Febbraio 6th, 2019 Riccardo Fucile
“REDDITO DI CITTADINANZA E’ UN DISINCENTIVO AL LAVORO”
Alla vigilia della sforbiciata europea alle stime di crescita e mentre il decretone incassa in
Parlamento gli appunti da parte delle istituzioni e delle associazioni, il Fondo monetario internazionale sferza l’Italia nel suo consueto report sul Paese.
A cominciare proprio dal tema della crescita, che è rallentata e mette ora in rialzo il rischio di recessione.
Il rapporto, stilato nello scorso dicembre, rileva che le debolezze strutturali dell’Italia sono alla base della perfomance economica del Belpaese, per il quale “i rischi sono significativi e sono al ribasso”.
Secondo il Fondo, in caso di un acuto stress dell’Italia l’effetto contagio potrebbe essere globale e significativo. “Uno stress acuto in Italia potrebbe spingere i mercati globali in territori inesplorati”.
Reddito di cittadinanza bocciato
Sulle misure cardine del governo Lega-M5s la diagnosi non è tenera. A cominciare dal Reddito di cittadinanza, che secondo l’istituzione di Washington prevede un incentivo “molto alto, fissato al 100% della linea di povertà relativa in confronto al 40-70% indicato nelle buone pratiche internazionali”.
Come hanno rilevato Confindustria e altri osservatori, il timore è che si trasformi in un disincentivo al lavoro: “I benefici sono relativamente più generosi al Sud, dove il costo della vita è più basso – si legge – con l’implicazione di maggiori disincentivi al lavoro così come di rischi di dipendenza dalla misura di welfare”.
Anche la scala di equivalenza che penalizza le famiglie più numerose finisce nel mirino: “Sebbene i benefici siano finalizzati ai poveri, quelli aggiunti si riducono troppo rapidamente al crescere dei componenti del nucleo familiare, penalizzando le famiglie più numerose mentre i pensionati sono trattati in modo preferenziale. Controlli adeguati saranno essenziali per un efficace controllo dei destinatari del reddito”.
Anche Quota 100 nel mirino
Non scappano alla rete del Fmi neanche le norme previdenziali.
Iniziative come Quota 100 “aumenteranno ulteriormente la spesa pensionistica, imporranno un onere ancora maggiore sulle generazioni più giovani, lasceranno meno spazio alle politiche di crescita pro-crescita e porteranno a tassi di occupazione più bassi tra i lavoratori più anziani”.
In aggiunta, dice il Fondo, “sulla base delle esperienze in altri paesi è improbabile che l’ondata prevista di pensionamenti possa creare altrettanti posti di lavoro per i giovani”.
Il timore in questo caso si ribalta sulla tenuta delle finanze pubbliche. “Anche a politiche invariate – continua l’Fmi – l’Italia dovrà far fronte a pressioni pensionistiche significative nei prossimi 2-3 anni, che metterà a dura prova i conti pubblici”.
Di qui “l’urgenza di razionalizzare gli eccessi all’interno del sistema” previdenziale, “ad esempio collegando strettamente le prestazioni ai loro contributi), mantenendo l’indicizzazione dell’età pensionabile all’aspettativa di vita e adeguando i parametri pensionistici” alle disponibilità .
(da agenzie)
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Febbraio 6th, 2019 Riccardo Fucile
“CHALENCON NON E’ IL NOSTRO PORTAVOCE, NOI CI SIAMO RIFIUTATI DI INCONTRARE I GRILLINI”
Ingrid Levavasseur smentisce totalmente che Christophe Chalencon, l’uomo incontrato ieri da Luigi Di Maio nella banlieue di Parigi, sia portavoce della lista di Gilet Gialli Ric da lei guidata.
“E’ falso”, dice la capolista a Le Monde. “Si è voluto mettere in mostra con gli italiani”. Levavasseur aggiunge di essere stata informata solo all’ultimo dell’incontro, a cui si era opposta. “Sapevo che c’erano contatti, ma avevo risposto che noi non incontriamo nessuno”.
