVEVA RICEVUTO UN CONTRIBUTO DI 75.000 EURO DA UNO DEI PRINCIPALI OPERATORI DEL SETTORE, IL GOVERNO HA CONTRACCAMBIATO
C’è un emendamento al decreto fiscale, approvato al Senato, che fa molto discutere. L’opposizione parla di “condono marchetta”.
Oggetto del contendere è la possibilità per i produttori di sigarette elettroniche di sanare il loro debito da 187 milioni con lo Stato versando appena il 5% dell’imposta. Un’offerta molto generosa.
Se non fosse che uno dei principali operatori italiani del settore dei liquidi per sigarette elettroniche – la Vaporart – ha finanziato con 75 mila euro la campagna elettorale della Lega di Matteo Salvini.
“Nel decreto fiscale c’è una norma, all’articolo 8, che condona ben 177 milioni alle aziende che producono sigarette elettroniche”, dice il senatore Luciano D’Alfonso, relatore di minoranza.
“Due sentenze della Corte costituzionale e del Tar del Lazio hanno stabilito che queste aziende devono allo Stato 187 milioni di euro di maggiori imposte da versare rispetto a quelle dichiarate nel periodo 2014-2018, sui prodotti succedanei del tabacco e sui prodotti liquidi da inalazione. La norma del Dl fiscale prevede una sanatoria di quanto dovuto con il versamento di un importo pari al 5% del totale dell’imposta da versare. Un vero e proprio condono. In sostanza queste aziende, versando 9 milioni di euro, evitano di pagare i restanti 177 milioni dovuti all’erario. Esattamente l’importo che servirebbe ai comuni italiani per alimentare il fondo progettazioni sicurezza scolastica. Complimenti al governo”.
Anche l’ex premier Matteo Renzi parla di “marchetta”. “Oggi in Aula al Senato per votare contro il Decreto Fiscale. Tra le cose più sconvolgenti il regalo di 177 milioni di euro a chi ha finanziato la campagna elettorale della Lega e di Salvini”, scrive su Facebook postando la foto di un appunto scritto a mano in cui si legge:
“La Lega ha ricevuto un finanziamento elettorale da uno dei principali operatori italiani delle sigarette elettroniche: 75mila euro. Oggi il governo e la maggioranza ci chiedono di votare il decreto fiscale che, all’art.8, regala 177 milioni di euro. A chi? Ovviamente ai produttori di sigarette elettroniche. Questo non è un condono, è una marchetta”.
(da agenzie)
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Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
UN IMPONIBILE IRRISORIO PER CHI E’ ANCHE COMPROPRIETARIO DI 4 FABBRICATI E 9 TERRENI
Antonio Di Maio, padre del leader M5S Luigi, nel 2017 ha dichiarato al Fisco italiano la
modica cifra di 88 euro.
È quanto emerso dalle dichiarazioni dei redditi per il 2017 pubblicate sul sito web di Palazzo Chigi.
La notizia è nota da diversi mesi, ma ritorna attuale alla luce dell’inchiesta de Le Iene sull’azienda della famiglia Di Maio, la Ardima Srl, nella quale avrebbero lavorato diversi lavoratori in nero.
Un motivo di forte imbarazzo per il vicepresidente del Consiglio, leader di un partito che ha fatto della trasparenza e dell’onestà le sue bandiere.
Anche perchè l’imponibile dichiarato mal si concilia con i nove terreni e quattro fabbricati di cui papà Di Maio è comproprietario, a vario titolo.
Intanto l’inchiesta de Le Iene prosegue: si allargano le irregolarità dell’impresa edile di famiglia del vicepremier (oggi ne è socio al 50%).
Infine contro il padre di Di Maio potrebbe aprirsi un altro fronte legato ad alcune strutture che si trovano su un terreno di sua proprietà nel vicino comune di Mariglianella, sempre nel napoletano, su cui la polizia municipale ha avviato accertamenti.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
INTANTO NON SI FERMA L’ITER VERSO LA PROCEDURA DI INFRAZIONE: VIA LIBERA DAGLI ALTRI PAESI
“Puoi essere flessibile quanto vuoi, ma le regole non possono andare ignorate”.
Pierre Moscovici parla in conferenza stampa dalla sede della Commissione Europea a Parigi. Il Commissario agli Affari Economici parla di dialogo con Roma, insiste a dire che la squadra di Juncker ha ancora la “mano tesa” verso il governo gialloverde anche dopo la bocciatura del documento programmatico di bilancio.
