Febbraio 14th, 2019 Riccardo Fucile
CRESCITA RIVISTA: “RECESSIONE PREOCCUPA, MA PER ORA NON VEDIAMO CONTAGIO”
Moody’s prevede di abbassare le proprie stime di crescita, “sicuramente sotto l’1%,
probabilmente a un valore tra 0 e +0,5% nel 2019″, perchè “le misure di riforma sono state rimandate, anche tutta l’Europa sta rallentando, questo non è positivo”.
A parlare è Kathrin Muehlbronner, senior vice president di Moody’s, durante la Credit trends conference in corso a Milano. La precedente stima dell’agenzia, di novembre scorso, parlava di una crescita dell’1,3% nel 2019.
Questo, almeno per il momento, non dovrebbe incidere sul rating sovrano dell’italia: “abbiamo un outlook stabile, copre 12-18 mesi, ci dovrebbero essere performance molto diverse da quelle attese per cambiare ancora l’outlook e non vediamo cambiamenti. Non tendiamo a focalizzarci su un trimestre o due, ma su un periodo più lungo, abbiamo considerato che la crescita sarà debole per un paio di anni”, sotto l’1%.
La valutazione di Moody’s era stata abbassata a ‘baa3’ a ottobre 2018, con outlook stabile, ‘cosa che riflette il basso rischio di una crisi di liquidità . La prossima revisione del rating dell’Italia è attesa per marzo.
L’Italia è In recessione tecnica e “questa e’ una fonte di preoccupazione, ma non prevediamo recessione per l’intera area euro. Mi aspetto che le stime sull’Europa saranno riviste leggermente al ribasso (le precedenti parlavano di una crescita dell’1,9% nel 2019)” ha detto poi Muehlbronner, sottolineando che “parlando da un punto di vista europeo, in una prospettiva più ampia, vediamo che non c’è un elevato rischio contagio dall’Italia, ma neppure da altri paesi, che hanno fatto progressi”.
Secondo Moody’s, è “positivo che nonostante le tensioni di vario segno non ci sia stato un contagio”. Inoltre, “i costi di finanziamento rimangono bassi nell’Eurozona, ma sono saliti in Italia a causa del rischio politico interno”, ha detto Muehlbronner, sottolineando che l’agenzia di rating ritiene che in Europa “il rischio politico resterà elevato e in Italia sta già incidendo sui conti pubblici”.
Secondo Moody’s c’è “un significativo rischio di elezioni anticipate in Italia, probabilmente dopo le elezioni europee” in calendario in primavera.
Questo perchè potrebbero cambiare gli equilibri all’interno dell’attuale maggioranza, ma per il momento non è facile prevedere quali saranno le evoluzioni: “non è chiaro cosa succederà al Governo dopo le elezioni europee” e, anche da un punto di vista di mercato, la situazione resta nebulosa perchè “gli investitori fanno fatica a prezzare il rischio politico, quindi stanno a guardare e in parte questo è quello che abbiamo visto a settembre”. Potrebbe esserci bisogno di formare una nuova coalizione di governo, se non emergesse una maggioranza netta, “cosa che porterebbe nuova incertezza”, ha detto l’economista.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2019 Riccardo Fucile
LA CAUSA E’ NELL’AVER ABOLITO LA PROTEZIONE UMANITARIA
L’Istituto di politica internazionale Ispi sottolinea il crollo della protezione umanitaria: dall’inizio del 2019 a riceverla sono stati solo il 2 per cento dei richiedenti.
In particolare, secondo un’analisi di Matteo Villa, “tra ottobre e gennaio, con l’applicazione del ‘decreto sicurezza’, sono state protetti circa settemila richiedenti asilo in meno rispetto allo scenario pre-riforma”.
Inoltre tra giugno 2018 e oggi, circa 45 mila nuove persone hanno ottenuto un diniego alla loro richiesta d’asilo. A fronte di questo, le cifre dei rimpatri non superano le cinquemila persone. Il risultato è che ci sono almeno 40 mila irregolari in più.
Secondo le stime dello stesso Istituto di ricerca, nel 2020 il numero degli irregolari in Italia potrebbe arrivare a 140 mila. La cifra sarebbe il frutto proprio della riduzione delle forme di protezione inserite nel nuovo decreto sicurezza, fortemente voluto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Le restrizioni dei diritti dei richiedenti asilo si sono verificate anche in altri paesi dell’Europa occidentale, a partire dal 2014, quando cioè il flusso di migranti verso il vecchio continente è aumentato.