L’incontro con Di Maio, “non ha alcun legame con la lista Ric”.
L’esponente dei Gilet gialli si dice “sbalordita” per come si sono svolti i fatti. “È orribile, un’usurpazione totale. Una spogliazione di tutto il nostro lavoro. E’ un mondo di pescecani che accede al centro del nostro progetto. È davvero terribile”.
Già ieri, dopo l’incontro con il vicepremier grillino, lo stesso Chalencon aveva precisato al quotidiano Le Parisien su una possibile alleanza con il M5S per le europee: “Niente affatto. La nostra lotta è molto mediatizzata” in Italia e “volevamo incontrarli”
Anche gli altri due leader dei gilet gialli, Maxime Nicolle e Eric Drouet, avevano escluso qualsiasi incontro con Di Maio.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 6th, 2019 Riccardo Fucile
CHRISTOPHE CHALENCON FINO A TRE ANNI FA ERA UN MILITANTE DEL PARTITO DI MARINE LE PEN
Christophe Chalenà§on è il sedicente leader dei Gilet Gialli che ieri Luigi Di Maio e Alessandro
Di Battista hanno incontrato all’Hotel de France di Montargis in quel di Parigi.
Islamofobo di estrema destra, ieri ha regalato ai media due versioni diverse dell’incontro: «Non parliamo ancora di alleanza, ma certamente di dialogo», ha detto all’Ansa subito dopo.
Ma un’ora dopo, mentre Di Maio e Di Battista sono in volo convinti di avere in tasca un accordo, ha spiegato a Le Parisien: «Nessuna alleanza, volevamo scoprire questo partito e capire bene il suo posizionamento politico rispetto alla Lega”
Anais Ginori, inviata di Repubblica a Parigi, racconta che il gilet giallo che vuole dialogare con i 5S è un ammiratore dei Generali, gli unici — secondo lui — in grado di organizzare un «governo di transizione per ascoltare il popolo».
Qualche settimana prima di sognare pubblicamente un golpe, Chalenà§on aveva immaginato l’arrivo di un “comandante” per guidare l’esecutivo, citando in particolare l’ex capo di stato maggiore Pierre De Villiers, cacciato da Macron un anno e mezzo fa.
Inviso all’ala più “pura” incarnata dal camionista Eric Drouet e dal blogger Maxime Nicolle, che lo vedono come un “traditore”, il gilet giallo del Vaucluse — uno dei feudi di Marine Le Pen — ha subito cercato i riflettori.
Nelle sue riflessioni su Facebook non perde occasione di creare polemiche: ha postato le foto di un maiale da mangiare in porchetta con una dedica speciale «ai musulmani estremisti».
Nel 2015 annunciava la militanza nel Front National per rispondere al “flagello silenzioso” della immigrazione.
Titolare di impresa di serramenti che ha fatto affari in Tunisia, 52 anni, padre di tre figli, Chalenà§on è passato con un altro gruppo di Gilet Gialli, rispondendo al controverso invito dell’ex faccendiere di destra Bernard Tapie per discutere di un lancio in politica.
Su Facebook aveva scritto: “la guerra civile è inevitabile” e ha auspicato la formazione di “un governo di transizione per ascoltare e comprendere la gente”, facendo appello “al signor Macron e, se non vuole piegarsi, ai militari”.
(da agenzie)
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Febbraio 6th, 2019 Riccardo Fucile
GIALLOVERDI DIVISI SU TUTTO, GIORGETTI NON VEDE UN FUTURO
La maggioranza Lega-M5S è al capolinea, sentenzia oggi il retroscenista Francesco Verderami sul Corriere della Sera.
E la figura maestosa (si fa per dire) del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti si staglia prepotente sul pronostico.