Ma senza novità , senza una revisione di quel documento, senza nuove ‘carte’ per Bruxelles, l’iter verso una procedura di infrazione va avanti.
Perchè ci sono regole e tappe prestabilite che non possono essere ignorate.
Giovedì l’ok alla ‘punizione’ per Roma arriverà dai tecnici del Tesoro degli altri Stati membri, lunedì c’è un’altra riunione dell’Eurogruppo, martedì l’Ecofin, e così via. L’Europa va avanti, mentre Matteo Salvini fa sapere che il governo non sta preparando alcun nuovo documento per Bruxelles.
E’ questa la cornice di oggi, che sembra mandare in fumo gli sforzi degli ultimi giorni, i propositi di dialogo annunciati dopo la cena di sabato scorso tra Jean Claude Juncker, lo stesso Moscovici, il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis e il premier Giuseppe Conte, accompagnato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria.
Sembrava che il governo stesse valutando la modifica dei saldi contenuti nel documento programmatico di bilancio bocciato dalla commissione, che stesse rivedendo al ribasso quel deficit al 2,4 per cento che ha fatto arrabbiare tutta l’Europa. Ma oggi la frenata di Salvini riporta tutto alla casella di partenza e certo non ferma la macchina che si è avviata a Bruxelles verso una procedura di infrazione per deficit eccessivo basata sul debito, considerata “giustificata” dalla Commissione.
Per ora, si va avanti. Certo, fanno sapere fonti di Bruxelles, il governo italiano può presentare la sua correzione del documento bocciato in ogni momento nei prossimi mesi: la procedura non verrà formalmente aperta prima di gennaio (per il 22 gennaio è convocata la riunione dell’Ecofin che potrebbe deciderla).
Ma nell’attesa di capire quali siano le reali intenzioni dell’esecutivo Conte, in Europa vanno avanti. Perchè tutti gli altri Stati membri non sono contenti di questo braccio di ferro con Roma. Si sono schierati tutti a favore della ‘punizione’ e nei prossimi giorni lo faranno in maniera formale.
Giovedì i direttori del Tesoro degli altri Stati europei si riuniranno in teleconferenza a Bruxelles nel loro apposito comitato: il Comitato economico e finanziario che fa capo all’Ecofin, il Consiglio dei ministri dell’Economia dei paesi dell’Unione.
Il loro parere è fondamentale dopo che la Commissione mercoledì ha confermato la bocciatura per Roma.
E a Bruxelles si dà per scontato il loro sì: si proceda. A quel punto, ci saranno passaggi di discussione nell’Eurogruppo di lunedì e nell’Ecofin di martedì prossimo. Del resto, il Comitato economico e finanziario ha deciso di affrontare ‘l’affaire Italia’ già dopodomani proprio in preparazione degli appuntamenti della prossima settimana. Anticipa insomma, pur avendo tempo fino al 5 dicembre, formalmente, per decidere.
Consumati questi passaggi, la Commissione formulerà la sua raccomandazione per l’Italia da sottoporre all’Ecofin di gennaio per l’apertura formale della procedura. Prevedibile che lo faccia prima di Natale.
Ma d’ora in poi, al netto dei ‘no’ di Salvini, ogni momento è buono per l’Italia per fermare questa macchina che porta dritto alle sanzioni, a partire dall’obbligo di riduzione annuale del debito del 3,5 per cento già dal 2019.
“Non sono mai stato un partigiano delle sanzioni”, dice Moscovici. “Sono sempre stato un commissario favorevole alla flessibilità , aperto al dialogo tra Roma e Bruxelles, legato a un’Italia che rimanga al centro della zona euro”.
Ma dall’Italia non stanno arrivando segnali concreti. Bruxelles prevede che l’anno prossimo il deficit italiano arriverà al 2,9 per cento del pil, non si fermerà al 2,4 previsto nel documento di bilancio attuale, quello bocciato dalla Commissione.
Da qui la richiesta di correzione: per non costruire altri pesi sul debito italiano già alto, al 131 per cento del pil.