“La Svezia ha dato un giro di vite già nel 2016. La Francia ha adottato provvedimenti restrittivi a inizio 2018. Anche la Danimarca starebbe valutando di relegare i richiedenti asilo la cui domanda è stata respinta ma che non possono essere rimpatriati in un’isola remota – sottolinea Ispi –
Ma cosa succede quando un governo riduce il livello di protezione riservato ai richiedenti asilo, pur non essendo capace di aumentare i rimpatri verso i paesi di origine?
La risposta è semplice: aumentano gli stranieri senza permesso di soggiorno presenti sul territorio. Ed è esattamente ciò che succederà in Italia nei prossimi due anni”
Secondo l’analisi di Matteo Villa, per effetto della nuova normativa (entrata in vigore a ottobre 2018), entro il dicembre 2020 il numero degli irregolari in Italia aumenterà di almeno 140.000 unità .
Parte di questo aumento (circa 25.000 unità ) è già accaduta nei mesi passati. Ma l’aumento maggiore si registra tra giugno 2018 e la fine del 2020. Se l’Italia avesse mantenuto i tre i livelli di protezione internazionale (status di rifugiato, protezione sussidiaria e protezione umanitaria), gli irregolari sarebbero aumentati di circa 60.000 unità . Con il nuovo decreto si aggiungono ulteriori 70.000 irregolari, cioè le persone che non otterranno più l’umanitaria abolita dal decreto sicurezza
Inoltre, calcolando un effetto solo marginale dei rimpatri (difficili da effettuare e molto costosi, tanto che per rimpatriarli tutti sarebbero necessari 90 anni), la previsione è che entro il 2020 il numero di migranti irregolari presenti in Italia potrebbe superare quota 670.000. Si tratta di un numero più che doppio rispetto a cinque anni fa, quando i migranti irregolari stimati erano meno di 300.000.
Sarebbe anche il record di sempre se si esclude il 2002, quando in Italia si stimavano presenti 750.000 irregolari.
In base all’ultimo rapporto di Ismu in Italia attualmente si stimano 533mila irregolari su un totale di 6 milioni e 108mila stranieri regolarmente residenti.
Tra loro, oltre ai nuovi arrivati, che hanno ottenuto un diniego alla richiesta di protezione internazionale si contano anche gli stranieri di lungo corso, che hanno perso il lavoro o che hanno un contratto in nero. Un caso particolare è quello delle colf e badanti, che secondo una stima di Welforum sarebbero addirittura 100mila, un quinto del totale.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2019 Riccardo Fucile
UN GRUPPO DI RICHIEDENTI ASILO HA CREATO UN’IMPRESA DI SUCCESSO: PRODUCONO GIOCHI EDUCATIVI… DOPO UNA SERIE DI RICONOSCIMENTI ORA RISCHIANO DI RESTARE SENZA DOCUMENTI
Alcuni venivano da famiglie benestanti, sterminate per ragioni politiche. Altri hanno
trascorso un’infanzia di abbandono e povertà .
Sono un gruppo di giovani migranti nati in Guinea, Mali, Gambia. Due anni fa sono arrivati a Palermo ancora minorenni. In poco tempo hanno creato una start up, “Giocherenda”, che produce giochi educativi ispirati alla cultura e ai colori africani.
Nulla di assistenziale. Al contrario, vogliono creare posti di lavoro anche per gli italiani.
I risultati? Straordinari. I giovani imprenditori, tra le altre cose, sono stati ricevuti al Parlamento Europeo, hanno vinto un premio dell’agenzia Erasmus e collaborano con aziende di alta moda.
Tutto questo potrebbe finire. Per colpa del governo giallo-verde.
Da quando è entrato in vigore il provvedimento firmato da Salvini, i loro documenti rischiano di diventare carta straccia, a causa del “decreto sicurezza”. Per convertirlo, serve il passaporto. Per capire cosa significa andare prendere un passaporto in Guinea, per chi è scappato dalla Guinea dopo che gli hanno sterminato tutti i parenti, dobbiamo raccontare la storia dall’inizio.
La Guinea Conakry è un piccolo paese dell’Africa Occidentale. I fondatori di “Giocherenda” vengono da lì.
Uno di loro ha perso tutta la famiglia per ragioni politiche. Unico superstite, ha deciso di scappare per mettersi in salvo. Ancora minorenne, si è presentato davanti alla “Commissione territoriale” che decide sulle domande d’asilo.
Come nel caso di tanti altri minori, la domanda è stata accolta. Ma gli hanno dato un permesso umanitario, una via di mezzo tra lo status di rifugiato e il rifiuto totale.