Perchè, argomenta Verderami, i gialloverdi sono divisi su tutto: dalla TAV alla Diciotti passando per l’autonomia. E lo sgarbo dell’invio dell’analisi costi-benefici alla Francia senza avvertire l’alleato è soltanto uno degli episodi che fanno dire che “è finita prima ancora che finisca”.
Anche se sul tavolo c’è ancora un’arma di ricatto o qualcosa su cui litigare, ovvero l’autonomia di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.
Il passaggio per il ministro dell’Interno è delicato: per questo motivo ha imposto la consegna del silenzio ai dirigenti leghisti. Solo che i dirigenti leghisti tra loro parlano.
Così la scorsa settimana a Bergamo, durante la festa della Lega lombarda, il sottosegretario alla presidenza Giorgetti ha detto che «se non dovesse passare l’Autonomia regionale come la chiediamo noi, e come peraltro è scritto nel contratto, io mi ritirerei dal governo. Restarci non avrebbe senso».
Il pronostico di Verderami è che il punto di rottura potrebbe essere trovato presto, anche prima delle elezioni europee che sembravano diventare un punto di svolta:
La verità è che il «mediatore» si trova imbrigliato tra Di Maio e Salvini. I due vicepremier non possono sbagliare: il primo si gioca solo il governo, il secondo rischia anche personalmente. Entrambi mirano a scaricare sull’altro la responsabilità della rottura. Ecco spiegato il motivo per cui non c’è certezza sulla deadline, che – secondo rappresentanti di governo leghisti – «potrebbe essere anticipata prima delle Europee». In quel caso non ci sarebbero i numeri per altri esecutivi.
L’opzione M5S-Pd è impraticabile, «i dem non sono pronti», spiega un esponente grillino. E un gabinetto di centrodestra con i transfughi dei Cinque Stelle non lo vorrebbe Salvini: intestarsi una simile operazione per gestire poi la prossima Finanziaria, vorrebbe dire ripercorrere la strada di Renzi. Che vinse alle Europee e poi perse tutto.
Ma se le alternative sono finite c’è solo una strada da percorrere: le urne.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 6th, 2019 Riccardo Fucile
LA CANCELLAZIONE DELLA PROTEZIONE UMANITARIA IMPATTA SU CHI E’ IN ITALIA DA MOLTO TEMPO E HA GIA’ SEGUITO UN PERCORSO DI INTEGRAZIONE
Ogni giorno analizzano due o tre casi a testa. Per ore, ascoltano storie di persone arrivate
dall’altra parte del mondo, per sfuggire da guerre, fame o persecuzioni. Decidono del loro destino, applicando le leggi e le conoscenze imposte al loro ruolo.
Sono i membri delle 20 commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale.
Da quando è entrato in vigore il decreto sicurezza, a ottobre 2018, possono concederne soltanto due tipi: lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria. “Il Salvini” (come viene chiamato in gergo il decreto) ha eliminato la terza, la protezione umanitaria.
“Dall’entrata in vigore del decreto i rigetti sono aumentati molto, sono circa i 3/4 dei casi”, racconta a TPI un membro di una commissione. E la contraddizione che stupisce è che tra i più penalizzati, c’è proprio chi è più integrato.
“L’umanitaria si dava in base a un ragionamento ‘di bilanciamento’. Si valutavano le condizioni oggettive e soggettive del richiedente, sia nel Paese d’origine sia in Italia. Quindi valutando soprattutto il livello di integrazione qui”, spiega il commissario.
Mentre lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria si concedono nei casi di persecuzioni (il primo) o rischio di condanna a morte, maltrattamenti inumani o conflitti armati nel Paese d’origine (il secondo), la protezione umanitaria veniva data nelle situazioni in cui la vita, la libertà o i diritti di una persona fossero a rischio.