“E’ interesse di tutti rispettare le regole – insiste Moscovici – Non sono nè rigide, nè stupide, ma sono flessibili. Un debito pubblico che aumenta all’eccesso è un debito pubblico più costoso che obera tutti i margini di manovra per finanziare politiche e servizi pubblici. Un paese indebitato è un Paese che non ha margine”, il debito dell’Italia rappresenta “mille euro” per ogni cittadino italiano, “alla fine sono sempre gli italiani più poveri che finiscono per pagare più di quelli ricchi”.
Moscovici continua a tenere canali di trattativa con Tria, dice di “tenere molto” alla “stretta” relazione di “fiducia” instaurata con lui. Ma senza il lasciapassare di Salvini e anche dell’altro vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio, da Roma non si muove nulla di concreto.
A Bruxelles aspettano, ma nel frattempo non si fermano. Si fermeranno solo in presenza di un nuovo documento che attesti la retromarcia italiana, alla luce dei rilievi della Commissione.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
LO STOP ALLA COMMESSA SUI DRONI FA SALTARE TUTTI GLI ORDINI ARABI
Il 22 novembre del 2018 Piaggio Aerospace, in forte tensione finanziaria dal 2015, ha
alzato bandiera bianca spiegando in una nota di avere preso “la difficile decisione di presentare istanza al ministero per lo Sviluppo economico per accedere alla procedura di amministrazione straordinaria (cosiddetta Legge Marzano), considerato lo stato di insolvenza della società ”.
A fare precipitare la situazione, la mancata conferma da parte del governo di Lega e Movimento 5 stelle della maxi commessa di venti droni P.2HH (corrispondenti a dieci sistemi) da 766 milioni voluta dall’ex ministra della Difesa, Roberta Pinotti.
Tale progetto si inseriva in un più ampio accordo bilaterale con l’Aeronautica degli Emirati Arabi, che pure si era impegnata a investire una cifra analoga a quella dell’Italia nello sviluppo e nell’acquisto degli stessi velivoli militari senza equipaggio. Ora che è sfumata la commessa dell’Aeronautica italiana, salta anche quella, collegata, di Abu Dhabi, per un totale di circa 1,5 miliardi.
Ma c’è di più. “Gli Emirati Arabi — spiega Antonio Apa, segretario generale Uilm Genova (dove Piaggio impiega circa 300 degli oltre 1.200 dipendenti) — avevano ordinato anche otto droni (quattro sistemi, ndr) da 400 milioni della versione precedente, i P.1HH, che sono praticamente finiti. Ma ora gli arabi non li vogliono più”. I 400 milioni sembra siano riferiti all’investimento effettuato da Piaggio Aerospace per svilupparli e realizzarli.
Insomma, il disimpegno degli Emirati Arabi nell’azienda italiana sembra essere totale. In primo luogo, come azionista, se si considera che Piaggio è in mano al fondo sovrano Mubadala di Abu Dhabi che, sempre il 22 novembre, “con rammarico” ha preso atto della richiesta di accesso alla procedura di amministrazione straordinaria. “Negli ultimi 12 anni — ha spiegato il fondo in una nota — Mubadala ha investito in modo significativo in Piaggio Aerospace (si stima oltre 1 miliardo, ndr), apportando consistenti capitali, promuovendo l’efficienza operativa e lo sviluppo di un piano industriale per nuovi potenziali programmi di Piaggio Aerospace”.
“Dopo l’approvazione del piano di risanamento ai sensi dell’articolo 67 della legge fallimentare nel dicembre 2017 — ha proseguito il fondo emiratino — Mubadala ha continuato a sostenere la società nei suoi sforzi per la creazione di un business sostenibile e redditizio. Tuttavia, le principali fondamentali assunzioni del piano di risanamento non si sono verificate e Mubadala non è in condizione di apportare ulteriori risorse finanziarie in Piaggio Aerospace in assenza di concrete prospettive di raggiungimento di una situazione di autofinanziamento e redditività delle attività ”.
Oltre al disimpegno di Mubadala, va registrato anche quello dello stesso governo emiratino suo azionista, che come visto sembra proprio avere bloccato tutti gli ordini di droni, sia vecchi sia nuovi. P
iù nel dettaglio, almeno una parte di queste commesse era stata portata avanti nel concreto tramite il veicolo di investimento Adasi (Abu Dhabi Autonomous Systems Investments), che fa sempre capo al governo emiratino ed è specializzato nel settore della difesa. Non a caso, proprio Adasi, in affari con Piaggio dal 2010 (quando Mubadala ancora era azionista di minoranza), all’inizio di novembre sembra abbia annullato un importante ordine.