«Non è andata male», dicevano gli avvocati. «Anche se il documento scadrà , potrai facilmente rinnovarlo. Non vale la pena di fare ricorso per avere l’asilo politico. È costoso e ci vuole del tempo. Comunque hai qualcosa in tasca. Non sei un irregolare, un fantasma». Sbagliato.
Tutto questo era vero fino al provvedimento di Salvini che cancella proprio il permesso umanitario. Chi ne è in possesso deve convertirlo in un documento di altro tipo. Ma, per farlo, la Questura di Palermo chiede il passaporto: significherebbe ritornare nel paese d’origine, ovvero nell’incubo da cui sono scappati.
Nel frattempo, a qualcuno è anche scaduto il permesso che aveva. Adesso possiede soltanto la richiesta di rinnovo. Con questo non si può viaggiare. Comunque, c’è il serio rischio di rimanere incastrati tra le frontiere e perdere tutto.
Ma tutto cosa? Mentre la trappola burocratica si costruiva intorno a loro, infatti, sono successe molte cose.
In questi due anni e mezzo in Italia, i giovani migranti hanno accumulato curriculum impressionanti. Decine di progetti tra cui un documentario, uno spettacolo con un liceo classico di Palermo, recitato in greco antico e bambara, una lingua africana. E la progettazione e l’avvio di “Giocherenda”. «Abbiamo bisogno di documenti in regola per portare avanti le nostre attività », dicono.
Il paradosso è che non hanno fatto nulla di sbagliato, anzi si sono impegnati con tutte le loro forze. È la legge che è cambiata. Adesso rischia di bandirli e di mandare all’aria tutti i loro sforzi per crescere loro e per far crescere il paese dove adesso vivono.
“Giocherenda” è un termine pular, una lingua parlata in parecchi paesi africani, composto dai termini “giuntura” e “linfa vitale”. Clelia Bartoli, docente dei ragazzi nel primo corso di italiano frequentato a Palermo, è rimasta molto colpita da questo termine. Spiega che si tratta del «fluido che, scorrendo nelle articolazioni, le tiene insieme e ne permette il movimento». Come dire: la vita nasce dall’unione.
L’assonanza con l’italiano “gioco” è dunque casuale, ma ha suggerito un’idea. Molti di loro sanno fare più cose. Soprattutto sono in grado di unire l’attività manuale a quella intellettuale: sono sarti, disegnatori, artigiani, formatori, attori.
Così è nato “La ronda dei desideri”, un gioco cooperativo. «Lo scopo è coronare il proprio desiderio», si legge nella scheda del prodotto. «Si può giocare da 3 a 300 persone. Da 10 a 100 anni».
Come funziona? «È semplice», spiegano. «Apri la confezione di stoffa africana, prendi il tabellone di legno colorato a mano, le pedine fatte di tappi di bottiglia riciclati e i biglietti decorati artigianalmente. Decidi qual è il tuo desiderio.
Mentre le ruote girano sul tabellone, si decide il tuo destino. Ecco, le ruote si sono fermate. Sei un rifugiato in Alaska? Un gangster a Parigi? Probabilmente, come accade nella vita reale, il tuo desiderio era un altro. Puoi correggere il destino solo grazie alle tue virtù (“la resilienza”) e alla solidarietà (“gli aiutanti”).
In meno di 24 mesi, i ragazzi sono passati dalle onde assassine del Mediterraneo a una serie di incontri al Parlamento Europeo. Il gruppo di “Giocherenda”, infatti, lo scorso aprile è stato ricevuto a Bruxelles.
Erano tutti arrivati da poco in Italia tranne H., una ragazza di origine marocchina.
Arrivata piccolissima a Palermo, ha rischiato l’espulsione perchè al passaggio alla maggiore età ha perso la madre, cui era legata per il permesso di soggiorno.
A questo punto, per non finire in un paese dove non era mai vissuta, ha dovuto perdere molti giorni di scuola a causa di complicate pastoie burocratiche e per svolgere dei lavoretti che le permettessero di attestare un certo reddito e ottenere i documenti. Alla fine, a causa delle assenze, non ha superato l’anno, anche se aveva la media del “sette”.
Nonostante le difficoltà , nessuno di loro si è perso d’animo. I risultati sono arrivati uno dopo l’altro.
Hanno vinto il premio dell’agenzia europea Erasmus. Per conto della stessa organizzazione, hanno fatto da guide “turistiche” nel centro di Palermo. Non si sono limitati a mostrare monumenti, ma hanno evidenziato le radici meticce della città : quelle normanne di Santa Rosalia, quelle africane di San Benedetto.