“Facciamo l’esempio di un cristiano copto egiziano che si sta integrando in Italia e che ha un lavoro e una casa. Se tornasse in Egitto potrebbe non essere sottoposto a una vera e propria persecuzione (caso in cui riceverebbe lo status di rifugiato), ma a diverse forme di discriminazione e a una situazione in generale non favorevole. In questo caso, il ‘bilanciamento’ penderebbe per farlo rimanere in Italia. Ma, ad oggi, per noi sarebbe un rigetto perchè non potremmo più concedergli un’umanitaria”.
Delle migliaia di richieste di protezione presentate ogni mese, la stragrande maggioranza si risolve in rifiuti. Un numero aumentato dall’entrata in vigore del “Salvini”.
Stando ai dati del Viminale, nel dicembre 2018 ci sono state 2.753 richieste di asilo presentate in Italia. Di queste l’82 per cento si sono tradotte in domande respinte, il 10 per cento in status, il 5 per cento in sussidiarie e il 3 per cento in umanitarie.
A settembre dello scorso anno, invece, prima del decreto Salvini, sulle 3.298 richieste arrivate il totale dei rigetti è stato del 72 per cento e le protezioni umanitarie concesse sono state il 17 per cento (il 7 per cento per l’asilo e il 4 per la sussidiaria).
Ma chi c’è tra quel 14 per cento in meno di umanitarie rilasciate?
“Personalmente mi sono capitati molti casi di persone che ho dovuto rigettare ma per cui in precedenza avrei proposto l’umanitaria. Me ne ricordo diversi che hanno una forte integrazione in Italia e una situazione poco stabile nel Paese d’origine. Non al punto di poterla considerare un conflitto armato (perchè è necessario che si rispettino precisi requisiti), ma comunque di sicuro fortemente instabile. Come ad esempio nel caso di alcuni Paesi del Sud America. Oppure persone che sono qui da molti anni e hanno qui figli minorenni, nati e cresciuti in Italia. Prima si concedeva l’umanitaria al genitore nell’interesse del bambino che va a scuola, ha i suoi amici e la sua vita qui. Al momento però non è più possibile e per noi è una domanda respinta”.
Quindi se ad oggi si presenta una mamma con un bimbo di 10 anni, nato qui e cresciuto qui, per la commissione sarà un rigetto?
“Si. L’unica cosa che si può fare è ‘segnalare’ al Questore, attraverso gli atti, la presenza del minore. In quel caso sarà lui a decidere o il Tribunale, quando il genitore farà ricorso”.
Oltre alle commissioni, infatti, sia il Questore che il Tribunale giocano un ruolo in queste vicende. Al Questore spetta la competenza sulle forme di permessi inserite dal decreto cosiddette “speciali”, ad esempio quelle per cure mediche. Sarà lui a decidere a riguardo, complicando un quadro in cui spetterebbe alla Commissione pronunciarsi in merito.
In più, nei casi di ricorsi, sarà il Tribunale a poter cambiare la decisone, come è già accaduto in questi mesi. Un primo caso arrivato in Cassazione ha stabilito, ad esempio, che le regole restrittive del decreto sicurezza non dovrebbero essere applicate a chi ha fatto domanda prima della sua entrata in vigore.
Ad oggi, ci sono persone che hanno fatto richiesta di asilo diverso tempo fa ma tutte le commissioni sono molto in ritardo nell’esame delle domande. Così queste persone ora rischiano di non vedersi riconosciuta la protezione umanitaria perchè nel frattempo sono cambiate le regole.
“Nei casi di rigetto ci sono volte in cui ti dispiace molto. Perchè ti rendi conto che sono persone che hanno fatto quello che avremmo fatto tutti, scappando dalla povertà ad esempio”, racconta il membro della Commissione.
“Una volta ho ascoltato la storia di una ragazza il cui padre è totalmente invalido e lei è dovuta partire perchè non riusciva a comprargli ciò di cui aveva bisogno, persino i pannoloni. Voleva prendersi cura di lui. Il suo motivo, che è economico, non ha nulla a che fare con la protezione internazionale però ti fa tenerezza quando scoppia a piangere e ti dice che le manca il papà . Lì capisci che nessuno lascia il suo Paese se non è costretto. Ma noi dobbiamo applicare la legge, anche se in alcune situazioni ti dispiace”.