Che cosa accadrà ora a Piaggio Aerospace?
Innanzi tutto, stando alle ultime indiscrezioni, il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, avrebbe avviato il commissariamento, sebbene non sia ancora chiaro se dotare la società con quartier generale a Villanova d’Albenga, in provincia di Savona, (dove lavorano la maggior parte dei dipendenti) di una struttura con un solo capoazienda o con tre timonieri scelti dal governo (sulla falsa di riga di Alitalia).
La mattina del 26 novembre, inoltre, il presidente della Liguria, Giovanni Toti, ha chiesto formalmente al ministero dello Sviluppo economico di anticipare il tavolo su Piaggio Aerospace, inizialmente previsto per venerdì 7 dicembre a Roma.
Che cosa accadrà se, per esempio, il governo dovesse cambiare idea sulla commessa da 766 milioni e farla ripartire? Il principale dubbio verte sull’effettiva possibilità di conferire un ordine così importante a un’azienda in stato di insolvenza.
“Per garantire la continuità produttiva dell’azienda, alla luce del disimpegno degli arabi — afferma Apa — chiediamo che i 766 milioni che devono essere sbloccati dal governo non vadano più per i droni P.2HH, non ancora esistenti, ma per i P.1HH, che sono invece pronti. Ora sono importanti la nomina del commissario o dei commissari e la messa a punto di un piano di risanamento con l’obiettivo di trovare un partner”.
Da tempo circola il nome di Leonardo, già principale partner di Piaggio Aerospace per lo sviluppo della piattaforma del P.1HH, ma c’è chi ipotizza anche la Cassa depositi e prestiti.
Senza contare che se dovesse tornare di attualità la commessa italiana da 766 milioni non è detto che Mubadala, e quindi il governo arabo, non ci ripensi.
La situazione è più incerta e complicata che mai. “Ma per noi — conclude Apa — c’è un punto fermo: il modello deve essere quello di Ilva, non vogliamo cioè altri sacrifici dei lavoratori dopo quelli degli ultimi anni”.
(da Business Insider”)
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Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
DALLA PROMESSA DI 17 MILIARDI L’ANNO A 9, DA 780 EURO A TESTA A 177 EURO
Enrico Marro sul Corriere della Sera torna sul reddito di cittadinanza e sugli importi destinati alle famiglie in povertà relativa, confrontando le promesse della campagna elettorale con la realtà degli stanziamenti di oggi, che, come era stato fatto notare a più riprese, non fanno tornare i conti.
Nella passata legislatura i 5 stelle presentarono nel 2013 una proposta di legge che già indicava un sussidio fino a 780 euro al mese per chiunque non arrivasse a questo reddito, prevedendone il costo annuo, sulla base delle stime fatte dall’Istat, in quasi 17 miliardi all’anno.
Questa misura fu quindi riproposta nel programma elettorale del Movimento guidato da Luigi Di Maio, precisando che il sussidio sarebbe andato a 9 milioni di poveri, che una famiglia di 4 persone «può arrivare a percepire anche 1.950 euro» al mese e che circa 2 miliardi sarebbero stati destinati al potenziamento dei centri pubblici per l’impiego che avrebbero gestito la riforma.
Mantenendo fermi i punti cardine la proposta fu quindi trasferita nel cosiddetto «contratto di governo» alla base dell’esecutivo Conte. Anzi, al reddito di cittadinanza, si aggiunse la pensione di cittadinanza per tutti i pensionati poveri, il cui assegno sarebbe stato appunto integrato fino a 780 euro.
Ma proprio queste premesse dimostrano che la realtà sarà diversa da quanto promesso in campagna elettorale.
Sono stati stanziati 9 miliardi totali, dimezzando il fabbisogno indicato dallo stesso MoVimento 5 Stelle.
E il bello è che i conti non tornano lo stesso:
Se prendiamo gli 8 miliardi destinati complessivamente a reddito e pensioni di cittadinanza e li dividiamo per i 5 milioni di persone in condizioni di «povertà assoluta» secondo l’Istat, otteniamo una media di 1.600 euro all’anno, cioè 133 euro al mese per 12 mesi. Anche riducendo l’erogazione a 9 mesi, perchè ora si ipotizza che i primi assegni verranno pagati ad aprile, si sale solo a 177 euro al mese.