L’azienda di alta moda Dell’Oglio, uno storico marchio cittadino nato a fine ‘800, ha organizzato una formazione del personale. La casa editrice Erickson, la più importante in Italia nel settore educativo, ha commissionato un gioco per una sua produzione.
I prodotti, poi, non sono solo oggetti da vendere ma l’occasione per “animare” incontri di ogni tipo, dalle scuole palermitane a quartieri come Ballarò, Zen, Ciaculli e Brancaccio, dove fu ucciso don Giuseppe Puglisi. Del resto, quando sono arrivati in Sicilia, i ragazzi hanno subito commentato: «Noi vogliamo aiutare gli europei». Perchè? Intorno hanno trovato diffidenza, solitudine e paura. Hanno scoperto che, anche chi vive nel benessere, non è felice: «L’Europa ha bisogno di giocherenda e noi dobbiamo diffonderla».
Quando devono compilare un modulo, pagare i fornitori o controllare le fatture, i giovani imprenditori di Giocherenda si mettono intorno a un tavolo di “Moltivolti”, un co-working molto speciale nel quartiere di Ballarò. Quando devono usare forbici, pialle e colori, una stanza del “Centro Arrupe” diventa il loro laboratorio.
Sono due luoghi simbolici della lunga stagione del rinnovamento palermitano. Il primo è ormai un riferimento della città solidale: organizza viaggi in Senegal, è un ristorante multietnico e ha partecipato all’iniziativa di Mediterranea, la nave che effettua soccorsi in mare. Il secondo, gestito dai gesuiti, è il luogo in cui nacque la primavera del sindaco Leoluca Orlando, trent’anni fa.
«Questi ragazzi non sono migliori degli altri sbarcati in questi anni», commenta Bartoli. «Semplicemente, un contesto locale favorevole ha dato loro le giuste opportunità ». Un contesto nazionale sfavorevole, invece, se le sta riprendendo.
(da “L’Espresso”)
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Febbraio 14th, 2019 Riccardo Fucile
IL RESTAURO, CONSIGLIATO DA MOLTI ESPERTI, AVREBBE PRIVATO DEL’ATTESA IMMAGINARIA, ELEMENTO CHIAVE DELLA SOCIETA’ DELLO SPETTACOLO IN CUI SGUAZZANO I POLITICI
Durante la Prima e la Seconda repubblica, prima di ogni elezione, il governo organizzava qui e là qualche inaugurazione.
Preferibilmente strade e autostrade, più o meno nuove, più o meno telegeniche. Tra le favorite, la via crucis tra Salerno e Reggio Calabria: almeno un tronco, uno svincolo, un viadotto non mancavano mai.
E ricordo con tenerezza il molo di un mega-porto calabrese sullo Ionio, che s’inabissò mestamente mentre chi lo aveva appena inaugurato in mattinata stava festeggiando a pranzo.
Non va meglio nel secolo sovrano, se i governanti si cimentano nell’eterna campagna elettorale inaugurando le demolizioni.
Anzichè posare la prima pietra, la rimuovono. E smantellano così l’eredità culturale di un Paese, come accade con la cancellazione del viadotto genovese sul torrente Polcevera progettato da Riccardo Morandi.
Quando Guy Debord — il filosofo che soggiornò a lungo nella riviera di ponente assieme agli artisti del movimento situazionista — scrisse La società dello spettacolo, non poteva certo prevedere che, dopo mezzo secolo, le sue profezie si sarebbero materializzate proprio da queste parti, dove il potere trasforma i cittadini in “consumatori di illusioni”.
Inaugurando la demolizione del viadotto Polcevera, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ha esordito con un’affermazione temeraria: “Questa ricostruzione sarà l’immagine del rilancio del Paese”.
Siamo proprio sicuri? La demolizione del supposto relitto è iniziata con comodo: 178 giorni dopo il crollo, 14 agosto 2018.
Non sarà un record mondiale in materia, ma ci piazziamo bene nella corsa a questa malinconico primato, se viene rimossa la prima pietra dopo quasi sei mesi.
E, sempre a beneficio dello spettacolo, le previsioni sul ripristino del viadotto hanno nel frattempo frastornato i cittadini, scivolando vorticosamente sull’asse del tempo.
Dai pochi mesi — prima cinque e poi nove, sparati a botta calda dal Concessionario — s’arrivò al più prudente vaticinio del governatore: “Entro settembre inizio demolizione, entro novembre inizio cantiere” per una ricostruzione da fare in 11-15 mesi.