(da “TPI”)
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Febbraio 6th, 2019 Riccardo Fucile
DOMANI LE PREVISIONI UFFICIALI DI BRUXELLES, SULLA BASE DELL’ANDAMENTO DELL’ECONOMIA
Sarebbe un taglio clamoroso, addirittura sotto le previsioni da poco rilasciate da Bankitalia e Fmi e che già hanno sollevato un vespaio di polemiche.
La Commissione Ue si appresta a rivedere le stime di crescita dell’Italia per il 2019, con una sforbiciata rispetto alla sua ultima previsione sul Pil di novembre (1,2%) e a quella inserita dal Governo in manovra (1%): secondo quanto riporta l’Ansa, nelle previsioni invernali che Bruxelles pubblicherà domani, nella casella della crescita italiana per il 2019 andrà uno 0,2%. Un dato, precisano fonti europee, che tiene in considerazione anche gli effetti della manovra varata a dicembre.
I numeri sulla crescita italiana sono stati ridimensionati un po’ da tutti i previsori, dopo gli sviluppi che si sono registrati a partire dalla seconda metà dell’anno scorso.
Dopo il -0,1% del terzo trimestre 2018, infatti, l’Istat ha diffuso un altro -0,2% per l’ultimo periodo dell’anno, ponendo il Belpase ufficialmente in recessione tecnica. Via Nazionale, così come il Fondo internazionale, prevedono ora una crescita allo 0,6% per il 2019.
La dinamica negativa certificata dall’Istat per il secondo semestre 2018, alla quale si sommano indicatori di previsione – come gli indici Pmi – sulle prospettive dell’attività manifatturiera in contrazione, lascia una scarsa eredità all’anno in corso: l’abbrivio economico è praticamente perso e servirebbe una crescita assai elevata nei prossimi periodi dell’anno per centrare le stime del governo.
Se la revisione fosse confermata e soprattutto il tasso di crescita durante l’anno si rivelasse tale, si aprirebbero problemi anche per il rispetto dei parametri delle finanze pubbliche.
Per quanto il ministro Tria abbia più volte ricordato come l’accordo con la Ue per evitare la procedura di deficit riguardi il disavanzo strutturale, che non tiene conto della contingenza economica, soltanto pochi giorni fa l’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica guidato da Carlo Cottarelli stimava come il debito/Pil rischi di salire, invece che scendere seppur di poco, come promesso all’Unione.
Ancora ieri, ragionando del rallentamento italiano, gli analisti della grande banca internazionale Abn Amro stimavano la possibilità che il deficit/Pil salga dalle parti del 3% quest’anno e il prossimo, suggerendo cautela intorno ai Btp: per gli analisti, fino ad ora sui mercati ci sarebbe stato troppo ottimismo nel registrare le promesse di disciplina sui conti da parte del governo e gli spread potrebbero risentire di queste delusioni.
(da agenzie)
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Febbraio 6th, 2019 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DELLE CHIACCHIERE A VANVERA: DOVEVA SALVARE I LAVORATORI, SONO STATI LICENZIATI… E ANCHE IL SINDACO DI NOVI SI LAMENTA CONTRO CHI “HA FATTO FALSE PROMESSE”
Ieri al ministero dello Sviluppo Economico si è tenuto il tavolo che ha sancito la chiusura dopo
160 anni di storia di Pernigotti, l’azienda di gianduiotti di Novi Ligure di proprietà del gruppo turco Toksoz. Luigi Di Maio non c’era.
Di Maio era in Francia, a Parigi, per incontrare Cristophe Chalenà§on dei Gilet Gialli in vista dell’alleanza con il MoVimento 5 Stelle per le elezioni europee.