Prendendo più correttamente a riferimento le famiglie in povertà assoluta (1,8 milioni) perchè il requisito per ottenere il sussidio sarà l’Isee, cioè l’indicatore della ricchezza familiare, si ottiene che ad ogni famiglia dovrebbero andare in media 4.444 euro all’anno, cioè 370 euro al mese su 12 mesi o 493 euro su 9 mesi.
E c’è da sottolineare che questi sono i numeri indicati dal governo prima della trattativa con Bruxelles: sarà difficile sostenere la tesi che li abbiano cambiati per colpa loro.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
IL DATO PEGGIORE DEGLI ULTIMI 5 ANNI, HANNO CHIUSO 20.000 NEGOZI, ANCHE LA GRANDE DISTRIBUZIONE IN AFFANNO
Sulla Stampa si riepilogano i dettagli del crollo dei consumi, il più forte dal periodo
2012-2014 quando la recessione fece crollare del 3% le vendite al dettaglio: nei primi nove mesi del 2018 il calo è arrivato al 2%.
Ed è «una frenata allarmante», «che influenza in maniera determinante la crescita dell’intera economia», sentenzia il Cer.
Che in uno studio realizzato per Confesercenti prospetta una fine anno preoccupante per i consumi, con la crescita prevista per il 2018 ferma all’1%, contro l’1,4% auspicato dal Documento di economia e finanza, ed una situazione di debolezza destinata a proseguire sino a tutto il 2020 con un calo medio della spesa annua pari a 5 miliardi di euro.
La nuova frana tocca praticamente tutti i settori commerciali e tutti i canali di vendita, dal piccolo dettaglio alla grande distribuzione organizzata.
A patire di più sono i negozi di pelletterie e calzature che dal +2,3% dei primi nove mesi del 2017 nel 2018 perdono il 2,4%, seguiti a ruota da quelli che vendono abbigliamento (che passano da +0,8 a -1,8%).
Pur restando in campo positivo rallentano anche telefonia ed informatica e perdono terreno i farmaci (-1,4%) ed i giocattoli (-1,4%).
Poi continua la crisi di libri, giornali e riviste (che da -1,8% arrivano a toccare il -3,3%) ed anche gli alimentari frenano dimezzando la loro crescita (+0,7% anzichè +1,4%).
C’è un solo comparto in controtendenza, quello degli elettrodomestici. In soldoni si tratta di circa 900 milioni di euro di fatturato in meno, il 2% in meno rispetto ad un anno prima e circa 20mila negozi che hanno cessato l’attività .
Anche i grandi gruppi pagano dazio. Tra gennaio e settembre la grande distribuzione organizzata è cresciuta appena dello 0,2% contro il +2% dell’anno passato.
(da agenzie)
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Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
I CONTI DEL FINANCIAL TIMES: UNA VERA E PROPRIA STANGATA, NESSUNO SI SALVERA’
L’accordo sulla Brexit voluto dal governo di Theresa May costerà ai cittadini britannici fino a 1.100 sterline in più a testa l’anno rispetto a quanto sarebbe avvenuto se il Regno Unito fosse rimasto nell’Unione europea.
E’ quanto trapela da una ricerca del National Institute of Economic and Social Research (Niesr), pubblicata dal Financial Times.
Il Niesr è un think tank indipendente e il suo studio, commissionato dal People’s Vote, sostiene che l’accordo voluto dal premier May, prevede una Brexit meno dannosa rispetto all’uscita dall’Ue senza accordo, ma non indolore.
L’accordo May infatti, secondo il Niesr, lascerà la Gran Bretagna entro il 2030 con 100 miliardi di sterline in meno rispetto a quanto sarebbe avvenuto senza l’uscita dall’Ue e con un Pil più basso del 3,9%.
“L’equivalente che perdere la produzione economica del Galles o della City di Londra” spiega il Niesr, il quale sostiene che, anche se l’accordo May verrà ratificato dal Parlamento britannico, i cittadini britannici non otterranno i “dividendi” promessi dal ministro dell’Economia Philip Hammond, a causa della grande incertezza che permangono sulle eventuali relazioni commerciali tra il Regno Unito e l’Ue.