Ai primi di ottobre, il sindaco-commissario affermò coraggioso che “le cose si possono fare in 12-16 mesi“. Poi, il sentimento del tempo si è stemperato, trasformando languidamente il tempo di attesa della ricostruzione in un “numero complesso”, composto da una parte immaginaria e da una parte reale.
C’è un tempo di attesa perchè il ponte sia visibile; ed è la parte immaginaria.
E poi c’è la parte reale, il tempo di attesa affinchè il viadotto entri in esercizio, diventando nuovamente percorribile dalle auto e dai tir.
Rinforzare il relitto esistente, ricostruendo la tratta crollata, avrebbe ridotto l’attesa reale, quella vera e propria da parte degli utenti.
Parecchi tecnici — architetti, urbanisti e territorialisti, ingegneri — avevano chiesto formalmente che, prima di decidere la demolizione, si riflettesse sull’opportunità del ripristino.
Alcuni di loro stimavano che il restauro potesse costare assai meno delle offerte progettuali più ambiziose, compresa la soluzione finale poi vincitrice, scelta tra le più care. Volevano anche salvare un capolavoro infrastrutturale del 900 che, se pollaio o capanno, avrebbe goduto della tutela di qualche vincolo architettonico, paesaggistico o storico. Poichè nessuno ha mai spiegato perchè questa soluzione sia stata messa da parte, azzardo un’ipotesi: il restauro avrebbe privato i cittadini dell’attesa immaginaria, un elemento chiave della società dello spettacolo.
Anche l’occhio vuole la sua parte, con buona pace dei trasportatori europei.
Tra le diverse offerte, è stata scelta una delle soluzioni più costose, nemmeno la più rapida.
Aspettiamo perciò fiduciosi il dettaglio dell’Abc che ha orientato questa decisione, l’analisi tra benefici e costi oggi in voga per le opere già cantierate e, dunque, ben più efficace per quelle da cantierare. E siamo curiosi di conoscere la contabilizzazione dei benefici associati al sentimento del tempo e al resistibile fascino dello “spettacolo”.
Altrove, a sei mesi dal disastro, la ricostruzione era già a buon punto, come accadde per il ponte Hintze Ribeiro a Porto, crollato nel 2001 con 59 morti.
Poche ore dopo il crollo il ministro dei Trasporti Jorge Coelho aveva rassegnato le dimissioni. Non aveva alcuna responsabilità diretta, ma si assunse la responsabilità politica dell’incidente: “Non sarei stato a posto con la coscienza se non lo avessi fatto”.
E nessuno vide mai Jorge Coelho razzolare nel cantiere di demolizione del vecchio relitto in cerca di souvenir, perchè il ponte non fu demolito ma restaurato, mentre al suo fianco corre il suo nuovo e moderno gemello, costruito a tempo di record.
Renzo Rosso
Docente di Costruzioni idrauliche e marittime e Idrologia a Milano
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Febbraio 14th, 2019 Riccardo Fucile
ANCORA UNA VOLTA IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA RIMEDIA AGLI ERRORI DEI CIALTRONI AL GOVERNO… L’AMBASCIATORE FRANCESE RIENTRERA’ A ROMA
L’ancora di salvataggio per tutte le crisi oltre confine è il presidente della Repubblica Sergio
Mattarella.
Sempre più spesso i leader di altri paesi si rivolgono al Quirinale per risolvere e stemperare situazioni “imbarazzanti”.
Questa volta il presidente francese Macron non ha indugiato un attimo e si è rivolto al presidente italiano per ritrovare il filo della ragionevolezza su cui ancorare i rapporti storici, a dire dei francesi “eccezionali”, tra Francia e Italia.
Durante il colloquio telefonico Macron ha espresso il desiderio di avere Mattarella quale suo ospite all’Eliseo. Mattarella, naturalmente, ha accettato l’invito e ha espresso il rammarico per il ritiro dell’ambasciatore francese da Roma.
In serata poi la notizia che l’ambasciatore transalpino ritornerà presto in Italia.
Una fonte diplomatica francese ha poi voluto precisare: “Il nostro gesto non è mai stato contro il popolo italiano ma una reazione dovuta a comportamenti inaccettabili di alcuni membri dell’attuale governo”.
L’ambasciatore Christian Masset è ancora a Parigi per una serie di appuntamenti istituzionali. Domani incontrerà la ministra Elisabeth Borne, omologa di Danilo Toninelli, per discutere della spinosa questione Tav. “Continueremo ad avere ogni tanto posizioni divergenti su alcuni dossier conclude la fonte diplomatica francese — ma auspichiamo che ora ci sia maggiore consapevolezza che la risoluzione dei problemi va cercata insieme”.
(da agenzie)
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