Un impegno di certo più importante rispetto al destino dei cento dipendenti e dei centocinquanta interinali che da oggi sono in cassa integrazione straordinaria per integrazione o in disoccupazione mentre l’accordo per la cessazione dell’attività produttiva, raggiunto al ministero del Lavoro, prevede anche l’avvio di un piano di politiche attive per il lavoro con un primo incontro di verifica a marzo.
Non mancano gli investitori interessati, tre sono in attesa di effettuare un sopralluogo presso lo stabilimento.
L’azienda, che ha già affidato “a partner attivi sul territorio nazionale la produzione di alcune linee di prodotto” conferma “la volontà di continuare a produrre, distribuire e commercializzare i propri prodotti dolciari attraverso accordi di terziarizzazione in Italia” e s’impegna “a comunicare tempestivamente eventuali accordi di reindustrializzazione, cercando di evitare il proliferare di inutili speculazioni, come avvenuto nei mesi scorsi, per non alimentare false aspettative, prive di concreti fondamenti”.
Chissà con chi ce l’aveva l’azienda. E chissà con chi ce l’ha il sindaco di Novi Ligure Rocchino Muliere, presente all’incontro al ministero: “Il Governo si faccia carico al più presto di dare risposte ai lavoratori della Pernigotti, che oggi vedono l’azienda chiudere la produzione, dopo aver visto solo pochi mesi fa il ministro Luigi Di Maio cimentarsi in promesse e rassicurazioni”.
L’ultima volta Luigi Di Maio aveva visitato lo stabilimento Pernigotti di Novi Ligure esattamente un mese fa. Era il 5 gennaio e il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico aveva promesso che la Pernigotti, storica azienda dolciaria italiana, sarebbe rimasta in Italia e che nessuno sarebbe stato licenziato.
Come spesso gli capita di fare, Di Maio ha infatti promesso qualcosa che non poteva mantenere per il semplice fatto che quello che prometteva non dipendeva soltanto dalla sua volontà ma anche da quella di altri.
«Concederemo la Cassa integrazione per cessazione, solo se l’azienda ci garantisce la reindustrializzazione e che i lavoratori continueranno a lavorare», diceva Di Maio uscendo dall’incontro con la proprietà il 15 novembre.
I turchi però non hanno mai avuto intenzione di cedere il marchio e gli acquirenti che si sono fatti avanti non erano interessati ad acquistare lo stabilimento senza il marchio Pernigotti. E Di Maio ha concesso la Cassa Integrazione che non voleva concedere tre mesi fa.
Era una cosa che succedeva anche nella prima Repubblica, quando il ministro dell’Economia entrava in consiglio dei ministri dichiarando che svalutare sarebbe stato un grande insuccesso e se ne usciva dicendo: “Abbiamo svalutato, è stato un grande successo”.
Solo che all’epoca nessuno di quelli che stavano lì pretendeva di rappresentare il Nuovo che Avanza.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 6th, 2019 Riccardo Fucile
LA QUOTIDIANA GAFFE GRILLINA DI CHI NON SA DI COSA PARLA
“Salvini stia tranquillo, neanche io l’ho letta l’analisi costi-benefici. Però, io quando mi sveglio penso al fatto che da Roma a Pescara ci vogliono 7 ore in treno, non mi sveglio pensando a un buco per collegare Torino-Lione. Non mi sveglio pensando a come collegare meglio italiani francesi, ma a come collegare meglio italiani e italiani”: parola di Luigi Di Maio, bisministro e vicepresidente del Consiglio.
Ma è vero quel che dice Giggetto? Trenitalia dice che c’è un treno regionale veloce che collega la Capitale alla città dell’Abruzzo: ci impiega metà del tempo, visto che la durata stimata è di 3 ore e 22 minuti.
Certo, la stessa Trenitalia fa sapere che se non ci piacciono quei treni ce ne sono altri, che però prevedono cambi di treni e svariate combinazioni, che portano la percorrenza a poco più di cinque ore in due casi .
Di Maio deve essere stato molto sfortunato nell’occasione. Oppure semplicemente ha sbagliato treno.