Hammond ha sostenuto che con l’accordo i cittadini britannici sarebbero stati molto meglio che restando nell’Ue, mentre il Niesr calcola che ogni cittadino britannico perderà fino a 1.100 sterline a testa l’anno, fino al 2030, cioè per i 10 anni che seguiranno all’uscita della Gran Bretagna dall’Ue nel 2019.
(da agenzie)
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Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
PESANO I DAZI VOLUTI DAL PRESIDENTE, A SPASSO 14.700 LAVORATORI… L’IMPORTAZIONE DELLE MATERIE PRIME HA COMPORTATO UN AUMENTO DEI COSTI DI UN MILIARDO DI DOLLARI
General Motors ridurrà la propria forza lavoro in Nord America del 15%, tagliando di fatto
14.700 posti. Gm potrebbe anche chiudere cinque impianti in Nord America entro la fine del prossimo anno.
Quattro stabilimenti negli Stati Uniti e uno in Canada potrebbero essere chiusi alla fine del 2019 nel caso in cui non fosse raggiunto un accordo con i sindacati per allocare maggiore lavoro in questi impianti.
La decisione assunta dalla casa automobilistica è una diretta conseguenza della guerra commerciale avviata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump nei confronti di Unione Europea e Cina.
Nel complesso, fino ad ora, i dazi hanno portato a un aumento dei costi di circa un miliardo per l’acquisto di materie prime, riporta il Financial Times.
L’azienda ha annunciato di voler interrompere la produzione in tre impianti di assemblaggio e due impianti di produzione di motori negli Stati Uniti e in Canada e due siti a livello internazionale.
L’obiettivo è ridurre i costi di 4,5 miliardi di dollari e ridurre la spesa in conto capitale di 1,5 miliardi di dollari all’anno.
L’elenco degli impianti nordamericani coinvolti comprende quello di Lordstown, Ohio, dove si produce la Chevrolet Cruze; la fabbrica di Detroit-Hamtramck, dove vengono prodotte la Chevrolet Volt, la Buick LaCrosse e la Cadillac CT6; e la fabbrica di Oshawa, in Ontario, dove viene prodotta la Chevrolet Impala. Allo stop saranno interessati anche gli impianti di Baltimora e di Warren, nel Michigan, dove vengono prodotti motori e sistemi di trasmissione.
Il United Auto Workers, il sindacato dei metalmeccanici americano, dichiara guerra a General Motors e alla sua decisione di fermare la produzione in alcuni impianti negli Stati Uniti. “La decisione spietata di Gm di ridurre o fermare le operazioni in impianti americani, aprendo o aumentando quella negli stabilimenti in Messico e in Cina, danneggia profondamente i lavoratori americani” afferma il vice presidente del Uaw, Terry Dittes. “Le decisioni di Gm, alla luce delle concessioni ottenute durante la crisi e il salvataggio con soldi pubblici, mettono i profitti prima della famiglie che lavorano”.
(da agenzie)
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Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
NEL 2018 ERANO “SOLO” 16 MILIONI, ORA DIVENTANO 31…SONO SOLDI CHE IL MINISTRO GESTISCE “A SUA DISCREZIONE”, PERFETTAMENTE CONSONA AL PERSONAGGIO
Matteo Salvini raddoppia.
In un emendamento presentato dal Viminale alla legge di bilancio c’è la disposizione di raddoppiare quasi del 100% i fondi a disposizione del ministro dell’Interno.
Soldi a disposizione diretta del leader della Lega per le esigenze del ministero.
La denominazione della norma è infatti la seguente: “Integrazione del Fondo Gabinetto Ministro”. E “incrementa di 15 milioni a decorrere dal 2019 il fondo per provvedere a eventuali sopraggiunte maggiori esigenze di spese per acquisto di beni e servizi”.
Il codicillo del ministero dell’Interno prevede anche la copertura: “Riduzione del fondo attuazione programma di governo”. Che non è altro che la cassaforte che contiene i denari per reddito di cittadinanza e riforma della Fornero.
Una riserva di soldi a disposizione discrezionale del ministro di turno esiste dal 2002. Ma la sua entità è diminuita nel corso degli anni.
Che per l’anno venturo verranno raddoppiati, potendo essere utilizzati per tutte quelle necessità (benzina, mezzi, strumentazione) ritenute indifferibili dal vicepremier.
(da agenzie)
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