Un po’ come il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Simone Valente, che non a caso proviene dallo stesso partito di Di Maio, il quale a Repubblica qualche giorno fa ha rivelato un’importante novità : “Complessivamente sulla tratta di alta velocità tra Milano e Lione e che passa per Torino il risparmio di tempo sarà di un minuto e 20 secondi”.
“Il dato è una anticipazione dell’analisi costi-benefici che verrà resa pubblica nei prossimi giorni”.
Ora, a parte che Di Maio oggi ha detto che lui l’analisi costi-benefici non l’ha letta per rispondere a Salvini che si lamentava del fatto che non gliel’avessero data (e quindi se non l’ha letta Di Maio non si capisce come l’abbia potuta leggere Valente: uno dei due mente). Ma in realtà si risparmia un’ora e venti minuti, non un minuto e venti secondi. Probabilmente Valente ha scambiato le ore e i minuti con i minuti e i secondi.
Un errore può capitare a tutti, visto che c’è ancora chi scambia quelli del M5S per ministri.
(da “NextQuotidiano“)
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Febbraio 6th, 2019 Riccardo Fucile
A GIUDIZIO I VERTICI DELL’ASSOCIAZIONE ANTIMAFIA “RIFERIMENTI”
Malversazione e appropriazione indebita. Il Tribunale di Reggio Calabria ha rinviato a giudizio
Adriana Musella, la presidente del movimento antimafia “Riferimenti” accusata di aver speso allegramente contributi pubblici.
Per due episodi di abuso d’ufficio, invece, il gup ha rinviato a giudizio anche Mariarosaria Russo, la preside dell’istituto scolastico “Piria” di Rosarno che l’anno scorso ha spalancato alla Lega le porte dell’auditorium della sua scuola dove Salvini ha ringraziato gli elettori calabresi.
L’11 aprile inizia il processo nato dall’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Gerardo Dominijanni e dal pm Sara Amerio. Dal 2010 al 2016 nelle casse di “Riferimenti” sono arrivati 522 mila euro che dovevano servire per iniziative “miranti a promuovere la cultura della legalità e della lotta alle mafie”.
Parte di questi soldi, oltre 44 mila euro, sono stati destinati “ad altre e diverse finalità ”. Ecco quindi che, nel prospetto della Procura, compaiono spese per viaggi, taxi, alberghi, ristoranti, abbigliamento, arredi, libri, forniture per parrucchieri, carburante, strumenti musicali e finanche cartelle di Equitalia relative a tributi non pagati.
Soldi pubblici così come quelli spesi nel 2015 dalla preside Russo che, quando era dirigente del liceo di Roccella Jonica, ha acquistato 620 copie di due libri editi da “Riferimenti”, di cui era socia, procurando “intenzionalmente un ingiusto vantaggio patrimoniale” di 6.200 euro.
Indicato dalla Procura come parte offesa, il Miur ha preferito non costituirsi parte civile contro la Russo. D’altronde l’imputata non è solo la preside che ha ospitato Salvini per festeggiare la vittoria alle politiche.
Il ministero, retto dal leghista Marco Bussetti, avrebbe dovuto chiedere i danni alla dirigente scolastica che, con il vicepremier, compare abbracciata in un selfie poi finito a corredo di una pagina pubblicitaria che l’istituto scolastico di Rosarno, nell’ambito di un percorso di “alternanza scuola-lavoro”, ha acquistato su un giornale locale per comunicare urbi et orbi di aver donato a Salvini “l’olio della legalità ”.
Una pagina con la quale, in realtà , la Russo ha attaccato l’inchiesta per cui è imputata.
Una reazione scomposta come quella di aver denunciato gli investigatori che hanno indagato su di lei. O come quella avuta in udienza lunedì quando il gup l’ha allontanata dall’aula per consentire al procuratore aggiunto Dominijanni di concludere, senza essere interrotto, la sua richiesta di rinvio a giudizio.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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